Pensiero
Attacco terroristico jihadista in Niger. Coincidenza o «rivelazione del metodo»?
La notizia è passata in sordina, ma a suo modo è clamorosa: il terrorismo islamico è tornato a colpire in Africa, e guarda caso proprio in Niger, Paese al centro dell’attenzione mondiale in questo momento, forse più ancora dell’Ucraina.
Almeno 17 soldati del Niger sono stati uccisi in un attacco di gruppi armati vicino al confine con il Mali, ha detto il ministero della Difesa nigerino. Secondo una dichiarazione rilasciata martedì scorso, «un distaccamento delle forze armate nigerine (FAN) che si muoveva tra Boni e Torodi è stato vittima di un’imboscata terroristica vicino alla città di Koutougou [52 km a sud-ovest di Torodi]».
Il ministro della giunta golpista afferma che altri 20 soldati sono rimasti feriti, tutti evacuati a Niamey, la capitale. Più di 100 assalitori sarebbero quindi stati «neutralizzati» durante la ritirata, continua il comunicato.
Insomma: terrorismo, stragi, fiumi di sangue. Proprio ora. Ma guarda.
C’è da capire che il terreno è fertile da anni: nell’ultima decade, l’area di confine dove convergono il Mali centrale, il Burkina Faso settentrionale e il Niger occidentale è diventata l’epicentro della violenza dei gruppi armati legati ad al-Qaeda e all’ISIL (ISIS) nella regione del Sahel. Il sud-est del Niger è anche l’obiettivo di gruppi armati che attraversano il Nord-Est della Nigeria, culla di una campagna avviata da Boko Haram nel 2010.
Sappiamo bene a cosa ha portato questo decennio di terrore africano: alla presenza militare francese – la famosa Operazione Barkhane messa in piedi da Parigi nelle sue ex colonie Ciad, Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger. Negli anni alla missione militare antiterroristica vengono tirate dentro anche Estonia, Svezia e Italia. Ci sono anche prede importanti: viene fatto fuori con un drone francese un leader ISIS nel Sahara, Kamel Abderrahmal.
C’è un piccolo problema: gli stessi governi africani, ad un certo punto, cominciano ad accusare Parigi di sostenere gli stessi terroristi che i francesi dicono di voler combattere. L’atroce pensiero è diffuso anche in altri Paesi dell’Africa francofona. In pratica, gli africani dicono: la Francia crea il problema per venderci la soluzione. È un classico. Tuttavia è da qui che è partita l’irresistibile ascesa della Russia in Africa. È da qui che nel Continente nero è entrata la Wagner, e, per la disperazione di George Clooney, da diversi anni.
Ora, più che alla decadenza post-coloniale della Francia – che manda i militari in Africa per poi trovarsi le proprie città devastate dagli africani – preme qui notare altro.
La coincidenza di questa improvvisa fiammata di sanguinario jihadismo con i fatti di Niamey è davvero singolare. I takfiri, vai a capirli, attaccano il Niger proprio quando è in mano ai militari, teso come una corda di violino per una possibile invasione dei vicini dell’ECOWAS, o peggio, snervato dall’idea che potrebbe perfino arrivare un intervento francese.
No, non il momento migliore per un’offensiva, un attentato, una strage simbolica – tanto più se è non è una panzana africana quella per cui nell’attacco hanno ammazzato 17 soldati per poi vedersi eliminati 100 miliziani.
La coincidenza, più che con l’accusa di fomentare se non controllare il terrorismo che gli africani rivolgono ai francesi, è con la visita a sorpresa in Niger del vicesegretario di Stato USA Victoria Nuland, la grande pupara neocon di vari scenari di guerra e distruzione del pianeta.
«Nei miei incontri di oggi ho avuto la sensazione che le persone che hanno intrapreso questa azione qui capiscano molto bene i rischi per la loro sovranità quando Wagner viene invitato» aveva detto ai giornalista la «Toria» tornata in patria, riferendosi al fatto che elementi del governo militare nigerino avrebbero contattato la Wagner, che già è presente in Mali e Burkina Faso, e cioè i due Paesi che hanno giurato di difendere il Niger dei generali qualora venisse attaccato dall’ECOWAS o da altri.
