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Preti DJ, pissidi Ikea, e chissà quanti preservativi: la GMG di Lisbona, atto di guerra contro il Corpo di Nostro Signore

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Era iniziata con il solito diluvio di fotografie inoltratemi dagli amici.

 

Capita così, ad ogni Giornata Mondiale della Gioventù, detta anche GMG, la Woodstock per la gioventù neo- para- pseudo-cattolica voluta dagli ultimi papi (in che senso ultimi non sappiamo, e ci abbiamo paura a chiedercelo).

 

Mi inviano un video, ripreso con ogni evidenza alla fine dei «lavori» della GMG, quando stanno sbaraccando.

 

Si vedono delle mani, con un rosario al polso che fa un po’ tamarro o forse no, che armeggia su una console da DJ Pioneer. La musica che sta lanciando, pure gradevole, è una sorta di elettronica chill-out, la musica da spalmo marittimo, da tranquillo e godurioso aperitivo del crepuscolo.

 

L’inquadratura si allarga. Ci stropicciamo gli occhi, dandoci un pizzicotto sulle gote en passant. Il DJ è un prete.

 

 

Che sia un prete lo intuiamo solo dal clergyman, con camicia in manica corta che fa vedere anche lo smartwatch e il braccialetto di plastica coloratissimo.

 

Osservate, quindi, il movimento soddisfatto che fa con la mano, mentre il busto accenna movimenti a ritmo dei 4/4 della techno: il don è un professionista, le movenze sono esattamente quelle di un DJ consumato.

 

Impossibile non leggere la felicità di quest’uomo che, con la sua musica, domina l’intera spianata, l’arena internazionale dell’evento più importante dell’anno.

 

Chi sta riprendendo cerca di farci capire le dimensioni della questione: ecco che panoramica a mostrare decine e decine di vescovi e sacerdoti, alcuni riprendono con lo smartphone, altri chiacchierano rilassati, altri ancora (una minoranza) paiono invece avere un’espressione contrariata.

 

La ripresa si spinge fino a mostrare le centinaia di migliaia di fedeli sul campo in riva all’Oceano, dove sta calando il sole. La situazione è davvero eccezionale, da vero relax estivo, da occhiale scuro e cocktail sundowner, lieve profumo di mare e crema abbronzante, chiacchiera libera e temporaneo e diffuso senso di pace personale ed interpersonale. Chi scrive ha visto ed esperito scene del genere alle Baleari, in Dalmazia, sulla costa tirrenica, in Africa, in varie parti nel mondo: è capitato, in reincarnazioni precedenti.

 

Tuttavia, le immagini della placida massa di persone, dei megaschermi e dei trabatelli che si stagliano sul calare del sole, mi hanno fatto tornare con il ricordo soprattutto ad una sorta di «rave di tutte le Russie» che si teneva sul Mar Nero, in Crimea, che visitai rocambolescamente lustri fa con un’amico quando ancora la penisola era parte dell’Ucraina.

 

La sensazione che mi è trasmessa, quindi, è esattamente quella: un rave. Un rave organizzato dalla chiesa cattolica, in presenza dei suoi papaveri, e di ondate di giovani raver.

 

Associare le mie esperienze di drink in riva al mare alla chiesa è qualcosa che mi manda in cortocircuito. Provate a immaginare: siete seduti in uno di quei bar del tramonto a Ibiza, state godendovi la vostra clara (come chiamano lì la birra mischiata alla limonata), conversando amabilmente, apprezzando il sottofondo musicale. Vi girate per guardare chi mette i dischi: è un prete.

 

Voi capite che, per restare in Ispagna, questo è puro surrealismo. È Bunuel, è Salvador Dalì. È con ogni evidenza una dissonanza cognitiva è programmata per distruggere il vostro senso per la religione, e la religione stessa.

 

Andiamo oltre. Ecco che arrivano altre foto.

 

Vediamo qui dell’Eucarestia servita da tizie sconosciute in t-shirt con un badge colorato al collo, contenuta in «pissidi» che sotto hanno ancora l’etichetta, codice a barre incluso, che segna la probabile provenienza da un famoso marchio svedese di oggetti casalinghi.

 

Noi ci immaginiamo però la storia che si portano dietro: qualcuno, da qualche parte, deve aver fatto l’ordine, deve aver detto ad un sottoposto «vai là e prendi dei contenitori a caso per l’Eucarestia». Il subordinato clericale va nel grande centro vendita scandinavo, e tra la lampada Ingä e l’armadio Englüfül, tra la ciambella water Eyjafjallajökull e il cuscino Donärstäg, tra la sedia Freyäsplüng e il portaspazzolino Odinssøn, trova il vasetto che si trasformerà in pisside, degno contenitore del corpo di Nostro Signore.

 

Sono, è stato notato, ciotole in cui in genere si tengono le patatine, le noccioline, i popcorni, quelle robe lì.

 

 

Ovviamente, stiamo parlando di Comunioni ricevute sulla mano, moltiplicato per le 354 di migliaia (dati SIR) di tizi accorsi al raduno neopapista, moltiplicate per i giorni di messa.

