Satira
Disperato appello al Parlamento: rimuovete il governo Draghi
Onorevoli parlamentari,
vi scrivo perché qualche giorno fa, d’un tratto, mi avete dato un’insperato raggio di speranza.
Avevano incastrato anche voi, come i vostri colleghi britannici, americani, israeliani (questi ultimi più svegli, c’è da dire) nel nuovo rito orwelliano cui devono sottoporsi tutti i rappresentanti del cosiddetto mondo libero: la teleconferenza Zoom con l’attore-presidente in stato di alterazione Volodymyr Zelens’kyj. (Che in realtà, essendo nato in una famiglia di ebrei russi, mi sa che si chiama Vladimir, come Putin, ma del resto è un attore, merita di cambiare come piace al suo pubblico)
Non l’hanno detto ad alta voce, tuttavia ho sentito che qualcuno si è lamentato, e ha puntato il ditino di parassita sistemico: in aula c’erano oltre 300 assenti.
Non sapete che gioia inaspettata. Quindi, nonostante il bombardamento della propaganda che stiamo vivendo ovunque (accendente la TV o Twitter: gli ucraini, che comunque sono vittime, si apprestano a marciare su Mosca anzi su Vladivostok!) qualcuno di voi riesce ancora a ragionare.
Potrei uccidere il mio entusiasmo all’istante, basterebbe pensare che state praticamente tutti in partiti al governo (massì, anche l’opposizione della Melona, in fondo, lo è) e che siete voi a votare l’apartheid biotica che avete inflitto a me e a tutta la Nazione.
Tuttavia, sento già qualcuno di voi che si difende: abbi pietà di noi, i nostri partiti al governo hanno messo le loro facce peggiori: gli Speranza, i Franceschini, i Giorgetti, i Brunetti, i Di Majo (va bene: per i 5 stelle il discorso è complicato, la qualità diciamo che è assai omogenea).
Non importa, vado in epoché, sospendo stoicamente il giudizio perché devo lanciarvi subito, ô onorevoli, il mio ulteriore appello disperato: rimuovete il governo Draghi.
O almeno, rimuovete il Mario Draghi.
Lo dico senza impellenza. Per quanto possa sembrare bizzarro – uno che vuole cambiare il governo dovrebbe volerlo hic et nunc – vi dico che potete pure prendervi qualche giorno.
Perché questa richiesta non nasce da riflessioni apocalittiche sulla Cultura della Morte, la fine dei tempi e il ritorno del sacrificio umano, di quelle con cui riempio nottetempo Renovatio 21.
No, devo ammettere che la mia richiesta viene più da uno strano senso di… delusione.
Certo, sapevo chi era Draghi. Il Britannia e le privatizzazioni, la Goldman Sachs, l’Eurotorre, il Gruppo dei Trenta e la distruzione creativa, etc. etc.
Solo che me lo figuravo un po’ diverso. Pensavo: questo è uno sofisticato, questo ordisce piani potenti e diabolici, conosce tutto e tutti, ha una settantina d’anni di frequentazioni tra Wall Street, Francoforte, Borsella (mettetevela via: vogliamo chiamare Bruxelles così, ci sta tutto), Ciampi e Klaus Schwab, chissà che saggezza, chissà che profondità di pensiero ed azione.
Invece poi te lo ritrovi lì. Diverso. Non come te lo aspettavi.
Spara fake news, tipo sui vaccinati che non contagiano, e sui no vax che danno la morte. Dice cose di poco senso, non risponde a domande dirette. Non è in grado di articolare un discorso profondo sulle cause della guerra: fa complottismi da bar, o meglio da bouvette. Quando lo chiama Zelen’skyj dal bunker gli fa rispondere «telefoni ore pasti».
I politici lo vivono talmente male che nella corsa al Colle gli hanno preferito la palude: anche gli eletti, dunque, forse concordano con il mio pensiero, che va contro a quello che ogni ebete (soprattutto il goscista, quello che ha fatto subito ore di fila per la sprizza di mRNA sintetico a lui e al figlio) ci ha ripetuto a lungo: «Draghi è bravo».
Draghi è bravo? Massì, dai. Doveva essere il Monti premium. Quello che non ha problemi coi cagnolini «empatici» e che non confessa urbi et orbi che la missione è quella di distruggere la domanda interna.
