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I foreign fighters stanno lasciando l’Ucraina, dice un ufficiale di Kiev

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Molti foreign fighter reclutati da Kiev scelgono presto di fuggire dall’Ucraina dopo aver sperimentato la raccapricciante realtà del campo di battaglia, ha detto domenica alla CNN un ufficiale dell’esercito. Mosca ha precedentemente affermato che Kiev sta utilizzando soldati di altri paesi come carne da cannone per violare le difese russe.

 

In un’intervista alla rete americana, il tenente Dmitry Kostyuk ha detto che il suo plotone, schierato non lontano da Bakhmut, teatro di aspri combattimenti negli ultimi mesi, era a corto di personale ed era rifornito da 12 soldati stranieri. combattenti.

 

Secondo l’ufficiale, mentre alcuni foreign fighter si uniscono alla mischia perché sono attratti dal “«romanzo della guerra», altri vanno perché considerano il combattimento come la loro «attività professionale” o addirittura “perché è una buona riga nel loro curriculum».

 

«Di norma, non si rendono conto in cosa si stanno cacciando. Molte persone immaginano la nostra guerra come uno scontro a fuoco con il nemico, ma non si rendono conto di quanta artiglieria c’è e che stai sotto il fuoco tutto il giorno, ogni giorno, e potresti non vedere affatto il nemico».

 

Kostyuk ha osservato che, a differenza dei cittadini ucraini, gli stranieri sono liberi di rescindere il contratto con l’esercito. Dopo aver visto come si svolgevano le ostilità, quasi la metà delle persone ha detto: «no, no, questo è troppo. Questo non è il tipo di guerra per cui ci siamo iscritti», ha detto l’ufficiale alla CNN, arrivando a criticare la campagna di mobilitazione del Paese – che è stata rovinata da numerosi scandali di corruzione e renitenza alla leva – sottolineando che i tentativi dell’Ucraina di costringere i suoi cittadini ad arruolarsi nell’esercito producono soldati riluttanti a combattere.

 

Il presidente ucraino Vladimir Zelenskyj aveva lanciato un appello agli stranieri affinché si uniscano alla Legione internazionale del Paese tre giorni dopo che Mosca aveva lanciato l’operazione militare contro Kiev l’anno scorso. Migliaia di persone hanno risposto alla chiamata, ma presto emersero storie di reclute mal preparate, comandanti incompetenti e perdite orribili. «Da allora i combattenti stranieri in Ucraina hanno costantemente descritto le condizioni in prima linea come infernali”, con un tasso di vittime in alcune unità durante la controffensiva estiva, secondo quanto riferito, pari all’85%» scrive RT.

 

Come riportato da Renovatio 21, inizialmente, i mercenari internazionali si lamentavano della mancanza di armamenti e della disorganizzazione. Il morale venne distrutto in quelle prime settimane di conflitto dall’attacco a Yavorov, già base sovietica poi utilizzata per addestramenti, a pochissimi chilometri dal confine polacco, quindi dalla linea dell’articolo 5 NATO.

 

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Tra i foreign fighter che hanno combattuto per l’Ucraina vi è stato per un periodo anche uno dei sette figli del candidato presidenziale USA Robert F. Kennedy jr.

 

L’esercito russo ha ripetutamente avvertito che i combattenti stranieri reclutati dall’Ucraina sono visti come un obiettivo legittimo, avendo lanciato in numerose occasioni attacchi missilistici a lungo raggio sui loro campi di addestramento. A luglio, il ministero della Difesa a Mosca ha affermato che Kiev «lancia unità con mercenari stranieri nei cosiddetti “attacchi tritacarne” alle posizioni russe», con le truppe ferite che sono state le ultime ad essere evacuate, riporta RT.

 

Nello stesso periodo, Mosca stimava che dall’inizio delle ostilità fossero arrivati ​​in Ucraina più di 11.000 combattenti stranieri e che quasi 5.000 di loro fossero fuggiti dal Paese dopo aver visto come venivano trattati dalle autorità militari e locali. Secondo il ministero della Difesa russo, a luglio il numero dei combattenti stranieri nell’esercito ucraino era stimato a poco più di 2.000.

 

Nel frattempo, tra i foreign fighter presenti in ucraina capitano episodi incresciosi.

 

Quattro membri della Legione Internazionale ucraina sono stati coinvolti in una rissa tra ubriachi durante una festa lo scorso fine settimana a Kiev, ha riferito sabato il sito di notizie Strana, citando fonti della polizia. Secondo il sito web ucraine, baldorie di combattenti fuori servizio si sono concluse con uno di loro che ha pugnalato e colpito gli altri.

