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Epidemie

Virus lombardo, guerra russa. Perché il segreto militare sulla Val Seriana?

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Il lettore saprà che la settimana scorsa il Consiglio di Stato ha chiuso definitivamente la questione della zona rossa in Val Seriana.

 

Un anno e mezzo fa l’agenzia AGI aveva chiesto i documenti che avrebbero dovuto spiegare perché «400 militari furono mandati nella Bassa Bergamasca e poi ritirati dal territorio più aggredito dal COVID», quello che fu chiamata anche la Wuhan 2.

 

Dopo quello che in gergo tribunalizio si chiama «alterno esito di giudizi» – il susseguirsi di pronunce di segno opposto della giustizia amministrativa – il giudici del Consiglio di Stato (lo stesso organo che aveva annullato la pronuncia del TAR sulle cure domestiche) hanno messo il sigillo sulla questione.

 

Per i magistrati vi sarebbero le «rilevanti e apprezzabili esigenze di riservatezza» dichiarate dal ministero degli Interni della Lamorgese.

 

«Fu dunque una decisione maturata solo in ambito militare quella di scegliere come impiegare i propri uomini e donne come lo stesso Ministero ha scritto: “Non c’è stato alcun atto governativo specifico di impiego delle forze militari nelle zone di Nembro e Alzano”» scrive Manuela d’Alessandro di AGI, che aveva chiesto accesso alle carte.

 

«Il Consiglio di Stato, accogliendo la tesi del governo, spiega che per contrastare il Covid “sono stati impiegati gli stessi contingenti di Forze Armate addetti all’operazione ‘Strade Sicure’” il cui utilizzo “è stato disposto in attuazione delle direttive generali di pianificazione annuale, in relazione alle quali sussiste un’esigenza di riservatezza volta a secretare le linee della programmazione strategica di impiego delle risorse umane e strumentali”» continua AGI.

 

In pratica, il segreto militare. Sul virus lombardo. Quello delle casse con i morti portate via da file di camion dell’esercito.

 

Ora, nessuno si sta sbilanciando. Tutti in questi giorni stanno semplicemente riportando la notizia, magari ringhiando un po’, ma in modo disarticolato. Questo perché nessuno ha idea di cosa dire – nessuno sa cosa vi sia dietro questo segreto.

 

Noi pure non abbiamo idea. Il segreto ci è segreto. Come a tutti, l’unica cosa che ci è chiara è che ciò che è stato sigillato deve avere una vasta importanza, altrimenti non avrebbero scomodato l’ultima linea giudiziaria possibile, il Consiglio di Sstato, per secretare tutto.

 

Tuttavia, a differenza di altri, Renovatio 21 vorrebbe fare quello che cerca di fare spesso: buttare lì un po’ di puntini, nell’attesa che arrivi il momento che si uniscano.

 

Dunque, abbiamo un segreto militare.

 

Ebbene, l’esercito italiano non è il solo coinvolto: in quei mesi, in Lombardia e non solo (ma a partire da lì), operava, in una missione concordata tra i due Paesi, l’esercito russo.

 

Cioè, l’esercito ora coinvolto nella guerra al centro del mondo. L’esercito del Paese verso cui dobbiamo provare odio per obbligo di Stato, quasi fosse un vaccino mRNA. L’esercito della Nazione contro la quale la più grande forza militare della storia – la NATO – sta preparandosi.

 

Per bizzarra coincidenza, quell’esercito era proprio lì, in quello che sembrò essere il primo focolaio COVID d’Europa, appunto una seconda Wuhano.

 

Non si trattava di qualcosa di inaudito. Operazioni di cooperazione simile ve ne sono state tante: ad esempio per il terremoto dell’Aquila.

 

C’è da rammentare poi che l’iniziativa russa divenne un format transnazionale: Paese non-europeo manda aiuti all’Italia in difficoltà. Il campo in effetti era vuoto: la Francia faceva sketch con il pizzaiolo italiano che sputa nella pizza, la Germania bloccava in aeroporto i (preziosissimi, eh!) respiratori ordinati da Roma all’Estero. Quindi ecco che, per la gioia di qualche vetero-sinistroide grillino, arrivano i dottori di Cuba, con applausi in aeroporto. Poi ecco che il premier d’Albania Edi Rama, uomo di George Soros, annuncia in perfetto italiano che sta per mandare una squadra di medici in aiuto all’Italia, per riconoscenza per quanto l’Italia ha fatto per Tirana in passato. Il finale della missione albanese non fu bellissimo: nel lockdown feroce di Brescia, in hotel tra birra e musica ad alto volume, interviene la polizia e commina multe da 500 euro, più due denunce per resistenza e oltraggio. Ma sono episodi di folclore.

 

Quindi: i russi, d’accordo con gli italiani, si prendono la briga di «sanificare» la Val Seriana. Ospedali, case di riposo, etc.

 

A differenza di quanto si vede commentato ora, la cosa sembrava decisamente ben considerata da tutti. Governo, sindaci, gente comune. Abbiamo testimonianze da parte di quest’ultima che ci confermano.

 

Non c’era motivo di dubitare di nulla, in quell’ingenua primavera 2020, quando tentavano di mandarci giù per la gola una relazione profonda quanto oscena con il Paese untore, la Cina, quando ancora pensavamo che la luce fuori dal tunnel era a portata, certo non sarebbero passati gli anni, certo non avremmo dovuto riconfigurare il Paese secondo l’apartheid biotica di obblighi e green pass…

 

Quindi, la cosa più sana da fare ora, decisamente, è cercare di capire a chi la missione della Russia non andasse bene. Perché qualcuno c’era. Eccome.

 

Un giornale, La Stampa di Torino – storica testata della dinastia oligarchica degli Agnelli, ora Elkann – era riuscito a far inviperire prima l’ambasciatore russo Razov (quello di cui avete sentito parlare in questi giorni, quello che due settimane fa ha denunciato il quotidiano), poi il maggior generale Igor Konashenkov, quello che sentite ogni giorno parlare adesso di Ucraina in quanto portavoce dell’esercito di Mosca, infine la Maria Zakharova, indomita portavoce degli Esteri.

 

Razov scrisse una lettera al giornale piemontese, allora diretto da Maurizio Molinari, lamentando come un articolo di un giornalista, lo Jacopo Jacoboni, citando «fonti politiche di alto livello» affermasse che «l’80% degli aiuti russi sarebbe totalmente inutile o poco utile».