Fa specie sentire la regina occulta (neanche tanto) di Maidan, quella che sceglieva il vertice dello Stato ucraino con una telefonata in cui esclamava pure «si fotta la UE», parlare di sovranità. Ma al di là del wording, è innegabile che la stessa presenza della Nuland a Niamey suoni come una minaccia.
O fate come diciamo noi, o tenete fuori Mosca, o ne pagherete le conseguenze.
Pochi giorni dopo, taac, arriva l’attacco terroristico.
Ecco i soliti complottisti. Chiaro. Magari adesso parte pure il discorso per cui Al Qaeda (che qualche testata ha tirato in ballo, anche se al momento in cui scrivo sui pochi giornali che ne scrivono non pare essersi stabilizzata una sigla a cui attribuire l’attacco: c’è un mazzetto da cui scegliere, anche là) in realtà significa «la base», ed era di fatto il database dei mujaheddin reclutati in tutto il mondo dalla CIA tramite i sauditi e i pakistani per combattere i sovietici in Afghanistan, un database di cui uno dei gestori era il giovane, educatissimo figlio di miliardario Osama Bin Laden, che a cavallo tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta stava a Peshawar a preparare i terroristi, pardon, i guerriglieri da infiltrare fra i monti afghani armati con armi racimolate dagli americani, prima in Egitto e forse in Israele, poi fornite direttamente dagli USA – come i famosi missili stinger, che cominciarono a decimare gli elicotteri dell’Armata Rossa.
No, vabbè, il discorsetto sull’origine CIA di Al Qaeda e pure dell’ISIS ve lo risparmiamo – perché davanti all’improvviso terrore nigerino dovremmo lasciare tutto al caro immaginar del lettore.
Tuttavia, vogliamo approfittare solo per ricordare altre curiose coincidenze di terrorismo africano delle ultime settimane.
Come riportato da Renovatio 21, poche settimane fa l’Uganda ha approvato una legge anti-gay. Il presidente ugandese Museveni non si è lasciato intimidire dalle pressioni internazionali – persino della Chiesa cattolica e anglicana – e dalle minacce di revoca degli aiuti (quel che sta facendo ora la banca mondiale), facendo appello anche all’orgoglio delle altre Nazioni africane affinché rifiutassero di dover ribaltare la loro morale, la loro società in cambio dell’assistenza occidentale.
La Casa Bianca risposto all’Uganda dicendo, per bocca del portavoce ammiraglio Kirby: «i diritti LGBT sono parte fondamentale della politica estera USA» è stato dichiarato pubblicamente.
Passano pochi giorni, e succede qualcosa di completamente inaspettato: 54 soldati ugandesi di stanza in Somalia per una missione di pace vengono trucidati dai terroristi islamici al-Shabaab – letteralmente la «gioventù», il gruppo stragista somalo legata ad Al Qaeda, quelli pagati milioni di euro dal governo Conte-Di Maio per riavere la cooperante poi convertitasi all’Islam (se ci tenete a sapere come è andata a finire, la procura di Roma a febbraio ha chiesto l’archiviazione dell’indagine).
È una coincidenza che notiamo solo noi, qui su Renovatio 21 – siamo qui a pensare male, come sempre, e quello che facciamo e vedere cospirazioni dappertutto, permettendoci perfino di ricordare che con gli Shabaab operava la «vedova bianca» Samantha Lewthwaite, britannica convertita all’Islam radicale irreperibile dopo la strage di Londra del luglio 2007, nonostante la caccia che, teoricamente, apparati di sicurezza britannici e africani le stanno dando da anni. Avvistata – chissà se vero – in Ucraina nel 2014, a quel tempo partirono stuoli di commenti di filorussi e non solo che accusavano la vedova bianca di essere un asset dell’MI6, il servizio segreto esterno britannico, quello che secondo i russi starebbe spostando commando di miliziani ucraini in Africa per guastare le cose alla Wagner.
Passa un’altra manciata di giorni. Ecco che l’Uganda subisce un’altra strage efferata, stavolta nel suo territorio: miliziani di un gruppo noto come Allied Democratic Forces (ADF) attaccano una scuola a Mpondwe, una città vicino al confine con la Repubblica Democratica del Congo e ammazzano almeno 37 persone. Il gruppo, che si oppone a Museveni, non colpiva in modo così feroce dal 2021. Uno dei due spezzoni che lo compongono è considerato una setta islamica.
