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Piazza Angleton. Ricordo del vero liberatore dell’Italia
L’anno scorso al 25 aprile vedemmo uno spettacolo indimenticabile. Alla marcia di Milano, quello in cui ogni sigla di sinistra possibile sfila da Piazzale Loreto – luogo del sacrifizio del cinghialone su cui si basa la Repubblica – ne accaddero di ogni.
Vedemmo, stropicciandoci molto gli occhi, comparire alla marcia… bandiere della NATO. Sì, proprio loro: e ci stavano pure delle persone, non dei robocani della Boston Dynamics, che le brandivano.
Spuntavano poi ovunque vessilli ucraini – si era a due mesi neanche dall’inizio dell’operazione militare speciale di Putin, che la sera prima aveva parlato dell’obiettivo, molto 25 aprile, di «denazificare» l’Ucraina.
Non sappiamo dire se a Milano sfilò anche qualcuno con i simboli del battaglione Azov, che all’epoca, prima del restyling con il quale si sono presentati pure a Washington, a Disneyland e a Tel Aviv, comprendevano una runa «dente di lupo» e un bel Sonnenrad, il «sole nero» della mistica SS.
C’è da dire che non tutti i presenti erano d’accordo. Ricordiamo con gusto il signore che apostrofava degli ucrainisti lì presenti dicendo loro «Azov dimmerda!!!».
Parimenti, gruppi di ragazzi di sinistra attaccavano l’allora segretario PD Letta accusandolo di essere «servo della NATO». I fanciulli goscisti, poverini, forse non sapevano che sia Letta che Renzi (tutti e due, poco tempo fa, capi di quello che fu il Partito Comunista) sono stati in lizza per il posto di Stoltenberg, cioè di segretario della NATO, vertice visibile del più grande e distruttivo patto militare della storia. Insomma, non esattamente «servi»: trovassero, i contestatori, un’altra definizione.
Tutto lo spettacolino, in fondo, era inevitabile, perché parlava dei nodi che, anche se a distanza di decenni, vengono al pettine. Chi ha liberato davvero l’Italia?
E poi: in Italia comanda chi l’ha liberata? Comanda chi l’ha liberata sulla carta, o chi l’ha liberata sul serio?
Tante foglie di fico, abbiamo visto, sono saltate. Quello che fu il partito comunista più grande d’Occidente ora difende l’americanismo più parossistico, il liberalismo più disperante, sostiene il regime di Kiev con le sue truppe di nazisti conclamati.
«Il 25 aprile si basa su un falso storico e cioè che siamo stati noi italiani a liberarci con le nostre stesse mani, mentre in realtà sono stati gli alleati angloamericani nelle cui file combattevano anche i razzisti sudafricani» ha dichiarato l’anziano giornalista, bastian contrario di professione, Massimo Fini in un’intervista all’Adnkronos. Non che siano partiti i dovuti 92 minuti di applausi di fantozziana memoria.
E allora, chi ha liberato l’Italia?
Beh, è facile dire che i partigiani hanno dato il cosiddetto «calcio dell’asino», che il grande lavoro lo hanno fatto le forze angloamericane.
E tale «lavoro», sappiamo bene cosa comprendeva: accordi con la mafia per lo sbarco in Sicilia, e poi bombardamenti a tappeto sulle nostre città, praticamente tutte, compresa Roma, fino a che, come non ne eravamo saturi. Saturation bombing, dicono, ma lo chiamano anche Strategic bombing, o meglio ancora, Terror bombing. Churchill ad un certo punto, dopo Dresda, lo ammise: era un «act of terror», era puro terrorismo. Dinanzi alle obiezioni del generale della RAF Arthur Harris, si rimangiò poi il commento.
L’Italia l’ha liberata «Pippo», in Italia lo chiamavano così, il bombardiere di cui mia nonna aveva ancora il terrore, perché quando arrivava doveva vestire i bambini che dormivano per trovare rifugio da qualche parte, e, mi raccontava, questi si riaddormentavano appena aveva finito di prepararli tutto.
«Pippo», mi disse mio zio, che era uno di quei bimbi, era ovunque, in una visione che non può dimenticare: «Pippo» copriva il cielo intero, c’erano così tanti aerei americani che era impossibile contarli, si poteva solo aspettare che finissero, che il cielo tornasse ad essere fatto di nuvole, e non di macchine di morte.
