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Pensiero

L’era dei normaloidi

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«Normalista» secondo il dizionario oggi sta a significare uno studente o un ex studente della prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa, che epperò ha sedi anche sedi, tutte nella laicissima Toscana. Ammetto che la prima volta che sentii parlare dell’esclusivo istituto, da bambino, pensavo che si chiamasse «Anormale».

 

Nel senso: negli anni prima di Internet, ero riuscito a carpire se vi fosse una scuola per geni così come la vediamo nei film americani. In una delle prime puntate dei Simpsons trasmesse in Italia, Bart riesce a farsi ammettere con l’inganno in un istituto per bimbi intellettualmente superdotati. In Italia ci sarà pure qualcosa del genere, no? Una scuola che si chiama «Anormale», perché i suoi studenti sono anormalmente intelligenti, sembrava rispondere alla domanda.

 

Negli anni, imparai non solo che mi sbagliavo, ma che l’essere normalista non era in sé qualcosa che guadagnava automaticamente la mia ammirazione. Se guardate alla lista degli alumni, sarete colpiti dal fatto che si tratta di un’infornata qualsiasi di personaggi più o meno organici allo Stato-partito piddino, più qualche scienziato premiato da qualche parte. Tutti, va da sé laici, laicissimi. Diciamo così.

 

L’unico nome che mi veniva in mente, pensando ad un ex-allievo della Normale, era quello di Carlo Azeglio Ciampi: il direttore della Banca d’Italia durante l’attacco alla lira da parte di George Soros nel 1992, che con l’allora premier Amato imbastì una difesa della valuta nazionale totalmente fallita, con crollo rispetto a dollaro e marco, e uscita dallo SME. Il normalista Ciampi fece comunque scatti di carriera: divenne presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, mentre a Soros nel 1997 avrebbero conferito una laurea ad honorem all’Università di Bologna. Tutto normale, normalissimo, normalista.

 

Una diecina di anni fa ricominciai a sentire il termine «normalista» durante i primi fervori per il papato impazzito: c’erano due papi, e uno dei due aveva cominciato a sparare cose allucinanti sin dal primo secondo in cui Bergoglio aveva infilato l’anello piscatorio (già il nome, Francesco come il Santo di Assisi, era oggetto di critiche: nessuno aveva osato prima dell’argentino).

 

Credo di averlo letto forse in una lettera, un’email di gruppo – non ricordo – del compianto scrittore e bioeticista Mario Palmaro. Il termine fu poi pubblicato ripetutamente in un articolo per Il Foglio scritto in coppia con l’inseparabile Alessandro Gnocchi, «Questo papa non ci piace» (9 ottobre 2013).

 

Nel pezzo, andato in stampa pochi mesi prima che Palmaro venisse a mancare, i «normalisti» erano definiti «quei cattolici intenti pateticamente a convincere il prossimo, e ancor più pateticamente a convincere se stessi, che nulla è cambiato».

 

Poi sono arrivati gli americani, che hanno tirato fuori un termine vezzeggiativo-dispregiativo per coloro che galleggiano beati nel normalismo del mainstream: normie. Il normie è letteralmente una persona nella norma, un normale, un normotipico, ma più specificatamente qualcuno che non si è mai posto domande sul mondo in cui vive, facendosi infilare pacificamente il cucchiaio della narrazione dominante in bocca da media e politici. Se qualcuno volesse tentare una traduzione, direi che si potrebbe provare con «normalotto».

 

Per usare il gergo statunitense, il normie è ciò che si oppone al redpilled, il redpillato, ossia quello che ha parto gli occhi sulla realtà delle cose dietro le apparenze pilotate dalla versione dominante.

 

Su YouTube, su Twitter, sui Forum, ovunque la parola viene abbinata ad altri sostantivi, al punto da diventare, grazie alla cifra glottologicamente isolante della lingua anglica, un aggettivo. C’è la normie-version, la versione delle cose per i normalotti. C’è una normie-History, cioè la Storia secondo i normalotti. La normie-Politics, la politica fatta ad usum normalottorum. Ci sono i normie-media, la normie-Economy, i normie-books.

 

I normie sono oggetto di scherno da parte dei sedicenti redpillati (che hanno mutuato l’espressione red pill, «pillola rossa» dal pensatore monarchico Curtis Yarvin, che a sua volta ovviamente l’ha tratta ovviamente dal primo film della serie Matrix) ma anche della loro disperazione. I normie si danno non solo come la maggioranza, ma come un blocco granitico che è difficile da scalfire, e talvolta perfino da prevedere.

 

Ieri sera parlavo con un amico. Mi ha raccontato di aver fatto un viaggio in auto con uno sconosciuto organizzato da una comune conoscenza che faceva una festa in un’altra città. Mi diceva che, dopo qualche convenevole, lo sconosciuto si era un po’ sbottonato: arrivati a parlare dei vaccini lui, vaccinato, sosteneva che in effetti qualcosa non tornava, arrivando quasi ad esprimere rammarico per essersi sierato.

 

Il mio amico, a questo punto in fase di rilassamento, è passato a parlare anche del quadro politico, apprendendo, con sommo, incomprensibile orrore, che il compagno di viaggio era un fan di Mario Draghi. «È bravo… è uno che dà sicurezza, un profilo istituzionale»: il tizio deve aver detto cose così, mentre il nostro amico aveva probabilmente abbassato il finestrino dell’auto per buttarvisi fuori come nemmeno in un film di John Woo.

 

Ma come? Ti sei fatto due domande sui vaccini, ma non riesci a fartele su Draghi? Draghi che con i vaccini ha fatto il macello istituzionale che ricordiamo (green pass, super green pass, accuse ai no-vax untori che ammazzano il prossimo e se stessi)? Non serve che uno si chieda da dove venga, dove è stato, che conosca la storia del panfilo Britannia con sopra i «British Invisibles» salutati nel 1992 da Draghi, proprio nei tempi in cui Ciampi, il suo maestro normalista, lisciava enigmaticamente la manovra anti-Soros devastando la lira.

 

Basta che uno ci pensi un secondo: Draghi…? Ma davvero? Vedete: il normie è talvolta davvero difficile da calcolare, anche quando mostra segni di conversione.

 

L’episodio mi ha riportato alla mente situazioni similari vissuti in prima persona. Nei primi mesi del 2013, ricordo una festa a Milano – a pensarci oggi mi sembra una vita precedente – in cui un personaggio noto per l’aspetto comune (per somatismi e vestiario, un vero medioman), la mente matematica e le frasi inopportune (tipico di chi è bravo coi numeri…) mi disse che alle politiche che si sarebbero tenute a brevissimo, lui avrebbe votato… Monti. Subito dopo, bicchiere di gin tonic alla mano, tentava di spiegarmi che se Hitler avesse vinto la guerra lui si sarebbe iscritto immediatamente alle SS (ci si iscrive alle SS, come Magnotta con i terroristi), di modo da «sottomettere subito il maggior numero di donne», aggiunse oscuramente, ma io non mi curavo dei non sequitur, perché sconvolto totalmente: Monti? Monti?

 

Il lettore deve sapere che forse il più grande shock politico subito nella mia vita lo ebbi quando l’ex preside della Bocconi apparve dal nulla e prese il potere in Italia. Ricordate? I ministri tecnici, i professori totalmente apolitici, alcuni magari (si diceva) in odore di grembiule, alcuni pazzeschi pure fisicamente. Il tutto mentre il governo legittimamente eletto veniva defenestrato, ma arrivava – sul serio – a votare la compagine aliena che lo aveva spodestato (Giorgia Meloni è inclusa).

 

Crebbe in me, alla visione dell’ascesa dei Monti, un senso di sgomento, di angoscia, di paura vera che, mi rendo conto, neanche ora riesco a descrivere bene. Posso dire che un corollario di quella sensazione fu il bisogno, immediato e disordinato, informe, di «far qualcosa per difendere la mia famiglia». Cosa, in realtà, non sapevo bene.

 

Fu ancora più sconvolgente per me (il lettore scusi l’ingenuità del me-ragazzo) vedere che non solo il governo precedente, ma anche il popolo sembrava accettare l’operazione Monti, lo stravolgimento dell’ordine politico italiano, l’inveramento di decenni di teorie per cui ti tacciavano di complottismo spinto.

 

Sì, il golpe dello spread andava bene a tutti – il golpe era normale. I «normali», i «normalotti», anzi, applaudivano, bevendosi tutto. Un potere che parla di crollo dei consumi, di crisi come strumento per le riforme… andava bene, andava benissimo, anzi è quello che ci voleva. Al tacchino dicono che è Natale, e quello festeggia alla grandissima. Perché il tizio che prepara la pentola, «è uno bravo, uno competente, un profilo istituzionale».

 

Quello dell’iscritto alle SS ucroniche che votava il preside della Bocconi non è stato l’unico mio incontro ravvicinato con la specie. Ricordo un altro amico, un ragazzo a cui voglio bene, che morta la possibilità di votare per il partito ultra-biodegradabile di Oscar Giannino (ucciso da dentro parrebbe da un turbine di isteria fighetta che mandò alle ortiche tutto il consenso vinto con i remix di «Taci, miserabile!») mi aveva confidato che avrebbe votato o Grillo o Monti. Le due opzioni vi possono sembrare antitetiche, non lo sono minimamente (al punto che il Monti vero, cioè Draghi, fu definito dal comico ligure come «un grillino», con conseguenti voti del partito stellato), tuttavia il problema per il conoscente non si poneva: ve lo abbiamo detto, i normies sono imprevedibili. E disperanti.

 

È inutile nascondere che è stato durante il biennio pandemico che i normies hanno dimostrato globalmente di che pasta sono fatti.