Eppure, Monti aveva tutto un suo governo, fatto di alieni di tutti i tipi: gente mai vista prima, ma di potere immenso. La Fornero, quella dei Bilderberghi. Ricciardi, imperatore mondiale di Sant’Egidio. Il superbanchiere Passera, che è passato, senza attirare nessuno. Il mitico Giarda, ingiustamente canzonato e bullizzato alla Camera, con accuse tremende di fotoritocco delle orecchie fatto da quotidiani nazionali allineati. Il rettore della Cattolica Ornaghi, che in fondo non era nemmeno antipatico.
E invece Draghi? Al governo si tiene Speranza e Giggino di Majo. Questo davvero dice tutto sul suo effettivo potere.
Del reste, c’è qualcosa di rilevante che volete ricordare? Qualcosa che possiamo definire draghiano? (Fellini diceva: il successo è la trasformazione del tuo cognome in aggettivo)
Non lo ricordiamo per niente. Non una decisione netta, che faccia vedere quale ragione lo guidi. Non un discorso interessante: anzi, ricorderete quello di insediamento, in Parlamento, di una banalità sconcertante, robe che ci parevano raffazzonate lì per lì – ci sembrò – da uno che non conosce la politica ma vuole far sembrare il contrario.
Pensavamo che Draghi fosse un drago. Invece ci viene in mente una lucertolina. Non sputa fiamme, anzi, il tepore lo prende stando al sole il più possibile per un po’ di tempo, poi scappa via subito, un po’ pasticciona, come lo spazzacamino-rettile Biagio in Alice Paese delle Meraviglie. («Senti Biagio, tu sei un eroe, un vero» «Sul serio?»).
Scrivo perché ho appena visto il premier in TV, e per l’ennesima mi sono cascate le braccia.
Il Draghi era a Borselle per l’incontro NATO, quello con Biden. Il quale, eccezionale, ne ha dette una delle sue: le sanzioni, ha assicurato ai giornalisti, non sono mai state pensate come deterrente. Eh? Ma allora perché si dovrebbe infliggere le sanzioni, se non funzionano?
Gli USA avrebbero dovuto impararlo dai tempi di Saddam etc. Le sanzioni non servono a nulla: in questo caso, certo, servono a distruggere l’economia euroamericana, perché l’effetto boomerang è oramai visibile a chiunque abbia una casa riscaldato, un’auto, un lavoro e, prossimamente, il bisogno di nutrirsi.
Tuttavia, non è la prima volta che Biden lo dice: ci sono clip contradditorie, mandate rete perfino dal Washington Post, in cui mostrano come il Grande Fratello della Casa Bianca poche settimane fa parlava della bellezza e dell’efficacia delle sanzioni.
Macché: ora Biden dichiara senza vergogna che esse non sono mai state adottate per fermare Putin, ma per causare «il massimo dolore possibile» – qualsiasi cosa voglia dire. Ci viene in mente la compagna di partito di Biden, Madeleine Albright, la sostenitrice di gruppi accusati di traffico di organi morta poc’anzi, quella che quando le chiesero se le sanzioni all’Iraq valevano il presso di mezzo milione di bambini morti, disse di sì.
Va bene, ma il problema non è Biden.
È che subito dopo il TG, sempre più orwelliano anche lui, ha mandato le parole di Draghi ai microfoni, fuori da un palazzo, non è chiaro se prima o dopo Biden – ma, ripetiamo, era lo stesso servizio TV.
Ecco che Draghi parla invece del grande valore delle sanzioni, che tanto danno stanno causando alla Russia. Qui sentiamo l’eco del suo ministro preferito, Giggino di Majo, che, forse inconsolabile per le offese ricevute alla sua idea di diplomazia e alla sua professionalità, in televisione andò a vantarsi del fatto che avevano fatto chiudere la Borsa di Mosca, subito prima di definire Putin «peggio di un animale».
Ci è sembrato, ecco, un discorso come tanti altri che abbiamo sentito fare a Draghi: vuoto. Fatuo. Privo di contenuti. Privo perfino di convinzione: in genere i politici riescono a simulare almeno quella, anche se non stanno dicendo nulla.
