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Psicofarmaci

Filippo Turetta in carcere chiede psicofarmaci. Li prendeva anche prima?

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La notizia rilevante, da leggere fra le righe in quello che hanno riportato ieri tutti i giornali, è che il presunto assassino di Giulia Cecchettin, l’ex fidanzato Filippo Turetta, ora in carcere, avrebbe chiesto degli psicofarmaci.

 

«Filippo Turetta e i primi giorni in carcere: chiede libri e prende ansiolitici» scrive La 7.

 

«I primi giorni in carcere di Filippo Turetta: “Potrò studiare?”. Vuole leggere e prende ansiolitici per dormire la notte» titola il Corriere.

 

«Pare che stia cercando di occupare il tempo, leggendo e cercando informazioni: avrebbe chiesto di poter studiare, cosa accadrà ora, si sarebbe mostrato “curioso” delle regole del penitenziario e assumerebbe ansiolitici per dormire» scrive Il Giornale.

 

Quindi: ansiolitici. La parola è ripetuta a pappagallo da tutte le testate, e con una certa timidezza. Nessun giornalista, come abbiamo già notato, pare interessato a chiedersi che cosa siano queste sostanze, né a chiamarle in altro modo. E, soprattutto nessuno ha la curiosità di chiedere se il ragazzo mai assumesse queste sostanze prima dell’orrore di cui ora è accusato. Al popolo va servita la parolina tecnica e rassicurante, «ansiolitici». Va ripetuta.

 

Nella mente del lettore si crea già un recinto importante: il ragazzo prende sì sostanze, ma sono banali «ansiolitici», e forse lo fa solo da ora che è in carcere – la notizia è strutturata così, in carcere chiede gli ansiolitici per dormire. Vien da pensare: da ora in avanti, comincia ad assumerli – e con quale ricetta? Ha visto un dottore? Domande che ai giornalisti non salta in mente di chiedere.

 

La notizia, per come la mettono, non è che il ragazzo «chiede i suoi ansiolitici», né che «domanda di continuare la cura». Al momento, viene da pensare, questi ansiolitici li vuole prendere ora che è in carcere. Forse ha iniziato adesso, perché non riesce a dormire. No?

 

Ma che cos’è un «ansiolitico»? Secondo la Treccani è una sostanza «Che attenua o dissolve l’ansia, riferito, nel linguaggio medico e farmaceutico, a particolari medicamenti (benzodiazepine, meprobamato, etc.) e alla loro azione».

 

Quindi, diciamolo noi, visto che nessuno esce dal recinto, e tutte le testate usano ossessivamente la stessa parola: gli ansiolitici sono psicofarmaci.

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Gli ansiolitici sono droghe che alterano la psiche umana. Fanno sparire l’ansia? In teoria. Ma ci sono quegli «effetti collaterali» di queste sostanze sulla mente del paziente di cui vi parliamo spesso.

 

Gli ansiolitici non vengono prescritti solo per dormire, ma anche per disturbi ossessivi, attacchi di panico, etc. Essi si dividono in vari gruppi di sostanze: barbiturici, benzodiazepine, SSRI.

 

I barbiturici sono la prima generazione di psicofarmaci nel trattamento di ansia e insonnia. Oggi vengono impiegati solo per l’epilessia e casi di grave emicrania, nonché, nei Paesi dove è legale, per il suicidio assistito e eutanasia. La pena capitale per iniezione letale viene eseguita tramite barbiturici ad alti dosaggi. L’eutanasia veterinaria pure usa tali sostanze.

 

I barbiturici sono stati ampiamente sostituiti nel tempo dalle benzodiazepine. Fra le benzodiazepine, che rappresentano gli ansiolitici più storicamente noti, i nomi riconoscibili sono il Valium (Diazepam), il Tavor (Lorezepam), il Lexotan (Bromazepam), lo Xanax (Alprazolam), il Rivotril (Clonazepam), il Roipnol (Flunitrazepam), l’Halcion (Triazolam).

 

Il principale problema associato all’uso cronico di benzodiazepine è lo sviluppo di tolleranza e dipendenza. La tolleranza si verifica quando il corpo si adatta gradualmente alla presenza della sostanza, richiedendo dosi sempre maggiori per ottenere lo stesso effetto. La dipendenza, invece, implica una condizione in cui l’individuo diventa psicologicamente e fisicamente dipendente dalla sostanza e può sperimentare sintomi di astinenza se cerca di interrompere l’uso.