 

Hanno accettato, senza tanti problemi, i lockdown, con devastazione economica per la loro attività o, in quasi tutti i casi, per il settore della loro azienda: non hanno detto una parola, anzi.

 

Hanno obbedito al diktat delle mascherine, anche per i bambini piccoli, e anormale chi, in qualsiasi situazione, si trovava smascherato. Chi scrive ricorda l’esperienza di una coppia di normo-anziani che, nel mezzo di un boschetto, urlarono al nostro gruppo di amici, ad una distanza di 20 metri buoni, «tirate su le mascherine».

 

Soprattutto, i normo-cittadini hanno accettato di divenire cavie di un esperimento con la somministrazione una pozione sperimentale, certo fatta anche coi feti come gli intrugli delle streghe di una volta, di cui non sapevano nulla, se non che la TV, con quelli «bravi» e «competenti» con «profilo istituzionale», diceva che sono «sicuri ed efficaci».

 

Anche quando divenne chiaro, con le reinfezioni dei bi-tri-quadridosati, e con le possibili miocarditi segnalate perfino dagli enti pubblici del farmaco, che non era «sicuro ed efficace» la massa normalotta ha tirato dritto, mai questionando le balle che si era ingollata, e neppure quanti gliele avevano vendute.

 

I normalotti hanno continuato per la loro strada, che è quella dove la dissonanza cognitiva non può esistere, e quindi nemmeno la volontà di mettersi in discussione, e la quindi la cerca della Verità.

 

Ritengo che dopo l’inoculo con siero genico, non sia nemmeno più giusto chiamarli normali, normalisti, normies, normalotti. Se l’iniezione di mRNA sintetico è, come ripetiamo su Renovatio 21, un grande progetto di transumanizzazione della massa mondiale, con la trasformazione sempre più accelerata degli umani in umanoidi, allora sarebbe giusto, credo, usare un nuovo termine: normaloidi.

 

I normaloidi sono lo scalino evolutivo successivo dei normalotti: questi ultimi si limitavano a bersi le menzogne dei padroni del vapore, e a pagar loro il pizzo. Il normaloide non solo crede ciecamente al potere e ai suoi inganni, ma ha accettato di modificarsi genicamente – pagando pure lui il processo. La sua obbedienza, la sua normalanza, è di livello subcellulare – una lealtà più grande, viene da pensare, i signori del mondo non potevano chiederla.

 

«Ti butteresti in un fosso per me?», potevano domandare, con la formula classica. Invece sono andati molto oltre: «ti modificheresti a livello biomolecolare per me?». In massa, hanno risposto «siiiiì!», rinunziando, al contempo, a quantità di diritti costituzionali.

Ecco una seconda qualità intrinseca del normaloide: non solo è biologicamente diverso – un avvocato americano è arrivato a teorizzare, giuridicamente, il fatto che si tratterebbe di una nuova specie – ma anche capace di un’inedita esistenza extracostituzionale: delle Carte che regolano lo Stato in cui vivono (in Italia, in Germania, in USA…) non sanno che farsene, possono fare a meno.

 

Il normaloide accetta, in piena tranquillità, che lo Stato moderno calpesti le sue stesse leggi fondamentali, con visibile nocumento per i cittadini. Ma che importa? Anche il virus, e il capovolgimento universale che ha prodotto, è in fondo una cosa normale, finché guidano «quelli bravi, gli esperti». È normale se il virus che esce dalla zuppa di pipistrello accoppiato con pangolino, è normale se lo stesso virus invece è uscito da un laboratorio di bioingegneria magari militare – anzi, in questo caso possiamo proprio parlare di virus normaloide.

 

Come il lettore immagina, la razza normaloide non ha esaurito la sua missione storica con il COVID.

 

Dobbiamo dire che i normaloidi stanno facendoci vivere emozioni anche con la guerra ucraina.

 

Per il normaloide, l’attore comico creato politicamente in provetta dagli oligarchi diventa un eroe, «il Churchill del XX secolo».

 

Per il normaloide – e i suoi partiti al potere e non – i nostri soldi e le nostre armi vanno consegnate all’agnello di Kiev, e non importa se restiamo poveri e indifesi.

 

Per il normaloide le rune del Battaglione Azov sono «antichi simboli indoeuropei», i suoi miliziani con le svastiche tatuate sono romantici lettori di Kant, il neonazismo ucraino non esiste, come nemmeno gli articoli che ne parlavano fino a pochi mesi prima.

 

Per il normaloide, Kiev è stata aggredita, e degli accordi di Minsk violati (con tanto di ammissione della Merkel e di Hollande e pure di Poroshenko) e la strage dei russofoni in Donbass perpetrata dalle milizie ucronaziste mai ha sentito parlare.

 

Ancora più significativo il fatto che per il normaloide va benissimo che per difendere la «democrazia in Ucraina» – Paese di cui, fino a poco fa, conosceva qualche badante – il mondo rischi la catastrofe termonucleare. Cioè: anche la casetta del normaloide può venire spazzata via, così come i suoi figli, e ogni generazione a venire. Non sappiamo dire quanti ci abbiamo veramente pensato: tuttavia qualcuno che ha il coraggio di dire che è per il futuro della «democrazia» si trova, cosa doppiamente disperante, perché gli stessi con la sottomissione pandemica hanno di fatto svuotato di ogni residuo senso che poteva rimanere alla parola: forse qui possiamo parlare di «democrazia normaloide», ma di democratico non c’è davvero più niente, ci sono le materie fumanti della sovranità del popolo, ancora prima che giungano i missili balistici intercontinentali.

 

Non è finita. Il normaloide può fare ancora di più. Essendo che gli è stato detto che la Storia è una magnifica linea progressiva, accetta pienamente il fatto che oggi si sposano i gay, domani – come mostrava una vecchia vignetta con coppie che lanciavano dietro di sé bouquet a coppie sempre più devianti – ti potrai sposare un famigliare, un bambino, un animale, un morto, un robot. (E guardate che praticamente tutti questi casi sono, in qualche forma, già realizzati)

 

Il normaloide accetta che un bambino possa credere di essere una bambina, e ottenere come premio la castrazione, più la somministrazione di farmaci che in genere si danno per castrare gli stupratori pedofili.

 

Il normaloide accetta che l’ONU e l’OMS comincino a svolazzare intorno al tema della libera pedofilia.

 

Il normaloide accetta che le competizioni sportive femminile siano stravinte da maschi muscolosissimi.

 

Il normaloide accetta che il suo Paese, e l’intero continente, sia inondato di stranieri in un’operazione che ha come fine – visibile a occhio nudo – l’istituzione di un’anarco-tirannia, cioè una vita d’inferno per il suo quartiere e per i tempi in cui cresceranno i suoi figli. Anche qui, come per il siero: il normaloide paga la cosa, per quanto nociva, di tasca sua.

 

Il normaloide accetta che, se fa un incidente stradale stasera tornando a casa, l’ospedale possa espiantargli tutti gli organi quando ancora il cuore gli batte, in pratica squartarlo vivo (letteralmente).

 

Il normaloide accetta di prendere droghe legalizzate per la felicità anche quando queste, scrivono i bugiardini, potrebbero portarli all’effetto opposto, alla tragedia dei pensieri suicidi.

 

Il normaloide accetta che gli ospedali, teoricamente luoghi di cura, uccidano grandi e piccini, magari pure con un pratico soffocamento via cuscino.

 

Il normaloide accetta che i bambini siano fatti non più in quel modo tanto bello (forse le sensazioni forti non fanno per lui?), ma con le provette, con uno (magari a caso) che si masturba e una (magari a caso) che si fa estrarre, con un processo doloroso quanto pericoloso, le cellule uovo. L’utero può essere di un’altra donna ancora, oppure di una donna ma trapiantato in un’altra donna, oppure trapiantato in un uomo, oppure un utero artificiale: tutto normale, normalissimo, normaloide.

 

Quanto potremmo andare avanti, quanti esempi possiamo fare: del resto, e ciò che su Renovatio 21 annotiamo quotidianamente come Necrocultura, che è inscindibile dal concetto di un’umanità che progredisce al di là del bene e del male. Destra e sinistra, nel mondo normaloide, sono completamente fuse con l’idea del Progresso, del processo spontaneo, inarrestabile, per cui l’umanità si spinge oltre ogni limite, perdendo ogni senso morale.

 

La storia va in quella direzione, no? «Ce lo chiede il mondo moderno», verrebbe da dire. E sappiamo bene cosa diceva il poeta Rimbaud (che di pedofili e drogati sapeva qualcosa): «Il faut être absolument moderne». Bisogna assolutamente essere moderni.

 

Ed è chiaro che se resisti, prima o poi verrai punito, piegato, normalizzato, normaloidizzato. Perché, come abbiamo ripetuto, se non vi siete sottomessi negli ultimi anni, e continuate a farlo, fate parte di un segmento della società che lo Stato e il Capitale non vogliono più mantenere, che hanno calcolato come sacrificabile: non hanno bisogno dei vostri soldi, del vostro voto, del vostro lavoro. Per questo vi censurano e vi squalificano, vi tolgono la libertà di parola e il lavoro – in attesa dei campi di concentramento, che, a pensarci bene, hanno anche loro fatto capolino di recente tra le «democrazie» moderne.

 

E quindi, cosa volete fare? Volete davvero vivere questa separazione sempre più evidente con l’umanità normaloide?

 

«Il faut absolument être normaloïde», sussurra il poeta decadente che è in tutti noi. Il richiamo normaloide è fortissimo, siamo tanti piccoli Zanna Bianca in difficoltà.

 

Saprete resistervi?