 

Vabbè, dobbiamo davvero urlare al sacrilegio?

 

Sì, ma non è che ne abbiamo molta voglia. Soprattutto dopo aver visto che alla GMG hanno fatto parlare James Martin, il gesuita omosessualista innalzato pubblicamente da Bergoglio (che, ricordarlo sempre, è gesuita pure lui).

 

Ma mica fanno festa solo gli LGBT, alla GMG. Anche l’eterosessualità trova un suo perché: nel senso che si parla proprio di sesso. La Stampa manda in stampa un articolo in cui è scritto che «a saldare il legame tra i giovani e il Pontefice argentino sono “soprattutto le sue aperture, spesso dirompenti, su tanti argomenti. In particolare quelle sui temi sessuali”, afferma F., 24 anni, di Bari».

 

Metti 354 mila giovani assieme, ovviamente con i relativi giovani sistemi ormonali acclusi, e cosa credi che succeda?

 

Non che Bergoglio si sia tirato indietro rispetto alla prospettiva.

 

«Il sesso è un dono di Dio», dice l’argentino. Nella consueta conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Giornata mondiale della Gioventù, Panama 2019, Bergoglio proclamò che il sesso non è un «mostro» da cui fuggire, e che ci vorrebbe «un’educazione sessuale» nelle scuole possibilmente non troppo rigida e chiusa, perché bisogna capire il valore.

 

I giovani ormoni ringraziano: la 24enne S., sentita sempre dal giornale agnelliano, dice che «quando Papa Francesco parla di sesso abbatte il tabù che la Chiesa ha sempre alimentato. Il muro che ha sempre innalzato per evitare di approfondire questa componente cruciale della vita. Si è sempre rifugiata dietro al “no al sesso prima del matrimonio”. Così ha trascurato l’aspetto più bello dell’eros: cioè che in realtà rafforza e sublima la complementarietà tra la sfera sessuale e l’amore. La complementarietà dei corpi di due persone che si vogliono bene, si amano. Io sono credente e praticante, e grazie a Bergoglio vivo con maggiore tranquillità la mia affettività».

 

Tradotto: scopo, e poi vado in chiesa.

 

Sentiamo anche V., ventenne spagnuola: «la Chiesa ha quasi sempre evitato di parlarne, e ha sbagliato, perché il sesso fa parte della vita. Anzi, nel sesso c’è anche il futuro della vita, dell’umanità. Quindi mi conforta sentire che il papa ne parli e dica che è una cosa bella. Questo può aiutare ad aprire la mente di tanti uomini di Chiesa, a connetterli di più con la quotidianità della gente. Io sono cattolica, sono fidanzata, e penso che il sesso sia parte cruciale dell’amore, dell’amore vero».

 

Tradotto: questo papa mi piace perché mi lascia fare le zozzerie col mio boyfriendo.

 

C’è anche una 23enne romana intervistata, la quale ritiene che la morale sessuale sarebbe alla base dell’«allontanamento dei giovani dalla chiesa» che purtroppo viene intesa «come luogo di giudizio e di condanna. Dunque, le parole gioiose del Papa sulla sessualità possono riavvicinare i ragazzi alla chiesa. Per me è stato così».

 

Tradotto: adesso posso tornare in chiesa perché è caduta la proibizione delle porcherie. In pratica, pare di capire, perché non c’è più peccato: e notate che questa parola qui non compare mai.

 

Anche queste rivendicazioni potrebbero avere un rapporto diretto con l’Eucarestia, il sacrilegio. Non sappiamo. Di mezzo in teoria c’è la confessione, dove però l’assoluzione non c’è senza il proposito di non commettere più il peccato, come insegna l’Atto di dolore, che nessuno sa più, tanto che nelle chiese neocattoliche il confessore spesso tiene il foglietto sul tavolo per farlo leggere al penitente. Difficile che da un confessore della chiesa vera arrivi l’assoluzione ad una «praticante» che va a dire i giornali che fa sesso prima del matrimonio (la parola arcaica: fornicatrice), quindi l’accesso all’Eucarestia.

 

Ci rediamo conto che si torna sempre lì, alla Comunione. Come se, nel mondo disincantato che non crede più, nell’ambito cattolico che ha in larga parte dimenticato che quella cosa è sostanzialmente Dio, ci fosse un attacco continuo. Bisogna sminuirla, degradarla, farla ingoiare a peccatori impenitenti.

 

In passato vari personaggi mediatici «laici» (cioè, massoni o paramassoni) hanno cavalcato la storia secondo cui nel prato di Tor Vergata, dopo la conclusione della titanica GMG del Giubileo 2000 – quella dove si coniò l’irresistibile insulto papaboys – i netturbini trovarono quantità di preservativi.

 

Gli apologeti dell’8 per 1000 schiumarono di rabbia per anni: non c’è nessuna prova, dissero, né foto né video.

