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Renovatio 21 recensisce Squid Game

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Spinti da lettere di lettori che si interrogano sulla simbologia del calamaro – testé dichiarato da Renovatio 21 personaggio dell’anno – pubblichiamo, con colpevole ritardo una recensione di Squid Game, la serie più seguita del 2021. Di certo, Squid Game (tradotto, il «giuoco della seppia») non ha molto a che fare con il calamaro sanguigno e il suo attuale dominio occulto sul mondo, tuttavia nella serie sono enunciate molte cose interessanti, sempre riguardo al dominio del mondo, allo sterminio degli uomini, alle élite crudeli e mascherate, alla fine della dignità umana. 

 

 

Squid game, la serie Netflix coreana dove un manipolo di persone indebitate e irrisolte competono in gare mortali per un premio in denaro, è senza dubbio la serie dell’anno. Più di 110 milioni di visualizzazioni solo il primo mese di programmazione sono una cifra piuttosto importante, che indica che l’opera può aver toccato qualche corda sensibile negli spettatori di ogni Nazione terrestre.

 

La serie è riuscita a diventare un fenomeno planetario nonostante degli handicap specifici come la lingua – ancora più ostica all’orecchio dello spettatore globale di quella giapponese – e soprattutto la recitazione coreana, dove i personaggi sono sempre sopra o sotto le righe, o troppo verbosi e (apparentemente) monodimensionali, o troppo silenziosi e opachi.

 

Squid Game è già assurta allo status di fenomeno iconico. I «soldati» incappucciati vestiti di rosa con maschere minimali (sul volto solo un triangolo, o un quadrato, o un cerchio: un segno gerarchico e al contempo uno dei segni che i bambini di Corea tracciano a terra quando fanno il «gioco della seppia») sono diventati i più gettonati di questo secondo Halloween pandemico. Si sprecano in tutto il mondo le preoccupazioni di scuole e genitori per l’identificazione dei ragazzi con un mondo di violenza gratuita ed estrema.

 

 

Da Arancia Meccanica a Parasite a Squid Game, via Carlo Marx

Niente di nuovo sotto il sole: anche per Arancia Meccanica fu così: la crudeltà «ultraviolenta» dei drughi – anche lì, individui mascherati – era uno shock per lo spettatore appena emerso dagli anni Sessanta, il quale aveva addosso magari gli ancora più rassicuranti anni Cinquanta.

 

Tuttavia, nel capolavoro di Kubrick tratto dal romanzo di Anthony Burgess la violenza usciva dai figli nichilisti della piccola borghesia paraproletaria. In Squid Game, invece, la violenza è sì perpetrata (o anche: autoperpetrata) dalla classe inferiore della società, ma anche organizzata – con voluttà terrificante – dalla classe dominante.

 

A mascherarsi non sono i poveri teppisti. Sono i membri di un’élite transnazionale miliardaria, le cui origini (a parte i coreani, ci sono americani? C’è un britannico? Un russo? Un cinese?) e le cui perversioni possiamo solo cercare di inferire.

 

In molti, come l’opinionista conservatore americano Ben Shapiro, hanno tentato di dare una spiegazione marxista di Squid Game, che sarebbe quindi poco più che un granguignolesco promemoria della lotta di classe nel XXI secolo.

 

Molti saranno d’accordo: del resto, è stato detto da varie parti, si tratta di una mistura assai riuscita di due possibili ingredienti, il film di culto giapponese (con Takeshi Kitano) Battle Royale – dove si immaginava una società dove una classe di studenti si doveva combattere su di un’isola (Hunger Games ha, di fatto, copiato, sì) – e il film rivelazione del 2019, il coreano Parasite, premiato con vari Oscar più o meno meritati.

 

Parasite, venne notato, era una sorta di acidissima commedia horror sul concetto caro al nuovo politicamente corretto vigente in USA: l’equality. Cioè la parità, le eque opportunità tra le persone che sembrano essere scomparse tra gruppi e classi sociali.

 

Tuttavia, vorremmo qui parlare di tutt’altro. Fare un discorso più oscuro, meno intellettuale. Squid Game può possedere significati che vanno al di là di quelli che si hanno con la mera analisi sociologica.

 

E se ci fosse qualcosa di più reale, e di più spaventoso, di Carlo Marx e dei suoi epigoni dietro a questo successo mondiale?

 

I significati generali che si traggono dalla serie vanno ben oltre le questioni di classe. La popolazione è numerata, sottomessa, e ha rinunciato alla democrazia una volta per tutte.

 

In Squid Game, il popolo è infantilizzato, anche contro la sua volontà: i giuochi di morte sono giuochi per bambini, e l’oggetto agognato è questo enorme maialino salvadanaio che vale il ritiro per sempre dalla classe lavoratrice.

 

Il popolo è ingannato da una élite superiore con la promessa dell’arricchimento materiale.

 

Tutto il resto è sangue e barbarie. Potere, comando, sacrificio umano.

 

 

L’élite rivelata dai simboli di Squid Game

Lo schema di costruzione della società moderna è illustrato già nei primi secondi, quando vediamo dall’alto il campo del gioco della seppia. Il quadrato può rappresentare la massa della popolazione generica, il triangolo che lo sovrasta è l’élite.

 

I due cerchi segnano in alto il vertice della classe dirigente che si ritrova ad organizzare e a consumare lo spettacolo genocida e, chiralmente, la parte più bassa della società, quella dei disperati e degli indebitati oltre ogni possibilità di riscatto.

 

Notate come gli stessi segni, che sembrano pulsanti della Playstation, siano riprodotti nelle maschere dei guardiani armati. E ognuna di queste forme rappresenta, pare di capire, un segno nella gerarchia del piccolo esercito fucsia.

 

 

Sacrificio umano, per sport

Il fatto che l’élite sia coinvolta in sacrifici umani organizzati non è una novità per la storia umana: potete pensare alle civiltà precolombiane, magari ripassando Apocalypto, per capire come ciò fosse in realtà la norma, prima della fine delle uccisioni rituali sancita dal Cristianesimo (che in Squid Game è puntualmente sbeffeggiato).

 

Negli anni ‘20 vi fu un racconto, e un film, dal titolo Most Dangerous Game che narrava di un nobile russo che cacciava esseri umani per sport. Il tema è stato ripreso numerose volte nella cinematografia americana, sia in alto che in basso. Dal grande classicone zona Italia 1 American Ninja (1985) al John Woo di Senza Tregua (1993). Per finire con il capolavoro disgraziato (linciato a scatola chiusa, rilasciato in ritardo e fatto sparire subito), politicamente ultra-divisivo ma a modo suo perfetto, The Hunt (2020). Satira superba della polarizzazione sociopolitica cristallizzata ora in USA, dove un gruppo di liberali ultra politicamente corretti rapisce una dozzina di americani medi, tendenzialmente conservatori ed elettori di Trump – in una parola, anche usata nel film, «deplorables» – per cacciarli nel modo più belluino. Essi avevano osato far commenti inappropriati sui social media.

 

Solo finzione? No.

 

Austriaci e tedeschi ricordano sommessamente il cosiddetto Massacro di Rechnitz. Nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1945, una domenica delle Palme, a Rechnitz, in Austria, si tenne una festa al castello di Margit von Batthyány, figlia di Heinrich Thyssen-Bornemisza, della famiglia delle acciaierie e delle crapulose megacollezioni d’arte. L’Armata Rossa era vicina, in dieci giorni avrebbe raggiunto il luogo, tutti lo sapevano. Così, al festone dove erano invitati vari dirigenti delle SS e della Gioventù hitleriana, verso la mezzanotte fu offerta una speciale iniziativa: l’uccisione di lavoratori forzati ebrei ungheresi, portati al castello per la bisogna.

