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Pensiero

L’apparenza del volo del Drago

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Qualche mese fa, mio figlio, che ha una spiccata curiosità per le cose complicate che suo padre non sa, mi ha chiesto quale fosse il carattere giapponese più difficile.

 

Ho guardato su internet. Si tratta di quello che chiamano taito. È considerato il più complesso perché per realizzarlo servono 84 tratti di pennello.

 

Diciamo che uno ci mette un po’.

 

 

Il bambino, senza che me ne accorgessi, ci si è messo sopra: dopo qualche giorno, lo sapeva riprodurre al volo, senza nemmeno guardarlo.

 

Non solo: aveva cominciato a sfidare chiunque a vergare l’impossibile ideogramma, il nonno, la nonna, l’altra nonna, sua madre, se stesso: l’asticella via via si alzava, la missione diventava quella di riuscire a riprodurre il taito all’interno di un singolo quadretto di quadernone (impossibile, una roba nanometrica: ma il ragazzino ci prova sul serio).

 

Quanto a me, ricordo di essere stato svegliato più volte alle 5:30 dal 6enne che mi mette sotto il naso il foglio con sopra il kanji, il carattere giapponese ripetuto mille volte. «Papà, guarda…»

 

È durata qualche settimana.  Poi piano piano la frenesia ideogrammatica è scemata (anche se non del tutto).

 

Il problema è che il taito è disconosciuto da tantissimi giapponesi, i quali sono tenuti dallo Stato a sapere  1937 caratteri (in via di diminuzione), figurarsi quelli difficilissimi e misteriosi come questo. I kanji sono la vera barriera della lingua nipponica – anche per gli stessi giapponesi, che fingono di avere un’alfabetizzazione altissima, ma fuori dal loro settore di competenza possono aver difficoltà a capire cosa ci sia scritto.

 

Nessuno utilizza il taito. C’è una foto di un locale che fa ramen, in un qualche paesino periferico, che lo ha messo nell’insegna, rendendolo solo in tempi recenti una vera parola riconosciuta.

 

Ancora peggio: nessuno sa davvero cosa significhi il taito.

 

La vulgata principale, tra i pochi che se lo sono chiesto, è che il carattere significhi qualcosa come «l’apparenza del volo del drago».

 

L’apparenza del volo del drago. Quanta poesia. È quella bellezza risonante che si ha quando si traduce dal giapponese, un po’ per la struttura della lingua un po’ perché il Giappone, fuori dagli orari di lavoro, sa essere proprio così, struggente ed immaginoso. (Anche le sigle dei cartoni, tradotte debitamente, possono risultare come poemi aulici e struggenti).

 

Devo dire che in questi mesi ho pensato spesso di scrivere un articolo intitolato così.

 

Perché, lo abbiamo capito, il Drago sopra l’Italia era fatto soprattutto di apparenza. Immagine. Pura forma. Cliché senza riscontri nella realtà.

 

Era ritenuto intelligente, bravo. Abbiamo invece visto una creatura astiosa, goffa. Insulta una discreta parte della popolazione – come del resto ieri nel suo discorso ha insultato i partiti. Molte scelte, che abbiamo condannato su Renovatio 21, ci sono sembrate al limite del comprensibile: offende la Russia, difende gli articoli che parlano dell’assassinio del suo presidente Vladimir Putin, poi il giorno dopo lo chiama per avere il gas.

 

Non fa una grinza. E avevamo letto sui giornali italiani ad inizio conflitto ucraino che Putin lo avrebbe voluto come negoziatore, perché anche lui ammaliato dalla bravura e dal prestigio dell’alto burocrate romano. Si poteva sparare una cazzata così?

 

Massì, perché, appunto, c’è l’apparenza del volo del Drago, cui si aggrappa all’establishment, lo Stato profondo e quella fetta di popolo mascherato – quella che chiamiamo qui massa vaccina – che per continuare ad esistere abbisogna di dosi sempre più massicce di ipnosi.

 

Draghi, ci ripetono anche i giornali stranieri, è quello che dà stabilità all’Italia, specie ora con la crisi economica, energetica e bellica con la Russia. Anche qua: com’è possibile credere ad una cosa del genere, quando è emerso (e questo sito è stato praticamente l’unico a parlarne in Italia a questo livello) che il Drago, come la Von der Leyen e la Yellen, avrebbe ideato il sequestro di 300 miliardi di dollari di valuta russa depositati nelle Banche Centrali straniere? Il Financial Times, che fece lo scoop che nessuno qui si è filato, non ebbe paura a chiamarlo per quello che è: il primo vero episodio di «guerra economica» mai registrato dalla storia umana.

