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Geopolitica

Incontro tra Putin con i leader africani

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Il presidente russo Vladimir Putin ha ospitato sabato a San Pietroburgo una numerosa delegazione di leader africani. Il gruppo si è recato in Russia il giorno dopo aver visitato l’Ucraina e aver incontrato il presidente Zelens’kyj, promuovendo la sua roadmap di pace in 10 punti progettata per porre fine al conflitto in corso tra Kiev e Mosca, che si trascina già da oltre un anno.

 

La delegazione africana comprendeva il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il presidente del Senegal, Macky Sall, il presidente delle Comore Othman Ghazali e il presidente dello Zambia, Hakainde Hichilema, nonché il primo ministro egiziano Mostafa Madbouly e alti funzionari della Repubblica del Congo e dell’Uganda.

 

Il sito governativo russo RT ha riassunto le questioni principali emerse dall’incontro.

 

Il conflitto ucraino colpisce l’Africa

Le ostilità in corso tra Russia e Ucraina stanno colpendo pesantemente non solo le «due nazioni slave» coinvolte ma l’intero continente africano, ha affermato Ghazali durante i colloqui. Il conflitto ha invocato minacce senza precedenti alla sicurezza alimentare ed energetica per l’Africa, ha aggiunto, esortando Putin a negoziare con Kiev.

 

La roadmap americana per la pace

La delegazione ha presentato a Putin una roadmap di pace in 10 punti, che delinea piuttosto ampiamente i passi necessari per porre fine alle ostilità tra Mosca e Kiev. Il documento afferma che i leader africani accolgono con favore altre iniziative di pace da parte di terzi e afferma che il conflitto «non può continuare all’infinito», con tutte le differenze da risolvere attraverso i negoziati.

 

La roadmap afferma che le Nazioni africane rispettano la sovranità sia della Russia che dell’Ucraina nel senso della Carta delle Nazioni Unite, esortando i due Paesi a «ridurre l’escalation». A parte questo, il documento sollecita l’eliminazione di tutte le restrizioni al commercio di cereali e altri beni, mentre le persone colpite dal conflitto dovrebbero ricevere aiuti umanitari. La roadmap esorta inoltre le due parti a rilasciare tutti i prigionieri di guerra, mentre gli sfollati temporanei, compresi i bambini, devono essere riportati alle loro case.

 

Durante l’incontro, il presidente russo ha ribadito che Mosca non si è mai rifiutata di negoziare, sottolineando che il dialogo è stato messo a repentaglio da Kiev e dai suoi sostenitori. Putin ha anche prodotto una copia di un accordo preliminare con l’Ucraina, siglato durante i colloqui a Istanbul lo scorso anno.

 

«Eccolo! Esiste! Si chiama così: un accordo sulla neutralità permanente e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Si tratta proprio di garanzie», ha affermato Putin, mostrando il documento ai leader africani.

 

L’Ucraina ha rotto l’accordo preliminare subito dopo che la Russia ha ritirato le sue truppe da Kiev, come era stato concordato a Istanbul, ha spiegato Putin. «Le autorità di Kiev, come fanno di solito i loro padroni, hanno gettato tutto nel cimitero della Storia», ha aggiunto, affermando che nessuno può garantire che l’Ucraina farebbe lo stesso con eventuali nuovi accordi in futuro.

 

Le radici della crisi alimentare sono altrove

Il presidente russo ha anche affermato che le crisi energetiche e alimentari in corso non sono state provocate dal conflitto con l’Ucraina, ma derivano dalle azioni dell’Occidente collettivo.

 

«È stato causato dal fatto che i Paesi occidentali hanno iniziato a impegnarsi in emissioni economicamente ingiustificate per risolvere i loro problemi legati alla pandemia di coronavirus», ha affermato.

 

Putin ha anche toccato l’accordo sui cereali facilitato dalle Nazioni Unite, spiegando che è stato concordato e mantenuto dalla Russia proprio per alleviare i problemi di approvvigionamento alimentare per le nazioni meno sicure. Tuttavia, l’accordo non ha funzionato esattamente come previsto, con il cibo che scorreva dall’Ucraina non verso l’Africa ma verso l’Occidente.

 

«Al 15 giugno, dai porti ucraini sono state esportate 31,7 milioni di tonnellate di prodotti agricoli. 976mila tonnellate – 3,1% – sono state inviate ai paesi africani più bisognosi», ha osservato il presidente russo.

 

La diplomazia russa si è molto dedicata all’Africa, con vari viaggi ufficiali del ministro degli Esteri Lavrov.