Sì: vogliono raccontarci che l’Italia è stata liberata da una gioventù comunista – scopertasi tale in pochi giorni – e non dall’immensa potenza cinetica dell’apparato di morte americano, quello che di lì a poco avrebbe spazzato via due intere città giapponesi con la potenza ultradistruttrice dell’atomo.
Torniamo a dire: semplice pensarla così. Semplice dire che è stata la forza degli angloidi a vincere la guerra e a denazificare l’Italia. In realtà in questo articolo, vorremmo fare un’altra cosa. Vorremmo fare qualche nome.
Ci sono figure con nome e cognome che, dietro le quinte, molto dietro le quinte, praticamente invisibili e misconosciuti ai più, hanno creato l’attuale Stato italiano. Ci sono agenti segreti, operativi sul terreno. Poi, più in su, vi sono menti decisive altissime, di quelle di cui non si sente parlare, anche perché parte del loro lavoro è fare in modo che non si parli di loro, e la Storia sembri qualcosa di lineare, naturale, progressiva, e non qualcosa di scelto da un potere terreno superiore.
Tra gli operativi sul campo da qualche anno si è cominciato a parlare di Richard «Dick» Mallaby (1919-1981), britannico cresciuto tra i campi da the dello Sri Lanka e le colline toscane. Divenuto spia dello Special Operations Executive (SOE) durante la guerra, fu utilizzato da Londra per favorire l’armistizio con gli angloamericani. Di fatto, dopo la proclamazione dell’armistizio del 1943, Mallaby viaggiò incorporato alla corte del Re e del Badoglio da Roma a Brindisi: una figura segretamente fondamentale in quella che si chiama «la resa degli ottocentomila». Successivamente Mallaby lavorò alla NATO, fino al 1981, quando morì a Verona. Al suo funerale era presente il generale Dozier, quello rapito dalle Brigate Rosse. Attualmente, tra film e teatri, circola la nipote Elettra, attrice di fascino magnetico, che come nonno materno ha Giussy Farina, il presidente che ha venduto il Milan a Berlusconi.
Se passiamo alle menti che davvero conquistarono l’Italia, il nome da fare è quello di James Jesus Angleton (1917-1987).
Pochissimi sanno di chi si tratta. La storiografia italiana, quella fatta di tanti comunisti inutili attaccati alle varie greppie accademico-editoriale che elargiscono stipendi e pubblicazione di libri inutili, lo ignora da sempre – nonostante i segni della sua importanza siano autoevidenti. Così come sono lampanti i tratti di grande dramma, di tragedia, di poesia, l’arco esistenziale romantico (diciamo così) che promana dalla sua figura.
Angleton era nato a Boise, in Idaho, da un ufficiale di cavalleria statunitense ed una messicana. Passò la gioventù a Milano, perché al padre era stato affidato il ramo italiano della NCR, una ditta di registratori di cassa. Studiò brevemente in Inghilterra per poi laurearsi a Yale. La sua materia era la poesia, in particolare quella modernista, astratta ad ermetica (William Carlos Williams, e. e. Cummings, Thomas S. Eliot, soprattutto Ezra Pound, con cui corrispondeva, anche quando nel dopoguerra lo teneva al gabbio) del periodo tra le due guerre. Poeta lui stesso, era redattore della rivista studentesca di poesia Furioso.
Mel 1943 fu arruolato dall’esercito, anche se in realtà lavoro immediatamente per l’OSS, l’agenzia di spionaggio antesignana della CIA, per dirigerne la branca italiana. Mandato a Londra, divenne amico di Kim Philby, che poi si rivelerà essere un agente doppio di Stalin. Nel 1944 fu trasferito in Italia come comandate dell’unità Z della SCI (Secret CounterIntellingence), dove usa informazioni che venivano dal programma britannico di decrittazione dei segnali tedeschi chiamato Ultra, quello che decifrò le macchine Enigma grazie al genio del matematico Alan Turing.
Da qui Angleton diresse praticamente ogni sviluppo del nostro Paese. Si racconta che fu lui a gestire i rapporti con la mafia, che permisero agli Alleati di sbarcare in Sicilia (si dice, tra i canti della popolazione: «Viva l’America! Viva la mafia!»).
Fu in contatto con l’allora sostituto Segretario di Stato Vaticano Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI – il quale, come raccontato da Renovatio 21, ha avuto un ruolo nel bloccare le richieste di armistizio con gli americani che i giapponesi avevano mandato attraverso la Santa Sede, cagionando quindi la distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki.
