Arte
L’Intelligenza Artificiale si sta divorando Hollywood
È in corso ad Hollywood un colossale sciopero di sceneggiatori e attori. Precedenti iniziative sindacali di questo tipo avevano di fatto bloccato l’industria per mesi negli scorsi lustri.
Se in passato i sindacati dell’industria cinetelevisiva si battevano per questioni di salario e di redistribuzione dei guadagni finali, questa volta sembrano avere un nemico che viene da fuori dal settore, un alieno: proprio come in un film di fantascienza, gli uomini e le donne di Hollywood si trovano ora a fronteggiare la minaccia delle macchine: l’Intelligenza Artificiale rischia infatti di farli sparire per sempre, o di ridurre drasticamente il numero di lavoratori della filiera.
L’Intelligenza Artificiale è diventata una questione centrale tra i lavoratori di Hollywood quando il sindacato degli sceneggiatori Writers Guild of America (WGA) e il sindacato Screen Actors Guild-American Federation of Television and Radio Artists (SAG-AFTRA – presieduto dall’attrice della sitcom La Tata Fran Drescher) hanno avviato negoziati di lavoro con gli studi.
La WGA aveva chiesto alle grandi casi di produzione di impegnarsi a non utilizzare AI per la generazione di sceneggiature o l’addestramento di modelli linguistici di grandi dimensioni come ChatGPT per produrre variazioni del lavoro di chi scrive storie e copioni.
«Non volevano nemmeno discuterne, e questo ci ha fatto preoccupare», ha detto il comico losangelino Adam Conover, in una dichiarazione alla testata economica Bloomberg. «Mi ha fatto dire, “Oh, queste persone in realtà stanno pianificando di usarlo per cercare di indebolirci”».
«I creativi del settore affermano già di non fare abbastanza affidamento sui servizi di streaming e che le aziende tecnologiche sfruttano il loro lavoro. Ora temono che l’intelligenza artificiale eliminerà del tutto il loro lavoro, sostituendo le loro voci e i loro volti con rappresentazioni generate al computer. L’Intelligenza Artificiale è già utilizzata per creare materiali di marketing, eliminare le parolacce e ridurre il costo degli effetti visivi» scrive Bloomberg, indicando come di fatto l’IA sia già penetrata nel settore.
Il potenziale dell’AI di sostituire gli attori umani con interpretazioni generate in computer grafica è diventato il importante punto di contesa con gli studios degli ultimi 60 anni: essendo che gli attori e gli sceneggiatori scioperano contemporaneamente, diverse produzioni televisive e cinematografiche hanno dovuto essere fermate.
I dirigenti delle grandi aziende di Hollywood hanno cercato di ridimensionare l’allarme della loro attuale forza lavoro umana, liquidando la minaccia dell’Intelligenza Artificiale come un affare gonfiato e sopravvalutato dai lavoratori. Tuttavia, i vertici delle major hanno riconosciuto che offre risparmi sui costi a causa del calo dei flussi di entrate e degli sforzi per ridurre i costi. La parcellizzazione dei ricavi dovute al crollo delle sale cinematografiche e la parcellizzazione del mercato con l’arrivo dei servizi di streaming ha del resto sconvolto la struttura economica del settore.
Ecco quindi che, per contenere i costi, le grandi case produttrici hanno iniziato a puntare come aziende che offrono soluzioni basate sull’Intelligenza Artificiale per «migliorare» le performance degli attori o doppiare dialoghi in qualsiasi lingua.
«Quasi tutti i principali studi utilizzano già l’intelligenza artificiale in qualche modo, anche se non se ne parla» scrive Bloomberg. «Molti lavorano con un’azienda vicino alla spiaggia di Santa Monica chiamata Flawless, che offre una serie di strumenti di postproduzione che fanno risparmiare tempo e denaro. DeepEditor, ad esempio, consente ai cineasti di spostare la performance di un attore da un’inquadratura all’altra. Se hai Margot Robbie che parla dietro una scrivania, ad esempio, puoi decidere di mostrarla da un’angolazione diversa senza bisogno di ulteriori riprese. AI Reshoot consente ai cineasti di sostituire i dialoghi, purché abbiano l’audio dell’attore che pronuncia le parole. TrueSync consente il doppiaggio in qualsiasi lingua; i cineasti possono regolare il movimento della bocca di un attore per far sembrare che stia pronunciando le parole straniere in modo accurato».
