Pensiero
Foreign Fighter USA dal fronte ucraino trovato armato in Piazza San Pietro. Perché?
È davvero forte il titolo che ha dato ieri l’edizione romana de la Repubblica, il giornale che ha dato la notizia: «Super ricercato Usa arrestato armato durante l’udienza del Papa: “Vengo dal fronte di guerra ucraino”».
«Cosa ci faceva un americano armato come un macellaio a Roma?» si chiede il quotidiano degli Agnelli. «Cosa ci faceva uno dei più pericolosi e ricercati criminali dello Stato di New York, nella top twelve dei “most wanted“, armato sino ai denti a Piazza San Pietro e arrivato direttamente dall’Ucraina? Moises Tejada, cinquantaquattrenne statunitense, negli USA è “classificato come estremamente violento”, così è scritto sul sito del New York State Department of Corrections and Community Supervision’s Office of Special investigations».
Viene specificato che nelle avvertenze è posto un monito preciso: «se lo vedete chiamate subito le forze dell’ordine, non cercate di fermare questi soggetti da soli poiché sono particolarmente pericolosi».
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Il fatto, leggiamo, risale a quasi dieci giorni fa. «I nostri poliziotti, ispettorato Vaticano, l’hanno notato (…) nell’Urbe. Non un giorno qualsiasi, poiché piazza San Pietro era affollatissima per l’udienza generale del Papa».
Poi parte la descrizioni delle doti extrasensoriali delle italiche forze dell’ordine: «Gli agenti senza sapere chi fosse, grazie anche al loro intuito, non gli hanno mai levato gli occhi di dosso, nemmeno per un secondo, fino a decidere di fermarlo e, infine, perquisirlo» continua il quotidiano fondato dal «laico» Scalfari, che pure anche lui qualche visita in Vaticano, nei primi giorni del papa preferito dai massoni, se l’era fatti per intervistare proprio l’inquilino di Santa Marta.
Ma torniamo in Piazza San Pietro, con i poliziotti premonitori. Lo hanno fermato, e «l’istinto aveva dato loro ragione. La scoperta delle armi che hanno trovato addosso all’americano gli ha lasciati interdetti: perché andare in giro con tre coltelli, uno con la doppia lama, da venti centimetri ciascuno? Per farne cosa?»
Già, una bella domanda. A cui epperò mica nessuno vuole dare risposta, neanche ci prova. Qualche giornale di destra, a denti stretti, ha provato a parlare di «segnale», ma buttandola là.
Quindi: un criminale americano super-ricercato, violentissimo, che dal fronte ucraino finisce, armato di coltelli, in Vaticano. Non abbiamo idea del perché. Interessante. Assai.
Apprendiamo che l’uomo, tale Moises Tejada «è planato sull’Urbe una decina di giorni fa, così hanno potuto verificare gli investigatori attraverso l’analisi del passaporto, dalla Moldavia dove era da poco arrivato da Kiev».
«In commissariato, in manette, con l’accusa di porto abusivo d’armi e resistenza, gli agenti hanno scoperto che negli USA, precisamente nello stato di New York, è considerato un “most wanted“». Pare che il personaggio si sarebbe reso responsabile di sequestri di agenti immobiliari che rapinava e riempiva di botte. Chiedeva appuntamenti per vedere case di lusso, poi aggrediva violentemente gli immobiliaristi per poi lasciarli seminudi nelle abitazioni.
Strano modus operandi, che forse parla di una tipologia specifica di personalità.
«Insomma, più che un criminale tutto tondo, una persona fuori controllo degna però di essere inserita tra i maggiori ricercati dello Stato» continua Repubblica. «A questo punto investigatori e inquirenti si sono domandati: come mai uno degli uomini più ricercati a New York è riuscito a lasciare il Paese in aereo e dirigersi a Kiev?»
È bello che il giornale degli Elkann guidato da Maurizio Molinari trovi, per una volta, di farsi una domanda vera. Specie considerando i rapporti non idilliaci di ambedue – gli Elkann e Molinari – con la Russia. Perché la Russia c’entra anche qui.
«A febbraio del 2022 ha abbandonato gli USA e si è diretto in Ucraina (come emerge dal suo passaporto) dove ha spiegato ai magistrati di aver combattuto, gli ha perfino mostrato delle foto in mimetica, armato di pistole e fucili». Il nostro è un Foreign Fighter, quindi, e non fa nulla per nasconderlo – c’è da capirlo, del resto, perché abbiamo visto, a dispetto di una legge specifica, l’Italia fischiettare sui Foreign Fighter pro-Kiev, mentre ci ricordiamo di subitanei arresti in aeroporto per quelli sospettati di aver combattuto per conto dei russi.
