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Necrocultura

Depiddificazione vera liberazione

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Fino a poco fa, se ci avessero detto, a reti unificate, che nelle piazze d’Italia le manifestazioni del 25 aprile – sulla carta festa della liberazione dell’Italia dal nazifascismo – vi erano state violente accuse contro un partito di destra in rapporti anche casuali con un qualsiasi gruppo neonazista straniero, non ci saremmo sorpresi.

 

Il 25 aprile, e poco dopo il 1° maggio, a questo servono: le sinistre e i sindacati ringhiano un po’, gli si dà un po’ di pubblicità, e via.

 

Fino a poco fa, tuttavia non esisteva nella percezione pubblica il fatto che c’è un Paese d’Europa i cui vertici sono probabilmente in mano a gruppi nazistoidi, con timbro a forma di croce uncinata a certificare la purezza ideologica e non solo ideologica.

 

Fino a poco fa, la pubblica opinione non poteva pensare nemmeno lontanamente che il partito (cioè i partiti: ci sono le propaggini feudali biodegradabili di D’Alema e Speranza, il quale vorrebbe chissà perché riconfluire) che si vuole figlio della Resistenza potesse allearsi con i nazisti. Di più, mandare loro armi. Di più: giustificare il ritorno del nazismo con pubbliche acrobazie orwelliane.

 

Tutto questo, invece è successo. Se pensavate che le ultime due feste della Liberazione, passate da prigionieri delle proprie cause causa lockdown, fossero l’ultimo colmo, l’ultimo segno del mondo invertito, l’ultima evidenza della presa per il sedere a cui siamo sottoposti, vi sbagliavate.

 

Voilà. Ecco il 25 aprile ucrainista, o meglio, ucronazista. Eccoti i giornali italioti, oramai interamente allineati con l’establishment e cioè con il suo partito – il PD – che ti parlano dei nazisti dell’Azov come della «nuova resistenza».

 

Partigiani runici. La Resistenza con la svastica, e il Sonnenrad di Himmler. È semplicemente incredibile, ma è il mondo in cui ora state vivendo.

 

Putin all’inizio dell’Operazione Z aveva parlato di denazificazione. Media e politici italiani avevano ignorato la cosa, forse perché nella loro suina ignoranza non conoscevano il problema della nazificazione di Kiev. Poi, una volta informati dal padrone che dovevano smontare la cosa, hanno cominciato a dire che è impossibile che l’Ucraina è nazista, perché lo Zelen’skyj è ebreo: non sanno, i professionisti dell’informazione, che da quasi due lustri la questione nel Paese ha pure una definizione semiseria, «zhidobandera» («giudeobanderista») che nasconde la verità incontestabile: tanti battaglioni ultranazionalisti sono stati foraggiati, se non creati, da personaggi come Igor Kolomojskij – per breve tempo, dopo una scalata delle sue, a capo del Consiglio Ebraico Europeo delle Comunità Ebraiche – che è anche, guarda caso, il puparo dietro l’ascesa di Zelens’kyj.

 

In pratica, il PD (e gli altri partiti che si vogliono nati dalla Resistenza, come la Lega Nord) stanno nazificando l’Ucraina. Oggi tuttavia festeggiano la denazificazione dell’Italia. Non una grinza.

 

Ci sarebbe qui da perdersi nella tana del coniglio metastorico, metapolitico, metageopolitico. Alla fine, davvero, non conta il colore di camicia che si indossa: conta la volontà del padrone atlantico, conta la sete di sangue del demone angloide. Il quale usa chiunque come sua pedina, anche a poca distanza di tempo, trattando gli esseri umani secondo un distico della poesia di Gozzano: «così come ci son formiche rosse, / così come ci son formiche nere».

 

Proprio come insetti, gli uomini neri sono stati mandati allo sbaraglio, e l’ordine del demone atlantico è quello di sacrificarsi, di morire, magari assieme a qualche civile, nel bunker di un’acciaieria, anche quando avrebbero la possibilità di arrendersi e, come promesso dai russi, ottenere in cambio la «conservazione della vita».

 

La trasformazione degli uomini in insetti è, del resto, una delle basi della Necrocultura. È incredibile notare come alcuni dei teorizzatori della riduzione della popolazione fossero entomologi. Paul Ehrlich, che con il suo libro La bomba demografica (1968) introdusse il mondo al tema della depopolazione, è un entomologo: ogni sua predizione su carestia e guerra causata dall’aumento demografico incontrollato è stata sconfessata, il personaggio sembrava dimenticato… Poi, improvvisamente, è riapparso nel vaticano Bergogliano, invitato a sante conferenze…

 

Ora, c’è un partito, in Italia, di radici assai solide, che oltre ad allearsi con i nazisti è il capofila di contraccezione, aborto, ecologismo antiumano. Non stiamo parlando del M5S, che a breve sarà biodegradato in forma quasi totale (qualcuno in meridione, siamo certi, lo voterà ancora, e chissà perché). Non stiamo parlando di Pannella, a cui va dato atto di essere stato sincero pioniere della questione.