 

Ne uccisero quasi due centinaia. Si distinsero un capo nazista e il direttore del castello, che forse era amante della contessa.

 

Squid Game non è fantascienza. Proprio no.

 

 

Squid Game e l’illusione della democrazia

I partecipanti del gioco sono deumanizzati, numerati, disorientati, tribalizzati. Tuttavia, un colpo di scena di non poco conto è quando si apprende che hanno una concreta possibilità di fuga: il voto democratico.

 

È una delle regole fondamentali che vengono declamate immediatamente, prima che si proceda al primo, sorprendente massacro. Se la maggioranza decide di smettere di giocare, tutti a casa. Bisogna aspettare l’ultimo episodio per capire che anche questa regola è, in fondo, truccata.

 

Così come è forte l’impatto della rivelazione del coinvolgimento nel gioco di forze di polizia, e quindi non solo dell’establishment finanziario internazionale.

 

Qui sta il pensiero più crudele inferto dalle élite al popolo: essi sulla carta hanno scelta, sono liberi. In realtà, tutto è preparato al fine di ottenere qualcosa di silenzioso e preziosissimo: la sottomissione, l’accettazione di qualsiasi privazione, qualsiasi comando, qualsiasi aberrazione, orrore, peccato, delitto.

 

L’illusione della democrazia è lo strumento con cui l’élite ottiene la piena adesione del cittadino alle sue architetture ingiuste e disfunzionali. La democrazia è la conditio sine qua non per il Teatro delle Crudeltà dell’élite perversa e inarrivabile. Senza democrazia, pare dire la serie, essi non avrebbero il potere di cui godono. Democrazia e oligarchia sono interrelate: la prima è solo la maschera, la crosta della seconda. Di mezzo, gente in divisa armata.

 

 

Infantilizzare e corrompere

Alcuni hanno notato che l’infantilizzazione dei partecipanti allo Squid Game, costretti a giocare ai giochi popolari tra i bambini coreani, rappresenta la volontà, più che di infantilizzare la popolazione, di corrompere l’idea stessa di infanzia.

 

Particolarmente disturbanti sono le bare a forma di regalo. Da una parte, esse portano verso l’idea orrenda della morte violenta come gioco d’infanzia.

 

Tale idea è anticipata nel primo episodio, quando il protagonista dà a sua figlia un regalo che contiene, per isbaglio, una pistola-accendino.

 

Dall’altra le bare-regalo sottolineano la dimensione dell’offerta religiosa – il sacrificio umano per compiacere gli dèi, che in questo caso sono i ricconi mascherati che si godono lo spettacolo tra champagne e gozzoviglie omoerotiche.

 

Non è priva di significato la menzione del traffico di organi di cadaveri operato di nascosto dagli stessi «secondini» del gioco. Con lo squartamento e il commercio di parti di essere umano ancora vivente si toccano abissi di corruzione della dignità umana che non sono sconosciuti dal mondo reale, dove il traffico di organi esiste eccome – ne è stato accusato il presidente di un Paese limitrofo, il kosovaro Hashim Thaci.

 

È lapidario, nella serie, il disprezzo delle élite per i morti: fatene quello che volete di quegli organi, dice ad un certo punto Front Man, il gestore del sistema di gioco. Potete anche mangiarveli per quanto mi riguarda… ma non turbate il disegno sottostante alla competizione. Non alterate il gioco dei potenti.

 

 

Il simbolismo massonico in Squid Game

Discutere di élite occulta e non parlare di massoneria sarebbe come parlare del caviale senza spendere una parola sul Beluga. I figli della vedova (li chiamano anche così), la «setta verde» (la chiamano anche così), nella serie coreana? Ebbene sì.

 

Nel penultimo episodio il riferimento è assai preciso: i sopravvissuti mangiano su un enorme tavolo triangolare (la piramide cara ai «liberi muratori» – si chiamano anche così) adagiato su un pavimento a scacchi (immancabile nelle logge dei grembiulisti – li chiamiamo noi così) con piazzate ben visibili due colonne: sono possibilmente Boaz e Yakin, le due colonne ricorrenti nell’architettura dei templi massonici, riconducibili alle colonne del Tempio di Salomone costruito dalla figura immaginaria Hiram Abif, un personaggio centrale del mito massonico.

 

Il lettore dirà: la massoneria in Corea? Machedaverodavero? Ebbene sì, anzi, diremo di più: la massoneria in Nord Corea pure. Si inseguono da anni dicerie sull’appartenenza del caro leader Kim Il-Sung al club squadra e compasso. Lo si accusò su giornali locali liguri, addirittura, di aver il simbolo della P2 inciso sul suo «trono» – per quanto vi possa sembrare allucinante, questa polemica è esistita veramente, perché le voci, nei circoli del PCI, giravano veloci.

 

Di certo, Kim e suo figlio vedevano con simpatia certi nostri connazionali molto chiacchierati, uniche figure al mondo che potevano dire di avere un pied-à-terre a Pyongyang. Non facciamo nomi.

 

 

Maschera e potere

Tuttavia, vi sono altri riferimenti visivi che connettono a cose già viste, o intraviste, dal pubblico occidentale. Su tutto, le maschere.

 

Maschere animali apparvero ad un party entrato nella leggenda, quello dato dalla famiglia Rothschild a Parigi nel dicembre 1972. Molti degli invitati sono ancora riconoscibili. Per esempio l’immancabile Salvador Dalì, per esempio la baronessa anglo-olandese Audrey Kathleen Ruston Hepburn – massì, quella di Colazione da Tiffany.

 

Questa cosa delle immagini dorate che si vedono in Squid Game, di fatto, ci ricordava qualcosa.

 

Tuttavia, è la questione delle maschere animali che può aver fatto fare clic nella mente di qualcuno che conosce l’episodio .In particolare, la più evidente, la maschera del cervo.

 

 

Il sito Vigilant Citizen ci piazza anche questa foto della vecchia Chiesa di Satana di Anton LaVey.

 

Come non ricordare, a questo punto, la profusione di maschere dell’élite ritualista di Eyes Wide Shut.

 

La maschera, anche nel capolavoro finale di Kubrick, rappresentava il potere definitivo dell’élite sul popolino. Il personaggio del dottor Harford (Tom Cruise), imbucato non iniziato, in una delle scene più disturbanti della pellicola viene obbligato a togliersi la maschera davanti a tutti gli iniziati mascherati.

 

La disuguaglianza tra chi può coprirsi il volto – magari con un’opera d’arte – e chi deve offrire alla luce il proprio volto è percepibile come la struttura stessa della società: chi comanda porta la maschera, perché chi comanda è invisibile.

 

Chi porta la maschera può umiliarti e perseguitarti, finanche ucciderti, o esigere comunque un tributo di sangue.

 

Perché il potere, ci dicono i potenti in maschera, è il potere di dare la morte – anche per giuoco, anche gratuitamente. E ancora più sommo, questo il pensiero più oscuro di Squid Game, è il potere di indurre nella vittima la scelta del suo stesso sacrifizio.

 

 

C’è un salto di qualità: l’élite mascherata di Kubrick non godeva, almeno durante le sue riunioni, della morte dei popolani, che anzi erano esclusi.

 

Il loro era, paradossalmente, la riformulazione di un arcano rito di fertilità – un’orgia da paganesimo antico (come quella descritta magnificamente da Andrej Tarkovksij nell’Andrej Rublev) dove però i volti noti della buona società possono conservare la propria reputazione; un’ammucchiata esoterica come quelle dei templi crowleyani visti in Strange Angel, serie di cui abbiamo parlato qui. Insomma, il Kubrick è un rito dell’Eros – mentre in Squid Game il rito è puro Thanatos, l’esercizio di una morte inferta anche solo per capriccio.