 

Tuttavia, rifacciamo il calcolo di cui sopra: metti insieme, in un contesto di gioia e di avventura fuori di casa, qualcosa come 2 milioni di giovani sistemi endocrini perfettamente funzionanti (era il 2000: i ragazzi non erano ancora stati psico-ormonalmente rovinati da decadi di gender, inquinamento e farmaci come quelli di oggi) e poi, cosa credi che possa succedere?

 

La questione, semmai, è che all’epoca il papaboys potrebbe aver fornicato, gommandosi, di nascosto, in quanto sapeva che ambo le cose erano un peccato per l’istituzione ospite, la chiesa cattolica, che una qualche parte nella sua vita di parrocchiano, magari, l’aveva ancora.

 

23 anni dopo, con le ragazzine che proclamano la fine del peccato grazie al papa del sesso prematrimoniale cattolico, non siamo sicuri che il fenomeno si sia prodotto nascostamente.

 

Sono supposizioni, la parola spetta solo ed esclusivamente ai netturbini che stanno ora pulendo il macello del dopo GMG lisbonese – una categoria già esposta, come canta una antica canzone cripto-abortista, ai frutti del peccato, in quanto si ritrova spesso ad incontrare, nel cassonetto differenziato, il bambino neonato. (Questa, al di là dell’ironia, è un’altra questione che ha implicazioni sacre, essendo quel bambino Imago Dei).

 

Tuttavia non è dei profilattici usati che gli spazzini troveranno al suolo che ci preoccupiamo.

 

Ben più grave è la certezza che, tra i rifiuti, troveranno miriadi di ostie consacrate. Non lo dico io, calcolandolo con la logica. Lo ha denunciato il cardinale Malcolm Ranjith, già segretario della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, nell’introduzione al libro del vescovo ausiliario di Astana Athanasius Schneider, Dominus est (2008).

 

«Ci sono poi abusi di chi porta via le sacre specie per tenerle come souvenir, di chi le vende, o, peggio ancora, di chi le porta via per profanare in riti satanici. Tali situazioni sono state rilevate. Persino nelle grandi concelebrazioni, anche a Roma, varie volte sono state trovate delle specie sacre buttate a terra» scrive il porporato cingalese nel libro del vescovo che, con la sua famiglia perseguitata dai sovietici nel Centrasia del dopoguerra, ha scritto di cattolici che nell’URSS per la Santa Eucarestia erano disposti a rischiare la vita – e in alcuni casi la hanno anche persa.

 

Quindi, alla GMG migliaia di Sante Comunioni possono essere andate disperse, gettate – se non hanno fatto una fine peggiore, appunto, nelle messe nere. Questa è la meccanica conseguenza degli eventi con distribuzione massiva del Corpo di Nostro Signore, e, ancora di più, della Comunione data sulla mano e non sulla lingua.

 

Quindi: il grande raduno cattolico ha come risultato la sofferenza sostanziale di Gesù Cristo? Il sacrilegio?

 

Lo capite anche da voi cosa sta accadendo. Invece che il canto gregoriano, abbiamo la musica elettronica. Invece che sacerdoti, abbiamo DJ. Invece che processioni, abbiamo rave ai quali i giovani arrivano convinti di poter fare sesso liberamente.

 

La finestra di Overton è bella che spalancata: quanto pensate che ci vorrà prima che le GMG divengano orge? Credete che non sia lo sbocco naturale di una chiesa paganizzata e paganizzante, che sta sdoganando il gender, il transessualismo, i bambini fatti in laboratorio, perfino le parolacce sconce, nella decostruzione più totale della morale sessuale?

 

Credete che l’istituzione che ha portato milioni – miliardi, forse – di persone a vaccinarsi con un siero genico ottenuto tramite aborti, non arrivi a pratiche storicamente definibili come sataniche? (Biologicamente e forse moralmente, pure, meno gravi dell’inoculo mRNA)

 

Tuttavia, le orge dei giovani cattolici del futuro sono forse la cosa meno importante.

 

Perché qui, ed ora, è il Corpo di Nostro Signore che è attaccato, umiliato, torturato ed abbandonato durante il megaevento neopapista.

 

Quelle specie eucaristiche che gli spazzini portoghesi stanno trovando, sono l’esatto scopo di tutto il programma. Attaccare Gesù nel suo Corpo, farlo soffrire come ha sofferto in Croce.

 

Credo che su Renovatio 21 sia già stato ripetuto: l’intera storia moderna, tutti i grandi fenomeni politici, geopolitici e religiosi a cui stiamo assistendo, hanno un unico denominatore – sono attacchi al Corpo e all’Immagine di Dio.

 

L’aborto e il Concilio Vaticano II, i bambini nei cassonetti o nelle provette o nei barattoli disseminati nei prati e l’Amoris Laetitia, l’imperialismo LGBT e il rito della messa maya altro non sono che la lotta contro il Corpus Domini, lotta contro l’Imago Dei.

 

Domanderete: ma il committente, chi è? Chi ha davvero dichiarato questa guerra contro Dio e – di conseguenza – contro l’uomo?