 

L’uso prolungato di benzodiazepine può portare a una dipendenza fisica e psicologica, il che significa che interrompere bruscamente il trattamento può causare sintomi spiacevoli, come ansia, insonnia e persino convulsioni in casi gravi. Esiste a Verona una clinica, forse l’unica in Italia, dedicata al trattamento delle dipendenze da benzodiazepine.

 

Tra gli effetti collaterali possibili delle benzodiazepine, si annoverano sonnolenza, vertigini e una riduzione della vigilanza e della concentrazione. La mancanza di coordinamento può essere responsabile di cadute e lesioni, e c’è il rischio di compromissione delle capacità di guida, aumentando la probabilità di incidenti stradali. Un effetto collaterale comune è la diminuzione della libido e problemi di erezione. Altri effetti indesiderati che possono emergere includono depressione e disinibizione. Tra gli effetti collaterali meno frequenti figurano nausea, variazioni nell’appetito, visione offuscata, confusione, euforia, depersonalizzazione e incubi.

 

La famosa enciclopedia online scrive che «A volte si verificano reazioni paradosse, quali l’aumento delle convulsioni negli epilettici, l’aggressività, la violenza, l’impulsività, l’irritabilità e comportamenti suicidari».

 

Insomma: disinibizione, violenza, impulsività, suicidio. Sono possibili effetti alla luce del giorno, ammessi.

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Sono considerabili come ansiolitici anche i farmaci antidepressivi, come gli SSRI, ossia gli inibitori della ricaptazione selettiva della serotonina: Setralina (Zoloft), Fluoxetina (Prozac), Citalopram (Elopram), Escitalopram (Cipralex), etc. È oramai ammesso pure dalla grande stampa che tali sostanze creano dipendenza. La teoria dello «squilibrio chimico» cerebrale alla base del loro utilizzo è sempre più duramente contestata da alcuni.

 

I legami tra comportamenti violenti e assunzione di psicodroghe SSRI è oggetto di vasta aneddotica e di un incipiente dibattito scientifico. Tuttavia, è ammessa la possibile correlazione tra l’assunzione di SSRI e l’ideazione suicidaria.

 

«Meta analisi di studi clinici randomizzati hanno dimostrato che l’uso di antidepressivi SSRI è collegato ad un aumentato rischio di ideazioni suicidarie in bambini ed adolescenti» scrive sempre l’enciclopedia online. «In particolare una revisione di studi clinici condotta nel 2004 dalla FDA ha trovato un aumento del rischio di “possibili ideazioni suicidarie e comportamento suicidario” dell’80% e di agitazione e comportamenti ostili del 130% in particolare nei primi mesi di trattamento».

 

Per qualche ragione, medici, ricercatori, pazienti, regolatori, politici, giornalisti accettano l’idea del suicidio come possibile effetto collaterale degli psicofarmaci, ma non sembrano concepire in alcun modo la possibilità che un cervello che si riprogramma biochimicamente per un progetto di morte possa portare anche all’uccisione non solo di sé ma delle figure più vicine al proprio mondo interiore.

 

Renovatio 21 aveva sollevato il tema del possibile uso di psicomedicinali da parte del presunto «femminicida patriarcale» pochi giorni fa. Ad oggi, non sappiamo ancora se Filippo prendesse qualcosa o meno. Il suo umore, ci hanno raccontato, era basso dopo essere stato lasciato, e non sappiamo se avesse cercato l’aiuto di qualche medico che gli avesse prescritto degli ansiolitici o degli antidepressivi – due categorie che possono sovrapporsi, soprattutto nel linguaggio dei giornalisti e della fonte originaria della notizia.

 

Stiamo a vedere se uscirà, magari sbadatamente, qualche altro pezzo di informazione. Il fatto rimane: vuoi per ingenuità, vuoi per corruzione, la grande stampa, intasata da osceni inni per la fine del patriarcato, non sta facendo l’unica domanda che ha materialmente senso fare.

 

La facciamo noi, ripetendoci: Filippo Turetta assumeva degli psicofarmaci?

 

Anzi: Filippo Turetta assumeva, anche prima, degli «ansiolitici»?

 

Non è che magari, usando le parole potate dalla narrazione mainstream, riusciamo per sbaglio ad avere mezza risposta in più?

 

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Pensiero

Cosa c’è dietro la strage di Praga?

