Satira
Se l’agenzia stampa in Ucraina intervista il soldato «Adolf»
L’agenzia di stampa internazionale Reuters ha pubblicato un’intervista con una recluta ucraina con nome in codice «Adolf». Non si tratta di uno scherzo. E il video è grottescamente ancora presente su Twitter.
In un post su Twitter venerdì, Reuters ha descritto come «i militari appena reclutati per la brigata d’assalto Spartan» si stavano esercitando in un luogo segreto nella regione di Kharkov. «Un militare con il nom-de-guerre “Adolf” ha detto di essere stato addestrato in “pronto soccorso, tattica, e esercitazioni di fuoco”», ha aggiunto l’agenzia.
Nel video pubblicato, l’«Adolf» parla con Reuters delle esercitazioni. Una didascalia lo identificava con il suo soprannome, un titolo che era visibile anche su una toppa sul suo giubbotto.
Newly recruited servicemen for the Spartan storm brigade practiced target firing and battlefield first aid in an undisclosed location in Ukraine’s Kharkiv region. A serviceman with the nom-de-guerre 'Adolf' said they had been trained in ‘first aid, tactics, firing drills’ pic.twitter.com/5afWPt6CHa
— Reuters (@Reuters) April 21, 2023
Il nome di battaglia sarà sicuramente stato scelto in modo randomico a caso dal combattente di Kiev, o forse si tratta di un omaggio ad Adolfo Celi, primo nemico del primo James Bond cinematografico (l’indimenticato scozzese Sean Connery) nella famosa pellicola 007 Thunderball, indimenticato personaggio del professor Sassaroli nella saga di Amici miei, che forse nell’ex Paese sovietico è più seguita di quanto credevamo. Potrebbe trattarsi altresì di un fan della letteratura argentina e di Adolfo Bioy Casares, o dello scultore Adolfo Wildt, o un devoto di San Adolfo di Cambrai, vescovo dell’VIII secolo, o un appassionato dell’architetto austriaco Adolf Loos. Ci suggeriscono di non dimenticare Adolfo Urso.
La brigata Spartan è una delle numerose nuove unità che vengono frettolosamente assemblate dall’esercito ucraino prima di una prevista controffensiva contro le forze russe.
Secondo Reuters, al momento sono in fase di addestramento circa 40.000 nuove truppe della «brigata d’assalto». Non è chiaro se «brigate d’assalto» sia un riferimento deliberato da parte dell’esercito ucraino alle «Sturmbateilung» presenti in Germania qualche decennio fa. Non sono tuttavia domande che i giornalisti amano fare agli ucraini e ai loro padroni.
Epperò va detto che dall’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina lo scorso febbraio, sono emerse innumerevoli fotografie e video di soldati ucraini che indossano insegne della Germania di quei tempi, alcune delle quali sono state pubblicate sui social media dal presidente Vladimir Zelensky, il quale in teoria è di origine ebraica.
A febbraio, Zelensky ha conferito il titolo onorifico di «stella alpina» alla 10ª brigata d’assalto in montagna separata dell’esercito ucraino. Il titolo era stato precedentemente utilizzato dalla 1ª divisione da montagna della Germania svasticata, che prese parte all’invasione dell’Unione Sovietica nel 1941 e issò una bandiera con la croce uncinata sul Monte Elbrus.
Già in passato altri tatuaggi particolari erano stati mostrati dalla democratica stampa occidentale (e pure da Reuters, che quindi è recidiva) senza probabilmente rendersi bene conto di cosa rappresentavano. È lo stesso problema che di recente ha avuto Luke Skywalker, cioè Mark Hamill, che ha fatto una bella chat di propaganda pro-Kiev con dei ragazzi con una bella bandiera banderista, kolovrat (svastica slava) in bella vista.
It was a pleasure meeting with the brave Ukrainian drone operators. We talked about the challenges they face on a daily basis, but they also wanted to talk about Wookiees & farm boys & droids, oh my! Show your support here: https://t.co/NvIy7ggjw6 #SlavaUkraini ???????? https://t.co/l3GxGUCwqB
— Mark Hamill (@MarkHamill) April 15, 2023
C’era stato poi l’episodio, mitico, della foto fatta circolare dai giornali ignari di un combattente ucraino con la toppa dell’ISIS. Cosa che lascia pensare che quando Assad dice di aver le prove che gli USA addestrano terroristi islamici in Siria per mandarli in un Ucraina (cosa che un anno fa già dicevano i servizi russi) forse bisogna un po’ credergli.
