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Epidemie

Virus lombardo, guerra russa. Perché il segreto militare sulla Val Seriana?

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Il lettore saprà che la settimana scorsa il Consiglio di Stato ha chiuso definitivamente la questione della zona rossa in Val Seriana.

 

Un anno e mezzo fa l’agenzia AGI aveva chiesto i documenti che avrebbero dovuto spiegare perché «400 militari furono mandati nella Bassa Bergamasca e poi ritirati dal territorio più aggredito dal COVID», quello che fu chiamata anche la Wuhan 2.

 

Dopo quello che in gergo tribunalizio si chiama «alterno esito di giudizi» – il susseguirsi di pronunce di segno opposto della giustizia amministrativa – il giudici del Consiglio di Stato (lo stesso organo che aveva annullato la pronuncia del TAR sulle cure domestiche) hanno messo il sigillo sulla questione.

 

Per i magistrati vi sarebbero le «rilevanti e apprezzabili esigenze di riservatezza» dichiarate dal ministero degli Interni della Lamorgese.

 

«Fu dunque una decisione maturata solo in ambito militare quella di scegliere come impiegare i propri uomini e donne come lo stesso Ministero ha scritto: “Non c’è stato alcun atto governativo specifico di impiego delle forze militari nelle zone di Nembro e Alzano”» scrive Manuela d’Alessandro di AGI, che aveva chiesto accesso alle carte.

 

«Il Consiglio di Stato, accogliendo la tesi del governo, spiega che per contrastare il Covid “sono stati impiegati gli stessi contingenti di Forze Armate addetti all’operazione ‘Strade Sicure’” il cui utilizzo “è stato disposto in attuazione delle direttive generali di pianificazione annuale, in relazione alle quali sussiste un’esigenza di riservatezza volta a secretare le linee della programmazione strategica di impiego delle risorse umane e strumentali”» continua AGI.

 

In pratica, il segreto militare. Sul virus lombardo. Quello delle casse con i morti portate via da file di camion dell’esercito.

 

Ora, nessuno si sta sbilanciando. Tutti in questi giorni stanno semplicemente riportando la notizia, magari ringhiando un po’, ma in modo disarticolato. Questo perché nessuno ha idea di cosa dire – nessuno sa cosa vi sia dietro questo segreto.

 

Noi pure non abbiamo idea. Il segreto ci è segreto. Come a tutti, l’unica cosa che ci è chiara è che ciò che è stato sigillato deve avere una vasta importanza, altrimenti non avrebbero scomodato l’ultima linea giudiziaria possibile, il Consiglio di Sstato, per secretare tutto.

 

Tuttavia, a differenza di altri, Renovatio 21 vorrebbe fare quello che cerca di fare spesso: buttare lì un po’ di puntini, nell’attesa che arrivi il momento che si uniscano.

 

Dunque, abbiamo un segreto militare.

 

Ebbene, l’esercito italiano non è il solo coinvolto: in quei mesi, in Lombardia e non solo (ma a partire da lì), operava, in una missione concordata tra i due Paesi, l’esercito russo.

 

Cioè, l’esercito ora coinvolto nella guerra al centro del mondo. L’esercito del Paese verso cui dobbiamo provare odio per obbligo di Stato, quasi fosse un vaccino mRNA. L’esercito della Nazione contro la quale la più grande forza militare della storia – la NATO – sta preparandosi.

 

Per bizzarra coincidenza, quell’esercito era proprio lì, in quello che sembrò essere il primo focolaio COVID d’Europa, appunto una seconda Wuhano.

 

Non si trattava di qualcosa di inaudito. Operazioni di cooperazione simile ve ne sono state tante: ad esempio per il terremoto dell’Aquila.

 

C’è da rammentare poi che l’iniziativa russa divenne un format transnazionale: Paese non-europeo manda aiuti all’Italia in difficoltà. Il campo in effetti era vuoto: la Francia faceva sketch con il pizzaiolo italiano che sputa nella pizza, la Germania bloccava in aeroporto i (preziosissimi, eh!) respiratori ordinati da Roma all’Estero. Quindi ecco che, per la gioia di qualche vetero-sinistroide grillino, arrivano i dottori di Cuba, con applausi in aeroporto. Poi ecco che il premier d’Albania Edi Rama, uomo di George Soros, annuncia in perfetto italiano che sta per mandare una squadra di medici in aiuto all’Italia, per riconoscenza per quanto l’Italia ha fatto per Tirana in passato. Il finale della missione albanese non fu bellissimo: nel lockdown feroce di Brescia, in hotel tra birra e musica ad alto volume, interviene la polizia e commina multe da 500 euro, più due denunce per resistenza e oltraggio. Ma sono episodi di folclore.

