Pensiero
L’offensiva di Valpurga e altri demoni
La terra, in Ucraina, comincia a rassodarsi. Succede così alla fine dell’inverno: il prezioso terreno di quelle zone, che è assai fertile, perde il carattere morbido e fangoso che assume con le fredde temperature. Quando sbocciano i fiori, il terreno diventa più secco, e quindi più facilmente percorribile dalle manovre di uomini e mezzi.
Ciò significa che lo scontro finale tra le forze russe e l’Ucraina – che ha dietro il più grande blocco militare della storia – potrebbe essere vicino. In pratica, la primavera, sarà foriera di una strage, perfino maggiore di quella che già stata consumandosi a Bakhmut e dintorni. Ver Sacrum, «maledetta primavera», dicevano gli antichi, ricordando riti crudeli che avvenivano in questi giorni, quando nei villaggi si sacrificavano e abbandonavano nei boschi le generazioni giovani.
Da inizio anno abbiamo sentito parlare in continuazione della famosa «offensiva ucraina» che doveva tenersi in primavera. I giornali occidentali – quelli italiani in testa – tengono alta la hype, mostrando al pubblico video di guerra a senso unico: ecco l’«eroico» attacco degli ucraini alla trincea russa, ecco il drone di Kiev che molla sui soldati russi, congelati in una buca, una granata.
Oscenità, crudeltà inarrivabili – è il nuovo volto della propaganda, nemmeno paragonabile a quello che abbiamo visto durante la catastrofe balcanica degli anni Novanta. Chi segue Renovatio 21, ha visto decisamente video diversi, che cerchiamo di postare – evitando quelli che offendono la dignità umana – negli articoli dedicati alle cronache di questi giorni di guerra.
Nonostante ci siano oramai molte voci, anche nel campo degli zeloti antirussi, che ammettano che la guerra Ucraina non sta andando bene (abbiamo sentito Condoleeza Rice, e di recente il massimo generale polacco Rajmund Andrzejczak), nonostante escano leak del Pentagono che dimostrerebbero la consapevolezza di una situazione disastrosa per Kiev (dove si arriva a dire che la ratio dei caduti per la Russia e l’Ucraina è forse 10 a 1), hanno continuato a bombardarci con lo scenario dell’offensiva primaverile. Sarà a marzo, anzi no, ai primi di aprile, anzi no, il 25 aprile (magari con il Battaglione Azov che canta Bella ciao, come molti suoi sostenitori piddo-italioti).
Ad un certo punto, nelle ultime settimane, è saltato fuori che l’offensiva ucraina di primavera sarebbe avvenuta il 30 aprile. Ecco, qui ci si apre una finestrella piuttosto grande.
Il 30 aprile è riconosciuta come la notte della morte dello Hitler, quello omaggiato dalle truppe ucraine – con tanto di interviste della Reuters a soldati che come nom de guerre si scelgono il neutro «Adolf». Ma non è la coincidenza che ci attira di più.
Il 30 aprile, come noto, è la notte di Valpurga. La notte in cui le streghe, nel punto di calendario della loro massima potenza, escono per il sabba con i demoni.
L’anno scorso abbiamo scritto un denso articolo sull’argomento.
Bisogna capire che Kiev è legata alla questione in modo profondo. Una notte sul Monte Calvo (1867), il poema sinfonico di Modest Petrovič Musorgskij ispirato alle leggende slave e alla storia del sabba delle streghe, fa riferimento ad un luogo appena fuori Kiev, una collina chiamata Lysa Hora, ritenuto un posto centrale nel folclore pagano e nella storia della stregoneria slava.
Ho visitato, anni fa, quella collina – e l’ho fatto contro il consiglio di un’amica ucraina di stanza a Milano che – bocconiana, inserita anche piuttosto in alto – mi aveva sconsigliato di farlo, soprattutto di notte. Ci andai di giorno, di fatto, ma fui colpito dal fatto che in lei si era come risvegliato un pensiero che non credevo che una ragazza della modernità internazionalizzata potesse avere: aveva paura del male, del male inteso non come concetto, ma come fatto di persone.