 

«Cumannari è megghiu ca futtiri» dice un famoso proverbio siciliano. L’élite mascherata di Kubrick fotteva, mentre il rito di Squid Game è un rito di morte come controllo assoluto. E di qui la questione dell’illusione democratica e dell’accettazione dell’orrore discussa sopra.

 

In realtà, Eyes Wide Shut doveva venirci in mente anche prima, perché la villa del rito orgiastico altro non è se non una casa di campagna del Barone Mayer de Rothschild. E mica vogliamo tirare in ballo questa povera famiglia come dei complottisti ossessi: non è colpa loro se finiscono ancora sui giornali per il Trattato del Quirinale appena firmato dal loro ex impiegato Emmanuel Macron e per la consulenza di loro advisor in dossier industriali e finanziari delicati tra Italia e Francia.

 

Vabbè, stiamo divagando.

 

 

«Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale»

Abbiamo perso di vista gli arredi del privé, dove ci sono tavolini e seggiole a forma di esseri umani. Anzi forse sono proprio esseri umani… donne piegate in modo innaturale… dove avevamo già visto questa cosa? Ah, sì, a casa dei Podesta, luogotenenti del potere clintoniano, appassionati di UFO e massimi lobbisti a Washington, dove curano, fra gli altri, gli interessi della famiglia reale saudita. I Podesta sono quelli che nelle mail trapelate nel 2016 venivano invitati alle riservatissime serate di «Spirit Cooking» dell’artista serba Marina Abramovic. Di cui ricordiamo ancora l’odoroso ammasso di ossa e di sangue nei sotterranei del Padiglione Italia della Biennale di Venezia 1997. L’opera si chiamava «Balcan Baroque», ma sul sangue e il suo aspetto «magico» la Abramovic ha lavorato anche nelle decadi successive. Coinvolgendo un grande numero di estimatori VIP.

 

Come dire, il materiale per dipingere un’élite oscura e perversa c’è tutto.

 

Come noto, i Podesta e la Abramovic giocarono un ruolo nella discreditata storia andata virale nel post-elezioni 2016, la leggenda metropolitana chiamata Pizzagate, dove si sospettava che una élite di potenti – quelli che alla fine pubblicano queste fotografie – compisse sacrifici di bambini nel seminterrato di una pizzeria della capitale USA. La storia accese gli animi ma dopo qualche mese perse quota. Emerse, di lì a poco, un’altra «serie» sull’élite assassina e cannibale, QAnon.

 

Un’idea, un movimento, una nuova religione «oracolare», una forma di intrattenimento seriale live di innovazione assoluta. Che ha mosso, per lo meno fino al gennaio 2021, decine di milioni di persone in tutto il mondo. (Di QAnon Mondoserie vi parlerà a breve per tramite di una irresistibile serie documentaria HBO uscita quest’anno, QAnon into the Labyrinth)

 

Non c’è da stupirsi se una serie come Squid Game finisca per valere, dati Netflix, qualcosa come 900 milioni di dollari.

 

È una storia che in tanti vogliamo sentirci raccontare. È una storia che, da qualche parte dentro di noi, possiamo perfino pensare che sia vera.

 

Avete presente la frase: «ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale».

 

Vale anche per questo articolo.

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su Mondoserie.it

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

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Umbria Jazz, storie e numeri

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Si è chiusa con numeri da primato quest’ultima edizione di Umbria Jazz, che da oltre cinquant’anni incanta Perugia e l’intera regione. Sono oltre 46.000 i biglietti venduti, con un incasso di 3 milioni di euro. Risultati che confermano il grande successo della rassegna, con il tutto esaurito registrato per l’intera programmazione del Teatro Morlacchi e della Sala Podiani. Nei dieci giorni di Umbria Jazz sul palco si sono avvicendati circa 500 musicisti, riuniti in 80 band, con una media di 28 appuntamenti al giorno e circa 160 eventi gratuiti distribuiti tra piazze, giardini e vie del centro storico.

 

Sui vari palchi della kermesse si sono alternati protagonisti della scena musicale internazionale come Sting, Zucchero, Gilberto Gil, Elvis Costello, Charles Lloyd, Laurie Anderson, Cécile McLorin Salvant, Jason Moran, Snarky Puppy e la Metropole Orkest, quest’ultima per la prima volta in Italia: una presenza che suggella, ancora una volta, come Umbria Jazz – nonostante il mercato globale della musica detenga quasi un totale monopolio – riesca a proporre vere esclusività al proprio pubblico. Rilevante anche l’impatto sul sistema economico, occupazionale e turistico regionale. Umbria Jazz impiega direttamente circa 300 lavoratori e coinvolge oltre mille persone nell’indotto.

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Umbria Jazz si declina in vari generi, come dettato inesorabilmente dalle leggi del mercato musicale, pur rimanendo nel cuore, nell’animo e nella sua stessa ragion d’essere fedele al jazz di qualità espresso nelle venue indoor sopracitate. Quello più vero e autentico – che rimane la colonna portante di UJ – risuona in teatri gremiti, dove il pubblico sfida la calura estiva pur di ascoltare il gotha del jazz italiano e internazionale. Questa peculiarità – depurata dalle critiche, seppur legittime, degli integralisti del genere – di saper mescolare le sfaccettature musicali più diverse, in particolare i nomi mainstream del pop-rock che fanno incassi da botteghino, rappresenta indubbiamente un’esigenza da cui oggi non si può prescindere.

 

Il main stage all’Arena Santa Giuliana è la location adatta per accogliere i grandi nomi internazionali da cartellone. Da evidenziare che questo spazio, ripensato appositamente per la musica, permette al pubblico una visione ottimale dello show persino dal fondo della platea o dalla gradinata posta di fronte al palco. Le arene rock spesso costringono a vedere i propri beniamini da distanze siderali, rendendo difficile godersi lo spettacolo o trovare un angolo per rilassarsi. Il parco sovrastante questo «auditorium calcistico» è invece un’oasi di decompressione, dove il pubblico può gustarsi il concerto steso sul prato oppure nell’area food and beverage, consumando qualcosa comodamente seduto.

 

Il festival esplode sin dalla sua prima edizione, nel lontano 1973, spinto dalla fame dei giovani per i raduni all’insegna della musica e del desiderio di stare insieme. All’inizio degli anni Settanta, infatti, il mondo del pop-rock internazionale è restio a suonare in Italia a causa di una situazione politica tesa, che spesso sfocia in violente proteste e disordini.

 

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Ma Umbria Jazz è anche il paradiso dei nottambuli. Un tempo, a mezzanotte, aprivano i club dove si suonava e ci si divertiva fino all’alba, dando un valore aggiunto a un festival già di per sé straordinario. Le jam session prendevano vita nei piccoli e fumosi locali in cui centinaia di tiratardi si accalcavano, sfidando la torrida calura estiva mitigata da fiumi di birra. Tra una chiacchierata al bancone e un tavolo occupato, le orecchie erano sempre attente alle note di musicisti provenienti da tutto il mondo, pronti a unirsi in concerti improvvisati nel nome di un’unica passione: la musica.

 

«Il bar vicino al palco principale era pieno di tutti noi artisti e la gente veniva a chiederci autografi. Si suonava ovunque e c’erano tante jam session la sera. Pensa che in albergo non si riusciva a dormire fino alle tre di mattina, perché c’era un via vai incredibile tra giornalisti e gente che suonava per le strade. Era qualcosa di veramente unico, perché arrivava sulla scia degli anni in cui quello era il sistema di aggregazione tipico, come avveniva nei grandi festival. Umbria Jazz è arrivata al momento giusto e ha sfondato», racconta uno dei musicisti che ha preso parte alla prima edizione.