Non vi sono solo l’Uganda e il Niger a vivere un’improvvisa recrudescenza del terrore in questi giorni. A giugno una sigla terrorista che non si sentiva dagli anni Novanta, il CODECO massacra con lame e armi da fuoco almeno 46 persone in un campo profughi nella provincia di Ituri, in Repubblica Democratica del Congo. Il CODECO, che starebbe per Cooperativa per lo Sviluppo del Congo, è considerato da molti una setta para-animista, con un guru che si fa chiamare «il sacrificatore».
E cosa c’entra ora il Congo?
Non c’è solo la questione dell’Africa LGBT, il Terzo Mondo da omosessualizzare con ricatti e propaganda. O meglio, la questione si innesta in un disegno geopolitico ancora più chiaro: la grande scommessa che la Russia sta facendo nel Continente nero, uno shift storicamente unico, tra immensi forum africanisti a San Pietroburgo – dove i leader africani incontrano direttamente Putin – ed un lavoro diplomatico del ministro Lavrov che negli ultimi mesi ha fatto un tour de force in Africa senza precedenti.
Il cambiamento rischia di essere epocale, e devastante per i poteri costituiti della geopolitica globale.
È possibile pensare che, quindi, qualcuno stia muovendo certe leve – le solite – per cercare di far sterzare gli africani, prima che finiscano, dopo essere entrati anche alla corte di Pechino, ad amare troppo il Cremlino?
È possibile se consideriamo le schiette confessioni di un personaggio come Miles Copeland (1914-1991), un personaggio che vale sempre la pena di riscoprire. Copeland è innanzitutto il padre dello Stewart Copeland batterista dei Police (e autore di tante colonne sonore di film) e pure di Miles Copeland III, manager dei Police, di Sting e produttore dei R.E.M., delle Bangles, dei Cramps, dei Dead Kennedys.
Secondariamente, Copeland era uno dei più potenti agenti CIA piazzati nello scacchiere internazionale. Copeland aveva partecipato a operazioni coperte come il colpo di Stato del marzo 1949 in Siria, il golpe in Iran nel 1953, e rimane conosciuto per la sua relazione diretta come il presidente egiziano Gamal Nasser.
Divenuto in pensione noto le sue pubblicazioni di analisi sulla storia dell’Intelligence, al personaggio non può non essere riconosciuta una bella franchezza: in un’intervista a Rolling Stone del 1986, dichiarò che «a differenza del New York Times, di Victor Marchetti e di Philip Agee [due ferventi critici della CIA, ndr], la mia lamentela è stata che la CIA non sta rovesciando abbastanza governi antiamericani o assassinando abbastanza leader antiamericani, ma immagino che sto invecchiando».
Si tratta della stessa onestà con cui ha scritto il libro The Game of Nations: The Amorality of Power Politics («Il gioco delle nazioni: l’amoralità della politica di potere»), un volume del 1969 mai tradotto in Italia e ormai introvabile.
«Agli americani non piace il terrorismo. Sebbene a volte svolga un ruolo essenziale nelle stesse operazioni dell’Occidente contro i leader afroasiatici recalcitranti, nascondiamo questo fatto» ammetteva nel capitolo intitolato «Nasserismo e Terrorismo».
Copeland sostiene che il terrorista, il «fanatico», altro non è che un «perdente per definizione, ma è un’importante arma nelle mani del non fanatico che vuole vivere per la causa». Se lasciati a loro stessi, i fanatici diventano «disturbi» e la «maggioranza arriva a bloccarli, pagando qualsiasi prezzo». Tuttavia, «nelle mani di leadership non fanatiche possono diventare armi di grande flessibilità e finezza».
«Le sciocchezza che dicono possono essere pulite così non solo da avere un minimo di senso, ma sembrare pure come appartenenti ad un alto piano morale» continua l’agente CIA. «Talvolta hanno lo stesso valore sia da morti che da vivi. Sono stupendamente spendibili. Hanno anche il vantaggio della grande disponibilità».
La sincerità di Copeland è tale da insospettire – perché sappiamo che quando un ex agente della CIA vuole pubblicare un libro prima deve essere vagliato dall’agenzia stessa.