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Ma torniamo alle domande che Repubblica pone, e cerchiamo di accennare noi una mezza risposta, fatta della solita nuvola di puntini che sarà compito del lettore unire da sé.
In primis, ricordiamo che, per quanto riguarda la facilità con cui si possono spostare dagli USA all’Ucraina certi criminali. Ci viene in mente la vicenda del veterano americano incriminato dal Dipartimento di Giustizia USA per l’omicidio di una coppia in Florida, molto misteriosamente comparso a «lavorare» al fronte in Ucraina come «volontario», nonostante su di lui penda una richiesta di estradizione da parte di Washington. Il personaggio, che in America avrebbe minato la casa della moglie incinta, cercato di ucciderla, e poi ammazzato una coppia di «donatori» che volevano dare danaro alla sua causa, avrebbe aderito nel 2015 ad una milizia di estrema destra e, secondo documenti trapelati dalla divisione penale del Dipartimento di giustizia dell’Ufficio per gli affari internazionali il veterano americano in Ucraina avrebbe «presumibilmente preso come prigionieri non combattenti, li avrebbe picchiati con i pugni, li avrebbe presi a calci, li avrebbe picchiati con un calzino pieno di pietre e li avrebbe tenuti sott’acqua».
In secundis, vediamo come la personalità con tratti di violenza parossistica pure non è rara tra la manovalanza estera mandata in Donbass – anche prima dell’invio delle truppe russe il 24 febbraio 2022. Nel caso sopracitato, secondo il sito Ukr-leaks che raccoglie i documenti trapelati, un testimone – poi arrestato negli USA – avrebbe quindi anche raccontato di come il veterano americano avrebbe picchiato e annegato la ragazza, mentre un altro membro del gruppo, un australiano, le avrebbe somministrato iniezioni di adrenalina in modo che la giovane non perdesse conoscenza. «Tutto questo è stato filmato dalla telecamera» scrive il sito.
Diciamo di più: tali tipi di profili, inclini alla violenza parossistica sino all’essere insensata, ultrasadica, non solo sono comuni nelle guerre sporche degli USA in giro per il mondo, sono necessari.
La creazione delle forze neonaziste che servono il regime di Kiev – cioè lo Stato profondo americano – è stata operata per anni andando a lavorarsi le parti della popolazione che più si sarebbero prestate alla psicologia della violenza indiscriminata: ecco serviti al serbatoio immenso di braccia tatuate e teste rasate che sono le curve degli stadi le teorie di Bandera. È un processo di radicalizzazione, che non deve essere stato differente da quello di ISIS e Al-Qaeda. Lo si vede bene, descritto anche con una certa mesta poesia, nel film Syriana. È un qualcosa che, nemmeno più a denti stretti, cominciano a temere i servizi di sicurezza americani e pure qualche politico goscista francese: i Foreign Fighter di ritorno, radicalizzati in Ucraina in maniera totale, di ritorno a casa, magari pure con qualche arma di quelle «donate» a Kiev.
È il «jihadismo ucronazista» coltivato dall’Occidente per questo conflitto e forse per il prossimo – quello contro la stessa popolazione europea da trascinare nell’anarco-tirannia, come scritto tante volte da Renovatio 21.
Prendi una generazione impoverita (i soldi sono andati tutti agli oligarchi, gli stessi che poi hanno finanziato le milizie ucronaziste), la riempi di ideali che risuonano con il testosterone giovanile, sangue e suolo, la violenza come principale valuta sociale… aggiungi appoggi politici, armi, etc. Quello che ottieni è guerra. Morte e distruzione. Cioè quello che serve ai pupari per creare il cambiamento geopolitico.
È bene ricordare che se diciamo «nazisti», stiamo dicendo davvero «nazisti», oppure anche peggio. Strapagati giornalisti italiani ci hanno detto che i ragazzi con la svastica leggono Kant, la realtà è che i «nazionalisti integralisti» ucraini sono stati capaci di crudeltà che hanno impressionato pure gente di stomaco. È il caso di quel famigerato skinhead americano tatuatissimo, un altro volontario del fronte ucraino che aveva dichiarato che mai aveva visto una violenza del genere.
Girava un video, già prima della guerra, intitolato «gli ebrei si beccano la corda». Il contenuto: una donna incinta e suo marito, presumibilmente di origine giudaica, venivano linciati dai miliziani. Dicevano che si trattava di propaganda russa, non era vero. I nazisti ucraini non esistono. Salta fuori che, anche se i due non sono ebrei, il video è vero: e che i nazisti ucraini non solo esistono, ma sono capaci di gesti così indicibili da far pensare, più che altro, a vere caricature dei nazisti.
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E allora, torniamo alla domanda vera: perché? Perché il supercriminale Foreign Fighter ucraino stava in Piazza San Pietro?
