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Pensiero

Preti DJ, pissidi Ikea, e chissà quanti preservativi: la GMG di Lisbona, atto di guerra contro il Corpo di Nostro Signore

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Era iniziata con il solito diluvio di fotografie inoltratemi dagli amici.

 

Capita così, ad ogni Giornata Mondiale della Gioventù, detta anche GMG, la Woodstock per la gioventù neo- para- pseudo-cattolica voluta dagli ultimi papi (in che senso ultimi non sappiamo, e ci abbiamo paura a chiedercelo).

 

Mi inviano un video, ripreso con ogni evidenza alla fine dei «lavori» della GMG, quando stanno sbaraccando.

 

Si vedono delle mani, con un rosario al polso che fa un po’ tamarro o forse no, che armeggia su una console da DJ Pioneer. La musica che sta lanciando, pure gradevole, è una sorta di elettronica chill-out, la musica da spalmo marittimo, da tranquillo e godurioso aperitivo del crepuscolo.

 

L’inquadratura si allarga. Ci stropicciamo gli occhi, dandoci un pizzicotto sulle gote en passant. Il DJ è un prete.

 

 

Che sia un prete lo intuiamo solo dal clergyman, con camicia in manica corta che fa vedere anche lo smartwatch e il braccialetto di plastica coloratissimo.

 

Osservate, quindi, il movimento soddisfatto che fa con la mano, mentre il busto accenna movimenti a ritmo dei 4/4 della techno: il don è un professionista, le movenze sono esattamente quelle di un DJ consumato.

 

Impossibile non leggere la felicità di quest’uomo che, con la sua musica, domina l’intera spianata, l’arena internazionale dell’evento più importante dell’anno.

 

Chi sta riprendendo cerca di farci capire le dimensioni della questione: ecco che panoramica a mostrare decine e decine di vescovi e sacerdoti, alcuni riprendono con lo smartphone, altri chiacchierano rilassati, altri ancora (una minoranza) paiono invece avere un’espressione contrariata.

 

La ripresa si spinge fino a mostrare le centinaia di migliaia di fedeli sul campo in riva all’Oceano, dove sta calando il sole. La situazione è davvero eccezionale, da vero relax estivo, da occhiale scuro e cocktail sundowner, lieve profumo di mare e crema abbronzante, chiacchiera libera e temporaneo e diffuso senso di pace personale ed interpersonale. Chi scrive ha visto ed esperito scene del genere alle Baleari, in Dalmazia, sulla costa tirrenica, in Africa, in varie parti nel mondo: è capitato, in reincarnazioni precedenti.

 

Tuttavia, le immagini della placida massa di persone, dei megaschermi e dei trabatelli che si stagliano sul calare del sole, mi hanno fatto tornare con il ricordo soprattutto ad una sorta di «rave di tutte le Russie» che si teneva sul Mar Nero, in Crimea, che visitai rocambolescamente lustri fa con un’amico quando ancora la penisola era parte dell’Ucraina.

 

La sensazione che mi è trasmessa, quindi, è esattamente quella: un rave. Un rave organizzato dalla chiesa cattolica, in presenza dei suoi papaveri, e di ondate di giovani raver.

 

Associare le mie esperienze di drink in riva al mare alla chiesa è qualcosa che mi manda in cortocircuito. Provate a immaginare: siete seduti in uno di quei bar del tramonto a Ibiza, state godendovi la vostra clara (come chiamano lì la birra mischiata alla limonata), conversando amabilmente, apprezzando il sottofondo musicale. Vi girate per guardare chi mette i dischi: è un prete.

 

Voi capite che, per restare in Ispagna, questo è puro surrealismo. È Bunuel, è Salvador Dalì. È con ogni evidenza una dissonanza cognitiva è programmata per distruggere il vostro senso per la religione, e la religione stessa.

 

Andiamo oltre. Ecco che arrivano altre foto.

 

Vediamo qui dell’Eucarestia servita da tizie sconosciute in t-shirt con un badge colorato al collo, contenuta in «pissidi» che sotto hanno ancora l’etichetta, codice a barre incluso, che segna la probabile provenienza da un famoso marchio svedese di oggetti casalinghi.