Ciò detto, la prospettiva qui enunciata con tanta chiarezza aiuta a capire molte cose: il terrorismo per la CIA non è il male assoluto, non è l’uomo nero a cui dare la caccia, come raccontato dai giornali, dai politici, dai film e dai telefilm. No, il terrorismo, per la CIA, è uno strumento, «un’arma» pure versatile ed elegante – quasi un linguaggio, una lingua straniera con cui non puoi comunicare in patria ma quando sei all’estero usi con voluttà.
Il lettore adesso può unire i puntini da solo, per le stragi africane di questi giorni e non solo.
C’è da comprendere anche il contesto: in Africa è possibile esercitarsi, sperimentare a volontà. Come per i vaccini imposti dagli oscuri potentati transnazionali o dagli oligarchi globali come Bill Gates: ecco il siero anti-tetano che in realtà sterilizza le kenyote, ecco i disastri dell’iniezione papillomavirus, le morti per il vaccino DPT, il ritorno della polio via vaccino ammesso dall’OMS tra casi di bambini paralizzati, ecco i cerotti vaccinali, i piccoli africani usati come cavie per il marchio dei quantum dots.
Per non parlare di un’altra questione, forse la più inquietante, che riguarda sempre Gates e il Pentagono stesso (e pure uno scienziato ora deputato del PD): quella delle zanzare OGM, preparate per invadere l’Africa e sterilizzare la loro specie, di modo, dicono, da far finire la malaria.
L’Africa è un laboratorio – e ciò che testano lì è per poi implementarlo qui, in Europa, dove la resistenza della popolazione è, per il momento, maggiore. Vale per i vaccini come vale con probabilità per il nuovo terrorismo (armato, come ci ripetono gli stessi leader africani, dal mercato nero ucraino creato dagli occidentali).
Ma allora, perché lo fanno in modo sempre più spudorato? Perché non coprono più nemmeno le loro tracce?
Qui si entra nella speculazione, in quella che alcuni osservatori chiamano «revelation of the method», la rivelazione del metodo. Si tratta dell’idea per cui vi sarebbe una tecnica di guerra psicologica per cui alla popolazione si fa sapere esattamente cosa si sta per fare. Il risultato è duplice: preparare le persone ai cambiamenti, e nel frattempo confonderle – perché se le cospirazioni più fantasiose si realizzano, la linea tra realtà e finzione sparisce, e la psiche dell’individuo diviene più malleabile.
La rivelazione del metodo era tornata alla ribalta con il disastro chimico di Palestine, Ohio, a inizio anno, quando si apprese che il medesimo evento era predetto in un film di due anni prima, White Noise, tratto da un romanzo di Don DeLillo: tutto collimava, l’incidente del treno, la fuoriuscita di sostanze tossiche, il paesino sotto shock… alcuni cittadini di Palestine avevano fatto le comparse per il film.
Altri vedono anche nel successo planetario di Squid Game, la serie più vista degli ultimi tempi in tutto il mondo, i segni di rivelazione del metodo: un gruppo di miliardari crudeli e perversi si divertono a mettere i popolani l’uno contro l’altro, utilizzando il danaro come motore della disintegrazione sociale, e godendo nel vedere che i poveri si ammazzano e riducono il loro numero tra laghi di sangue.
Chi sa mai cosa ci stanno cercando di dire… Altro che significati occulti.
E quindi, l’arma terrorista sta per essere ri-applicata ancora una volta in Europa? È possibile, sappiamo che i loro padroni amano i fiumi di sangue, sappiamo che vogliono instaurare qui un’anarco-tirannia, dove una certa dose di terrorismo, anche quotidiana, aiuterà la popolazione a rimanere divisa e sottomessa, e al padrone di proseguire con i suoi piani.
E altre cascate di sangue.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
La scuola dell’amicizia
Due sabati fa ho vissuto un’esperienza magica. Sono tornata nella città natale della mia defunta madre per partecipare al funerale di una delle sue più care amiche. Lì, ho condiviso ricordi, prima al cimitero e poi in un ristorante vicino, con le due superstiti del gruppo di quattro donne – tra cui mia madre – che avevano stretto un legame di amicizia indissolubile e sempre caloroso nel corso di otto decenni.
Conoscere i propri genitori è un percorso che dura tutta la vita. Crescendo, mescoliamo e rielaboriamo continuamente i ricordi che abbiamo di loro, nella speranza di ricostruire un ritratto più o meno completo di chi rappresentavano per noi e per il mondo.
