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Pensiero

La giovenca rossa dell’anticristo è arrivata a Gerusalemme

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Ieri si è avuta la notizia, che i grandi media non sono in grado di intercettare.

 

Gruppi sionisti del Monte del Tempio di Gerusalemme hanno annunciato che il 22 aprile sarà effettuato lo sgozzamento della giovenca rossa, un loro rito messianico per la fine dei tempi.

 

Secondo quanto riportato, sarebbe stata sottoposta alla polizia israeliana una richiesta ufficiale per permettere di portare nella spianata delle moschee un altare e dei coltelli per macellare mucche dal pelo fulvo.

 

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Il rito fa parte del processo della ricostruzione del Tempio ebraico, distrutto nel 70 d.C., la cui ricostruzione porterà all’apparizione del Messia degli Ebrei, che molti cristiani considerano l’anticristo.

 

Questo, tuttavia, ai vari cristiani evangelici fondamentalisti americani va più che bene, perché in questo modo si accelererà la seconda venuta di Cristo stesso, che arriverà come predetto del Libro della Rivelazione dopo i sette anni di tribolazione – e cioè un conflitto mondiale, la distruzione di tutti gli ebrei che rifiutano di convertirsi, la rapture (idea fondamentalista americana di un subitaneo «rapimento» in cielo di parte della popolazione durante la guerra apocalittica) e alla fine del mondo.

 

È, in tutto e per tutto, l’Armageddon. E in questo caso è pure chiamare l’apocalisse così, con una parola ebraica.

 

Gli ebrei ritengono invece che il Tempio ricostruito porterà il loro Messia e, dal Tempio, gli ebrei governeranno cristiani e musulmani. Naturalmente, per fare questo, il luogo più sacro dell’Islam dopo La Mecca e Medina, la Moschea di Al-Aqsa, deve essere raso al suolo.

 

Armageddonisti ebrei e cristiani da vario tempo stavano collaborando nel trasporto di cinque «giovenche rosse» speciali e «senza macchia» dal ranch del cristiano sionista Byron Stinson in Texas in Israele più di un anno fa, dove hanno acquistato un terreno sul Monte degli Ulivi, il luogo speciale per il macello previsto tra una settimana.

 

La scelta del mese di aprile si basa sul fatto che le giovenche raggiungono l’età prescritta per la cerimonia. A quel punto, una o più possono essere macellate e poi bruciate, con le loro ceneri mescolate con acqua.

 

Questo affinché una squadra speciale, che dovrà iniziare la costruzione del Terzo Tempio, possa bagnarsi nella miscela ed essere adeguatamente purificata per il proprio compito.

 

Stiamo dando una versione semplificata: la realtà è molto più contorta. La chiave è un’interpretazione forzata di un passaggio del Libro dei Numeri dell’Antico Testamento, dove si parla del ruolo di una «giovenca rossa» nel purificare le mani di coloro che hanno toccato i morti.

 

«Il Signore disse ancora a Mosè e ad Aronne: “Questa è una disposizione della legge che il Signore ha prescritta: Ordina agli Israeliti che ti portino una giovenca rossa, senza macchia, senza difetti, e che non abbia mai portato il giogo. La darete al sacerdote Eleazaro, che la condurrà fuori del campo e la farà immolare in sua presenza. Il sacerdote Eleazaro prenderà con il dito il sangue della giovenca e ne farà sette volte l’aspersione davanti alla tenda del convegno; poi si brucerà la giovenca sotto i suoi occhi; se ne brucerà la pelle, la carne e il sangue con gli escrementi. Il sacerdote prenderà legno di cedro, issòpo, colore scarlatto e getterà tutto nel fuoco che consuma la giovenca. Poi il sacerdote laverà le sue vesti e farà un bagno al suo corpo nell’acqua; quindi rientrerà nel campo e il sacerdote rimarrà in stato d’immondezza fino alla sera. Colui che avrà bruciato la giovenca si laverà le vesti nell’acqua, farà un bagno al suo corpo nell’acqua e sarà immondo fino alla sera. Un uomo mondo raccoglierà le ceneri della giovenca e le depositerà fuori del campo in luogo mondo, dove saranno conservate per la comunità degli Israeliti per l’acqua di purificazione: è un rito espiatorio. Colui che avrà raccolto le ceneri della giovenca si laverà le vesti e sarà immondo fino alla sera. Questa sarà una legge perenne per gli Israeliti e per lo straniero che soggiornerà presso di loro». (Num 19, 1-10)

 

Questa purificazione sarebbe fondamentale per il sacerdozio ebraico e il culto sacrificale. Il Jerusalem Post scrive: «ai giorni nostri, si presume che tutti gli ebrei, inclusi i kohanim [sacerdoti o discendenti dei sacerdoti, ndr], siano impuri a causa dell’impurità impartita da un cadavere. Mentre nella vita quotidiana dei giorni nostri questo status non ha molto effetto pratico, a chi è impuro con questo tipo di impurità è vietato entrare nel Tempio».

 

È la questione del kosher: l’ebraismo è ossessionato dalla contaminazione, da cui, secondo cui la tendenza a separare – il giudeo dal gentile, il latte della carne bovina, la donna mestruata dal resto della comunità.

 

Un’altra pubblicazione dello Stato Ebraico, Israel365News, spiega quindi che «la mancanza di una giovenca rossa ha lasciato tutto Israele ritualmente impuro e incapace di eseguire adeguatamente molti altri comandamenti».

 

Questo è un problema, perché la cerimonia deve essere completata da un sacerdote che sia lui stesso ritualmente puro. Rabbi Azaria Ariel, il direttore della ricerca del Temple Institute, spiega che il sacerdote «deve essere puro per eseguire il rituale e preparare le ceneri. Ad esempio, non può nascere in un ospedale. Abbiamo alcuni sacerdoti così».

 

«Cerchiamo sacerdoti che siano stati attenti a questa questione di significato, allontanandosi dai cadaveri dei cimiteri e degli ospedali. Devono avere una chiara tradizione familiare che discenda dai preti. In realtà di uomini così ce ne sono molti, moltissimi. Deve anche avere un’età in cui può macellare la mucca di almeno 15 anni e non è stato in ospedale fino a quel momento».

 

(Sugli ospedali come luoghi di morte, ci troviamo bizzarramente d’accordo col rabbino, ma questo è un altro discorso).

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Tuttavia, il rabbino Ariel ha anche affermato che, nel frattempo, è ancora possibile entrare nel Monte del Tempio e persino offrire alcuni sacrifici in uno stato di impurità rituale. Al contempo, il rabbino Ariele precisa che questa cerimonia «non attiva l’obbligo di costruire il Terzo Tempio» e «la costruzione del tempio non dipende dalle Giovenche Rosse».