 

La risposta, riuscite a darvela da soli?

 

Riuscite a capire chi è il DJ principale del rave?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da Twitter

 

 

 

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L’antico incidente dietro la Tesla volante

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Lo spettacolo è, come spesso accade, vedere le reazioni della gente. Solo che stavolta la cosa è talmente incredibile, talmente storica che è chiaro che non si trovano le parole per definire quello che è accaduto. Elon Musk ha presentato una macchina volante – tutto qui. Anzi no: la macchina si arrampica pure sui muri. E viaggia da uno a cento chilometri all’ora in meno di un secondo.

 

È pazzesco, mai visto. È grottesco sentire i commentatori cercare di razionalizzare la demo della nuova Tesla Roadster dell’altro giorno. Minimizzare è impossibile, ma qualcuno ci prova: la tecnologia, borbottano, non sarà mai sulle auto in produzione. Con evidenza, nessuno è pronto per un salto del genere – perché è un vero salto di paradigma. È nel giusto chi pensa che non si tratti più di un’automobile, ma dell’antenato di una nuova specie.

 

 

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È ancora più triste guardare la concorrenza. Tipo, la Porsche: nello stesso giorno, ha presentato una sua nuova auto, in teoria bella pure, lo stesso giorno – notizia sparita nel giro di due ore, nonostante i tedeschi si fossero fatti un leak da soli, facendo fuggire in rete le immagini in anteprima.

 

E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia)

 

Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato.

 

La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile.

 

La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?

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La tecnologia viene da SpaceX, l’azienda spaziale di Musk, creata quasi due decadi fa attorno alla grande, ostinata trovata – allora ritenuta idiota da tutti i soloni dell’aerospazio, tra cui alcuni che conosciamo personalmente – di rendere riusabili i razzi spaziali. Il rientro atmosferico, e atterraggio (o ammaraggio), di veicoli alti 124 metri, cioè di palazzi da 40 piani, ha creato, credo anche con una proporzionale facilità, la conoscenza tecnica necessaria per far saltare ed atterrare un’auto sportiva. Tale fenomeno, sconosciuto ai più ma fondamentale per lo sviluppo di un’azienda, di un Paese, di una Civiltà, si chiama trasferimento tecnologico.

 

Ciò agisce, da un punto di vista finanziario, come una grande leva visiva per il merge tra le aziende Tesla e SpaceX, di cui si è vociferato – e non è la prima fusione di Musk, che aveva già unito con Tesla nel 2016 la sua ulteriore azienda fotovoltaica SolarCity e, più di recente, l’azienda di Intelligenza Artificiale xAI con X (il vecchio Twitter).

 

Elon, con il suo tono vagamente Asperger, dal palco ha ricordato che dietro all’auto volante vi è una profezia fallita, quella del suo «amico» Peter Thiel. «Volevamo le auto volanti, e invece abbiamo avuto i 140 caratteri» («We wanted flying cars, instead we got 140 characters») è la celebre massima di Thiel, miliardario e investitore della Silicon Valley ora ritenuto come una sorta di eminenza grigia, o nera, dietro l’amministrazione Trump con la sua società di data intelligence Palantir.

 

La frase, nata nel 2011 come sottotitolo del manifesto «What Happened to the Future?» del suo fondo d’investimento Founders Fund, è diventata l’emblema della sua critica alla stagnazione tecnologica, concetto che il Thiel ha ripetuto per anni dai primi Duemila, lamentando che l’estrema libertà del mondo dei bit – cioè dell’innovazione digitale – non è parallela a quella del mondo degli atomi, cioè della tecnologica fisica.

 

Al posto di grandi progetti («le auto volanti»), le menti e i capitali della Silicon Valley si sono concentrati su tecnologie di comunicazione incrementali e social media, simboleggiati dal vecchio limite dei «140 caratteri» di Twitter.

 

Elon ha lavorato con Thiel in PayPal, che costituiva la fusione della società di Thiel Confinity con X di Musk, due società di danaro virtuale di fine anni Novanta che stavano a Palo Alto a poca distanza l’una dall’altra, e che se si vedevano a pausa pranzo nello stesso ristorante della zona si guardavano in cagnesco. Thiel, tedesco nato in Germania con studi prima legali e poi filosofici come allievo diretto del pensatore del sacrificio René Girard, è ritenuto l’unico uomo che ha saputo tener testa a Musk in un’azienda: creato PayPal, organizzò un piccolo golpe interno per estrometterlo da CEO proprio mentre Elon era in viaggio di nozze.

 

È davvero ironico notare che ora Musk non solo ha comprato l’azienda dei 140 caratteri, cioè Twitter, ora X (che è il nome di suo figlio e appunto della prima azienda: il dominio x.com se lo è fatto dare da eBay che aveva comprato PayPal per una cifra simbolica), ma ha realizzato pure, nel totale rovesciamento della massima di Thiel, le auto volanti.