 

Il Maestro Enrico Pieranunzi ricorda: «Pagnotta [direttore artistico, ndr] ideò le jam session serali e all’inizio degli anni Ottanta si tenevano in questo club che si chiamava Il Panino. Noi eravamo il gruppo base e spesso arrivavano dei grossi nomi americani che si univano a noi, o sostituivano qualcuno, e suonavano. Mi ricordo Louis Hayes e mi pare anche Steve Grossman. Non erano molto sobri. A volte erano un po’ aggressivi e rompevano anche un po’ le scatole, ma va beh».

 

«Noi ci divertivamo e anche la gente si divertiva. Oggi le cose sono cambiate. Le jam sono un po’ stancanti, soprattutto per la sezione ritmica, ma hanno una dimensione esaltante. Per lo spettatore è bello, perché vede il susseguirsi di molti musicisti sul palco. Un paio di sere, entrando in un club, ebbi una discussione con persone che volevano entrare gratis. Risposi loro: se voi entrate gratis, a noi chi ci paga? [ride]. C’era ancora quel tipo di pubblico che sosteneva che la musica fosse di tutti, tipica mentalità del decennio precedente. Queste sciocchezze qua, insomma. La musica è un’arte e certamente è di tutti nel momento della fruizione».

 

Epiche e memorabili istantanee, quelle di Freddie Hubbard e George Coleman che duellavano a colpi di tromba e sax, mandando in delirio i nottambuli.

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Il batterista Roberto Gatto ci narra le notti senza fine del Festival: «Quello che succedeva dopo era a volte più divertente del concerto stesso: a queste jam si vedevano sfilare musicisti pazzeschi. Mi ricordo che uno dei luoghi votati alle jam era Il Panino, in cui tra l’altro suonavo spessissimo e dove si esibivano artisti incredibili. Penso a Bob Berg: proprio al Panino fu registrato uno dei suoi dischi di maggior successo. Fu una registrazione live fatta con un Revox, poi uscita per la Red Records con il titolo Steppin’ Love in Europe, registrata in quartetto con il Trio di Roma, ovvero io, Enzo Pietropaoli, Danilo Rea e lo stesso Berg».

 

«La formula della jam all’interno di un festival è sempre stata vincente; non è un’invenzione di Umbria Jazz, facevano lo stesso a Nizza o a Montreux… Nei festival più grandi c’è sempre stato un seguito notturno dopo i concerti ufficiali. È una formula divertente sia per il pubblico sia per i musicisti, che hanno piacere di suonare. Io, col passare degli anni, ho perso un po’ questo entusiasmo, ma solo per una questione anagrafica, avendo già dato abbondantemente; resta comunque una splendida occasione per i giovani musicisti».

 

È la jam session, l’improvvisazione, il momento più magico. Sembra quasi che i club si prendano una rivincita sulle arene, perché il jazz appare più come una musica intima che come uno spettacolo da consumare in uno stadio, stile musica rock. Le esigenze di mercato, però, dettano le regole: i grandi numeri si fanno all’aperto, in spazi ampi che possono comunque avere una loro logica e soddisfare il pubblico pagante. La crescita di Umbria Jazz passa anche da questo: saper dosare sapientemente questi ingredienti.

 

Le jam notturne hanno una magia particolare per chi ama restare sveglio. Si tratta di un microcosmo appeso a un tempo sospeso, che solo i più smaniosi di libertà possono vivere come se durasse in eterno. Artisti e spettatori si ritrovano accomunati dalla voglia di vivere questo scampolo di giornata da protagonisti della notte, perché ognuno a suo modo lo è. Era il caso, ad esempio, del pianista Bobby Enriquez: dopo la sua session di mezzanotte, va a rilassarsi in un locale in compagnia dei membri dello staff di Umbria Jazz come fossero vecchi amici, prendendo un foglio su cui improvvisare un inedito spartito e comporre una canzone dedicata a Perugia.

 

L’aspetto più romantico, scanzonato, godereccio e libero di Umbria Jazz è proprio questa commistione musicale improvvisata, che il festival propone sin dalla sua nascita così da offrire qualcosa di genuino, spontaneo e vero al pubblico più appassionato. Il nottambulismo che accompagna le jam è un’esperienza senza pari, in cui si vive una poesia sfocata della notte immersi in un mare di improvvisazione. In quei club si può fare l’alba sudando insieme a musicisti incredibili, il cui unico scopo è suonare e coinvolgere quante più persone possibile nel loro flusso sonoro ed emotivo. Ogni sera è diversa e unica, ma con la stessa magia che permette di ammirare, nell’intimità di un piccolo locale, artisti applauditi poco prima sui palchi principali del festival.

 

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All’inizio dello scorso decennio è iniziato lo spegnimento di questa fiamma che illuminava le notti della kermesse umbra. Ricordo Angelino’s Piano Bar, un locale grande poco più di una stanza che ospitava i grandi nomi del jazz desiderosi di jammare su quel palco così stretto, affollato, sudato e fumoso fino a mattina, prima di ritirarsi in albergo. Nella Perugia dei primi anni Duemila era un proliferare di locali dove, in quei dieci giorni, si suonava a tutte le ore della notte. Al Contrappunto, club sito nei pressi dell’Arco Etrusco, ricordo ancora le note di Wynton Marsalis, che si presentava a sorpresa e si concedeva a un interplay musicale con qualsiasi altro strumentista.

 

Oggi questo tratto distintivo delle notti jazz si è un po’ perso. Non è svanito del tutto, ma si è istituzionalizzato e imborghesito. I tempi cambiano, la società muta nei suoi costumi e nelle sue abitudini. Una cifra distintiva del nostro tempo è la solitudine di cui non ci accorgiamo, persi come siamo nella socialità virtuale dei nostri smartphone. Ecco, speriamo che manifestazioni come queste possano riconsegnarci quella voglia di aggregazione, dello stare insieme, di condividere la notte fatta di musica, felicità, amicizie occasionali e incontri sorprendenti.

 

Lascio la conclusione al direttore Carlo Pagnotta che è colui che – insieme ad altri – ha ideato, creato, cresciuto e sviluppato questo festival e che tutt’oggi è ancora in sella a dirigere questa grande macchina organizzativa: «Il jazz può anche andar bene in spazi come il Santa Giuliana, ma le jam session sono un’altra cosa. Per pochi intimi, però lì ci si capisce meglio».

 

Francesco Rondolini

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Immagine di Enrico Maioli via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Addio a Corrado Solari, star del cinema poliziottesco

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È da poco scomparso l’attore Corrado Solari, che ha caratterizzato il nostro cinema di genere degli anni Settanta, in specie il poliziesco all’italiana che tanto ha appassionato gli spettatori dell’epoca e non solo, e che si chiama oramai con il termine coniato dal critico Giovanni Buttafava: poliziottesco.   Tale filone ha saputo, col tempo, diventare transgenerazionale, contando appassionati fin dentro la Generazione Z. Si tratta di pellicole da botteghino che hanno al loro interno un profondo racconto socio-antropologico: la narrazione di un malessere sociale, di un’insicurezza e di una violenza percepita nelle nostre piccole metropoli, a cui si rispondeva con l’eroe-commissario. Quest’ultimo incarnava i sentimenti degli oppressi, dei vessati, dei feriti e di chi subiva angherie e soprusi senza sentirsi protetto dallo Stato. Lo sbirro dai metodi rudi e diretti proteggeva da par suo il comune cittadino, anche a costo di sfidare la legge stessa.   Pellicole incastonate nella storia della nostra cinematografia quali Roma a mano armata, Napoli violenta, La polizia ringrazia, Roma violenta, Il cinico, l’infame, il violento e molte altre ancora.