Per me, fare ciò non è una semplice e occasionale incursione nella nostalgia. Si tratta, piuttosto, di una ricerca costante, alimentata da un desiderio forse vano di accrescere continuamente la mia consapevolezza mentre mi avvicino al mio ultimo giorno. E questo per una semplice ragione. Sarò sempre il figlio dei miei genitori, e ciò che erano, o non erano, è profondamente radicato in me.
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È risaputo che la nostra memoria è inaffidabile. Ma è altrettanto risaputo che, per impedire che una persona si dissolva in un groviglio di sensazioni fugaci e frammentate (obiettivo che sembra essere perseguito da molti educatori e promotori della cultura popolare contemporanea), dobbiamo impegnarci a costruire un’identità funzionale a partire dai numerosi frammenti di memoria che portiamo dentro di noi.
Esiste un metodo per farlo? Non ne sono sicuro.
Credo però che ci siano alcune abitudini che possono essere d’aiuto, come tenere un registro dettagliato dei ricordi – o, nel mio caso, essendo una persona con una grande sensibilità uditiva e visiva, registrazioni di voci piacevoli e immagini di luoghi – a cui possiamo tornare più e più volte nel corso della nostra vita.
Rivivendo questi momenti di calore e appagamento spirituale, non solo troviamo conforto nei momenti difficili, ma ricordiamo anche a noi stessi, in mezzo alla falsa cornucopia della cultura consumistica, ciò che il nostro essere interiore desidera veramente mentre andiamo avanti nel tempo.
Ascoltandomi in questo modo, negli ultimi anni mi sono stupito di come i ricordi della mia infanzia nella città natale di mia madre, dove trascorrevo solo i fine settimana e le vacanze estive con i miei nonni, mio zio e mia zia, siano arrivati a oscurare quelli del luogo in cui sono cresciuto giorno dopo giorno, dove andavo felicemente a scuola e giocavo a hockey su ghiaccio, dove ho avuto i miei primi amori e ho bevuto di nascosto le prime birre con i miei amici.
Strano, vero? Beh, l’altro giorno credo di aver trovato una spiegazione. Leominster, la città post-industriale di mia madre, a 20 minuti dalla mia, era un luogo dove tutti contavano qualcosa e dove, quando camminavo per la via principale tenendo per mano mio nonno, o compravo il giornale con mio zio dopo aver assistito alla messa delle sei del mattino, c’era sempre tempo per scambiare due parole o raccontare qualche aneddoto. Così ho imparato che ogni incontro apparentemente banale e pratico con gli altri è un’opportunità per cercare di comprenderli e di capire un po’ meglio il loro mondo.
Ma ancora più importante era il modo in cui la famiglia di mia madre concepiva l’amicizia. Partivano tutti dal presupposto che praticamente chiunque si incontrasse regolarmente ne fosse degno e che, salvo casi di menzogne grottesche o ostilità, quel legame sarebbe durato, in un modo o nell’altro, per sempre.
Inutile dire che questa prospettiva dava enorme importanza alla tolleranza. Quando, durante i cocktail party del sabato pomeriggio a volte organizzati dai miei nonni – quest’ultimo membro del comitato scolastico da 25 anni e leader locale del Partito Democratico – Jimmy Foster si presentava ubriaco fradicio, o Doc McHugh si lasciava un po’ trasportare dalla propria genialità, il loro comportamento non ortodosso veniva considerato, come tante altre cose simili, una dimensione normale, seppur un po’ pittoresca, della vita.
E qui risiede un paradosso meraviglioso e forse rivelatore. Gli Smith di Leominster erano ben lungi dall’essere ciò che oggi definiremmo relativisti morali. Nutrivano profonde convinzioni, radicate sia nella loro fede cattolica sia nell’odio irlandese per le bugie, la falsità, le molestie e l’ingiustizia. E se qualcuno oltrepassava uno qualsiasi di questi limiti, esprimevano senza mezzi termini il loro disappunto.
Ma fino a «quel momento», che in realtà arrivava in pochissimi casi, eri un amico fidato con tutte le tue peculiarità, le tue stranezze o le tue preoccupazioni esagerate.
Per mia madre, così come per mio zio e mia zia, questo connubio di profonda convinzione e grande tolleranza ha permesso loro di stringere amicizie straordinariamente durature con persone molto diverse tra loro.