 

I due hanno un rapporto strano, dove tuttavia è visibile la continua grande stima reciproca. In particolare Thiel racconta che, divenuto investitore dopo aver venduto la sua quota di PayPal, aveva rifiutato di investire in Tesla giudicandola l’ennesima startup di questo tipo, per poi pentirsene, ma aveva poi finanziato SpaceX e le sue aspirazioni multiplanetarie. Dice che, assieme a David Sacks (un altro della cosiddetta PayPal Mafia, il gruppetto di mente dietro la nascita del sito di pagamento) David Sacks, ora cooptato alla Casa Bianca trumpiana come zar delle criptovalute, aveva compreso che Musk era un uomo che conosceva qualcosa rispetto al rischio che gli altri uomini ignoravano. «Sottovalutate Elon a vostro pericolo» aveva detto.

 

Ora, l’amciizia tra Musk e Thiel fa venire in mente che dietro la Tesla volante potrebbe esserci un fatto biografico, raccontato più volte da entrambi, in genere tra le risate del pubblico.

 

In pratica, con i soldoni arrivati per la vendita della società, Elon si era concesso l’auto più prestigiosa, e veloce (380 km/h), al mondo: aveva ordinato una McLaren F1 di colore argento, 627 cavalli e sedile di guida centrale, era all’epoca l’auto di serie più veloce del mondo (oltre 380 km/h). La consegna della vettura con la bisarca davanti a casa venne persino ripresa dalle telecamere della CNN in un filmato diventato poi storico.

 

Nel filmato si vede Elon allora giovane è già assai stempiato (le malelingue parlano di un trapianto riuscitissimo) e la prima moglie, la bellissima, dolcissima, Justine, madre del primogenito morto in culla e degli altri cinque avuti con la provetta. Il filmato traspira dell’affetto che la donna ha per il marito – pur accusandolo dinanzi alle telecamere di decadenza – e pare lampante come varie femmine successive del ragazzo (l’attrice Talulah Riley, la geniale cantante Grimes) siano in vario modo un calco della prima.

 

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La storia di quest’auto è legata a un aneddoto incredibile che coinvolge proprio Thiel. Nel 2000, mentre si trovava in auto proprio con Peter Thiel per andare a un incontro di lavoro cruciale per la fusione che avrebbe dato vita a PayPal, Musk cercò di mostrare le capacità di accelerazione della vettura. Senza controllo di trazione, perse il controllo: l’auto decollò, si schiantò contro un terrapieno e andò totalmente distrutta.

 

Poco prima dell’impatto, Thiel aveva chiesto a Musk provocatoriamente cosa potesse fare quell’auto tanto costosa, e Musk rispose con quelle che definisce essere le più celebri ultime parole in tanti casi: «Watch this», «Guarda questo». Thiel racconta che davanti a loro viaggiava l’auto di una signora, che dallo specchietto retrovisore dice di aver visto una specie di UFO volare in aria.

 

Nonostante il disastro, nessuno si fece male. Tra le lamiere, Musk disse a Thiel, con un umorismo inspiegabile: «non sai qual è la parte migliore: la macchina non è assicurata!» Thiel non rinunziò all’appuntamento di lavoro, e fece l’autostop fino all’ufficio del Venture Capitalist che dovevano vedere. Musk arrivò dopo.

 

È arduo non pensare che quella macchina volante sia bizzarramente una delle basi della macchina che si capovolge in aria e atterra perfettamente. Una risposta definitiva ad una domanda postagli dall’esistenza con un incidente bello consistente – per quanto innocuo e perfino divertente.

 

Scrivo di questa connessione per tentare di comprendere quanto sia profondo quello che sta facendo Elon Musk, giustamente salutato ora come l’uomo che tutto solo, single-handedly, sta avvicinando il futuro al presente.

 

Renovatio 21, il lettore lo sa, avvisa da anni del pericolo della figura, che, abbiamo scritto in passato, potrebbe pure essere l’anticristo. Produce auto magnifiche che si guidano da sole, ma che possono controllare ogni spostamento. Ha manopole sul discorso mondiale con X, unico spazio dove si incubano le idee fuori dai media dell’establishment e dai social bolsi e censurati. Crea serque di figli in provetta – e li presenta al papa. Dispone di capitali (di borsa, certo) senza precedenti storici: un trilione e più di dollari.

 

Tuttavia, è innegabile la forza dell’uomo e della sua opera. O meglio, la sincerità fattiva con cui affronta le sue ambizioni immense. SpaceX effettua da sola più lanci orbitali di tutto il resto del pianeta messo insieme, detenendo un monopolio di fatto nel settore aerospaziale grazie alla tecnologia dei razzi riutilizzabili: nel 2025 Musk ha realizzato 170 lanci totali, tutto il mondo messi insieme (cioè gli Stati-superpotenza di USA, Russia, Cina, etc.) meno di 150. (L’Europa Unita vale un totale di 8 lanci orbitali…)

 

Quindi sì, Musk è il signore dello spazio, e ora la scelta di chiudere le sue ubique costellazioni di satelliti Starlink agli ucraini probabilmente farà finire la guerra. Quindi, oltre che del cielo questo è il padrone anche della terra…

 

Non possiamo dire, anche dopo aver visto questa auto sportiva con i razzi, che il ragazzo ci sta antipatico. Quantomeno perché la sincerità l’ha avuta anche, ad esempio, per attaccare gli psicofarmaci SSRI e la pillola anticoncezionale, Fauci e la bioingegneria gain-of-function, i neocon, l’immigrazione e la balla della bomba demografica – in una parola la Necrocultura.