 

Parliamo, ovviamente, del PD. L’unico vero partito italiano. Il più potente, il più completo, il più invincibile. Governano da decenni, pure quando perdono le elezioni. E anche quando c’era Berlusconi, in quella che qualche editorialista de La Repubblica debenedettiana chiamava «l’era silvica», in realtà comandava comunque la classe pidizzata, che aveva il monopolio culturale e morale, e un numero imprecisato di radici nello Stato profondo e nelle microrealtà territoriali, con relative mangiatoie di voti.

 

Se prendiamo per buona la lucida definizione di Rino Formica dello Stato-partito, possiamo dire che esso coincide, in larga parte, con il PD.

 

Il PD è un ente macchinale, è oramai la meccanica stessa dello Stato.

 

Fateci caso: i leader che si dà sono contradditori, improbabili, eppure la macchina va avanti.

 

C’era Fassino, il cui carisma è diventato poi purtroppo oggetto di scherzi online in tema di iattura.

 

C’era Bersani, che riuscì a perdere pure quando aveva vinto le elezioni, facendosi devastare la manovra per Prodi presidente e dando poi il partito in mano ai giovanotti, Letta e poi Renzi, che poco c’entravano con la sua corrente – ammettiamo di far fatica a ricordare queste cose, perché se pensiamo a Bersani pensiamo soprattutto al diluvio di aforismi nietzschiani regalatici negli anni, tipo «non siam mica qui a pettinare le bambole», «C’è chi preferisce un passerotto in mano che un tacchino sul tetto», «Tu vuoi un tortello a misura di bocca», e poi ancora il «vedere la mucca nel corridoio» e lo «smacchiare il giaguaro»  e ancora «Ci hanno levato la briscola e siamo rimasti col due in mano» (quest’ultima è infine realistica ed autobiografica, e sa di Bettola, nel senso del suo paesello natìo, dove peraltro talvolta stravince la Lega).

 

C’era Renzi, che era odiato da una fetta consistente del partito, che però poi in qualche modo se l’è fatto andare bene, anche quando era chiaro che non c’entrava niente: e infatti si è fatto il suo partito, e ha tolto il disturbo amputando una quota di deputati piddini. Anche quella, una cosa perdonata, una cosa senza vere conseguenze: ora governano insieme.

 

C’era Zingaretti, fratello di Montalbano, questionato brevemente per i titoli di studio e le gaffe incredibili a inizio COVID: se lo se tenuti stretti, fino a quando ha voluto lui, nonostante fosse che la sua politica fosse priva di spina dorsale (e in Lega sussurrano pure che aveva un accordo con Salvini per andare a elezioni nel 2019 così da micronizzare i grillini e far sparire Renzi… chissà se è vero).

 

Poi arriva Letta, che era stato detronizzato dal Renzi (una sorta di minestra riscaldata, quindi) per motivi ancora indecifrabili, che si era sistemato presso un altro Paese nostro legittimo rivale con mire di conquista economica (e non solo) nei nostri confronti; stava a fare il fenomeno in questa prestigiosa università della parigineria, e piazzava sui social foto di lui con i sottoposti mentre fa balletti socialtrendy: insomma, la persona giusta per tornare alle radici popolane, operaie, resistenziali del Partito. È tornato smagrito e radicalizzato: ius soli, omotransfobia. La sintonia con la pancia del Paese è totale.

 


(En passant, ricordiamo con il nipote di Gianni Letta fu anche premier, e fu praticamente un dei pochi premier o presidenti a presenziare all’apertura delle Olimpiadi invernali di Sochi, che furono il trionfo di Putin, al punto che una settimana dopo, per fermarlo, gli combinarono Maidan)

 


Lasciate perdere i segretari. Guardate i primi ministri che hanno applaudito nei decenni in cui hanno comandato. Quasi nessuno, praticamente, era davvero del partito. Prodi appariva e scompariva, piazzato alla Commissione Europea, ripescato, ributta giù, infine tirato fuori per l’elezione presidenziale del 2013 e abbandonato. Ma tecnicamente quanto era davvero presente nel partito?

 

Per Monti i Dem si sono spellati le mani: poi lui ha fatto un partito per i fatti suoi, rubando un po’ di voti, poi finite nel niente insieme a Scelta (Sciolta) Civica.

 

Il premier Renzi era talmente PD che il partito lo ha lasciato squartandone un pezzettino.

 

Conte bis? Lo hanno adorato. Qualcuno lo voleva perfino al vertice PD. Non importa che fosse un UFO tirato fuori da un non ancora ben compreso cilindro fatto di grillini e qualcos’altro di un po’ più oscuro.

 

Draghi? Lo avete visto, il PD si sdilinquisce per «quello bravo», gli va bene pure far cadere il loro governo.

 

Ecco, scorrendo la galleria lo capite da voi: nessuno dei leader conta qualcosa per i piddini, e neppure nessuno dei premier che sostengono.

 

Non importa quanto potere abbiano: possono essere al contempo governatori di grandi regioni, premier del Paese, professori internazionali, favoriti di israeliani e repubblicani USA, banchieri centrali. Con o senza leader, con o senza esseri umani,  la macchina va avanti.

 

Il problema, quindi, non è negli uomini del partito, che non contano nulla: né la base, né i vertici. In questo, bisogna dirlo, il PD è davvero moderno: è una macchina che procede senza l’essere umano o nonostante l’essere umano, è come un un T-800 nel finale del primo Terminator: può togliergli completamente la carne, lo va avanti lo stesso, spietato, implacabile.