Nazis, terrorists wanted by Interpol, and now #ISIS. Who is sponsored by the #USA and #Europe in #Ukraine?????
The chevrons of ISIS were shown by the #Danish channel DTV during an interview with mercenaries in Ukraine???????????? pic.twitter.com/2sMZfj87Bl— Alexander Ivanov (@innova_center) February 15, 2023
El tacòn pezo del buso, dicono in lingua veneta: la toppa peggio del buco: e il buco qui è un buco nero, davvero nero, dove ci finisce dentro di tutto, il neonazismo conclamato (ancorché sciacquato in modo indegno, orwelliano dalla stampa occidentale) e i miliardi di dollari e di armi che anche gli americani ora stanno iniziando a capire che vengono «spariti» ed inguattati prontamente dalla comunione dei santi ucraini.
Vogliamo rammentare, tuttavia, che nel campionato mondiale di risciacquo del nazi, il Corriere della Sera, con questa indimenticabile intervista fatta ad un combattente runico a caso fuori dalla Lavra, pone una seria candidatura per il podio.
L'inviato del Corriere a Kiev va davanti al Monastero delle Grotte e produce un documento che segna contemporaneamente il culmine sia della propaganda occidentale che di quella russa. pic.twitter.com/miLeXY85EG
— Marco Bordoni (@bordoni_russia) April 4, 2023
SCB. Sono cose belle.
Immagine screenshot da YouTube
Satira
Scomuniche, la grande profondità teologica della TV dei vescovi e del vostro 8 per mille
TV2000, il canale televisivo della della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) con un servizio giornalistico ci informa, senza nominarli, della situazione dei fedeli della FSSPX.
La clip, che immaginiamo sia passata sull’etere, è visibile sullo YouTubo con il titolo «Lefebvriani, le conseguenze della scomunica: ecco cosa significa». Clicchiamo fiduciosi.
Compare un tizio barbuto e canuto con una camicia scuro-violacea e delle bretelle a pois.
Il giornalista gli porge il microfono episcopale e gli chiede «cosa è la scomunica e perché un cattolico dovrebbe temerla?»
Il signore intervistato, un giardino sullo sfondo con un forte sottofondo di grilli che cantano, risponde: «la deve temere perché significa essere fuori dalla comunione con la chieza. Non riguarda solo chi magari compie gesti particolari di rottura, ma anche chi aderisce a questi gesti». L’accento centroitaliano è forte, ma è un’altra informazione che ci colpisce: il tizio è un prete, anzi, deppiù: un teologo della Pontificia Università Lateranense. Confessiamo che quando parla genericamente di «gesti», non sappiamo a cosa si riferisce: il gesto dell’ombrello? Il gesto delle corna? Un beau geste?
Non importa: l’importante è capire che dentro allo scomunicone tuchone ci sono dentro anche i fedeli, cosa che non sembra turbare il nostro.
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Il denso minutino di intervista antilefebvriana continua: cosa non può fare uno scomunicato?
«Non può partescipare alla comunione eugaristiga, per ezempio. Né agli altri sacramenti» ammonisce don Barba, mentre il montaggio manda le immagini della folla oceanica di Econe attraversata dall’infinita processioni di religiosi FSSPX, lasciando ancora in sottofondo, per qualche ragione, i grilli. «Ciò che invece deve fare è più importante: cioè deve convertirsi, deve cercare un gammino di riconciliaziòne con la comunità». Eccerto.
«Con lo scisma lefebvriano quindi il rischio c’è non solo per i vescovi ma anche per i fedeli laici» chiede l’invisibile giornalista con una domanda che sgorga spontaneissima, neanche un po’ programmata per terrorizare lo spettatore con tendenze tradizioniste.
Il rischio, dice don bretella, è «per chi aderisce, ovviamende convindamende, poi nella coscienza dell persone penzo che non può andare nessuno, nemmeno il Sant’Uffizio». È un’ammissione oscura che non sappiam bene come prendere.
«Però nel momendo in cui si aderisce, e si sa, consapevolmente, a una comunidà che si sa fuori della Chiesa cattolica, si aderisce e si è sco-municati» continua don camicia, senza metterci troppo significato, ma con la manina che a questo punto va su è giù.
Infine arriva la perla.
Scorrono i filmati della potente cerimonia ad Econe. «La gente è affascinata dalla ricchezza, dalla solennità delle liturgia dei tradizionalisti» attacca il giornalista. «Lei guardando le immagini cosa ha pensato?».