Quando mio zio, politicamente convinto conservatore, morì, il suo amico ultraliberale, che conosceva da 70 anni e che era stato in passato nella lista dei nemici di Nixon, venne da Washington per pronunciare l’elogio funebre. Negli ultimi decenni della sua vita, le amiche più care di mia zia – il cui cattolicesimo si potrebbe definire tridentino – erano una coppia di lesbiche.
E per quanto riguarda mia madre – il cui gruppo di quattro amiche più intime comprendeva un’ambiziosa donna d’affari divorziata che aveva trascorso molti anni in Australia; una moglie, madre e imprenditrice che aveva sconfitto il cancro per ben quattro volte; e una donna elegante e atletica felicemente sposata con lo stesso uomo da 70 anni – quel momento per porre fine o anche solo mettere in discussione le fondamenta della sua amicizia non arrivò mai. E così fu per quasi tutte le altre amicizie che coltivò e di cui godette nel corso della sua vita.
E due sabati fa, io e mia sorella ci siamo rallegrati non solo dei racconti che i due sopravvissuti ci hanno fatto su otto decenni di amicizia condivisa, ma anche della certezza di aver frequentato, grazie alla straordinaria capacità di mia madre e della sua famiglia di creare e coltivare amicizie, una scuola ben più importante di quelle in cui abbiamo conseguito le nostre prestigiose lauree universitarie.
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Possibile che, in questi tempi di divisione, caratterizzati dalla pressione di schierarsi rapidamente da una parte o dall’altra di una particolare posizione sociale o ideologica, gli Smith di Leominster avessero ragione nelle loro idee sull’amicizia?
È possibile che quelle che oggi, nel nostro Paese apparentemente irrimediabilmente diviso, vengono considerate convinzioni ideologiche, non siano in realtà vere e proprie convinzioni, ma piuttosto etichette a cui molti aderiscono in modo rapido e superficiale proprio perché non hanno riflettuto a fondo su ciò in cui credono o perché non vogliono apparire antiquati o disinformati?
Forse è giunto il momento di ricordare loro ciò che i membri della famiglia di mia madre sapevano e trasmettevano quotidianamente: che ogni persona è un’opportunità di apprendimento e che le persone con convinzioni veramente salde non temono le opinioni contrarie, né sentono il minimo bisogno di mettere a tacere o censurare coloro che non sono d’accordo con un aspetto o l’altro della loro visione della realtà.
Thomas Harrington
Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Espana
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Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
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Pensiero
Quando la nightlife universitaria è un lontano ricordo
Il tempo della sfrenata vita notturna universitaria perugina è un lontano ricordo, non solo per i miei sopraggiunti limiti di età, ma soprattutto perché quello che vi era una volta oggi non c’è più. Un centro storico vivo, carico, pieno di studenti provenienti da tutta Italia che potevano tirar tardi – fino alle prime luci dell’alba – in più di un disco pub.
Oggi quella nightlife è svanita. Ce n’è un’altra, diversa, sicuramente bella per chi la vive, ma un dato oggettivo e incontrovertibile è sotto gli occhi di tutti: mancano i locali per ballare, per incontrarsi, per socializzare.
L’unico luogo rimasto deputato ai balli notturni (e si badi bene, solo nel fine settimana) è un caffè situato nei pressi della facoltà di Economia che, ahinoi, è stato chiuso l’anno passato a causa di una rissa violenta e della tragica morte di un giovane studente che voleva solo passare una serata tra amici. Pare, e dico pare, che nella prossima stagione forse riaprirà per dare spazio alla musica e ai giovani. Vedremo.
Le ragioni di questa desertificazione non sono di facile analisi e credo risiedano in profondità. Due decenni non possono non segnare un cambiamento a livello sociale, ma è altresì vero che lo svuotamento lento e inesorabile dell’acropoli ha portato a una situazione che oggi dovrebbe farci riflettere, e non poco. La nuova amministrazione di sinistra ha sempre proclamato di essere dalla parte della musica, ma a tutt’oggi non si sono ancora viste piazze e vie piene di gente che balla sulle note di qualche band o artista.