 

Quindi: i russi, d’accordo con gli italiani, si prendono la briga di «sanificare» la Val Seriana. Ospedali, case di riposo, etc.

 

A differenza di quanto si vede commentato ora, la cosa sembrava decisamente ben considerata da tutti. Governo, sindaci, gente comune. Abbiamo testimonianze da parte di quest’ultima che ci confermano.

 

Non c’era motivo di dubitare di nulla, in quell’ingenua primavera 2020, quando tentavano di mandarci giù per la gola una relazione profonda quanto oscena con il Paese untore, la Cina, quando ancora pensavamo che la luce fuori dal tunnel era a portata, certo non sarebbero passati gli anni, certo non avremmo dovuto riconfigurare il Paese secondo l’apartheid biotica di obblighi e green pass…

 

Quindi, la cosa più sana da fare ora, decisamente, è cercare di capire a chi la missione della Russia non andasse bene. Perché qualcuno c’era. Eccome.

 

Un giornale, La Stampa di Torino – storica testata della dinastia oligarchica degli Agnelli, ora Elkann – era riuscito a far inviperire prima l’ambasciatore russo Razov (quello di cui avete sentito parlare in questi giorni, quello che due settimane fa ha denunciato il quotidiano), poi il maggior generale Igor Konashenkov, quello che sentite ogni giorno parlare adesso di Ucraina in quanto portavoce dell’esercito di Mosca, infine la Maria Zakharova, indomita portavoce degli Esteri.

 

Razov scrisse una lettera al giornale piemontese, allora diretto da Maurizio Molinari, lamentando come un articolo di un giornalista, lo Jacopo Jacoboni, citando «fonti politiche di alto livello» affermasse che «l’80% degli aiuti russi sarebbe totalmente inutile o poco utile».

 

In più, scrive l’ambasciatore, «J. Jacoboni intravede un insidioso secondo fine della Russia nel fatto che siano stati inviati in Italia militari delle forze armate russe, tra i quali anche esperti di difesa nucleare, chimica e biologica».

 

«Per quanto riguarda il messaggio che spunta dal ragionamento dell’autore e cioè che l’invio di militari russi (a proposito, a titolo gratuito) avrebbe come scopo quello di causare un qualche danno ai rapporti tra l’Italia e i partner della NATO, offriamo ai lettori l’opportunità di giudicare da soli chi e come viene in aiuto al popolo italiano nei momenti difficili. In Russia c’è un detto: “Gli amici si vedono nel bisogno”».

 

Insomma, La Stampa aveva insinuato che i russi non stessero solo sanitarizzando un pezzo di Lombardia.

 

Veniamo a Konashenkov, che ora sta curando la comunicazione dell’Operazione Z in Ucraina. Il 2 aprile 2020 il maggiore generale fa uscire sui social una nota durissima.

 

«Abbiamo prestato attenzione agli incessanti tentativi che già da due settimane il quotidiano La Stampa sta mettendo in campo per screditare la missione dei russi che si sono mobilizzati per prestare aiuto agli italiani in difficoltà».

 

«Nascondendosi dietro agli ideali della libertà di parola e del pluralismo di opinioni, La Stampa sta alimentando fake news russofobiche da guerra fredda rimandando a “opinioni” espresse da anonimi “alti funzionari”».

 

« (…) La maggior parte dei medici e degli epidemiologi russi sono stati definiti dal quotidiano come esperti di guerra biologica. Coloro i quali non hanno avuto l’onore di rientrare in questa categoria sono finiti tra i membri dell’intelligence militare russa».