 

«Noi non facciamo il rituale della giovenca rossa affinché il Messia venga affinché Dio faccia qualcosa del genere o qualcosa del genere» ha assicurato il rabbino.

 

Il rito di purificazione potrebbe seguire altre logiche di giudaizzazione pure della vita civile – e militare – dello Stato Ebraico.

 

Kassy Akiva, una videogionalista ebrea del Daily Wire, la grande organizzazione di informazione del sionista Ben Shapiro, del Daily Wire ha raccontato su Twitter che «le ceneri vengono utilizzate per creare una miscela che viene utilizzata nel processo di purificazione per accedere al cortile interno del Monte del Tempio. Gli usi pratici oggi consentirebbero agli agenti di polizia di purificarsi prima di entrare in quell’area per motivi di sicurezza invece di essere costretti ad entrare in quell’area per garantire la sicurezza senza prima purificarsi. Sebbene ciò sia consentito dalla lettera della legge ebraica, tutti concordano sul fatto che sarebbe meglio purificarsi prima di entrare».

 

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In pratica, si potrebbe trattare di estendere la religione sulla società ebraica anche più secolare. Con il presente governo israeliano, il più religioso, il più messianico della storia, non poteva che essere così. È il governo dove si giustificano gli sputi ai cristiani a Gerusalemme («tradizioni», rivendica il ministro: certo), è il governo dei convegni con balli scatenati dei coloni pronti a scendere su Gaza, è il governo che non ha problemi a parlare di nuclearizzazione dei palestinesi – e degli iraniani – dopo aver usato una parola biblica, amalek, che riporta alla possibilità di annientamento di interi popoli. Genocidio: ma con radici religiose. (Dov’è che avevamo già sentito questa storia?)

 

In realtà, «cinque giovenche perfettamente rosse» – mucche che non hanno ancora partorito, mucche «vergini» – erano arrivate in Israele già nel settembre 2022.

 

All’epoca reagirono subito gli organi di stampa di Hamas a rispondere, definendolo un tentativo di «giudaizzare le sante moschee» e sostenendo che «Al-Aqsa è in pericolo».

 

Le giovenche sono state portate da Boneh Israel («Costruire Israele»), un’organizzazione israelo-americana composta da ebrei e cristiani. Le giovenche sono state trovate e allevate da Byron Stinson, sedicente «giudeo-cristiano» e consigliere dell’organizzazione. Un video sul sito web di Boneh Israel lo definisce «letteralmente il ragazzo che ha portato quelle giovenche rosse in Israele».

 

«Queste giovenche rosse possono portare la pace nel mondo! La Bibbia ci insegna che la chiave per costruire il Terzo Tempio (la Casa di Preghiera per Tutte le Nazioni) è purificarci con la giovenca rossa a Gerusalemme» scrive il sito.

 

Lo Stinson, come nota LifeSite, ha anche chiarito che ritiene che la cerimonia della giovenca sia un primo e necessario passo per ricostruire il Tempio, e la collega persino all’emergere di un governo mondiale:

 

«I rabbini sono così emozionati perché, come noi sparsi nelle Nazioni, tutti possono sentire l’avvicinarsi di un governo unico mondiale. Puoi sentire l’avvicinarsi di questo momento in cui qualcosa deve cambiare. E tutti lo sentono e ciò che cercano disperatamente è la venuta del Messia. Sanno che questo è il primo passo per poter costruire il tempio. Non puoi purificare le persone che lavoreranno nel tempio finché non avrai effettivamente quest’acqua di purificazione che proviene dalla cenere delle giovenche rosse».

 

«Credo che la risposta di ogni cristiano dovrebbe essere quella di sostenere la costruzione del Tempio»

 

Il Jerusalem Post ha anche affermato che a settembre le giovenche sono state accolte cerimonialmente all’aeroporto israeliano Ben-Gurion da diversi rabbini del Temple Institute, tra cui lo stesso rabbino Azaria Ariel e il direttore generale del ministero del Patrimonio e di Gerusalemme, Netanel Isaac.

 

Il Temple Institute è stato fondato dal padre di Ariel (Rabbi Yisrael Ariel) e Rabbi Azaria Ariel guida il suo dipartimento di ricerca. Il sito web dell’Istituto afferma che mentre alcune cerimonie del Tempio sono possibili in uno stato di impurità rituale, la giovenca rossa è necessaria per il completo ripristino messianico.

 

«Il completo rinnovamento di tutti gli aspetti del servizio del Sacro Tempio e il risveglio della completa purezza rituale tra gli ebrei dipendono dalla preparazione della giovenca rossa (…) La preparazione della giovenca rossa è una precondizione per la reintegrazione del servizio completo nel Sacro Tempio».

 

Il sito riporta inoltre favorevolmente l’insegnamento su questo argomento del rabbino Moshe ben Maimon – conosciuto come Mosè Maimonide (1135-1204) o «Rambam» – filosofo talmudista tra i maggiori nella storia dell’ebraismo, estremamente influente nel XII secolo. Egli collegò l’arrivo della successiva giovenca rossa con la venuta del Messia, cioè quello che gli ebrei chiamano il «mashiach» o «moshiach».

 

«Nove giovenche rosse furono offerte dal momento in cui fu loro comandato di adempiere a questa mitzvah [il compimento di uno dei comandamenti della legge ebraica, ndr] fino al momento in cui il Tempio fu distrutto una seconda volta. La prima è stata portata da Mosè, il nostro maestro. La seconda è stata portato da Esdra. Altre sette furono offerte fino alla distruzione del Secondo Tempio. E la decima sarà portata dal re mashiach; possa essere rapidamente rivelato. Amen, così possa essere la volontà di Dio» (Maimonide, Shefter Shoftim («Il Libro dei Giudici», capitolo 11).

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Secondo Maimonide, un’impresa fondamentale di questo presunto Messia, che costituirà peraltro una delle prove conclusive della sua affermazione, è che costui ricostruirà il Tempio di Gerusalemme.

 

È facile capire che se qualcuno vi dice che non esiste alcun legame tra la consegna delle giovenche rosse e la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme – e quindi la venuta del presunto messia degli ebrei – vi sta gettando fumo negli occhi, vi sta ingannando – gaslighting, dicono ora in America. Operano per l’apocalisse, ma fischiettosamente. I complottisti siete voi, che maliziosamente vedete troppe cose dietro un innocente, zufolante sacrificio veterotestamentario di mucche rosse sul Monte degli Ulivi. Avete visto troppe volte il primo Indiana Jones, con il rito ebraico che scatena quel massacro massivo orripilante. Eccerto.

 

Prima di parlare del significato che tutto questo ha per i cristiani, soffermiamoci a ricordare cosa significa il Terzo Tempio per i musulmani. La moschea di Al-Aqsa, si trova proprio lì. Lo sappiamo bene perché in questi anni abbiamo visto la quantità di botte che in tante occasioni le forze israeliane hanno rifiutato ai musulmani lì per – in teoria – pregare, cosa che peraltro è consentita solo a loro.