Un altro problema sollevato da AI è quello dei diritti d’autore e della violazione. Sia la tecnologia deepfake che l’intelligenza artificiale generativa (scrittura di sceneggiature) sollevano preoccupazioni per l’uso non autorizzato delle sembianze degli attori e della proprietà intellettuale. Attualmente, Getty Images ha citato in giudizio Stability AI per presunto utilizzo di opere protette da copyright senza autorizzazione. Secondo Hillary Krane, capo del reparto legale dell’agenzia di «talenti» (cioè, nel gergo di Hollywood, attori) CAA, le persone hanno il diritto di controllare la pubblicità del proprio nome, immagine e somiglianza, ma «la velocità della tecnologia sta minando la nostra capacità di far rispettare efficacemente tali diritti», scrive il sito economico.
La qualità dei deepfake, ossia filmati in cui è possibile cambiare fotorealisticamente le facce dei personaggi, consentendo scambi di persona, è oramai altissima – effetti digitali costati anche centinaia di milioni e mesi di ore-uomo in post produzione sono stati superati da utenti in rete che hanno utilizzato tali algoritmi GAN per ottenere risultati migliori nel corso di un pomeriggio – è il caso di film come Star Wars: Rogue One (2016) o The Irishman (2019) di Martin Scorsese: i deepfake domestici hanno umiliato quelli professionali, preludendo ad un’era con maggiori potenzialità visive e al contempo minor bisogno di investimenti e personale.
L’estrema precisione e la credibilità raggiunta dalla tecnologia deepfake già vengono utilizzati per campagne politiche, ricatti, frodi varie e crimini sempre più orrendi. Abbiamo assistito a esempi di «deepfake bellici» durante gli inizi del conflitto ucraino; un discorso dello stesso Biden di un anno fa è stato tacciato di essere forse un deepfake.
Secondo la testata di giornalismo di inchiesta The Intercept, la tecnologia deepfake è negli interessi delle forze speciali USA per condurre campagne di «propaganda e inganno», cioè per operazioni di guerra psicologica.
Come riportato da Renovatio 21, scienziati inglesi hanno stabilito che volti generati dall’AI sono ora più credibili di quelli reali.
Nel frattempo, dalla Mecca del cinema trapelano racconti su nuove modalità di ingaggio per gli attori da parte delle produzioni: vieni pagato per un solo giorni di posa, in cui prendono misure e riferimenti visivo-informatici necessari a produrre l’intero film, che ha quel punto, generato al computer, ha sempre meno riprese. È chiaro che anche l’elemento di partenza umano verrà, ad un certo punto, eliminato.
Quindi, gli attori di Hollywood, così come tantissimi altri lavoratori di ogni settore, stanno lavorando in realtà proprio per la loro estinzione.
Come in un film distopico – pensiamo ovviamente a Terminator (1985), o ancora meglio, a Hardware (1990) o L’uomo che fuggì dal futuro (1971)– gli uomini lavorano per alimentare le stesse macchine che li renderanno obsoleti, pronti ad essere eliminati perché inutili – un processo già ampiamente preconizzato pubblicamente da ideologi del mondialismo estremista come Yuval Harari e da altri habitués del World Economic Forum di Davos.
Arte
Addio a Corrado Solari, star del cinema poliziottesco
È da poco scomparso l’attore Corrado Solari, che ha caratterizzato il nostro cinema di genere degli anni Settanta, in specie il poliziesco all’italiana che tanto ha appassionato gli spettatori dell’epoca e non solo, e che si chiama oramai con il termine coniato dal critico Giovanni Buttafava: poliziottesco.
Tale filone ha saputo, col tempo, diventare transgenerazionale, contando appassionati fin dentro la Generazione Z. Si tratta di pellicole da botteghino che hanno al loro interno un profondo racconto socio-antropologico: la narrazione di un malessere sociale, di un’insicurezza e di una violenza percepita nelle nostre piccole metropoli, a cui si rispondeva con l’eroe-commissario. Quest’ultimo incarnava i sentimenti degli oppressi, dei vessati, dei feriti e di chi subiva angherie e soprusi senza sentirsi protetto dallo Stato. Lo sbirro dai metodi rudi e diretti proteggeva da par suo il comune cittadino, anche a costo di sfidare la legge stessa.