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Il commissario per eccellenza, l’icona divenuta più riconoscibile e identificativa del genere, era senza dubbio Maurizio Merli, che interpreta perfettamente il ruolo dello sbirro tutto d’un pezzo, integerrimo e senza paura. Proprio nell’ambito di una mia ricerca sull’interprete romano risalente a diversi anni fa, ebbi il piacere di intervistare il suddetto attore che ha recitato al suo fianco.   Solari è un interprete caratterista, data anche la sua fisicità e il suo volto che non nasconde rudezza ed espressività, al fianco di protagonisti assoluti quali lo stesso Merli e Tomas Milian. Non c’è solo il poliziottesco nella carriera di Solari; recita assieme a Rod Steiger in uno dei capolavori senza tempo del Maestro Sergio Leone, Giù la testa, e ne La classe operaia va in paradiso di Elio Petri.     Un attore versatile che ha visto interrompersi bruscamente la carriera alla fine di quel fortunato decennio. Ha ripreso l’attività negli anni Duemila, ma senza incidere come all’inizio, nonostante lo si veda lavorare al fianco di registi del calibro di Carlo Verdone e Pupi Avati.   In questa intervista – in gran parte inedita – rilasciatami un pomeriggio di mezza estate del 2012 in una Roma calda e afosa, Solari ci racconta, in maniera simpatica e scanzonata, una parte della sua vita professionale.