Come noto, nel 1940 Walt Disney si produsse in un’interpretazione visiva della Notte di Musorgskij, rappresentando – con capacità visionarie insuperate – la notte di Valpurga e il suo turbinio di spiriti e creature oscure, che danzano sotto le ali di pipistrello di Chernobog, l’antico «dio nero» degli slavi di cui parlano le Chronica Slavorum, che immenso emerge dal monte e avvolge con la sua ombra tutta la città.
Avevamo preso questo inarrivabile capolavoro di Disney – che dichiarò che Chernobog era Satana – come una strana profezia di quello che stava succedendo in Ucraina.
Anche dei segni evidenti di ritorno del paganesimo nell’Ucraina in guerra, abbiamo già scritto un anno fa.
Non si tratta solo del video, circolato nei primi mesi del conflitto, con la dea agreste che sgozza il soldato russo. Non si tratta nemmeno delle notizie uscite riguardo l’operato di sedicenti «streghe» a favore del regime di Kiev. Né dei casi, sempre più inquietanti, di crudeltà infinita delle truppe ucraine (dagli scherzi telefonici alle mamme dei caduti, alle torture sui prigionieri, al traffico di organi), con pure supposti episodi di cannibalismo.
È l’intero quadro che ci fa pensare che siamo dinnanzi, più che ha ad uno sforzo militare, ad un sabba demoniaco.
L’eliminazione di un’intera denominazione cristiana, la Chiesa ortodossa ucraina (UOC) ci fa pensare in questa direzione – dalle persecuzioni dei monaci della Lavra ai bombardamenti alle chiese di Donetsk durante la veglia pasquale.
Così come sa di commercio con forze anticristiane il supporto incondizionato a battaglioni che si dichiarano apertamente pagani, seguaci della rodnovery – il paganesimo paleoslavo a cui Azov ha pure eretto un tempio, versando il proprio sangue sulla terra dove hanno issato un totem del dio del tuono Perun – o pure del paganesimo germanico, come il tizio intervistato grottescamente dal Corriere della Sera, che tra un tatuaggio con scritto «Valhalla» e una runa a caso, si definisce con precisione Ásatrú, ossia seguace degli Asii, gli dei del Nord come Odino, Thor e compagnia.
L'inviato del Corriere a Kiev va davanti al Monastero delle Grotte e produce un documento che segna contemporaneamente il culmine sia della propaganda occidentale che di quella russa. pic.twitter.com/miLeXY85EG
— Marco Bordoni (@bordoni_russia) April 4, 2023
Ma è qualcosa di più profondo che guida i fautori dell’offensiva di Valpurga – è un meccanismo già in atto da tempo, in realtà.
Il sabba, il rito pagano, prevede il contrario della Messa dei Cristiani: si sacrifica l’uomo per gli dei, invece che Dio per gli uomini. Il sacrificio umano è quindi l’elemento indispensabile per ogni celebrazione ai demoni.
Non è impossibile vedere che, in un mondo ancora cristianizzato dove il sacrificio umano non può essere celebrato pubblicamente, esso possa essere contrabbandato in altre forme: l’aborto, per esempio, o la guerra.
E in questo caso, parliamo della guerra, di questa guerra: un’altra «inutile strage», come ebbe a definire Benedetto XV nella sua Lettera i Capi dei popoli belligeranti del 1° agosto 1917.
Come il fratricidio europeo della Grande Guerra – voluto dalle potenze massoniche per liquidare gli imperi centrali, in particolare quello cattolico degli Asburgo – anche questa guerra, fratricida più che mai, era completamente evitabile, e la strage conseguente non ha alcun senso – se non quello dell’eliminazione, anche qui, di un impero cristiano, quello di Mosca, e della messa in atto, se volete seguire il mio ragionamento, di un altro focolaio di sacrificio umano pronto a divampare con il fuoco nucleare in ogni angolo della terra e incenerire quella Civiltà che è figlia dell’era cristiana.