Angleton favorì quindi la costituzione di un partito maggioritario non-comunista che dovesse ereditare il potere centrale: ecco la Democrazia Cristiana, la cui ideologia, va ricordato, ha pure una base di università americana: Jacques Maritain, l’ideologo del cattodemocratismo il cui libro Umanesimo Integrale i futuri capi della DC leggevano e discutevano durante la guerra, era un francese riparato negli USA dove era stato accolto dal sistema dell’accademia statunitense e dai suoi sponsor, economici e settari, che avevano bisogno di una forma di cattolicesimo compatibile con la democrazia liberale da impartire alle popolazioni europee «liberate».
Non solo bisogna calcolare l’influenza di Angleton sulla creazione della DC, ma anche sulla sua vittoria contro il PCI alle elezioni del 1948. Parimenti, un pensiero andrebbe fatto anche sulla sua influenza nel referendum monarchia/repubblica del 1946.
In pratica, è l’uomo che organizzò e vinse la lotta ideale e materiale al nazisfascismo, e poi plasmò il Paese sia nella sua forma visibile (la politica, il parlamento) che nel suo strato invisibile (i servizi segreti, la mafia). E non vogliamo nemmeno immaginare il suo ruolo riguardo la stesura della Costituzione. Angleton è un vero padre della patria.
La storiografia italiana, cioè quella dei professorini occhialuti forforosi panzoni mantenuti con i loro truogoli statal-partitici editoriali di cui si parlava prima, lo ricorda appena per la questione di Junio Valerio Borghese, il capo della Decima MAS cui Angleton riuscì ad evitare l’esecuzione portandolo da Milano a Roma vestito da ufficiale americano.
In seguito, sarebbe divenuto la «madre della CIA» (il padre dell’agenzia è considerato da taluni l’ammiraglio Donovan, che lo aveva reclutato). Pur mantenendo sempre spie in Italia che riportavano direttamente a lui, si occupò di quantità di operazioni mondiali (si dice che aiutò il programma nucleare israeliano), per poi concentrarsi nel controspionaggio interno americano, dove le talpe di Stalin abbondavano, e la rivelazione che il suo amico Philby era un traditore comunista lo sconvolse.
Il controspionaggio gli distrusse la mente, e qualcuno ha detto che questo fu il risultato di un programma esplicito del KGB, che gli faceva arrivare informazioni contrastanti e falsi disertori per confonderlo e farlo diventare paranoico. I suoi sospetti divennero incontrollabili. Diresse l’Operazione CHAOS con la quale spiava cittadini americani. Disse che il segretario di Stato Henry Kissinger era sotto l’influenza del KGB. Informò due volte la polizia canadese che il prima ministro di Ottawa Lester Pearson e il suo successore Pierre Trudeau (il padre dell’attuale premier Justin, che qualcuno ritiene però figlio biologico di Fidel Castro) erano agenti KGB, così come erano asset dei servizi sovietici il primo ministro svedese Olof Palme (poi trucidato a Stoccolma in un caso ancora irrisolto) e il cancelliere della Germania Ovest Willy Brandt (famoso per la sua Ostpolitick, politica di apertura verso oriente).
Angleton sospettava di chiunque. Era finito in quello che lui stesso chiamava, con l’estrema poesia di Thomas Eliot, «wilderness of the mirrors», il deserto degli specchi. Mondi fatti di riflessi, di ombre, di informazione, controinformazione, dove la propria lucidità è l’arma da cui si procede alla salvezza della propria parte, ma niente è come sembra, niente è davvero reale.
Nel 1974, in seguito ad un articolo di Seymour Hersh sul New York Times sullo stato del controspionaggio americano, Angleton si dimise. Era la viglia di Natale.
Quando morì di cancro del 1987 la sua famiglia era entrata in gruppi religiosi sikh, con l’influenza specifica del guru Harbhajan Singh Khalsa, detto Yogi Bhajan, santone dello yoga accusato poi di molestie sessuali da centinaia di donne sue seguaci.