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Nel 1976 prendi parte a Roma a mano armata con la regia di Umberto Lenzi. Che ricordi hai di Maurizio Merli? Maurizio Merli era un signore molto gentile, un bel ragazzo che attirava molte attenzioni femminili. Le scene che girammo assieme non erano molte. Era un buono, non era affatto un duro e neanche un cinico. Da fuori ciò si percepiva; poteva anche atteggiarsi da cattivo, ma era un buono. Anch’io lo sono, ma se voglio fare il cattivo ci riesco [ride].   A volte soffriva nel suo essere caratterialmente una brava persona e non avere quel piglio di cattiveria per essere all’altezza della situazione, quando questa lo richiedeva. Parlo della durezza, del confronto, al di là della battuta che poi sei tu che la devi interpretare come attore. Mi ricordo che ebbe una crisi proprio in Roma a mano armata, quando girammo la scena finale nel magazzino di stracci che poi ho scoperto essere un deposito della Croce Rossa.     In quella location si consuma l’incontro finale tra Merli e Milian; si dice che ci furono attriti tra i due. Mi ricordo bene. Fu anche imbarazzante assistere a questo diverbio tra i due. Ci furono delle crisi da parte di Merli che poi è stato anche consolato. Una sorta di impotenza rispetto al ruolo che doveva tenere in quella circostanza e con cui non riusciva ad armonizzarsi, a calarcisi. Questa cosa mi dispiacque moltissimo, ma al contempo mise in evidenza quella che era la sua bontà, la sua quasi ingenuità nel sostenere scene troppo violente e di mandarsi anche affanculo.   Era un attore molto impiegato, lui. Era perfetto nel ruolo di Garibaldi che interpretò nell’omonimo sceneggiato Rai diretto da Franco Rosi; era il suo ruolo, perfetto per lui. Ognuno di noi attori è protetto dal copione, ma noi non siamo quello che recitiamo: il canovaccio è una sorta di protezione dove l’attore si sente tutelato. Al di là di questa protezione, ci deve essere la tua disponibilità a fare il cattivo, chiamiamola così, che devi sostenere perché sennò non sei credibile.   Ho fatto un ruolo nel film di Gianluca Petrazzi [Roma criminale – 2013, ndr] e lui mi ha detto: «Ti ho ritrovato dopo tanti anni e in questo ruolo che avrai te le devi giocare un po’ come ti pare». Io avevo delle battute che mi sembravano scialbe. Ho fatto solo quattro pose con un’inquadratura dall’alto molto bella. È geniale Petrazzi dietro la macchina da presa, anche se lo criticano per essere tornato troppo indietro nel tempo e perché non c’è nulla di intellettuale nei suoi film. Ci siamo messi a studiare le battute, io le mie e Luca Lionello le sue. Mi son preso delle iniziative e Lionello mi voleva ammazzare perché gli fregavo la parte [ride]. Alla fine questi miei suggerimenti sono stati accettati e ci siamo divertiti nel girarlo. Tornando a Maurizio Merli, questo tipo di iniziative non le aveva. Invece Tomas Milian prendeva il copione e diceva: «Io c’ho ‘ste battute, ma le cambiamo tutte!». Si metteva da una parte, le correggeva, ci metteva parolacce con una tonalità di romanesco molto forte chiedendo suggerimenti alle maestranze sul set. Se le imparava bene – aveva una memoria incredibile – e poi se la giocava recitando in maniera completamente diversa da quelle che erano le indicazioni del copione. I registi andavano in sollucchero, perché la sceneggiatura veniva cucita addosso alla persona.   Con un personaggio così creativo, così mattacchione, ci puoi fare un serio affidamento. Ho visto la soddisfazione di certa gente dire a Tomas: «Fai un po’ te…». A volte esagerava pure, ma fa parte del personaggio.   Pure altri colleghi si creavano delle cose fuori dal testo che veniva loro consegnato. Te ne cito un altro bravo: Biagio Pelligra. Lui è un creativo, si inventava un sacco di cose e così facendo i registi li sorprendi, perché gli piace vedere che tu fai di più. Per diminuire c’è sempre tempo, ma aumentare non puoi più. Concludo dicendoti che Maurizio Merli era una bellissima persona, ma era un attore impiegato. Se io avessi dovuto fare una cosa in teatro con lui non so se l’avrei fatta. Il fatto che non sia un grande creativo non va assolutamente a inficiare la sua immagine umana.   In Roma a mano armata fai uno scagnozzo di Tomas Milian che interpreta il ruolo del Gobbo, e ne La banda del Trucido di Stelvio Massi interpreti un ladro che collabora sempre con Milian. Con Tomas avevo un bellissimo rapporto, ma anche una certa soggezione perché ero molto giovane al tempo, mentre lui era un attore affermato. Ci tenevo a fare bene. Avevo fatto molto teatro e si percepiva sul set questa mia esperienza recitativa. Ero molto spontaneo e parecchie volte rompevo i coglioni [ride]. Tomas andava da Stelvio Massi, il regista, e gli diceva: «Senti, Corrado è troppo bravo e non voglio lavorare molto con lui». «Ma mi stai prendendo per il culo?», gli rispondeva. Tomas mi diceva spesso che per lui ero «pericoloso»; non so se ‘sta cosa mi ha portato sfiga [ride], perché poi ho smesso di colpo di fare cinema.     La tua carriera a fine anni Settanta s’interrompe, per poi riprendere diversi anni dopo. Dovevo fare Napoli violenta [regia di Umberto Lenzi – 1976, ndr] come protagonista. Sarebbe stato il massimo! Invece ho avuto dei problemi familiari che non mi hanno permesso di continuare e per vent’anni non ho più lavorato nel cinema. Troppi! Pensa che iniziai la carriera assieme a Michele Placido; lui non ricorda, ma con suo fratello facevo una cosa per la televisione a Napoli e mi disse: «Sai cosa dice mio fratello di te?». Io avevo fatto La classe operaia va in paradiso, Sbatti il mostro in prima pagina, Giù la testa… «In Italia dopo di te, c’è lui». In quel momento sarebbe stato fondamentale che io andassi avanti e piano piano avrei lavorato costantemente. Al tempo mi ricordo anche Flavio Bucci, che poi è finito male; era una bellissima persona e con lui avevo fatto La classe operaia va in paradiso.     Hai un ruolo anche ne La polizia ringrazia di Stefano Vanzina, che è considerato il capostipite del poliziesco all’italiana. Una piccola parte. Ma ti ricordi tutto! Ho fatto tante cose che non ricordo neanche. Lavorai con Pietro Germi ne Le castagne sono buone, film che uscì nel 1970. C’era Gianni Morandi, Stefania Casini e Nicoletta Machiavelli, che è stata la prima tettona del cinema italiano. L’anno successivo ho fatto L’istruttoria è chiusa: dimentichi di Damiano Damiani con Franco Nero. Girai una scena in un carcere. Vinsi anche il provino di Girolimoni, il mostro di Roma, un film su un personaggio romano che violentava le ragazzine in uno stranissimo modo, un vero mostro. Io avrei dovuto interpretare lui; vista la mia faccia dovevo fare il perverso [ride]! Eravamo in sette a quel provino; c’era Gabriele Lavia, c’era quello di Jesus Christ Superstar… vinsi nettamente io quella parte, però non mi presero. Mi comunicarono a malincuore, per una questione di produzione, che scelsero un altro.   C’è una tua battuta cruda, ma iconica in Roma a mano armata che fai a Vincenzo Moretto detto il Gobbo, ossia Tomas Milian: «Perché non l’hai fatto fuori quel figlio di mignotta di uno sbirro?», riferendoti al commissario Leonardo Tanzi (Maurizio Merli). Queste battute, come ti dicevo, a volte venivano al momento. Tomas generava molta spontaneità e io credo che tutti quelli che hanno recitato con lui si siano sentiti spontanei. Rompeva la prassi, rompeva lo stile, rompeva il modo; è un suo metodo di fatto. A volte caricava molto il personaggio al limite della credibilità, però er Monnezza può pure fare questo!   Nel film La banda del Trucido vediamo un Milian che in quanto a parolacce non si risparmia, caratterizzando oltremodo il suo variopinto personaggio. Al tempo non ti veniva di dire: «Ah che volgare! Che schifo!». Erano battute passabili, goliardiche, che nessuno aveva mai pensato di tirar fuori con questa spontaneità romana tipicamente di strada. Milian per le sue battute prendeva ispirazione dalla gente comune, in particolare dalle maestranze che lavoravano sul set cinematografico con lui. Esatto.   Tornando a Maurizio Merli, ricordo che alcune attrici che hanno lavorato con lui hanno avuto solo un rapporto freddamente professionale. Era impacciato a volte, e rischiava di risultare dall’esterno molto freddo e distaccato. Magari era solo intimidito da un confronto o dalla semplice battuta, perché non era molto estroverso e spiritoso. Manteneva una certa distanza nei rapporti con le altre persone. Questo è quello che percepivo io. Tutto quello che era legato al copione lui lo faceva benissimo.   Una tua riflessione su quel cinema anni Settanta dove sei stato tra i protagonisti e quello di oggi. È una bella domandina questa. Cosa c’era di diverso? Intanto in quegli anni si lavorava molto di più e c’erano più possibilità di lavoro. Oggi è difficile lavorare se non per vie traverse, o perché sei affermato e non hai bisogno di presentazioni, oppure perché hai bisogno del politico o del prete. La Lux Vide è un’emanazione del Vaticano. Se sei amico di qualcuno al Vaticano, lui fa la sua telefonata a chi di dovere ed ecco che puoi ottenere una parte [ride]. Questa è meglio se la cancelliamo [ride]!   C’è anche da dire che non sopporto la gente che dice «Era meglio dieci anni fa». È una sorta di nostalgia che è insita nell’essere umano, non solo negli attori, ma anche nella gente comune. Se potessi tornare indietro col senno di adesso, sarebbe tutto differente, mi pare ovvio. Una volta il cinema era più costituito da rapporti umani mentre adesso, per fare un film, la produzione demanda all’organizzatore, che a sua volta demanda al casting director. A queste figure vengono imposti alcuni attori già stabiliti dalla produzione, e il resto li devono trovare loro. Fanno il bello e il cattivo tempo. Questo meccanismo che ti ho appena citato è diventato una tortura. Se non sei amico di qualche responsabile dei casting, stai pur tranquillo che non fai una mazza! Hanno un potere extra.   Al tempo potevi entrare in una produzione perché piacevi al regista. Una volta mi è capitato di essere scelto dal regista, ma poi la produzione bloccò tutto. A tutt’oggi sono nella condizione – essendo stato fuori dal giro per troppi anni – di dover rincorrere per avere una parte, anche piccola. Non è facile, te l’assicuro.   Tempo fa ho intervistato il regista Tonino Ricci, che mi disse esplicitamente che al tempo gli attori li sceglieva lui. Oggi ci sono dei giri strani, perversi… ci sono delle caste… Oggi i direttori dei casting chiamano gli agenti che sono amici loro, e la scelta di un agente, per noi attori, è importante.   Sarebbe bello rivederti oggi di nuovo al fianco di Tomas Milian. Basterebbe che Milian facesse una partecipazione straordinaria. Sarebbe bellissimo! Pensa che ancora oggi per strada mi riconoscono. Giorni fa ero in ospedale e un portantino mi guardava fisso: «Ma che sei te?!». «Sì, sono io!», «Grandissimo! Mitico!» [ride]. Quei film degli anni Settanta la gente se li vede e se li rivede, cosicché anche un attore come me – che non ha avuto un ruolo da protagonista – è ricordato e riconosciuto. Sono film che hanno avuto e che hanno una grande popolarità. La mia brutta faccia ha bucato lo schermo!   Pensa se veramente Milian tornasse a fare un film oggi in Italia. Lo fanno Papa! Gianluca Petrazzi potrebbe farcela e poi lui come regista è molto veloce a girare, un po’ come Umberto Lenzi. Lenzi aveva la mentalità del montatore e girava le scene già con l’idea di come montarle.   Francesco Rondolini  

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La colonna sonora di Fantozzi, e oltre. Intervista con il compositore Vince Tempera

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Domenica 14 giugno a Fiumicino è stata celebrata la riedizione in vinile delle colonne sonore di due film che hanno segnato indelebilmente il nostro cinema popolare: Il secondo tragico Fantozzi di Luciano Salce e Febbre da cavallo di Steno. Entrambe le pellicole compiono cinquant’anni e le loro indimenticabili musiche portano la firma del trio Franco Bixio, Fabio Frizzi e Vince Tempera. Da piccolo ho sempre pensato che il trio Bixio-Frizzi-Tempera fosse un’entità unica: un sodalizio capace di lavorare in totale sinergia e armonia, confezionando capolavori musical-cinematografici ormai consegnati alla storia.

 

L’incontro di Fiumicino, organizzato da Francesco Pozone e moderato dal critico cinematografico Fabio Melelli, è stata l’occasione per riscoprire questi lavori. Noi di Renovatio21 eravamo presenti e per comprendere appieno l’impatto di questa operazione nostalgica ed editoriale, è necessario ricordare cosa abbiano rappresentato questi due film per la cultura italiana. Il secondo tragico Fantozzi (1976) e Febbre da cavallo (1976) non sono infatti semplici commedie disimpegnate, ma due radiografie della società del tempo in chiave tragicomica.