 

In realtà, se state leggendo questo sito, la risposta la sapete già.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pensiero

Il nuovo spirito del tempo

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Se il tempo è la misura del divenire, «i tempi» hanno sempre rappresentato nella percezione comune il mutamento storico prodotto dai comportamenti umani e dagli eventi che li coinvolgono. Comprendono la trasformazione, maturazione o degenerazione dei modi di essere e di agire, che si proiettano in modo evasivo, riduttivo o sublimato e immaginifico anche nelle mode.

 

Qualche volta sono stati ricondotti all’influsso positivo o negativo di una minoranza particolare o addirittura di un singolo, capaci di imprimere un carattere determinato, una colorazione particolare allo spazio cronologico in cui si è dispiegata la loro influenza.

 

I tempora e i mores della invettiva ciceroniana stavano a definire la degenerazione morale e politica introdotta da una genia di individui particolari, che avevano osato lacerare il tessuto incorrotto di un’etica e di una tradizione, e dovevano essere combattuti a tutti i costi. Ma i «tempi» hanno finito per assumere un significato oggettivo, sono stati sentiti come una entità a sé, in grado di dominare il presente e di indirizzarlo con forza verso un destino cui è impossibile resistere, come alla corrente impetuosa di un fiume alla quale non vale la pena di opporsi e che, anzi, forse è utile assecondare.

 

I «tempi nuovi» di Machiavelli erano anch’essi un nuovo volgere di eventi sociopolitici che si inserivano fatalmente nell’arco e nelle traiettorie della storia. Ma è evidente che il divenire dell’esperienza umana è al tempo stesso causa ed effetto del divenire delle idee che fanno da volano a nuove esperienze, in un circolo vizioso capace di imbrigliare la vita comunitaria, ma anche quella dei singoli individui.

 

Insomma, «i tempi» sono guidati dallo spirito delle idee e generano nuovo spirito.

 

La filosofia tedesca ha nobilitato il fenomeno attribuendo alla forza trascinante dei «tempi» uno spirito capace di proiettare la propria luce messianica sui popoli, sicché la accondiscendenza e l’accoglimento di una realtà nuova diventa naturale, utile e necessaria.

 

Alla fine, «i tempi» sono l’insieme delle forze che condizionano i comportamenti dall’esterno, o perché sembrano incarnare esigenze evolutive inarrestabili, o perché rappresentano una direttrice metafisica che richiede soltanto di essere riconosciuta e interpretata o, più banalmente, perché la percezione di un andazzo generale induce gli individui a conformarsi ad esso pigramente per aggregazione, senza porsi troppe domande. Allora diventano all’occorrenza un alibi, la giustificazione di una ritirata o di una accettazione passiva, e creano quel meccanismo in cui le idee stesse rimangono imprigionate.

 

Oppure, all’opposto, sono sentiti come negazione e demolizione, come caduta e interruzione del faticoso sforzo umano volto ad elaborare principi e rimedi, direttrici etiche e spirituali, erette a difesa di esigenze comuni, e come tali vengono combattuti.

 

Così, di fronte allo «spirito del tempo», ci si può porre in modo sospettoso o sottomesso, fatalistico o critico e oppositivo a seconda del messaggio che esso rimanda e dei contenuti percepiti, a seconda del momento e delle circostanze storiche, dello scarto rispetto al passato prossimo di cui rappresenti uno sviluppo obbligato, una evoluzione accattivante, una emancipazione o una intollerabile dissonanza. Infine, la sua forza suggestiva agisce in modo differente sulle vecchie e sulle nuove generazioni.

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Tuttavia se «i tempi» non sono una entità staccata dagli uomini che fanno e disfano la storia a seconda delle contingenze determinando i flussi continui delle idee, ci sono eventi esterni, naturali o no, capaci di creare nuove realtà spirituali al di là delle intenzioni umane, eventi traumatici che, come una catastrofe naturale o una guerra di annientamento, imprimono allo stesso scorrere più o meno tortuoso del divenire svolte decisive, creano battute d’arresto interrompendo il corso stesso della storia, e generando una nuova storia dello spirito.

 

In ogni caso se tempi nuovi, cioè di forte cambiamento, portano idee nuove, queste non sono necessariamente anche buone, come quando travolgono, in un processo involutivo, un deposito consolidato e sperimentato di sapere, di principi, di canoni di comportamento. Per questo, oggi più che mai diventa di capitale importanza per la comprensione del tempo presente vedere la parte che tocca all’uomo quale instancabile artefice o suddito dei «tempi» e dello spirito che li anima e occorre misurare il valore oggettivo di questo.

 

Occorre vedere tutta la particolarità della stagione «presente e viva» e «sentire il suon di lei», come vedeva e sentiva Leopardi la sua.

 

Infatti, per noi, hinc et nunc, lo spirito del tempo contiene, rispetto al passato, una differenza fondamentale, straordinariamente rilevante: esso appare determinato, indirizzato, guidato, secondo un programma, uno studio elaborato a distanza, in applicazione di una teoria e seguendo una prassi sperimentate in laboratorio o sul campo.

 

Non è lo spirito assoluto, ma non sono neppure soltanto le contingenze storiche a determinare lo spirito del nostro tempo, ma un ben definito disegno politico dettato da una nuova e determinata volontà di potenza, alimentata e potenziata dalla tecnica.

 

Insomma, la stessa nozione di spirito del tempo, come prodotto obbligato o casuale di un divenire storico che spesso sfugge anche al controllo degli uomini che pure lo generano, deve essere aggiornata e misurata sulla realtà di una nuova e determinata realtà di potere.

 

Il nuovo spirito del tempo è nuovo perché si presenta non come forma evolutiva del divenire, ma come invenzione, rovesciamento e manipolazione della realtà che un potere «politico» in senso lato intende imporre direttamente con leggi dissennate, o indirettamente attraverso suggestioni e degenerazioni culturali guidate mediaticamente.

 

Esso è il prodotto di una regia sapiente, che crede di poter muovere a piacimento e all’infinito le proprie pedine sulla scacchiera di una storia pensata come cosa fatta propria per sempre. Una regia che si è autodivinizzata dopo avere messo in fuga il divino dalla parte di mondo di cui si è impossessata.

 

Si tratta di una macchina da guerra, non propriamente gioiosa quale quella ideata da un dimenticato politico progressista, ma straordinariamente efficiente, anche in virtù dell’apporto delle stesse masse adeguatamente rieducate e asservite, che ne incrementano e ne stabilizzano l’imperio. Essa si pone come rampa di lancio verso obiettivi sempre più ambiziosi e allucinati, che prevedono lo stravolgimento di ogni principio etico e delle leggi della natura e della convivenza sociale, il sovvertimento del pensiero e del giudizio.

 

Questo nuovo spirito del tempo non più figlio naturale del divenire storico, ma l’oggetto di un disegno politico; soffia su tutto l’Occidente europeo che, dopo essere stato la fucina di ogni evoluzione ma anche di ogni falsa liberazione ideale e religiosa, di ogni esperienza di pensiero spinta oltre i limiti di salvaguardia, ora raccoglie mestamente le scorie della propria autodistruzione, e della propria riduzione in schiavitù «per man di mercatanti».

 

Ma crea scenari del tutto particolari in questa Italia immemore di sé, incapace di leggere la realtà di cui si è fatta vittima sacrificale, ancora una volta terra di conquista, e campo di sperimentazione privilegiato nella visione di dominio universale della cosiddetta anglosfera.

 

La volontà di potenza che alimenta il nuovo spirito del tempo si pone anzitutto come obiettivo di cambiare faustianamente lo statuto morale, etico ed estetico, culturale e religioso, del mondo. Non si accontenta della sottomissione materiale, ma vuole sottomettere le anime (esemplare il fine di conquista delle anime riconosciuto dalla Thatcher al proprio programma capitalistico), in quanto via meno costosa e appariscente, strumento indispensabile per ottenere e mantenere a basso costo la sudditanza del maggior numero possibile di individui.

 

Ma come si è arrivati ad assorbire in modo quasi lineare, morbido, in Europa in generale e in Italia in particolare, un nuovo spirito del tempo che accoglie il sovvertimento etico, politico, religioso, estetico, giuridico e complessivamente culturale quale proprio nuovo carattere identitario?

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Come si è potuto arrivare a togliere i basamenti su cui poggiavano le strutture culturali della società? E come, soprattutto, la società sollevata dalle proprie fondamenta oggi sembra farsi portatrice attiva o per colpevole omissione del nuovo spirito del mondo?

 

Abbiamo assunto dunque come presupposto inconfutabile che il nuovo spirito del tempo sia l’oggetto di un programma di sovvertimento di strutture culturali storicamente sedimentate e di quella legge naturale che è punto di riferimento irrinunciabile per la sopravvivenza stessa della compagine umana. Esso si serve a questo scopo di suggestioni, di induzioni emotive, di un non pensiero in forma di pensiero, di un linguaggio falsificato che retroagisce a formare vuoti gusci concettuali.

 

Ma questo vaste programme non avrebbe potuto prendere corpo se non si fosse messa in conto la capacità di asservimento morale e culturale, la riduzione intellettuale delle masse aggredite prima dalla modernità, poi dalla postmodernità postbellica.

 

Oggi un po’ tutti sono più o meno in grado di riconoscere come sovrastruttura pervasiva il capitalismo della sorveglianza, date le sue ormai scoperte manifestazioni, Ma poco ci si interroga sull’oggetto sorvegliato e non tutti sono disposti ad ammettere la propria condizione di sorvegliati e manipolati. E questa inconsapevolezza colpevole già spiega il successo della manipolazione e dell’asservimento.