 

Un britannico, un americano, un canadese e un rumeno si sono incontrati in una residenza privata nella parte sudorientale della capitale ucraina, ha spiegato Strana. Quella che era iniziata come una bevuta si trasformò presto in una lite e finì in uno scontro fisico.

 

Durante la colluttazione, l’inglese ha pugnalato i suoi compagni americani e canadesi alle braccia e alle gambe con un coltello, e ha colpito il rumeno rompendogli la mascella, secondo il rapporto. Tutti e tre gli uomini sono stati successivamente ricoverati in ospedale, ha spiegato la fonte. Il cittadino britannico non è stato ancora arrestato, ha aggiunto Strana, spiegando in dettaglio come le forze dell’ordine ucraine stiano ancora valutando l’incidente.

 

I motivi dietro la violenza rimangono poco chiari. Né i funzionari di Kiev, né i rappresentanti occidentali hanno finora fornito commenti sulla situazione.

 

A settembre, il Ministero degli Esteri britannico ha confermato un altro incidente, che ha coinvolto un cittadino britannico in Ucraina. I resti di un mercenario britannico – identificato come Jordan Chadwick – sono stati scoperti legati in uno specchio d’acqua durante l’estate. Non era chiaro dove fosse morto Chadwick o chi lo avesse ucciso. Allo stesso modo, non è noto se il britannico sia morto annegato o fosse morto prima di finire in acqua. Le autorità ucraine avevano però dichiarato che un’indagine sull’incidente sarebbe stata avviata non prima di febbraio del prossimo anno.

 

Non sono mancati i casi di foreign fighter italiani: Giulia Schiff, pilota nota per le sue denunce di nonnismo, arruolata «come volontaria alla Legione Internazionale dell’intelligence ucraina, poi nel team Masada con l’esercito di Kiev e successivamente nelle Forze Speciali della Legione Internazionale», riporta Il Resto del Carlino, ha ricevuto articoli commossi dalla stampa italiana. «La foreign fighter italiana si è sposata con Victor, un 29enne israelo-ucraino conosciuto lo scorso maggio al fronte» scrive la Gazzetta dello Sport. «Sarebbe stato proprio l’amore a spingere la 24enne a smettere di combattere e fondare, insieme al marito, un’associazione umanitaria che opera la fronte in supporto delle milizie ucraine».

 

A marzo la foreign fighter pro-Kiev «è rientrata in Italia in questi giorni proprio per un’udienza del processo che si celebra a Latina», scrive il Carlino.

 

Diverso il destino dei foreign fighter pro-Mosca come Alessandro Bertolini, 29enne di Rovereto che ha combattuto in Donbass, arrestato a Malpensa appena atterrato il suo aereo.

 

Lo stato Francese, e quello americano, hanno iniziato a discutere del pericolo che possono portare in patria alcuni combattenti di ritorno dal fronte del conflitto russo-ucraino dove possono essere stati radicalizzati con ideologie estremiste.

 

Come riportato da Renovatio 21, lo scorso aprile i servizi interni francesi del DGSI hanno arrestato militanti di estrema destra di ritorno dal fronte ucraino che, secondo l’accusa, stavano tentando di portare in Francia armi e munizioni.

 

Le medesime preoccupazioni sono condivise dal Department of Homeland Security (DHS) americano, che teme un ritorno in patria di cittadini statunitensi radicalizzati per divenire, secondo l’etichetta dell’ente di sicurezza, RMVE-WS, che sta per racially-motivated violent extremists – white supremacy («estremisti violenti di matrice razziale: supremazia bianca»).

 

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Trump si prepara a bombardare l’Iran dopo le elezioni di metà mandato

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha respinto l’ultima proposta di cessate il fuoco dell’Iran e ha detto ai suoi collaboratori che prevede di riprendere i bombardamenti sulla Repubblica islamica dopo le elezioni di medio termine di novembre. Lo riporta il Wall Street Journal citando funzionari statunitensi.   Secondo il giornale, Trump è privatamente scettico sul fatto che Teheran accetti le sue condizioni, anche se in pubblico ha previsto che l’Iran cercherà un accordo dopo le elezioni del 3 novembre. Funzionari hanno però avvertito che la sua posizione potrebbe cambiare nelle prossime settimane e potrebbe essere influenzata dai risultati elettorali.   Il rapporto arriva dopo che Teheran ha offerto una tabella di marcia di sette giorni per chiudere le ostilità, riaprire lo Stretto di Hormuz e riavviare i negoziati sul programma nucleare. In cambio gli Stati Uniti revocherebbero il blocco navale, allenterebbero le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano e sbloccherebbero alcuni beni iraniani congelati.   Secondo il WSJ, Trump ha respinto la proposta e l’amministrazione ha informato l’Iran e i mediatori regionali di non avere alcuna intenzione di revocare il blocco marittimo. Un funzionario statunitense ha tuttavia detto che i negoziati tramite mediatori sono in corso.   Secondo alcune fonti, Trump sarebbe riluttante a riprendere operazioni di combattimento su larga scala, in parte perché la sua amministrazione vuole preservare le munizioni per altri potenziali conflitti. L’entità di eventuali nuovi attacchi presi in considerazione resta ancora incerta.