È stato l’ennesimo momento disperante. Ma perché non può dire qualcosa che magari è il contrario di quello che penso io, ma che almeno sa di ragionamento? Perché parla come se la realtà non esistesse? Perché dobbiamo meritarci questo momento fantasy della Repubblica, che tra lockdown e premier non eletto ha oramai la serietà di un giuoco di ruolo stile Dungeons&Dragons. («Segrete e Draghi»)
Sento i lettori che lamentano: preferivi il Conte? Boh, il governo alla fine è lo stesso, ci hanno spruzzato dentro qualche leghista e qualche forzista, tanto per far capire quanto siamo oramai sprofondati irreversibilmente nello Stato-partito.
Non so che dirvi.
Posso solo garantire che mi fanno male le orecchie a sentirlo parlare del danno all’economia russa quando Putin, di fatto, sta per fare scacco matto al dollaro inventandosi il petrorublo, in attesa dell’agrirublo, del metalrublo…
Quando oramai tutti stanno capendo che, causa sanzioni e stupidità atlantica, sta andando in scena la de-dollarizzazione del mondo, questo tira fuori la storiella della Russia, che si candida ad essere un hub economico mondiale che in pochi anni crescerà vertiginosamente negli investimenti grazie al valore del rublo impennato per il gas venduto a cinesi e indiani, ridotta a nazione ferita nel soldo.
E il problema è che la storiella non ce la racconta per ingannarci. Ce la racconta perché non ne ha un’altra da raccontare.
Forse un po’ ci crede anche lui.
Roberto Dal Bosco
Satira
Draghi torna a bruciare. Come le nostre città
Ha parlato: e luce si è fatta in noi.
I tempi sono incerti e burrascosi. Guerre e tensioni internazionali, crisi energetiche, crisi economiche, l’Intelligenza Artificiale, il calo demografico; e ora ci si mettono pure le rivolte sociali.
Come nelle calamità il pellegrino greco andava a interrogare la Pizia, così Lisa Abramowicz, giornalista di Bloomberg, è andata a interrogare il Pizio in cerca di responsi. E mica un Pizio qualsiasi: nientepopodimeno che Draghi Mario.
È un po’ che da queste parti non lo si vedeva. In questi anni il Draghi è diventato ancora più simile a un Pizio di quanto non sia mai stato. Il volto si è affinato, la fronte ha una maggiore evidenza, lo sguardo è arretrato in ulteriori abissi di opacità, la bocca ha assunto un pronunciato taglio sardonico. Però la voce è sempre in registro acuto, e le sue parole escono, complice l’inglese, svogliate e moscette.
Questo un po’ stona, giacché dal portavoce del Nume ci si attende non solo la ieraticità e la posa frontale, ma anche un timbro cavernoso e assertivo.
Ma attenti, c’è un perché.
La candida Abramowicz, forse per l’ingenuità e la buona fede che ci si compiace di attribuire agli statunitensi-eterni-ragazzoni, pone domande e sorbisce le risposte come se valessero per quello che suonano, senza sospettare alcunché.
È un errore marchiano in cui molti sono caduti e cadono, americani e no, non comprendendo che Mario Draghi è essenzialmente e intimamente un antifrastico.
Antifrastico, per capirci, è esclamare «che piccolino!» per indicare un gigante; commentare una pietanza salatissima con le parole: «è forse un po’ insipido»; soprannominare il pelato «capellone»; e così via. È un tipo di ironia capovolta in cui eccellono i sardi, che spesso ne traggono espressioni affilate e lucenti come lame.
Ma il Draghi non è sardo, e benché sia nato a Roma ormai non è probabilmente ben chiaro neppure a lui a quale tribù appartenga, tanto e tale è stato il suo girovagare nell’orbe terracqueo. Non essendo essendo né greco, né romano, né ebreo, né gentile, né inglese, né belga, né tedesco, né statunitense, soffre prevedibilmente di un problema di comunicazione che lo espone a incomprensioni. In particolare il suo profondo umorismo antifrastico, a cui non rinuncia perfino nei frangenti più drammatici e che è solo suo, non viene mai colto.
Chi lo ascolta è di regola tratto in inganno dalle sue pose di autorevolezza e dalla deferenza supina che – suo malgrado, occorre dire – gli tributano gli intervistatori. Distratti da questo carisma di princisbecco, non si pone mente a quel che dice e come lo dice: all’incongruenza delle sue parole, al timbro da tenore di grazia e all’inflessione lenta e molle che intenzionalmente assume per lasciar intendere che non deve essere preso sul serio.