Per questo scatenano Chernobog. Per questo mandano avanti la guerra «fino all’ultimo ucraino», per questo mandano i ragazzi di Kiev ad essere disintegrati nel mattatoio di Bakhmut, dove l’aspettativa di vita al fronte è di tre ore. In molti, a quanto risulta, hanno consigliato a Zelens’kyj di mollare la città che i russi già hanno ripreso a chiamare Artemjovsk – ma niente, il massacro va avanti, e ci sono i video del «reclutamento» dei soldati da mandare a farsi macellare, con ragazzini catturati per strada a Odessa o Uzhgorod o in ogni altra città del Paese.
Bakhmut è un grande sacrificio umano, spinto da forze anticristiane, che non stanno solo a Kiev e nelle cinture neonazi afferenti, ma stanno a Washington, la superpotenza arcobalenata dell’imperialismo LGBT, dove i cattolici sono pedinati dall’FBI, dove le scuole cristiane sono attaccate dai trans, dove l’«interruzione di gravidanza» si sta avvicinando sempre più all’«aborto post-natale», cioè all’infanticidio puro e semplice. Come in Europa, del resto.
In un discorso che ha preceduto di poco il suo licenziamento, Tucker Carlson aveva cominciato a toccare l’argomento, che altre volte avevamo sentito sfiorare nelle sue trasmissioni.
«Se mi state dicendo che l’aborto è un bene positivo, cosa state dicendo? Beh, state sostenendo il sacrificio di bambini, ovviamente» ha detto Carlson durante un intervento ad un evento dell’Heritage Foundation. «Quando il segretario al Tesoro si alza e dice: “sapete cosa puoi fare per aiutare l’economia? Abortite”. Beh, in realtà è come un principio azteco. Non c’è società nella storia che non abbia praticato il sacrificio umano. Non una. Ho controllato. Anche gli scandinavi, mi vergogno a dirlo. Non erano solo i mesoamericani, erano tutti. Quindi questo è quello che è».
«Bene, qual è lo scopo del sacrificio di bambini? Beh, non c’è nessun obiettivo politico legato a questo. No, questo è un fenomeno teologico».
Sì: aztechi, scandinavi, romani, greci, slavi – tutti i popoli pagani erano retti su sacrifici umani – sino all’era di Cristo. Ora, chi, in odio a Nostro Signore, vuole tornare indietro, torna a programmare e praticare l’uccisione rituale, «teologica», di uomini, donne e bambini (soprattutto i bambini, ma non solo, come stiamo vedendo).
Tucker ci è arrivato. Noi, in questo piccolo sito, davanti ai nostri amati lettori, ne parliamo da anni: siamo dinanzi al ritorno del paganesimo, cioè, tecnicamente, al ritorno del sacrificio umano, in guerra come negli ospedali, nelle provette come nelle nostre strade. Siamo di fronte al cambio del paradigma della Civiltà cristiana, che viene disintegrata per installare sulle sue rovine un nuovo sistema operativo, la Necrocultura, la Cultura della Morte che odia la Vita e l’essere umano e ne vuole la l’umiliazione e la distruzione.
Il progetto dei demoni, a Kiev come altrove, è tutto qua.
Al momento, lo vediamo in chiarezza nella guerra in corso. Chernobog si è alzato e domina su Kiev e su tutta l’Ucraina dei massacri.
Avete capito che serve un esorcismo. Serve preghiere, e digiuno. Questa è la nostra controffensiva di Valpurga – che, ricordiamo, è peraltro il nome di una santa dell’VIII secolo Valpurga di Heidnheim, celebrata per scacciare la ricorrenza pagana. A Lei ci rivolgiamo, affinché interceda presso il Signore.
Serve chiedere a Dio di riportare la pace. Tutto il resto non conta.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Mons. Viganò contro la chiesa archistar per la nuova Milano sincretista. Chi la costruisce? E cosa dirà Ambrogio?
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X la notizia della realizzazione, con imprimatur dell’arcivescovo ambrosiano Delpini, di una chiesa dedicata a «fedi diverse» realizzata dall’archistar Boeri.
Il progetto è chiamato «Monastero Ambrosiano» e sarà realizzato da Stefano Boeri Architetti su commissione dalla Diocesi di Milano. Situato nel distretto tecnologico MIND (ex area Expo), sorgerà entro il 2029 come spazio di spiritualità, ricerca e confronto aperto al dialogo tra fedi diverse, culture e saperi del XXI secolo.