Ah, poi c’è chi si chiede come abbiano fatto a beccarlo: alcuni non sono disposti ad accettare subito la storia dell’intuito da chiaroveggenti dei nostri, pur bravissimi certo, poliziotti zona Vaticano. Qui le ipotesi possibili sono due.
La prima: in Vaticano ci sono telecamere dotate di tecnologia face recognition, ma forse non si può dire, perché in Italia non si capisce se siano esattamente legali, e la Santa Sede non è Italia ma, pensano gli attuali occupanti del Soglio, è meglio non dirlo troppo spesso. Quindi: voi che su Facebook scrivete commenti contro Bergoglio, occhio.
La seconda: qualcuno ha fatto una soffiata, e ha avvertito i nostri che il tizio, ecco la foto segnaletica, era diretto da quelle parti. Qui si aprirebbero altre questioni cui ovviamente non sapremmo rispondere in alcun modo. Se lo ha mandato qualcuno, chi lo ha mandato? A fare cosa? Chi ha spifferato? Con che fine? Era avvertire di un pericolo, o era, più sottilmente, far comprendere a qualcuno, che c’è quel pericolo esiste?
Roba abissale, giuochi di specchi sacri e geopolitici come ai tempi di Ali Agca e le piste che incrociano i lupi grigi (altri giovani radicalizzati contro la Russia…), servizi bulgari, frati belgi legati alla CIA (come suggerì in un’intervista, sornione e diabolico, Andreotti), magari pure la Madonna di Fatima, et pour cause.
Possiamo solo buttare lì qualche altro puntino per il lettore. Sappiamo che il rapporto del papa con l’Ucraina, partito con un bacio alla bandiera della Centuria di Maidan (proprio ad un’udienza del mercoledì), passato per una politica di relazioni sterile, falsa e millantatoria, finito con vari insulti da parte Ucraina, è quello che è.
Lui ce l’ha messa tutta: ha taciuto quando hanno attaccato un suo sacerdote – sì, un prete cattolico, ad Uzhgorod – quando aveva osato pregare per la pace, ha provato a vendere ai giornalisti l’idea che la sua conversazione a Budapest con Ilarione – gerarca modernista e filocattolico del Patriarcato di Mosca finito rimosso, e che peraltro ora, dopo la Fiducia Supplicans, di Roma non ne vuole più sapere nulla – serviva alla pace, aveva mandato avanti Zuppi (idea geniale) a Kiev, aveva accettato che Zelens’kyj si sedesse prima di lui da ospite nell’incontro in Vaticano durante l’Italian tour del comico ucraino finito chez Bruno Vespa. (Qualcuno, in Russia, dice che il vertice tra Francesco e il comico TV divenuto presidente, invece, abbia alle spalle un famoso cardinale inglese…)
Bergoglio si era beccato gli insulti del consigliere di Zelens’kyj Mikhailo Podolyak, che sul Corriere della Sera (dove sennò) attaccò il papa e il cristianesimo tutto. Poi, con la storia dell’appello ai negoziati lanciato dall’argentino alla testata svizzera, ecco le offese anche del ministro degli Esteri già «bambino di Chernobyl» in Irpinia Kuleba, che ha insinuato di antichi rapporti della Santa Sede con il nazismo (il bue che dice all’asino… ecco quella storia lì).
Davvero, il ragazzo biancovestito in sedia a rotelle ce l’aveva messa tutta, o almeno aveva fatto finta, almeno per un po’. Adesso, chissà cosa vogliono dirgli.
Anche perché ad essere arrabbiati con lui mica sono solo quelli della banda di Kiev. Qualche mese fa è partita la rabbia dei rabbini, perché questa equidistanza vaticana con i palestinesi (fra cui, ricordiamo, la Chiesa cattolica ha molti, molti fedeli) non si poteva sentire. Anche lì: il sudamericano si era impegnato, nel 2017 aveva pure visitato la tomba del fondatore del sionismo Teodoro Herzl (ma perché?) a fianco di un soddisfattissimo premier Netanyahu, quello che adesso chiamano macellaio genocida, sconfessando il suo predecessore papa San Pio X che, in modo leggermente diverso, quando Herzl gli chiese l’appoggio per far tornare gli ebrei in Palestina gli promise che la Chiesa si sarebbe opposta con ogni forza al progetto.
Ma un patatrac presso il Sacro Palazzo cuore della cristianità globale farebbe comodo a tanti altri.
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Sappiamo come funziona il pensiero dei padroni del vapore: il programma va mandato avanti per traumi. Le società umane si manipolano shock dopo shock. Presidenti uccisi, presidenti rapiti, bombe nelle piazze, nelle stazioni, aerei dirottati, torri che cascano, guerre, invasioni, pandemie.