Pellicole incastonate nella storia della nostra cinematografia quali Roma a mano armata, Napoli violenta, La polizia ringrazia, Roma violenta, Il cinico, l’infame, il violento e molte altre ancora.
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Il commissario per eccellenza, l’icona divenuta più riconoscibile e identificativa del genere, era senza dubbio Maurizio Merli, che interpreta perfettamente il ruolo dello sbirro tutto d’un pezzo, integerrimo e senza paura. Proprio nell’ambito di una mia ricerca sull’interprete romano risalente a diversi anni fa, ebbi il piacere di intervistare il suddetto attore che ha recitato al suo fianco.
Solari è un interprete caratterista, data anche la sua fisicità e il suo volto che non nasconde rudezza ed espressività, al fianco di protagonisti assoluti quali lo stesso Merli e Tomas Milian. Non c’è solo il poliziottesco nella carriera di Solari; recita assieme a Rod Steiger in uno dei capolavori senza tempo del Maestro Sergio Leone, Giù la testa, e ne La classe operaia va in paradiso di Elio Petri.
Un attore versatile che ha visto interrompersi bruscamente la carriera alla fine di quel fortunato decennio. Ha ripreso l’attività negli anni Duemila, ma senza incidere come all’inizio, nonostante lo si veda lavorare al fianco di registi del calibro di Carlo Verdone e Pupi Avati.
In questa intervista – in gran parte inedita – rilasciatami un pomeriggio di mezza estate del 2012 in una Roma calda e afosa, Solari ci racconta, in maniera simpatica e scanzonata, una parte della sua vita professionale.
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Nel 1976 prendi parte a Roma a mano armata con la regia di Umberto Lenzi. Che ricordi hai di Maurizio Merli?
Maurizio Merli era un signore molto gentile, un bel ragazzo che attirava molte attenzioni femminili. Le scene che girammo assieme non erano molte. Era un buono, non era affatto un duro e neanche un cinico. Da fuori ciò si percepiva; poteva anche atteggiarsi da cattivo, ma era un buono. Anch’io lo sono, ma se voglio fare il cattivo ci riesco [ride].
A volte soffriva nel suo essere caratterialmente una brava persona e non avere quel piglio di cattiveria per essere all’altezza della situazione, quando questa lo richiedeva. Parlo della durezza, del confronto, al di là della battuta che poi sei tu che la devi interpretare come attore. Mi ricordo che ebbe una crisi proprio in Roma a mano armata, quando girammo la scena finale nel magazzino di stracci che poi ho scoperto essere un deposito della Croce Rossa.
In quella location si consuma l’incontro finale tra Merli e Milian; si dice che ci furono attriti tra i due.
Mi ricordo bene. Fu anche imbarazzante assistere a questo diverbio tra i due. Ci furono delle crisi da parte di Merli che poi è stato anche consolato. Una sorta di impotenza rispetto al ruolo che doveva tenere in quella circostanza e con cui non riusciva ad armonizzarsi, a calarcisi. Questa cosa mi dispiacque moltissimo, ma al contempo mise in evidenza quella che era la sua bontà, la sua quasi ingenuità nel sostenere scene troppo violente e di mandarsi anche affanculo.
Era un attore molto impiegato, lui. Era perfetto nel ruolo di Garibaldi che interpretò nell’omonimo sceneggiato Rai diretto da Franco Rosi; era il suo ruolo, perfetto per lui. Ognuno di noi attori è protetto dal copione, ma noi non siamo quello che recitiamo: il canovaccio è una sorta di protezione dove l’attore si sente tutelato. Al di là di questa protezione, ci deve essere la tua disponibilità a fare il cattivo, chiamiamola così, che devi sostenere perché sennò non sei credibile.
Ho fatto un ruolo nel film di Gianluca Petrazzi [Roma criminale – 2013, ndr] e lui mi ha detto: «Ti ho ritrovato dopo tanti anni e in questo ruolo che avrai te le devi giocare un po’ come ti pare». Io avevo delle battute che mi sembravano scialbe. Ho fatto solo quattro pose con un’inquadratura dall’alto molto bella. È geniale Petrazzi dietro la macchina da presa, anche se lo criticano per essere tornato troppo indietro nel tempo e perché non c’è nulla di intellettuale nei suoi film. Ci siamo messi a studiare le battute, io le mie e Luca Lionello le sue. Mi son preso delle iniziative e Lionello mi voleva ammazzare perché gli fregavo la parte [ride]. Alla fine questi miei suggerimenti sono stati accettati e ci siamo divertiti nel girarlo.
