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Attacco terroristico jihadista in Niger. Coincidenza o «rivelazione del metodo»?

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La notizia è passata in sordina, ma a suo modo è clamorosa: il terrorismo islamico è tornato a colpire in Africa, e guarda caso proprio in Niger, Paese al centro dell’attenzione mondiale in questo momento, forse più ancora dell’Ucraina.

 

Almeno 17 soldati del Niger sono stati uccisi in un attacco di gruppi armati vicino al confine con il Mali, ha detto il ministero della Difesa nigerino. Secondo una dichiarazione rilasciata martedì scorso, «un distaccamento delle forze armate nigerine (FAN) che si muoveva tra Boni e Torodi è stato vittima di un’imboscata terroristica vicino alla città di Koutougou [52 km a sud-ovest di Torodi]».

 

Il ministro della giunta golpista afferma che altri 20 soldati sono rimasti feriti, tutti evacuati a Niamey, la capitale. Più di 100 assalitori sarebbero quindi stati «neutralizzati» durante la ritirata, continua il comunicato.

 

Insomma: terrorismo, stragi, fiumi di sangue. Proprio ora. Ma guarda.

 

C’è da capire che il terreno è fertile da anni: nell’ultima decade, l’area di confine dove convergono il Mali centrale, il Burkina Faso settentrionale e il Niger occidentale è diventata l’epicentro della violenza dei gruppi armati legati ad al-Qaeda e all’ISIL (ISIS) nella regione del Sahel. Il sud-est del Niger è anche l’obiettivo di gruppi armati che attraversano il Nord-Est della Nigeria, culla di una campagna avviata da Boko Haram nel 2010.

 

Sappiamo bene a cosa ha portato questo decennio di terrore africano: alla presenza militare francese – la famosa Operazione Barkhane messa in piedi da Parigi nelle sue ex colonie Ciad, Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger. Negli anni alla missione militare antiterroristica vengono tirate dentro anche Estonia, Svezia e Italia. Ci sono anche prede importanti: viene fatto fuori con un drone francese un leader ISIS nel Sahara, Kamel Abderrahmal.

 

C’è un piccolo problema: gli stessi governi africani, ad un certo punto, cominciano ad accusare Parigi di sostenere gli stessi terroristi che i francesi dicono di voler combattere. L’atroce pensiero è diffuso anche in altri Paesi dell’Africa francofona. In pratica, gli africani dicono: la Francia crea il problema per venderci la soluzione. È un classico. Tuttavia è da qui che è partita l’irresistibile ascesa della Russia in Africa. È da qui che nel Continente nero è entrata la Wagner, e, per la disperazione di George Clooney, da diversi anni.

 

Ora, più che alla decadenza post-coloniale della Francia – che manda i militari in Africa per poi trovarsi le proprie città devastate dagli africani – preme qui notare altro.

 

La coincidenza di questa improvvisa fiammata di sanguinario jihadismo con i fatti di Niamey è davvero singolare. I takfiri, vai a capirli, attaccano il Niger proprio quando è in mano ai militari, teso come una corda di violino per una possibile invasione dei vicini dell’ECOWAS, o peggio, snervato dall’idea che potrebbe perfino arrivare un intervento francese.

 

No, non il momento migliore per un’offensiva, un attentato, una strage simbolica – tanto più se è non è una panzana africana quella per cui nell’attacco hanno ammazzato 17 soldati per poi vedersi eliminati 100 miliziani.

 

La coincidenza, più che con l’accusa di fomentare se non controllare il terrorismo che gli africani rivolgono ai francesi, è con la visita a sorpresa in Niger del vicesegretario di Stato USA Victoria Nuland, la grande pupara neocon di vari scenari di guerra e distruzione del pianeta.