Per commentare il progetto para-sincretista, monsignor Viganò si affida alle parole santo vescovo milanese Ambrogio.
«La Chiesa non cerca i vostri doni, perché avete adornato con doni i templi dei pagani. L’altare di Cristo rigetta i vostri doni, perché avete eretto un altare agli idoli; poiché la voce è vostra, la mano è vostra, la sottoscrizione è vostra, l’opera è vostra. Il Signore Gesù rifiuta e rigetta il vostro omaggio, poiché vi siete sottomessi agli idoli; poiché vi ha detto: Non potete servire due padroni» (Mt 6, 24)
Sono parole tratte dalla Lettera XVII di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, all’imperatore Valentiniano II (384 d.C.), paragrafo 14.
“Munera tua non quærit Ecclesia, quia templa gentilium muneribus adornasti. Ara Christi dona tua respuit, quoniam aram simulacris fecisti; vox enim tua, manus tua; et subscriptio tua, opus est tuum. Obsequium tuum Dominus Jesus recusat et respuit, quoniam idolis obsecutus es;…
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) May 20, 2026
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Colpisce l’entusiasmo dell’arcidiocesi ambrosiana per il progetto in pieno stile mondialista.
«Il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 m², con 1.100 m² destinati agli spazi aperti: ispirato alla tradizione monastica cristiana, il progetto reinterpreta l’archetipo del chiostro come dispositivo spaziale e simbolico: un luogo introverso ma permeabile, in cui si articolano tre dimensioni fondamentali: cura, dialogo e ricerca spirituale» proclama il sito dell’arcidiocesi, che lancia anche un caloroso virgolettato dell’arcivescovo Delpini, già noto per la sua partecipazione allo storico incontro all’Ambrosianeum tra vertici della massoneria e prelati di alto rango, nonché per il racconto di barzellette sui gesuiti quando gli chiedevano delle decisioni di Bergoglio (che tanto piaceva ai massoni…).
In MIND, ha dichiarato monsignor Delpini «si incontrano conoscenza, ricerca, talenti, affari, divertimenti, la natura e la vita, l’Italia e il mondo. Nel cuore della città dell’innovazione si affaccia la domanda sul senso del tutto, sul perché dell’impegno e dell’investimento. La domanda invoca l’incontro tra scienza e sapienza, tra innovazione ed etica, tra tecnologia e umanesimo, tra profitto e solidarietà. (…) Così Milano scrive il suo futuro: non c’è convivenza, né pace, né bene comune senza Dio».
Non siamo molto distanti, immaginiamo, dalle salette di preghiera multifede degli aeroporti, che abbiamo visto sempre, in tutti i Paesi che hanno avuto lo stomaco (o l’ordine…) di metterle, vuote e logore.
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A questo punto due parole vanno dette sull’architetto, cioè l’archistar coinvolto: Stefano Boeri. Quello di Boeri può dirsi uno dei nomi centrali nella realizzazione della nuova Milano dei grattacieli miliardari (come il suo, premiatissimo, «Bosco verticale») costruiti dalle giunte piddine.
Il nome dell’architetto, onnipresente nella metropoli lombarda delle ultime due decadi e più (ha firmato pure importanti progetti di architettura d’interni e ristrutturazione per l’Inter, tra cui la riqualificazione degli spogliatoi della prima squadra a San Siro e la progettazione della Sala delle Coppe), era saltato fuori nelle turbine di inchieste al riguardo l’urbanistica sotto l’amministrazione Sala e rinviato a giudizio lo scorso gennaio.
Il Boeri, oltre che architetto di grande successo, è professore al Politecnico e pure direttore della prestigiosa rivista Domus. Il fratello maggiore del presidente INPS Tito Boeri e figlio della designer allieva di Marco Zanuso Cini Boeri (1924-2020) e del partigiano neurologo Renato Boeri (1922-1994).