 

Ciò è possibile perché il PD, sin da quando si chiamava PCI, ha perseguito una politica molto lungimirante, che è quella di mettere radici solide nel corpo del Paese.

 

Radici che sono politiche e amministrative: due regioni intere, Emilia-Romagna e Toscana, sono saldamente in mano piddina, nonostante tutt’intorno ai grandi centri urbani – cioè le grandi mangiatoie elettorali – il consenso sia crollato in modo vergognoso.

 

Non solo. Ci sarebbe poi la radicalizzazione nella magistratura, che fu cavallo di battaglia del Berlusconi degli anni Novanta; oggi a parlare di magistratura politicizzata c’è anche qualche giovanotto, ma tanto la cosa non fa notizia.

 

C’è, soprattutto, la parte di radicamento più potente: l’economia. Eccoti la grande assicurazione, eccoti la Banca Toscana, eccoti il sistema delle cooperative, una filiera titanica e resistente a tutta, perfino alla pandemia: ricordate? Chiusi in casa, passeggiata con il cane a 200 metri dalla porta massimo, tuttavia all’ipermercato andate pure ad ammucchiarvi, lì non c’è rischio alcuno.

 

La cosa sconvolgente è che glielo hanno consentito. Questa è stata la demenza democristiana, la stupidità di tutti i partiti della Seconda Repubblica, che hanno accettato come irreversibile questo processo, accontentandosi di quello che veniva lasciato loro. La fetta è diventata un avanzo della torta, quindi una briciola, quindi nulla.

 

Qualcuno fa risalire la cosa al famoso patto, risalente agli inizi della Repubblica, di cui parlava Ettore Bernabei nel libro L’uomo di fiducia. Un accordo segreto, ma non più di tanto, stipulato de visu tra Alcide De Gasperi (per la DC), Palmiro Togliatti (per il PCI) e il banchiere Raffaele Mattioli (per la massoneria): ai bianchi la politica e la magistratura (per la seconda, sappiamo come è andata a finire: lungimirantissimi); ai rossi lo spettacolo e la cultura e due regioni (indovinate quali) strafinanziate rispetto alle altre; ai massoni le banche e tutto il potere finanziario – tuttavia abbiamo visto l’élite piddina intercettata esclamare, qualche anno fa «abbiamo una banca!», quindi si sono allargati anche lì, pure in zona cappuccetti, che un po’ in verità stanno anche nel PD.

 

Quindi, chi pensa che il PD sia solo un partito, un qualcosa che quindi si può battere con le elezioni, non sa di cosa sta parlando. Le ultime elezioni emiliano-romagnole, a cui Renovatio 21 prestato speciale attenzione, ci hanno insegnato definitivamente che c’è molto, molto di più dietro ai voti piddini, sia che si perda, sia che si vinca.

 

Il PD è una macchina, dicevamo, una creatura automatica con braccia multiformi che scavano a profondità abissali.

 

Fermare questa macchina sembra impossibile, a meno che non si proceda in modo radicale, cioè, letteralmente, dalle radici.

 

Abbiamo assistito nelle decadi repubblicane alla progressiva piddificazione dell’Italia.

 

Ora, l’Italia piddificata ci ha portato verso il baratro più esiziale della nostra storia: la Guerra non è più fredda, la Guerra è calda, la distruzione atomica è a un passo da noi.

 

Notatelo: quelli che furono leader PD sono stati considerati come papabili per il segretariato NATO, ossia della realtà che, essendo stata creata dal demone angloide per questo, sta spingendo verso lo scontro totale. La stessa NATO che, non differentemente da quanto fatto durante gli anni dell’operazione Stay Behind, foraggia forze neonaziste, quelle contro le cui mostrine runiche si dovrebbe abbaiare il 25 aprile.

 

Ci troviamo, insomma, dinanzi ad un pericolo esistenziale per noi stessi, per il Paese, per i nostri figli, per la Civiltà.

 

È da ottusi non vedere il ruolo del PD, o meglio, dello Stato-partito, dello Stato-piddificato, nella situazione apocalittica in cui ci hanno cacciati.

 

L’unica vera liberazione da tale rischio, per l’ora presente e per il futuro, e la depiddificazione dell’Italia.

 

Fermate la macchina distruttrice, che procede ciecamente senza curarsi né della decenza, né della logica, né degli esseri umani.

 

Serve qualcuno che lo dica ad alta voce: la depiddificazione è l’unica vera liberazione di cui hanno bisogno ora l’Italia e l’umanità tutta.

 

Perché il Partito, tra armi ai neonazisti e salamelecchi al demone atlantico, ci ha portato non molto democraticamente verso il baratro termonuclare.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

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L’omicidio di Lola Daviet: dietro l’orrore un sacrificio rituale?

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Lo scorso venerdì 14 ottobre a Parigi, nel 19° arrondissement, la polizia trovava in una valigia il corpo di Lola Daviet, 12 anni, violentata, torturata e uccisa. La segnalazione sarebbe arrivata da un senzatetto.