 

Una analisi particolare meritano dunque gli assoggettati al nuovo spirito del tempo, ovvero i sudditi dei soggetti che lo muovono. Sotto molti profili è evidente che la responsabilità di questa resa senza condizioni al nuovo spirito del tempo grava tutta sulle spalle delle generazioni più mature, a partire addirittura da quelle vissute sotto la euforia postbellica e conquistate dal miraggio del benessere senza costi morali ed educativi o, ancora peggio, di quelle che, dopo essersi pensosamente dedicate a contrastare ideologicamente le derive economico sociali del capitalismo, ne hanno sposato la lezione libertaria dell’abbattimento di ogni frontiera morale.

 

La guerra aveva cancellato ad arte il volto di una civiltà secolare, mettendo definitivamente fuori gioco la idea dissennata della propria funzione catartica, ma anche proiettando i sopravvissuti verso il nuovo che, dal nulla delle macerie e della morte, nasce buono per definizione ed è stato capace in molti casi, di far dimenticare una tradizione e una cultura. Il sole dell’avvenire poteva irradiare tutto con la luce della libertà dal passato mentre piantava la sua bandiera sul futuro.

 

La libertà da concetto relativo è diventato concetto assoluto e componente essenziale e nobilitante del divenire, di ogni divenire che, volendo coprire tutto, ha finito per diventare un «ologramma», con la stessa illusoria consistenza degli aerei che negli schermi televisivi squarceranno le torri gemelle ad uso e consumo dei telespettatori, mentre l’esplosivo vero le faceva crollare dall’interno.

 

Le generazioni postbelliche, quelle giovani e meno giovani di allora, misurarono la propria vitalità su questo mito rinnovato della libertà, confermato dalla liberazione dal bisogno e dal nuovo benessere assicurati dalla macchina della ricostruzione, infine sulla possibilità di perseguire liberamente il piacere contingente, vero o presunto.

 

La divinizzazione della libertà appena scoperta servì allo scardinamento del ruolo femminile sull’altare del sacrificio umano, cioè dell’aborto, come consacrazione della scelta personale libera. Ma era già stata accesa, con lo scardinamento attraverso il divorzio, della sua funzione socio etico economica, la pira su cui incenerire la famiglia che si guadagnerà, alla memoria, il titolo di «tradizionale» nel cenotafio erettole in un apposito museo.

 

Il mito della libertà e la euforia della autodeterminazione solleticano la volontà di potenza che si scopre non solo appannaggio del potere, ma ora alla portata del quivis de populo. La eroica rivoluzione cui è approdato dopo tanta fatica speculativa il pensoso occidente è stata quella contro la legge naturale con la quale esso ha apparecchiato il proprio orizzonte suicidario.

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Attraverso questa guerra di liberazione, condotta sotto la bandiera della libertà individuale autogestita, riecheggiava quella consacrata dalle avanguardie «artistiche» liberatesi da più di un secolo da quella forma che delle arti ha sempre rappresentato la legge naturale, ovvero la spina dorsale.

 

C’erano in giro ancora idee forti, ma tutto doveva essere ricomposto in un ordine funzionale al nuovo obiettivo di dominio universale. Un ordine che venisse da sé senza violenza, visto che la violenza attizza la ribellione. Nelle piazze come nelle fabbriche. Ecco allora la necessità di introdurre la libertà «da», soprattutto dalla realtà, ora che già la televisione allenava le menti a sostituirla con quella virtuale.

 

Del resto nel suddito era già stato inoculato il germe del progresso e del vantaggio evolutivo quale criterio di giudizio privilegiato della realtà materiale e spirituale. Un germe presente nella cultura scientista e laicista, ma penetrato sia pure lentamente anche nelle sfere più modeste della popolazione e quindi facilmente anche nella mentalità cristiana. Il rovesciamento dell’altare da parte dei muratori postconciliari rappresenta bene il fenomeno complessivo e sintetizza sia la teologia nuova del potere clericale che la devozione nuova del fedele remissivo.

 

Le premonizioni nicciane si fondavano sulle degenerazioni culturali delle élites intellettuali dominanti, che però non si erano ancora allargate a fenomeni di massa. Infatti, anche se la stessa morte di Dio era stata annunciata al mercato, le chiese rimasero piene almeno fino al dopoguerra e alla morte di Pio XII, perché il cattolicesimo radicato nel popolo di Dio era ancora ignaro di come la stessa teologia cattolica andava virando verso quella protestante e i Bonaiuti avevano allargato la strada alla dissoluzione della Chiesa ben prima che il Concilio gettasse le basi ufficiali di quella dissoluzione.

 

Il rito assicurava la continuità della Chiesa e del messaggio divino, e teneva ancora a bada lo spirito del tempo che pure soffiava sempre più forte al di fuori. Per farlo entrare a gonfie vele occorreva cambiare la forma capovolgendo la sua simbologia. Si dice che la rivoluzione sessantottina sia cominciata dalla Chiesa. In ogni caso anche quelli che hanno continuato a riempire le chiese dopo il Concilio non si sono accorti di andare professando ormai una religione nuova, perché alla diversità della forma corrispondeva la diversità dei contenuti.

 

Del resto, la pressione e la confusione indotte mediaticamente col bombardamento di nuovi luoghi comuni o con la loro subdola insinuazione hanno suscitato anche nei benpensanti cattolici quella «prudenza» nel dare forma al proprio sentimento critico e nell’esprimere un pensiero forte, e allo stesso tempo quella ritrosia a porsi in contraddizione aperta col «mondo», suggerite dalla mitezza cristiana non meno che dalla diffidenza timorosa verso le posizioni di contrasto. Così si è ottenuta la sudditanza proprio di quelle masse di individui che meglio di altre avrebbero dovuto essere capaci, per natura e per habitus culturale, di opporre una solida tradizione morale e culturale alle follie di nuovo conio travestite da conquiste di libertà.

 

Insomma, il nuovo spirito del tempo trovava il suo volano anche nel popolo cattolico progressivamente progressista ma anche docile e malleabile per natura o per posizione politica.

 

Ma intanto esso si imponeva a generazioni disarmate anche attraverso la potenza della tecnica e l’autorevolezza che essa conferisce. L’affievolirsi della fede è stato compensato con la nuova fede nella onnipotenza della tecnica, che mantiene il crisma del progresso indipendentemente dai suoi esiti e delle sue applicazioni. La scoperta felice che essa faceva risparmiare tempo e fatica e sembrava allungare la vita diceva che era buona per definizione, anzi il nuovo era buono per definizione e, se anche le idee erano nuove, anch’esse dovevano essere buone. Poi la virtù intrinseca della tecnica è stata avallata dalla filosofia, che l’ha scissa dal problema dell’etica secondo il principio per cui questa coincide con tutto ciò che è possibile fare e «creare».

 

Infine, a rafforzare il mito del nuovo che avanza perché è bene che così sia, c’è anche l’inerzia, la timidezza, il timore del suddito e soprattutto la sua più o meno confusa convinzione di non essere in grado di capire a causa della propria inadeguatezza cognitiva. È lo stesso atteggiamento collaudato davanti ad ogni manifestazione truffaldina spacciata come arte moderna o, peggio ancora, «contemporanea».

 

Di fronte alla quale il volgo «profano», perché tale si ritiene, disistimando la propria innata capacità di afferrare la realtà qual è, si sforza di mostrare interesse e approvazione soltanto perché non osa dichiarare ad alta voce di essere gabellato. La pletora di mostre e mostrine infarcite di mostruosità estetiche e imposture sedicenti culturali, tutto il vuoto travestito impunemente da pretese artistiche che ingombra da anni ogni angolo del mondo progredito, arriva oggi a stuprare luoghi di bellezza incorruttibile con un pattume spacciato per pietanza fresca, che viene ingurgitato senza fiatare e magari anche a pagamento.

 

Di qui, quando le idee nuove sono venute ad insinuarsi nelle menti disarmate dei figli, perché disarmati erano ormai proprio i genitori che, per quanto sorpresi dalle più vistose «novità», rimasero turbati dall’idea di «dover contrastare» i figli e commettere così il nuovo peccato di «autoritarismo».

 

Insomma, su tutti i fronti il nuovo spirito del tempo, tra miti progressivi e tra rispetto umano, tra ignavia, pigrizia mentale e spirito gregario e fuga dalle turbolenze nemiche del quieto vivere, ha avuto buon gioco per far progredire in modo esponenziale le proprie pretese e le proprie prepotenze fino a conquistare tutto il terreno alla propria follia.

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Così è avvenuto per i tre capisaldi dell’attacco alla struttura naturale della società dopo quello portato alla famiglia fondata sul matrimonio, ovvero omosessualismo, aborto ed eutanasia, accolti da generazioni già confuse che avevano di fronte genitori interdetti e disorientati.

 

La soggettivazione foucaultiana del popolo è avvenuta anche per la via della fuga dalla responsabilità, o dalla fatica di fermarsi a pensare e a vedere lo scorrere di una realtà artificiale al di sopra o al di sotto della coscienza collettiva. Oppure la comprensione di quanto ci minacciava ferocemente sempre più da vicino è maturata troppo tardi, quando i fenomeni si sono perfettamente realizzati e non era più possibile prevenirli perché ci avevano già sorpassati.

 

Vale per tutti l’esempio della surreale ondata omofiliaca, avanzata prima in sordina, poi sempre più sfacciatamente, senza incontrare resistenze capaci di arrestarne l’avanzata distruttiva.

 

Intanto, per quelle che sono le nuove generazioni di oggi, già nate nella realtà, o nella prospettiva, della dissoluzione famigliare e di dileguate certezze morali, vengono apparecchiate le fasi finali della demolizione controllata, mai interrotta nei decenni, di quella scuola gentiliana che era stata ideata per la formazione umana complessiva e per l’affinamento delle capacità critiche e speculative individuali.