 

«Nei miei incontri di oggi ho avuto la sensazione che le persone che hanno intrapreso questa azione qui capiscano molto bene i rischi per la loro sovranità quando Wagner viene invitato» aveva detto ai giornalista la «Toria» tornata in patria, riferendosi al fatto che elementi del governo militare nigerino avrebbero contattato la Wagner, che già è presente in Mali e Burkina Faso, e cioè i due Paesi che hanno giurato di difendere il Niger dei generali qualora venisse attaccato dall’ECOWAS o da altri.

 

Fa specie sentire la regina occulta (neanche tanto) di Maidan, quella che sceglieva il vertice dello Stato ucraino con una telefonata in cui esclamava pure «si fotta la UE», parlare di sovranità. Ma al di là del wording, è innegabile che la stessa presenza della Nuland a Niamey suoni come una minaccia.

 

O fate come diciamo noi, o tenete fuori Mosca, o ne pagherete le conseguenze.

 

Pochi giorni dopo, taac, arriva l’attacco terroristico.

 

Ecco i soliti complottisti. Chiaro. Magari adesso parte pure il discorso per cui Al Qaeda (che qualche testata ha tirato in ballo, anche se al momento in cui scrivo sui pochi giornali che ne scrivono non pare essersi stabilizzata una sigla a cui attribuire l’attacco: c’è un mazzetto da cui scegliere, anche là) in realtà significa «la base», ed era di fatto il database dei mujaheddin reclutati in tutto il mondo dalla CIA tramite i sauditi e i pakistani per combattere i sovietici in Afghanistan, un database di cui uno dei gestori era il giovane, educatissimo figlio di miliardario Osama Bin Laden, che a cavallo  tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta stava a Peshawar a preparare i terroristi, pardon, i guerriglieri da infiltrare fra i monti afghani armati con armi racimolate dagli americani, prima in Egitto e forse in Israele, poi fornite direttamente dagli USA – come i famosi missili stinger, che cominciarono a decimare gli elicotteri dell’Armata Rossa.

 

No, vabbè, il discorsetto sull’origine CIA di Al Qaeda e pure dell’ISIS ve lo risparmiamo – perché davanti all’improvviso terrore nigerino dovremmo lasciare tutto al caro immaginar del lettore.

 

Tuttavia, vogliamo approfittare solo per ricordare altre curiose coincidenze di terrorismo africano delle ultime settimane.

 

Come riportato da Renovatio 21, poche settimane fa l’Uganda ha approvato una legge anti-gay. Il presidente ugandese Museveni non si è lasciato intimidire dalle pressioni internazionali – persino della Chiesa cattolica e anglicana – e dalle minacce di revoca degli aiuti (quel che sta facendo ora la banca mondiale), facendo appello anche all’orgoglio delle altre Nazioni africane affinché rifiutassero di dover ribaltare la loro morale, la loro società in cambio dell’assistenza occidentale.

 

La Casa Bianca risposto all’Uganda dicendo, per bocca del portavoce ammiraglio Kirby: «i diritti LGBT sono parte fondamentale della politica estera USA» è stato dichiarato pubblicamente.

 

Passano pochi giorni, e succede qualcosa di completamente inaspettato: 54 soldati ugandesi di stanza in Somalia per una missione di pace vengono trucidati dai terroristi islamici al-Shabaab – letteralmente la «gioventù», il gruppo stragista somalo legata ad Al Qaeda, quelli pagati milioni di euro dal governo Conte-Di Maio per riavere la cooperante poi convertitasi all’Islam (se ci tenete a sapere come è andata a finire, la procura di Roma a febbraio ha chiesto l’archiviazione dell’indagine).

