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Preti DJ, pissidi Ikea, e chissà quanti preservativi: la GMG di Lisbona, atto di guerra contro il Corpo di Nostro Signore

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Era iniziata con il solito diluvio di fotografie inoltratemi dagli amici.

 

Capita così, ad ogni Giornata Mondiale della Gioventù, detta anche GMG, la Woodstock per la gioventù neo- para- pseudo-cattolica voluta dagli ultimi papi (in che senso ultimi non sappiamo, e ci abbiamo paura a chiedercelo).

 

Mi inviano un video, ripreso con ogni evidenza alla fine dei «lavori» della GMG, quando stanno sbaraccando.

 

Si vedono delle mani, con un rosario al polso che fa un po’ tamarro o forse no, che armeggia su una console da DJ Pioneer. La musica che sta lanciando, pure gradevole, è una sorta di elettronica chill-out, la musica da spalmo marittimo, da tranquillo e godurioso aperitivo del crepuscolo.

 

L’inquadratura si allarga. Ci stropicciamo gli occhi, dandoci un pizzicotto sulle gote en passant. Il DJ è un prete.

 

 

Che sia un prete lo intuiamo solo dal clergyman, con camicia in manica corta che fa vedere anche lo smartwatch e il braccialetto di plastica coloratissimo.

 

Osservate, quindi, il movimento soddisfatto che fa con la mano, mentre il busto accenna movimenti a ritmo dei 4/4 della techno: il don è un professionista, le movenze sono esattamente quelle di un DJ consumato.

 

Impossibile non leggere la felicità di quest’uomo che, con la sua musica, domina l’intera spianata, l’arena internazionale dell’evento più importante dell’anno.

 

Chi sta riprendendo cerca di farci capire le dimensioni della questione: ecco che panoramica a mostrare decine e decine di vescovi e sacerdoti, alcuni riprendono con lo smartphone, altri chiacchierano rilassati, altri ancora (una minoranza) paiono invece avere un’espressione contrariata.

 

La ripresa si spinge fino a mostrare le centinaia di migliaia di fedeli sul campo in riva all’Oceano, dove sta calando il sole. La situazione è davvero eccezionale, da vero relax estivo, da occhiale scuro e cocktail sundowner, lieve profumo di mare e crema abbronzante, chiacchiera libera e temporaneo e diffuso senso di pace personale ed interpersonale. Chi scrive ha visto ed esperito scene del genere alle Baleari, in Dalmazia, sulla costa tirrenica, in Africa, in varie parti nel mondo: è capitato, in reincarnazioni precedenti.

 

Tuttavia, le immagini della placida massa di persone, dei megaschermi e dei trabatelli che si stagliano sul calare del sole, mi hanno fatto tornare con il ricordo soprattutto ad una sorta di «rave di tutte le Russie» che si teneva sul Mar Nero, in Crimea, che visitai rocambolescamente lustri fa con un’amico quando ancora la penisola era parte dell’Ucraina.

 

La sensazione che mi è trasmessa, quindi, è esattamente quella: un rave. Un rave organizzato dalla chiesa cattolica, in presenza dei suoi papaveri, e di ondate di giovani raver.

 

Associare le mie esperienze di drink in riva al mare alla chiesa è qualcosa che mi manda in cortocircuito. Provate a immaginare: siete seduti in uno di quei bar del tramonto a Ibiza, state godendovi la vostra clara (come chiamano lì la birra mischiata alla limonata), conversando amabilmente, apprezzando il sottofondo musicale. Vi girate per guardare chi mette i dischi: è un prete.

 

Voi capite che, per restare in Ispagna, questo è puro surrealismo. È Bunuel, è Salvador Dalì. È con ogni evidenza una dissonanza cognitiva è programmata per distruggere il vostro senso per la religione, e la religione stessa.

 

Andiamo oltre. Ecco che arrivano altre foto.

 

Vediamo qui dell’Eucarestia servita da tizie sconosciute in t-shirt con un badge colorato al collo, contenuta in «pissidi» che sotto hanno ancora l’etichetta, codice a barre incluso, che segna la probabile provenienza da un famoso marchio svedese di oggetti casalinghi.