 

E quindi, il Drago è colui che ci protegge? In apparenza, dicono i giornali mondiali e mondialisti, dicono i maggiordomi italiani e europeisti, sì. L’uomo cui affidare i tuoi figli è quello che ha appena spaccato le vetrate del vaccino a sassate, nascondendo un po’ la mano ma continuando a inveire. Il vicino è armato e determinato, l’uomo che dovrebbe difendere la nostra prole no – è difficile che abbia mai visto un’arma in vita sua.

 

Tuttavia, il drago vola. Lui stesso ne è convinto: se no, la boria con cui ha trattato i parlamentari non si spiega. L’uomo che non ha mai visto un voto in vita sua, è andato a dire loro che sarebbe stato «il popolo italiano» a volerlo lì, a chiedere di procedere.

 

Ma come può anche lontanamente pensare di dire una cosa del genere?

 

Ma con che faccia?

 

Per capirlo, dobbiamo tornare al taito. L’ideogramma più difficile al mondo in realtà si può scomporre in due serie di ideogrammi ripetuti.

 

Uno, appunto, è il drago: 龍, ryu  in giapponese.

 

L’altro è 雲: kumo, «nuvola».

 

In pratica, il taito (che qualcuno chiama anche daito, o otodo), nella sua variante principale, si scompone in: nuvola-nuvola-drago-nuvola-drago-drago.

 

 

Quindi, una commistione fra qualcosa di immateriale, rarefatto – la nuvola – e una bestia mitica, solida e minacciosa, il drago.

 

L’opera politica di Draghi, finora, è stata pura nuvola. Possiamo dire, addirittura, che è stata perfino più imbranata di quella di Monti, che alla fine se ne era uscito con un suo partito biodegradabile – e invece Super Mario neanche questo ha fatto, forse per pigrizia, o peggio, perché conscio del fatto che siamo nella fase terminale dello Stato-partito, e quindi i partiti tout court non servono più, servono al massimo tecnocrati di cui lui è la massima espressione.

 

Abbiamo tutti sopravvalutato Draghi: lui stesso, in primis, nonostante la  troppa considerazione di sé derivi dalla visione lucida della realtà post-elettorale, post-costituzionale, post-democratica che in Italia è avanzatissima.

 

Tuttavia non ci nascondiamo che il drago, cioè il mostro leggendario raro e devastante, nella politica di Draghi c’è tutto.

 

Chiedetelo ai greci. Ora i giornali strillano che sta tornando lo spread, e che i nostri titoli di Stato valgono come quelli della Grecia: simpatico che non notino in ambo i casi il Drago aveva messo la zampa, e soffiato il suo fuoco.

 

Soprattutto, il drago emerge in tutta la sua forza quando Draghi partecipa ai discorsi di «distruzione creativa» dell’economia discussi dal Gruppo dei 30 a cui prende parte.

 

Vedendo quello che sta succedendo al nostro Paese, non possiamo avere dubbi: c’è un dragone distruggitore che lavora per la rovina del mondo per come ce lo ricordiamo. I risparmi, lo sviluppo economico, i carburanti, il riscaldamento, la luce elettrica, il costo del cibo… Il drago è ovunque, negli USA come in Germania, in Francia, ovviamente anche in Italia.

 

Il volo del mostro produce devastazione nazionale. Come le nuvole, è sopra tutto il cielo. Le nuvole, placide e poetiche nella loro quotidianità, in realtà forse lo coprono. Dietro le nuvole c’è il drago, il cui alito infuocato vi sta vaporizzando – vi sta rendendo, a vostra volta, nuvole, atomi allo stato gassoso senza più concretezza, né radice alcuna sulla terra.

 

Quindi, ripetiamo quello che abbiamo già scritto su queste colonne: il volo del drago continua. Perché Draghi è solo un effetto di un sistema soggiacente – un effetto di maturità, esperienza ed affidabilità impressionati: pensate, dalla scuola dei Gesuiti alla Banca d’Italia al Britannia alla Goldman Sachs BCE a Palazzo Chigi. Un bollino per ogni possibile centrale di potere finanziario.

 

È difficile, lo capite, che si priveranno di lui. Lo abbiamo già detto: non siamo fra quelli che pensano che Draghi non possa più divenire Presidente della Repubblica. In realtà, può succedere domani: Mattarella, che è anche lui stato portato a suon di applausi fantozziani ad un «anomalo» secondo mandato, può fare come il suo predecessore, dimettersi di colpo e far strada ad un altro nome gradito allo Stato profondo nazionale e non solo.

 

E chi meglio del Drago? E quale partito oserebbe non prendere in considerazione la cosa? La figura extrapartitica –che se ne fotte della politica e dei partiti al punto di farsi andare bene Di Maio – garantita ad vitam dai poteri sovranazionali che di fatto creano e disfano i governi italiani… come non volerne ancora? Come fare senza?