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La polizia ceca ha identificato come autore della sparatoria di massa che ha provocato la morte di 14 persone giovedì a Praga come David K., uno studente di 24 anni, avrebbe ucciso suo padre giovedì nella sua città natale di Kladno, prima di recarsi nella capitale ceca per una missione di morte massiva conclusa con il suicidio.   I media cechi in seguito hanno detto che il nome esteso del presunto assassino è David Kozak e hanno pubblicato la sua foto.   Il presidente della polizia Martin Vondrasek ha detto ai giornalisti che Kozak ha pubblicato una serie di post sui social media prima della sua furia ed è stato «ispirato da un evento terribile simile all’estero», senza rivelare ulteriori dettagli. L’assassino «diceva che voleva uccidersi», ha aggiunto Vondrasek.   Tuttavia, i media cechi hanno portato alla luce screenshot di un account Telegram apparentemente aperto da Kozak all’inizio di questo mese.   In un post in lingua russa del 9 dicembre, Kozak avrebbe affermato che avrebbe utilizzato la piattaforma come «diario mentre mi avvicino a una sparatoria a scuola».  

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In una serie di aggiornamenti del 10 dicembre, il poster si è presentato come «David» e ha detto che «vuole fare una sparatoria a scuola e possibilmente suicidarsi», nominando gli assassini della scuola russa Alina Afanaskina e Ilnaz Galyaviev come ispiratori della sua follia omicida.     «Ho sempre desiderato uccidere, pensavo che in futuro sarei diventata un maniaco», si legge nel post. «Poi, quando Ilnaz ha agito, ho capito che era molto più redditizio fare omicidi di massa che seriali. Alina è diventata l’ultimo punto. Era come se fosse venuta in mio aiuto dal cielo giusto in tempo».   Kozak era uno studente della Università Carolina, ha detto la polizia. Secondo i media cechi, ha studiato storia e ha vinto un premio per la sua tesi di laurea nel 2018.   La polizia ha detto che Kozak è stato «eliminato» nell’edificio dell’università dove è iniziata la sua furia. Tuttavia, non è chiaro se sia stato colpito da un proiettile della polizia o se abbia puntato la pistola contro se stesso, ha osservato Vondrasek.     Kozak era stato avvistato mentre brandiva un fucile sul tetto dell’edificio poco prima della sua morte, e il sindaco di Praga Bohuslav Svoboda ha affermato che l’assassino è caduto mortalmente.   La polizia ha detto che Kozak possedeva legalmente più armi da fuoco. Il possesso di armi è comune nella Repubblica Ceca e la costituzione del Paese garantisce il diritto di portare armi e usarle per legittima difesa.   La piazza Jan Palach di Praga, dove si trova l’edificio universitario, è rimasta chiusa al pubblico fino a mezzanotte mentre continuano le indagini della polizia. Quando l’edificio è stato evacuato, gli agenti hanno trovato 14 vittime morte e almeno altre 25 ferite.   I resoconti dei media avevano suggerito che Kozak potesse aver piazzato degli esplosivi nell’edificio, tuttavia il ministro degli Interni Vit Rakusan ha detto ai giornalisti che il pubblico «non è in pericolo immediato».   L’attacco è la peggiore sparatoria della recente storia ceca. Sebbene la Costituzione ceca garantisca il diritto di portare armi e usarle per legittima difesa, i crimini legati alle armi da fuoco sono rari e il paese registra ogni anno meno omicidi con armi da fuoco rispetto a Francia, Australia e Paesi Bassi.   Più recentemente, un uomo ha ucciso sei persone nella sala d’attesa di un ospedale nella città di Ostrava nel 2019 prima di puntare la pistola contro se stesso, mentre otto persone sono state uccise in un incidente simile in un ristorante nella città di Uhersky Brod nel 2015.   Lo spree – cioè la furia omicida – del Kozak sarebbe iniziata, secondo quanto viene ora suggerito, la settimana prima. Il 15 dicembre 2023, un padre di 32 anni e la sua figlia di due mesi in un passeggino sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco nella foresta di Klanovice, alla periferia orientale di Praga. La polizia ha condotto una perquisizione dettagliata dell’intera foresta con centinaia di agenti, mentre è stata istituita una task force speciale per trovare l’autore del reato. Il 20 dicembre, la polizia ha affermato di non avere piste sul caso ma di continuare a cercare l’autore del reato.   Il sito web sulle armi da fuoco zbrojnice.com aveva notato una somiglianza del caso con gli omicidi del «Assassino della Foresta» del 2005, in cui un ex agente di polizia uccise tre vittime a caso nelle foreste in preparazione di un omicidio di massa pianificato nella metropolitana di Praga, che fu impedito dal suo arresto anticipato; l’articolo si concludeva con un appello ai lettori affinché rimanessero vigili e portassero le armi da fuoco nascoste.   Cinque ore dopo l’attacco all’università, la polizia ha diffuso l’informazione di aver trovato prove nella casa di David Kozak che lo collegavano agli omicidi della foresta di Klanovice. In una conferenza stampa il 22 dicembre, l’investigatore capo della prima unità anticrimine generale di Praga ha dichiarato che Kozak era uno dei circa 4.000 sospettati nel caso della foresta di Klanovice.   Tuttavia, poiché viveva nella Boemia centrale, mancavano pochi giorni per impedire la sparatoria. La Boemia centrale è una regione separata dalla città di Praga e ogni regione del paese ha una direzione di polizia separata. Più tardi quello stesso giorno, la polizia ha confermato che un’arma da fuoco trovata a casa di Kozák era stata confrontata balisticamente con i proiettili usati negli omicidi nella foresta di Klanovice. Il 27 dicembre 2023, la testata Denik N ha riferito che gli investigatori della polizia avevano trovato una lettera a casa di Kozak in cui questi confessava gli omicidi avvenuti nella foresta di Klanovice.   Kozak aveva iniziato la sua ultima giornata con il parricidio: come in tanti casi che abbiamo imparato purtroppo a conoscere, l’assassino sembra dapprima accanirsi su quello che gli è più vicino.   Il 21 dicembre 2023 alle 12:20, la polizia della Boemia centrale era stata allertata dalla madre di Kozak, la quale ha affermato di aver ricevuto un messaggio da un amico secondo cui suo figlio stava progettando di togliersi la vita e che era in viaggio dalla sua città natale di Hostoun a Praga. Alle 12:45 la polizia trovava il corpo del padre di Kozak nella sua casa. Secondo quanto riportato, una perquisizione approfondita della casa era ostacolata da ordigni esplosivi improvvisati.   La polizia ha scoperto che Kozak era uno studente della Facoltà di Lettere dell’Università Carolina. Un mandato di perquisizione è stato emesso e pubblicato subito dopo; il mandato indicava che Kozak era armato e pericoloso. La polizia aveva inoltre avviato un’operazione di sicurezza all’aeroporto Váaclav Havel di Praga, dove il padre di Kozak lavorava nel dipartimento di sicurezza dell’aeroporto.  