 

Noi ci immaginiamo però la storia che si portano dietro: qualcuno, da qualche parte, deve aver fatto l’ordine, deve aver detto ad un sottoposto «vai là e prendi dei contenitori a caso per l’Eucarestia». Il subordinato clericale va nel grande centro vendita scandinavo, e tra la lampada Ingä e l’armadio Englüfül, tra la ciambella water Eyjafjallajökull e il cuscino Donärstäg, tra la sedia Freyäsplüng e il portaspazzolino Odinssøn, trova il vasetto che si trasformerà in pisside, degno contenitore del corpo di Nostro Signore.

 

Sono, è stato notato, ciotole in cui in genere si tengono le patatine, le noccioline, i popcorni, quelle robe lì.

 

 

Ovviamente, stiamo parlando di Comunioni ricevute sulla mano, moltiplicato per le 354 di migliaia (dati SIR) di tizi accorsi al raduno neopapista, moltiplicate per i giorni di messa.

 

Vabbè, dobbiamo davvero urlare al sacrilegio?

 

Sì, ma non è che ne abbiamo molta voglia. Soprattutto dopo aver visto che alla GMG hanno fatto parlare James Martin, il gesuita omosessualista innalzato pubblicamente da Bergoglio (che, ricordarlo sempre, è gesuita pure lui).

 

Ma mica fanno festa solo gli LGBT, alla GMG. Anche l’eterosessualità trova un suo perché: nel senso che si parla proprio di sesso. La Stampa manda in stampa un articolo in cui è scritto che «a saldare il legame tra i giovani e il Pontefice argentino sono “soprattutto le sue aperture, spesso dirompenti, su tanti argomenti. In particolare quelle sui temi sessuali”, afferma F., 24 anni, di Bari».

 

Metti 354 mila giovani assieme, ovviamente con i relativi giovani sistemi ormonali acclusi, e cosa credi che succeda?

 

Non che Bergoglio si sia tirato indietro rispetto alla prospettiva.

 

«Il sesso è un dono di Dio», dice l’argentino. Nella consueta conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Giornata mondiale della Gioventù, Panama 2019, Bergoglio proclamò che il sesso non è un «mostro» da cui fuggire, e che ci vorrebbe «un’educazione sessuale» nelle scuole possibilmente non troppo rigida e chiusa, perché bisogna capire il valore.

 

I giovani ormoni ringraziano: la 24enne S., sentita sempre dal giornale agnelliano, dice che «quando Papa Francesco parla di sesso abbatte il tabù che la Chiesa ha sempre alimentato. Il muro che ha sempre innalzato per evitare di approfondire questa componente cruciale della vita. Si è sempre rifugiata dietro al “no al sesso prima del matrimonio”. Così ha trascurato l’aspetto più bello dell’eros: cioè che in realtà rafforza e sublima la complementarietà tra la sfera sessuale e l’amore. La complementarietà dei corpi di due persone che si vogliono bene, si amano. Io sono credente e praticante, e grazie a Bergoglio vivo con maggiore tranquillità la mia affettività».

 

Tradotto: scopo, e poi vado in chiesa.

 

Sentiamo anche V., ventenne spagnuola: «la Chiesa ha quasi sempre evitato di parlarne, e ha sbagliato, perché il sesso fa parte della vita. Anzi, nel sesso c’è anche il futuro della vita, dell’umanità. Quindi mi conforta sentire che il papa ne parli e dica che è una cosa bella. Questo può aiutare ad aprire la mente di tanti uomini di Chiesa, a connetterli di più con la quotidianità della gente. Io sono cattolica, sono fidanzata, e penso che il sesso sia parte cruciale dell’amore, dell’amore vero».

 

Tradotto: questo papa mi piace perché mi lascia fare le zozzerie col mio boyfriendo.

 

C’è anche una 23enne romana intervistata, la quale ritiene che la morale sessuale sarebbe alla base dell’«allontanamento dei giovani dalla chiesa» che purtroppo viene intesa «come luogo di giudizio e di condanna. Dunque, le parole gioiose del Papa sulla sessualità possono riavvicinare i ragazzi alla chiesa. Per me è stato così».