 

No, non ci siamo liberati dei Draghi.

 

La realtà è che, come dicevamo, le elezioni super-ravvicinate sono una manna per il potere costituito: nessuna realtà alternativa ai partiti presenti in Parlamento avrà il tempo e la forza di imporsi e sperare di arrivare in Parlamento. Non c’è il tempo tecnico, la censura impazza, ed ad una certa oltre alle liste di proscrizioni magari salta fuori anche la magistratura… I partiti, andando al voto immediatamente, hanno fatto la scelta più logica di autoconservazione.

 

Perché qualcuno può averlo intuito: ci sono 8 milioni di voti grillini a spasso. Visto che il partito è collassato – si è biodegradato in un paio di tronconi feudali, a loro volta biodegradabili – è molto improbabile che, escludendo qualche focolaio in meridione, tutti tornino a votare la torma venduta di Grillo.

 

Il numero di voti divenuto liquido può alterare gli equilibri – può soprattutto essere assorbito da soggetti che si presentino come anti-sistema (come fingeva il M5S fino a poco fa). Chi fa politica non può non aver notato che il dissenso, grazie al green pass, ha assunto dimensioni materiali notevoli motivazioni politiche irriducibili: le continue manifestazioni dei sabati del 2021, con la mobilitazione di milioni di persone in tutta Europa, non sono un segno da prendere alla leggere. In Italia, come in Germania, hanno dovuto piegarle con la repressione poliziesca dura.

 

Ecco: votiamo subito, così magari un po’ di questi voti tornano all’ovile. Già si sentono certe voglie di votare, nonostante quello che ci hanno fatto, Salvini, la Meloni, perfino Berlusconi… Alla fine va bene anche al PD, perché abbiamo appena visto che a votare non ci va più nessuno, tranne gli zombi piddificati nei decenni con il salario della greppia coop-statale: Zingaretti è servito per comprendere che più in basso di così, anche mettendocela tutta, il Partito non può andare, e anzi, si è compreso che anche la catastrofe di consenso attuale è per il PD, politicamente ed economicamente, sopravvivibile, sostenibile.

 

Certo, è un disastro. Era meglio aspettare un anno ancora, lavorare per creare soggetti di alternativa vera, credibile: perché quelli che oggi si offrono sul mercato, tra blogger ambigui, dottori spiantati, avvocati strampalati e leaderini che sguazzano negli stagni del loro narcisismo, sono davvero inaccettabili inaffrontabili, irricevibili, invotabili. Fanno schifo. E tanto.

 

E allora, non c’è davvero nulla da festeggiare. Questa crisi di governo è fatta per continuare l’opera di attacco alla popolazione, è fatta per mantenere lo status quo necessario a proseguire con il Reset, con la Sostituzione, con la decrescita, con tutti i programmi che la centrale della Cultura della Morte e i suoi maggiordomi locali ci stanno scagliando addosso da anni.

 

Non pensate di esservi liberati dei mostri che stanno decidendo il nostro futuro di miseria e distruzione. La loro ombra è proiettata sulle vite di ognuno.

 

L’apparenza del volo del Drago incombe ancora su tutti noi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Pensiero

Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.

 

Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.

 

Ci troviamo a un punto di svolta storico.

 

E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.

 

Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.


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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri

Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.

 

La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.

 

Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.

 

Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.

 

Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.

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L’altra specie di uomo: il costruttore

 

Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».

 

 

Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.

 

Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.

 

E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.

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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole

Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.

 

Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.

 

Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.

 

Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.

 

Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.

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Un aneddoto che dice tutto

Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.

 

Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.

 

Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.

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Quel mondo sta morendo

Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire.
Ma in fondo, sa già di aver perso.

 

Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.

 

L’IA ha rimescolato le carte

Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.

 

L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.

 

È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.

 

Il vero reset

Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.

 

La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.

 

Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.

 

Brivael Le Pogam

 

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Pensiero

Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata

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Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.   La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.   Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.   Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.

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La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.   Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.   La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».   «L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».   L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita all’islam.  

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Geopolitica

L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO

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La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.

 

Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.

 

Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.

 

La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.

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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.

 

Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.

 

Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.

 

La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?

 

Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.

 

Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.

 

Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.

 

Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.

 

Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?

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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.

 

E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.

 

Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.

 

E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.

 

Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.

 

Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.

 

Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».

 

Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.

 

E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.

 

Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.

 

E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?

 

Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?

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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.

 

No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.

 

Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.

 

Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.

 

Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.

 

Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.

 

Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.

 

Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.

 

In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.

 

Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?

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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.

 

Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.

 

E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.

 

Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?

 

Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?

 

Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

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