Tornando a Maurizio Merli, questo tipo di iniziative non le aveva. Invece Tomas Milian prendeva il copione e diceva: «Io c’ho ‘ste battute, ma le cambiamo tutte!». Si metteva da una parte, le correggeva, ci metteva parolacce con una tonalità di romanesco molto forte chiedendo suggerimenti alle maestranze sul set. Se le imparava bene – aveva una memoria incredibile – e poi se la giocava recitando in maniera completamente diversa da quelle che erano le indicazioni del copione. I registi andavano in sollucchero, perché la sceneggiatura veniva cucita addosso alla persona.
Con un personaggio così creativo, così mattacchione, ci puoi fare un serio affidamento. Ho visto la soddisfazione di certa gente dire a Tomas: «Fai un po’ te…». A volte esagerava pure, ma fa parte del personaggio.
Pure altri colleghi si creavano delle cose fuori dal testo che veniva loro consegnato. Te ne cito un altro bravo: Biagio Pelligra. Lui è un creativo, si inventava un sacco di cose e così facendo i registi li sorprendi, perché gli piace vedere che tu fai di più. Per diminuire c’è sempre tempo, ma aumentare non puoi più. Concludo dicendoti che Maurizio Merli era una bellissima persona, ma era un attore impiegato. Se io avessi dovuto fare una cosa in teatro con lui non so se l’avrei fatta. Il fatto che non sia un grande creativo non va assolutamente a inficiare la sua immagine umana.
In Roma a mano armata fai uno scagnozzo di Tomas Milian che interpreta il ruolo del Gobbo, e ne La banda del Trucido di Stelvio Massi interpreti un ladro che collabora sempre con Milian.
Con Tomas avevo un bellissimo rapporto, ma anche una certa soggezione perché ero molto giovane al tempo, mentre lui era un attore affermato. Ci tenevo a fare bene. Avevo fatto molto teatro e si percepiva sul set questa mia esperienza recitativa. Ero molto spontaneo e parecchie volte rompevo i coglioni [ride]. Tomas andava da Stelvio Massi, il regista, e gli diceva: «Senti, Corrado è troppo bravo e non voglio lavorare molto con lui». «Ma mi stai prendendo per il culo?», gli rispondeva. Tomas mi diceva spesso che per lui ero «pericoloso»; non so se ‘sta cosa mi ha portato sfiga [ride], perché poi ho smesso di colpo di fare cinema.
La tua carriera a fine anni Settanta s’interrompe, per poi riprendere diversi anni dopo.
Dovevo fare Napoli violenta [regia di Umberto Lenzi – 1976, ndr] come protagonista. Sarebbe stato il massimo! Invece ho avuto dei problemi familiari che non mi hanno permesso di continuare e per vent’anni non ho più lavorato nel cinema. Troppi! Pensa che iniziai la carriera assieme a Michele Placido; lui non ricorda, ma con suo fratello facevo una cosa per la televisione a Napoli e mi disse: «Sai cosa dice mio fratello di te?». Io avevo fatto La classe operaia va in paradiso, Sbatti il mostro in prima pagina, Giù la testa… «In Italia dopo di te, c’è lui». In quel momento sarebbe stato fondamentale che io andassi avanti e piano piano avrei lavorato costantemente. Al tempo mi ricordo anche Flavio Bucci, che poi è finito male; era una bellissima persona e con lui avevo fatto La classe operaia va in paradiso.
Hai un ruolo anche ne La polizia ringrazia di Stefano Vanzina, che è considerato il capostipite del poliziesco all’italiana.
Una piccola parte. Ma ti ricordi tutto! Ho fatto tante cose che non ricordo neanche. Lavorai con Pietro Germi ne Le castagne sono buone, film che uscì nel 1970. C’era Gianni Morandi, Stefania Casini e Nicoletta Machiavelli, che è stata la prima tettona del cinema italiano. L’anno successivo ho fatto L’istruttoria è chiusa: dimentichi di Damiano Damiani con Franco Nero. Girai una scena in un carcere.
Vinsi anche il provino di Girolimoni, il mostro di Roma, un film su un personaggio romano che violentava le ragazzine in uno stranissimo modo, un vero mostro. Io avrei dovuto interpretare lui; vista la mia faccia dovevo fare il perverso [ride]! Eravamo in sette a quel provino; c’era Gabriele Lavia, c’era quello di Jesus Christ Superstar… vinsi nettamente io quella parte, però non mi presero. Mi comunicarono a malincuore, per una questione di produzione, che scelsero un altro.