 

Una scuola il cui valore culturale, a detta di un osservatore politico statunitense mandato in Italia nel dopoguerra a studiare la fenomenale capacità di ripresa mostrata da un paese scientemente distrutto, era tutta da accreditare al valore della scuola italiana. Un buon motivo per allestire il suo metodico smantellamento, cominciando dall’alto con la conquista ideologica degli atenei, da Roma a Trento, passando per la facoltà di architettura, progenitrice autorevole del futuro scempio architettonico d’Italia. Una demolizione sfociata, con un salto di qualità concordato altrove, nel demenziale genderismo scolastico della «Buona Scuola» renziana, ultimo trampolino di lancio verso il colpo finale da assestare ad ogni forma di istruzione con le degenerazioni della Scuola 4.0.

 

Infine, la sottomissione al nuovo spirito del tempo richiede la devozione dedicata ai più prestigiosi miti fondativi: libertà e uguaglianza che, si sa, vanno a braccetto; democrazia, che va bene per tutte le stagioni; benessere, altrui, legato all’economia; diritto alla felicità, concetto forte e d’avanguardia capace di soddisfare ogni esigenza giuridica, filosofica ed esistenziale.

 

Per riassumere, in virtù delle suggestioni indotte dal regime comunicativo, la difficoltà di reperire il tempo e gli strumenti per decifrare la realtà oltre l’apparenza propagandata, la sfiducia nel proprio discernimento e nella sapienza del buon senso, un degrado culturale generalizzato e programmato attraverso la demolizione controllata dei sistemi di istruzione, più generazioni sono state imprigionate negli ingranaggi della macchina del potere che ha potuto continuare a travolgere la ragione e la capacità di percepire la oggettività del reale, a neutralizzare ogni opposizione prima ancora che una qualche battaglia potesse essere combattuta.

 

Ma a questo punto, il suddito che non ha trovato buone ragioni né le condizioni per opporsi, ma anzi ha avvertito la vocazione destinale dello spirito del tempo, ha finito per diventarne la vera forza motrice.

 

Infatti, ormai dimentico di ogni acquisizione etica, politica, giuridica, estetica e religiosa, ovvero delle loro essenze, e non avendo più nulla a cui appoggiarsi perché ha lasciato andare tutti gli appoggi, ha finito per mettersi a spingere la macina che sta già triturando la sua esistenza presente e futura.

 

Comincia ad usare le parole svuotate del loro senso che il nuovo spirito del tempo gli propina d’autorità, come parte indisponibile del nuovo linguaggio unico comune.

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L’adeguamento avviene in modo automatico e repentino, a macchia d’olio. Un po’ con la stessa velocità con cui la «buona giornata» adottata anzitutto da ogni commessa italica è stato sostituito in ogni ambiente cittadino o periferico, senza distinzione di classe sociale, al «buon giorno» che resiste soltanto in qualche semideserto borgo dell’entroterra abruzzese e molisano, o calabro lucano, e mentre si fa strada con prepotenza anche la «buona serata» allusiva di auspicabili svaghi notturni, fossero anche solo televisivi.

 

Ora, in questo e altri casi simili, la facilità di adattamento a certi stilemi elargiti dalla «direzione artistica», può apparire tutto sommato innocua. Ma la cosa diventa fatale quando il mutamento del linguaggio imposto e recepito secondo copione sta a determinare la mutazione degli apparati concettuali.

 

Sappiamo, ad esempio, come la cavalcata prima notturna poi sempre più travolgente e scoperta dell’omosessualismo sia avvenuta sotto la bandiera del «gender», la parola magica che ha consegnato ad ogni benpensante il certificato di normalità elaborato per una pratica contro natura e contro ragione. Una pratica che pretende di uscire dalla indisturbata alcova privata per imporsi con patologica protervia a tutto il genere umano e mostrando in questo modo proprio quella anormalità radicale che si è preteso cancellare manu militari.

 

Per non dire della perversione concettuale ormai irredimibile sottesa all’uso a casaccio e a sproposito del termine «diritto» e quelli spudoratamente truffaldini di democrazia, stato di diritto, e via discorrendo.

 

Viene usata la medesima parola per indicare ciò che non ha nulla a che fare con il suo vero significato, E questo vale anzitutto proprio per quelle parole nate piene di sostanza concettuale e simbolica perché destinate a custodire idealmente i fondamenti di una comunità, le sue regole di sopravvivenza e le sue proiezioni nel futuro. Il guscio vuoto della parola riempito con un contenuto falso snatura anche il contenitore, che diventa una capsula potenziale di veleno.

 

La perversione linguistica è un espediente buono per tenere asservite le masse che dalla ipocrisia etica sono portate alla obbedienza attraverso il disarmo cognitivo. Ma poi sono le stesse masse disarmate a consolidare con l’uso equivoco delle parole l’abuso concettuale e si fanno agenti di cambio delle strutture sociali.

 

L’imbroglio, l’ipocrisia, la prepotenza, l’hybris, non sono nate oggi. Ma tutto quello che riposa nel baule della storia oggi è portato all’ennesima potenza oltreché dalla potenza dei mezzi distruttivi allestiti in sordina, in modo obliquo dal concomitante appannamento di ogni consapevolezza critica, di ogni autonomia di giudizio. Il più vistoso di questi effetti distruttivi è che il patologico diventa a poco a poco normalità anche nella coscienza collettiva.

 

Qui si mostra tutta la forza incontrastata del nuovo spirito del tempo, capace di sradicare interi sistemi concettuali oltreché fondamentali quadri etici che in passato erano sempre riusciti a rimanere saldi sullo sfondo delle trasformazioni più o meno modaiole del costume o quelle del pensiero riflesso, dei bradisismi che pur segnando i mutamenti delle epoche non erano stati in grado di scardinare le fondamenta su cui si era costruita una civiltà.

 

L’immagine significativa del fenomeno può essere quella degli alberi gettati a terra da un uragano e che mostrano sollevate sopra gli stessi tronchi abbattuti le grosse radici divelte. Solo che il vento è stato sollevato artificialmente dall’alto e assecondato incoscientemente dal basso. Distrugge una pianta secolare, con l’aiuto decisivo di quelli che dalla sua caduta vengono schiacciati.

 

Il disegno perverso contenuto nella imposizione dei sedicenti vaccini ha potuto realizzarsi perfettamente, in due tempi, grazie alle vittime designate. Prima grazie alla loro fede cieca nella provvidenza salvifica della scienza di importazione. Poi per la loro ferrea volontà di non conoscere le conseguenze letali del farmaco miracoloso che falcia tante giovani vite in una surreale congiura del silenzio.

 

La realtà ancora una volta, come la gorgone, è troppo orribile da guardare e, per timore di esserne impietriti, si preferisce girare il capo altrove. Nessuno vorrebbe scoprire che il proprio padre è un violentatore seriale. Ma non si capisce che a ignorarlo volutamente si diventa corresponsabili, ma anche vittime.

 

Anche le degenerazioni sessuali pubblicizzate impunemente riassumono al meglio le patologie cognitive dei contemporanei e il loro apporto al trionfo di ogni follia distruttiva.

 

Un obiettivo mostruoso quale la legittimazione della pedofila, che fa capolino orrendamente fra tutte le pieghe della famosa cultura occidentale, non sarebbe mai stato prospettabile senza un crescente degrado morale, ma soprattutto senza la coscienza della responsabilità delle istituzioni politiche nazionali, internazionali e sovranazionali, appollaiate all’ombra della fucina dove si vuole riforgiare il mondo.

 

Intanto il non pensiero diffuso anche nella piccola borghesia semiacculturata alimenta ogni follia con la propria ansia di «aggiornamento» e adeguamento al nuovo spirito del tempo, secondo le direttive del quotidiano di riferimento.

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Così, la giovane signora di buona famiglia e buone letture si porta in vacanza il libro engagé di Michela Murgia, che è «aperto su altri mondi possibili» e dunque risulta «intrigante» quanto basta per compensare la banalità delle quotidiane incombenze di una madre costretta a sentirsi ancora «tradizionale».

 

Ma il nuovo spirito del tempo che sostituisce la libertà di pensiero con la libertà dal pensiero soffia ovunque.

 

La sua forza distruttiva investe, il campo del diritto dove l’oblio del sistema concettuale e di principi frutto di una elaborazione secolare sembra ormai totale.

 

Improvvisamente, la stessa autorità custode istituzionale di una cultura e di un deposito indispensabile al buon vivere comunitario imbraccia il piccone per poi assestarsi sopra un mucchio informe di macerie da cui trarre, con l’acqua di scolo delle idee correnti, i nuovi impasti giuridici adeguati «all’ordine del tempo».

 

Insomma, anche il diritto, come l’arte, perde la propria forma, e diventa altro da sé, con la conseguente perdita della sua funzione primaria di riparo dall’arbitrio del potere, quella funzione che ora proprio all’arbitrio dei poteri viene piegata. L’interpretazione della legge, foss’anche quella costituzionale, diventa abrogazione della legge su preventivo suggerimento mediatico.

 

Ora anche una stupefacente furia costruttiva ha il pregio di indicare meglio di ogni diagnosi clinica come la follia imposta da ordini superiori venga alimentata con slancio da scrupolosi esecutori.

 

Possiamo assistere all’autoimprigionamento dei sudditi climatici nelle proprie nuovissime case senza finestre, ovvero munite soltanto di «prese d’aria» tanto strette da impedire l’evasione o, prudentemente, anche l’eventuale suicidio. Infatti, l’autoreclusione risponde anch’essa a dogmi della nuova religione secondo la quale la piccolezza delle «luci» è essenziale per la salvezza del pianeta e della economia, amorevolmente dirette dagli gnomi di Davos.