 

In più, scrive l’ambasciatore, «J. Jacoboni intravede un insidioso secondo fine della Russia nel fatto che siano stati inviati in Italia militari delle forze armate russe, tra i quali anche esperti di difesa nucleare, chimica e biologica».

 

«Per quanto riguarda il messaggio che spunta dal ragionamento dell’autore e cioè che l’invio di militari russi (a proposito, a titolo gratuito) avrebbe come scopo quello di causare un qualche danno ai rapporti tra l’Italia e i partner della NATO, offriamo ai lettori l’opportunità di giudicare da soli chi e come viene in aiuto al popolo italiano nei momenti difficili. In Russia c’è un detto: “Gli amici si vedono nel bisogno”».

 

Insomma, La Stampa aveva insinuato che i russi non stessero solo sanitarizzando un pezzo di Lombardia.

 

Veniamo a Konashenkov, che ora sta curando la comunicazione dell’Operazione Z in Ucraina. Il 2 aprile 2020 il maggiore generale fa uscire sui social una nota durissima.

 

«Abbiamo prestato attenzione agli incessanti tentativi che già da due settimane il quotidiano La Stampa sta mettendo in campo per screditare la missione dei russi che si sono mobilizzati per prestare aiuto agli italiani in difficoltà».

 

«Nascondendosi dietro agli ideali della libertà di parola e del pluralismo di opinioni, La Stampa sta alimentando fake news russofobiche da guerra fredda rimandando a “opinioni” espresse da anonimi “alti funzionari”».

 

« (…) La maggior parte dei medici e degli epidemiologi russi sono stati definiti dal quotidiano come esperti di guerra biologica. Coloro i quali non hanno avuto l’onore di rientrare in questa categoria sono finiti tra i membri dell’intelligence militare russa».

 

«Tuttavia, sullo sfondo di tali speculazioni, nonostante i sospetti sensazionalistici de La Stampa, invece di condurre una guerra biologica gli epidemiologi giunti in Italia per combattere il coronavirus assieme ai propri colleghi italiani stanno debellando il Covid-19 in 65 case di riposo di Bergamo. I medici militari russi quotidianamente fianco a fianco dei militari italiani stanno edificando i reparti di terapia intensiva per salvare i cittadini italiani contagiati dal virus nel nuovo ospedale di emergenza di Bergamo».

 

Infine, Konashenkov sfoderava una citazione in latino (lingua propria dell’Italia, e del russo quando vuole sembrare ultrasofisticato) e una, per motivi precisi, in inglese.

 

«Per quanto riguarda i rapporti con i reali committenti della russofobia de La Stampa, i quali sono a noi noti, raccomandiamo loro di fare propria un’antica massima: Qui fodit foveam, incidet in eam (Chi scava la fossa, in essa precipita). Per essere più chiari: Bad penny always comes back».

 

Le anime belle dei giornali italiani cominciarono a strillare pazzamente: quella della fossa era una chiara minaccia, e pazienza se il generale stava dicendo altro.

 

A chiarire la questione dei «reali committenti», quindi, ci pensò la Zakharova, che dietro ha tutta la potenza della macchina diplomatica moscovita.

 

La portavoce degli Esteri della Federazione russa disse che dietro all’articolo de La Stampa c’era… un’azienda britannica.

 

«Siamo riusciti a rintracciare l’intermediario, una società registrata a Londra, i cui rappresentanti si sono rifiutati di fornire qualsiasi informazione su questo accordo menzionato nell’articolo o di rispondere a qualsiasi domanda relativa all’ubicazione, al prezzo e alla natura del carico, nonché come mittente e destinatario», affermò un po’ oscuramente Zakharova.

 

Come? Una società inglese dietro all’articolo? In che senso? Ammettiamo di non capire nulla, forse sono segnali da servizi segreti che ci sfuggono totalmente, tuttavia comprendiamo perché Konashenkov parlasse di penny…

 

La cosa, per quanto possa sembrarvi enorme – due potenze atomiche che si accusano usando l’Italia pandemica come campo di scontro – cade nel vuoto. Solo il Telegraph pubblica qualcosa, un articolo dal titolo non troppo sibillino: «Russian Mercy Mission in Italy is a front for Intelligence Gathering, expert warns» («La missione di carità russa in Italia è una copertura per la raccolta di Intelligence, dicono gli esperti»).

 

Nel pezzo, viene scritto che «molto probabilmente il contingente contiene ufficiali dell’intelligence militare del GRU, l’equivalente russo dell’MI6».

 

GRU, MI6: sì, siamo finiti in una guerra di spie.

 

Sono le stesse sigle che vengono citate ora in Ucraina, con i filorussi a parlare della strage di Bucha come di una operazione di propaganda dell’MI6.

 

Come riportato da Renovatio 21, Londra sta montando, sin da prima dell’innesco del conflitto materiale, una campagna antirussa senza requie, come notato pure pubblicamente da politici e diplomatici esteri come il presidente croato Zoran Milanovic e l’ex ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl.

 

Andiamo oltre.

 

2021. Molinari, il direttore de La Stampa che fece adirare Mosca, passa a La Repubblica.  A Novembre pubblica un editoriale (titolo sibillino anche questo: «La morsa di Putin sull’Unione europea») in cui parla della «minaccia ibrida» di Putin, che tra immigrati Bielorussi e gasdotti, avrebbe lo scopo di «generare crisi parallele per stringere in una morsa l’Unione europea».

 

Il Cremlino si incazza un’altra volta. La Zakharova – che, ripetiamo, rappresenta la solida diplomazia russa – si rivolge direttamente al direttore: «Dottor Molinari, non ama il gas russo? Molto bene. Ho una grande idea: Maurizio per protesta riscaldi la sua casa con copie de La Repubblica». Visti come siamo messi adesso, potrebbe essere un’idea da non scartare del tutto.

 

Non è finita, arriva il 2022. Arriva la guerra, l’Operatsija Z.

 

Sempre La Stampa pubblica un articolo che fa ammattire i russi. Titolo: «Se uccidere Putin è l’unica via d’uscita». Sempre più sibillini. L’ambasciatore Razov, sempre lui, va a denunciare. L’autore dell’articolo dice che il russo ha capito male, e che anzi l’idea «che qualche russo ammazzi Putin» sia «priva di senso e immorale, e questo c’era scritto bene in evidenza».