 

Noi ci immaginiamo però la storia che si portano dietro: qualcuno, da qualche parte, deve aver fatto l’ordine, deve aver detto ad un sottoposto «vai là e prendi dei contenitori a caso per l’Eucarestia». Il subordinato clericale va nel grande centro vendita scandinavo, e tra la lampada Ingä e l’armadio Englüfül, tra la ciambella water Eyjafjallajökull e il cuscino Donärstäg, tra la sedia Freyäsplüng e il portaspazzolino Odinssøn, trova il vasetto che si trasformerà in pisside, degno contenitore del corpo di Nostro Signore.

 

Sono, è stato notato, ciotole in cui in genere si tengono le patatine, le noccioline, i popcorni, quelle robe lì.

 

 

Ovviamente, stiamo parlando di Comunioni ricevute sulla mano, moltiplicato per le 354 di migliaia (dati SIR) di tizi accorsi al raduno neopapista, moltiplicate per i giorni di messa.

 

Vabbè, dobbiamo davvero urlare al sacrilegio?

 

Sì, ma non è che ne abbiamo molta voglia. Soprattutto dopo aver visto che alla GMG hanno fatto parlare James Martin, il gesuita omosessualista innalzato pubblicamente da Bergoglio (che, ricordarlo sempre, è gesuita pure lui).

 

Ma mica fanno festa solo gli LGBT, alla GMG. Anche l’eterosessualità trova un suo perché: nel senso che si parla proprio di sesso. La Stampa manda in stampa un articolo in cui è scritto che «a saldare il legame tra i giovani e il Pontefice argentino sono “soprattutto le sue aperture, spesso dirompenti, su tanti argomenti. In particolare quelle sui temi sessuali”, afferma F., 24 anni, di Bari».

 

Metti 354 mila giovani assieme, ovviamente con i relativi giovani sistemi ormonali acclusi, e cosa credi che succeda?

 

Non che Bergoglio si sia tirato indietro rispetto alla prospettiva.

 

«Il sesso è un dono di Dio», dice l’argentino. Nella consueta conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Giornata mondiale della Gioventù, Panama 2019, Bergoglio proclamò che il sesso non è un «mostro» da cui fuggire, e che ci vorrebbe «un’educazione sessuale» nelle scuole possibilmente non troppo rigida e chiusa, perché bisogna capire il valore.

 

I giovani ormoni ringraziano: la 24enne S., sentita sempre dal giornale agnelliano, dice che «quando Papa Francesco parla di sesso abbatte il tabù che la Chiesa ha sempre alimentato. Il muro che ha sempre innalzato per evitare di approfondire questa componente cruciale della vita. Si è sempre rifugiata dietro al “no al sesso prima del matrimonio”. Così ha trascurato l’aspetto più bello dell’eros: cioè che in realtà rafforza e sublima la complementarietà tra la sfera sessuale e l’amore. La complementarietà dei corpi di due persone che si vogliono bene, si amano. Io sono credente e praticante, e grazie a Bergoglio vivo con maggiore tranquillità la mia affettività».

 

Tradotto: scopo, e poi vado in chiesa.

 

Sentiamo anche V., ventenne spagnuola: «la Chiesa ha quasi sempre evitato di parlarne, e ha sbagliato, perché il sesso fa parte della vita. Anzi, nel sesso c’è anche il futuro della vita, dell’umanità. Quindi mi conforta sentire che il papa ne parli e dica che è una cosa bella. Questo può aiutare ad aprire la mente di tanti uomini di Chiesa, a connetterli di più con la quotidianità della gente. Io sono cattolica, sono fidanzata, e penso che il sesso sia parte cruciale dell’amore, dell’amore vero».

 

Tradotto: questo papa mi piace perché mi lascia fare le zozzerie col mio boyfriendo.

 

C’è anche una 23enne romana intervistata, la quale ritiene che la morale sessuale sarebbe alla base dell’«allontanamento dei giovani dalla chiesa» che purtroppo viene intesa «come luogo di giudizio e di condanna. Dunque, le parole gioiose del Papa sulla sessualità possono riavvicinare i ragazzi alla chiesa. Per me è stato così».

 

Tradotto: adesso posso tornare in chiesa perché è caduta la proibizione delle porcherie. In pratica, pare di capire, perché non c’è più peccato: e notate che questa parola qui non compare mai.