 

In breve tempo, gli inquirenti identificavano il principale indiziato ed autore dell’omicidio, la ventiquattrenne algerina Dahbia Benkired, ufficialmente senza fissa dimora, presente illegalmente in Francia e titolare di un visto da studente scaduto già nel 2018.

 

Sulla base delle dichiarazioni fornite dalla presunta assassina e delle riprese delle telecamere presenti all’entrata dell’edificio in cui ambedue abitavano, la Benkired avrebbe costretto Lola a seguirla nell’appartamento della sorella Friha Benkired, dove l’avrebbe obbligata a fare una doccia, quindi violentata.

 

In seguito, dopo averla torturata, l’avrebbe  sgozzata. Secondo quanto dichiarato da lei stessa, l’algerina avrebbe anche bevuto il sangue della vittima da un flacone poi scomparso. 

 

 

Successivamente la Benkired avrebbe messo il corpo di Lola in una valigia e con l’aiuto di un tassista algerino di 43 anni avrebbe cercato di sbarazzarsene. Sarebbe quindi tornata sui suoi passi cercando aiuto da alcuni passanti, dicendosi trafficante di organi e promettendo denaro  finché il già menzionato senzatetto, visto un arto spuntare dalla valigia, allertava la polizia.

 

L’assassina avrebbe dichiarato alla polizia che all’origine del gesto vi era uno screzio avuto con la madre di Lola, custode dell’edificio in cui la piccola viveva con la famiglia. 

 

La signora avrebbe rifiutato alla Benkired un badge per accedere all’edificio, concesso solo ai residenti e così la giovane avrebbe deciso di vendicarsi.

 

Nel frattempo altri tre algerini, tra cui il tassista e la sorella dell’assassina sarebbero stati arrestati e interrogati dalla polizia

 

La Benkired, nominata per diversi giorni sui giornali come Dahbia B. e descritta come una SDF (sans domicile fixe, «senza fissa dimora») o addirittura come una clocharde («barbona») con problemi mentali, restava una figura nebulosa fino a qualche giorno fa.

 

Ora invece sappiamo che si tratta di tutto fuorché di una clocharde. La Benkired è una TikToker incline alla megalomania, dall’aspetto tutt’altro che barbonesco come mostrano le sue foto e i suoi video ormai presenti dappertutto online

 

 

L’assassina, dall’aspetto tanto avvenente quanto inquietante, avrebbe anche dichiarato che «le storie migliori sono sul mio conto in banca: pazzie» ammettendo dunque di essere una «senzatetto» non solo con un conto in banca ma pure ben fornito. Davvero strano se si pensa che era senza fissa dimora. Oltretutto il 21 agosto 2022 era stata arrestata all’aeroporto di Orly e raggiunta da un decreto di espulsione dato che era illegalmente presente sul suolo francese dal 2018.

 

Ciò detto, pensiamo di poter ritenere che non ci sia un’ipotetico screzio con la madre di Lola all’origine dell’orribile omicidio della bambina. Oltretutto la mamma della piccola, commentando in un post di Facebook le riprese della telecamera in cui Lola appariva con la Benkired dichiarava che la bambina era stata vista per l’ultima volta alle 15.20 con una ragazza che non conoscevano.

 

L’articolo sul caso pubblicato dal Corriere della Sera termina scrivendo che «restano da chiarire aspetti come le scritte “1” e “0” trovate in rosso sulla pianta dei piedi della bambina, che suggeriscono rituali per adesso ancora oscuri».

 

Ed è proprio su questo punto che ci vogliamo soffermare. Perché il magistrato francese George Fenech ha fatto durante una trasmissione televisiva una dichiarazione ben precisa. E sconvolgente.

 

«Ciò mi ricorda la storia dei bambini Zouhri, dei biondi con occhi azzurri, considerati come depositari di poteri in Algeria (…). Vengono rapiti, sacrificati e il loro sangue viene bevuto (…). Su questa povera ragazzina c’era la cifra 1 sulla pianta del suo piede sinistro e la cifra 0, è esattamente il rito satanico degli Zouhri del Nord Africa».

 

 

 

Ma di cosa si tratta? Una pista importante ce la fornisce un video che menziona la scarsità di testi storici sul tema ma ancor di più il giornale online canadese Maghreb Observateur. In un recente articolo del giugno 2022  parla di «una vera ecatombe» di bambini in Algeria e in Marocco. Degli stregoni rapiscono i bambini biondi e con gli occhi azzurri e li sacrificano al demonio e ai djinn (i demoni del mondo islamico) custodi di tesori nascosti su cui gli stregoni e il loro entourage sarebbero poi liberi di mettere le mani.

 

Una volta, sgozzata la vittima ed estratto il sangue per scopi rituali, gli organi verrebbero poi estratti e trafficati a livello internazionale.

 

Questo sembra essere esattamente quello che è successo nel caso di Lola. Un omicidio rituale, in cui la vittima viene sgozzata e il suo sangue viene bevuto. 

 

Oltretutto forse la Benkired, secondo questa prospettiva, potrebbe non essere quindi proprio una millantatrice quando diceva di essere una trafficante di organi. Ciò potrebbe spiegare quindi quel conto in banca vantato pubblicamente dalla «senzatetto».