 

Del resto, il buco dell’ozono prodotto dalla lacca per capelli si è richiuso felicemente soltanto quando le donne hanno sciolto le chiome per coprire le pudenda laddove non arrivano i tatuaggi che ora sostituiscono gli antieconomici tessuti.

 

Anche la carne artificiale, che pare tollerata bene dai vegetariani e dagli animalisti, contribuirà alla salvezza del pianeta, dopo che si sarà impedito a bovini e suini di oscurare il sole con le loro nefande emissioni gassose. Emissioni che presto verranno interdette per legge anche agli umani.

 

Già da questi pochi esempi, vediamo che il nuovo spirito del tempo soffia molto forte e dunque non bisogna hegelianamente opporre alcuna resistenza perché tutto è dialetticamente buono.

 

Speriamo solo che l’incubo finisca presto e torni un Basaglia qualunque a chiudere questa volta il manicomio a cielo aperto, ormai troppo affollato, mentre un nuovo San Giorgio a cavallo trafigga con la spada fiammeggiante immersa nelle sue fauci il mostro dei potenti che tengono in scacco la bella dama indifesa.

 

Patrizia Fermani

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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Necrocultura

Aborto e sacrificio umano. La realizzazione

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Sono diversi anni che osserviamo la trasformazione di Tucker Carlson. Lo abbiamo visto, dal 2017 in poi, trasformare radicalmente il suo discorso.   Bisogna ricordare che era un giornalista del mainstream: di più, era nato per esserlo, e fare parte dell’élite della cosiddetta «Washington permanente». Figlio di un giornalista conservatore divenuto diplomatico, giovanissimo ha trovato la strada aperta nei grandi canali di informazione, come la CNN. A trent’anni girava con il papillon, intervistava Britney Spears e difendeva la guerra in Iraq, frequentava i salotti di Washington e conduceva talk show che ospitavano ogni grande figura della politica americana.   Poi è successo qualcosa. Arrivato a Baghdad, si era reso conto della follia dell’intervento americano, e della folle brama di sangue dei neocon. Anni dopo, arrivato Trump sulla scena, si rese conto che le domande che poneva il biondo personaggio della reality TV – tipo: a cosa serve, oggi, la NATO? – facevano schiumare di rabbia tutti i suoi vicini di casa di Washington, che però non riuscivano a spiegarsi il perché.   Il ripensamento di Carlson ha assunto proporzioni gargantuesche: ha cominciato a mettere in discussione i media, di cui fa parte, come pure strumento di controllo dell’élite, ha attaccato a testa bassa deputati e senatori repubblicani incistati nella palude della capitale americana, ha cominciato ad interessarsi di temi proibiti, ha messo in discussione il sostegno all’Ucraina.   Tutto questo divenendo il giornalista della TV via cavo americana più seguito del Paese, stracciando di ordini di grandezza i concorrenti delle reti asservite a Biden e al sistema economico-militare che lo sostiene. I motivi per cui i Murdoch lo hanno licenziato da Fox News non sono ancora noti, tuttavia possiamo intuire che la sua voce era diventata troppo forte, troppo centrale, troppo dissonante con quella della narrativa imperiale – specie se bisogna preparare il popolo all’Armageddon della guerra frontale con la Russia.   A latere dei suoi discorsi geopolitici e sociopolitici, abbiamo notato nelle trasmissioni di Carson crescere un concetto, che a noi e ai lettori di Renovatio 21 è familiare assai, ma che mai pensavamo fosse possibile sentire da un giornalista di successo, tanto più americano. In varie puntate del suo show, ecco che Tucker ha cominciato a parlare di «sacrificio umano».

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La questione è stata slatentizzata una volta per tutte in un suo intervento a Cleveland la settimana scorsa. Si trattava di una serata messa in piedi da un’organizzazione chiamata Center for Christian Virtue, che lo ha preso come ospite. L’Ohio sta per affrontare un voto per un emendamento proposto da Planned Parenthood, l’inarrestabile multinazionale dell’aborto.   «Sono davvero colpito dalle iniziative elettorali che voi elettori dovrete affrontare a novembre», ha esordito. «Sono colpito perché sono così diversi dalla politica di cui mi sono occupato per gran parte della mia vita».   Carlson ha affermato che per la maggior parte degli ultimi tre decenni «i dibattiti che abbiamo avuto nella sfera politica riguardavano visioni contrastanti su come migliorare la vita delle persone», tuttavia ciò non è più vero: «quando ti ritrovi in ​​un’elezione in cui le due principali iniziative elettorali sono 1) incoraggiare le persone a uccidere i propri figli e 2) incoraggiare i propri figli a drogarsi, chi ne trae vantaggio?» si è chiesto tra segni di approvazione del pubblico.   «L’unica fonte pura di gioia nella tua vita sono i tuoi figli», ha dichiarato Carlson, che ne ha 4, quasi tutti oramai abbastanza cresciuti. «Lo scopo della vita è avere figli e vederli avere dei nipoti. Niente ti porterà gioia come quella. Niente si avvicina!».   «Scambieresti il ​​tuo lavoro con i tuoi figli? Daresti qualcosa in cambio per i tuoi figli? Ovviamente no!»   «Chiunque ti dica: “non avere figli”, “uccidi i tuoi figli’ non è tuo amico. Sono vostri nemici», ha detto Tucker. Poi Tucker realizza qualcosa di immenso. Entra in un territorio ancora molto inesplorato, perfino per la chiesa cattolica: la linea retta tra il sacrificio dei bambini nell’Antico Testamento e le false promesse dell’odierna industria dell’aborto.   «È una promessa molto riconoscibile quella che ti stanno facendo perché è vecchia come il tempo ed è raccontata in grande dettaglio in tutta la Bibbia ebraica».   «È un sacrificio umano. (…) Di tutti i peccati commessi dagli antichi, quel peccato ogni volta che viene descritto, viene chiamato esecrabile».   «Perché le persone lo facevano? Perché credevano di ottenere in cambio potere e felicità. Tutto ciò che serve è sacrificare i tuoi figli».

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«Questo è vecchio quanto il tempo», ha detto Carlson. «Ogni civiltà sulla faccia della Terra si è impegnata in questo. Tutti. Non solo i Maya e gli Aztechi». Anche gli scandinavi, ricorda.   «La documentazione archeologica ci dice che il sacrificio umano, il sacrificio dei bambini, l’uccisione dei bambini, è l’unica costante della civiltà umana».   «Come può essere? Come possono tutte queste civiltà situate in diversi punti cardinali – che sappiamo non avevano alcun contatto tra loro – raggiungere la stessa conclusione, che in cambio dell’uccisione dei propri figli, sarebbero felici o al sicuro? Probabilmente non è una conclusione che hanno raggiunto in modo organico, giusto?».   «Ciò va contro l’imperativo della biologia evoluzionistica che è quello di continuare la specie. E quelli di noi che sono cresciuti in un mondo secolare a cui viene insegnato che le persone sono motivate dall’istinto progettato per continuare la specie dovrebbero fermarsi e dire: “Aspetta un secondo”. In che modo uccidere i propri figli favorisce la perpetuazione della specie?».   «Non è così. In effetti, è un attacco a questo», ha detto Carlson. «Non è una funzione umana naturale voler uccidere i propri figli. È un’idea, un impulso che è stato introdotto».   «Forze esterne agiscono sulle persone in ogni momento nel corso della storia, in ogni cultura del pianeta, per convincere le persone, che se sacrificano i loro figli, saranno felici e al sicuro».   «È esattamente questo ciò di cui si tratta. È un diritto religioso. Questo non è un dibattito politico. Non ti stanno dicendo che una ragazza è stata violentata a 13 anni e deve andare all’università, quindi purtroppo è necessario abortire il bambino. No, questo è 20 anni fa. Ora dicono che l’aborto di per sé è un percorso verso la gioia».   Conclude.   «Quindi, questo non è un dibattito politico. Questa è una battaglia spirituale. Non c’è altra conclusione».

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La portata di questo concetto, così ben sinteticamente qui spiegato, dovrebbe sconvolgere chiunque – lo crediamo da sempre.   Perché è quello che personalmente vado scrivendo oramai da oltre un decennio, e che Renovatio 21 ripete appena può: è in corso il ritorno al sacrificio umano, il mondo sta venendo portato a rendere la morte violenta un fenomeno normalizzato, integrato alla società stessa, ritenuto necessario alla sua stessa esistenza morale.   L’aborto, l’eutanasia, l’uccisione per squartamento per predazione degli organi, sono forme surrogate del sacrificio umano di ritorno, atti sacrificali camuffati per essere riassimilati dal mondo moderno come diritti e perfino come virtù.   Di più: abbiamo visto come la politica, con pochissime eccezioni, tremi all’idea di toccare le leggi sull’«interruzione volontaria della gravidanza». Abbiamo visto, anche in Italia, come chi ascende il potere come prima cosa debba dichiarare che non metterà mano al figlicidio legalizzato: è quello che su queste pagine abbiamo chiamato l’inchino a Moloch.   Moloch migliaia di anni fa, Moloch 194 oggi. Fin qui, direte, niente di nuovo: è un’idea che può essere venuta a tutti. Tuttavia pochi hanno il coraggio di chiedersi, e di rispondersi, riguardo da dove mai possa venire questa pulsione di morte della società.   Ebbene, chi mantiene la fede nella religione fondata sulla croce, dovrebbe sapere come rispondersi. Dio è venuto qui e da innocente è stato trucidato. No, un modo più chiaro di spiegarlo non c’è. Aveva detto che la buona novella deve estendersi a tutte le genti – cioè a tutti i popoli che praticavano sacrifici umani, tutti i pagani a cui i loro dèi demandavano il sangue dei figli.   E chi sono davvero questi dèi?   Salmo 96, versetto 5: Omnes dii gentium daemonia, gli «dèi pagani sono demoni». Qualche anno fa, preparando una conferenza, ho notato che la nuova traduzione della Bibbia approvata dalla Conferenza Episcopale Italiana traduce in altro modo: «Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla». Mica mi sono stupito: non credono nei demoni, perché non credono in Cristo, non credono in Dio (ma beccano, comunque, o forse proprio per questo, l’8 per 1000).   Quindi, il ritorno del sacrificio umano porta seco, giocoforza, il ritorno degli dèi antichi?   Sì, senza dubbio, e sempre più materialmente. Sempre più impudicamente, pubblicamente.