 

Qualcuno ricorderà anche la passeggiata che sulla spianata delle moschee compì l’allora premier israeliano Ariel Sharon nel 2000, l’atto da cui partì la seconda Intifada. Ricordiamo brevemente cosa accadde in seguito: Sharon divenne relativamente più «morbido» verso i palestinesi, formò un partito suo scindendo il Likud. Nel 2005 – esattamente come era successo anni prima a Ytzhak Rabin– finì al centro di una Pulsa DiNura, una cerimonia di maledizione cabalistica performata da una quantità di rabbini, pure ripresa da una TV locale. Se mesi dopo a Sharon venne un colpo, e restò anni in coma fino al 2014. Se vi impressionate, ripetiamo, è perché avete negli occhi I predatori dell’arca perduta.

 

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Si tratta di un luogo definito come terzo più sacro di tutto l’Islam. I musulmani ritengono che Maometto fu portato sul luogo del Tempio in rovina di Gerusalemme su un cavallo magico; e che legò il suo cavallo al Muro Occidentale e da lì salì al cielo e incontrò i vari profeti. Non si tratta solo di palestinesi: tutto l’Islam potrebbe reagire qualora Al-Aqsa fosse toccata.

 

Del resto, cerchiamo di comprendere: Israele, oltre che uno Stato etnonazionalista, può definirsi uno Stato religioso. Hamas, il nemico dello Stato Ebraico, è pure un’organizzazione religiosa – in particolare, una gemmazione locale del gruppo protofondamentalista dei Fratelli Musulmani. L’Iran – che poche ore fa ha attaccato frontalmente Israele con i suoi droni – è una Repubblica Teocratica, uno Stato fondato, rifondato su principi religiosi.

 

Insomma, al di là di quello che possono dirvi gli alfieri della «geopolitica laica» (quelli che vi raccontano di interessi economici, petrolio, voti dei pensionati ebrei in Florida) si tratta di una questione di religione: tutti gli attori in gioco sono enti religiosi.

 

In ballo c’è una guerra di religione: e quindi, come non vedere il peso assoluto della macellazione rituale della giovenca rossa?

 

In realtà, pochi in Italia ne stanno parlando. Non si sono addentrati i blog più complottisti, e neanche i canali Telegram pronti a rilanciare qualsiasi bufala dopaminica («re carlo è morto», «Putin si è schierato con l’Iran) per ciucciare un po’ della vostra attenzione.

 

Eppure, la questione religiosa dovrebbe interessare anche noi. Perché, anche se rimossi dall’equazione, siamo anche noi spinti nella catastrofe di Gerusalemme – in quanto cristiani, non potrebbe che essere così.

 

Si torna alla vecchia questione sottolineata più volte da Renovatio 21: c’è lo Stato Ebraico, c’è lo Stato Islamico (ce ne sono diversi), tuttavia non c’è, e non può esserci, lo Stato Cristiano – è rimosso dal discorso, non può essere nemmeno nominato. Il dogma, ad ogni latitudine occidentale e non solo, è quello dello Stato «laico», che sappiamo bene significa uno Stato retto su principi massonici – cioè su una religione ulteriore che tenta da secoli di cancellare il cristianesimo.

 

È stato riportato che a spingere il progetto di ricostruzione del Tempio di Salome vi sarebbe una loggia massonica britannica, la Quator Coronati. Tuttavia non è questo che vogliamo sottolineare: vogliamo dire come, ancora una volta, i cristiani pare non siano nemmeno considerati nell’equazione. Sono stati estromessi, eliminati dal discorso.

 

È una realtà portata a galla dal solito Tucker Carlson, che in settimana ha intervistato un pastore evangelico palestinese, mettendo in risalto il paradosso assoluto per cui – come in Iraq, come in Siria – i danari mandati dagli USA in Medio Oriente, su pressioni di lobby protestanti, finiscano per uccidere i cristiani stessi.

 

Questo è uno degli effetti, solo apparentemente paradossali, del messianismo sionista installato nel fondamentalismo cristiano americano: pur accelerare la fine dei tempi, aiutano la persecuzione, passano sopra il cadavere dei cristiani del Medio Oriente, finanziando ed armando Israele, che nel frattempo avanza leggi anti-conversione per proibire il proselitismo cristiano, negli ultimi mesi ha fatto registrare attacchi ai cristiani senza precedenti.

 

Non si tratta di frange: come riportato da Renovatio 21, anche lo speaker della Camera USA, il sempre più controverso Mike Johnson, è del gruppo, con vari legami con gruppi del sionismo messianico.

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I cattolici non stanno prendendo la cosa sul serio, anche nella storia teologi e padri della Chiesa – vengono citati San Girolamo, Sant’Ambrogio, San Gregorio Magno, San Efraim, San Giovanni Crisostomo, Sant’Ireneo di Lione – hanno stabilito che l’anticristo potrebbe essere una figura simile.

 

Il gesuita Francisco Suárez (1548-1617), nella sua opera De Antichristo, scrive che «c’è uno che gli ebrei aspettano e uno che tutti accoglieranno. Gli altri che pretendevano di essere il Messia non sono stati ricevuti da tutti gli ebrei, ma solo da alcuni».

 

L’anticristo, dice la scrittura, ingannerà il mondo intero, convincerà persino gli eletti. Per questo si ritiene che guiderà un Nuovo Ordine Mondiale, dove la fede sarà perseguitata, e l’umanità vivrà i suoi tempi ultimi.

 

Questo è il pensiero cristiano, al quale nessuno sembra voler far caso.

 

Se poi vi chiedete perché, ricordatevi di San Pio X, e di Bergoglio. Nel 1903 papa Sarto, come abbiamo ricordato più volte, ricevette il fondatore del sionismo Theodor Herzl, e gli negò qualsiasi aiuto.

 

«Noi non possiamo favorire questo movimento. Non potremo impedire agli ebrei di andare a Gerusalemme, ma non possiamo mai favorirlo. La terra di Gerusalemme se non era sempre santa, è stata santificata per la vita di Jesu Cristo (…) Io come capo della chiesa non posso dirle altra cosa. Gli Ebrei non hanno riconosciuto nostro Signore, perciò non possiamo riconoscere il popolo ebreo» scrive Herzl nei suoi diari.

 

Facciamo un salto temporale: 110 anni dopo, vediamo le immagini, girate durante il suo viaggio in Terra Santa, di papa Bergoglio, accompagnato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu (quello oggi definito «macellaio» e «genocida») mentre si reca a rendere omaggio alla tomba di Herzl. Nemmeno un rabbino: un «laico» etnonazionalista ebreo che, peraltro, si era rifiutato di baciare la mano del santo papa predecessore ed inginocchiarsi, come da protocollo vaticano.