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L’attacco è stato l’omicidio di massa più mortale avvenuto nella Repubblica Ceca dalla sua indipendenza nel 1993, superando l’attacco incendiario di Bohumín del 2020. È stata una delle sparatorie di massa più sanguinose avvenute in Europa dal massacro al teatro Bataclan del 2015 a Parigi.   La domanda che ci facciamo è sempre la stessa: il Kozak era stato «curato» con droghe psichiatriche? C’è uno psicofarmaco dietro ad un’alterazione della sua mente tale da portarlo verso un desiderio di distruzione totale, specie delle cose che gli sono più vicine (la famiglia, l’Università)?   È possibile che la psicofarmaceutica, la cui possibilità di suicidio come effetto collaterale sono note e perfino inserite nei bugiardini, abbia indotto la prospettiva pantoclastica assassina?   Il problema va posto soprattutto perché né psichiatri, né sociologi, né giornalisti sono in grado di spiegare perché questi personaggi si concentrino proprio sulle scuole – e questo in ogni Paese, dagli USA alla Russia alla Repubblica Ceca. Come se qualcosa invertisse nella mente del killer la legge naturale: ciò che ti è caro, ciò che è buono, ciò che è innocente, deve essere massacrato.   Quanti morti dobbiamo ancora aspettare prima di avere qualche risposta?   Quanto dobbiamo temere che ciò possa ripetersi nella scuola dei nostri figli?

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Psicofarmaci

Omicidio in famiglia a Milano. C’è lo psicofarmaco, ma nessuno ci bada

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La scorsa settimana un ennesimo omicidio in famiglia è stato lanciato nelle cronache nazionali.

 

A Milano è stata trovata morta nel suo salotto la 73 enne Fiorenza Rancilio. Secondo quanto scrive il Corriere della Sera, il cadavere era «avvolto in un piumone bianco e in alcuni asciugamani. Una grande ferita, profonda, violentissima all’altezza della fronte. Un colpo, o forse più d’uno, sferrato con un oggetto pesante, preso dalla casa. Forse un attrezzo da palestra».