 

Anche queste rivendicazioni potrebbero avere un rapporto diretto con l’Eucarestia, il sacrilegio. Non sappiamo. Di mezzo in teoria c’è la confessione, dove però l’assoluzione non c’è senza il proposito di non commettere più il peccato, come insegna l’Atto di dolore, che nessuno sa più, tanto che nelle chiese neocattoliche il confessore spesso tiene il foglietto sul tavolo per farlo leggere al penitente. Difficile che da un confessore della chiesa vera arrivi l’assoluzione ad una «praticante» che va a dire i giornali che fa sesso prima del matrimonio (la parola arcaica: fornicatrice), quindi l’accesso all’Eucarestia.

 

Ci rediamo conto che si torna sempre lì, alla Comunione. Come se, nel mondo disincantato che non crede più, nell’ambito cattolico che ha in larga parte dimenticato che quella cosa è sostanzialmente Dio, ci fosse un attacco continuo. Bisogna sminuirla, degradarla, farla ingoiare a peccatori impenitenti.

 

In passato vari personaggi mediatici «laici» (cioè, massoni o paramassoni) hanno cavalcato la storia secondo cui nel prato di Tor Vergata, dopo la conclusione della titanica GMG del Giubileo 2000 – quella dove si coniò l’irresistibile insulto papaboys – i netturbini trovarono quantità di preservativi.

 

Gli apologeti dell’8 per 1000 schiumarono di rabbia per anni: non c’è nessuna prova, dissero, né foto né video.

 

Tuttavia, rifacciamo il calcolo di cui sopra: metti insieme, in un contesto di gioia e di avventura fuori di casa, qualcosa come 2 milioni di giovani sistemi endocrini perfettamente funzionanti (era il 2000: i ragazzi non erano ancora stati psico-ormonalmente rovinati da decadi di gender, inquinamento e farmaci come quelli di oggi) e poi, cosa credi che possa succedere?

 

La questione, semmai, è che all’epoca il papaboys potrebbe aver fornicato, gommandosi, di nascosto, in quanto sapeva che ambo le cose erano un peccato per l’istituzione ospite, la chiesa cattolica, che una qualche parte nella sua vita di parrocchiano, magari, l’aveva ancora.

 

23 anni dopo, con le ragazzine che proclamano la fine del peccato grazie al papa del sesso prematrimoniale cattolico, non siamo sicuri che il fenomeno si sia prodotto nascostamente.

 

Sono supposizioni, la parola spetta solo ed esclusivamente ai netturbini che stanno ora pulendo il macello del dopo GMG lisbonese – una categoria già esposta, come canta una antica canzone cripto-abortista, ai frutti del peccato, in quanto si ritrova spesso ad incontrare, nel cassonetto differenziato, il bambino neonato. (Questa, al di là dell’ironia, è un’altra questione che ha implicazioni sacre, essendo quel bambino Imago Dei).

 

Tuttavia non è dei profilattici usati che gli spazzini troveranno al suolo che ci preoccupiamo.

 

Ben più grave è la certezza che, tra i rifiuti, troveranno miriadi di ostie consacrate. Non lo dico io, calcolandolo con la logica. Lo ha denunciato il cardinale Malcolm Ranjith, già segretario della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, nell’introduzione al libro del vescovo ausiliario di Astana Athanasius Schneider, Dominus est (2008).

 

«Ci sono poi abusi di chi porta via le sacre specie per tenerle come souvenir, di chi le vende, o, peggio ancora, di chi le porta via per profanare in riti satanici. Tali situazioni sono state rilevate. Persino nelle grandi concelebrazioni, anche a Roma, varie volte sono state trovate delle specie sacre buttate a terra» scrive il porporato cingalese nel libro del vescovo che, con la sua famiglia perseguitata dai sovietici nel Centrasia del dopoguerra, ha scritto di cattolici che nell’URSS per la Santa Eucarestia erano disposti a rischiare la vita – e in alcuni casi la hanno anche persa.

 

Quindi, alla GMG migliaia di Sante Comunioni possono essere andate disperse, gettate – se non hanno fatto una fine peggiore, appunto, nelle messe nere. Questa è la meccanica conseguenza degli eventi con distribuzione massiva del Corpo di Nostro Signore, e, ancora di più, della Comunione data sulla mano e non sulla lingua.

 

Quindi: il grande raduno cattolico ha come risultato la sofferenza sostanziale di Gesù Cristo? Il sacrilegio?

 

Lo capite anche da voi cosa sta accadendo. Invece che il canto gregoriano, abbiamo la musica elettronica. Invece che sacerdoti, abbiamo DJ. Invece che processioni, abbiamo rave ai quali i giovani arrivano convinti di poter fare sesso liberamente.