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Nel mio ultimo iter universitario, risalente all’inizio del decennio precedente, ricordo un docente di economia che spiegava come le pay-tv e le varie piattaforme, come Netflix e affini, investissero consistenti cifre di denaro in pubblicità indicizzandola nella fascia di età che va dai diciotto ai quasi cinquant’anni. Perché? Perché in quel periodo della vita si è più portati a uscire e abbandonare il divano, per poi reimpossessarsene dopo i cinquanta. Quindi il marketing spinge per convincere quella clientela a restare a casa e godere dei piaceri del vecchio tubo catodico – o meglio, del mega schermo – con la copertina di pile e lo scaldotto.
Era un’impresa non facile accaparrarsi quei telespettatori vogliosi di socialità, di uscite serali per un aperitivo lungo, per una pizza e financo per andare a ballare non solo nel weekend. Ci ha pensato l’avvento della «psico-pandemia» e il conseguente isolamento forzato a fare il lavoro sporco per le grandi multinazionali del networking; d’un tratto ci siamo ritrovati col pigiamone e le ciabatte di pelo a vagare da una stanza all’altra e a ingozzarci di serie televisive e di talk-show contornati da saltimbanchi che urlano sproloqui, con una sottaciuta felicità perché al sicuro da possibili rischi di contagio.
Quando il mondo è tornato come prima (più o meno…), quell’apatia indotta credo sia rimasta in molti, aggravata da un uso sempre più smodato dei social, sia tra i giovani che nelle generazioni a salire fino ai boomer.
I centri urbani sembrano isolarsi progressivamente, vedendo scomparire quei pub e discopub che in tempi recenti sono stati il motore dell’economia notturna e luoghi deputati all’aggregazione. Con loro muore una socialità vera, sincera e reale, che ci permetteva di intessere relazioni con persone improbabili incontrate al bancone del bar o, meglio ancora, di interagire con l’altro sesso. Oggi queste regole d’ingaggio sono profondamente cambiate: il filtro che si frappone tra noi e l’altro è uno smartphone che ci descrive già l’interlocutore in toto. Sappiamo come la pensa, quello che gli piace, il suo orientamento politico, dove lavora, che abitudini ha, e le foto ci mostrano la sua fisicità da diverse prospettive.
A causa della tecnologia sparisce la curiosità, il gusto di incontrare una persona in un locale, avvicinarla, parlarle e cercare di conoscersi e scoprirsi assieme, magari anche dopo il primo incontro. Oggi filtriamo prima; lo facciamo dal divano, senza avere la voglia e il desiderio di alzarci e farci un giro per la città. La pigrizia della socialità reale ha preso il sopravvento, ha fagocitato i nostri desideri e quel sapore della scoperta e dell’incognito che ci permetteva di sentirci vivi ogni qual volta interagivamo con qualcuno.
Il mondo universitario di oggi è, e sempre lo sarà, divertente per le generazioni che lo stanno vivendo. Il boomer che si arroga la saccenza di dire «ai tempi miei…» è irritante, supponente e infelice. Però abbiamo un dato incontestabile: molte città avevano un’offerta maggiore di luoghi deputati alla movida. Prendiamo ad esempio la mia Perugia: è un polo universitario riconosciuto per la sua importanza, non fosse altro per l’Università per Stranieri, dove da decenni studenti da tutto il mondo arrivano e studiano ammirando il nostro Arco Etrusco, adiacente alla facoltà.
L’integrazione e il sano divertimento sono stati un caposaldo nel corso degli anni passati. Mi preme rimembrare un vecchio articolo scritto da due studenti di allora, nonché amici: Jacopo Cossater e Mimmo Arena. Quest’ultimo, il vocalist più simpatico e coinvolgente che abbia avuto Perugia in quel periodo, insieme al DJ Alex Menichetti ha fatto saltare e ballare generazioni di ragazzi. I due baldanzosi studenti, al tempo, hanno tratteggiato con veritiera ironia la settimana notturna perfetta dello studente, sottolineando che «il vero clubber non riesce a stare a casa la sera». Un programma serrato, ricco, succulento, pieno di divertimento, colmo di scambio di allegria e socialità, di molteplici opportunità di svago per tutti i gusti e per tutte le tasche. Una vita universitaria a gas spalancato, vissuta al massimo e piena di gioia.
Parte la settimana e «il lunedì c’è gente che riesce comunque a tirar le sei», chiudendo la serata in un angusto disco club di fronte allo storico Teatro Morlacchi.