 

Le domande che sorgono sono anche altre. Siamo sicuri che abbia agito da sola e che non ci fosse nessun altro nell’appartamento degli orrori? Forse la Benkired è solo una pedina, anch’essa sacrificabile, di una rete ben più estesa e potente di quello che appare a prima vista? Forse ha già ucciso e Lola è solo l’ultima delle sue vittime?

 

Forse le affermazioni sconclusionate dell’algerina, da cui trapela l’interesse per il satanismo e l’assoluta freddezza nel commentare il suo gesto «che non le avrebbe fatto né caldo né freddo» visto che, a suo dire, aveva assistito all’uccisione dei genitori ed era stata violentata possono far pensare al suo coinvolgimento in un qualche programma di controllo mentale?

 

Non lo sappiamo, ciò che sappiamo è invece che questa vicenda è l’ennesimo «arricchimento» culturale collegato all’immigrazione di sostituzione postulata ed attuata dalle Nazioni Unite ed altre centrali mondialiste

 

Fa parte di  «quell’arricchimento culturale, sociale e religioso» proveniente dall’Africa sahariana e subsahariana che la Necrocultura ha in serbo per tutti noi e che fa tanto pensare e alla omicidio di Pamela Mastropietro, che vide coinvolti criminali nigeriani, tra cui tale Innocent Oseghale, poi condannato all’ergastolo. Anche Pamela era stata ritrovata a pezzi in una valigia. Anche per lei si parlò di possibile omicidio rituale, con annesso squartamento a fini magico-religiosi.

 

Si tratta di fatto di una «religione» nuova, un culto di sangue disconosciuto dal nostro continente degli ultimi millenni, che ci porta ad un pensiero: in corso non c’è solo una sostituzione etnica, c’è in corso una vera e propria sostituzione religiosa, con la quale vi sarà in Europa il pieno ritorno del sacrificio umano.

 

Pertanto c’è da fare attenzione e di vegliare sui nostri figli e su noi stessi. Perché non sappiamo quante Dahbia Benkired e quanti Innocent Oseghale si possono nascondere nelle nostre città.

 

 

 

 

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Scuola di medicina pakistana accusata di aver lasciato i corpi per le lezioni di anatomia a decomporsi sul tetto

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Orrore e polemica in Pakistan. Un ospedale del Punjab sarebbe accusato di  aver scaricato sul tetto i corpi usati durante le lezioni di anatomia e averli lasciati in decomposizione all’aria aperta.

 

Il capo del dipartimento di anatomia del Nishtar Hospital di Multan, nel Punjab meridionale, ha spiegato che corpi non identificati e non reclamati erano stati usati da studenti di medicina.

 

L’uomo ha quindi affermato che i cadaveri sarebbero stati trattati secondo le regole e i regolamenti del dipartimento della salute. È stata quindi negata la voce per cui  sul tetto erano stati trovati fino a 500 corpi.

 

Le immagini sono circolate sui social media e hanno creato indignazione.

 

Il lettore proceda a visionarle solo se di stomaco forte.

 


 

Lo scandalo non è di piccola entità.

 

Un consigliere del Primo Ministro del Punjab ha detto ai media locali di aver ricevuto una soffiata da un informatore. Raggiunto il luogo, ha trovato quattro corpi sdraiati all’aperto sul tetto e altri 25 scaricati in una stanza chiusa.

 

Un ex capo del Nishtar Medical College ha ipotizzato al quotidiano The Dawn che molti dei corpi non reclamati potrebbero essere vittime delle recenti catastrofiche inondazioni nel Punjab meridionale e potrebbero. Secondo questa teoria, i cadavere sarebbero quindi stati collocati sul tetto a causa della mancanza di spazio.

 

«La polizia consegna questi corpi all’ospedale dopo aver compiuto sforzi per identificarli e cercare gli eredi», ha detto.

 

Il Primo Ministro del Punjab, Parvez Elahi, ha affermato che l’incidente è stato disumano e intollerabile. In un post indignato su Twitter: «Non importa quanto sia condannato questo atroce incidente, è meno [di quanto meriti]. Nella religione dell’Islam, gli insegnamenti del funerale e della sepoltura dei cadaveri sono molto chiari. #NishtarHospital».

 

Diversi medici, dipendenti dell’ospedale e della polizia sono stati sospesi.

 

Il fenomeno dello scempio medico sui cadaveri non è relegato solo al Pakistan.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso era scoppiato lo scandalo presso la scuola di medicina dell’Università di Paris-Descartes, il più grande centro di anatomia europeo, quando si scoprì che i corpi di «migliaia di persone» che hanno donato i loro corpi alla scienza sono stati tenuti in «condizioni indecenti» per decenni.

 

«I corpi sono stati lasciati marcire, mangiati dai topi, al punto che alcuni dovevano essere inceneriti senza essere sezionati. Corpi accatastati l’uno sull’altro, senza alcuna dignità e contrari a qualsiasi regola etica» scrive un bruciante articolo su L’Express.

 

Nel 2020 si scoprì altresì un commercio di parti di cadavere messo in piedi da una madre e una figlia del Colorado imprenditrici nel settore case funerarie e cremazioni: per oltre un decennio potrebbero aver venduto centinaia di cadaveri e parti anatomiche, cioè resti umani, alle università, agli scienziati e all’industria medica all’insaputa delle famiglie.