 

Ne abbiamo scritto su Renovatio 21, per altre ragioni: perché il premier Mario Draghi ha difeso il giornale torinese con il coltello della democrazia costituzionale fra i denti: «Forse non è una sorpresa che l’ambasciatore russo si sia così inquietato: lui è l’ambasciatore di un Paese in cui non c’è libertà di stampa, da noi c’è, è garantita dalla Costituzione».

 

Draghi dice che lui sta con quello che discettano sui giornale della possibilità dell’assassinio di Putin. Poi, il giorno dopo gli telefona per chiedergli il gas. Gli telefona, in teoria, per conto nostro…

 

Valeva la pena per Draghi di leggersi quanto aveva detto l’ambasciatore Razov andando in tribunale: «Questo articolo d’autore considerava la possibilità dell’uccisione del presidente della Russia. Non c’è bisogno di dire che questo è fuori dell’etica, dalla morale e dalle regole del giornalismo. Nel codice penale dell’Italia si prevede possibilità di istigazione a delinquere e apologia di reato».

 

Insomma, ai russi non è piaciuto nemmeno questo articolo de La Stampa.

 

Insomma, tutto questo rancore è in apparenza inspiegabile. Perché La Stampa, e poi Molinari, che ne era direttore, attaccano così direttamente la Russia, riuscendo perfino a far saltare i nervi ai diplomatici?

 

Perché nel momento più impensato, quello del mondo paralizzato dal virus (ricordate: marzo-aprile 2020), si scagliano contro l’esercito russo in uno scenario (servizi inglesi, guerra batteriologica, GRU) da vera guerra di spie?

 

Non abbiamo risposta nemmeno a questo, possiamo solo, anche qui, buttare qualche puntino.

 

La Stampa è il giornale della famiglia oligarchica Agnelli, dove ora il cognome predominante – a causa del John detto Jaki, scelto dal nonno Gianni ma ancora privo del physique du role del patriarca – è Elkann. Gli Elkann sono una famiglia importante dell’ebraismo francese. Il nonno Jean-Paul Elkann è banchiere e rabbino di alto rango (già presidente del Concistoro ebraico di Parigi) operante a Nuova York, città in cui nascerà anche il padre Alain, John stesso e suo fratello Lapo.

 

La FIAT ha avuto rapporti cordiali con l’URSS: ricordiamo la produzione nella città di Tol’jatti della mitica Zhiguli, l’automobile nata dalla cooperazione industriale italo-sovietica. Già 40-50 anni fa lo storico Anthony Sutton vedeva questa la produzione oltrecortina consentita agli Agnelli come la riprova che l’élite globalista (in particolare, la famiglia Rockefeller, che degli Agnelli sono amicissimi ed alleati) andava ben oltre gli steccati politici tra il cosiddetto «Mondo libero» e i Paesi a socialismo reale.

 

C’è tuttavia un altro elemento «russo» che si inserisce nella storia della dinastia agnellica. La mamma di John Elkann, Margherita Agnelli, una volta divorziata dal padre di Jaki si risposa, come da imperativo di famiglia, con un nobile vero, Serge de Pahlen, nato in Normandia ma di famiglia di antichissima nobiltà russa. I due hanno cinque figli. Arrivato al vertice della FIAT, Jaki licenzia il patrigno, che da 22 anni lavorava in azienda. Sono gli anni della denuncia in tribunale di Margherita per avere la sua parte del famoso tesoro all’estero di Gianni Agnelli, di cui sono ancora sconosciute dimensioni e origini – ma della cui esistenza oramai pochi dubitano.

 

Ma non si tratta solo di una questione famigliare: in un libro pubblicato in Gran Bretagna (dove, sennò) nel 2020, una giornalista del Financial Times scrive che de Pahlen era stato «reclutato dal KGB durante gli anni Ottanta», con la missione di trasferire tecnologia a Mosca.  «La Fiat era sempre stata un partner chiave dei sovietici, e secondo due ex intermediari del KGB, divenne un fornitore di tecnologia dual-use (cioè che si può usare in ambito civile come in quello militare, ndr), attraverso una miriade di società amiche».

 

La Russia e il KGB che entrano nel casato Agnelli, dove già, forse, erano entrati gli iraniani con la presunta conversione di Edoardo, trovato poi morto sotto un cavalcavia, all’Islam sciita. Possibile che sia questa la spiegazione dell’ostinazione de La Stampa contro Mosca?

 

Non sappiamo dirlo. Magari la questione riguarda il direttore di allora, Maurizio Molinari, che oggi hanno promosso alla testata ammiraglia comprata da poco, La Repubblica.

 

Ci eravamo sempre convinti che Molinari fosse legato ai neocon americani, così come Il Foglio.

 

Per chi non sapesse chi sono i neocon: una corrente della politica profonda americana, con operativi quasi mai eletti dal popolo ma incistati nei gangli delle amministrazioni di qualsiasi colore. I neocon sono votati agli interventi armati che gli USA dovrebbero somministrare al resto del mondo: è loro la pressione creata per la guerra d’Iraq e in Afghanistan. Sono discepoli di uno strano filosofo chiamato Leo Strauss, ma nessuno sa davvero cosa egli insegnasse, perché le lezioni per il circolo di studenti più intimo erano segrete, esoteriche. I neocon hanno passato decenni a metterci in guardia dall’Islamismo, ma ora spingono per l’obbiettivo di sempre, la guerra alla Russia. Quasi tutti i neocon sono ebrei, per lo più dei dintorni di Nuova York, e vengono da famiglie ebraiche scappate dalla Russia degli Zar.

 

In realtà, mi sbagliavo. A leggere da Google, non pare esservi relazione così diretta tra il direttore di Stampa e Repubblica e i neoconservatori: la ricerca «Molinari+neocon» non sortisce nulla, se non il libro che dedicò all’indimenticato Dubya, durante la cui presidenza i neocon dilagarono: George W. Bush e la missione americana (2004).

 

Così dobbiamo andare su Wikipedia, perché ammettiamo che, a parte l’erremoscia romanesca vista in TV per anni, di lui non sappiamo niente.