 

Come riportato da Renovatio 21, tra Congo e Uganda, due Paesi che avevano delegati all’incontro di San Pietroburgo, si è consumato un episodio terroristico di vasta portata, con la setta islamista chiamata Allied Democratic Force che con estrema crudeltà ha attaccato un villaggio, colpendo perfino una scuola e bruciandone il dormitorio.

 

Una cinquantina di soldati in missione di pace in Somalia erano stati trucidati dagli Shabaab in Somalia pochi giorni fa.

 

Come noto, l’Uganda ha appena varato una legge anti-LGBT. Il presidente di un altro Paese che condivide l’atteggiamento generale dell’Africa verso l’omosessualismo, lo Zambia, era pure presente a Pietroburgo.

 

Il Congo a sua volta è stato colpito  in settimana da uno spaventoso attacco terrorista perpetrato dai miliziani della setta animista CODECO, che hanno provocato una strage nella provincia di Ituri: 46 morti.

 

Per le sue leggi sulla propaganda omosessualista, la Russia è percepita dal goscismo dominante in Occidente come il massimo nemico dei «diritti» LGBT al mondo, che rappresentano, secondo il portavoce del Consiglio di Sicurezza USA ammiraglio Kirby, i «valori fondamentali» della politica estera americana.

 

 

 

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0), immagine tagliata.

 

 

 

 

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Geopolitica

Trump minaccia il leader groenlandese: «vi sarà un grosso problema per lui»

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sminuito il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen definendolo una persona che «non conosce nemmeno», minacciandolo di un «grosso problema» dopo che Nielsen ha riaffermato con fermezza l’impegno dell’isola verso la Danimarca piuttosto che verso gli Stati Uniti.

 

Come riportato da Renovatio 21, mesi fa il Nielsen aveva criticato la «retorica da superpotenza» di Trump definendola «inaccettabile» e «offensiva». «Basta con le fantasie di annessione», aveva scritto su Facebook.

Lo scontro sulle ambizioni di Trump di acquisire l’isola artica strategica ha raggiunto un nuovo livello di tensione durante una conferenza stampa congiunta tenutasi martedì a Copenaghen, in cui il primo ministro danese Mette Frederiksen e Nielsen hanno presentato un fronte compatto.

 

«Se dovessimo scegliere tra gli Stati Uniti e la Danimarca, qui e ora, sceglieremmo la Danimarca. Sceglieremmo la NATO. Sceglieremmo il Regno di Danimarca. Sceglieremmo l’UE», ha dichiarato Nielsen, che probabilmente ignora il fatto che la NATO è sostenuta primariamente dagli USA.

 

Queste affermazioni, pronunciate alla vigilia di colloqui di alto livello a Washington tra funzionari danesi e groenlandesi, il vicepresidente statunitense JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, hanno provocato una reazione veemente da parte di Trump.

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«Questo è un loro problema», ha risposto Trump ai giornalisti alla Joint Base Andrews. «Non sono d’accordo con loro. Non so chi sia, non so nulla di lui, ma questo sarà un grosso problema per lui».

 

Trump ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti debbano controllare la Groenlandia per impedire il predominio cinese o russo, un’affermazione contestata non solo da Mosca e Pechino, ma anche da funzionari locali. «In un modo o nell’altro, avremo la Groenlandia», ha ribadito domenica.

 

La minaccia si inserisce nel contesto di un’iniziativa legislativa promossa dal deputato della Florida Randy Fine, che ha presentato il Greenland Annexation and Statehood Act, un disegno di legge che autorizzerebbe il presidente a intraprendere «qualsiasi misura necessaria» per acquisire il territorio. I funzionari danesi hanno respinto categoricamente tale premessa, con l’ambasciatore Jesper Moller Sorensen che ha chiarito «in modo esaustivo» a Fine come la Groenlandia faccia parte integrante della Danimarca.

 

Sebbene Copenaghen abbia manifestato apertura a un approfondimento della cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti nell’ambito della NATO, insiste sul principio che il futuro dell’isola spetti alla sua popolazione, la quale nel 2008 ha votato per preservare lo status di autonomia all’interno del Regno di Danimarca.

 

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha evitato di commentare direttamente la controversia, limitandosi a sottolineare che il suo ruolo è garantire la sicurezza nella regione artica.