 

Tradotto: adesso posso tornare in chiesa perché è caduta la proibizione delle porcherie. In pratica, pare di capire, perché non c’è più peccato: e notate che questa parola qui non compare mai.

 

Anche queste rivendicazioni potrebbero avere un rapporto diretto con l’Eucarestia, il sacrilegio. Non sappiamo. Di mezzo in teoria c’è la confessione, dove però l’assoluzione non c’è senza il proposito di non commettere più il peccato, come insegna l’Atto di dolore, che nessuno sa più, tanto che nelle chiese neocattoliche il confessore spesso tiene il foglietto sul tavolo per farlo leggere al penitente. Difficile che da un confessore della chiesa vera arrivi l’assoluzione ad una «praticante» che va a dire i giornali che fa sesso prima del matrimonio (la parola arcaica: fornicatrice), quindi l’accesso all’Eucarestia.

 

Ci rediamo conto che si torna sempre lì, alla Comunione. Come se, nel mondo disincantato che non crede più, nell’ambito cattolico che ha in larga parte dimenticato che quella cosa è sostanzialmente Dio, ci fosse un attacco continuo. Bisogna sminuirla, degradarla, farla ingoiare a peccatori impenitenti.

 

In passato vari personaggi mediatici «laici» (cioè, massoni o paramassoni) hanno cavalcato la storia secondo cui nel prato di Tor Vergata, dopo la conclusione della titanica GMG del Giubileo 2000 – quella dove si coniò l’irresistibile insulto papaboys – i netturbini trovarono quantità di preservativi.

 

Gli apologeti dell’8 per 1000 schiumarono di rabbia per anni: non c’è nessuna prova, dissero, né foto né video.

 

Tuttavia, rifacciamo il calcolo di cui sopra: metti insieme, in un contesto di gioia e di avventura fuori di casa, qualcosa come 2 milioni di giovani sistemi endocrini perfettamente funzionanti (era il 2000: i ragazzi non erano ancora stati psico-ormonalmente rovinati da decadi di gender, inquinamento e farmaci come quelli di oggi) e poi, cosa credi che possa succedere?

 

La questione, semmai, è che all’epoca il papaboys potrebbe aver fornicato, gommandosi, di nascosto, in quanto sapeva che ambo le cose erano un peccato per l’istituzione ospite, la chiesa cattolica, che una qualche parte nella sua vita di parrocchiano, magari, l’aveva ancora.

 

23 anni dopo, con le ragazzine che proclamano la fine del peccato grazie al papa del sesso prematrimoniale cattolico, non siamo sicuri che il fenomeno si sia prodotto nascostamente.

 

Sono supposizioni, la parola spetta solo ed esclusivamente ai netturbini che stanno ora pulendo il macello del dopo GMG lisbonese – una categoria già esposta, come canta una antica canzone cripto-abortista, ai frutti del peccato, in quanto si ritrova spesso ad incontrare, nel cassonetto differenziato, il bambino neonato. (Questa, al di là dell’ironia, è un’altra questione che ha implicazioni sacre, essendo quel bambino Imago Dei).

 

Tuttavia non è dei profilattici usati che gli spazzini troveranno al suolo che ci preoccupiamo.

 

Ben più grave è la certezza che, tra i rifiuti, troveranno miriadi di ostie consacrate. Non lo dico io, calcolandolo con la logica. Lo ha denunciato il cardinale Malcolm Ranjith, già segretario della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, nell’introduzione al libro del vescovo ausiliario di Astana Athanasius Schneider, Dominus est (2008).

 

«Ci sono poi abusi di chi porta via le sacre specie per tenerle come souvenir, di chi le vende, o, peggio ancora, di chi le porta via per profanare in riti satanici. Tali situazioni sono state rilevate. Persino nelle grandi concelebrazioni, anche a Roma, varie volte sono state trovate delle specie sacre buttate a terra» scrive il porporato cingalese nel libro del vescovo che, con la sua famiglia perseguitata dai sovietici nel Centrasia del dopoguerra, ha scritto di cattolici che nell’URSS per la Santa Eucarestia erano disposti a rischiare la vita – e in alcuni casi la hanno anche persa.