 

Il mondo è rovesciato. Il mondo è stato rovesciato. .

 

 

La chiesa post-conciliare quindi lavora per il sacrificio della giovenca rossa?

 

La Roma infiltrata dal Male vuole la manifestazione dell’anticristo, per poterlo adorare ed intronare?

 

Domande che vale la pena di farsi, nelle ore in cui lo spettro di una guerra atomica si fa sempre più concreto – ecco il vero sacrificio a cui mira il Male, ecco il vero Olocausto.

 

La cancellazione dell’umanità, l’annientamento dell’Imago Dei: stiamo parlando, davvero, di questo.

 

Roberto Dal Bosco

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Geopolitica

L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO

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La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.   Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.   Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.   La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.

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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.   Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.   Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.   La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?   Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.   Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.   Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.   Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.   Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?

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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.   E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.   Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.   E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.   Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.   Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.   Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».   Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.   E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.   Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.   E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?   Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?

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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.   No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.   Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.   Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.   Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.   Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.   Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.   Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.   In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.   Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?

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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.   Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.   E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.   Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?   Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?   Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?   Roberto Dal Bosco

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);
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L’abisso del mondo moderno

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Vorrei scrivere qui di ciò che più di ogni altra cosa plasmerà le nostre vite nel XX secolo: lo Stato Moderno. Ogni Paese, sulla carta, ha un suo Stato – qui in Ispagna abbiamo un Regno, altrove abbiamo repubbliche, «democrazie», autocrazie più o meno occulte, satrapie di ogni sorta – tuttavia non possiamo notare, grazie al biennio pandemico, come tutte le nazioni terrestri, con pochissime eccezioni, abbiano proceduto nel medesimo modo, facendo le stesse cose.

 

Lockstep: Robert F. Kennedy jr. ha detto, fra gli altri, che con il COVID siamo entrati di fatto in una fase post-costituzionale dello Stato. Abbiamo visto in Italia, in Germania e perfino negli Stati Uniti, articoli fondamentali della Costituzione violati impunemente dai governi e dai giudici.

 

Libertà di pensiero, libertà di espressione, libertà di cura, libertà di movimento, libertà di lavoro, libertà di associazione… il catalogo è lunghissimo.

 

Abbiamo visto tutti i Paesi, basati su carte relativamente nuove (come l’Italia) o antiche (come gli Stati Uniti), disintegrare i loro stessi fondamenti giuridici, come l’habeas corpus: fa ridere pensare alla libertà corporea nel contesto in cui nemmeno le nostre cellule ci appartenevano più.

 

Davanti a nostri occhi abbiamo visto caricarsi in tutte le società un programma di apartheid biotica, un’apartheid molecolare, un sistema di discriminazione che arrivava a giudicare, ed escludere, il cittadino su base subcellulare. Se non avevi accettato nelle tue cellule il mRNA della siringa genica sperimentale, potevi, di fatto, essere abbandonato dall’intera società e dalla sua autorità.

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Abbiamo testimoniato il contratto sociale andare in meltdown. In realtà, e questa è una delle cose che voglio dire qui, non si è trattato solo di un processo di distruzione dello status quo. Mi è stato evidente, quasi da subito, come tutta l’esperienza pandemica non fosse altro che l’attuazione di un piano di ridefinizione politica generale.

 

L’idea del cittadino come latore di diritti, sanciti dalle Costituzioni, è stata, ovunque, dissolta. Lo Stato non esisteva più per garantire che il cittadino godesse di questi diritti (quelli che gli americani dicono derivare direttamente da Dio). Lo Stato infligge al cittadino violenze che vanno contro i suoi diritti, ergo lo Stato non si basa più sul diritto, ma su altro: lo Stato si basa quindi sullo Stato stesso come ente scisso dalla sua stessa popolazione, che può considerare quindi come sua stessa nemica. 

 

Lo Stato quindi diventa non più la somma delle volontà in equilibrio dei suoi cittadini, come vuole la pia illusione democratica. Diventa un qualcosa di separato dagli esseri umani che dovrebbe proteggere.

 

Il risultato finale è una semplice quanto terrificante inversione dell’intera architettura sociale occidentale: se non è lo Stato che serve il cittadino, è il cittadino che deve servire lo Stato, a costo della sua stessa libertà. E colui che non è libero ha, nei secoli, un nome preciso: schiavo.

 

Abbiamo assistito di fatto ad un cambio di paradigma incontrovertibile, quello per cui è lo Stato moderno stesso, sedicente «democratico», a portare il suo popolo alla schiavitù.

 

Lo Stato moderno è un ente per lo più invisibile, ma onnipervadente: siamo soggetti allo Stato moderno anche lontano dai suoi uffici e dalle sue caserme, siamo sottomessi alle sue leggi anche prima di nascere: lo sanno quei milioni di esseri umani che, per tramite delle leggi dello Stato moderno, non sono venuti al mondo, di fatto ucciso dallo Stato stesso, uno Stato-Moloch, uno Stato-Erode, che da decenni ha fatto capire la sua intenzione di controllare, dominare la vita umana, al punto da poterla spegnere a piacimento – bambini o vecchi, embrioni, feti, uomini o donne che siano.

 

Lo Stato moderno è un essere che ha una volontà propria, ha un programma preciso. Esso decide, si muove, vive, uccide, anche in autonomia rispetto agli esseri umani. Di fatto, lo Stato moderno è una macchina. Di qui l’attrazione assoluta, che abbiamo visto in Italia ma ancora di più a Brusselle, che la politica odierna ha per i tecnocrati: economisti, super-avvocati, super-ragionieri, super-medici, «esperti».

 

Andiamo oltre il governo dei tecnocrati, con l’attuazione della tecnocrazia nel senso letterale, etimologico: il governo della tecnica, più che dei tecnici, e quindi un governo macchinale, senza più esseri umani.

 

Il destino inevitabile che quindi ci tocca sarà quello di vedere, tra pochissimo tempo, l’Intelligenza Artificiale al potere, uploadata nei gangli dello Stato a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non possiamo dire che questo non fosse già teorizzato due secoli fa dal marchese d’Alveydre con la sua sinarchia, che parlava dello Stato come sistema vivente ed armonioso, della società come un grande congegno, del governo una macchina guidata dall’intelletto e dal sapere iniziatico infuso da un’élite in armonia spirituale con le leggi universali, cioè da una classe sacerdotale vera e propria – una casta di bramini del potere che, capiamo meglio ora guardando i burocrati impettiti di Davos, serve solo ad avviare il sistema, che poi può procedere ancora meglio senza di essa.