Non tutti sanno che Boeri senior , dottore al Besta, fu tra i creatori nel 1989 della Consulta di Bioetica, che ha un roboante appellativo istituzionale ma in realtà è solo una onlus che promuove l’etica «laica»: sostiene il diritto all’autodeterminazione e ritiene eticamente ammissibile sia il suicidio medicalmente assistito che l’eutanasia attiva, qualora il paziente capace di intendere e volere ne faccia richiesta lucida e consapevole per porre fine a sofferenze intollerabili; ha promosso attivamente la «Biocard», una carta di autodeterminazione per consentire ai cittadini di rifiutare trattamenti sanitari (inclusa l’idratazione e nutrizione artificiale) in caso di perdita futura delle facoltà mentali; è favorevole all’accesso alle tecniche di riproduzione artificiale anche per coppie omosessuali e persone single; sostiene la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali e la liberalizzazione della diagnosi preimpianto.
È ancora più interessante sapere che l’architetto è quindi il nipote del senatore Giovanni Battista Boeri (1882-1957), avvocato membro del Partito Repubblicano Italiano, nonché – secondo le enciclopedia online e libri – massone iniziato il 26 dicembre 1903 nella Loggia Giuseppe Garibaldi di Imperia. Nel 1906 nonno Boeri divenne Maestro.
Sempre sul sito dell’arcidiocesi, il Boeri fa dichiarazioni che lasciano intendere in chiarezza il sostrato spirituale dell’operazione.
«Abbiamo inteso dare forma al nuovo Monastero Ambrosiano con un’architettura unitaria e aperta, che rappresentasse anche nelle sue spazialità l’abbraccio tra la nuova Chiesa, il prisma trasparente della Biblioteca delle Religioni e il chiostro triangolare del Giardino delle Fedi, posto all’incrocio tra il Cardo e il Decumano. Un monastero contemporaneo, pensato per rispondere alle esigenze di una società plurale e per promuovere coesione sociale, dialogo interreligioso e produzione di conoscenza».
Insomma, un luogo di sincretismo, anzi scusate, di «dialogo», parola abusa che forse abbiamo già sentito, un concetto portante di quei movimenti che promuovono il dibattito tollerante e costruttivo tra persone con idee politiche, religiose o sociali diverse. Il dialogo, dicono, è lo strumento principale per ricercare la verità e favorire la fratellanza universale, rifiutando il fanatismo. Il dialogo è, insomma «superamento dei dogmi», che poi sono proprio quella cosa tipica della chiesa cattolica.
Dove, in genere, si possono sentire questi discorsi sul primato del dialogo?
Ah, sì, ad esempio: «Il dialogo è il nostro pane consustanziale e viatico, è il cibo di cui i nostri fratelli si nutrono lavorando assieme nel rispetto della diversità». Sono parole da un’allocuzione del 2002 dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi.
Vi sareste aspettati di ritrovarle nella Chiesa di Milano? Certo, se consideriamo gli incontri semipubblici tra muratori e cardinali e tante voci striscianti su certi arcivescovi del passato, e pure se guardiamo in che stato versa il cattolicesimo meneghino (gestione cervelli conto terzi CL inclusa).
Vorremmo dire, però, qualcos’altro. Chi conosce Renovatio 21 conosce la nostra devozione ad Ambrogio. Per cui, non è che possiamo lasciare che si tocchi così il Santo vescovo di Milano.
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Il Santo non solo non tollerava le altre fedi (al punto di scrivere all’imperatore, che voleva punire i cristiani per una sinagoga incendiata a Callinico in Siria, dicendo che gli aveva dato fuoco lui stesso, Ambrogio), ma nemmeno variazioni eretiche del cristianesimo: Sant’Ambrogio estirpò l’arianesimo da Milano, e la cacciata degli ariani da parte del vescovo di Milano è uno degli episodi storici più celebri della città, a tal punto da essere entrato prepotentemente nell’iconografia e nella leggenda popolare.
Lo scontro tra Ambrogio e gli ariani culminò tra il 385 e il 386 con la cosiddetta «lotta delle basiliche»: l’imperatrice Giustina – madre di Valentiniano II e grande fiancheggiatrice dell’arianesimo, pretese che una basilica milanese (la Portiana) venisse ceduta agli ariani per i loro culti. Ambrogio si rifiutò categoricamente, affermando che le chiese appartengono a Dio e non all’imperatore.