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Nel corso del conflitto, durato quasi sette mesi, il presidente ha alternato minacce di una grave escalation a aperture diplomatiche. Funzionari hanno riferito alla testata Axios che gli Stati Uniti mantengono la presenza militare regionale in preparazione di un possibile ritorno a operazioni di combattimento su larga scala.   Come riportato da Renovatio 21, martedì, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Trump ha dichiarato di trovarsi di fronte a una «decisione importante» sull’opportunità di «annientare» la Repubblica Islamica qualora i negoziati fallissero, negando che le sue decisioni sull’Iran siano influenzate dalle elezioni, pur prevedendo che Teheran raggiungerà un accordo «subito dopo» le elezioni di medio termine.   Teherano ha contestato l’affermazione di Trump secondo cui starebbe deliberatamente ritardando un accordo. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato questa settimana che l’Iran desidera che gli Stati Uniti tornino al quadro del cessate il fuoco di giugno non appena saranno realmente pronti per la pace. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha detto che sarebbe meglio raggiungere un accordo prima delle elezioni.   Il memorandum d’intesa (MoU) di giugno prevedeva un graduale allentamento delle sanzioni e la riapertura dello Stretto di Ormuzzo, mentre le due parti negoziavano le questioni in sospeso, ma è fallito per il riaccendersi delle ostilità e per le controversie sulla navigazione attraverso la via d’acqua strategica.

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Il Canada ha studiato uno scenario militare statunitense «estremo»

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Il primo ministro canadese Mark Carney ha rivelato che il suo governo ha valutato con attenzione l’ipotesi di un’azione militare guidata dagli Stati Uniti contro il proprio Paese, nonostante il presidente Donald Trump abbia escluso l’uso della forza contro il vicino settentrionale.

 

In un’intervista al New York Times pubblicata mercoledì, Carney ha definito tale scenario un «rischio estremo di coda»: un evento considerato altamente improbabile ma abbastanza grave da giustificare una pianificazione di emergenza.

 

«Si tratta semplicemente di gestione del rischio», ha detto, aggiungendo che «sarebbe irresponsabile non [prepararsi]». Carney ha rifiutato di precisare in che cosa consistesse quella preparazione.

 

Trump ha più volte ventilato l’idea di rendere il Canada il 51° Stato degli Stati Uniti, ma ha escluso esplicitamente l’uso della forza militare per arrivarci, affermando nel gennaio 2025 che avrebbe invece fatto ricorso alla «forza economica».

 

Il presidente americano accusa da tempo Ottawa di pratiche commerciali sleali, in particolare su prodotti lattiero-caseari e automobili, e ha imposto una serie di dazi sui prodotti canadesi dall’inizio del 2025. Washington ha inasprito la disputa nell’agosto 2026 con ulteriori dazi del 50% su una serie di prodotti canadesi.

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La rivelazione di Carney arriva pochi giorni dopo il suo viaggio nell’UE per rafforzare i legami con il blocco.

 

Parlando al Parlamento europeo la scorsa settimana, Carney ha sostenuto che l’integrazione economica viene sempre più «strumentalizzata», con i dazi usati come leva e le dipendenze dalle catene di approvvigionamento sfruttate come punti deboli: osservazioni interpretate in larga parte come un riferimento implicito alle pressioni economiche di Washington su Ottawa.

 

Anche la difesa è stata al centro dei colloqui di Carney a Strasburgo, dove con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è discusso dell’ampliamento della cooperazione militare tra Canada e UE e degli appalti congiunti per rafforzare quella che Carney ha definito la loro «autonomia strategica».

 

Tale cooperazione sta già prendendo forma attraverso il programma di appalti per la difesa SAFE dell’UE, del valore di 150 miliardi di euro, al quale il Canada è diventato il primo Paese extraeuropeo a partecipare. L’iniziativa rientra nel più ampio piano di militarizzazione di Bruxelles previsto dalla strategia Readiness 2030, volta a contrastare una presunta minaccia proveniente dalla Russia, che Mosca ha ripetutamente negato.