 

Scopriamo che è «nato a Roma in una famiglia di origine ebraica» e che ha studiato «all’Harris Manchester College dell’Università di Oxford e all’Università Ebraica di Gerusalemme», ha scritto per il giornale del PRI e vinto premi della Fondazione Spadolini. Chi ha compilato la voce per l’enciclopedia online tiene a farci sapere anche che è sposato con una signora «ebrea italo-libica, avvocato. La coppia ha quattro figli, tutti nati a New York». Per un decennio è stato il corrispondente da Nuova York del giornale degli Agnelli, per poi, prima di rientrare a Torino, esserlo stato anche a Bruxelles e Gerusalemme.

 

Ha scritto un mucchio di libri. Il suo libro sull’ISIS, che per Roberto Saviano era «il libro che tutti dovremmo leggere», purtroppo viene accusato di aver copincollato un bestseller americano, Rise of ISIS, di Jay Sekulow. Tuttavia ha pubblicato tantissimi altri volumi dai titoli interessanti: Ebrei in Italia: un problema di identità (1870-1938), La sinistra e gli ebrei italiani, Gli ebrei di New York, L’Italia vista dalla CIA, L’aquila e la farfalla. Perché il XXI secolo sarà ancora americano.

 

Tutta questa roba spiega in qualche modo l’intrigo internazionale in Val Seriana? Macchè.

 

Ribadiamo, noi ci stiamo limitando a buttare lì i puntini, sarà qualcuno più bravo di noi – magari qualcuno che avrà accesso alle carte – a dirci cosa è successo, e se c’entra qualcosa il conflitto di larga scala fra Paesi e fazioni di guerrafondai, che riescono a combattersi perfino sulle questioni umanitarie.

 

Vabbè, non siamo ingenui: in realtà sappiamo che non esistono missioni umanitarie prive di rilevanza per l’Intelligence. E, di fatto, c’è chi dice che proprio con un virus preso in Italia sia stato fatto il vaccino Sputnik, cioè l’amuleto magico con cui Putin ha tirato fuori la Russia dall’incantesimo del coronavirus pur vaccinando una porzione ridicola della sua popolazione praticamente senza obblighi. Lo aveva capito subito, Vladimir: il COVID è una guerra di percezione, serviva solo un segno per uscire dallo stallo globale)

 

Ipotizziamo che quando i russi minacciano di parlare, ora che gli italiani con cui hanno collaborato due anni fa gli si sono rivoltati contro, possano tirare fuori una storia così: eravamo d’accordo che avremmo trovato il vaccino insieme (la collaborazione con il famoso ospedale italiano è stata interrotta solo da qualche settimana), e invece voi, per qualche motivo, avete preferito il siero genico tedesco-americano, qualcuno ha scelto per voi da che parte stare nell’era della cortina mRNA…

 

Niente di che. Può essere così, ma fino a che nessuno parla, e piombano dal cielo i segreti militari, non potremmo mai saperlo.

 

Tuttavia, brancolando nel buio, possiamo fare anche altri incubi.

 

Sapete, siamo di quelli che all’inizio la storia dei biolaboratori americani in Ucraina proprio non se la filavano. Circolavano queste mappe in cui alcune strutture parevano essere in territorio già controllato dai russi. Chi le sparava in giro, ci sembrava della terribile schiatta dei social-perdigiorno. Dai, va bene tutto, ma che adesso mi si cerchi di collegare Wuhano all’Ucraina, che mi si dica che sarebbe implicato perfino l’Obama quando era senatore, e poi il figlio di Biden, proprio no, non esageriamo… ebbasta, ci hanno ragione quando ci chiamano complottisti.

 

Giuriamo, pensavamo proprio così.

 

Poi un bel giorno vediamo il video di Victoria Nuland che, in udienza al Congresso USA (dove, per legge, non puoi mentire, pena il carcere) ammette tutto.

 

 

Victoria Nuland, la regina dei neocon. La moglie di Robert Kagan, cardinale neocon teorico del Progetto per il Nuovo Secolo Americano (come nel titolo del libro citato anche in un libro più sopra…), dove si parlava, pochi anni prima dell’11 settembre, di «una nuova Pearl Harbor».

 

Victoria Nuland, nuora di Donald Kagan, capostipite dei neocon.

 

Victoria Nuland che, discendente di una famiglia di ebrei (vero nome: Nudelman) fuggiti dai pogrom in Circassia, telecomanda la crisi a Kiev.

 

Victoria Nuland che parla di laboratori di bioarmi.

 

Neocon. Russia. Virus. Guerra in Ucraina. Guerra biologica.

 

Ecco. Cercate di capirci: noi non ci abbiamo capito niente. E se anche avessimo capito qualcosa, sarebbe da piazzarci sopra un segreto militare multiplo, multinazionale, multidimensionale.

 

Zitti. E Mosca.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

Epidemie

Ebola, il numero di morti si avvicina a quota 3.000

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Secondo i dati governativi pubblicati lunedì, più di 6.000 persone sono state contagiate dal virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) dall’inizio dell’ultima epidemia, e quasi la metà dei pazienti confermati è deceduta a causa della malattia.

 

L’epidemia si è diffusa in 60 zone sanitarie distribuite in sei province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uele, Bas-Uele e Tshopo. L’Ituri rimane la regione più colpita, con 28 delle sue 36 zone sanitarie che segnalano casi, seguita dal Nord Kivu con 15. Il Paese ha registrato 6.041 casi confermati e 2.911 decessi, con un tasso di mortalità del 48,2%.

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha avvertito venerdì che l’epidemia continua a peggiorare. «Sebbene la sorveglianza sia stata ampliata, il numero di casi e di decessi continua ad aumentare a causa della trasmissione sostenuta e dell’espansione geografica», ha affermato l’agenzia in un post su X.

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Secondo l’Istituto Nazionale di Sanità Pubblica, un totale di 1.366 pazienti sono guariti, mentre 619 rimangono in isolamento o ricoverati in ospedale. Il ministero ha affermato che le squadre di intervento restano attive in tutte le province colpite, con particolare attenzione alle regioni di Ituri, Nord Kivu e Haut-Uele.

 

L’epidemia, dichiarata a maggio, è causata dal ceppo Bundibugyo del virus Ebola ed è diventata la più grande mai registrata nella storia della Repubblica Democratica del Congo, superando l’epidemia del 2018-2020. Attualmente non esistono vaccini approvati o trattamenti specifici per il ceppo Bundibugyo.