 

Lo Stato Moderno quindi cessa di essere umano, forse non lo è mai stato: nato secoli fa da rivoluzioni guidate da movimenti segreti – che si vogliono laici ma che in realtà costituiscono fondamentalismi mistici aberranti – lo Stato moderno ha progressivamente rimosso Dio – perfino nella Costituzione Italiana scritta dopo la Guerra dai democristiani, veri grandi nemici della politica cristiana nel nome dell’idolo del progresso, e con esso cancellando via via sempre più evidentemente la Sua immagine, l’essere umano, Imago dei.

 

Togliendo Dio dallo Stato si è tolto l’uomo come suo principio: e ciò è vero, ancora prima dei nostri anni di poteri malthusiani, anche per i totalitarismi del primo Novecento. Senza Dio, senza il Logos di San Giovanni, lo Stato perde la ragione, diviene preda dell’irrazionalismo più folle e devastante, fino a divenire autodistruttivo: è il caso del nazismo, che pure da una prospettiva ultranatalista – il Lebensraum di cui Hitler ha cominciato a scrivere praticamente da subito – condivisa con l’Italia fascista e il Giappone Imperiale, ha scatenato guerre e stermini in tutto il continente, compreso l’assassinio della sua stessa popolazione condotta nella fornace del conflitto. È stato detto, a guidare lo Stato totalitario non è più la ratio cristiana, ma uno spirito di altro tipo, uno spirito dionisiaco, uno spirito di sacrificio – di sacrificio umano.

 

Ecco che ci appare più chiara una verità che striscia in fondo alla mente di tanti di noi: lo Stato democratico-liberale postbellico ha forse – per lo meno, al momento, russofobie rimilitarizzanti Von der Leyen permettendo – ridotto il numero delle guerre e quindi dei loro morti. Tuttavia, è evidente che lo Stato moderno ha sostituito la morte militare con quella indotta dalle sue nuove pratiche antiumane: l’aborto uccide, nei Paesi sviluppati, un bambino su quattro o forse su tre (e, in vari Paesi non solo nordici, il 100% degli affetti da sindrome di down), l’eutanasia, che vedo si sta scatenando in Spagna sta divenendo una delle principali cause di morte in Canada, così come in Belgio, Olanda (dove costituisce il 6% dei decessi) e ora anche in Francia e Gran Bretagna, e coinvolge sempre più chiaramente non più solo malati terminali, ma chiunque: persone tristi (perché non sufficientemente abbienti, perché angosciate dal cambiamento climatico), veterani disabili, persone in una lista di attesa per operazione chirurgica, persone che si oppongono alla loro stessa terminazione eutanatica, danneggiati dal vaccino COVID, e poi, chiaro, i bambini, vuoi perché malati, vuoi perché autistici, vuoi perché recanti altri difetti che la famiglia borghese eugenetica oggi non tollera più.

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Per non parlare di un’altra pratica sterminatrice incoraggiata dallo Stato moderno, il trapianto degli organi, che sarebbe più giusto chiamare predazione degli organi, che può avvenire solo se il cuore dell’espiantato batte ancora, coperto dalla menzogna convenzionale escogitata ad Harvard della «morte cerebrale».

 

Va considerato come tutte queste modalità di massacro siano sempre più legate fra loro: la provincia canadese del Quebecco, capofila globale per il suicidio assistito, oggi è anche capofila per il trapianto di organi, di cui, grazie alla morte di Stato, dispone in estrema abbondanza.

 

E l’aborto, abbiamo visto in chiarezza nello stesso decennio, va ad alimentare, negli USA e non solo, un’immensa filiera di ricerca universitaria e biomedica, al punto che è possibile comprare in tranquillità tessuti di bambino abortito a scopo scientifica, e vi sono donne che li vendono o che, si dice, addirittura arrivino a prendersi incinte ed uccidere i bambini per fare un favore al collega ricercatore, che farà così esperimenti con il feto squartato.

 

Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, scriveva Publio Cornelio Tacito. dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Producono immani massacri, oceani di micromorte, ecatombi di innocenti, e li chiamano «diritto» e «progresso». In passato ho ricordato come durante la Guerra Fredda lo scienziato atomico Herman Kahn coniò il termine di megadeath, unità di misura per ogni milione di morti ottenuto da un attacco atomico. Dalla depenalizzazione parziale dell’aborto in Spagna del 1985, secondo i dati ufficiali, vi sono stati 2,8 megadeath. In Italia, dalla legge 194/1978, più di sei – in pratica intere regioni fatte sparire. Consideriamo che a Hiroshima si sono registrate circa 0,14 megamorti (ovvero 140.000 morti). Lo Stato moderno, al momento, uccide più della bomba atomica.

 

E quindi, non possiamo fingere di non vedere come lo Stato moderno sia sempre più chiaramente un sistema di ritorno del sacrificio umano. Non poteva essere altrimenti, è la diligente conseguenza di un’altra inversione: se cacci quel Dio che si sacrifica per gli uomini, arrivano quegli dei che dagli uomini pretendono sacrifici. Non più Dio che muore per gli uomini, ma gli uomini che devono morire per gli dèi. Come ai tempi antichi, con Baal e Moloch, e in ogni religione precristiana. La guerra globale al cristianesimo – specie quello che ancora crede nel miracolo dell’eucarestia – è tutta qui. E la fascinazione che la cultura mainstream mostra per il paganesimo mesoamericano, con i suoi sacrifici umani massivi, non è davvero casuale.

 

L’idea quindi è quella di concepire la macchina dello Stato moderno, senza Dio e senza uomo, come una macchina di morte. Il suo stesso codice, e lo vediamo in chiarezza in tutte le leggi bioetiche, è intriso di quella che Giovanni Paolo II chiamava Cultura della Morte, e che io sintetizzo in un’unica parola come Necrocultura

 

La Necrocultura è il sistema operativo del mondo moderno. È la sua legge di gravità: opporsi a qualsiasi delle sue pratiche antiumane è considerato come una bestemmia democratica, perché la morte oggi è un «diritto». Così, andando perfino oltre il pensiero utilitarista di massimizzazione del piacere pubblico con eventuale sacrificio della minoranza, giustificano i nuovi stermini per gli antichi dèi.

 

Ci stupiamo, allora, se si riaffaccia, proprio in quella che è definita una democrazia, anzi, la più grande democrazia del Medio Oriente – dove, per inteso, il Dio dei cristiani è bandito, sputato, dissacrato – si riaffaccia la pratica del genocidio?

 

POSIWID. The purpose of a system is what it does, il fine di un sistema è quello che fa, diceva Stafford Beer. I nostri Stati oggi producono morte in quantità, al punto da generare autogenocidi o genocidi tout court: l’importanza, ripeto, sembra solo quella di aumentare le cifre della morte e della sofferenza.