Aggiungiamo anche un altro pensiero, sul quale non ci dilungheremo qui. Durante la guerra del Vietnam la CIA organizzò uno sforzo operativo chiamato Phoenix Program, che doveva distruggere fisicamente e moralmente il sistema dei Viet Cong attraverso rapimenti, infiltrazioni, assassinii, terrorismo, torture. Secondo alcuni, il Phoenix Program prevedeva la creazione vera e propria di serial killer. Soldati americani capaci di violenze infinite, psicopatici al punto da essere più considerabili per i nemici come vampiri (con atti di cannibalismo inclusi) che non come nemici, in grado quindi di scatenare timori ancestrali nei vietnamiti comunisti.
C’è chi dice che l’effetto più evidente di questo programma siano stati i continui casi di assassini seriali registrati in USA negli anni Settanta e Ottanta. Moltissimi di questi soggetti, divenuti popolari grazie a stampa, TV e cinema, avevano un passato tra i militari americani, alcuni proprio direttamente in Vietnam. Se ci fate caso, dopo gli anni Novanta – in cui il fenomeno divenne una costante, più che nella cronaca nera, nella cultura popolare – i serial killer sono spariti.
Dove sono finiti gli assassini seriali? Sono scomparsi? O forse, dice qualcuno con malizia, ne hanno «chiuso la fabbrica»? E la fabbrica, magari, si può riaprire? L’hanno riaperta?
Una volta potevi parlare dei patsy, dei capri espiatori usati nei grandi misteri storici, e non prenderti del complottista. Ricordo ancora i tempi in cui credere che Lee Harvey Oswald fosse un matto manipolato (anche lui con trascorsi militari significativi…) piazzato lì per prendersi la colpa del regicidio Kennedy non era una bestemmia, anzi era la norma.
Ora c’è da aver paura anche solo a fare delle ipotesi. Ma non solo per l’etichetta di pazzotico che ti possono affibbiare i benpensanti, i fact-checker, gli algoritmi censori dei social e dei motori di ricerca. C’è da aver paura di averci ragione.
Che cosa sono disposti a fare, questi mostri, per far bruciare ancora di più il mondo?
A quale altro regicidio dobbiamo assistere?
Quale efferata crudeltà li sazierà mai?
Roberto Dal Bosco
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Intelligenza Artificiale
Il volto nascosto della democrazia
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Il desiderio protestante come forza motrice della democrazia
La democrazia moderna mira a trasformare i cittadini in individui dalla mentalità di gregge, che obbediscono ciecamente alla volontà dello Stato (non è forse l’UE, ormai logora e reduce dalla capitolazione a Trump, che tuttavia disciplina i suoi cittadini con la frusta, un perfetto esempio di ciò?), per la semplice ragione che si fonda interamente sulla negazione protestante del libero arbitrio. La democrazia moderna non crede nelle autentiche libertà individuali; al contrario, attraverso la teoria della predestinazione, trasforma l’essere umano che si considera eletto, e che viene riconosciuto come tale dai Poteri Forti, in un falso dio che, attraverso la formazione di uno Stato repressivo degli eletti (si pensi agli Stati Uniti o all’Israele sionista), crede di poter trasformare in realtà i suoi desideri più oscuri. Il desiderio è, di fatto, l’elemento più importante per comprendere le cause del crollo della democrazia moderna. Secondo il mito hegeliano del padrone e dello schiavo, il desiderio dello schiavo di essere riconosciuto dal padrone, e viceversa, è fondamentale per comprendere la formazione delle società umane e la progressione dialettica della storia verso una società perfetta come quella rappresentata dalla democrazia imposta in tutto il mondo dal Codice Civile napoleonico. Secondo l’Hegel divulgato da Alexandre Kojève in Introduzione alla lettura di Hegel, padrone e schiavo si riconciliano nella figura del cittadino, che trova la libertà obbedendo alle leggi di uno stato omogeneo e universale – il culmine della democrazia – che si estenderà in tutto il mondo. Kojève merita maggiore attenzione di quanta ne riceva di solito, in quanto figura chiave per la comprensione della natura dispotica della democrazia. Non solo l’ha teorizzata, influenzando un’intera generazione di intellettuali europei, ma l’ha anche messa in pratica nella sua forma più brutale. Secondo Fukuyama, se Kojève dedicò gran parte della sua vita alla burocrazia di alto livello e abbandonò il lavoro intellettuale, lo fece per «supervisionare la costruzione [dell’Unione Europea] come dimora definitiva dell’ultimo uomo», in cui, in quanto stato universale omogeneo, la politica avrebbe dovuto essere sostituita dall’amministrazione e i confini nazionali dissolti. Kojève non usa mezzi termini e, in una lettera a Leo Strauss del 19 settembre 1959, chiarisce che in questo stato omogeneo universale, che è positivo semplicemente perché rappresenta lo stadio finale dell’umanità, gli esseri umani in quanto tali cessano di esistere e vengono sostituiti da «automi sani» che