 

Anche le organizzazioni internazionali hanno intensificato il loro supporto nella risposta all’epidemia. Lunedì, a Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, sono stati consegnati veicoli alle autorità sanitarie e alle squadre della Croce Rossa per contribuire al contenimento dell’epidemia. «L’attenzione e le risorse costanti per la risposta all’Ebola nella RDC rimangono essenziali», ha dichiarato Ariel Kestens, capo della delegazione della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), il giorno X.

 

La scorsa settimana, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha definito l’epidemia di Ebola una «tragedia umana che colpisce famiglie e comunità su una scala straordinaria».

 

Anche l’OMS e i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) avevano precedentemente richiesto un maggiore sostegno internazionale per contenere l’epidemia.

 

Secondo un Rapporto OMS, entro settembre vi sarebbe il rischio di oltre 8.000 casi di Ebola in Congo.

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Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.

 

Nelle scorse settimane manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.

 

Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.

 

Gli USA due mesi fa hanno vietato ai propri cittadini residenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) di imbarcarsi su voli commerciali per tornare in patria finché non avranno trascorso almeno 21 giorni in un altro Paese

 

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Immagine di UNMEER via Flickr pubblicata su licenza CC BY-ND 2.0

 

 

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Epidemie

Due ricercatori NIH incriminati per aver introdotto campioni di DNA del vaiolo delle scimmie negli USA

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.   Vincent Munster e Claude Kwe Yinda sono stati incriminati con un atto d’accusa depositato il 20 agosto presso il Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto orientale del Michigan. Entrambi sono accusati di cospirazione per aver contrabbandato materiale biologico, inclusi campioni inattivati ​​del virus mpoplo, dall’Africa agli Stati Uniti. Sono inoltre accusati di aver rilasciato false dichiarazioni agli agenti della dogana e della protezione delle frontiere statunitensi.   Secondo quanto emerge dai documenti del tribunale, due ricercatori dei National Institutes of Health (NIH), accusati di aver trasportato negli Stati Uniti 113 campioni biologici, tra cui DNA di virus MPOS, dalla Repubblica del Congo, sono stati incriminati a livello federale.   Vincent Munster, dottore di ricerca, cittadino olandese e capo della sezione di ecologia virale presso i Rocky Mountain Laboratories del NIH a Hamilton, nel Montana, e Claude Kwe Yinda, dottore di ricerca, ricercatore camerunense, sono accusati di cospirazione per contrabbando di merci negli Stati Uniti in violazione di legge.

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Secondo l’atto d’accusa del 20 agosto, sono anche accusati di aver rilasciato false dichiarazioni agli agenti della dogana e della protezione delle frontiere degli Stati Uniti (CBP).   L’atto d’accusa, depositato presso la Corte distrettuale degli Stati Uniti per il distretto orientale del Michigan, afferma che i ricercatori si sono incontrati il ​​17 dicembre 2025 e hanno discusso del recupero di «100 campioni contenenti DNA di mpop (precedentemente vaiolo delle scimmie) e che avrebbero riportato i campioni negli Stati Uniti per i test di sequenziamento del DNA».   Si sono poi recati a Brazzaville a gennaio per prestare assistenza durante l’ epidemia di mpox prima di tornare negli Stati Uniti il ​​25 gennaio, atterrando al Terminal McNamara dell’aeroporto metropolitano di Detroit. Secondo l’accusa, trasportavano una grande valigetta di plastica nera contenente 113 provette da microcentrifuga con campioni biologici, tra cui gli isolati di DNA del virus mpox.   Quando gli agenti della CBP hanno chiesto informazioni sulla valigetta, Munster ha affermato che conteneva «kit di test», «analisi» e «reagenti per reazioni diagnostiche», secondo l’atto d’accusa. Kwe ha detto agli agenti che conteneva «materiale diagnostico».   Secondo i pubblici ministeri, tali dichiarazioni erano false. L’atto d’accusa afferma che gli uomini sapevano che i campioni richiedevano un’autorizzazione e una documentazione specifiche per essere trasportati su un volo commerciale e che dovevano essere dichiarati al loro ingresso negli Stati Uniti.   Secondo l’accusa, Munster avrebbe anche fornito agli agenti una descrizione scritta del contenuto, elencando i materiali di analisi anziché identificare i campioni biologici. Avrebbe inoltre dichiarato agli agenti che i numeri contrassegnati sui 113 tubi erano a scopo di «inventario».   Il caso ha avuto inizio con una denuncia penale presentata il 17 marzo. Diverse denunce e mandati di arresto sono stati depositati sotto sigillo prima che il governo decidesse di desecretare il caso a giugno.

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La disonestà è «diffusa in virologia» Secondo i critici, il caso mette in luce le frodi endemiche nel campo scientifico.   Richard Ebright, Ph.D., biologo molecolare presso la Rutgers University di New Brunswick, nel New Jersey, ha affermato che il caso illustra uno schema di inganno protrattosi nel tempo.   «Munster e Kwe sono l’esempio perfetto della disonestà, del disprezzo per la biosicurezza, del disdegno per la legge e del disprezzo per l’interesse pubblico che, dopo quattro decenni in cui Anthony Fauci ha trattato la virologia come un suo feudo personale e una base di potere, sono diventati pervasivi in ​​questo campo», ha affermato.   Altri esperti hanno affermato che quest’ultimo sviluppo dimostra la premeditazione dei ricercatori, anziché essere un atto casuale.   «È difficile credere che Munster si sia comportato in questo modo», ha affermato il giornalista Paul D. Thacker di The Disinformation Chronicle. «Ora sappiamo che questo contrabbando illegale di virus è stato premeditato, non una cattiva decisione dell’ultimo minuto».   Contattato in merito, l’Ufficio dell’Ispettore Generale del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha rimandato The Defender a un precedente comunicato stampa che faceva riferimento a un’indagine in corso.   «A quanto pare, questi esperti del NIH hanno violato le nostre leggi contrabbandando agenti patogeni virali su un aereo di linea affollato, provenienti da un focolaio nella Repubblica del Congo», ha dichiarato il procuratore statunitense Jerome F. Gorgon Jr. in quel comunicato. «Pensateci bene».