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Andiamo pure oltre i fenomeni della bioetica e della guerra, e consideriamo qualcosa di più mondano. Era stato persino ammesso dall’ONU, in un suo documento di anni fa, che l’immigrazione in corso negli ultimi decenni è una immigrazione di sostituzione. Possono linciare Renaud Camus e chiunque usi il termine «grand remplacement», o grande sostituzione, ma ciò è la realtà delle cose nelle città europee, totalmente ridisegnate dagli immigrati.

 

Tale sostituzione non arriva senza dolore , anzi, pare che la violenza delle giovani masse immigrate sia organizzata proprio come strumento di controllo politico della popolazione locale, una volta di più depredata dei suoi diritti (come quello di libera circolazione: uno Stato può dirsi tale se perde il controllo di suoi territori, come le cosiddette no-go zone), e privato di aspirazioni politiche e di benessere dalla minaccia costante della società divenuta giungla.

 

Lo scrittore americano Sam Francis chiamava questo fenomeno anarco-tirannia: anarchia per l’immigrato terzomondista, tirannia di tasse e altro (pensiamo al COVID) per il cittadino. Prima di lui, aveva preconizzato, forse programmato, l’intera situazione il conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, che – lui si profondamente razzista, ma per qualche ragione ancora celebratissimo nelle stanze di Bruxelles – auspicava la creazione di una nuova razza europea tramite l’immissione genetica dell’elemento afroasiatico, di modo da sostituire l’attuale popolazione con una più sentimentale e dunque, diceva, più docile.

 

Vorrei andare oltre l’idea, che tanto piace ai partiti di destra che tuttavia non fanno davvero nulla per risolvere, dell’immigrazione come sostituzione.

 

Perché nello Stato moderno la sostituzione dell’uomo avverrà a prescindere dagli immigrati, cioè dall’uomo stesso. Ora tutti stanno parlando dell’apocalisse lavorativa dell’Intelligenza Artificiale. Vediamo già migliaia di licenziamenti di persone altamente qualificate come i programmatori informatici. A breve, sappiamo che spariranno i camionisti, i tassisti, e già da anni sappiamo che si licenziano in massa i giornalisti. I lavori manuali, tuttavia, non sono al riparo per niente: gli idraulici, gli imbianchini, saranno rimpiazzati da robot umanoidi, che saranno come le auto di Ford, venduti ad ogni famiglia, o meglio noleggiati – si parla di 600 dollari al mese, il prezzo scenderà, ma calerà catastroficamente anche il numero di famiglie che se lo potranno permettere, se non il numero di famiglie tout court.

 

Ancora: è evidente che i robot sostituiranno i soldati (nel teatro di guerra ucraino è già così), e un domani (in realtà progetti pilota vi sono già oggi) i poliziotti: saremo, come in un film di fantascienza distopica, sorvegliati da androidi e robocani, come quelli visti pattugliare Shanghai e Singapore durante il lockdown COVID.

 

Andiamo pure oltre, perché la Necrocultura della sostituzione non si ferma qui: non abbiamo il tempo per parlare della questione della riproduzione artificiale. La provetta, non solo legale ma garantita dallo Stato in moltissimi Paesi, a causa degli embrioni scartati, uccide più dell’aborto, e al contempo ingenera fenomeni come quello delle chimere umane: gli embrioni impiantati si fondono creando esseri umani con due DNA, con il gemello minore che va a formare alcuni organi del maggiore (compresi quelli sessuali) e può continuare a crescere mostruosamente dentro il fratello ospite. 

 

Ma l’umanità fatta in vitro non è l’ultima fermata, né lo è l’eugenetica CRISPR iniziata pubblicamente anni fa con le gemelle cinesi resistenti all’HIV (e, cosa sottaciute, dotate di un gene che aumenta le capacità mentali) prodotte dal biofisico cinese He Jiankui.

 

Oltre si va nella proposta di George Church, lo scienziato harvardiano MIT coautore della tecnologia CRISPR e fiancheggiatore dei progetti di de-estinzione del mammuth via clonazione. Nel suo libro Regenesis, Church parla della possibilità di creare dei mirror-humans, umani-specchio, ossia esseri umani dalla biochimica totalmente invertita, quindi non suscettibili, in teoria, di alcuna malattia, che dovranno, per vivere, mangiare cibro anch’esso biochimicamente invertito, o chiralizzato. Si tratta di una specie inimmaginabile perfino per la letteratura fantastica: eppure, potrebbe essere alla portata della tecnica tra pochi anni.

 

La popolazione di uomini sintetici di cui va popolandosi la terra riporta alla mente oscuri versi dell’Apocalisse di San Giovanni.

 

 «La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà» (Ap 17, 8)

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Lo Stato moderno, Stato della Necrocultura, pare proprio dirigere verso la distruzione del libro della vita. 

 

Federico Nietzsche, un filosofo sopravvalutato, anzi programmaticamente diffuso per infettare con l’irrazionalismo esoterico dopo la destra anche la sinistra, aveva tirato fuori questo aforisma, davvero usato un po’ troppo.

 

«Chi lotta contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te».

 

Ebbene, l’abisso dello Stato moderno già guarda in noi, e lo sappiamo dall’imperativo di sorveglianza bioelettronica divenuto patente con il COVID e che sarà ancora più evidente con l’imminente introduzione dell’euro digitale (che creerà, curiosamente, sulla piattaforma informatica prestata a quella del green pass COVID). 

 

E noi non dobbiamo aver paura di guardare nell’abisso, noi dobbiamo sfidarlo, noi dobbiamo vincerlo. Dobbiamo riformulare completamente la macchina di morte dello Stato moderno, riscriverla a partire dal dato più fondamentale: la vita e il suo mistero. Ecco il vero principio trascendente ed indiscutibile su cui dovrebbe fondarsi lo Stato per gli esseri umani.

 

Dobbiamo farlo per noi e per i nostri figli, e per gli esseri umani che verranno dopo di loro.

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Elogio degli Stati Uniti, vera nazione

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Gli Stati Uniti d’America compiono un quarto di millennio. Il 4 luglio 2026 segna ben 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza avvenuta nel 1776 a Philadelphia, quando il Secondo Congresso Continentale approvò il documento.   È una bella contraddizione: noi europei (ma anche, più sommessamente, i cinesi e i giapponesi…) accusiamo gli americani di non aver storia, eppure si tratta di uno degli Stati più antichi del pianeta, sicuramente una Repubblica antica: sono più vecchie solo San Marino (301 d.C.) e la Svizzera (1291), non esattamente dei contendenti della possanza storica di Washingtone.   L’Italia, quanti anni ha? La Repubblica italiana ha 80 anni. Il Paese nel senso dell’«Italia unita» seguita dalle guerre massoniche ottocentesche ne ha 165 anni. Se il fine della storia è la democrazia, gli americani ci possono guardare come fossimo bambocci: i senza storia siamo noi.   Certo, non posso dirmi filo-americano. Riconosco il disegno intorno alla prima storia americana, e ho parlato, in passato del suo lato demonologico, di certo ereditato dai britannici.   Non si può nemmeno far finta di niente dinanzi al disegno dei padri fondatori, che era quello di creare una «Nuova Atlantide» scevra dagli influssi cristiani dell’Europa, e cioè dai re del vecchio continente e soprattutto dalla Chiesa cattolica. Tommaso Jefferson, Giorgio Washington e Beniamino Franklin erano per la creazione di un’utopia progressista, quanto talmente lontana dalla religione organizzata al punto da avere essa stessa dei nuovi toni religiosi, quelli della cosiddetta «religione civile».