 

Un uomo che vive le sue visioni con onestà e sacrificio estremo può arrivare a risultati incredibili. Questa è, di mio, la lezione che mi porto a casa guardando le macchine che volano.

 

Questo è quello che ogni uomo dovrebbe tenere a mente per tenere in piedi la Civiltà umana.

 

Roberto Dal Bosco

 

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La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche

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Si riaccende il dibattito sulla pena di morte, e più specificamente sulle sue modalità, nel momento in cui in America si ricomincia a parlare di esecuzioni pubbliche, con il segretario della guerra Pete Hegseth che dichiara di voler trasmettere in streaming l’esecuzione di un ex psichiatra dell’esercito americano maggiore Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la sparatoria del 2009 in una base militare in Texas costata , sostenendo che gli americani debbano vedere le conseguenze di crimini di questo tipo. Lo Hasan, islamista, sarà giustiziato con plotone di esecuzione nella stessa base alla stessa ora della strage da lui perpetrata.   Quasi due secoli fa lo scrittore britannico Charles Dickens inviò al giornale londinese The Times in cui riportava il suo resoconto di un’esecuzione pubblica e auspica che la pratica di giustiziare i prigionieri avvenga a porte chiuse. Dickens assistette all’impiccagione pubblica di Frederick e Marie Manning (i coniugi condannati per il «delitto di Bermondsey», dove era stato assassinato e derubato l’amante della donna) fuori dal carcere di Horsemonger Lane a Londra, un evento a cui assistettero oltre 30.000 persone.   Renovatio 21 pubblica di seguito la traduzione della lettera che l’autore di Oliviero Twist scrisse al Times il 14 novembre 1849. Il Dickens è sconvolto non tanto dalla morte in sé, ma dal comportamento volgare, festoso e brutale della folla: risate, schiamazzi e bisticci. Dickens non affronta in modo astratto il concetto filosofico della pena capitale, ma chiede con forza che le esecuzioni fossero rimosse dalla vista del pubblico e svolte in forma privata all’interno delle mura del carcere, per evitare il degrado morale della società. Le sue denunce hanno contribuito al dibattito che portò, nel 1868, all’abolizione definitiva delle esecuzioni pubbliche nel Regno Unito.

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Al direttore del Times   Egregio signore,   Sono stato testimone dell’esecuzione a Horsemonger lane questa mattina. Mi sono recato qui con l’intenzione di osservare la folla radunatasi per assistere all’esecuzione, e ho avuto ottime opportunità di farlo, a intervalli per tutta la notte e ininterrottamente dall’alba fino a dopo la fine dello spettacolo.   Non mi rivolgo a voi con l’intenzione di discutere la questione astratta della pena capitale, né le argomentazioni dei suoi oppositori o sostenitori.   Desidero semplicemente trarre un vantaggio per il bene comune da questa terribile esperienza, ricorrendo al mezzo più immediato e pubblico per richiamare un’indicazione data da Sir G. Grey nell’ultima sessione del Parlamento, affinché il Governo fosse indotto a sostenere una misura che rendesse l’esecuzione della pena capitale una cerimonia privata all’interno delle mura carcerarie (con garanzie che l’ultima sentenza della legge venga eseguita in modo inesorabile e certo, tali da essere soddisfacenti per l’opinione pubblica), e supplicando con la massima insistenza Sir G. Grey, come solenne dovere verso la società e responsabilità che non può mai sottrarsi, di promuovere personalmente tale modifica legislativa.   Credo che uno spettacolo così inconcepibilmente orribile come la malvagità e la leggerezza dell’immensa folla radunatasi per l’esecuzione di questa mattina non possa essere immaginato da nessun uomo, né potrebbe essere presentato in nessun Paese pagano sotto il sole. Gli orrori del patibolo e del crimine che aveva condotto quei miserabili assassini su di esso, svanirono nella mia mente di fronte all’atroce comportamento, agli sguardi e al linguaggio degli spettatori riuniti.   Quando giunsi sulla scena a mezzanotte, l’acuto grido e gli ululati che si levavano di tanto in tanto, segno che provenivano da un gruppo di ragazzi e ragazze già radunati nei posti migliori, mi fecero gelare il sangue. Con il passare della notte, strilli, risate e urla in coro di parodie di melodie nere, con la sostituzione di «Mrs. Manning» a «Susannah» e simili, si aggiunsero a questi.   All’alba, ladri, prostitute di basso livello, teppisti e vagabondi di ogni genere si riversarono sul posto, dando vita a ogni sorta di comportamento offensivo e volgare. Risse, svenimenti, fischi, imitazioni di Punch, battute brutali, tumultuose dimostrazioni di indecente piacere quando donne svenevoli venivano trascinate fuori dalla folla dalla polizia con gli abiti in disordine, diedero nuovo slancio allo spettacolo generale.   Quando il sole sorse splendente – come accadde – indorava migliaia e migliaia di volti rivolti verso l’alto, così inesprimibilmente odiosi nella loro brutale allegria o insensibilità, che un uomo aveva smesso di vergognarsi del proprio aspetto e di ritrarsi da se stesso, come se fosse stato plasmato a immagine del Diavolo.   Quando le due miserabili creature che attiravano tutta quella vista orribile intorno a loro furono scagliate tremanti in aria, non c’era più emozione, non c’era più pietà, non c’era più il pensiero che le due anime immortali fossero andate al giudizio, non c’era più moderazione in nessuna delle precedenti oscenità, come se il nome di Cristo non fosse mai stato udito in questo mondo e non ci fosse tra gli uomini altra convinzione che perissero come bestie.   Ho visto, abitualmente, alcune delle peggiori fonti di contaminazione e corruzione in questo Paese, e credo che non ci siano molti aspetti della vita londinese che possano sorprendermi. Sono solennemente convinto che nulla di ciò che l’ingegno potrebbe escogitare in questa città, nello stesso arco di tempo, potrebbe causare una rovina simile a un’esecuzione pubblica, e rimango sbalordito e inorridito dalla malvagità che essa manifesta.   Non credo che una comunità possa prosperare laddove una scena di orrore e demoralizzazione come quella che si è consumata stamattina fuori dal carcere di Horsemonger lane si presenta proprio alle porte dei buoni cittadini, e passa inosservata, sconosciuta o dimenticata. E mentre, nelle nostre preghiere e nei nostri ringraziamenti per questo periodo, esprimiamo umilmente davanti a Dio il nostro desiderio di eliminare i mali morali del Paese, vorrei chiedere ai vostri lettori di considerare se non sia giunto il momento di pensare a questo e di estirparlo.   Sono, signore, il vostro fedele servitore,   Charles Dickens