sono «soddisfatti» praticando sport, arte o indulgendo nell’erotismo, mentre «quelli che sono automi malati [insoddisfatti] vengono rinchiusi». In un’altra lettera del 1955, indirizzata a Carl Schmitt, Kojève spiega che lo stato omogeneo universale si è sviluppato in tutta l’umanità grazie all’impulso di grandi uomini, da Alessandro Magno a Napoleone, e da Napoleone a Stalin («l’Alessandro Magno del nostro mondo, il Napoleone industrializzato»). Kojève spiega anche, senza il minimo imbarazzo, che «Hitler era una versione nuova, ampliata e migliorata di Napoleone», ma che «sfortunatamente, Hitler è arrivato con 150 anni di ritardo». In ogni caso, Kojève, autore dell’opuscolo «Marx è Dio e Ford è il suo profeta», crede che la fine della storia sia già arrivata e che lo stato universale omogeneo sia inarrestabile e che alla fine combinerà la sostituzione della politica con l’amministrazione caratteristica dell’URSS e lo sviluppo industriale tipico di una società senza classi, come egli vedeva negli Stati Uniti del suo tempo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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Geopolitica
Karaganov: «una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata»
Renovatio 21 traduce un articolo del politologo russo Sergej Karaganov apparso sulla rivista russa Profile. L’importanza del pensiero del Karaganov, per la Russia e per il mondo, è stata sottolineata da Renovatio 21 tante volte nel corso di questi ultimi anni.
Il susseguirsi accelerato di eventi, ognuno dei quali si sovrappone e si contraddice all’altro, è sconcertante e rende difficile cogliere l’essenza di ciò che sta accadendo. Cercherò di interpretare il corso della storia, attingendo alla mia esperienza e conoscenza, nonché al fatto che negli ultimi 35 anni non ho mai commesso errori significativi nelle mie valutazioni e previsioni. A volte ero leggermente in ritardo, ma più spesso ero avanti di diversi anni, o addirittura di un paio di decenni, rispetto alla comunità degli esperti.
Una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata. Le sue radici risalgono al 1917, quando l’Unione Sovietica si separò dal sistema capitalistico. Inizialmente, gli interventisti si scagliarono contro di noi; poi la Germania nazista e quasi tutta l’Europa occidentale, ma quest’ultima perse. Il secondo round iniziò negli anni Cinquanta, quando i popoli dell’URSS, a costo di enormi sofferenze e nella loro ricerca di sovranità e sicurezza, crearono la bomba atomica e successivamente raggiunsero la parità nucleare con gli Stati Uniti.
Così facendo, senza rendercene conto all’epoca, abbiamo minato le fondamenta di cinque secoli di dominio occidentale in ambito ideologico, che aveva permesso loro di saccheggiare il resto del mondo e soggiogare persino le civiltà più avanzate. Quel fondamento era la superiorità militare, sulla quale si basava il sistema di sfruttamento dell’intera umanità.
Dalla metà degli anni Cinquanta in poi, l’Occidente iniziò a subire una sconfitta militare dopo l’altra. Un’ondata di liberazione nazionale si diffuse in tutto il mondo, accompagnata dalla nazionalizzazione delle risorse che erano state accaparrate dai paesi occidentali e dalle loro multinazionali. L’equilibrio di potere globale iniziò a spostarsi a favore del mondo non occidentale.
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Gli Stati Uniti tentarono per la prima volta di riprendere il sopravvento sotto la presidenza Reagan, con un rapido aumento della spesa militare volto a ristabilire il proprio dominio e con il lancio del programma «Guerre Stellari». Intervennero nella piccola e indifesa nazione di Grenada per dimostrare che gli americani erano ancora in grado di vincere.
E in questo caso, l’Occidente è stato fortunato. Per ragioni interne, dovute all’erosione del suo nucleo ideologico e al rifiuto di riformare un’economia nazionale che stava diventando sempre più inefficiente, l’Unione Sovietica è crollata. Il sistema capitalistico globale, che era a sua volta in crisi, ha ricevuto un’enorme iniezione di energia sotto forma di una moltitudine di consumatori affamati e di manodopera a basso costo.
Sembrava che la storia si fosse capovolta. Iniziò un periodo di euforia, ma non durò a lungo. Stordito dalla vittoria, l’Occidente commise una serie di clamorosi errori geostrategici, e poi la Russia iniziò a riprendersi, principalmente grazie alla sua potenza militare.
Le radici immediate dell’attuale guerra mondiale emersero alla fine degli anni 2000. Già sotto l’amministrazione Obama, la politica in seguito denominata «America First» iniziò a delinearsi come una rinascita del potere statunitense. Le spese militari iniziarono ad aumentare e un’ondata di propaganda anti-russa si diffuse rapidamente. Mosca tentò, riappropriandosi della Crimea, di fermare l’ultimo tentativo di vendetta dell’Occidente, ma questo non fece altro che scatenare la furia occidentale.