Quindi, Ambrogio e la comunità cattolica milanese si barricarono all’interno della basilica per giorni. Per tenere alto il morale dei fedeli durante l’assedio dei soldati imperiali, Ambrogio compose e fece cantare per la prima volta i famosi inni ambrosiani.
Di fronte alla straordinaria resistenza pacifica del popolo e alla successiva scoperta dei corpi dei santi martiri Gervasio e Protaso (che rinvigorì il fervore cattolico), la corte imperiale dovette cedere. L’arianesimo a Milano perse così ogni spazio pubblico e politico, scomparendo progressivamente.
Quando vedete Ambrogio rappresentato col flagello in mano, vi è rappresentata questa lotta, questa intolleranza verso l’errore, il peccato, il caos.
Siamo dinanzi, ora, alla stessa situazione sia pure ribaltata: i nemici della Chiesa sono nella Chiesa stessa per sconsacrare, dissacrare, svuotare spazi sacri e creare spazi sacrileghi.
Cari milanesi, «cattolici» e «laici», siete sicuri che – in una situazione che ci pare proprio simile – il flagello di Ambrogio non possa tornare?
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
La catastrofe dei filosofi francesi e la nascita del wokismo
Je veux présenter mes excuses, au nom des Français, pour avoir enfanté la French Theory (qui a enfanté la pire des merdes idéologiques : le wokisme).
Nous avons donné au monde Descartes, Pascal, Tocqueville. Et puis, dans les ruines intellectuelles de l’après-68, nous avons… — Brivael Le Pogam (@brivael) May 15, 2026
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Pensiero
Contro la Prima Comunione consumista
La cerimonia della Prima Comunione oggi è diventata una festa dal sapore mondano e consumista. Famiglie, per lo più separate, gareggiano nello sfoggio di regali al pargolo che — non dimentichiamolo — fa il suo primo incontro con Cristo tramite la Santa Eucaristia. Forse i più oggi dimenticano il focus centrale di questa celebrazione, il cuore pulsante che è Cristo, la potenza spirituale di quella particola.
Sono sempre più reticente ad accettare inviti da parte di coetanei per festeggiare i figli che si apprestano a ricevere il Sacramento. Non ne ho più voglia; anzi, provo quasi disgusto nel vedere una moltitudine di regali sfarzosi quanto inutili, che questi ragazzini, già oltremodo viziati, ricevono senza apprezzare. È un esercizio di ostentazione messo in atto da nonni e parenti che vogliono, in qualche modo, dimostrarsi superiori alla «fazione» dell’altro coniuge.
In particolare, la battaglia più aspra si gioca nelle coppie separate: nessuno vuole essere da meno dell’altro e si tenta di colmare la vacuità indotta nel bambino dalla separazione — spesso egoistica — con doni che riflettono ricchezza materiale e non valori.
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Ricordo la mia Prima Comunione: era un’epoca già avviata al consumismo, ma ancora ancorata a quelle sane tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione. Il regalo più bello, profondo e prezioso fu la poesia che mi dedicò mia zia Maria. Una donna illibata, timida e devota che ha sempre vissuto con noi e che, di fatto, ha cresciuto mio babbo mentre i miei nonni lavoravano tutto il giorno. La bontà e la riservata tenerezza della zia la elevano ai miei occhi a un’entità quasi divina e angelica, salita al cielo oltre venticinque anni fa.
Quella poesia, insieme ad altre che scrisse per me e per i miei genitori, è purtroppo andata perduta. Ricordo però la cura amanuense nel decorare quei fogli, dove erano impressi i versi semplici di una donna che non aveva terminato nemmeno le elementari, ma che erano carichi di amore, tenerezza e autentica cristianità.