 

Le cronache italiane negli ultimi anni hanno riportato il caso dei cadaveri squartati al cimitero dal personale dell’azienda controllata dal Comune di Roma. Nei video girati da carabinieri e poi resi pubblici si vedono i membri del personale della municipalizzata capitolina intenti a fare a pezzi alcune salme per poi buttare le ossa rimanenti nell’ossario.

 

Ma non si tratta solo di casi illegali: come riportato da Renovatio 21, ora per la distruzione della dignità dei resti umani si hanno vie legali rivoltanti.

 

È il caso del compostaggio umano, cioè la trasformazione dell’essere umano in concime, approvato in alcuni Stati degli USA, ma anche quello dell’acquamazione, una sorta di cremazione eco-friendly (perché non consuma gas), che consiste nella dissoluzione del cadavere in acido (come quel povero bambino nella pagina più oscura della mafia siciliana) per poi versare il tutto, presumibilmente, in fogna.

 

Così ha scelto per il suo corpo l’arcivescovo Desmond Tutu, acquamato a Città del Capo qualche mese fa. Risparmiò sulle emissioni di anidride carbonica che ci sarebbero stata con il rogo – per noi di per sé belluino, massonico, inaccettabile – del suo cadavere. Purtroppo il risparmio eco-energetico del vescovo anglicano fu compensato e vanificato da un incendio che si scatenò in un palazzo del governo a pochi metri dalla cattedrale dove il prelato della Chiesa d’Inghilterra aveva ricevuto le esequie acide.

 

Un tempo a scuola, quando si parlava della preistoria, che si comincia a parlare di società umana quando l’uomo cominciava a seppellire i suoi simili: ecco le tracce di fiori messi nella tomba… dove cominciano a rispettare il cadavere, gli esseri umani danno inizio alla Civiltà.

 

La pietà umana del cadavere con evidenza è arrivata al capolinea, e la Cultura della Morte fa regredire l’uomo ad una fase ferale precedente alla preistoria.

 

Sappiamo che sta succedendo davvero: togliendo la dignità del corpo umano, si procede a togliere la dignità umana, trasformando l’uomo in animale, pronto ad essere sacrificato alla bisogna.

 

Tutto quello che stiamo vivendo verte semplicemente su questo processo.

 

 

 

 

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Meloni, Gasparri e l’inchino a Moloch

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Mondo politico in subbuglio: nella prima seduta del Senato, Maurizio Gasparri di Forza Italia deposita una proposta di legge intitolata «Modifica dell’articolo 1 del codice civile in materia di riconoscimento della capacità giuridica del concepito».

 

Attualmente, si dice, il codice civile vuole che i diritti riconosciuti al concepito siano «subordinati alla nascita». Cioè, hai diritti solo se nasci. Prima sei una non-persona, terminabile a piacere. Lo sappiam bene.

 

Il Gasparri avrebbe inoltre preparato altri testi: uno è per il «reato di surrogazione di maternità commesso all’Estero», cosa che credevamo già punibile con la legge 40/2004, che dice (12 comma 6)  che «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro».

 

Tuttavia con la legge 40 non abbiamo mai visto manette, carcerazioni, multe milionarie. Certo, qualora venisse posto il problema davvero, ciò metterebbe in difficoltà molte coppie monosessuate, qualche esponente politico e un intero comparto dell’economia Ucraina, Paese che anche sotto missili e droni kamikaze continua a sfornare bambini in vitro via uteri in affitto, anche con lo sconto del Black Friday, e programma di arrivare presto all’utero artificiale, cosa a cui non pare aver pensato il Gasparri.

 

Un altro testo depositato dal senatore sarebbe per istituire una «Giornata della vita nascente», e sai che novità, e sai che importanza: non passa mese che qualche risibile gruppuscolo si inventi una data-festicciola per la vita, tanto per battersi il petto riguardo l’aborto, tema che con evidenza non hanno compreso nella sua forma presente.

 

Gasparri, pur non essendo esattamente una costante nel radar dei movimenti prolife italiani durante l’anno, era spesso visibile alle passate della marcia per la vita di Roma, manifestazione che ha chiuso ora i battenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, aduna manifestazione romani di due anni fa un nostro lettore aveva portato, in un gesto più che mai solitario, un cartello riguardo all’uso di linee cellulari da feto abortito nella produzione dei vaccini: «NO AI VACCINI CON FETI ABORTITI SI’ ALLA VITA SENZA COMPROMESSI» scriveva il cartello. Gli chiesero di toglierlo.

 

Nell’intervista a Renovatio 21, gli chiedemmo se aveva parlato con dei politici presenti all’evento.

 

«Più che parlato ho fatto un’osservazione in riferimento all’obbligo vaccinale, che ritengo al di fuori di ogni logica, specialmente con qualcosa che non è stato sufficientemente sperimentato. C’erano due senatori, il primo, il senatore Pillon, mi ha detto di aver votato contro. Mentre il senatore Gasparri mi ha detto che lui era a favore. Io ho esclamato “ma come a favore!?!”. Lui ha ripetuto, con voce bassa, di essere a favore. Poi se ne è andato. Ero stupito perché pensavo che a favore dei vaccini potessero essere personaggi politici come la Lorenzin, mentre a destra pensavo che le cose stessero diversamente».