Il martedì, oltre al solito aperitivo e cena, si andava allo Zoologico fino a dopo le due di notte, dove la fila per entrare era un serpente che si snodava lungo la discesa che portava a questo luogo magico, in cui l’interazione tra i ragazzi e le ragazze raggiungeva una sublimazione quasi mistica. Ma il martedì c’era pure la discoteca fino alle prime luci dell’alba per gli studenti più temerari, per poi fare lo spuntino al forno del «Sanfra», ossia a ridosso della chiesa di San Francesco al Prato, trasformata da tempo in un auditorium dove tutti gli amanti del jazz e della musica non possono non ricordare le notti infinite di Umbria Jazz, dove la Gil Evans Orchestra incantava la città con le sue note. Il mercoledì è la notte del rock ed è vietato mancare.
Il giovedì universitario è un appuntamento fisso in una delle discoteche a ridosso della città. Il venerdì sono pieni tutti i locali e il sabato le discoteche della provincia (almeno cinque) erano tutte quasi sempre sold out. La domenica notte si ballavano gli anni Ottanta in uno dei locali più cool del centro.
Raccontare ciò sembra di narrare qualcosa vissuto in un’altra vita, in un’altra dimensione. Oggi c’è lo scenario del deserto, dello street bar che ha preso il sopravvento e vede decine di ragazzi tracannare alcol di pessima qualità a basso costo. Ma se vogliamo essere ancor più chirurgici e veritieri, anche questa moda – durata pure troppo a lungo per il sottoscritto – è bella che decotta. Di cinque discopub all’interno delle mura storiche non vi è più traccia; i pub, con le loro tavolate di giovani a bere birra e a chiacchierare, sono scomparsi. A girare in centro nelle ore notturne a volte si ha una sensazione di insicurezza, perché quell’anarco-tirannia che ha azzannato le periferie si sposta, piano piano, anche in città, deformando in parte una ciclicità di lifestyle sempre più appassita.
Solo per citare uno degli ultimi incresciosi avvenimenti in ordine di tempo, come riportato dall’edizione locale de Il Messaggero, qualche settimana fa una delle principali piazze del centro storico è diventata lo scenario di un brutale scontro tra nordafricani, costringendo gli esercenti ad abbassare le serrande in anticipo per paura. Questo episodio non rappresenta un alterco isolato, ma è l’ulteriore conferma di una situazione alquanto compromessa dal punto di vista dell’ordine pubblico all’interno della città vecchia.
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La volontà di proporre offerte di entertaiment nuove nel centro storico è latitante e aleatoria, anche alla luce di una palpabile insicurezza percepita oramai da tutti i cittadini.
La solitudine ha preso possesso delle nostre vite già assai svuotate da ogni principio etico e morale, ma riempite quantomeno di spensierato divertimento con il nostro prossimo. La coda lunga del sano e rimpianto edonismo degli anni Ottanta ce la siamo portata dietro fino all’inizio del nuovo millennio. Dopo lo shock economico del 2007/2008 qualcosa è cambiato, qualcosa che già sotto la cenere ardeva da tempo e in ispecie a Perugia il famigerato omicidio Meredith ha scoperchiato un vaso di pandora che è deflagrato dopo quell’efferato evento che ha avuto una cassa di risonanza mediatica mondiale.
In definitiva, la desertificazione notturna dell’acropoli perugina non è un fenomeno isolato, né la semplice conseguenza di un ricambio generazionale. È il sintomo tangibile di una mutazione antropologica più profonda, dove lo spazio pubblico ha smesso di essere il palcoscenico dell’incontro e dell’imprevisto per trasformarsi in un vuoto di passaggio.
Davanti a questo scenario, l’immobilismo delle istituzioni e la mancanza di una visione strategica volta, non solo al domani, ma al dopodomani, rischiano di cronicizzare il problema del centro storico. Non basta sventolare slogan a favore della cultura se poi si permette alla delinquenza di prendere sempre più piede e allo sballo low-cost dei pochi «street bar» rimasti di ridefinire l’identità della città, scacciando la vitalità sana che per decenni ha reso Perugia un punto di riferimento internazionale.
Per invertire la rotta non serve la nostalgia fine a sé stessa del «si stava meglio prima», ma un atto di coraggio politico e sociale: restituire ai giovani dei luoghi fisici in cui potersi guardare in faccia, ballare e riscoprire la bellezza di viversi, finalmente, fuori da uno schermo.
Francesco Rondolini
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Immagine di Demincob via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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