Non siamo riusciti a capitalizzare su questo successo perché ci siamo aggrappati alla speranza di «raggiungere un accordo», abbiamo tergiversato sul «processo di Minsk» e ci siamo rifiutati di vedere come, sul territorio ucraino, l’esercito e la popolazione si stessero preparando alla guerra con la Russia.
Sono seguite nuove ondate di sanzioni e una guerra economica è iniziata addirittura durante il primo mandato di Trump. Tutti aspettavamo qualcosa. Poi è arrivata la distrazione del COVID, che con ogni probabilità rappresentava uno dei fronti della guerra già iniziata, ma che si è rivoltata contro l’Occidente stesso.
Abbiamo reagito con lentezza ai tentativi di rappresaglia. Quando finalmente lo abbiamo fatto nel 2022, abbiamo commesso diversi errori. Tra questi, la sottovalutazione dell’intenzione dell’Occidente di schiacciare la Russia, causa del suo fallimento storico, per poi rivolgere la sua attenzione alla Cina e soggiogare nuovamente la maggioranza globale, il Terzo Mondo, il Sud del mondo, che era stato liberato dall’URSS.
Abbiamo sottovalutato la prontezza alla guerra del regime di Kiev e il grado di condizionamento subito dalla popolazione ucraina. Speravamo che «la nostra gente» fosse ancora presente, sebbene a ovest del Dnepr ce ne fossero già pochi e il loro numero fosse in costante diminuzione.
Un altro errore fu quello di iniziare a combattere il regime di Kiev senza riconoscere che il principale avversario e la fonte della minaccia era l’Occidente nel suo complesso, in particolare le élite europee, che cercavano di distogliere l’attenzione dai propri fallimenti e, idealmente, di vendicarsi delle sconfitte storiche del XX secolo, prima fra tutte la sconfitta della stragrande maggioranza degli europei che marciarono contro l’URSS sotto le insegne di Hitler.
Il nostro errore principale, tuttavia, è stato il sottoutilizzo dell’arma più importante del nostro arsenale, un errore per il quale abbiamo pagato con la malnutrizione e persino la fame negli anni Quaranta e Cinquanta: la deterrenza nucleare.
Siamo stati trascinati in un conflitto definito «operazione militare speciale», accettando di fatto le regole del gioco imposte, una guerra di logoramento, data la superiorità economica e demografica del nemico. La guerra ha assunto un carattere di trincea, seppur con una dimensione tecnologica tipica del XXI secolo. Nel 2023 e nel 2024, tuttavia, abbiamo intensificato la nostra deterrenza nucleare, inviando diversi segnali tecnico-militari e modernizzando la nostra dottrina sull’uso delle armi nucleari.
Gli americani, che non avevano in alcun caso intenzione di combattere per l’Europa, soprattutto in presenza del rischio di un’escalation a livello nucleare e quindi della diffusione del conflitto sul territorio statunitense, hanno iniziato a ritirarsi dal confronto diretto già sotto la presidenza Biden, continuando a trarre profitto dalla guerra e, di fatto, a depredare gli europei. Trump, pur parlando di pace, ha proseguito sulla stessa linea, traendo profitto dalla guerra ed evitando il rischio di uno scontro diretto con la Russia.
La guerra mondiale ha attualmente due principali focolai convergenti: quello europeo, incentrato sull’Ucraina, e quello mediorientale, dove gli Stati Uniti e il loro alleato minore Israele stanno tentando di destabilizzare l’intero Vicino e Medio Oriente. Il Sud Asia potrebbe essere il prossimo. Il Venezuela è già stato schiacciato; Cuba è sotto pressione.
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È necessaria una nuova politica
Innanzitutto , dobbiamo comprendere che le profonde contraddizioni dell’attuale sistema economico globale, che minano le fondamenta stesse dello sviluppo umano, rischiano di portare alla distruzione dell’umanità. Allo stesso tempo, la prosecuzione della nostra attuale politica inadeguata in Ucraina rischia di sfinire il Paese e di indebolire la forza e lo spirito della Russia, che solo di recente hanno iniziato a rinascere.
In secondo luogo, sul piano politico-militare si può discutere di un cessate il fuoco e persino parlare di uno «spirito dell’Alaska». Ma allo stesso tempo, dobbiamo comprendere chiaramente l’essenza di ciò che sta accadendo: la pace a lungo termine e lo sviluppo del nostro Paese, così come dell’umanità intera, sono impossibili senza sventare il tentativo di vendetta politico-militare dell’Occidente, con l’Europa ancora una volta in prima linea.