 

Capite che la nostra gioia per l’antiabortismo di Gasparri, e per quello di tutto l’italico sistema pro-vita, finisce esattamente qua.

 

Perché l’aborto, nel momento in cui esso è distribuito come una comunione satanica globale attraverso il siero genico ad una popolazione sottomessa, è solo uno sterile strumento politico, un argomento vuoto buono per far un po’ di casino, farsi belli con certo elettorato, facendo schiumare di rabbia gli avversari: insomma, politica identitaria, la droga per cui gli eletti non decidono più nulla, perché trovano più importante parlare di transessuali che di NATO e giri di miliardi pubblici, che sono invece temi che interessano al manovratore, che mica vuole essere disturbato quando deve manovrare.

 

E poi: come non vedere che l’aborto, nell’era in cui sfornano bambini in provetta, magari bioingegnerizzati CRISPR, in processi zootecnici che ne uccidono dozzine o più per ciascun nato, è pura retroguardia? Stiamo parlando di quanti cavalli deve avere il calesse quando ci spostiamo in aeroplano?

 

Ma torniamo al fatto del giorno.

 

In pratica, la prima cosa che ha fatto il senatore che fu di AN – che ricordiamolo, da anni è invece membro di un partito di matrice liberale, quello berlusconiano – è stato toccare l’aborto.

 

Perché lo ha fatto? Era una mossa per i giornali, che sono corsi a raccogliere le reazioni indignate (eccezionale la Chiara Appendino, quella del vaccino mRNA in gravidanza: «scherza col fuoco, l’Italia si opporrà») oppure qualcos’altro?

 

Voleva una proposta che facesse da diapason per tutta la legislatura? Partiamo così, tutto sarà accordato su questa frequenza ?

 

Oppure, uno può pensare, si tratta di uno sgarbo a FdI – partito della destra saltato fuori da quello in cui militava il Gasparri – e della sua leader, e premier in pectore, Giorgia Meloni?

 

È un’opzione che non può capire Repubblica, né tutta la povera massa goscista: disturbare la destra con l’antiabortismo – posizione che peraltro non ci sembra sia brillata negli oramai 30 anni di vita di Forza Italia.

 

Quindi: trollare Fratelli d’Italia mettendosi contro l’aborto?

 

Possibile? Possibile.

 

Perché, come ha registrato Renovatio 21, la Meloni ha passato mesi a dichiarare la sua volontà di non toccare la 194: abbiamo scritto un articolo, anche molto letto, per spiegare la trama catto-politica che vi sta dietro.

 

Non solo: tramite una raffica di interviste di famigli sui giornali nazionali (prima la sorella, moglie del papavero fiddino Lollobrigida, poi il compagno) il concetto era stato ribadito in ogni modo: «Non è vero che Giorgia è contro l’aborto». Lei stessa lo aveva fatto capire, sbuffando, al momento della rivoluzionaria sentenza Dobbs della Corte Suprema USA, quella che ha cancellato l’aborto come diritto federale riconosciuto dalla Costituzione americana.

 

In tanti ci hanno domandato perché mai, a urne calde, Giorgia avesse dovuto mandare ripetutamente fuori questo messaggio: non toccherò la 194, non toccherò l’aborto. Qualcuno ha tentato di spiegarselo, speranzoso e un po’ fantasy, che si tratta di una finta per far sì che l’Ordine mondiale le permetta di arrivare a Palazzo Chigi.

 

A noi viene in mente un’altra cosa. Una specie di pattern, una piccola tradizione, di cui abbiamo preso nota negli ultimi anni.

 

Il 22 gennaio 1993, a poche ore dalla sua ascesa alla presidenza (che avviene solitamente il 20 gennaio) il neopresidente Bill Clinton, come suo primo atto da vertice della superpotenza americana, abroga la Mexico City Policy: una politica introdotta da Reagan nel 1985 che blocca il finanziamento con fondi federali di ONG che diffondono l’aborto per il mondo.

 

Il 22 gennaio 2001, il neopresidente George W. Bush, in carica da neanche due giorni, rimette in vigore la Mexico City Policy.

 

Il 23 gennaio 2009, il neopresidente Barack Obama, arrivato alla Casa Bianca da neanche 48 ore, indovinate cosa fa: abroga, ancora una volta, la Mexico City Police.

 

Questo ciclo regolare ci porta dritti al 23 gennaio 2017, quando il neoeletto presidente Donald Trump non solo ristabilisce la Mexico City Policy, ma la amplia, coprendo tutte le organizzazioni sanitarie globali che ricevono finanziamenti dal governo degli Stati Uniti, piuttosto che solo le organizzazioni di «pianificazione familiare», cioè le multinazionali abortiste.

 

Indovinate cosa succede, quindi, il 28 gennaio 2021: il neopresidente Joe Biden annulla ancora una volta la regola.

 

Ora, si essere tentati di vedervi un giuochino enantiodromico tra Democratici e Repubblicani USA: occhio per occhio, tit-for-tat, avanti all’infinito.