 

È una coincidenza che notiamo solo noi, qui su Renovatio 21 – siamo qui a pensare male, come sempre, e quello che facciamo e vedere cospirazioni dappertutto, permettendoci perfino di ricordare che con gli Shabaab operava la «vedova bianca» Samantha Lewthwaite, britannica convertita all’Islam radicale irreperibile dopo la strage di Londra del luglio 2007, nonostante la caccia che, teoricamente, apparati di sicurezza britannici e africani le stanno dando da anni. Avvistata – chissà se vero – in Ucraina nel 2014, a quel tempo partirono stuoli di commenti di filorussi e non solo che accusavano la vedova bianca di essere un asset dell’MI6, il servizio segreto esterno britannico, quello che secondo i russi starebbe spostando commando di miliziani ucraini in Africa per guastare le cose alla Wagner.

 

Passa un’altra manciata di giorni. Ecco che l’Uganda subisce un’altra strage efferata, stavolta nel suo territorio: miliziani di un gruppo noto come Allied Democratic Forces (ADF) attaccano una scuola a Mpondwe, una città vicino al confine con la Repubblica Democratica del Congo e ammazzano almeno 37 persone. Il gruppo, che si oppone a Museveni, non colpiva in modo così feroce dal 2021. Uno dei due spezzoni che lo compongono è considerato una setta islamica.

 

Non vi sono solo l’Uganda e il Niger a vivere un’improvvisa recrudescenza del terrore in questi giorni. A giugno una sigla terrorista che non si sentiva dagli anni Novanta, il CODECO massacra con lame e armi da fuoco almeno 46 persone in un campo profughi nella provincia di Ituri, in Repubblica Democratica del Congo. Il CODECO, che starebbe per Cooperativa per lo Sviluppo del Congo, è considerato da molti una setta para-animista, con un guru che si fa chiamare «il sacrificatore».

 

E cosa c’entra ora il Congo?

 

Non c’è solo la questione dell’Africa LGBT, il Terzo Mondo da omosessualizzare con ricatti e propaganda. O meglio, la questione si innesta in un disegno geopolitico ancora più chiaro: la grande scommessa che la Russia sta facendo nel Continente nero, uno shift storicamente unico, tra immensi forum africanisti a San Pietroburgo – dove i leader africani incontrano direttamente Putin – ed un lavoro diplomatico del ministro Lavrov che negli ultimi mesi ha fatto un tour de force in Africa senza precedenti.

 

Il cambiamento rischia di essere epocale, e devastante per i poteri costituiti della geopolitica globale.

 

È possibile pensare che, quindi, qualcuno stia muovendo certe leve – le solite – per cercare di far sterzare gli africani, prima che finiscano, dopo essere entrati anche alla corte di Pechino, ad amare troppo il Cremlino?

 

È possibile se consideriamo le schiette confessioni di un personaggio come Miles Copeland (1914-1991), un personaggio che vale sempre la pena di riscoprire. Copeland è innanzitutto il padre dello Stewart Copeland batterista dei Police (e autore di tante colonne sonore di film)  e pure di Miles Copeland III, manager dei Police, di Sting e produttore dei R.E.M., delle Bangles, dei Cramps, dei Dead Kennedys.

 

Secondariamente, Copeland era uno dei più potenti agenti CIA piazzati nello scacchiere internazionale. Copeland aveva partecipato a operazioni coperte come il colpo di Stato del marzo 1949 in Siria, il golpe in Iran nel 1953, e rimane conosciuto per la sua relazione diretta come il presidente egiziano Gamal Nasser.

 

Divenuto in pensione noto le sue pubblicazioni di analisi sulla storia dell’Intelligence, al personaggio non può non essere riconosciuta una bella franchezza: in un’intervista a Rolling Stone del 1986, dichiarò che «a differenza del New York Times, di Victor Marchetti e di Philip Agee [due ferventi critici della CIA, ndr], la mia lamentela è stata che la CIA non sta rovesciando abbastanza governi antiamericani o assassinando abbastanza leader antiamericani, ma immagino che sto invecchiando».

 

Si tratta della stessa onestà con cui ha scritto il libro The Game of Nations: The Amorality of Power Politics («Il gioco delle nazioni: l’amoralità della politica di potere»), un volume del 1969 mai tradotto in Italia e ormai introvabile.