Su Angleton vi sono due opere ragguardevoli – ma, bizzarramente, parliamo di film hollywoodiani e non di libri. Una è la miniserie The Company (2007), una storia della CIA basata sul romanzo di Robert Littel, dove Angleton è interpretato dal luciferino Michael Keaton. L’altra è la pellicola di Robert De Niro (che oltre ad essere uno dei più grandi attori della storia è un regista enorme) The Good Shepherd (2006), con Matt Damon e Angelina Jolie. Il film di De Niro, che non nomina direttamente Angleton ma se ne ispira dettagliosamente, pone con determinazione questioni sulle quali gli storici ancora cincischiano, come il rapporto tra CIA e mafia, continuato intensamente anche dopo la guerra, e soprattutto quello della CIA come sorta di società iniziatica nata dalla setta universitaria di Yale Skull and Bones (non nominata direttamente, ma rappresentata in modo egregio nei suoi riti di iniziazione umilianti).
Ma al di là di film, che peraltro nessuno ricorda, niente di niente. Sulla sua figura, così rilevante per la struttura stessa del nostro Paese, non c’è nulla, nessuno che lo voglia non dico celebrare, ma anche solo mandargli un pensiero grato. Tanti poteri che hanno prosperato dopo la liberazione dovrebbero ringraziarlo, invece niente. Magari lui non si offende: del resto era pagato per rimanere nell’ombra, e ci è voluto mezzo secolo prima che ci facessero sopra, timidamente, un film.
Di qui la proposta di Renovatio 21 per il prossimo 25 aprile: si faccia entrare Angleton nella toponomastica italiana. Via Angleton. Corso Angleton. Piazza Angleton.
Abbiamo nelle nostre città quantità di luoghi che portano il nome del satanico terrorista massonico Giuseppe Mazzini, che è morto in esilio come un Bin Laden qualunque. Immaginiamo che la superfetazione di vie mazziniane in Italia sia dovuta, oltre all’influenza di quelli col grembiule, che non manca mai, anche al fatto che si ritiene che il Giuseppe abbia contribuito alla forma dell’Italia attuale (compresa la strana mancanza di appetito del personaggio per territori italofoni come Malta, dove in effetti ci stavano gli inglesi etc.)
Quindi, a coloro che hanno nei decenni e nei secoli definito la forma del Bel Paese, perché non tributare il giusto?
È possibile pensare che, con tutto il rispetto per il nome della località del grande santuario mariano, si possa ribattezzare Piazzale Loreto come Piazza Angleton?
Sarebbe d’uopo. Se da Piazza Angleton poi partissero tutte le comitive del 25 aprile, NATO e ucraini inclusi, sarebbe un grado di onestà intellettuale per tutti.
Liberazione dalle menzogne e dall’ingratitudine, innanzitutto. No?
Roberto Dal Bosco
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Decapitazioni di massa in Manciuria: crimini giapponesi della Seconda Guerra Mondiale emergono dai docuimenti sovietici
Il 9 agosto 1945, una famigerata unità dell’esercito giapponese giustiziò decine di prigionieri civili nella città di Hailar, proprio il giorno in cui l’Unione Sovietica lanciò un’offensiva contro lo stato fantoccio imperiale giapponese del Manciukuò. La storia è stata rilanciata in questi giorni da testate governative russe.
In occasione della Giornata della Vittoria sul Giappone, le autorità russe hanno pubblicato per la prima volta documenti storici che descrivono dettagliatamente gli eccidi. I documenti furono compilati dal servizio di controspionaggio militare sovietico (SMERSH), che indagò sui crimini e assicurò alla giustizia alcuni dei responsabili.
I documenti provengono dagli archivi sono custoditi da tre istituzioni distinte: l’Archivio Centrale del Servizio di Sicurezza Federale (CA FSB) conserva le trascrizioni degli interrogatori, i fascicoli personali e le dichiarazioni relative al passato di ufficiali e personale medico giapponesi; l’Archivio Militare Statale Russo (RGVA) conserva i documenti operativi militari relativi all’offensiva transbaikaliana dell’Armata Rossa sovietica in Manciuria nell’agosto del 1945; l’Archivio di Stato della Federazione Russa (GARF) conserva i documenti ufficiali dello Stato, le raccolte di prove e la documentazione legale internazionale relativi ai 12 principali criminali di guerra giapponesi processati dall’Unione Sovietica per crimini contro l’umanità nella Cina nord-orientale.