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Munster ha una storia di legami con Fauci e con la ricerca sul guadagno di funzione

Munster è da tempo impegnata nella ricerca sull’acquisizione di nuove funzioni, inclusa la ricerca che potrebbe aver contribuito alla creazione in laboratorio del SARS-CoV-2.   Nel 2018, Munster è stato indicato come partner in una proposta per il Progetto DEFUSE. La proposta, presentata alla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) del governo federale, prevedeva la modifica dei virus dei pipistrelli mediante l’inserimento di una proteina spike con un sito di clivaggio per la furina, che avrebbe permesso al virus di infettare i polmoni umani.   Secondo Thacker, «la DARPA ha negato i finanziamenti per DEFUSE, ma l’anno successivo un nuovo virus dei pipistrelli con un sito di clivaggio della furina ha iniziato a infettare gli esseri umani a Wuhan. Nessun altro virus strettamente imparentato con il virus COVID possiede questo sito di clivaggio della furina».   Ralph Baric, Ph.D., è stato l’autore principale della proposta DEFUSE e in seguito ha svolto un «ruolo centrale» con Fauci e altri funzionari e ricercatori della sanità pubblica nel promuovere la teoria “zoonotica” sull’origine del COVID-19.   Secondo Justin Goodman, vicepresidente senior per la difesa dei diritti e le politiche pubbliche presso White Coat Waste, un gruppo di controllo che ha indagato su Munster, «le impronte digitali di Munster sono sicuramente presenti nel famigerato piano con EcoHealth e il laboratorio di sperimentazione animale di Wuhan per creare un coronavirus simile a quello che ha causato il COVID».   Baric e Fauci hanno inoltre collaborato strettamente con Peter Daszak, Ph.D., ex presidente di EcoHealth Alliance, che aveva legami finanziari con l’Istituto di Virologia di Wuhan e che ha svolto un ruolo chiave nella promozione della teoria zoonotica.   Nel corso degli anni, Munster ha mantenuto i contatti con Daszak e EcoHealth Alliance, collaborando anche a una ricerca del 2022 sulla rilevazione del virus Nipah nei rifugi dei pipistrelli. Gli scienziati di Munster e di EcoHealth sono stati entrambi citati in un articolo di Science del 2017 sulla «caccia» al virus Ebola tra le colonie di pipistrelli africani.   Un’indagine condotta da White Coat Waste ha suggerito che Munster abbia svolto un ruolo significativo nell’aiutare EcoHealth Alliance ad ottenere finanziamenti dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) per il cosiddetto laboratorio sui pipistrelli «Wuhan West» presso la Colorado State University.   Secondo quanto rivelato da White Coat Waste, Munster è stato coautore della proposta del 2016 per il progetto «Wuhan West». Nel 2020, Munster ha richiesto finanziamenti al NIAID per il progetto. All’epoca, il NIAID era guidato da Fauci.

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Quale sarà il futuro di Munster e Kwe?

Entrambi gli uomini sono stati rilasciati su cauzione non garantita di 10.000 dollari.   L’udienza preliminare era prevista per il 26 agosto, ma la giuria ha emesso l’atto d’accusa il 20 agosto.   Dai documenti del tribunale risulta che l’udienza preliminare di Munster è fissata per il 2 settembre davanti a un giudice istruttore. Gli avvocati di Munster non hanno risposto alle richieste di commento.   Kwe comparirà in tribunale il 26 agosto. «A nome del signor Kwe, in questa fase lo si presume innocente e attenderemo gli sviluppi futuri del procedimento prima di rilasciare ulteriori commenti», ha dichiarato il suo avvocato Benton Martin al quotidiano The Defender.   L’atto d’accusa contiene anche disposizioni relative alla confisca dei beni, il che significa che il governo potrebbe rivalersi sui beni coinvolti nei presunti reati o sui proventi derivanti da essi, qualora gli imputati venissero condannati.   Il NIH non ha commentato le accuse, ma l’agenzia ha affermato che fornirà assistenza alle autorità giudiziarie nel caso.   «La questione è attualmente oggetto di indagine e il NIH sta collaborando pienamente con le forze dell’ordine e le autorità competenti», ha dichiarato l’agenzia in un comunicato.   In caso di condanna, entrambi i ricercatori rischiano fino a cinque anni di carcere.   Henrick Karoliszyn, DSW   © 25 agosto 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.   Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.    

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  Immagine di NIAID via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Epidemie

Collaboratore di alto livello di Fauci si dichiara colpevole di accuse federali. Tradirà il suo capo?

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Il dottor David Morens si è dichiarato colpevole martedì di un’accusa di cospirazione per frodare gli Stati Uniti. Secondo il Washington Post, Morens, 78 anni, ha dichiarato a un giudice federale di aver tentato di eludere le leggi federali sulla conservazione dei documenti utilizzando il suo account di posta elettronica privato per discutere informazioni relative alle origini del COVID-19. Il biologo molecolare della Rutgers University, Richard Ebright, Ph.D., ha affermato che Morens «probabilmente» ha agito «su ordine del suo capo, Fauci».

 

Un ex consigliere chiave del dottor Anthony Fauci si è dichiarato colpevole di occultamento di documenti pubblici relativi alle origini del COVID-19, nell’ambito di un patteggiamento raggiunto con i procuratori federali: uno sviluppo che, secondo alcuni esponenti politici e analisti, potrebbe coinvolgere Fauci.

 

Il dottor David Morens si è dichiarato colpevole martedì di un’accusa di cospirazione per frodare gli Stati Uniti. Secondo il Washington Post, Morens, 78 anni, ha dichiarato a un giudice federale di aver tentato di eludere le leggi federali sulla conservazione dei documenti utilizzando il suo account di posta elettronica privato per discutere di ricerche – e di una sovvenzione federale revocata – relative alle origini del COVID-19.

 

Morens, inizialmente incriminato ad aprile con cinque capi d’accusa federali, ha dichiarato al giudice di aver intenzionalmente reindirizzato le comunicazioni al suo account di posta elettronica personale per proteggere Fauci e perché le email avrebbero potuto essere fraintese in futuro, qualora fossero state rese pubbliche.

 

Dai documenti depositati in tribunale emerge che alcune delle email sono state inoltrate informalmente a un alto funzionario del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID). Secondo la CBS News, il funzionario in questione è probabilmente Fauci, che ha diretto il NIAID fino a dicembre 2022. Morens ha ricoperto il ruolo di consulente senior nell’ufficio di Fauci al NIAID tra il 2006 e il 2022.