 

«Agli americani non piace il terrorismo. Sebbene a volte svolga un ruolo essenziale nelle stesse operazioni dell’Occidente contro i leader afroasiatici recalcitranti, nascondiamo questo fatto» ammetteva nel capitolo intitolato «Nasserismo e Terrorismo».

 

Copeland sostiene che il terrorista, il «fanatico», altro non è che un «perdente per definizione, ma è un’importante arma nelle mani del non fanatico che vuole vivere per la causa». Se lasciati a loro stessi, i fanatici diventano «disturbi» e la «maggioranza arriva a bloccarli, pagando qualsiasi prezzo». Tuttavia, «nelle mani di leadership non fanatiche possono diventare armi di grande flessibilità e finezza».

 

«Le sciocchezza che dicono possono essere pulite così non solo da avere un minimo di senso, ma sembrare pure come appartenenti ad un alto piano morale» continua l’agente CIA. «Talvolta hanno lo stesso valore sia da morti che da vivi. Sono stupendamente spendibili. Hanno anche il vantaggio della grande disponibilità».

 

La sincerità di Copeland è tale da insospettire – perché sappiamo che quando un ex agente della CIA vuole pubblicare un libro prima deve essere vagliato dall’agenzia stessa.

 

Ciò detto, la prospettiva qui enunciata con tanta chiarezza aiuta a capire molte cose: il terrorismo per la CIA non è il male assoluto, non è l’uomo nero a cui dare la caccia, come raccontato dai giornali, dai politici, dai film e dai telefilm. No, il terrorismo, per la CIA, è uno strumento, «un’arma» pure versatile ed elegante – quasi un linguaggio, una lingua straniera con cui non puoi comunicare in patria ma quando sei all’estero usi con voluttà.

 

Il lettore adesso può unire i puntini da solo, per le stragi africane di questi giorni e non solo.

 

C’è da comprendere anche il contesto: in Africa è possibile esercitarsi, sperimentare a volontà. Come per i vaccini imposti dagli oscuri potentati transnazionali o dagli oligarchi globali come Bill Gates: ecco il siero anti-tetano che in realtà sterilizza le kenyote, ecco i disastri dell’iniezione papillomavirus, le morti per il vaccino DPT, il ritorno della polio via vaccino ammesso dall’OMS tra casi di bambini paralizzati, ecco i cerotti vaccinali, i piccoli africani usati come cavie per il marchio dei quantum dots.

 

Per non parlare di un’altra questione, forse la più inquietante, che riguarda sempre Gates e il Pentagono stesso (e pure uno scienziato ora deputato del PD): quella delle zanzare OGM, preparate per invadere l’Africa e sterilizzare la loro specie, di modo, dicono, da far finire la malaria.

 

L’Africa è un laboratorio – e ciò che testano lì è per poi implementarlo qui, in Europa, dove la resistenza della popolazione è, per il momento, maggiore. Vale per i vaccini come vale con probabilità per il nuovo terrorismo (armato, come ci ripetono gli stessi leader africani, dal mercato nero ucraino creato dagli occidentali).

 

Ma allora, perché lo fanno in modo sempre più spudorato? Perché non coprono più nemmeno le loro tracce?

 

Qui si entra nella speculazione, in quella che alcuni osservatori chiamano «revelation of the method», la rivelazione del metodo. Si tratta dell’idea per cui vi sarebbe una tecnica di guerra psicologica per cui alla popolazione si fa sapere esattamente cosa si sta per fare. Il risultato è duplice: preparare le persone ai cambiamenti, e nel frattempo confonderle – perché se le cospirazioni più fantasiose si realizzano, la linea tra realtà e finzione sparisce, e la psiche dell’individuo diviene più malleabile.