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Hailar, all’epoca una città di circa 40.000 abitanti, oggi parte della regione cinese della Mongolia Interna, fu teatro di alcuni dei combattimenti più feroci del conflitto sovietico-giapponese, iniziato il 9 agosto 1945. Un importante complesso fortificato giapponese nella zona, costruito con il lavoro forzato dei cinesi durante l’occupazione, è stato in seguito trasformato in un parco commemorativo.
I crimini descritti nei documenti diffusi dal Servizio di sicurezza federale russo (FSB) si sono verificati altrove, in una prigione segreta della polizia dove le autorità giapponesi detenevano residenti locali sospettati di nutrire simpatie filo-sovietiche.
La Manciuria aveva una storia complessa di insediamenti russi. La sua popolazione comprendeva operai ferroviari, monarchici fuggiti dalla rivoluzione bolscevica e persino «fascisti» russi convinti, desiderosi di allearsi con le potenze dell’Asse.
Nonostante si trovassero su fronti opposti durante la Seconda Guerra Mondiale, l’URSS e il Giappone evitarono lo scontro militare diretto per gran parte del conflitto più sanguinoso della storia umana. Le forze sovietiche fermarono un tentativo giapponese di espansione in Mongolia nel 1939, ma in seguito entrambe le potenze si concentrarono sui rispettivi nemici principali: la Germania nazista per Mosca e gli Stati Uniti per Tokyo.
La sconfitta delle potenze dell’Asse in Europa nel maggio del 1945 modificò gli equilibri strategici, mentre Mosca era anche sotto pressione per onorare l’impegno preso con i suoi alleati di entrare in guerra nella regione Asia-Pacifico.
Nel giro di poche settimane, le forze dell’Armata Rossa, sopraffecero l’Armata del Kwantung giapponese in Manciuria, creando una credibile minaccia di invasione delle isole principali del Giappone.
Il Giappone alla fine scelse di arrendersi agli americani, complici le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che alcuni, anche a Tokyo, sostengono fossero degli avvertimenti diretti ai russi di modo da impedire l’invasione sovietica dell’Hokkaido che avrebbe quantomeno spezzato in due il Paese, come poi avvenuto in Germania e in Corea.
Con l’aggravarsi della prospettiva di una guerra con l’URSS nel 1944, le autorità di occupazione giapponesi in Manciuria compilarono liste di cittadini sovietici e altri «sovversivi» e iniziarono ad arrestare coloro che erano considerati una minaccia. Il 9 agosto, un’altra ondata di arresti fu seguita da esecuzioni sommarie.
L’organizzazione incaricata dell’operazione era il Tokumu Kikan, o Organizzazioni di Servizio Speciale, una rete di unità militari e civili d’élite specializzate in Intelligence umana e attività di quinta colonna. L’organizzazione decentralizzata traeva origine da una forza creata nel 1904 dall’ufficiale dei servizi segreti giapponesi Akashi Motojiro per condurre operazioni segrete contro l’Impero russo. Fu ristabilita nel 1919, quando Tokyo perseguì i suoi piani di espansione nel continente asiatico.
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Il tenente colonnello Amano Isamu, a capo della sezione Tokumu Kikan di Hailar, ordinò l’uccisione di 43 persone il 9 agosto 1945, con l’assistenza della polizia locale comandata dai giapponesi.
Tre settimane dopo, in seguito al crollo del regime di occupazione, gli abitanti del luogo riesumarono i corpi per poter seppellire i propri parenti. Gli investigatori dello SMERSH hanno accertato che molti dei uccisi erano cittadini sovietici residenti ad Hailar.
Il rapporto completo, redatto dal generale di divisione Pyotr Popov, comandante dello SMERSH a Hailar, conteneva oltre 100 pagine di documenti e una raccolta di fotografie. L’FSB ha declassificato e pubblicato circa il 20% del materiale, inclusi estratti del referto del medico legale, trascrizioni di interrogatori di testimoni e sospettati, una descrizione della prigione segreta e gli aggiornamenti che Popov inviò a Mosca nel corso delle indagini.
Secondo i documenti, le forze sovietiche vennero a conoscenza di due fosse comuni riesumate dalla popolazione locale, mentre 19 corpi erano ancora in attesa di sepoltura, consentendo agli investigatori di effettuare le dovute autopsie. Tutti i uccisi furono identificati come russi ed ebrei, ad eccezione di un uomo di etnia mongola.