 

Morens ha dirottato i messaggi sulla sua email personale mentre si moltiplicavano le speculazioni sul fatto che il COVID-19 fosse emerso in natura, come affermavano pubblicamente all’epoca Fauci e altri funzionari dell’amministrazione Biden e virologi chiave, oppure fosse stato sviluppato presso l’Istituto di Virologia di Wuhan, in Cina, e si fosse poi diffuso da lì.

 

In base all’accordo raggiunto con la procura, Morens rischia fino a cinque anni di carcere e una multa massima di 250.000 dollari, sebbene la sua pena potrebbe essere inferiore. Secondo il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ), «le condanne effettive per i reati federali sono in genere inferiori alle pene massime previste». La sentenza è prevista per il 12 novembre, come riportato da Politico.

 

«Dichiarandosi colpevole oggi, il dottor Morens si è assunto la responsabilità delle sue azioni e continuerà a farlo», ha affermato Tim Belevetz, avvocato di Morens, in una dichiarazione riportata dal Post.

 

James Billot, direttore di UnHerd, ha dichiarato a News24 Digital, testata australiana, che la dichiarazione di colpevolezza di Morens rappresenta la «prima grande vittoria» nell’indagine sulle origini del COVID-19. «Vedremo presto emergere molti altri dettagli su questo argomento».

 

Secondo Politico, Fauci non è stato «accusato né incriminato per illeciti nel caso contro Morens e il suo nome non viene menzionato negli atti processuali».

 

Ma in un post su X, il senatore Rand Paul (repubblicano del Kentucky), che sta guidando l’indagine del Congresso sulle origini del COVID-19, ha suggerito che Fauci potrebbe essere implicato: «Un alleato di lunga data di Fauci si dichiara colpevole. La sua dichiarazione di colpevolezza potrebbe implicare il coinvolgimento di Anthony Fauci?», ha scritto Paul.

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Morens si vantava di essere in grado di «far sparire le email»

Nel corso della sua testimonianza davanti alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti nel 2024, Fauci negò di avere avuto uno stretto rapporto di lavoro con Morens, suggerendo che Morens non gli forniva consulenza su «politiche dell’istituto o altre questioni sostanziali».

 

Tuttavia, l’accordo di patteggiamento di Morens include una dichiarazione in cui ammette di essersi spesso consultato con un ricercatore esterno, Peter Daszak, Ph.D., all’epoca presidente dell’EcoHealth Alliance, per preparare briefing per Fauci che suggerivano che il COVID-19 avesse origini naturali.

 

In un’email del 2021 resa pubblica dalla Camera e citata da The Hill, Morens scrisse a Daszak: «Posso inviare materiale a Tony [Fauci] tramite la sua Gmail privata, oppure consegnarglielo di persona al lavoro o a casa. È troppo intelligente per lasciare che i colleghi gli mandino cose che potrebbero causargli problemi».

 

In un’altra email del 2021, Morens affermò di sapere come «far sparire le email dopo una richiesta FOIA», riferendosi alle richieste di accesso agli atti federali previste dal Freedom of Information Act.

 

John Leake, vicepresidente della McCullough Foundation e autore di Mind Viruses: America’s Irrational Obsessions, ha scritto su Substack che la dichiarazione di colpevolezza di Morens per un singolo capo d’accusa di cospirazione è «simile alla condanna di Al Capone per evasione fiscale». Leake ha suggerito che la dichiarazione di colpevolezza avrà un impatto minimo sull’indagine sulle origini del COVID-19.

 

«Sebbene Morens probabilmente sconterà una pena detentiva, la sua dichiarazione di colpevolezza e la sua condanna per questo particolare atto di frode mi sembrano un diversivo rispetto al problema principale», ha scritto Leake, riferendosi alla «creazione illegale e al successivo occultamento illegale di un’arma biologica in un laboratorio di biosicurezza cinese».

 

Ma per altri analisti e commentatori, l’attenzione sta tornando a concentrarsi su Fauci in seguito alla dichiarazione di colpevolezza di Morens.

 

Jeffrey Tucker, presidente e fondatore del Brownstone Institute, ha ipotizzato che Morens abbia probabilmente accettato di testimoniare contro altre persone in cambio del patteggiamento e, forse, di una pena più mite.

 

«Ora è disposto a parlare in cambio di una pena più lieve. Sicuramente parlerà e sarà affascinante sapere tutto quello che sa», ha detto Tucker.

 

Il biologo molecolare della Rutgers University, Richard Ebright, Ph.D., si è detto d’accordo. Ebright è stato un acceso critico della ricerca sul guadagno di funzione, che secondo i sostenitori della teoria della fuga dal laboratorio avrebbe probabilmente portato alla creazione in laboratorio del SARS-CoV-2 e alla sua successiva fuoriuscita dal laboratorio di Wuhan.

 

Ha affermato che Morens «probabilmente» ha agito «su ordine del suo capo, Fauci».

 

«La dichiarazione di colpevolezza di Morens è un primo passo importante per assicurare alla giustizia i funzionari statunitensi che hanno finanziato la sconsiderata ricerca sul guadagno di funzione a Wuhan, che ha causato il COVID-19» ha detto Ebright.

 

«Sembra possibile, persino probabile, che Morens sia stato ‘ingannato’ dai procuratori e che la sua dichiarazione di colpevolezza sia il risultato di un patteggiamento in cui Morens ha accettato di testimoniare contro Fauci, Daszak… e altri».

 

L’accordo di patteggiamento di Morens prevedeva un fascicolo sigillato, il che, secondo Ebright, indica che Morens ha accettato di testimoniare contro altri: un’opinione condivisa dal ricercatore e autore James Lyons-Weiler, Ph.D., che ha scritto su Substack:

 

«Infine, poiché l’accordo di patteggiamento include un supplemento sigillato e una separata dichiarazione di fatto, la documentazione attualmente pubblica è incompleta. Tale lacuna è particolarmente rilevante per le speculazioni secondo cui Morens starebbe collaborando contro altri. Tale collaborazione è possibile in teoria, ma non può essere ragionevolmente dedotta dalla sola esistenza del documento sigillato».