Quintali di umorismo di buona lega vanno sprecati ogni volta che Draghi apre bocca; e quel che è peggio, non si comprende mai quello che di importante vuole dire. Le sue analisi sembrano un concentrato di banalità e di idee senza splendore di intelligenza, mentre si sa, lui è una mente acutissima e quasi un profeta.
E sì che lo spirito antifrastico del Draghi si è mostrato in plastica evidenza più di una volta.
Tutti ricordiamo, ai tempi del coronavirus, la tripletta che resterà incisa nel bronzo perenne delle scempiaggini:
«Non ti vaccini – ti ammali – muori»
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Che fosse una cretinata era già palese all’epoca. Un uomo come lui non avrebbe potuto uscirsene, senza offesa dell’intelletto suo e degli ascoltatori, con una robetta del genere. Era quindi chiaro che il primo ministro, antifrasticamente, voleva in realtà dichiarare:
«Ti vaccini – ti ammali – muori»
Per accorgersene bastava notare la pausa e il sorriso sbieco che il premier aveva fatto seguire alla frase, in piena aderenza alle più frequentate regole della commedia dell’arte. L’attor comico sul palcoscenico dice la battuta un po’ fine, quella che arriva un po’ dopo, e lascia al pubblico il tempo di capirla e di mettersi a ridere; nel frattempo si arresta e accenna con un sorrisetto il risultato che si aspetta.
Niente: la risata non è arrivata e nessuno, drammaticamente, ha compreso l’ironia del Draghi. I risultati di questo enorme fraintendimento sono le rassegne che Renovatio 21, unica testata in Italia, offre ai lettori ogni settimana che Dio manda in terra.
E che pensare del perentorio dilemma, anch’esso ingiustamente passato alla storia delle fesserie:
«Volete la pace o il condizionatore acceso?»
Ovviamente il nostro, permeato di umore antifrastico, voleva dire che non c’era bisogno di scegliere, andiamo: si poteva avere sia la pace sia, e di conseguenza, il condizionatore acceso.
Macché. Non si è capito nemmeno quella volta, e siamo ancora impigliati in una guerra che, se non finisce in un puff nucleare, farà spegnere ben altro che il condizionatore. Come cantavano Enzo Jannacci e Paolo Rossi: «Né rava, né fava».
Si ricorderà anche quando si buccinava insistentemente di spedirlo sulla vetta dell’empireo italiano, ossia alla presidenza della Repubblica. Beh, avete mai sentito Mario Draghi dichiarare: «Vorrei ascendere al Colle»? Mai. Per il codice antifrastico una frase del genere, pronunciata da lui, avrebbe voluto significare il contrario: «Non vorrei ascendere al Colle».
Siccome la presidenza non lo disgustava affatto, la proposizione giusta sarebbe stata, appunto: «Non vorrei ascendere al Colle». Ma c’era il rischio fondato che, come al solito, lo prendessero in parola. Così per non saper che fare non disse niente, e fu eletto di nuovo Mattarella.
Il poveruomo non riesce a farsi capire.
Tornando all’intervista di Bloomberg, Mario Draghi ha affrontato tra l’altro il tema delle manifestazioni e delle violenze esplose in Europa. Sull’argomento il direttore di Renovatio 21 ha praticamente già detto tutto o quasi, però confessiamo con vergogna di avere avuto ancora delle oscillazioni nel giudicare e inquadrare quanto accaduto a Milano.
Le parole di Draghi ci hanno tolto dalle ambasce e dato l’interpretazione definitiva dei fatti.
«Non è affatto semplice spiegare queste rivolte in tre Paesi diversi; ognuno ha le proprie motivazioni specifiche. L’unico elemento che accomuna tutti e tre i casi è che, l’anno prossimo, si terranno elezioni di estrema importanza. Tuttavia, questa è solo la cornice».
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In pochi periodi l’ex capo della BCE, uno degli uomini più «addentro» della terra, spazza via la frotta dei saputi sociologi e dei masanielli da ribalta, e con loro tutti i distinguo, i colpanostra e i blablà.