I messaggi lasciati sui muri delle celle offrono uno spaccato della vita delle persone detenute nel Tokumu Kikan. Molte iscrizioni contengono semplicemente i nomi delle vittime, tra cui una con la scritta «Gosha K». Altre includono dettagli biografici, date di incarcerazione e denunce di torture, malnutrizione e morti all’interno del carcere.
Un giovane di nome Vinokhodov ha lasciato un messaggio di addio dicendo: «Morire per la causa, provo un certo sollievo», lasciando intendere di simpatizzare con l’Unione Sovietica.
Secondo il referto forense, i prigionieri sono stati uccisi mediante decapitazione netta, eseguita con mano ferma da un professionista. Le prove suggeriscono che almeno uno dei carnefici fosse un abile spadaccino.
I documenti affermano che diverse vittime non furono completamente decapitate, con la testa rimasta attaccata al corpo tramite un lembo di pelle all’altezza della gola. Sebbene gli investigatori sovietici non abbiano commentato questo fatto, esso riveste un significato nella tradizione culturale giapponese.
Il seppuku tradizionale, una forma cerimoniale di auto-sventramento che fungeva anche da pena capitale tra i samurai, veniva solitamente eseguito con l’aiuto di una seconda persona. L’assistente tagliava la testa al morente per porre fine alle sue sofferenze. Un taglio tecnicamente difficile, che lasciava la testa parzialmente attaccata, era considerato prova di eccezionale abilità con la spada e aveva lo scopo di preservare la dignità della persona giustiziata.
Il seppuku era stato messo al bando già nel 1945, ed è altamente improbabile che un ufficiale dell’Impero giapponese intendesse concedere ai suoi prigionieri una morte onorevole. Una spiegazione più plausibile è che il boia volesse mettersi in mostra, pensano ora i russi.
Un episodio tristemente noto durante il massacro di Nanchino del 1937 coinvolse due ufficiali giapponesi che, secondo alcune fonti, si sfidarono a chi riuscisse a uccidere per primo 100 persone con una spada. I giornali giapponesi dell’epoca ritrassero le vittime come combattenti sul campo di battaglia, sebbene i ricercatori abbiano concluso che si trattasse quasi certamente di prigionieri di guerra.
Nel novembre del 1945, un tribunale militare sovietico condannò a morte il personale militare e di polizia giapponese coinvolto negli arresti di massa e nelle esecuzioni di Hailar. Tra i giustiziati tramite fucilazione figuravano Amano, capo del Tokumu Kikan, e il maggiore generale Haseki Kageyama, comandante della gendarmeria provinciale.
Il loro destino contrastava con quello di molti altri ufficiali giapponesi, compresi gli ex allievi della Tokumu Kikan, che furono in seguito integrati nell’ordine postbellico sostenuto dagli Stati Uniti. Ex nemici, tra cui individui implicati in crimini di guerra, offrirono le loro conoscenze ed esperienze a Washington all’inizio della Guerra Fredda.
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Un esempio è quello del capo dei servizi segreti imperiali giapponesi Arisue Seizo. Il generale Charles Willoughby, che dirigeva l’intelligence militare statunitense sotto il generale Douglas MacArthur, reclutò Arisue per dare il via alle operazioni anticomuniste in Asia.
La Russia si impegnò a fondo nello sviluppo della Manciuria alla fine del XIX secolo, nel tentativo di ottenere un maggiore accesso ai mercati cinesi. Tuttavia, la sconfitta russa nella guerra russo-giapponese e il crollo dell’Impero russo durante la prima guerra mondiale ridussero drasticamente l’influenza del paese in Estremo Oriente.
Harbin, uno dei principali centri di insediamento russo in Manciuria, divenne un polo di attrazione sia per coloro che non volevano avere nulla a che fare con il nuovo Stato sovietico, sia per chi cercava attivamente di minarlo. Alcuni giovani emigrati russi in Manciuria giunsero a credere che il fascismo potesse offrire una via per la restaurazione della Russia, creando un’organizzazione che al suo apice, negli anni ’30, contava circa 20.000 membri.
La comunità russa in Manciuria rimase tuttavia profondamente divisa sull’Unione Sovietica. Secondo lo storico Sergej Smirnov, negli anni Venti circa 120.000 persone nella regione erano cittadini sovietici o simpatizzavano con il nuovo stato, mentre oltre 100.000 avevano opinioni opposte.