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La Nuova Destra: il paganesimo salverà l’Europa?

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Di fronte alla crisi della civiltà occidentale, la Nuova Destra esercita un fascino su una gioventù alla ricerca di radici, grandezza e trascendenza. Tuttavia, dietro la difesa dell’identità europea si cela un paradosso: pretendere di salvare una civiltà rifiutando al contempo il cristianesimo che l’ha plasmata.

 

Pubblicato il 9 luglio 2026 dalle edizioni Via Romana, La Nouvelle Droite en question («La Nuova Destra in discussione») di Jean-Pierre Maugendre propone un’analisi storica e dottrinale di una corrente di pensiero la cui influenza va ben oltre i circoli intellettuali che l’hanno vista nascere. Direttore di Renaissance catholique, ex presidente del Mouvement de la jeunesse catholique de France (MJCF) e conduttore della trasmissione Terres de mission su TV Libertés, l’autore conosce bene gli ambienti politici e culturali ai quali dedica questo studio.

 

All’origine, il rifiuto del cristianesimo

La Nuova Destra prende forma all’indomani della guerra d’Algeria, in un clima di disillusione per una parte della gioventù nazionalista francese. Nel 1963, Dominique Venner partecipa alla creazione di Europe-Action, movimento che intende promuovere una coscienza nazionale europea, ma che si caratterizza fin dalle origini per un anticristianesimo militante e per ricorrenti riferimenti al paganesimo.

 

Dopo il fallimento della candidatura di Jean-Louis Tixier-Vignancour alle elezioni presidenziali del 1965, diversi di questi militanti abbandonano progressivamente l’azione politica diretta a favore di un lavoro intellettuale e culturale di lunga lena. Questo orientamento sfocia, nel 1968, nella fondazione del GRECE, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne.

 

L’obiettivo è ormai agire sulle mentalità per trasformare, alla fine, la società stessa. Sotto l’impulso di Alain de Benoist e di diversi collaboratori, la Nuova Destra ottiene un’audience considerevole alla fine degli anni Settanta, grazie in particolare alla sua presenza sulle colonne del Figaro Magazine, allora diretto da Louis Pauwels.

 

Jean-Pierre Maugendre ripercorre anche i prolungamenti di questa influenza nel Club de l’Horloge e poi all’interno del Front national, in particolare tra il 1984 e il 1998. Mostra così come un movimento inizialmente marginale sia riuscito a diffondere alcuni dei suoi temi in una parte della vita politica francese.

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Dietro l’identità europea, un’altra visione dell’uomo

Dietro la difesa dell’identità europea si delinea una concezione dell’uomo, della religione e della morale che si oppone su punti essenziali alla filosofia cristiana. È quanto mette in luce Jean-Pierre Maugendre risalendo alle fonti intellettuali della Nuova Destra.