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Pensate al caso Balenciaga, dove d’un tratto, in pubblicità dai costi esorbitanti, distribuite in canali massivi, compare, senza che vi sia un vero motivo se non una qualche assonanza con il brand, la parola «BAAL». Baal, la divinità cananea della pioggia e della tempesta, compare di Moloch nella religione dei sacrifici umani. Ricordate? Era in una di quelle campagne che furono accusate di normalizzare la pedofilia.   Un dio fenicio, finito d’un bleu in una fotografia di moda che riguarda, guarda caso, i bambini.   Oppure pensate al caso dell’Ucraina, dove il ritorno del paganesimo assassino ha dato segni di incredibile evidenza, al punto da essere definibile come programmatico, e con esiti talvolta grotteschi. Renovatio 21 ha scritto diversi articoli sulla questione, sulla tenebra di Valpurga che sembra ora possedere Kiev.   Ma si va oltre. Tutto il senso paganizzante della destra dell’ultimo secolo, il solco ancora attivo dei vari Evola e De Benoist, è leggibile nel medesimo senso: la sostituzione del cristianesimo visto come ostacolo allo scatenarsi degli antichi padroni dell’uomo.   La sinistra fa lo stesso. Il culto dell’antropologia viene sposato con l’aiuto alla migrazione, con le religioni animiste africane e i loro riti che, più che tollerati, sono esaltati dal goscismo. Parimenti, l’ecologismo ha già compiuto il salto articolato verso il paganesimo, accettando una visione panteista con a capo una divinità chiamata Gaia, alla quale l’uomo deve sacrificarsi, essendo la sua presenza di danno.   Vanno citati anche gli psiconauti alla Terence McKenna, quelli che credono che sia possibile esperire il divino per tramite degli allucinogeni: in molti raccontano immancabilmente la storia che durante i loro «viaggi» drogastici hanno incontrato, in questa dimensione di pace, degli esseri senzienti, i quali raccomandavano loro di conservare la terra con il controllo della popolazione. Gli dèi parlano proprio come l’ONU, Bill Gates e miriadi di politici ed elettori del Partito Democratico. Gli dèi insegnano la Necrocultura. Chi lo avrebbe mai detto.   Il discorso da fare è che non è che si fermeranno all’aborto e all’eutanasia, che sono solo le due fette di pane del sandwich della morte in via di preparazione.   L’obbiettivo è rendere l’uccisione del prossimo totalmente lecita – cioè l’assassinio di chiunque, in qualsiasi momento, vista come un atto giusto, anzi un atto fondante della stessa esistenza morale di una nuova società: la morte come sacramento civile del futuro. Piero Vassallo, un amico che mi manca tanto, lo aveva capito ancora trenta anni fa, quando cominciò a registrare in alcuni ambienti dei fremiti per i sassi lanciati dai cavalcavia: omicidi casuali, totalmente privi di senso che non fosse, appunto, quello di un misterico sacrificio crudele.   In pratica, la vostra vita diventa spendibile in ogni momento, sacrificabile in ogni istante – perché la vostra vita non vale niente, non è un dono, unico irripetibile, fatto da Dio, che vi ha creati a vostra immagine e somiglianza. No, questa sua opera, l’essere umano, voi, va cancellata, va umiliata, degradata, disintegrata, va uccisa brutalmente, e massivamente.   Alcuni ritengono che, grazie alla meraviglia del Progresso, questa in fondo sia l’era più pacifica dell’umanità. Lo ha proclamato in forma di bestseller scientifico Steven Pinker in un libro di una dozzina di anni fa, spiegando, qualche dato alla mano, che la violenza nel mondo sarebbe declinata. (Pinker, poverino, è anche lui una vittima dell’amicizia di Jeffrey Epstein).   Cosa può aver capito questo tizio di quello che sta accadendo? L’assenza della guerra fa credere all’ebetismo di sinistra, e di destra, che viviamo un’era di pace. Possiamo comprendere lo scambio satanico che vi è alla base: niente guerra, ma centinaia di milioni di aborti, serque sempre maggiori di ammazzati con la dolce morte, quantità di squartati vivi con gli espianti, milioni di embrioni distrutti con la provetta – è tutto questo non è, come la guerra, uno stato di violenza temporaneo, ma è legge, è lo stato delle cose attuale. La Necrocultura è divenuta una funzione dello Stato moderno stesso.   Ve lo dobbiamo ripetere: gli dèi non si fermeranno lì. Non si accontenteranno delle fette di pane, perché esigono il panino completo – e il companatico siete voi. Vogliono potervi uccidere a piacere, vogliono che voi siate sacrificati ad essi. Il senso dell’allarme climatico, e della sempre più sfacciata spinta verso la riduzione della popolazione, sta tutto qui. Non possiederete nulla, e sarete felici. Non possiederete nemmeno la vostra vita.   Ora, se considerate quanto abbiamo scritto, capite quanto sia idiota per voi seguire, o tanto più finanziare, gli attuali gruppi pro-life, i quali, come gli sciocchi del proverbio cinese, guardano al dito (le leggi, la politica) e non alla luna – che in questa ora di tenebra, ci rendiamo conto,  è particolarmente spaventosa.   L’aborto è un sacrificio umano, un atto di culto verso dèi antichi che sono ancora qui nascosti fra noi, e che i cristiani semplicemente chiamano «demoni». Essi vogliono tornare a calpestare liberamente la terra, ed esigere il tributo di sangue degli uomini. Per farlo devono invertire tutto: la religione di Dio che si sacrifica per gli uomini deve sparire, per far tornare la religione dell’uomo che si sacrifica per il dio.   Tale ritorno non ha solo segni visibili. Vi sono, abbiamo capito, anche segni occulti: ci chiediamo cosa siano quei feti nei barattoli sotterrati che ogni tanto vengono scoperti in giro per l’Italia. Così come non abbiamo idea di cosa siano veramente i barili pieni di feti saltati fuori l’anno scorso.   Certo, ognuno di quei bimbi, è stato sacrificato. A cosa, possiamo cominciare a dirlo con chiarezza.   Ditelo anche voi.   Roberto Dal Bosco

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Pensiero

L’equazione del collasso

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Albert Hirschman era, a suo tempo, un economista famoso. La sua specialità era l’economia dello sviluppo. Tuttavia, Hirschman passerà alla storia per un lavoro del 1970 che parla di qualcosa che sviluppo non è: Exit, Voice and Loyalty: Response to Decline in Firm, Organizations, and States, tradotto in italiano da Il Mulino come Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato.

 

Il libro di Hirschmann fu il primo a descrivere in modo dettagliato come le organizzazioni rispondono al declino.

 

Nel modello proposto dallo studio, le persone reagiscono alla decadenza patente dell’istituzione in cui operano in tre modi diversi.

 

Il primo modo, è, semplicemente, andarsene – quella che lo studioso chiama opzione Exit, tradotta in italiano come «defezione».

 

Il secondo tipo di reazione è lamentarsi e cercare di ottenere un cambiamento nel contesto – Hirschman chiama questa possibilità Voice, o «protesta».

 

La terza modalità è la continuazione nella obbedienza all’istituzione, perché c’è ancora fede nella causa e si ha l’ambizione di migliorare quello che non va – nel gergo del saggio, Loyalty.

 

Da economista, Hirschman spiega che le tre componenti sono dosate a seconda del loro costo. In pratica, è possibile comprendere il collasso di un sistema sociale a partire da semplici equazioni.

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Facciamo degli esempi: se si è un investitore in un’azienda che si considera gestita male, si può tranquillamente vendere le proprie quote e investire in altro – ecco l’Exit, parola usata anche in termini finanziari per il disinvestimento. A meno che non vi sia un contesto particolare, l’azionista può scegliere di andarsene senza grandi costi, e non è quindi motivato a partecipare alla vita della società.

 

Diverso è il caso per un dipendente dell’azienda, che condivide l’opinione per cui l’azienda non è diretta in modo adeguato: per qualcuno che da quell’istituzione tira lo stipendio che consente la sopravvivenza sua e della famiglia (i bambini vanno nutriti, vestiti, mandati a scuola), il costo di uscita è straordinariamente alto. Ecco che il lavoratore quindi si trova ad optare per l’opzione Voice, il coinvolgimento critico: le proteste parasindacali, in teoria, almeno in origine, rappresentavano proprio questo caso.

 

Nel terzo caso, quello della Loyalty, della lealtà, semplicemente le cose vanno avanti come prima, perché il declino viene interpretato come un fenomeno superficiale, quindi transitorio, che non intacca la dimensione ideale della propria appartenenza all’organizzazione. La squadra può perdere dieci partite di fila, ma il tifoso continua ad andare allo stadio, perché la sua lealtà va al di là delle contingenze di una stagione. Qui paradossalmente, il costo per uscire è praticamente nullo, eppure, a livello psicologico, altissimo: perché la convinzione è qualcosa che definisce il carattere profondo della persona.