«Ho pensato che… pure è un po’ colpa nostra» risponde il teologo scomunicatore. «Perché forse abbiamo troppo banalizzato la celebrazione… la celebrazione è divendada un momendo quasi insomma di volemose bene.. di ztare insième bbène eccètera».
La microintervista scomunicatrice finisce così, alla grandissima, con la rivelazione che la Chiesa non vuole più il volemose bene almeno non con i lefebvriani, mentre con l’arcivescovessa canterburina, i transessuali di Ostia, i maomettani e i gommonauti afrolampedusani tutti dobbiamo volerse bbèene, e tantissimo.
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Occhei. Solo un dettaglia da specificare al lettore: TV2000 è finanziata in modo significativo attraverso i fondi dell’8 per mille destinati alla Chiesa Cattolica.
La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) destina annualmente una quota del gettito totale dell’8 per mille alla gestione dei propri mezzi di comunicazione sociale, raggruppati sotto la società Rete Blu S.p.A. Questo budget serve a coprire i costi di produzione e trasmissione di TV2000, del circuito Radio InBlu e dell’agenzia di stampa Agenzia SIR. Accanto a questi fondi ecclesiastici, il canale si sostiene anche attraverso la normale raccolta pubblicitaria commercializzata sulla propria rete.
Cioè, si prendono le vostre tasse (magari facendo spot pietosi in cui si vedono i preti che aiutano i poveri, i drogati, etc.) e poi si fanno un canale dove c’è pure la réclame, oltre che il terrorismo conciliare.
Come per dire: se non lo avete ancora fatto, dismettete da subito il vostro 8 per 1000 alla Chiesa cattolica. Con la certezza che prima o poi, visto che è quello che solamente gli interessa (assieme all’IMU e alle scuole paritarie: i veri temi che infiammano la chiesa italiana, non l’aborto, la provetta, l’eutanasia) lanceranno, immaginiamo, anche uno scomunicone per i renitenti alla kirchensteuer italica.
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Satira
Pandemia, giallo in tribunale
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Arte
Sorrentino, Mattarella, eutanasia, Pulcinella
Qualche settimana fa il celebre regista Paolo Sorrentino ha fatto discutere con una dichiarazione sconcertante. Il presidente della nostra amata Repubblica riceveva i rappresentanti del mondo dello spettacolo. Una certa enfasi è stata data all’occasione, quasi a sfiorare l’avvenimento, che in realtà si ripete tutti gli anni. Fra le prerogative del presidente della Repubblica c’è anche quella di intrattenersi semel in anno con le categorie più popolari, come gli sportivi e appunto cantanti attori registi, ricevendo ossequio e porgendo belle parole di sostegno e conforto.
Da qualche tempo il presidente è molto presente: va in tram, dove raccoglie orsacchiotti, fa selfie con influencer truccatissime o con rapper affetti da sigmatismo. Si porge come un buon nonno, il nonno degli italiani, quasi a suggerire che all’età avanzata sia connaturata la bontà e la saggezza. E con ciò lancia un assist anche in favore della terza età.
Come che sia, alla cerimonia non poteva mancare il Paolo Sorrentino, il premio Oscar osannato per aver mostrato, sessant’anni dopo La dolce vita, che il Bel Paese è una latrina e Roma è la sua cloaca: cosa che dal XVI secolo piace sempre ai protestanti, maxime agli anglosassoni. Paolo Sorrentino, che da sempre irride la religione cattolica, il papa, i santi, la fede, l’Italia. Paolo Sorrentino, che sputa nel piatto ma con eleganza, apparecchiando inquadrature impeccabili per accompagnare l’ovvio che piace.
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L’opera dell’artista napoletano, ci pare, incarna un poco lo spirito di Pulcinella, che ride fingendo di piangere, lancia frizzi, si piega all’andazzo sia pure con una qualche sprezzatura e tira alla pagnotta. Un Pulcinella moderno, raffinato; un Pulcinella con gli scopettoni.
E così, prendendo la parola nel consesso, il Sorrentino Paolo se ne è uscito con una denuncia, come si diceva, sconcertante e anche imbarazzante: «se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti, presidente, vivremmo gioiosi e pacifici. Ma purtroppo» ha aggiunto sospirando «ci sono anche gli altri».
Ohibò, ci venne fatto di pensare, ma che corbelleria è mai questa?