Sdipanato il pensiero dalla spira dell’antifrasi, il verbo autentico è questo: «è semplicissimo spiegare queste rivolte in tre Paesi diversi; la motivazione è la stessa. Che in tutti e tre i casi l’anno prossimo si terranno elezioni sembra quasi una combinazione. Tuttavia, questo è il dato che conta».
In altri termini, Mario Draghi ci dice che i tumulti sono indotti e funzionali solo alle votazioni del prossimo anno. L’elettore è caldamente invitato ad avere paura e a scegliere il candidato che gliela faccia passare.
L’analisi peraltro prosegue: «A mio avviso, la spiegazione più solida risiede nel blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti». Interpretato alla lettera, l’appunto potrebbe benissimo essere preceduto dalle parole «Come se fosse antani». Ma chi possiede il codice antifrastico del Draghi ne carpisce subito il contenuto dirompente: «non è un’idea mia, è un fatto: spiegare i disordini con un blocco delle aspettative dei giovani o con la loro sensazione che nessuno li ascolti è completamente insensato».
Ergo, il disagio dei ragazzi, se c’è, importa zero e di per sé non muove niente. Ci vuol ben altro, un primum movens, una mano che susciti e poi spinga al calor bianco i malesseri dell’età e li incanali dove serve. Mens agitat molem: è inutile stare a disquisire su quello che pensa la massa, tanto pensa quello che vogliono lassù dove si puote quel che si vuole, eccetera.
Sul tema il nostro ci fa pure il birignao, aggiungendo civettuolamente la sensazione che «i giovani percepiscano le dinamiche sociali come bloccate: fanno fatica a trovare un lavoro e si sentono impreparati di fronte a una società che sta vivendo una trasformazione tecnologica rapidissima».
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Un’apoteosi di sarcasmo in puro draghese, che resa al vero suona così: «i giovani non pensano di sicuro che la società sia bloccata. Sanno perfettamente e sperimentano ogni giorno che si sta vivendo una trasformazione tecnologica rapidissima fatta per loro, e capiscono che trovare lavoro sarà sempre più facile».
E infatti saranno i vecchi a essere fatti fuori dall’accelerazione compulsiva della tecnica. Quelli che adoperano il cellulare usando l’indice, che sul posto di lavoro resistono non si sa come, che ogni giorno sospirano la pensione ma non hanno l’età, che pasticciano con il pc e vedono l’avvenire sempre più fosco.
I giovani, spiega il Draghi, nascono con il cellulare in mano, imparano a usare il tablet prima della lingua e stanno dentro la tecnologia come topi nel formaggio. Non sono certo loro gli impreparati. Il futuro sta davanti ai giovani con l’aspetto familiare della consolle, e nell’attesa il mondo somiglia in modo affascinante a GTA.
L’esercizio di decrittazione potrebbe proseguire, ma si preferisce lasciare all’avveduto lettore il piacere di sviscerare passo dopo passo il vero pensiero di Mario Draghi.
Le sue parole ci guidino come oracoli divini alla comprensione degli avvenimenti e delle ragioni che li generano.
Massimo Zanetti
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Immagine di Gurnpfnul via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Satira
Flydubai, no ai complotti sull’aereo più pazzo del mondo
FORBIDDEN STUDIOS PRESENTS: WHEN PILOT IS FIGHTING, PLUMBER IS FLYING
One plane. One sword. One plumbing emergency. The biggest Bollywood action psyop of the year has arrived. pic.twitter.com/fnhtgPr0gE — Forbidden HQ 🐇 (@WearForbidden) October 2, 2026
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Satira
Scomuniche, la grande profondità teologica della TV dei vescovi e del vostro 8 per mille
TV2000, il canale televisivo della della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) con un servizio giornalistico ci informa, senza nominarli, della situazione dei fedeli della FSSPX.
La clip, che immaginiamo sia passata sull’etere, è visibile sullo YouTubo con il titolo «Lefebvriani, le conseguenze della scomunica: ecco cosa significa». Clicchiamo fiduciosi.
Compare un tizio barbuto e canuto con una camicia scuro-violacea e delle bretelle a pois.
Il giornalista gli porge il microfono episcopale e gli chiede «cosa è la scomunica e perché un cattolico dovrebbe temerla?»