C’è una tua battuta cruda, ma iconica in Roma a mano armata che fai a Vincenzo Moretto detto il Gobbo, ossia Tomas Milian: «Perché non l’hai fatto fuori quel figlio di mignotta di uno sbirro?», riferendoti al commissario Leonardo Tanzi (Maurizio Merli).
Queste battute, come ti dicevo, a volte venivano al momento. Tomas generava molta spontaneità e io credo che tutti quelli che hanno recitato con lui si siano sentiti spontanei. Rompeva la prassi, rompeva lo stile, rompeva il modo; è un suo metodo di fatto. A volte caricava molto il personaggio al limite della credibilità, però er Monnezza può pure fare questo!
Nel film La banda del Trucido vediamo un Milian che in quanto a parolacce non si risparmia, caratterizzando oltremodo il suo variopinto personaggio.
Al tempo non ti veniva di dire: «Ah che volgare! Che schifo!». Erano battute passabili, goliardiche, che nessuno aveva mai pensato di tirar fuori con questa spontaneità romana tipicamente di strada.
Milian per le sue battute prendeva ispirazione dalla gente comune, in particolare dalle maestranze che lavoravano sul set cinematografico con lui.
Esatto.
Tornando a Maurizio Merli, ricordo che alcune attrici che hanno lavorato con lui hanno avuto solo un rapporto freddamente professionale.
Era impacciato a volte, e rischiava di risultare dall’esterno molto freddo e distaccato. Magari era solo intimidito da un confronto o dalla semplice battuta, perché non era molto estroverso e spiritoso. Manteneva una certa distanza nei rapporti con le altre persone. Questo è quello che percepivo io. Tutto quello che era legato al copione lui lo faceva benissimo.
Una tua riflessione su quel cinema anni Settanta dove sei stato tra i protagonisti e quello di oggi.
È una bella domandina questa. Cosa c’era di diverso? Intanto in quegli anni si lavorava molto di più e c’erano più possibilità di lavoro. Oggi è difficile lavorare se non per vie traverse, o perché sei affermato e non hai bisogno di presentazioni, oppure perché hai bisogno del politico o del prete. La Lux Vide è un’emanazione del Vaticano. Se sei amico di qualcuno al Vaticano, lui fa la sua telefonata a chi di dovere ed ecco che puoi ottenere una parte [ride]. Questa è meglio se la cancelliamo [ride]!
C’è anche da dire che non sopporto la gente che dice «Era meglio dieci anni fa». È una sorta di nostalgia che è insita nell’essere umano, non solo negli attori, ma anche nella gente comune. Se potessi tornare indietro col senno di adesso, sarebbe tutto differente, mi pare ovvio. Una volta il cinema era più costituito da rapporti umani mentre adesso, per fare un film, la produzione demanda all’organizzatore, che a sua volta demanda al casting director. A queste figure vengono imposti alcuni attori già stabiliti dalla produzione, e il resto li devono trovare loro. Fanno il bello e il cattivo tempo. Questo meccanismo che ti ho appena citato è diventato una tortura. Se non sei amico di qualche responsabile dei casting, stai pur tranquillo che non fai una mazza! Hanno un potere extra.
Al tempo potevi entrare in una produzione perché piacevi al regista. Una volta mi è capitato di essere scelto dal regista, ma poi la produzione bloccò tutto. A tutt’oggi sono nella condizione – essendo stato fuori dal giro per troppi anni – di dover rincorrere per avere una parte, anche piccola. Non è facile, te l’assicuro.
Tempo fa ho intervistato il regista Tonino Ricci, che mi disse esplicitamente che al tempo gli attori li sceglieva lui.
Oggi ci sono dei giri strani, perversi… ci sono delle caste… Oggi i direttori dei casting chiamano gli agenti che sono amici loro, e la scelta di un agente, per noi attori, è importante.
Sarebbe bello rivederti oggi di nuovo al fianco di Tomas Milian.