 

Il giornale di via Solferino scrive che la signora «probabilmente è stata stordita con qualche sostanza prima di essere uccisa».

 

«Lei negli ultimi tempi aveva confidato di avere paura del figlio Guido, delle sue crisi psichiatriche, di quando “impazziva e spaccava tutto”» continua il Corriere.

 

«Il 35enne Guido Augusto Gervaso Gastone Pozzolini Gobbi Rancilio è ora accusato di omicidio volontario aggravato e piantonato dai carabinieri al Policlinico. Era in cura da anni per una forma di schizofrenia. Ricoveri ripetuti, terapie psichiatriche che a volte sembravano funzionare, ma poi arrivava l’ennesima ricaduta. Lo hanno trovato in un’altra stanza, seduto. Immobile e silenzioso. Intontito dalle benzodiazepine».

 

Rara avis: leggiamo il nome di uno psicofarmaco in un caso di cronaca nera, di violenza consumatasi in casa. Come è possibile che il giornalista sappia che l’uomo era «intontito dalle benzodiazepine»? O ancora: come mai parla proprio di quelle?

 

Forse perché nel contesto specifico è difficile evitare di parlarne? Le benzodiazepine, scrive sempre il primo quotidiano nazionale, sarebbero «seminate un po’ ovunque tra l’ottavo e il nono piano al civico 6 di via Crocefisso, tra corso Italia e le Colonne di San Lorenzo». Poi l’articolo però prende tutta un’altra direzione, vuole parlarci del casato dei Rancilio, già al centro di una tragedia quando presero il fratello della vittima nel 1978 fu rapito dalla ‘Ndrangheta e ucciso in Aspromonte.

 

A noi, invece, interesserebbe più capire questa storia dell’«intontito dalle benzodiazepine», un’espressione precisa che non sembra buttata là. Le benzodiazepine: chi non le conosce, chissà in quanti armadietti del vostro condominio ci sono confezioni di Alprazolam (Xanax), Diazepam (Valium, Tranquirit), Clonazepam (Klonopin, Rivotril), Clordiazepossido (Librium), Lorazepam (Tavor, Control), Triazolam (Halcion). Gli «ansiolitici», quelli che avrebbe chiesto in carcere anche Filippo Turetta, presunto assassino patriarcale dell’anno, e non si sa se ne prendesse anche prima, quando la sua fidanzava lo spingeva ad andare dagli psicologi.

 

Fateci capire: l’articolo vuole dire che potrebbe essere che l’uomo, ora in stato di fermo, potrebbe aver ucciso sotto il loro effetto? L’accusato avrebbe ucciso da «intontito»? Oppure, quello che si vuole suggerire è che prima sarebbe avvenuta la violenza, e solo in seguito la consumazione degli psicofarmaci, con conseguente «intontimento»?

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Non è che gli altri giornali aiutino a capire meglio. «Quando gli investigatori dell’Arma sono arrivati sul posto, allertati da alcuni dipendenti dell’imprenditrice, il 35enne era seduto in un’altra stanza fermo e zitto sotto l’effetto di farmaci» scrive Il Fatto Quotidiano. Che però aggiunge che «l’uomo ha dichiarato di aver preso benzodiazepine».

 

Su Il Giorno leggiamo il verbale del medico intervenuto nell’attico: «notavo il ragazzo disteso a letto, soporoso ma risvegliabile (…) notavo altresì degli psicofarmaci sul comodino, del tipo benzodiazepine e clozapina. Tentavo di stabilire un contatto con il ragazzo che tuttavia mi rispondeva solo dicendo “viva la libertà”, sul corpo dello stesso non notavo alcun segno di lotta né macchie di sangue sui suoi indumenti».

 

L’ANSA scrive che «anche lo zio della 73enne, entrato nell’appartamento quel mattino, ha descritto così la scena: “Nel salone era presente il figlio Guido, che girava intorno al corpo riferendo parole incomprensibili, farfugliando”».

 

Quindi, gli elementi parrebbero essere due: 1) il soggetto è un caso psichiatrico; 2) il soggetto assumeva droghe psichiatriche.

 

L’ANSA riferisce che secondo il PM il movente, «con elevata probabilità razionale, è da individuare nei rapporti esistenti tra madre e figlio, rovinati dalla patologia sofferta dall’indagato». L’articolo titola proprio «il movente è nella patologia del figlio».