Giorni fa, prendendo un caffè in un bar, sono stato fermato da una vicina di casa che non vedevo da anni: «Ciao Francesco, come stai? Ho una cosa da farti leggere che ho ritrovato da poco». Prende il telefono e mi mostra un testo scritto su un foglio di carta. Leggo e rimango di stucco. È una poesia di mia zia. Bene, essendo questa signora al tempo una ragazzina, la zia Maria, secondo le regole del buon vicinato, per la sua prima comunione volle farle un regalo. Il regalo fu questa poesia.
Cara Francesca è giunto il più bel giorno
in cui per te tutto sorride attorno
e in questo giorno che ricorderai eternamente
tu hai intorno a te tutti i parenti.
Sono arrivati alle prime ore
Per fare a te la scorta di onore.
Giunta ai piedi del Santo altare
Tu senti il cuore già palpitare.
E quando nel tuo cuoricino
Hai ricevuto Gesù Divino,
una simil gioia hai mai provata
e in estasi al ciel sei trasportata.
E in un devoto raccoglimento
L’hai certo fatto un proponimento,
di essere buona ed obbediente, ai genitori ed ai parenti.
E le avrai detto mio buon Gesù
In questo mio sforzo aiutami tu,
io non ti chiedo ricchezze e onori,
ma solo proteggi i miei genitori.
Così vi prego Gesù e Maria,
la mia preghiera esaudita sia».
«Fiorin fiorello, vi prego qualche minuto d’intervallo che adesso farem volar qualche stornello.
Fior d’ogni fiore, stamane ti facevan la scorta d’onore a te sposina del Signore.
Fior di mughetti, facciamo auguri cordiali e schietti alla sposina di Gesù Francesca M***etti.
Fior d’amaranto, tu questo giorno l’hai sognato tanto e mai vorresti il suo tramonto.
Fior di viola, l’emozione ti stringe la gola che non sei capace di dire una parola.
Fior di cicoria, in mezzo a questa gran baldoria è emozionata pure la Vittoria.
Fior d’ogni fiore, ed ora tu Francesca rivolgi gli onori a tutti questi bravi signori.
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A fronte di questa semplicità evangelica, le definizioni dogmatiche ci ricordano la grandezza di ciò che stiamo celebrando. Ricordiamo, infatti, che Gesù Cristo ha istituito la santissima Eucaristia per tre principali ragioni: perché sia sacrificio della nuova legge, perché sia cibo dell’anima nostra e perché sia un perpetuo memoriale della sua passione e morte, ed un pegno prezioso dell’amor suo verso di noi e della vita eterna.
Per i disattenti e gli ignari che conferiscono a questa festa la sola e vacua mondanità, riportiamo alcuni passaggi del Catechismo di San Pio X:
Che cosa è il sacramento dell’Eucaristia?
L’Eucaristia è un sacramento nel quale per l’ammirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo di Gesù Cristo e di quella del vino nel suo prezioso Sangue, si contiene veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del medesimo Gesù Cristo Signor Nostro sotto le specie del pane e del vino per essere nostro nutrimento spirituale.
Vi è nell’Eucaristia lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine?
Si, nell’ Eucaristia vi è veramente lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine.
Dopo la consacrazione che cosa è l’ostia?
Dopo la consacrazione l’ostia è il vero Corpo di Nostro Signor Gesù Cristo sotto le specie del pane.
Che cosa è la consacrazione?
La consacrazione è la rinnovazione, per mezzo del sacerdote, del miracolo operato da Gesù Cristo nell’ultima cena di mutare il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue adorabile, dicendo: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.
Crogiolati nel benessere effimero del mondo occidentale, facciamo fatica a scorgere l’enorme privilegio che abbiamo nell’onorare Nostro Signore. Qualora ce ne fossimo dimenticati, basta affacciarsi a quella parte di mondo martorizzato dalle guerre e dai conflitti senza fine che è il Medio Oriente. Mille bambini iracheni, l’anno passato, hanno ricevuto la Prima Comunione. Che l’esempio di questi pargoli ci dia la forza di apprezzare maggiormente i nostri valori cristiani, affinché le nostre sante tradizioni non vadano perdute e non vengano in alcun modo banalizzate.
Francesco Rondolini
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Immagine: Elizabeth Nourse (1859 – 1938), La prima comunione (1895), Cincinnati Art Musem
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