 

Se il primo film introduce e presenta la maschera del ragioniere più vessato d’Italia, Il secondo tragico Fantozzi ne incrementa la tragedia esistenziale. Salce e Villaggio mettono in scena il fallimento della coscienza di classe dell’impiegato italiano, schiacciato tra l’aspirazione piccolo-borghese e una sottomissione totale verso il potere e che scarica le proprie frustrazioni nel suo nucleo familiare comportandosi come un tirannosauro nei confronti della moglie e della figlia all’interno delle mura domestiche.

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Il film descrive un microcosmo iper-gerarchico in cui la violenza psicologica è istituzionalizzata. Episodi rimasti nella memoria collettiva – il set cinematografico amatoriale della Corazzata Potëmkin o l’aristocratica cena di gala della Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare – superano la semplice gag comica fine a se stessa per farsi satira cruda verso quell’intellighenzia da salotto che gode di immunità di giudizio e di indefessa lussuria appoggiata e costruita sulle spalle dei fedeli sottoposti.

 

Fantozzi è l’antieroe totale: non si ribella per cambiare il sistema, ma solo per l’illusione di poterne far parte, diventando così il perfetto ingranaggio di una macchina sociale che lo opprime quotidianamente. Per inciso, quella maschera anni Settanta calza in maniera perfetta con l’istupidimento e l’indebolimento contemporaneo della nostra ex classe media, ma questa è un’altra storia che meriterebbe un approfondimento a parte.

 

Sul piano sonoro, le musiche di questo secondo capitolo sono più varie rispetto al primo film e si adattano a ogni situazione: dal valzer dell’acqua gassata alle sequenze di disco music, fino al night club, dove si contano addirittura tre temi diversi. Nel primo film merita citare il momento in cui Fantozzi, per far credere alla moglie Pina di avere un’amante – anziché confessarle che sta prendendo segretamente lezioni di biliardo – canta Parlami d’amore Mariù, un brano scritto proprio dal padre di Franco Bixio, il celebre Cesare Andrea Bixio, discendente del celebre generale risorgimentale Nino Bixio, caro alla toponomastica delle città italiane odierne.

 

All’epoca, in concomitanza con la prima pellicola, uscì il 45 giri con La ballata di Fantozzi – l’unica canzone mai cantata da Villaggio. Nel corso degli anni le musiche di entrambi i successi di Salce sono state pubblicate prima su CD e oggi, finalmente, in formato 33 giri. Si tratta di un recupero straordinario se pensiamo che, all’epoca, i dischi delle colonne sonore venivano stampati solo se vi erano temi lunghi e commercialmente forti; nel caso dei due Fantozzi, invece, si parla quasi esclusivamente di tracce brevi sotto i due minuti di durata.

 

Febbre da cavallo tratteggia il vizio cronico del perdigiorno, dell’azzeccagarbugli all’interno del microcosmo delle scommesse dei cavalli; quel mondo ruota attorno agli ippodromi e si trascina fin dentro la città pervadendo le vite dei protagonisti e finalizzandole al solo unico obiettivo che è scommettere. L’illusione della lauta vincita è un miraggio sempre più distante e la storia si snoda tra gag, aneddoti e scene grottesche di stampo romanesco in una Roma sottoproletaria che spera, un giorno o forse mai, di scalare un gradino della scala sociale, ma senza pensare di lavorare o tantomeno di faticare. 

 

Mandrake, Pomata e i loro sodali campano di espedienti e sogni di gloria, tentano di sbarcare il lunario con espedienti di ogni tipo, che la mimica e l’abilità recitativa di Gigi Proietti e Enrico Montesano – attorniati da una serie di caratteristi di prim’ordine – rendono la pellicola un must intramontabile transgenerazionale.

 

La dipendenza dal gioco d’azzardo non viene moralizzata dal regista, bensì analizzata come linea di resistenza disperata in contrapposizione della routine del lavoro. Il gioco è la ragion d’essere e di esistere di un manipolo di emarginati sociali che sperano che il «sogno dell’azzardo» non finisca mai. La genialità della pellicola sta nel trasformare le truffe e la sfortuna cronica in una liturgia dell’ingegno, dove il dramma e i problemi economici vengono costantemente esorcizzati dall’arte dell’arrangiarsi. Per tornare alla musica, il tema portante del film è un caposaldo delle soundtrack della commedia italiana di quel decennio.

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Le musiche di queste pellicole – incastonate nell’immaginario collettivo – sono state ideate da quel trio che ha saputo affermarsi in quegli anni tra i maggiori autori di colonne sonore in Italia. In circa cinque anni, il gruppo Bixio-Frizzi-Tempera ha creato ben settanta colonne sonore mantenendo standard qualitativi altissimi, sia che si trattasse di capolavori, sia che accompagnassero film popolari, commerciali o considerati di «seconda fascia».

 

Va sottolineato che questo terzetto ha prodotto le proprie opere in un periodo storico denso e prolifico, dominato da giganti del calibro di Ennio Morricone, Stelvio Cipriani, Piero Piccioni, Armando Trovajoli e Riz Ortolani. Nonostante la concorrenza, si sono ricavati il loro spazio grazie al talento e a una grande spinta innovativa, introducendo strumenti che i grandi compositori classici non erano soliti usare (non è un caso che il tema di Sette note in nero sia stato successivamente ripreso da Quentin Tarantino in Kill Bill).

 

Durante l’incontro a Fiumicino, i protagonisti hanno voluto ricordare i tempi di quella rivoluzione sonora e noi ve ne riproponiamo i momenti salienti. «Non potevi chiedere a Rustichelli di usare un sintetizzatore, perché non sapeva nemmeno cosa fosse. Noi invece lo usavamo» ha detto Vince Tempera. «Osservando i musicisti che lavoravano in RCA, vedemmo che realizzavano gli arrangiamenti con strumenti all’epoca insoliti; noi tre avevamo in testa quei suoni e quelli abbiamo tirato fuori. Gli altri proponevano la bossanova, lo swing, il jazz da night club… Noi usavamo la batteria, che per quel tipo di musiche, negli anni Cinquanta e Sessanta, era utilizzata pochissimo».

 

Sempre Tempera ha poi raccontato l’approccio per evidenziare le performance grottesche dello sfortunato ragioniere: «Quando alla Rizzoli Film ci fecero vedere i vari episodi del film, ho subito pensato che questo avesse bisogno di una musica come quelle dei cartoni animati di Tom & Jerry, ovvero specifica per ogni scena. Quando c’è la sequenza dello sci acquatico si sente una melodia dolce con dei violini di sottofondo… La nostra idea era proprio quella di adattare un tema a ogni momento della pellicola. Quando ci sono le apparizioni mistiche, c’è una musica sacra. Era un film che aveva bisogno di tanti piccoli temi della durata massima di un minuto che, accoppiati all’immagine di Fantozzi, facessero ridere la gente. Stesso discorso per la scena della scalinata de La corazzata Potëmkin: ha questa base di solo pianoforte ed è talmente comica che quel piano in sottofondo non risulta serio, anche se ha un suono austero».

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Il lavoro in studio significava coesistere con la colta personalità del protagonista. Paolo Villaggio era un artista a tutto tondo e, come ricorda il maestro Fabio Frizzi, diceva la sua anche sulle musiche: «Paolo era una persona dalla cultura notevole. Quando ci conoscemmo aveva un atteggiamento che a me piaceva molto, perché era innanzitutto un uomo educato. Si stava bene insieme a lui. Questo vale anche per il primo Fantozzi, che era firmato esclusivamente da me, anche se loro avevano già messo lo zampino all’interno; dal secondo capitolo in poi è nato il nostro incredibile trio. Il primo incontro per il primo film con Paolo avvenne a casa sua a Roma, in via Pezzana. Io ero intimorito, perché questo signore lo vedevo solo in televisione. Fu carinissimo e mi trovai subito a mio agio».