 

L’idea che a rendere violento il soggetto accusato siano le psicodroghe che avrebbe consumato pare non venire in mente a nessuno, né ai giornalisti, né ai medici né alle autorità.

 

Siamo alle solite, dirà il lettore di Renovatio 21. Sì, proprio così: e questa volta sono coinvolte sostanze psichiatriche già note per creare stati di dipendenza tali che esistono in Italia centri specializzati solo nel curare la cosiddetta BZD dependence, che è pure contenuta nella manuale diagnostico DSM-IV.

 

Alcuni sintomi di astinenza che possono comparire includono ansia, umore depresso, depersonalizzazione, derealizzazione, disturbi del sonno, ipersensibilità al tatto e al dolore, tremore, tremore, dolori muscolari, dolori, contrazioni e mal di testa. «La dipendenza e l’astinenza da benzodiazepine sono state associate a suicidio e comportamenti autolesionistici, soprattutto nei giovani, scrive un documento britannico del 2009 contenente le linee guida per l’uso delle sostanze.

 

Anche qui, come già con gli psicofarmaci SSRI, dove l’ideazione suicidiaria come effetto collaterale è segnata in evidenza nel bugiardino, non si capisce come sia possibile che nessuno si chieda se, oltre a progettare di distruggere se stessi, tali sostanze non portino a programmare anche la distruzione di altri, magari proprio coloro che sono più vicini al proprio sé – famigliari, fidanzati, coniugi, amici, compagni.

 

Non che il fenomeno non si stato discusso negli anni

 

In un discorso ad una conferenza del 2000, il professor Heather Ashton, autore dello studio «Benzodiazepines: The Still Unfinished Story» (British Medical Journal, vol 288, 14 aprile 1984) sosteneva che «come l’alcol, le benzodiazepine possono occasionalmente causare una stimolazione apparentemente paradossale con aumento di aggressività, rabbia, violenza e comportamento antisociale. Le benzodiazepine sono state collegate al “picchiare i bambini’, “picchiare la moglie” e “picchiare la nonna”. In modo meno drammatico, aumenta l’irritabilità e l’atteggiamento polemico è spesso sottolineato dai pazienti che assumono benzodiazepine a lungo termine e dalle loro famiglie. Si ritiene che questi effetti derivino dalla disinibizione del comportamento solitamente controllato».

 

L’edizione 2001 del British National Formulary, il testo farmaceutico di riferimento del Regno Unito, scriveva che «n aumento paradossale dell’ostilità e dell’aggressività può essere riportato dai pazienti che assumono benzodiazepine. Gli effetti vanno dalla loquacità ed eccitazione ad atti aggressivi e antisociali». «Il comportamento aggressivo verso se stessi e gli altri può essere accelerato» scriveva una scheda tecnica di una farmaceutica relativa al Diazepam nel 1991.

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Vi è, ovviamente, una strage scolastica americana basata su benzodiazepine: «James Wilson aveva preso Xanax prima di entrare alla Oakland Elementary School di Greenwood, Carolina del Sud, il 26 settembre 1988. Sparò e uccise due bambine di otto anni e ferì altri sette bambini e due insegnanti» scrive USA Today Magazine del 1° maggio 1994.

 

Di più: c’è un caso di importanza colossale che sembra aver avuto dietro di se le benzo. Il 30 marzo 1981 John Hinckley, Jr., tentò di assassinare il presidente Ronald Reagan: alcuni ipotizzarono si trattasse di rabbia indotta dal Valium, dice lo stesso vecchio articolo di USA Today, che all’epoca si permetteva di andare a briglia sciolta: «Nel 1970, un libro di testo sugli effetti collaterali degli psicofarmaci aveva già sottolineato il loro potenziale di violenza. “In effetti, anche atti di violenza come l’omicidio e il suicidio sono stati attribuiti alle reazioni di rabbia indotte dal clordiazepossido e dal diazepam».

 

«Secondo uno studio del 1984, “Rabbia estrema e comportamento ostile sono emersi in otto dei primi 80 pazienti trattati con alprazolam [Xanax]. Le risposte consistevano in aggressioni fisiche da parte di due pazienti, comportamenti potenzialmente pericolosi per gli altri da parte di altri due, e aggressioni verbali e scoppi d’ira dei restanti quattro”. Una donna che non aveva precedenti di violenza prima di prendere lo Xanax “è scoppiata in urla al quarto giorno di trattamento con alprazolam e ha tenuto un coltello da bistecca alla gola di sua madre per alcuni minuti”».