 

«Tuttavia, sullo sfondo di tali speculazioni, nonostante i sospetti sensazionalistici de La Stampa, invece di condurre una guerra biologica gli epidemiologi giunti in Italia per combattere il coronavirus assieme ai propri colleghi italiani stanno debellando il Covid-19 in 65 case di riposo di Bergamo. I medici militari russi quotidianamente fianco a fianco dei militari italiani stanno edificando i reparti di terapia intensiva per salvare i cittadini italiani contagiati dal virus nel nuovo ospedale di emergenza di Bergamo».

 

Infine, Konashenkov sfoderava una citazione in latino (lingua propria dell’Italia, e del russo quando vuole sembrare ultrasofisticato) e una, per motivi precisi, in inglese.

 

«Per quanto riguarda i rapporti con i reali committenti della russofobia de La Stampa, i quali sono a noi noti, raccomandiamo loro di fare propria un’antica massima: Qui fodit foveam, incidet in eam (Chi scava la fossa, in essa precipita). Per essere più chiari: Bad penny always comes back».

 

Le anime belle dei giornali italiani cominciarono a strillare pazzamente: quella della fossa era una chiara minaccia, e pazienza se il generale stava dicendo altro.

 

A chiarire la questione dei «reali committenti», quindi, ci pensò la Zakharova, che dietro ha tutta la potenza della macchina diplomatica moscovita.

 

La portavoce degli Esteri della Federazione russa disse che dietro all’articolo de La Stampa c’era… un’azienda britannica.

 

«Siamo riusciti a rintracciare l’intermediario, una società registrata a Londra, i cui rappresentanti si sono rifiutati di fornire qualsiasi informazione su questo accordo menzionato nell’articolo o di rispondere a qualsiasi domanda relativa all’ubicazione, al prezzo e alla natura del carico, nonché come mittente e destinatario», affermò un po’ oscuramente Zakharova.

 

Come? Una società inglese dietro all’articolo? In che senso? Ammettiamo di non capire nulla, forse sono segnali da servizi segreti che ci sfuggono totalmente, tuttavia comprendiamo perché Konashenkov parlasse di penny…

 

La cosa, per quanto possa sembrarvi enorme – due potenze atomiche che si accusano usando l’Italia pandemica come campo di scontro – cade nel vuoto. Solo il Telegraph pubblica qualcosa, un articolo dal titolo non troppo sibillino: «Russian Mercy Mission in Italy is a front for Intelligence Gathering, expert warns» («La missione di carità russa in Italia è una copertura per la raccolta di Intelligence, dicono gli esperti»).

 

Nel pezzo, viene scritto che «molto probabilmente il contingente contiene ufficiali dell’intelligence militare del GRU, l’equivalente russo dell’MI6».

 

GRU, MI6: sì, siamo finiti in una guerra di spie.

 

Sono le stesse sigle che vengono citate ora in Ucraina, con i filorussi a parlare della strage di Bucha come di una operazione di propaganda dell’MI6.

 

Come riportato da Renovatio 21, Londra sta montando, sin da prima dell’innesco del conflitto materiale, una campagna antirussa senza requie, come notato pure pubblicamente da politici e diplomatici esteri come il presidente croato Zoran Milanovic e l’ex ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl.

 

Andiamo oltre.

 

2021. Molinari, il direttore de La Stampa che fece adirare Mosca, passa a La Repubblica.  A Novembre pubblica un editoriale (titolo sibillino anche questo: «La morsa di Putin sull’Unione europea») in cui parla della «minaccia ibrida» di Putin, che tra immigrati Bielorussi e gasdotti, avrebbe lo scopo di «generare crisi parallele per stringere in una morsa l’Unione europea».

 

Il Cremlino si incazza un’altra volta. La Zakharova – che, ripetiamo, rappresenta la solida diplomazia russa – si rivolge direttamente al direttore: «Dottor Molinari, non ama il gas russo? Molto bene. Ho una grande idea: Maurizio per protesta riscaldi la sua casa con copie de La Repubblica». Visti come siamo messi adesso, potrebbe essere un’idea da non scartare del tutto.

 

Non è finita, arriva il 2022. Arriva la guerra, l’Operatsija Z.

 

Sempre La Stampa pubblica un articolo che fa ammattire i russi. Titolo: «Se uccidere Putin è l’unica via d’uscita». Sempre più sibillini. L’ambasciatore Razov, sempre lui, va a denunciare. L’autore dell’articolo dice che il russo ha capito male, e che anzi l’idea «che qualche russo ammazzi Putin» sia «priva di senso e immorale, e questo c’era scritto bene in evidenza».