 

Tuttavia, ci colpisce come Clinton abbia voluto toccare quell’oscura legge, all’apparenza di nessun valore immediato, come primo suo atto di monarca statunitense.

 

Ci diamo una spiegazione, metapolitica, metastorica: quella fretta ha un significato molto preciso. È come se il novello re suggellasse un patto con un potere superiore, di cui spera di ottenere la grazie: permetterò, espanderò il sacrificio umano, dice il nuovo sovrano.

 

È quello che ad un certo punto ho cominciato a chiamare «l’inchino a Moloch».

 

Inizi il tuo futuro da capo di qualcosa, solo se prima fai atto di sottomissione agli dèi della morte.

 

Inchinatevi ai demoni del sacrificio umano. Offrite, magari, anche i vostri figli: la siringa pediatrica è lì per quello.

 

Sappiamo che è la regola che il mondo della Necrocultura imperante vede anche per le sue faccende quotidiane. Quanti di voi si sentirebbero di dire al proprio datore di lavoro di essere contro l’aborto? Quanti di voi credono di poter trattare in società dell’uso di feti abortiti nei vaccini e nei laboratori? Quanti possono aver il coraggio di dire agli amici al bar che i trapianti di organo sono in realtà brutali omicidi per squartamento a scopo predatorio? Quanti se la sentono di parlare in pubblico riguardo all‘abominio apocalittico dei bambini prodotti zootecnicamente, le cui provette oggi sono pagate dallo Stato?

 

Non solo alle alte cariche, quindi. A tutti noi, in effetti, viene chiesto quotidianamente un inchino a Moloch.

 

E il momento più tremendo è quando ti chiedono, per obbligo, di marchiare tuo figlio con vaccini che, in alcuni casi, sì, sono fatti con l’aborto, checché ne dicano i fact checker diffusori di fake news e l’oscena gerarchia cattolica apostata. Questo inchino a Moloch, lo sapete, è partito da prima della pandemia, con la legge Lorenzin, vero prodromo della situazione che stiamo ora vivendo, vero passaggio epocale dove tante, tantissime cose ci divennero chiare.

 

Personalmente, per Moloch non ho piegato il ginocchio – mai. E la cosa mi è costata cara: ho perso lavori, relazioni, opportunità. Ho ricevuto insulti e scherno ad abundantiam, ma quello non fa male. Confesso di non provare alcun orgoglio, alcuna soddisfazione, nello scriverlo. Il mondo è talmente sputtanato che lascio volentieri le pulsioni narcisiste a quelli che hanno bisogno di iscriversi ai movimenti identitari. Ho evitato di farlo, punto. Ho potuto. Ho voluto.

 

So che tante brave persone, tantissime, hanno invece «dovuto» farlo – o almeno sentono così. Piangendo, maledicendosi oppure sanandosi la dissonanza cognitiva con la trasformazione in zeloti della parte avversa, sempre a suon di mantra: «nessuna correlazione», «i vaccini non fanno male», «gli aborti delle linee cellulari sono lontani nel tempo», «se fanno tutti così vuol dire che è giusto», «non potevo lasciare a casa mio figlio da scuola».

 

È possibile perdonare i cristiani che lo hanno fatto e che alla fine hanno capito il loro errore.

 

Il discorso è invece diverso riguardo all’inchino a Moloch da parte dei politici.

 

Non possiamo accettarlo, perché esso comporta un aumento materiale immane del sacrificio degli innocenti.

 

Non possiamo accettarlo, perché riguarda la cosa più importante del mondo – e non a caso, la prima sulla quale i politici sembrano voler decidere.

 

No, non c’è qualcosa di più fondamentale. Se riuscite ad abbandonare la visione materialista, marxista o liberale che sia, della Storia – il mondo è governato dal danaro – potete capirlo.

 

Se nel profondo il mondo non gira per i soldi, quale è la sua moneta ultima?

 

Se il mondo è fatto di spirito, quale è la cosa che conta di più per le potenze in gioco?

 

Ci arrivate: il fulcro di tutto è la vita umana. Le vite degli uomini, passati, presenti e futuri, sono ciò che davvero riveste importanza nel gioco della realtà ultima.

 

Le potenze che tutto muovono si giocano le anime degli esseri umani: l’anima, cioè, etimologicamente, ciò che dà vita.

 

I destini delle anime umane rappresentano la vera economia su cui è basato l’universo.

 

Per un credente non è difficile da capirlo – e da crederlo.

 

Ecco perché non possiamo permetterci sovrani che si inchinano a Moloch: perché in gioco c’è l’intera creazione, umiliata e ferita dalla forza che vive per oltraggiarla, negarla, cancellarla.

 

Mi faccio la promessa di non fidarmi mai più di alcun politico che non abbia compreso questo fondamento. Perché tutto il resto delle cose che farà, discende da questo.

 

Populista, sovranista, sedicente cristiano, pro-lifista, tradizionista: non me ne frega niente. Importa solo se si è inchinato all’idolo distruttore. Quello siamo in grado di vederlo subito, il colore che dà a tutte le cose ci è subito evidente.

 

Perché conosciamo Moloch e i suoi oceani di sangue.

 

Conosciamo il danno che egli fa al mondo e alle nostre vite.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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