Per impedire questa vendetta, è necessario distruggere il regime di Kiev e liberare i territori meridionali e orientali del quasi-stato «Ucraina», vitali per la sicurezza della Russia. I nostri coraggiosi combattenti e comandanti sul campo possono e devono continuare ad avanzare. Ma dobbiamo comprendere che una guerra di trincea modernizzata non porterà alla vittoria. Potremmo perdere, o quantomeno sprecare, centinaia di migliaia dei nostri migliori uomini, indispensabili per la lotta e le vittorie nel prossimo periodo storico, estremamente pericoloso e difficile, che quasi certamente comporterà uno scontro più ampio.
Terzo. È impossibile portare a una conclusione vittoriosa l’attuale conflitto in Ucraina, e tanto meno impedirne l’escalation in una guerra termonucleare globale, senza rafforzare significativamente la politica di deterrenza nucleare. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo smettere di parlare di «controllo degli armamenti». La questione di un nuovo trattato START deve essere chiusa. Allo stesso tempo, gli accordi sulla gestione congiunta della deterrenza nucleare e della stabilità strategica possono rimanere utili e persino necessari. Dobbiamo intensificare lo sviluppo di missili e altri sistemi di lancio a medio e strategico raggio per dissuadere l’Occidente dal tentare di riconquistare la sua superiorità. I nostri avversari devono comprendere che la superiorità e l’impunità sono irraggiungibili.
Se impiegate in numero ottimale e guidate dalla dottrina corretta, le armi nucleari rendono impossibile la superiorità non nucleare e riducono la necessità di spese militari eccessive. Sistemi come Burevestnik, Oreshnik e altre piattaforme di lancio ipersoniche devono convincere il nemico di questa realtà.
Dobbiamo preparare la prossima generazione affinché le élite americane comprendano in anticipo che i loro sogni di ristabilire la supremazia e imporre la propria volontà con la forza sono irrealistici.
L’accelerazione nell’aumento della flessibilità delle capacità nucleari ha lo scopo di ricordare a tutti che è impossibile sconfiggere una grande potenza nucleare attraverso una corsa agli armamenti non nucleare o con una guerra convenzionale. Questo, ovviamente, presuppone che si eviti l’errore di un riarmo nucleare incontrollato, come fecero l’URSS e gli Stati Uniti negli anni Sessanta. Fu un’esperienza costosa e in gran parte inutile. Dobbiamo semplicemente chiarire che una simile corsa agli armamenti sarebbe futile e persino suicida per i nostri avversari. Su questo tema, vale la pena avviare un dialogo, quantomeno con gli americani.
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Allo stesso tempo, per frenare una Washington che ha perso il senso della misura, dovremmo includere nella nostra dottrina sull’uso delle armi nucleari e di altre armi, qualora gli Stati Uniti e l’Occidente continuassero sulla strada attuale verso lo scatenamento di una guerra mondiale, una disposizione che preveda una reale prontezza a colpire obiettivi americani ed europei occidentali all’estero, compresi quelli situati in paesi terzi. Farebbero bene a disfarsi di tali obiettivi.
A tal fine, dobbiamo continuare a sviluppare la flessibilità delle nostre capacità militari. Gli Stati Uniti e i loro alleati dipendono molto più di noi dalle infrastrutture, dalle basi e dai colli di bottiglia logistici e di comunicazione all’estero. Il nemico deve percepire la propria vulnerabilità e sapere che ne siamo pienamente consapevoli.
Vale la pena attingere all’esperienza dell’Iran nella difesa contro le attuali pressioni statunitensi e israeliane. Teheran ha iniziato a colpire i punti deboli del nemico, che ne ha risentito ed è stato costretto a indietreggiare. Modifiche alla dottrina e alla pianificazione militare specifica, inclusa la predisposizione ad attacchi asimmetrici, rafforzeranno l’effetto deterrente e potrebbero avere un impatto dissuasivo su un avversario sempre più incline ad azioni avventate.
Dovremmo riconsiderare le priorità per gli attacchi preventivi, partendo dalle opzioni non nucleari, per poi ricorrere, solo se necessario, a quelle nucleari come ultima risorsa. Tra i primi obiettivi dovrebbero esserci non solo i centri di comunicazione e di comando, ma anche i luoghi in cui si concentrano le élite decisionali, soprattutto in Europa. Questo li priverebbe del loro senso di impunità. Devono capire che se continuano la guerra contro la Russia, o scelgono di intensificarla ulteriormente, seguiranno attacchi devastanti.