 

«Il team canadese che ha studiato la connessione tra aggressività e psicofarmaci nella popolazione carceraria ha affermato che, tra tutte le classi, gli ansiolitici sembravano essere i più implicati, con un numero di atti di aggressione 3,6 volte superiore a quelli verificatisi quando i detenuti assumevano questi farmaci. ‘”Considerando che certamente non tutte le personalità aggressive sono in carcere, che anche le frustrazioni abbondano nella società e che il diazepam [Valium] è il farmaco più prescritto negli Stati Uniti insieme al clordiazepossido [Librium] il terzo, le implicazioni della combinazione di anti- gli agenti di ansia e l’aggressività sono sorprendenti”» continua il giornale statunitense.

 

Forse si trattava di un’altra epoca: sono passati trent’anni, nei quali Big Pharma ha fatturato centinaia di miliardi, forse trilioni di dollari, e ha stretto la sua morsa su qualsiasi cosa – giornali, politici, classe medica, regolatori – a suon di bigliettoni. Studi degli anni 2010 su benzodiazepine e violenza concludono che la relazione è tenue, o è da indagare ulteriormente, o proprio non c’è. Insomma: nessuna correlazione. On connait la chanson...

 

I miliardi farmaceutici hanno prodotto, e distribuito, il farmaco più potente: l’oblio.

 

Quelle che erano evidenze scientifiche e di cronaca ora non vengono più tenute in considerazione, neanche in flagranza di delitto.

 

Fate un piccolo esperimento: se avessero trovato cocaina, nel lussuoso appartamento, cosa si sarebbe pensato? Quali sarebbero stati i titoli del giornale?

 

La differenza, davvero, dove sta? La cocaina, come le benzodiazepine, è una sostanza psicotropa – è uno psicofarmaco. Però la cocaina non te la prescrive (almeno, non ancora) il medico, e dietro non ha cartelli ultrapotenti con lobbyisti e avvocati: sappiamo che i cartelli della droga messicani e colombiani hanno probabilmente fatto meno morti in USA del cartello degli oppioidi legali di Big Pharma.

 

Finché nessuno riuscirà ad abbattere questo muro, siamo condannati a vedere storie come questa: nessuno che ipotizza un ruolo della psicodroga nell’esplosione di violenza, anche quando il sangue è ancora fresco, lì accanto a fialette e blister.

 

E a vergognarci dell’intero sistema, incapace di porsi le domande più basilari, domande che forse possono salvare la vita di tanti innocenti.

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Psicofarmaci

Psicofarmaci per l’attenzione possono aumentare il rischio di malattie cardiache

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Un nuovo studio indica che l’uso a lungo termine di farmaci per il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) può aumentare il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e che il rischio aumenta quanto più a lungo viene utilizzato il farmaco. Lo riporta Epoch Times.   I risultati dello studio condotto in Svezia sono stati pubblicati su JAMA Psychiatry, mettendo in luce i potenziali rischi dei farmaci per l’ADHD a lungo termine.   Secondo i dati del CDC a circa 6 milioni, ovvero 1 su 10, bambini di età compresa tra 3 e 17 anni è stato diagnosticato l’ADHD. Circa 8,7 milioni di adulti negli Stati Uniti soffrirebbero di ADHD, una malattia che secondo la vulgata medica principale porterebbe ad avere difficoltà a prestare attenzione, a stare fermi o ad agire senza pensare.   I farmaci sono stati il ​​trattamento standard per decenni, hanno scritto i ricercatori, aggiungendo che «l’uso dei farmaci per l’ADHD è aumentato notevolmente sia nei bambini che negli adulti negli ultimi decenni». Le terapie psicofarmacologiche comprendono terapie stimolanti e non stimolanti, con modalità determinate in base alle esigenze del paziente.   Nello studio, i ricercatori hanno esaminato 13 anni di registrazioni nel registro nazionale dei pazienti ricoverati di oltre 278.000 individui di età compresa tra 6 e 64 anni con ADHD. Hanno scoperto che più a lungo un individuo utilizzava farmaci per l’ADHD, maggiore era il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari rispetto a coloro che non assumevano farmaci per l’ADHD.   Inoltre, ogni anno in più un individuo che utilizzava farmaci per l’ADHD aumentava il rischio di malattie cardiache in media del 4%. Nel complesso, i risultati suggeriscono che il rischio di malattie cardiache era del 23% più alto per le persone che avevano usato farmaci per l’ADHD per più di cinque anni rispetto a quelli che non li avevano mai usati. Il rischio era stabile tra i bambini e gli adulti, sia maschi che femmine.   Le malattie cardiovascolari legate ai farmaci per l’ADHD comprendono l’ipertensione e le malattie delle arterie. Non è stato riscontrato alcun aumento del rischio per altre condizioni associate, come insufficienza cardiaca, aritmie, malattie tromboemboliche, malattie arteriose e altre forme di malattie cardiache.   Lo studio conferma la ricerca precedente che indicava che i pazienti che assumevano farmaci stimolanti per l’ADHD, come Ritalin o Adderall, erano a rischio più elevato di sviluppare malattie cardiovascolari rispetto a quelli che assumevano farmaci per l’ADHD non stimolanti.