 

«… Avevamo previsto che a [Morens] sarebbe stato offerto un patteggiamento e che le accuse specifiche sarebbero state ritirate in cambio della sua testimonianza contro Fauci e altri.»

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Morens ha ricevuto regali per «marachelle dietro le quinte»

L’atto d’accusa contro Morens faceva ampio riferimento a due complici, indicati come «Co-cospiratore 1» e «Co-cospiratore 2».

 

Secondo il Post, i documenti resi pubblici nell’ambito dell’indagine del Congresso indicano che le due persone in questione sono Daszak e il dottor Gerald Keusch, ex direttore del Fogarty International Center del NIH, che finanziava scienziati stranieri.

 

Secondo quanto riportato dal Post, Morens, Daszak e Keusch «hanno discusso ripetutamente della possibilità di limitare le loro conversazioni alle email private».

 

Sotto la guida di Daszak, l’EcoHealth Alliance ha ricevuto una sovvenzione dai National Institutes of Health (NIH), l’agenzia madre del NIAID, per uno studio intitolato «Comprendere il rischio di emergenza del coronavirus nei pipistrelli». Il laboratorio di Wuhan ha successivamente ricevuto un sub-finanziamento dall’EcoHealth Alliance, a sua volta finanziato dalla sovvenzione.

 

Nell’ambito del patteggiamento, Morens ha ammesso di aver ricevuto «gratificazioni illegali» da Daszak, tra cui pasti in ristoranti stellati Michelin e bottiglie di vino, come ringraziamento per i suoi «consigli, il suo supporto e i suoi intrighi dietro le quinte» nell’aiutare Daszak a «ripristinare la sospensione del finanziamento per la ricerca sul coronavirus dei pipistrelli e a contrastare la narrazione secondo cui il COVID-19 sarebbe fuoriuscito da un laboratorio».

 

Secondo il Dipartimento di Giustizia, «Morens avrebbe poi individuato un atto ufficiale che avrebbe potuto compiere per ‘meritarsi’ il regalo, ovvero scrivere un commento scientifico su un’importante rivista medica in cui sosteneva che il COVID-19 avesse origini naturali».

 

Ad aprile, il New York Post ha riportato che il commento è probabilmente un articolo di cui Morens è coautore, pubblicato nel luglio 2020 sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene.

 

Tucker ha affermato che Morens era «un intellettuale promettente» che «si è convertito al lato oscuro» agendo su «ordine di Fauci», tra cui la pubblicazione di articoli su riviste scientifiche a sostegno della narrativa ufficiale sul COVID-19.

 

Tucker ha citato un articolo del settembre 2020, scritto da Morens in collaborazione con Fauci e pubblicato sulla rivista Cell, in cui si auspicava la «ricostruzione delle infrastrutture dell’esistenza umana».

 

«Era distopico all’estremo e lui lo sapeva», ha detto Tucker. «Rifletteva il suo stato d’animo: l’assurdità al servizio del potere».

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Altri collaboratori di Fauci faranno a gara per «denunciarsi a vicenda» in cambio di patteggiamenti?

La dichiarazione di colpevolezza di Morens rappresenta l’ultimo sviluppo nell’indagine congressuale in corso sulle origini del COVID-19. Nel 2024, quando testimoniò davanti al Congresso nell’ambito dell’indagine  Morens negò di aver tentato di eludere la legge federale instradando le comunicazioni attraverso il suo account di posta elettronica personale.

 

All’inizio di questo mese, Paul ha segnalato Fauci al Dipartimento di Giustizia per oltraggio al Congresso, per essersi rifiutato di rispondere alle domande durante l’udienza del mese scorso. Secondo il Washington Post, il Dipartimento di Giustizia sta esaminando la richiesta. È la terza volta che Paul segnala Fauci al Dipartimento di Giustizia per possibili accuse penali.

 

La settimana scorsa, Fauci ha rifiutato la richiesta di comparire volontariamente davanti a un’altra commissione del Senato.

 

Negli ultimi istanti del suo mandato, lo scorso anno, l’allora presidente Joe Biden concesse preventivamente la grazia a Fauci per tutti i suoi atti ufficiali risalenti al 2014, anno in cui il NIH approvò un finanziamento per la ricerca di Daszak sul coronavirus nei pipistrelli.

 

Esperti legali avevano precedentemente dichiarato a The Defender che, sebbene la grazia protegga Fauci da procedimenti penali federali per i suoi atti ufficiali, non impedisce agli Stati di sporgere denuncia contro di lui. Inoltre, non lo protegge dalle accuse di oltraggio al Congresso o di falsa testimonianza in successive deposizioni.

 

Nel 2024, il dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha sospeso tutti i finanziamenti a EcoHealth Alliance dopo aver constatato che l’organizzazione non aveva monitorato adeguatamente gli esperimenti sul coronavirus.

 

Ad aprile, il NIH avrebbe revocato tutti i finanziamenti concessi al virologo Ralph Baric, Ph.D., che aveva collaborato con Fauci e i ricercatori del laboratorio di Wuhan prima e durante la pandemia di COVID-19.

 

A giugno, l’FBI ha incriminato due ricercatori del NIH, tra cui Vincent Munster, Ph.D., legato a Fauci, con l’accusa di aver introdotto clandestinamente negli Stati Uniti, all’inizio di quest’anno, il virus del mosaico del mais (mpox) e altri agenti patogeni pericolosi.

 

Documenti resi pubblici il mese scorso suggeriscono che nel 2021 l’FBI abbia fatto pressioni sugli agenti della dogana e della protezione delle frontiere statunitensi affinché non interrogassero Daszak al suo rientro negli Stati Uniti dalla Cina, dove si era recato nell’ambito di un’indagine dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle origini del COVID-19.

 

L’anno scorso, Daszak è diventato presidente di Nature.Health.Global, un’organizzazione no-profit che svolge ricerche sulla salute pubblica e sulla prevenzione delle pandemie. Morens lavora per questa organizzazione.

 

Ebright ha suggerito che «ora è iniziata la corsa ai topi» per gli ex stretti collaboratori e alleati di Fauci, che si «denunciano a vicenda».

 

«Morens, Daszak, Keusch e gli altri probabilmente stanno già facendo a gara per essere i primi a collaborare e quindi ad accaparrarsi i migliori accordi di patteggiamento».

 

Michael Nevradakis

Ph.D.

 

© 19 agosto 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

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