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È interessante guardare la bella serie che oramai quasi venti anni fa produsse il canale HBO su John Adams, l’altro vero grande padre fondatore, motore politico ed ideologico del nuovo Stato nonché secondo presidente dopo Washington.   In una scena divertente, il Jefferson consegna una bozza della Costituzione ad Adams e Franklin. Vi sono quelle espressioni teistiche come quella per cui tutti gli uomini sono «dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili», come la vita e la libertà, che sono «self-evident», e che la Costituzione e lo Stato americano si limita quindi a ribadire e garantire – e non a concedere. Nella prima versione, lo slancio spirituale è tale che Adams e Franklin storcono il naso: il secondo arriva addirittura a dire che «puzza un po’ di papisteria» («popery», una parola dispregiativa per i cattolici usata dai coloni: Adams stesso era fieramente anticattolico…).   La serie andrebbe vista anche per l’allucinante sequenza in cui la moglie di Adams, Abigail, decide di variolizzare i figli contro il vaiolo. La variolizzazione era una pratica medica antica utilizzata per indurre l’immunità prima dello sviluppo dei vaccini moderni. I vaccini non esistevano, ma l’élite «laica» americana già vaccinava dolorosamente la prole. Una figlia degli Adams, notiamo en passant, fu in seguito uccisa dal cancro, dovendo subire nel processo anche l’amputazione della mammella.  

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In pratica, già dal primo giorno, l’utopia USA ci dà dentro con tutti gli ingredienti del progresso, dall’anticristianismo, appena velato, al vaccino.   È facile spiegare perché: i Padri Fondatori erano tutti massoni. Non diciamo niente di sconvolgente: le immagini di Washington col grembiulino le abbiamo viste tutte, così come l’occhiuta piramidona dietro alla banconota del dollaro. C’è molto di più: un libro accademico scritto dallo storico britannico Nicholas Hagger, The Secret Founding of America: The Real Story of Freemasons, Puritans and the Battle for the New World («La fondazione segreta dell’America: la vera storia dei massoni, dei puritani e della battaglia per il Nuovo Mondo»), sostiene che la nascita degli Stati Uniti non sia stata solo un evento politico spontaneo, ma il primo passo pianificato dalla Massoneria per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale basato su ideali del progressismo muratorio.   Lo Hagger parla delle società segrete che operavano in USA praticamente da subito, compresi i famosi Illuminati di Baviera, ma non solo. Prima dell’arrivo della Mayflower a Plymouth nel 1620, i coloni di Jamestown avessero già fondato il primo avamposto inglese nel 1607. Il nuovo Stato, argomenta l’autore, apparentemente concepito nel nome della libertà, viene fortemente influenzato dalle credenze e dai simboli della massoneria, plasmando l’ossatura stessa delle istituzioni americane.   L’America, tuttavia, non si esaurisce con il suo Stato e i suoi massoni. Anzi.   Il consigliere elettorale del presidente Nixon, Kevin Phillips aveva un’analisi molto precisa di come l’America era composta: da una parte l’élite anglosassone, bagnata degli ideali puritani, che voleva di fatto replicare il modello aristocratico inglese senza però avere il re – essi sono i veri autori della Costituzione, che è di fatto un manuale di spartizione di potere con ramificazioni grottesche.   Dall’altra parte, vi era il popolo: quello che aveva combattuto, e vinto, la guerra di indipendenza antibritannica, e che non era puritano, talvolta nemmeno protestante (specie in seguito). Il neonato popolo americano sapeva di essere disprezzato dalla nuova élite cripto-aristo-inglese, ma accettò la Costituzione, tuttavia – forse credendo nella libertà più degli stessi ideologi del nuovo Stato – imposero la Dichiarazione dei Diritti (Bill of Rights), che garantisce che il nuovo potere non avrebbe in nessun modo potuto passare sopra i diritti dei cittadini in nome di una supposta «ragione di Stato».   Sono i famosi emendamenti in aggiunta al testo costituzionale – il diritto alla libera espressione, il diritto ad armarsi, il diritto a non essere perquisiti, il diritto ad essere giudicati da una giuria di pari, etc. – che di fatto sono più caratteristici della Costituzione stessa, al punto da essere confusi con essa.   Ora, nei secoli abbiamo visto come gli elitisti massoni puritani si sono evoluti: l’attivismo progressista statunitense, con il suo fondamentalismo abortista ed omotransessualista, porta una chiarissima cifra puritana, lo stesso zelo assolutista.   Dall’altra parte, abbiamo visto come il popolo americano, divenuto sempre meno protestante e sempre più cattolico (sì: proprio la religione contro lo Stato era stato programmato) abbia prosperato nel Nuovo Mondo.