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Immagine di European Parliament via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 

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Geopolitica

Gli Stati Uniti avvertono gli americani di «lasciare l’Iran ora»

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Il dipartimento di Stato statunitense ha diramato un’allerta di sicurezza urgente, ordinando a tutti i cittadini americani presenti in Iran di lasciare immediatamente il Paese, senza attendersi alcun supporto da parte di Washington.   La Repubblica Islamica è scossa da disordini su scala nazionale dalla fine di dicembre, con violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine che hanno causato numerose vittime. Teheran ha reagito imponendo drastiche restrizioni, tra cui il blocco delle reti mobili e di internet, per contrastare quella che definisce una violenza orchestrata e alimentata da potenze straniere.   «Lasciate l’Iran ora», ha intimato lunedì l’Ambasciata Virtuale degli Stati Uniti a Teheran. L’avviso esorta i cittadini a valutare personalmente i rischi e a organizzare autonomamente la partenza, poiché «il governo degli Stati Uniti non può garantire la vostra sicurezza se decidete di lasciare il Paese».   «I cittadini statunitensi corrono un rischio significativo di essere interrogati, arrestati e detenuti in Iran», si legge nell’allerta, che sottolinea come il mero possesso di un passaporto americano possa rappresentare un motivo sufficiente per la detenzione. Viene inoltre raccomandato ai cittadini con doppia cittadinanza di uscire dall’Iran utilizzando esclusivamente il passaporto iraniano.

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L’avviso consiglia inoltre a chi non sia in grado di partire di «trovare un luogo sicuro all’interno della propria abitazione o di un altro edificio protetto» e di fare scorte di cibo, acqua, medicinali e altri beni di prima necessità.   Le tensioni tra Teheran, Washington e Gerusalemme restano altissime dall’estate del 2025, quando Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi congiunti contro siti nucleari iraniani chiave. Il presidente americano Donald Trump ha sostenuto che tali operazioni abbiano impedito lo sviluppo di un’arma nucleare, accusa che Teheran ha sempre respinto con forza.   La scorsa settimana Trump ha dichiarato che la sua amministrazione sta esaminando «alcune opzioni molto forti», includendo possibili attacchi aerei tra le «tante opzioni sul tavolo».   In risposta, funzionari iraniani hanno ribadito che, in caso di nuovo intervento statunitense, basi militari e personale americano e israeliano diventerebbero «obiettivi legittimi».   Teheran afferma inoltre di possedere prove dell’infiltrazione di agenti stranieri, tra cui presunti elementi del Mossad, operanti per seminare caos e fornire a Washington un pretesto per un’ulteriore escalation militare.  

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Trump: le difese della Groenlandia sono «due slitte trainate da cani»

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato domenica che le difese della Groenlandia da parte della Danimarca consistono in «due slitte trainate da cani», rilanciando la sua pressione affinché il paese europeo membro della NATO ceda la sovranità sull’isola artica.

 

Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha sostenuto che Russia o Cina potrebbero impossessarsi in qualsiasi momento del territorio danese.

 

«La Groenlandia, in pratica, ha una difesa a due slitte trainate da cani», ha detto. «Nel frattempo, ci sono cacciatorpediniere e sottomarini russi, e cacciatorpediniere e sottomarini cinesi ovunque. Non permetteremo che ciò accada».

 

Fin dal XIX secolo, vari esponenti statunitensi hanno sostenuto che l’isola artica – già sede di una base militare americana – dovesse passare sotto controllo statunitense, sotto gli auspici della Dottrina Monroe e di quello che è chiamato il «Destino manifesto» degli Stati Uniti d’America.

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Dopo che Trump ha rinnovato, all’inizio del suo secondo mandato, l’interesse ad acquisire la Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale, Copenaghen ha annunciato il rafforzamento delle proprie difese, con l’aggiunta di pattuglie con slitte trainate da cani e l’acquisto di altre due navi di ispezione artica per integrare la flotta groenlandese, composta finora da quattro unità.

 

I media dell’epoca riferivano di 12 unità di cani da slitta. Il territorio autonomo danese è in gran parte coperto da ghiaccio, con insediamenti e infrastrutture concentrati prevalentemente lungo le coste.

 

Le nazioni nordiche hanno smentito le affermazioni di Trump sulle presunte minacce russe e cinesi alla Groenlandia, sottolineando che negli ultimi anni non è stata rilevata alcuna attività militare significativa nella regione, come riportato domenica dal Financial Times.

 

«Non è vero che cinesi e russi siano lì. Ho visto i servizi segreti. Non ci sono navi, né sottomarini», ha dichiarato al giornale un alto diplomatico europeo.

 

All’inizio di questo mese, l’esercito statunitense ha condotto un raid in Venezuela per catturare il presidente Nicolas Maduro. Secondo funzionari dell’amministrazione Trump, l’operazione mirava in parte a consolidare l’egemonia di Washington nell’emisfero occidentale e a contrastare l’influenza russa e cinese in Sud America.

 

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