Posto che si possano con un battito di mani eliminare tutti quelli che non sono il presidente e artisti, come andrebbe dal punto vista materiale e, si perdoni la volgarità, economico? Il presidente è certamente benestante, è un buon nonno che non si accontenterebbe di dare i soldini per il gelato. Ma vogliamo credere che davvero abbia la possibilità finanziaria e perché no, la voglia di comprare e ascoltare tutti i dischi, andare a tutti gli spettacoli, comprare tutti i biglietti per vedere tutti i film, e insomma mantenere da solo l’industria discografica, teatrale e cinematografica italiana? Tra l’altro, il nonno degli italiani tiene una certa età. Non so lui – ci diceva un amico – ma mio nonno a una cert’ora voleva andarsene a dormire, altro che film, concerti e teatro.
Se ci fossero al mondo solo gli artisti e Mattarella, come camperebbero i cantanti, gli attori, i registi, e Paolo Sorrentino, quindi?
E poi, la noia. Dopo un’ora di sorrisi, esaurite le poesie da declamare e stancati i saltimbanchi, cantata in coro per l’ultima volta Io e te da soli di Mina, probabilmente il presidente e la torma di artisti finirebbero per essere un poco tediati l’uno degli altri. Al primo languorino di pancia, c’è da scommettere che qualcuno tra i meno abbienti inizierebbe a preoccuparsi, a palesare inquietudine, a guardarsi intorno in cerca degli «altri», cioè l’invisa plebe che gli dava da mangiare, bere e vestir panni.
E ancora: pacifici de che? Tutti sanno che il mondo dello spettacolo è un verminaio, dove ci si fa la forca l’un l’altro. Invidie, rancori, rivalse e vendette sono all’ordine del giorno. I sorrisi sono in genere fatti da denti che mordono, la mano che si tende al collega in favore di pubblico nasconde spesso una lametta sul palmo. Di che parliamo?
E quanto al presidente, egli è uomo di pace ma ha dimostrato di saper fare anche la guerra. Sorrentino è nato, apprendiamo, nel 1970. Nel 1999, quando Mattarella era ministro degli esteri, era già ventinovenne. Forse il successo è una seconda nascita che cancella il passato. E siccome Sorrentino è nato alla gloria nel 2013, con La grande bellezza, e Mattarella è stato eletto nel 2015, è possibile che il regista tenda a far coincidere i ricordi e la felicità con il mandato del presidente.
Va bene, concludemmo provvisoriamente: una pulcinellata. È stata solo un’innocente esagerazione per compiacere l’illustre ospite, il quale deve aver sorriso come si sorride ai poeti che la sballano grossa.
Il punto è che Sorrentino ha da poco girato un film, La grazia.
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La pellicola gira intorno all’eutanasia, e non certo per biasimarla. C’è infatti un presidente cattolico, la cui fede è però un impiccio e non fa che renderlo irresoluto per due ore e mezza. C’è un papa amico del presidente, guarda un po’, che lo conferma non nella fede ma nel dubbio. C’è una grazia – non una Grazia – da concedere. C’è una donna che ha ucciso il marito violento, e che è convinta di aver agito per il suo bene, liberandolo dalla sua ossessione. C’è un uomo che, sempre per compassione, ha soppresso la moglie malata di Alzheimer.
Sullo sfondo, c’è il dibattito parlamentare sull’eutanasia, che tira per le lunghe perché siamo un Paese riluttante, corrotto e ignorante. Per non far mancare nulla, come un’oliva nel Martini, si parla anche di corna e di omosessualità.
Il film titilla un po’ tutti i recettori pseudo-intellettuali dell’ominide contemporaneo. Dovunque vada a toccare è certo di suscitare un muggito di approvazione.
L’ispirazione per il soggetto, lo ha spiegato Sorrentino, è venuta dalla grazia accordata proprio dal presidente Mattarella nel 2019 a un uomo condannato, appunto, per aver ucciso la moglie con il morbo di Alzheimer.
Apprendiamo oggi che l’opera ha sbancato i Nastri d’argento. Oltre cento giornalisti le hanno conferito i premi per il miglior film, la migliore regia, la migliore sceneggiatura, il migliore attore protagonista, la migliore attrice protagonista, la migliore attrice non protagonista, la fotografia e il sonoro.
Tutto si tiene, nel festino della Necrocultura, tutto fa l’occhiolino a tutto. Otto festosi Nastri d’argento cadono, come stelle filanti, sulla pellicola.
Apriamo a caso Ennio Flaiano – che sceneggiò La dolce vita, quella vera – e leggiamo: «Pulcinella quando protesta ruba un piatto di maccheroni».
Avv. Renzo Magalozzi
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Immagine di Paolo Benegiamo via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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