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È qui che voglio finalmente partire con il mio elogio dell’America: dalla famiglia. Il famoso «sogno americano», vivo o morto che sia, per milioni di immigrati degli scorsi secoli (per quelli attuali la faccenda è molto differente) coincideva con la possibilità di lavorare e guadagnare a sufficienza per mettere su famiglia, magari in una bella casa indipendente, di dimensioni certo maggiori dei tuguri dei borghi europei da cui si partiva.   Questo è, in ultima analisi, il vero motore della storia della potenza americana: non gli spazi infiniti, non gli oceani, non le infinite risorse materiali, ma la capacità di produzione biologica, la moltiplicazione degli esseri umani sulla Terra.   Nel 1776, gli Stati Uniti contavano appena 2,5 milioni di abitanti. Oggi la popolazione supera i 342 milioni. Il popolo USA è più che centuplicato, un n fenomeno unico per rapidità e dimensioni. Subito dopo l’indipendenza, la popolazione era concentrata lungo la costa atlantica ed era prevalentemente rurale ed europea. Nel corso dell’Ottocento, l’espansione verso l’Ovest e l’acquisizione di nuovi territori hanno spinto milioni di pionieri a colonizzare il continente, supportati da tassi di natalità eccezionalmente alti.   Tra il 1776 e l’Ottocento, le famiglie rurali erano numerosissime, con una media di sette figli per donna. Nel Novecento il fenomeno del Baby Boom – che ha prodotto l’amata generazione dei boomer – dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha registrato l’ultimo grande picco: nel 1960 ogni donna americana faceva 3,5 figli, ben oltre la soglia di sostituzione del 2.1.   Più tardi, sotto l’influsso della Necrocultura scatenatasi intorno agli anni Settanta, il tasso è crollato, ma nel 1980 si aveva ancora un rispettabile 1,8. In questo 2026 siamo scesi a 1,6 figli per donna, ma si tratta di una cifra molto più alta di Italia (1,3), Germania (1,3), Spagna (1,1), Polonia (1,1), Giappone (1,1).   L’America fa ancora figli. Crede ancora nelle famiglie numerose – specie nei cosiddetti Flyover States, gli Stati interni dove persiste una popolazione collegata alle proprie tradizioni e al senso della famiglia – e ovviamente al cristianesimo. È soprattutto questo: la Cultura della Morte, che regna sulle popolazioni delle due coste oceaniche (da cui il voto per il Partito Democratico che fa i congressi con fuori le camionette per il feticidio) non arriva a disinstallare lo slancio vitale dell’americano medio.   Lo Stato profondo non è riuscito a piegare il popolo profondo. Che continua a mettere su famiglia, con le sue casette e i suoi truck, pickup e macchinoni vari. Non è solo una questione di tasso di fertilità. Osserviamo anche il dato dell’età in cui si diventa madre è indicativo. Le americane fanno in media il primo figlio a 27,5 anni. Anche qui, la divisione che stiamo descrivendo, in termini spirituali, politici e biologici, è netta: . Tuttavia, la demografia americana è fortemente polarizzata: nelle grandi aree urbane e negli Stati costieri (come New York o Washington D.C.) la media supera i 30 anni, mentre nelle zone rurali e negli Stati del Sud scende drasticamente a circa 24,5 anni. Un raffronto veloce lo si fa pensando all’Italia, dove l’età media è 31,9.   Chi mette su famiglia in America lo fa sfidando non solo il clima generale, ma anche la minaccia più diretta, sempre possibile negli USA – che sono, diceva un banchiere congolese decenni fa, «un frammento del Terzo Mondo che ha avuto successo e ha conservato le sue immense zone di sottosviluppo» – della povertà travolgente. Chi mette su famiglia lo fa alla faccia del rischio immane di venirne inghiottito, magari grazie al libero divorzio. Per riprodurti, e seguire la tradizione della villetta col giardino, ogni americano vive sui limiti delle proprie possibilità, rischiando continuamente la bancarotta.   Nemmeno ciò li fa desistere. Pensiamo invece all’Italia, dove invece del debito privato, specie per la generazione dei boomer, c’è un immenso accumulo di risparmio, che poi produce, spesso, un bel figlio unico.   In definitiva, l’America, nonostante il comando della sua élite, rifiuta farsi sterilizzare. E sappiamo che le stanno provando tutte per impedire di fargli creare una famiglia. Ogni ingrediente per il depopolamento è stato gettato sul popolo americano in primis: anticoncezionali, aborto, cultura edonista (con i voli a basso costo a fungere da vettore primario di autosterilizzazione) e pure le tasse, che consideriamo come un grande dispositivo antibiologico, ma ne parleremo un’altra volta.   Per cui è importante dare agli USA il titolo giusto: gli Stati Uniti sono una vera nazione.

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La parola «nazione» avrebbe in teoria un etimo di facile comprensione: viene da natus, participio passato di nasci, il verbo latino per nascere.   E quindi: se un Paese non produce più nascite non dovrebbe più dirsi come nazione. Se rifiuta la famiglia come sua base, come può essere una nazione, un sistema di nascite?   Ecco che comprendiamo quel concetto che tentiamo di spiegare da anni su Renovatio 21: lo Stato non è la nazione. Lo Stato moderno, soprattutto, non è fatto di persone (la pia illusione degli ottusi: «lo Stato siamo noi») ma è una struttura, una macchina, che programmato con i codici della Necrocultura diventa essenzialmente un sistema di morte, un dispositivo per torturare ed uccidere il proprio stesso popolo.   A differenza dello Stato, la nazione è fatta non solo di esseri umani: è fatta di nascite. È fatta di una volontà, condivisa per legge naturale da quasi tutta la popolazione, di riprodurre la vita umana.   Chi in questi anni ha blaterato di nazionalismo con ogni probabilità pensava, più che a questa semplice realtà ultima della politica (la nazione è vita!), alla difesa di uno Stato, con il suo territorio (come se esso non fosse cangiante), una sua lingua (come se fosse importante), perfino alle sue tradizioni culinarie. Il vecchio nazionalismo, che ingenuamente si fonda sul concetto contraddittorio di Stato-nazione (due cose che in realtà ora sono in contrapposizione violenta) non può andare oltre al tifo calcistico.   Gli Stati Uniti si sono dati come una delle patrie della Necrocultura: gran parte della spinta è venuta da lì, in particolare da casati come quello dei Rockefeller, che per qualche ragione si sono trasmessi per generazioni non solo l’immane ricchezza ma anche l’imperativo della riduzione della popolazione. Gli investimenti dell’élite per creare una cultura contro la vita – una cultura anticristiana – in USA sono stati impressionanti, e Hollywood ne è un esempio luccicante.   Il piano non è riuscito. Se il popolo è sufficientemente libero non può rifiutare la vita. Non può negare la sua continuazione biologica e spirituale, non può sputare sul suo futuro. Non può odiare i propri figli.   E quindi: sì, gli Stati Uniti sono ora un esempio di vera nazione, nel vero senso del termine. Quando pensiamo alla loro complicata egemonia, in fondo alla testa sappiamo anche questo: gli americani ci credono. Credono alla propria nazione, fatta dall’insieme non solo dei singoli, ma delle loro famiglie. Ecco il segreto del loro potere.   Certo, nell’élite americana, sin dal principio, alberga un impulso di morte e distruzione consistente, ed essendoci di mezzo la massoneria non è che poteva essere diversamente. Ancora oggi, Washington ha la possibilità di sterminare la vita sul pianeta, disponendo di circa 3.700 testate nucleari attive su un totale di 5.042.   Si tratta, in fondo della scelta che ogni Stato, che ogni uomo è tenuto a fare: la vita contro la morte. Una nazione vera, tuttavia, non può che avere una risposta, quella della vita.   È l’auspicio che rivolgiamo anche ad un altro Paese, più giovane degli USA, parimenti creato dai massoni: l’Italia. Per fare dell’Italia una nazione bisognerà, tuttavia, riformulare il suo Stato.   E, vista la prospettiva di sterilità e morte che vediamo quando guardiamo alla nostra società, non crediamo che ci sia ancora tantissimo tempo.   Roberto Dal Bosco

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