 

La rivelazione del metodo era tornata alla ribalta con il disastro chimico di Palestine, Ohio, a inizio anno, quando si apprese che il medesimo evento era predetto in un film di due anni prima, White Noise, tratto da un romanzo di Don DeLillo: tutto collimava, l’incidente del treno, la fuoriuscita di sostanze tossiche, il paesino sotto shock… alcuni cittadini di Palestine avevano fatto le comparse per il film.

 

Altri vedono anche nel successo planetario di Squid Game, la serie più vista degli ultimi tempi in tutto il mondo, i segni di rivelazione del metodo: un gruppo di miliardari crudeli e perversi si divertono a mettere i popolani l’uno contro l’altro, utilizzando il danaro come motore della disintegrazione sociale, e godendo nel vedere che i poveri si ammazzano e riducono il loro numero tra laghi di sangue.

 

Chi sa mai cosa ci stanno cercando di dire… Altro che significati occulti.

 

E quindi, l’arma terrorista sta per essere ri-applicata ancora una volta in Europa? È possibile, sappiamo che i loro padroni amano i fiumi di sangue, sappiamo che vogliono instaurare qui un’anarco-tirannia, dove una certa dose di terrorismo, anche quotidiana, aiuterà la popolazione a rimanere divisa e sottomessa, e al padrone di proseguire con i suoi piani.

 

E altre cascate di sangue.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.

 

Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.

 

La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.

 

Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?

 

Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.

 

L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.

 

La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.

 

Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.

 

Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.

 

Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„

 

Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.

 

Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.

 

Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.

 

La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.

 

Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.

 

A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.

 

Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.

 

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”

 

Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».

 

I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.

 

Anvedi.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»

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L’investitore miliardario Peter Thiel, che ha recentemente tenuto una serie di conferenze sull’anticristo a Roma, a due passi dal Vaticano, ha spiegato che il motivo principale per cui ha parlato pubblicamente dell’anticristo è «perché nessun altro ne parla», aggiungendo che, per gran parte della storia cristiana, sarebbe sembrato un chiaro segno del suo imminente arrivo (2Pietro 3, 3-4).   In un lungo saggio intitolato «Il papa e l’anticristo», pubblicato sulla prestigiosa testata cattolica statunitense First Things, Thiel afferma che papa Benedetto XVI credeva di vivere negli ultimi tempi.   Thiel ha introdotto il suo articolo per First Things, scritto in collaborazione con il Sam Wolfe, affermando: «Non spetta a me dire alla Chiesa che ora è», aggiungendo: «Benedetto lo ha già fatto».