Il signore intervistato, un giardino sullo sfondo con un forte sottofondo di grilli che cantano, risponde: «la deve temere perché significa essere fuori dalla comunione con la chieza. Non riguarda solo chi magari compie gesti particolari di rottura, ma anche chi aderisce a questi gesti». L’accento centroitaliano è forte, ma è un’altra informazione che ci colpisce: il tizio è un prete, anzi, deppiù: un teologo della Pontificia Università Lateranense. Confessiamo che quando parla genericamente di «gesti», non sappiamo a cosa si riferisce: il gesto dell’ombrello? Il gesto delle corna? Un beau geste?
Non importa: l’importante è capire che dentro allo scomunicone tuchone ci sono dentro anche i fedeli, cosa che non sembra turbare il nostro.
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Il denso minutino di intervista antilefebvriana continua: cosa non può fare uno scomunicato?
«Non può partescipare alla comunione eugaristiga, per ezempio. Né agli altri sacramenti» ammonisce don Barba, mentre il montaggio manda le immagini della folla oceanica di Econe attraversata dall’infinita processioni di religiosi FSSPX, lasciando ancora in sottofondo, per qualche ragione, i grilli. «Ciò che invece deve fare è più importante: cioè deve convertirsi, deve cercare un gammino di riconciliaziòne con la comunità». Eccerto.
«Con lo scisma lefebvriano quindi il rischio c’è non solo per i vescovi ma anche per i fedeli laici» chiede l’invisibile giornalista con una domanda che sgorga spontaneissima, neanche un po’ programmata per terrorizare lo spettatore con tendenze tradizioniste.
Il rischio, dice don bretella, è «per chi aderisce, ovviamende convindamende, poi nella coscienza dell persone penzo che non può andare nessuno, nemmeno il Sant’Uffizio». È un’ammissione oscura che non sappiam bene come prendere.
«Però nel momendo in cui si aderisce, e si sa, consapevolmente, a una comunidà che si sa fuori della Chiesa cattolica, si aderisce e si è sco-municati» continua don camicia, senza metterci troppo significato, ma con la manina che a questo punto va su è giù.
Infine arriva la perla.
Scorrono i filmati della potente cerimonia ad Econe. «La gente è affascinata dalla ricchezza, dalla solennità delle liturgia dei tradizionalisti» attacca il giornalista. «Lei guardando le immagini cosa ha pensato?».
«Ho pensato che… pure è un po’ colpa nostra» risponde il teologo scomunicatore. «Perché forse abbiamo troppo banalizzato la celebrazione… la celebrazione è divendada un momendo quasi insomma di volemose bene.. di ztare insième bbène eccètera».
La microintervista scomunicatrice finisce così, alla grandissima, con la rivelazione che la Chiesa non vuole più il volemose bene almeno non con i lefebvriani, mentre con l’arcivescovessa canterburina, i transessuali di Ostia, i maomettani e i gommonauti afrolampedusani tutti dobbiamo volerse bbèene, e tantissimo.
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Occhei. Solo un dettaglia da specificare al lettore: TV2000 è finanziata in modo significativo attraverso i fondi dell’8 per mille destinati alla Chiesa Cattolica.
La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) destina annualmente una quota del gettito totale dell’8 per mille alla gestione dei propri mezzi di comunicazione sociale, raggruppati sotto la società Rete Blu S.p.A. Questo budget serve a coprire i costi di produzione e trasmissione di TV2000, del circuito Radio InBlu e dell’agenzia di stampa Agenzia SIR. Accanto a questi fondi ecclesiastici, il canale si sostiene anche attraverso la normale raccolta pubblicitaria commercializzata sulla propria rete.
Cioè, si prendono le vostre tasse (magari facendo spot pietosi in cui si vedono i preti che aiutano i poveri, i drogati, etc.) e poi si fanno un canale dove c’è pure la réclame, oltre che il terrorismo conciliare.
Come per dire: se non lo avete ancora fatto, dismettete da subito il vostro 8 per 1000 alla Chiesa cattolica. Con la certezza che prima o poi, visto che è quello che solamente gli interessa (assieme all’IMU e alle scuole paritarie: i veri temi che infiammano la chiesa italiana, non l’aborto, la provetta, l’eutanasia) lanceranno, immaginiamo, anche uno scomunicone per i renitenti alla kirchensteuer italica.
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