 

La finestra di Overton è bella che spalancata: quanto pensate che ci vorrà prima che le GMG divengano orge? Credete che non sia lo sbocco naturale di una chiesa paganizzata e paganizzante, che sta sdoganando il gender, il transessualismo, i bambini fatti in laboratorio, perfino le parolacce sconce, nella decostruzione più totale della morale sessuale?

 

Credete che l’istituzione che ha portato milioni – miliardi, forse – di persone a vaccinarsi con un siero genico ottenuto tramite aborti, non arrivi a pratiche storicamente definibili come sataniche? (Biologicamente e forse moralmente, pure, meno gravi dell’inoculo mRNA)

 

Tuttavia, le orge dei giovani cattolici del futuro sono forse la cosa meno importante.

 

Perché qui, ed ora, è il Corpo di Nostro Signore che è attaccato, umiliato, torturato ed abbandonato durante il megaevento neopapista.

 

Quelle specie eucaristiche che gli spazzini portoghesi stanno trovando, sono l’esatto scopo di tutto il programma. Attaccare Gesù nel suo Corpo, farlo soffrire come ha sofferto in Croce.

 

Credo che su Renovatio 21 sia già stato ripetuto: l’intera storia moderna, tutti i grandi fenomeni politici, geopolitici e religiosi a cui stiamo assistendo, hanno un unico denominatore – sono attacchi al Corpo e all’Immagine di Dio.

 

L’aborto e il Concilio Vaticano II, i bambini nei cassonetti o nelle provette o nei barattoli disseminati nei prati e l’Amoris Laetitia, l’imperialismo LGBT e il rito della messa maya altro non sono che la lotta contro il Corpus Domini, lotta contro l’Imago Dei.

 

Domanderete: ma il committente, chi è? Chi ha davvero dichiarato questa guerra contro Dio e – di conseguenza – contro l’uomo?

 

La risposta, riuscite a darvela da soli?

 

Riuscite a capire chi è il DJ principale del rave?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da Twitter

 

 

 

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Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.

 

Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.

 

La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.

 

Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?

 

Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.

 

L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.

 

La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.

 

Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.

 

Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.

 

Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„

 

Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.

 

Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.

 

Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.

 

La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.

 

Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.

 

A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.

 

Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.

 

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”

 

Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».

 

I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.

 

Anvedi.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»

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L’investitore miliardario Peter Thiel, che ha recentemente tenuto una serie di conferenze sull’anticristo a Roma, a due passi dal Vaticano, ha spiegato che il motivo principale per cui ha parlato pubblicamente dell’anticristo è «perché nessun altro ne parla», aggiungendo che, per gran parte della storia cristiana, sarebbe sembrato un chiaro segno del suo imminente arrivo (2Pietro 3, 3-4).   In un lungo saggio intitolato «Il papa e l’anticristo», pubblicato sulla prestigiosa testata cattolica statunitense First Things, Thiel afferma che papa Benedetto XVI credeva di vivere negli ultimi tempi.   Thiel ha introdotto il suo articolo per First Things, scritto in collaborazione con il Sam Wolfe, affermando: «Non spetta a me dire alla Chiesa che ora è», aggiungendo: «Benedetto lo ha già fatto».