 

Ne abbiamo scritto su Renovatio 21, per altre ragioni: perché il premier Mario Draghi ha difeso il giornale torinese con il coltello della democrazia costituzionale fra i denti: «Forse non è una sorpresa che l’ambasciatore russo si sia così inquietato: lui è l’ambasciatore di un Paese in cui non c’è libertà di stampa, da noi c’è, è garantita dalla Costituzione».

 

Draghi dice che lui sta con quello che discettano sui giornale della possibilità dell’assassinio di Putin. Poi, il giorno dopo gli telefona per chiedergli il gas. Gli telefona, in teoria, per conto nostro…

 

Valeva la pena per Draghi di leggersi quanto aveva detto l’ambasciatore Razov andando in tribunale: «Questo articolo d’autore considerava la possibilità dell’uccisione del presidente della Russia. Non c’è bisogno di dire che questo è fuori dell’etica, dalla morale e dalle regole del giornalismo. Nel codice penale dell’Italia si prevede possibilità di istigazione a delinquere e apologia di reato».

 

Insomma, ai russi non è piaciuto nemmeno questo articolo de La Stampa.

 

Insomma, tutto questo rancore è in apparenza inspiegabile. Perché La Stampa, e poi Molinari, che ne era direttore, attaccano così direttamente la Russia, riuscendo perfino a far saltare i nervi ai diplomatici?

 

Perché nel momento più impensato, quello del mondo paralizzato dal virus (ricordate: marzo-aprile 2020), si scagliano contro l’esercito russo in uno scenario (servizi inglesi, guerra batteriologica, GRU) da vera guerra di spie?

 

Non abbiamo risposta nemmeno a questo, possiamo solo, anche qui, buttare qualche puntino.

 

La Stampa è il giornale della famiglia oligarchica Agnelli, dove ora il cognome predominante – a causa del John detto Jaki, scelto dal nonno Gianni ma ancora privo del physique du role del patriarca – è Elkann. Gli Elkann sono una famiglia importante dell’ebraismo francese. Il nonno Jean-Paul Elkann è banchiere e rabbino di alto rango (già presidente del Concistoro ebraico di Parigi) operante a Nuova York, città in cui nascerà anche il padre Alain, John stesso e suo fratello Lapo.

 

La FIAT ha avuto rapporti cordiali con l’URSS: ricordiamo la produzione nella città di Tol’jatti della mitica Zhiguli, l’automobile nata dalla cooperazione industriale italo-sovietica. Già 40-50 anni fa lo storico Anthony Sutton vedeva questa la produzione oltrecortina consentita agli Agnelli come la riprova che l’élite globalista (in particolare, la famiglia Rockefeller, che degli Agnelli sono amicissimi ed alleati) andava ben oltre gli steccati politici tra il cosiddetto «Mondo libero» e i Paesi a socialismo reale.

 

C’è tuttavia un altro elemento «russo» che si inserisce nella storia della dinastia agnellica. La mamma di John Elkann, Margherita Agnelli, una volta divorziata dal padre di Jaki si risposa, come da imperativo di famiglia, con un nobile vero, Serge de Pahlen, nato in Normandia ma di famiglia di antichissima nobiltà russa. I due hanno cinque figli. Arrivato al vertice della FIAT, Jaki licenzia il patrigno, che da 22 anni lavorava in azienda. Sono gli anni della denuncia in tribunale di Margherita per avere la sua parte del famoso tesoro all’estero di Gianni Agnelli, di cui sono ancora sconosciute dimensioni e origini – ma della cui esistenza oramai pochi dubitano.

 

Ma non si tratta solo di una questione famigliare: in un libro pubblicato in Gran Bretagna (dove, sennò) nel 2020, una giornalista del Financial Times scrive che de Pahlen era stato «reclutato dal KGB durante gli anni Ottanta», con la missione di trasferire tecnologia a Mosca.  «La Fiat era sempre stata un partner chiave dei sovietici, e secondo due ex intermediari del KGB, divenne un fornitore di tecnologia dual-use (cioè che si può usare in ambito civile come in quello militare, ndr), attraverso una miriade di società amiche».