 

«Quando Villaggio venne a cantare, prestando la voce ad alcune mie musiche, era consapevole di non essere un cantante ma sapeva di doverlo fare, anche perché c’erano Piero Benvenuti e Piero De Bernardi che incalzavano e volevano assolutamente che cantasse. Doveva coniugare l’essere attore e il gorgheggiare le frasi in maniera intonata. Un lavoro molto difficile che ci occupò un giorno intero» ricorda Frizzi, storico collaboratore del regista di culto Lucio Fulci e fratello dello scomparso presentatore televisivo Fabrizio Frizzi.

 

«All’inizio Paolo sentì questa cosa come distante da sé, ma quando ha indossato la maschera del cantante gli è venuto benissimo. Una delle prime frasi recitate è: “hanno messo la parete a vetri”. Se volete notare una finezza, quella frase rischiava di non capirsi; lui decise quindi di timbrarla e, se ascoltate il brano, si sente molto bene questa sua inflessione. Questo piccolo dettaglio dimostra la sua serietà e il suo esserci dentro in pieno alla situazione».

 

A chiudere il cerchio dei ricordi della conferenza è Franco Bixio, che ha rievocato gli esordi e il delicato equilibrio tra arte e produzione:

 

«Al tempo ero solo autore e mi divertivo molto di più. Poi mi sono trovato nel doppio ruolo di autore ed editore, e ho iniziato a costruire la mia parte artistica insieme a loro e, contemporaneamente, a fare esperienza sul campo come editore. Con mio fratello si studiavano le strategie economiche e, quando andavo in studio con Fabio e Vince, dicevo sempre che dovevamo spendere poco. Non succedeva mai! Spendevamo il doppio perché io stesso ero partecipe di questo sforamento di budget [ride]».

 

Ci piaceva fare le cose fatte bene e soprattutto ci divertivamo; si passavano le ore sforando gli orari delle sessioni pur di trovare qualche spunto particolare che desse una connotazione precisa alla musica di ogni film. Si scrivevano i temi, ma molto spesso in studio l’idea nasceva da me, da Fabio o da Vince – raramente a tutti e tre contemporaneamente [ride] – e questo è servito proprio per avere il riscontro che registriamo oggi. Abbiamo scritto colonne sonore per film che oggi vengono definiti dei cult e, di conseguenza, anche il nostro trio è diventato un punto di riferimento. Non lo facemmo certo per calcolo, ma semplicemente perché amavamo fare musica e stare insieme come tre amici dalle estrazioni musicali differenti».

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A margine della presentazione il Maestro Vince Tempera ci ha concesso una breve intervista a Renovatio 21

 

Lei ha collaborato tanti anni con Francesco Guccini. 

Nei live con Guccini sono subentrato negli anni Ottanta. Prima c’era solo Flaco Biondini, e Deborah Kooperman in certi momenti. Io sto a Milano e ho conosciuto Francesco tramite i Nomadi, perché lui aveva scritto delle canzoni nel loro album I Nomadi del 1968, quali Ophelia e Giorno d’estate, e a me toccava il compito di arrangiare questi brani. Al tempo Francesco era ancora senza barba. Da lì è nata un’amicizia e una conoscenza, e siamo andati avanti per oltre cinquant’anni assieme.

 

Ha toccato diverse situazioni musicali, tra cui il mondo delle sigle dei cartoni animati. Come arriva a scrivere sigle che poi sono entrate nell’immaginario collettivo, imponendosi come dei veri e propri successi senza tempo? 

Abbiamo sempre lavorato, io e Luigi Albertelli, pensando ai bambini come a degli adulti. Ovviamente facevamo canzoni semplici da ricordare, ma non da suonare. I bambini ci hanno seguito. Loro vogliono essere già grandi e vogliono le loro canzoni, non quelle dello Zecchino d’Oro. Forse ai bimbi di tre anni piacciono; quando sono ancora schiavi dei genitori sopportano lo Zecchino d’Oro, poi basta.

 

Gli arrangiamenti delle sue sigle sono ben strutturati. Penso a Atlas Ufo Robot, Goldrake, Capitan Harlock, Daitarn III, Anna dai capelli rossi, L’Ape Maia, Dolce Remi, Tekkaman, Marco, Astro Robot, La principessa Sapphire, Capitan Futuro, Hello Spank!… brani che hanno una loro struttura e un loro corpo musicale ben definito e accattivante. 

Molte rock band, anche tedesche e austriache, hanno preso le nostre canzoni facendone delle versioni con arrangiamenti ancora più rock di quello che noi pensavamo.

 

Quanto tempo impiegavate per creare e confezionare un brano per una sigla di un cartone animato? 

Un paio di giorni. Al mattino si facevano le basi, al pomeriggio le sovraproduzioni e il secondo giorno mixavi il tutto. Al pomeriggio del secondo giorno decidevi se andava bene o meno. Molto facile.

 

Passando al mondo del pop, lei ha collaborato all’album d’esordio di Gianluca Grignani, Destinazione paradiso, uscito nel 1995. Un album che ha segnato la storia della musica italiana e ha dato immediata popolarità al cantautore milanese. 

Ho suonato le tastiere, l’ho arrangiato e prodotto.

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Un disco che ha lanciato Gianluca Grignani come autentica pop star con un respiro internazionale, visto anche il successo ottenuto nei paesi latini. Che ricordi ha di quella produzione? 

Abbiamo venduto due milioni e duecento mila copie. Grignani ha rinnegato un po’ il lavoro che si era fatto, perché aveva venduto troppo. Lui voleva essere un rocker maledetto tipo Kurt Cobain, ma non è Kurt Cobain.

 

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario de Il secondo tragico Fantozzi dove lei, assieme a Franco Bixio e Fabio Frizzi, ha scritto le musiche. 

Paolo Villaggio lo conoscevo da cinque o sei anni perché lui lavorava al Derby di Milano e Fantozzi, vedendo il girato, sembrava un cartone animato. Se tu pensi a Willy il Coyote e personaggi simili, ci metti su una determinata musica e quello era. In più abbiamo fatto cantare – cantare per modo di dire – Paolo. O meglio, ci ha recitato sopra.

 

Dove avete registrato quelle musiche? 

In parte a Milano e in parte qui a Roma.

 

Fu un lavoro corale, di concerto con il regista Luciano Salce, gli sceneggiatori e Paolo Villaggio, oppure avete agito secondo un vostro senso artistico? 

In realtà c’era poco da dire. Le scene erano quelle, le vedi. Però Villaggio e soprattutto Salce volevano questo gruppo di lavoro e che si lavorasse tutti assieme. Come era al Derby di Milano.

 

Un altro film di cui ricorre l’anniversario è Febbre da cavallo, sempre del 1976, per la regia di Steno. Anche qua voi firmate la colonna sonora. 

La percussione del tema di Febbre da cavallo è nata nello studio del Capolinea a Milano durante una pausa. Un corista faceva l’imbecille mentre stavamo prendendo il caffè; era dall’altra parte del vetro della regia e simpaticamente si mise a battersi il petto con le mani, creando inconsapevolmente un groove ritmico. «Fermo! È questo il suono che stavamo cercando!». Registrammo lui che si batteva sul petto e quella è la famosa cavalcata di Febbre da cavallo.

 

Da una pura casualità è diventato un brano iconico. 

Esatto!

 

Francesco Rondolini

 

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