 

È chiaro da subito che quella della lealtà è una categoria complessa, e potente. Di fatto, la lealtà è richiesta, per legge, dallo Stato stesso (che comprende il reato di tradimento) e perfino all’interno di un matrimonio civile – con l’esclusione degli omosessuali che, nelle unioni civili introdotte con la Cirinnà, non hanno obbligo di fedeltà (quindi, sì, si potrebbe dire che tecnicamente godono di un diritto in più rispetto agli eterosessuali, ma non ditelo al generale Vannacci).

 

La Loyalty, l’obbedienza, interviene in realtà come ingrediente anche nelle altre opzioni.

 

L’opzione Voice, la protesta, è più efficace quando l’Exit è possibile, ma non tropo facile da conseguire. Tuttavia, per generare l’opposizione, giocoforza si ha bisogno di una qualche quantità di lealtà.

 

Se non c’è lealtà e l’uscita è impossibile, quello che avviene è che la gente soffre in silenzio – per decenni. È il caso dei Paesi comunisti e della repressione totale, dove più nessuno ha un briciolo di lealtà verso un governo disfunzionale e tirannico, ma al contempo teme la violenza dello Stato e non riesce ad immaginare come attraversare il filo spinato per fuggire. Al di fuori della storia dei totalitarismi, non è sbagliato pensare che tante esistenze siano incasellabili in questo modo, e la nostra personale e non scientifica idea è che, prima che il vaccino creasse il turbocancro, gran parte degli eventi oncologici potrebbero essere legati a tale disperazione soffocata per anni.

 

Vi è anche il caso in cui la lealtà è totale. In quel caso, nessuno, o quasi, dà voce all’opposizione. I primi anni dei totalitarismi europei, dove i dittatori avevano indici di gradimento spaventosi, cadono in questa fattispecie. Pur ricorrendo alla repressione violenta, i totalitarismi potevano soffocare le proteste semplicemente sommergendole con manifestazioni massive di fede nello Stato e nel partito.

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In pratica, è possibile misurare la prossimità al collasso di una società osservando queste variabili. Il collasso ha un’equazione, che è spesso pienamente visibile.

 

Quando, dopo il muro, l’URSS cominciò a crollare, la corruzione dilagò in tutto l’enorme Paese, e in modo sempre più evidente. È qui che nascono gli oligarchi, che si comprano – da funzionari corrotti che li svendono – immensi gruppi energetici o industriali, magari utilizzando i danari occidentali: si dice che Khodorkovskij, l’oligarca anti-Putin liberato da questi poco prima delle Olimpiadi di Sochi, fosse spalleggiato dai Rothschild, verso uno dei quali fece pure testamento prima di essere messo in galera nel 2004.

 

Non solo: i costi di Exit per l’élite sovietica erano bassissimi. Chi poteva, mandava i capitali accumulati all’estero. Davanti alla distruzione dell’URSS vari politici avevano vie di fuga evidenti: Eltsin da presidente del Soviet Supremo poté diventare Presidente della Federazione Russa; il ministro degli Esteri Eduard Shevarnadze avrebbe avuto la presidenza della Georgia divenuta indipendente.

 

L’opzione della protesta, Voice, fu quella a Mikhail Gorbachev, che, pur corteggiato in tutti i modi in Occidente dove era assurto a celebrità bonaria, scelse di rimanere nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Di fatto, nel collasso dell’URSS, la sua posizione fu quella perdente.

 

Restava dentro lo Stato russo, tuttavia, una base di funzionari che mantenevano un senso di lealtà, se non all’URSS, alla patria russa, cioè allo Stato senza il quale non era possibile per loro vivere. Vengono chiamati i siloviki, gli uomini della «forza» («sila»), cioè gli agenti degli apparati di sicurezza e di Intelligence come il KGB e il GRU. Chiaramente, l’esempio più noto di questo tipo, è Vladimir Putin.

 

Putin stette per qualche tempo al gioco degli oligarchi, e poi agì ripristinando il primato della politica sulla corruzione, che magari non è sparita, ma è sottomessa al potere (un esempio: un oligarca che, per un piccolo incidente stradale, insultò, senza saperlo, la figlia e il genero di Putin, ebbe a pentirsene).

 

Il risultato fu spettacolare: le pensioni aumentarono anche di sette volte, gli stipendi ancora oggi fanno impressione agli ucraini (quando la Crimea venne riannessa, gli insegnanti, si disse, videro triplicati i loro stipendi). La lealtà dei russi verso Putin e lo Stato russo stesso divenne un fatto statistico inoppugnabile.

 

Il collasso era stata fermato.

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Nella sua intervista con Oliver Stone, Putin descrive a sorpresa quello che dice essere un ingrediente base dello spirito russo, ossia l’incapacità di vivere al di fuori dell’istituzione che governa la Russia, sia esso l’impero dello Zar, l’Unione Sovietica o la Federazione dei nostri anni.

 

Di fatto, quello che suggerisce l’esempio russo è che la lealtà è l’unica possibilità di fermare il collasso di una società, di uno Stato, di una Civiltà.

 

La lealtà, il senso di appartenenza, l’obbedienza ad un principio che trascende la condizione visibile sono ciò che mantiene unito un gruppo umano – e lo fa prosperare.

 

Ora, bisogna guardare con franchezza a cosa sta accadendo qui, oggi, in Italia, in Europa, in Occidente.

 

Fateci caso: tutti i vostri politici hanno opzioni di Exit garantite: dai ministri e commissari e capi di partito che vengono assunti da Università straniere (perché?) al bestiario grillino che, vittima della regola autoinflitta del limite dei due mandati, si è ritrovato seduto comodamente in nuove ricche poltrone parastatali, abbiamo visto che di fatto a guidare la loro azione politica, più che la lealtà agli ideali (quali? Dove?) o agli elettori, è la preparazione, magari da parte di poteri noti, dell’uscita assicurata, stipendio d’oro e privilegi inclusi.

 

Considerate anche la seconda categoria: in realtà, più nessuno fa davvero opposizione. La riprova è l’attuale principale partito di governo italiano: in teoria, era all’opposizione ai tempi di vaccini, green pass etc., ma una volta salito al potere si è preso per ministro della Salute uno specialista del CTS che prima in teoria contestava, tanto per dire. Lo schiacciamento della Meloni su ogni tema sostenuto anche dal PD, dall’aborto all’Ucraina, parla del fatto che no, l’opposizione non esiste più.

 

O meglio, più nessuno dispone della voce per fare opposizione, anche da dentro al sistema. La censura totale a cui siamo stati sottoposti in questi anni su internet e su ogni altro mezzo d’informazione fa comprendere che il caso mediano, quello in cui si può uscire ma si rimane abbastanza leali da restare, non deve più esistere.

 

Hirschman chiamava la facoltà di protestare davanti al declino Voice, ma nel momento dove siete imbavagliati, perfino elettronicamente, parlare non è più possibile.

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Cosa resta quindi? Semplice: un mondo fatto di exit, cioè di una classe dirigente corrotta (oltre ai politici, pensate ai vari capitalisti nazionali che in Italia non hanno più alcuna sede, pur continuando a trarre profitto dal Paese) con sotto, senza filtro, una popolazione di beoti normaloidi che si bevono ancora, per lealtà, qualsiasi cosa: il successo del programma di vaccinazione in Italia sta tutto qui, nel fatto che la popolazione, senza voce né possibilità di vedere uscite possibile, è rimasta nella casella dell’obbedienza, sparandosi in tranquillità multiple dosi di sieri genici sperimentali.

 

Perché, di fatto, il costo  per uscire dal sistema a quel punto lo avevano aumentato: se non volevi obbedire, ti mettevano alla fame, niente lavoro, niente vita sociale, stigma collettivo a go-go.

 

Renovatio 21 ha spesso chiamato l’insieme delle persone che bovinamente si sono fatte pascolare verso i campi dell’mRNA massa vaccina.

 

La realtà è che la massa vaccina è perfettamente funzionale, come torniamo a ripetere, alla ridefinizione del mondo in corso. Niente di intermedio deve esistere, tra l’élite e ciò che resta del popolo. Ecco perché è stata disintermediata la classe media, quella che è in grado di pensare e reagire, dando voce all’opposizione pur mantenendo la lealtà e l’incapacità davvero di uscire dal sistema (perché la casa paterna, perché la famiglia, la tradizione etc.)

 

La distruzione della classe media, economica e morale, è di fatto la censura di ogni voce in grado di reagire al sistema in via di caricamento.

 

Il collasso dell’Italia e dell’intero mondo occidentale parte da qui: dall’impoverimento di famiglie un tempo prospere, e dalla trasformazione, con l’immigrazione pro-anarco-tirannide, delle masse in accozzaglie tristi che, non avendo via di fuga, soffrono in silenzio.

 

Ognuna delle persone che ci stanno sopra può andarsene. Non vive nei quartieri sempre più infestati dalla mafia nigeriana, non tornerà mai a lavorare come voi se le cose dovessero andare male, e in caso arrivasse davvero il caos, hanno pronte magari case all’estero.

 

Messa così, potrebbe sembrare che la situazione sia disperata, non più recuperabile.

 

Forse a questa fenomenologia del declino di Hirschman manca una categoria: quella in cui la decadenza è arrestata, combattuta e vinta.

 

Lasciamo al lettore pensare come ciò possa avvenire. Noi abbiamo già detto troppo.

 

Roberto Dal Bosco

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