 

Ottawa sta inoltre cercando legami più stretti con le strutture militari europee al di fuori dell’UE. La scorsa settimana ha presentato formalmente domanda di adesione alla Joint Expeditionary Force (JEF), un raggruppamento militare di risposta rapida composto da dieci nazioni e guidato dalla Gran Bretagna, che affianca la NATO e opera principalmente nelle regioni artica, nordatlantica e baltica, aree chiave del fianco settentrionale del blocco, che si estende fino ai confini con la Russia.

 

Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno era emerso che il Canada stava sviluppando un modello di risposta a un’ipotetica invasione statunitense, con una strategia ipotizzata si basa su una guerra non convenzionale di tipo insurrezionale, ispirata alle tattiche impiegate dai mujaheddini afghani contro le forze sovietiche.

 

Come riportato da Renovatio 21, tre mesi fa Carney, intervenendo prima dell’avvio del vertice del G7, ha dichiarato che nessun Paese o istituzione potrebbe essere escluso o opporsi a un «nuovo ordine mondiale» che partirà dall’Europa.

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La Cina si è impossessata dei componenti degli F-35 USA con tecnologia sensibile

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La Cina si è impadronita di componenti potenzialmente sensibili dell’F-35, il caccia stealth più avanzato dell’esercito statunitense, dopo che i pezzi sono stati dirottati in modo inatteso a Hong Kong mentre venivano spediti dall’Australia verso gli Stati Uniti. Lo riporta Bloomberg citando fonti informate sull’incidente.   L’episodio, anticipato da Politico la scorsa settimana, è avvenuto all’inizio di quest’anno, quando una spedizione di presunti pezzi di ricambio inutilizzabili per F-35, partita dall’Australia e diretta negli Stati Uniti, è stata inspiegabilmente deviata.   Secondo quanto detto a Bloomberg da persone a conoscenza dei fatti, il colosso americano delle spedizioni UPS stava trasportando un tettuccio e uno sportello del vano armi di un F-35 dell’aeronautica australiana verso gli Stati Uniti per un’ispezione e un’eventuale riparazione o smaltimento. I due componenti, prodotti da Lockheed Martin, erano rivestiti con un materiale fonoassorbente pensato per potenziare le capacità stealth del velivolo, hanno riferito due fonti citate dalla testata.   Una delle fonti ha detto che l’aereo da trasporto ha fatto scalo in Corea del Sud durante il viaggio verso gli Stati Uniti, dopo di che il carico è stato dirottato a Hong Kong. Non è ancora chiaro il motivo dello scalo, perché il carico sia stato inviato a Hong Kong, né se il cambio di rotta sia stato intenzionale o accidentale, ha aggiunto la fonte. Due fonti hanno inoltre affermato che le autorità cinesi hanno poi sequestrato i componenti, che non sono ancora stati restituiti.

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L’F-35, uno dei caccia più avanzati al mondo, è in servizio in circa 20 Paesi, tra cui Corea del Sud, Giappone, Singapore e Australia. L’Australia funge da hub regionale nell’Indo-Pacifico per lo stoccaggio dei ricambi e la manutenzione degli F-35 in dotazione agli alleati statunitensi della zona.   Almeno due commissioni del Congresso stanno indagando sull’ultimo incidente, ha riferito l’agenzia. All’inizio di questa settimana il ministro della Difesa australiano Richard Marles ha confermato che Canberra sta collaborando con gli Stati Uniti e Lockheed Martin per esaminare il proprio ruolo nell’errore di spedizione. Marles ha sottolineato che i componenti mancanti non erano sensibili.   Secondo un portavoce di Lockheed Martin in Australia, «i componenti in questione non sono utilizzabili e il rischio di sfruttamento è considerato basso».   La rivelazione arriva in un momento politicamente delicato per i due Paesi, dal momento che il presidente cinese Xi Jinping è giunto mercoledì a Washingtone per una visita di Stato con il suo omologo statunitense, Donald Trump.   Il ministero degli Esteri cinese ha detto di non essere a conoscenza dell’incidente, mentre il governo di Hong Kong ha rifiutato di commentare casi specifici.   Il caso riporta alla mente il caso delle armi ipersoniche cinesi, di fatto realizzate con l’aiuto, inconsapevole o consapevole, degli americani. Nel tardo 2022 era emerso che gruppi di ricerca militare all’avanguardia dei programmi ipersonici e missilistici della Cina – molti su una lista nera delle esportazioni statunitensi – stavano acquistando una gamma di tecnologia americana specializzata, inclusi prodotti sviluppati da aziende che hanno ricevuto milioni di dollari in sovvenzioni e contratti dal Pentagono.  

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