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La fascinazione del magnate già socio di Elone Musk per le opinioni di papa Benedetto sull’anticristo e sulla fine dei tempi è sorprendente, considerando che è nato in una famiglia protestante (i genitori sono tedeschi immigrati in America, e sono religiosi, a quanto è dato di sapere) che ha accumulato un’enorme ricchezza – ha co-fondato PayPal, è stato uno dei primi investitori di Facebook e ora è a capo di Palantir – e che è anche omosessuale «sposato» con un uomo e con figli ottenuti via utero in affitto.   Pur non essendo cattolico, Thiel si è chiaramente immerso negli insegnamenti e nella storia della Chiesa cattolica ben oltre la media dei fedeli cattolici, nota LifeSite. È noto ai lettori di Renovatio 21, tuttavia, che egli sia stato discepolo diretto all’Università di Stanford del filosofo cattolico Réné Girard, di cui ha assimilato certamente la teoria del sacrificio così come quella della teoria mimetica, che sembra aver guidato la sua fortunatissima carriera di investitore in grado di discernere tra un investimento rilevante e uno fatto perché è desiderato anche da altri.   Nell’articolo su First Things Thiel ha espresso rammarico per il fatto che Benedetto XVI sia rimasto in silenzio sull’anticristo durante tutto il suo pontificato e abbia aspettato fino alle sue dimissioni per esprimere il suo parere. Come riportato da Renovatio 21, ciò non è del tutto vero.   Thiel ha osservato che solo quando il papa emerito è diventato anziano ha «iniziato a parlare con la chiarezza che fino ad allora aveva negato a tutti tranne che ai suoi lettori più intimi». In un’intervista del 2018 ha affermato che «la società moderna sta formulando un credo anticristiano e opporsi ad esso viene punito con la scomunica sociale. È naturale temere questo potere spirituale dell’anticristo e ha davvero bisogno dell’aiuto delle preghiere di un’intera diocesi e della Chiesa mondiale per resistergli».   Tre anni prima, inaspettatamente, il politico slovacco Vladimír Palko aveva ricevuto una lettera da Benedetto XVI che elogiava il suo libro Die Löwen Kommen («Arrivano i leoni»). La lettera includeva queste parole: «Vediamo come il potere dell’anticristo si stia espandendo e non possiamo che pregare che il Signore ci dia pastori forti che difendano la sua Chiesa in quest’ora di bisogno dal potere del male».   «Il cristiano sa che nulla dura per sempre, perché questo mondo ha un inizio e una fine. L’apocalisse, la rivelazione di tutti i segreti e la fine di tutte le interpretazioni, prima o poi arriverà», ha osservato Thiel a conclusione del suo avvincente saggio. «C’è un tempo e un luogo per l’esoterismo, il cui contrario è la rivelazione. Ma non in questioni che riguardano il destino del mondo e delle nostre anime. Perché quando il tempo stringe e l’ora è tarda, chi può sperare nella salvezza nella reticenza filosofica?»   Come riportato da Renovatio 21, a giugno il Festival di Vienna aveva revocato la prevista partecipazione di Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti. Thiel avrebbe dovuto parlare di anticristo, tema che lo ossessione pubblicamente al punto da essere canzonato lungo un’intera stagione del popolarissimo cartone satirico americano South Park.  

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Due settimane fa il Thiel ha alzato il tiro sul papato dichiarando, ad un incontro elitario ad Aspen che papa Leone XIV «lavora per i comunisti cinesi».   Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.   Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.   Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance, convertito al cattolicesimo, lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica.   In realtà, a differenza di quanto creduto da Thiel, Ratzinger aveva esposto anche prima del suo ritiro idee precise, e complesse, sull’anticristo e sui tempi ultimi – e sul ruolo che avranno le macchine.   Come riportato da Renovatio 21, il 15 marzo 2000 il cardinale Joseph Ratzinger parlò a Palermo in un incontro con sacerdoti e seminaristi.

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«Nel loro orrore, [i campi di concentramento] hanno cancellato, cancellato volti e storia, nomi, cancellato persone. Hanno trasformato l’uomo in un numero, l’uomo non è che un numero, è un pezzo di un macchinario, l’uomo non è che un pezzo di un macchinario, di un ingranaggio, non è più che una funzione» aveva detto il futuro papa Benedetto.  
«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»  
«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri» aveva continuato colui che un lustro dopo sarebbe salito al Soglio di Pietro.
  «La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata». Ecco che, parlando della Bestia e di numeri Benedetto sembra avvicinarsi al pensiero di Thiel su anticristo e AI.   Mentre molti nel mondo cattolico esprimono fastidio per le riflessioni di Thiel, si tratta, come evidenti, di questioni che ora vanno poste senza esitazione. Perché l’apocalisse potrebbe essere davvero alle porte, e non possiamo confidare nella capacità di guida e di lotta di un Vaticano occupato da modernisti invertiti.  

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Ecône e il vero ordine mondiale

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Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.

 

La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.

 

Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.

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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.

 

Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

 

 

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.

 

È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.

 

Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.

 

«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.

 

La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

 

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

 

 

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.

 

Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.

 

Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?

 

In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.

 

A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

 


La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.

 

«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»

 


Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».

 

I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.

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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».

 

Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.

 

A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).

 

Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.

 

 

«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».

 

La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.

 

Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.

 

In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.

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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.

 

Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.

 

Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.

 

E così sia.

 

Roberto Dal Bosco

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