Per rafforzare la credibilità di tale deterrenza, occorre intensificare gli sforzi per sviluppare munizioni, sia convenzionali che nucleari, in grado di penetrare strutture sotterranee fortificate, e tali sistemi devono essere testati. Bisogna sfatare l’illusione che le élite politiche e militari possano nascondersi in bunker o luoghi remoti. La recente pubblicazione da parte del nostro ministero della Difesa di un elenco di aziende europee coinvolte nel sostegno al regime di Kiev rappresenta un piccolo ma necessario passo in questa direzione.
Al momento, questa élite finge di temerci. In realtà, non ci teme affatto. Insistono costantemente sul fatto che la Russia non ricorrerà mai alle armi nucleari. Questa illusione deve essere infranta. Bisogna far loro capire che una continua escalation comporta rischi esistenziali. Forse allora faranno un passo indietro. Forse le loro stesse strutture interne, i cosiddetti “stati profondi”, li freneranno. Forse anche l’opinione pubblica si risveglierà dalla sua inerzia.
È inoltre necessario rafforzare la credibilità della deterrenza nucleare per superare quella che potremmo definire «autocompiacimento strategico», ovvero la convinzione che una guerra su vasta scala sia impossibile. Tale convinzione si è già dimostrata pericolosa.
Ciò è particolarmente rilevante nel caso della Germania. Un Paese che ha scatenato due guerre mondiali e che è responsabile di immense distruzioni non dovrebbe essere autorizzato a sviluppare nuovamente una potenza militare schiacciante. Qualora tali ambizioni dovessero emergere, deve essere ben chiaro che saranno contrastate con misure decisive.
Quarto. Per rendere credibile la deterrenza, è necessario apportare ulteriori modifiche alla dottrina nucleare. Essa dovrebbe affermare esplicitamente che, in caso di aggressione da parte di una coalizione dotata di maggiore potenziale economico, demografico e tecnologico, l’uso di armi nucleari potrebbe diventare inevitabile. Questa opzione deve essere presentata come un’ultima risorsa, ma reale.
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Potrebbe inoltre essere necessario riprendere i test per rafforzare la credibilità delle nostre capacità. Non è chiaro perché continuiamo ad aspettare che siano gli altri ad agire per primi.
Allo stesso tempo, l’escalation deve rimanere sotto controllo. Le risposte iniziali dovrebbero dare priorità agli attacchi convenzionali contro i centri di comando e le infrastrutture strategiche. Solo se l’escalation dovesse proseguire si dovrebbero prendere in considerazione ulteriori misure.
Il ricorso alla deterrenza nucleare è essenziale anche per contrastare il ruolo crescente dei droni e di altre nuove forme di guerra. I responsabili di tali attacchi devono comprendere che la rappresaglia sarà inevitabile.
Quinto. Oltre alle misure dottrinali e tecnico-militari, occorre adeguare le strutture di comando. Sarebbe opportuno nominare un comandante dedicato per il teatro operativo europeo, una figura con reale autorità e responsabilità, supportata da personale esperto.
Sesto. È tempo di riconsiderare l’idea che una guerra nucleare non possa avere vincitori. Sebbene un simile conflitto sarebbe indubbiamente catastrofico, la deterrenza si basa sul riconoscimento che l’escalation ha delle conseguenze. Il rifiuto di riconoscere questa realtà potrebbe di per sé incoraggiare comportamenti sconsiderati.
Sia chiaro: l’uso di armi nucleari sarebbe una tragedia. Ma il rifiuto di mantenere una deterrenza credibile potrebbe condurre a una catastrofe ancora maggiore, ovvero l’espansione incontrollata della guerra.
Settimo. Oltre alle misure militari, la Russia deve intensificare la cooperazione con i partner chiave. In particolare, il coordinamento con la Cina è essenziale. Occorre inoltre adoperarsi per stabilizzare altre regioni, compreso il Medio Oriente, attraverso nuovi accordi di sicurezza che coinvolgano le grandi potenze.
Ottavo. Visti i rischi dei prossimi decenni, potrebbe essere necessario valutare un allineamento strategico più stretto con la Cina, che includa potenzialmente un quadro difensivo temporaneo. Un simile accordo potrebbe contribuire a prevenire un’ulteriore escalation e a mantenere l’equilibrio globale.
Naturalmente, saranno necessarie ulteriori misure. Ma quelle qui delineate potrebbero essere sufficienti a fermare il conflitto in corso, preservare la forza della Russia e, soprattutto, impedire una deriva verso una catastrofe globale.
Se non agiremo con decisione, le conseguenze saranno profonde, non solo per la Russia, ma per il futuro dell’umanità stessa.
Sergej Karaganov
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
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“Munera tua non quærit Ecclesia, quia templa gentilium muneribus adornasti. Ara Christi dona tua respuit, quoniam aram simulacris fecisti; vox enim tua, manus tua; et subscriptio tua, opus est tuum. Obsequium tuum Dominus Jesus recusat et respuit, quoniam idolis obsecutus es;…
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) May 20, 2026
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