 

L’autore studia in particolare l’influenza di Friedrich Nietzsche, Julius Evola, René Guénon e Louis Rougier. Nonostante le loro differenze, questi autori hanno contribuito a nutrire un pensiero segnato dal rifiuto dell’universalismo cristiano, dall’esaltazione della forza, dal relativismo morale e dal fascino per certe tradizioni religiose precristiane od orientali.

 

In questa prospettiva, ogni popolo sarebbe portatore di una propria concezione del mondo e di una propria religione. Il cristianesimo, con la sua pretesa di annunciare una verità destinata a tutti gli uomini, appare allora come un elemento estraneo all’identità europea originaria, o addirittura come una causa del suo indebolimento.

 

Una simile concezione entra direttamente in contraddizione con la fede cattolica, che riconosce in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini e afferma l’esistenza di una legge morale naturale universale. Misconosce inoltre il ruolo decisivo della Chiesa nella formazione della civiltà europea.

 

L’autore rileva inoltre le conseguenze morali di questa antropologia: esaltazione della volontà di potenza, concezione permissiva della sessualità, giustificazione dell’aborto per motivi eugenetici e rifiuto di una morale trascendente.

 

Un’influenza che supera i circoli intellettuali

Lungi dal considerare la Nuova Destra un fenomeno concluso, Jean-Pierre Maugendre ne esamina i prolungamenti contemporanei. Cita in particolare i lavori dell’Institut Iliade, fondato sulla scia di Dominique Venner, le pubblicazioni della rivista Éléments, nonché l’azione di personalità provenienti da questa famiglia intellettuale nei media alternativi.

 

L’Institut Iliade, in particolare, si è dato la missione di trasmettere la memoria della civiltà europea attraverso conferenze, convegni e corsi di formazione destinati soprattutto alle giovani generazioni.

 

Queste iniziative incontrano interesse presso chi rifiuta l’individualismo, il materialismo e la scomparsa delle eredità nazionali. Jean-Pierre Maugendre non nega né la qualità intellettuale di alcuni rappresentanti di questa corrente né il coraggio che dimostrano nella loro opposizione alle ideologie dominanti.

 

Riconosce diverse convergenze con le preoccupazioni dei cattolici legati alla Tradizione: difesa dallo sradicamento, rifiuto del livellamento egualitario, attaccamento al bene comune, senso dell’onore, fedeltà alla parola data e volontà di trasmettere un’eredità di civiltà.

 

Ma questi avvicinamenti non possono nascondere le divergenze dottrinali. In un’intervista concessa a Boulevard Voltaire il 25 settembre 2026, l’autore insiste su questo punto: «l’anticristianesimo resta un marcatore forte della Nuova Destra».

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Difendere la civiltà senza rinnegare Cristo

È nell’ultima parte che l’opera trova la sua portata più rilevante. Sotto il titolo «Né irrigidimento né ingenuità», Jean-Pierre Maugendre invita a non confondere l’opposizione agli errori moderni con l’adesione alla verità. La critica del materialismo, dello sradicamento o della cancellazione delle identità non basta a costituire una dottrina giusta.

 

Il successo incontrato da queste idee presso una parte della gioventù invita inoltre a interrogarsi sull’indebolimento della trasmissione della fede e della cultura cristiana, particolarmente incisivo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Questa rottura ha lasciato campo libero a correnti che pretendono di ritrovare le vere radici dell’Europa in un passato precristiano, relegando in secondo piano l’opera civilizzatrice della Chiesa.

 

Ma al di là di questa crisi di trasmissione, la divergenza fondamentale riguarda la natura stessa dell’uomo. Dove certe filosofie della Nuova Destra esaltano l’individuo forte, creatore dei propri valori, la dottrina cattolica insegna che l’uomo è una creatura di Dio, ferita dal peccato originale e chiamata alla vita soprannaturale dalla grazia.

 

Questa opposizione si ritrova nella concezione stessa della società. Jean-Pierre Maugendre ricorda allora una distinzione cara a Jean Madiran: se la fede è un dono di Dio, la cristianità è anche il frutto dell’azione degli uomini, quando si sforzano di stabilire un ordine sociale conforme alla legge divina. È proprio su questa nozione di cristianità che si rivela una delle opposizioni più profonde tra il pensiero cattolico tradizionale e la Nuova Destra.

 

Il libro si conclude con una nota di speranza, con l’evocazione della conversione di Guillaume Faye, uno degli intellettuali di spicco di questo movimento. Il suo ritorno alla fede cattolica, alla fine della vita, ricorda che gli smarrimenti filosofici e morali non chiudono mai definitivamente la strada della grazia.

 

Con La Nouvelle Droite en question, Jean-Pierre Maugendre offre un’opera breve, documentata e accessibile, particolarmente utile ai giovani cattolici attratti dai movimenti di difesa dell’identità europea. Ricorda loro che il vero risollevamento di una civiltà non può costruirsi contro i princìpi cristiani che l’hanno plasmata.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

 

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