Basterebbe che Milian facesse una partecipazione straordinaria. Sarebbe bellissimo! Pensa che ancora oggi per strada mi riconoscono. Giorni fa ero in ospedale e un portantino mi guardava fisso: «Ma che sei te?!». «Sì, sono io!», «Grandissimo! Mitico!» [ride]. Quei film degli anni Settanta la gente se li vede e se li rivede, cosicché anche un attore come me – che non ha avuto un ruolo da protagonista – è ricordato e riconosciuto. Sono film che hanno avuto e che hanno una grande popolarità. La mia brutta faccia ha bucato lo schermo!
Pensa se veramente Milian tornasse a fare un film oggi in Italia. Lo fanno Papa! Gianluca Petrazzi potrebbe farcela e poi lui come regista è molto veloce a girare, un po’ come Umberto Lenzi. Lenzi aveva la mentalità del montatore e girava le scene già con l’idea di come montarle.
Francesco Rondolini
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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La colonna sonora di Fantozzi, e oltre. Intervista con il compositore Vince Tempera
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Renovatio 21 augura a Mel Brooks altri 100 anni
Il comico neoeboraceno Mel Brooks compie 100 anni, e Renovatio 21 gliene augura altri 100 come questo.
Nato Melvin Kaminsky il 28 giugno 1926 a Brooklyn, è considerato da decadi come uno dei giganti della comicità americana. Cresciuto in povertà dopo la morte del padre a soli due anni, servì nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale come geniere. Iniziò come batterista e comico nei luoghi turistici, per poi diventare scrittore di punta del varietà televisvo Your Show of Shows (1954), insieme a talenti come Carl Reiner e Neil Simon.
Esordì alla regia con Per favore non toccate le vecchiette (1967), satira sul nazismo che gli valse l’Oscar per la sceneggiatura. Seguì una serie di parodie geniali: Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974), western anarchico che faceva il verso al genere americano; Frankenstein junior (1974), considerato oggi come un film che si avvicina alla perfezione comica e cinematografica; La pazza storia del mondo (1981), caposaldo dei palinsesti della vecchia TV berlusconiana Italia 1 che ha formato tanta parte della generazione X italiana. Negli anni Novanta, purtroppo, aveva girato anche un film con Ezio Greggio, Il silenzio dei prosciutti (1994).
Brooks ha conquistato il cosiddetto EGOT, cioè ha vinto durante la carriera i premi Emmy, Grammy, Oscar e Tony (ambitissimo premio dedicato ai musical di Broadway). Sposato con Anne Bancroft (vero nome Anna Maria Louisa Italiano) dal 1964 fino alla sua morte nel 2005, ha prodotto anche film drammatici come l’enigmatico capolavoro di David Lynch The Elephant Man (1984).
In questi anni Brooks ha figliato, e anche bene: il figlio Max Brooks pubblicò nei primi anni 2000 il libro Zombie Survival Guide, una guida alla sopravvivenza in caso di attacco globale di morti viventi. Nato con intenzioni satiriche, si trattava in realtà di un manuale assai dettagliato: chi scrive ne regalò una copia ad un amico in partenza per l’India, il quale una volta arrivato, si mise a leggerlo su di un treno, attirando l’attenzione di un ragazzo locale, il quale una volta resosi conto di cosa si trattava, ed avendo la funzione dello humor e della satira indianamente non attivata sulle frequenze occidentali, rimase totalmente sconvolto. «Ma allora esistono».
Il successo della guida del Brooks jr. ebbe seguito con il romanzo di zomberia mondialista World War Z, che divenne poi un kolossal al cinema col Brad Pitt.
Ora Brooks pare voler tornare, a 100 anni, al grande schermo, annunziando il ritorno di un suo grande classico, Balle spaziali, di cui avrebbe realizzato il sequel. Il film che satireggiava Guerre Stellari ebbe immenso successo e restò impresso nella memoria di molti: è il caso dell’imprenditore triliardario Elon Musk, che una diecina di anni fa mise in vendita in un numero limitato, per la sua azienda Boring Company, un lanciafiamme.
Elone disse di essersi direttamente ispirato a Yogurt, lo Yoda di Balle Spaziali intepretato dallo stesso Mel, che in una scena di memorabile metacinema mostrava tutto il merchandising legato al film, compreso un lanciafiamme, che ovviamente non fu messo in commercio, se non anni dopo dal magnate sudafricano fan del Brooks.