Questa divisione si riflette anche nei documenti recentemente desecretati, che identificano un «emigrato bianco» di cognome Kaevich come membro della polizia giapponese che prese parte al massacro di Hailar.
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Perché il capo della CIA era a Mosca? Lavrov spiega, e racconta anche della visita di monsignor Gallagher
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Yesterday Vatican Archbishop Paul Gallagher -Vatican’s Foreign Minister– met with FM Sergey Lavrov in Moscow. The central issue was the war in Ukraine. There is no way Vatican can be a constructive peace mediator without first coming to terms with the fact that Americans… https://t.co/YomsrwxUQa
— Dr.Sophia Ulgen 🇷🇺☮🇺🇸 (@ulgensophia74) August 26, 2026
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CIA Director John Ratcliffe delivers a warning to Russia over intelligence suggesting Putin is preparing to attack NATO. https://t.co/dK5TUDMtxy pic.twitter.com/kKHMYHzQe3
— PsyopAnime (@PsyopAnime) August 27, 2026
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Operazioni delle forze speciali USA in Ecuador
Un funzionario ecuadoriano ha confermato che i Berretti Verdi statunitensi erano impegnati in operazioni anti-cartello. All’inizio di quest’anno, il presidente Donald Trump ha costituito una coalizione, denominata Scudo delle Americhe, con l’obiettivo di contrastare i cartelli in America Latina e Sud America.
Un funzionario locale ha dichiarato all’agenzia AFP che le forze speciali statunitensi stanno conducendo operazioni dirette contro presunti cartelli nella provincia di Esmeraldas.
«Siamo con il 7° Gruppo (Forze Speciali) dell’Esercito degli Stati Uniti. Stiamo lavorando insieme nella lotta contro il narcotraffico», ha affermato la scorsa settimana il governatore della provincia di Esmeraldas, Juan Jaramillo. Il ministro della Difesa ecuadoriano Gian Carlo Loffredo ha aggiunto che due navi da guerra statunitensi operano nella regione.
A marzo, il presidente Donald Trump ha dichiarato che una dozzina di nazioni latinoamericane avevano aderito alla coalizione Scudo delle Americhe per combattere i cartelli nella regione. L’Ecuador è membro del blocco. Quel mese, gli Stati Uniti e l’Ecuador condussero operazioni militari congiunte contro presunti obiettivi legati al narcotraffico. «
Le operazioni sono un esempio concreto dell’impegno dei partner in America Latina e nei Caraibi nella lotta contro la piaga del narcoterrorismo», ha dichiarato il Comando Sud degli Stati Uniti dopo il raid.
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Tuttavia, il New York Times ha riferito che l’obiettivo dell’operazione era un caseificio, non un laboratorio di droga. «L’attacco militare sembra aver distrutto un allevamento di bestiame e una fattoria di prodotti lattiero-caseari, non un centro di traffico di droga, stando alle interviste con il proprietario della fattoria, quattro dei suoi dipendenti, avvocati per i diritti umani e residenti e leader di San Martín», spiega il giornale neoeboraceno.
L’attività militare in Ecuador rientra nell’ambito dell’Operazione Lancia del Sud. L’anno scorso Trump ha ordinato al Dipartimento della Guerra di ampliare le operazioni militari in America Latina per contrastare il traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno condotto decine di raid aerei contro imbarcazioni sospettate di essere utilizzate per il traffico di droga nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico orientale.
Le operazioni hanno causato la morte di oltre 200 persone e la distruzione di oltre 60 imbarcazioni. La Casa Bianca ha affermato che le imbarcazioni prese di mira sono gestite da narcotrafficanti che tentano di contrabbandare fentanil negli Stati Uniti. Tuttavia, l’amministrazione non ha fornito al popolo americano alcuna prova a sostegno di tale affermazione. Inoltre, alcune prove suggeriscono che almeno alcune delle imbarcazioni attaccate non fossero coinvolte nel traffico di stupefacenti.
I familiari di diverse vittime hanno affermato che i loro parenti uccisi erano pescatori. Il mese scorso, il Washington Post ha riportato di aver esaminato una valutazione della DEA secondo cui gli attacchi alle navi gestite da presunti narcotrafficanti non hanno modificato la quantità o il prezzo della cocaina che entra negli Stati Uniti.
Anche i funzionari militari statunitensi hanno ammesso al Congresso che le operazioni non hanno avuto alcun impatto sulla purezza della droga.
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