 

Quindi, alla GMG migliaia di Sante Comunioni possono essere andate disperse, gettate – se non hanno fatto una fine peggiore, appunto, nelle messe nere. Questa è la meccanica conseguenza degli eventi con distribuzione massiva del Corpo di Nostro Signore, e, ancora di più, della Comunione data sulla mano e non sulla lingua.

 

Quindi: il grande raduno cattolico ha come risultato la sofferenza sostanziale di Gesù Cristo? Il sacrilegio?

 

Lo capite anche da voi cosa sta accadendo. Invece che il canto gregoriano, abbiamo la musica elettronica. Invece che sacerdoti, abbiamo DJ. Invece che processioni, abbiamo rave ai quali i giovani arrivano convinti di poter fare sesso liberamente.

 

La finestra di Overton è bella che spalancata: quanto pensate che ci vorrà prima che le GMG divengano orge? Credete che non sia lo sbocco naturale di una chiesa paganizzata e paganizzante, che sta sdoganando il gender, il transessualismo, i bambini fatti in laboratorio, perfino le parolacce sconce, nella decostruzione più totale della morale sessuale?

 

Credete che l’istituzione che ha portato milioni – miliardi, forse – di persone a vaccinarsi con un siero genico ottenuto tramite aborti, non arrivi a pratiche storicamente definibili come sataniche? (Biologicamente e forse moralmente, pure, meno gravi dell’inoculo mRNA)

 

Tuttavia, le orge dei giovani cattolici del futuro sono forse la cosa meno importante.

 

Perché qui, ed ora, è il Corpo di Nostro Signore che è attaccato, umiliato, torturato ed abbandonato durante il megaevento neopapista.

 

Quelle specie eucaristiche che gli spazzini portoghesi stanno trovando, sono l’esatto scopo di tutto il programma. Attaccare Gesù nel suo Corpo, farlo soffrire come ha sofferto in Croce.

 

Credo che su Renovatio 21 sia già stato ripetuto: l’intera storia moderna, tutti i grandi fenomeni politici, geopolitici e religiosi a cui stiamo assistendo, hanno un unico denominatore – sono attacchi al Corpo e all’Immagine di Dio.

 

L’aborto e il Concilio Vaticano II, i bambini nei cassonetti o nelle provette o nei barattoli disseminati nei prati e l’Amoris Laetitia, l’imperialismo LGBT e il rito della messa maya altro non sono che la lotta contro il Corpus Domini, lotta contro l’Imago Dei.

 

Domanderete: ma il committente, chi è? Chi ha davvero dichiarato questa guerra contro Dio e – di conseguenza – contro l’uomo?

 

La risposta, riuscite a darvela da soli?

 

Riuscite a capire chi è il DJ principale del rave?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

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Pensiero

Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.

 

Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.

 

Ci troviamo a un punto di svolta storico.

 

E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.

 

Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.


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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri

Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.

 

La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.

 

Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.

 

Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.

 

Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.

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L’altra specie di uomo: il costruttore

 

Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».

 

 

Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.

 

Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.

 

E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.

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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole

Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.

 

Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.

 

Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.

 

Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.

 

Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.

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Un aneddoto che dice tutto

Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.

 

Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.

 

Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.

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Quel mondo sta morendo

Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire.
Ma in fondo, sa già di aver perso.

 

Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.

 

L’IA ha rimescolato le carte

Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.

 

L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.

 

È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.

 

Il vero reset

Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.

 

La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.

 

Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.

 

Brivael Le Pogam

 

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Pensiero

Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata

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Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.   La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.   Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.   Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.

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La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.   Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.   La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».   «L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».   L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita all’islam.  

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Geopolitica

L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO

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La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.

 

Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.

 

Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.

 

La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.

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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.

 

Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.

 

Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.

 

La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?

 

Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.

 

Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.

 

Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.

 

Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.

 

Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?

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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.

 

E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.

 

Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.

 

E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.

 

Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.

 

Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.

 

Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».

 

Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.

 

E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.

 

Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.

 

E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?

 

Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?

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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.

 

No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.

 

Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.

 

Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.

 

Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.

 

Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.

 

Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.

 

Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.

 

In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.

 

Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?

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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.

 

Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.

 

E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.

 

Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?

 

Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?

 

Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

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