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La ragione dello sviluppo è probabilmente dovuta al fatto che gli stimolanti contenuti nei farmaci sono noti per aumentare la pressione sanguigna, risvegliare il sistema nervoso e far lavorare di più il cuore.   Gli autori dello studio hanno osservato che i medici dovrebbero «essere vigili nel monitorare i pazienti… e valutare costantemente segni e sintomi di CVD (malattie cardiovascolari)», soprattutto nei pazienti che ricevono alte dosi di farmaci stimolanti.   Gli autori hanno indicato che sono necessarie ulteriori ricerche per esaminare i soggetti con malattie cardiovascolari preesistenti. «La valutazione del rischio tra di essi richiede un disegno di studio diverso che consideri attentamente il potenziale impatto della conoscenza precedente e del monitoraggio periodico», hanno scritto.   L’ADHD, la malattia dei «bambini ipercinetici», è contestata da alcuni gruppi di medici e genitori, che la ritengono una malattia inventata per vendere psicofarmaci ai bambini anche piccoli, un nuovo disturbo sorto dal nulla (una volta si diceva per questi casi: «bimbo discolo», «distratto», etc.) grazie all’influenza di Big Pharma sulla classe medica.   L’Adderall è stimolante manfetaminico per stare svegli e mantenere l’attenzione. Esiste negli USA una immensa realtà sottaciuta di studenti e atleti (ma non solo) che, convinti che possa migliorarne le prestazioni (in pratica, steroidi per la mente), divengono schiavi dell’Adderall. Se lo procurano dalle ricette dei bambini, e gli effetti sono devastanti: nel lungo termine, divengono praticamente dipendenti, e completamente sconvolti nel cervello, al punto da non essere più funzionali in alcun modo.   Elon Musk l’anno passato si scagliò contro l’Adderall e il Wellbutrin, considerando quest’ultimo perfino peggiore dicendo di aver sentito storie agghiaccianti: «dovrebbe essere tolto dal mercato».   L’ADHD spuntò anche nel caso della ginnasta statunitense Simone Biles, misteriosamente ritiratasi alle Olimpiadi di Tokyo, in un turbinio di accuse che conversero presto sugli abusi sessuali di Larry Nassar, il medico delle atlete USA dal 1996 al 2017 che avrebbe abusato di 150 ginnaste, lasciando la Biles, secondo quanto dissero i giornalisti, traumatizzata.   La stampa mainstream, che seguì il caso versando lacrime sulla povera campionessa afroamericana che si toglie enigmaticamente dalle competizioni, mancò di segnalare quanto già si sapeva della Biles.   «Ho l’ADHD e ho preso farmaci da quanto ero una bambina» si era giustificata la Biles quando degli hacker penetrarono gli archivi dell’antidoping mondiale (WADA), rivelando che la Biles – vincitrice dell’oro a Rio de Janeiro, davanti ad un’atleta italiana – avrebbe una TUE, cioè un’esenzione terapeutica, per l’uso di anfetamine e psicofarmaci. «Simone Biles potrebbe passare alla storia dello sport come la prima atleta narcolettica a vincere quattro medaglie d’oro in una sola olimpiade», scherzavano alcuni dei massimi esperti di antidoping italiani.   Il Giappone, dove si stavano tenendo le Olimpiadi, ha una legislazione molto severa sugli psicofarmaci, con alcuni totalmente proibiti. «Se portate Adderall in Giappone per qualsiasi motivo, rischiate l’arresto e la reclusione» scrive nelle FAQ un sito di scambi studenteschi di Kyoto.   «Sto combattendo con i demoni nella mente» disse la Biles. Quello, e magari pure qualcos’altro – come tanti bambini, anti adulti, finiti nella trappola degli psicofarmaci.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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