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La fascinazione del magnate già socio di Elone Musk per le opinioni di papa Benedetto sull’anticristo e sulla fine dei tempi è sorprendente, considerando che è nato in una famiglia protestante (i genitori sono tedeschi immigrati in America, e sono religiosi, a quanto è dato di sapere) che ha accumulato un’enorme ricchezza – ha co-fondato PayPal, è stato uno dei primi investitori di Facebook e ora è a capo di Palantir – e che è anche omosessuale «sposato» con un uomo e con figli ottenuti via utero in affitto.   Pur non essendo cattolico, Thiel si è chiaramente immerso negli insegnamenti e nella storia della Chiesa cattolica ben oltre la media dei fedeli cattolici, nota LifeSite. È noto ai lettori di Renovatio 21, tuttavia, che egli sia stato discepolo diretto all’Università di Stanford del filosofo cattolico Réné Girard, di cui ha assimilato certamente la teoria del sacrificio così come quella della teoria mimetica, che sembra aver guidato la sua fortunatissima carriera di investitore in grado di discernere tra un investimento rilevante e uno fatto perché è desiderato anche da altri.   Nell’articolo su First Things Thiel ha espresso rammarico per il fatto che Benedetto XVI sia rimasto in silenzio sull’anticristo durante tutto il suo pontificato e abbia aspettato fino alle sue dimissioni per esprimere il suo parere. Come riportato da Renovatio 21, ciò non è del tutto vero.   Thiel ha osservato che solo quando il papa emerito è diventato anziano ha «iniziato a parlare con la chiarezza che fino ad allora aveva negato a tutti tranne che ai suoi lettori più intimi». In un’intervista del 2018 ha affermato che «la società moderna sta formulando un credo anticristiano e opporsi ad esso viene punito con la scomunica sociale. È naturale temere questo potere spirituale dell’anticristo e ha davvero bisogno dell’aiuto delle preghiere di un’intera diocesi e della Chiesa mondiale per resistergli».   Tre anni prima, inaspettatamente, il politico slovacco Vladimír Palko aveva ricevuto una lettera da Benedetto XVI che elogiava il suo libro Die Löwen Kommen («Arrivano i leoni»). La lettera includeva queste parole: «Vediamo come il potere dell’anticristo si stia espandendo e non possiamo che pregare che il Signore ci dia pastori forti che difendano la sua Chiesa in quest’ora di bisogno dal potere del male».   «Il cristiano sa che nulla dura per sempre, perché questo mondo ha un inizio e una fine. L’apocalisse, la rivelazione di tutti i segreti e la fine di tutte le interpretazioni, prima o poi arriverà», ha osservato Thiel a conclusione del suo avvincente saggio. «C’è un tempo e un luogo per l’esoterismo, il cui contrario è la rivelazione. Ma non in questioni che riguardano il destino del mondo e delle nostre anime. Perché quando il tempo stringe e l’ora è tarda, chi può sperare nella salvezza nella reticenza filosofica?»   Come riportato da Renovatio 21, a giugno il Festival di Vienna aveva revocato la prevista partecipazione di Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti. Thiel avrebbe dovuto parlare di anticristo, tema che lo ossessione pubblicamente al punto da essere canzonato lungo un’intera stagione del popolarissimo cartone satirico americano South Park.  

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Due settimane fa il Thiel ha alzato il tiro sul papato dichiarando, ad un incontro elitario ad Aspen che papa Leone XIV «lavora per i comunisti cinesi».   Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.   Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.   Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance, convertito al cattolicesimo, lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica.   In realtà, a differenza di quanto creduto da Thiel, Ratzinger aveva esposto anche prima del suo ritiro idee precise, e complesse, sull’anticristo e sui tempi ultimi – e sul ruolo che avranno le macchine.   Come riportato da Renovatio 21, il 15 marzo 2000 il cardinale Joseph Ratzinger parlò a Palermo in un incontro con sacerdoti e seminaristi.

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«Nel loro orrore, [i campi di concentramento] hanno cancellato, cancellato volti e storia, nomi, cancellato persone. Hanno trasformato l’uomo in un numero, l’uomo non è che un numero, è un pezzo di un macchinario, l’uomo non è che un pezzo di un macchinario, di un ingranaggio, non è più che una funzione» aveva detto il futuro papa Benedetto.  
«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»  
«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri» aveva continuato colui che un lustro dopo sarebbe salito al Soglio di Pietro.
  «La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata». Ecco che, parlando della Bestia e di numeri Benedetto sembra avvicinarsi al pensiero di Thiel su anticristo e AI.   Mentre molti nel mondo cattolico esprimono fastidio per le riflessioni di Thiel, si tratta, come evidenti, di questioni che ora vanno poste senza esitazione. Perché l’apocalisse potrebbe essere davvero alle porte, e non possiamo confidare nella capacità di guida e di lotta di un Vaticano occupato da modernisti invertiti.  

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Ecône e il vero ordine mondiale

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Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.

 

La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.

 

Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.

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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.

 

Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

 

 

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.

 

È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.

 

Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.

 

«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.

 

La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

 

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

 

 

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.

 

Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.

 

Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?

 

In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.

 

A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

 


La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.

 

«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»

 


Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».

 

I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.

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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».

 

Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.

 

A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).

 

Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.

 

 

«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».

 

La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.

 

Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.

 

In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.

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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.

 

Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.

 

Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.

 

E così sia.

 

Roberto Dal Bosco

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