Brooks rappresenta la prova vivente dell’esistenza di una civiltà precedente dove si poteva ridere di tutto. È impressionante vedere una satira a base di nazismo realizzata da un ebreo: Per favore non toccate le vecchiette (1968), che parla di un produttore costretto per questioni fiscali a realizzare un flop, mette in scena un musical scritto da un veterano nazionalsocialista, «Primavera per Hitler», che mette in scena il Fuhrer in modo comico memorabile: «Heil a me stesso / Heil a me / io sono il crucco che sta per cambiare la storia / Heil a me stesso / Alzate la mano / Sono il più grande dittatore della zona…»
Una simile comicità è oggi totalmente impensabile – soprattutto da parte di autori giudei. La libertà di ridere di qualsiasi tema era considerata scontata. Alcuni possono dire che la scena de La pazza storia del mondo in cui il Brooks interpreta il cameriere dell’ultima cena: vedendo la scena in cui esclama «Gesù», e questi gli risponde «cosa?», con il fraintendimento che va avanti per un po’, qualcuno ci può vedere certamente l’infrazione del secondo comandamento e l’irrisione di Dio (Deus non irridetur…), tuttavia è impossibile non notare come il brano cinematografico testimoni l’esistenza di una cultura, tutta neoeboracena, dove ebrei e cattolici collaboravano e si spartivano la scena, incrociando il bagaglio culturale: la commistione sarebbe divenuta chiara nell’esperienza del Saturday Night Live fondato in quegli anni e nei film di John Landis come Blues Brothers.
Anche qui, si tratta di una testimonianza diretta di un’era che non c’è più, dove nessuna comicità, nessuna conoscenza sotto il tallone del politicamente corretto e del neotribalismo politico è più davvero possibile.
Un religioso tradizionista ci ha scritto: chissà cosa si potrebbe inventare il Brooks vedendo i casi recenti degli ebrei nei tunnelli di Nuova York. In realtà, in fatto di ebrei e sotterranei Brooks ha già dato ad abundantiam, con la scena memorabile degli ebrei torturati con macchine simili a slot machine nel pezzo musical della Pazza storia del mondo riguardante l’inquisizione spagnola: sì, ha saputo, ha potuto ridere anche di questo – e ottenerne un motivetto indimenticabile, e un pezzo di cinema immortale.
Ci ricordano infine anche che Mel Brooks ha mandato gli ebrei nello spazio, sempre nello stesso film: ecco rabbini che volano nel cosmo a bordo di astronavi a forme di stella di David, nei cui interni è possibile leggere, in ebraico, la parola kosher.
Le navicelle giudaiche vengono attaccate da quelli che si intuiscono essere caccia stellari non-ebraici, cioè dei goyim.
Sotto parte una canzona rincuorante: «Siamo ebrei nello spazio / sfrecciamo proteggendo la razza ebraica / Siamo ebrei nello spazio / se si presenta un problema lo rimettiamo subito al suo posto / Quando i goyim ci attaccano / gli diamo uno schiaffo, glielo restituiamo in faccia/ Siamo ebrei nello spazio /sfrecciamo proteggendo la razza ebraica».
In realtà, gli ebrei israeliani hanno attivamente tentato di partecipare alla corsa allo spazio con missioni robotiche denominate Beresheet (che in ebraico significa «In principio», in riferimento alla Genesi), sviluppate dall’organizzazione no-profit SpaceIL in collaborazione con la Israel Aerospace Industries (IAI).
A dare un passaggio alle aspirazioni spaziali israeliane c’è ancora lui, Elon Musk, grande ammiratore di Mel Brooks che ha portato la sonda nel 2019 in un suo razzo Falcon X. Molte malelingue sostengono che il silenzio di Musk sulle cose israeliane – a fronte di ogni altro tema destroide, dove si rivela di estremismo loquacissimo – potrebbe indicare un qualche rapporto particolare tra il trilionario e lo Stato degli ebrei.
Ad ogni modo, missioni sono fallite a causa di un guasto al sistema di guida inerziale e ai giroscopi che ha provocato lo spegnimento improvviso del motore principale. La sonda si è schiantata sul suolo lunare a velocità incontrollata, ma ha garantito ad Israele il titolo ufficiale di settimo Paese ad orbitare intorno alla Luna.
Quello che conta, comunque, è che la profezia di Mel Brooks si è avverata: sì, gli ebrei sono davvero sullo spazio. Non sappiamo se al genio sia stato tributato allora ciò che gli si doveva.
Noi, invece, tributiamo tutto. Altri 100 anni per te, Mel!
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Immagine di Angela George via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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