 

La Russia e il KGB che entrano nel casato Agnelli, dove già, forse, erano entrati gli iraniani con la presunta conversione di Edoardo, trovato poi morto sotto un cavalcavia, all’Islam sciita. Possibile che sia questa la spiegazione dell’ostinazione de La Stampa contro Mosca?

 

Non sappiamo dirlo. Magari la questione riguarda il direttore di allora, Maurizio Molinari, che oggi hanno promosso alla testata ammiraglia comprata da poco, La Repubblica.

 

Ci eravamo sempre convinti che Molinari fosse legato ai neocon americani, così come Il Foglio.

 

Per chi non sapesse chi sono i neocon: una corrente della politica profonda americana, con operativi quasi mai eletti dal popolo ma incistati nei gangli delle amministrazioni di qualsiasi colore. I neocon sono votati agli interventi armati che gli USA dovrebbero somministrare al resto del mondo: è loro la pressione creata per la guerra d’Iraq e in Afghanistan. Sono discepoli di uno strano filosofo chiamato Leo Strauss, ma nessuno sa davvero cosa egli insegnasse, perché le lezioni per il circolo di studenti più intimo erano segrete, esoteriche. I neocon hanno passato decenni a metterci in guardia dall’Islamismo, ma ora spingono per l’obbiettivo di sempre, la guerra alla Russia. Quasi tutti i neocon sono ebrei, per lo più dei dintorni di Nuova York, e vengono da famiglie ebraiche scappate dalla Russia degli Zar.

 

In realtà, mi sbagliavo. A leggere da Google, non pare esservi relazione così diretta tra il direttore di Stampa e Repubblica e i neoconservatori: la ricerca «Molinari+neocon» non sortisce nulla, se non il libro che dedicò all’indimenticato Dubya, durante la cui presidenza i neocon dilagarono: George W. Bush e la missione americana (2004).

 

Così dobbiamo andare su Wikipedia, perché ammettiamo che, a parte l’erremoscia romanesca vista in TV per anni, di lui non sappiamo niente.

 

Scopriamo che è «nato a Roma in una famiglia di origine ebraica» e che ha studiato «all’Harris Manchester College dell’Università di Oxford e all’Università Ebraica di Gerusalemme», ha scritto per il giornale del PRI e vinto premi della Fondazione Spadolini. Chi ha compilato la voce per l’enciclopedia online tiene a farci sapere anche che è sposato con una signora «ebrea italo-libica, avvocato. La coppia ha quattro figli, tutti nati a New York». Per un decennio è stato il corrispondente da Nuova York del giornale degli Agnelli, per poi, prima di rientrare a Torino, esserlo stato anche a Bruxelles e Gerusalemme.

 

Ha scritto un mucchio di libri. Il suo libro sull’ISIS, che per Roberto Saviano era «il libro che tutti dovremmo leggere», purtroppo viene accusato di aver copincollato un bestseller americano, Rise of ISIS, di Jay Sekulow. Tuttavia ha pubblicato tantissimi altri volumi dai titoli interessanti: Ebrei in Italia: un problema di identità (1870-1938), La sinistra e gli ebrei italiani, Gli ebrei di New York, L’Italia vista dalla CIA, L’aquila e la farfalla. Perché il XXI secolo sarà ancora americano.

 

Tutta questa roba spiega in qualche modo l’intrigo internazionale in Val Seriana? Macchè.

 

Ribadiamo, noi ci stiamo limitando a buttare lì i puntini, sarà qualcuno più bravo di noi – magari qualcuno che avrà accesso alle carte – a dirci cosa è successo, e se c’entra qualcosa il conflitto di larga scala fra Paesi e fazioni di guerrafondai, che riescono a combattersi perfino sulle questioni umanitarie.

 

Vabbè, non siamo ingenui: in realtà sappiamo che non esistono missioni umanitarie prive di rilevanza per l’Intelligence. E, di fatto, c’è chi dice che proprio con un virus preso in Italia sia stato fatto il vaccino Sputnik, cioè l’amuleto magico con cui Putin ha tirato fuori la Russia dall’incantesimo del coronavirus pur vaccinando una porzione ridicola della sua popolazione praticamente senza obblighi. Lo aveva capito subito, Vladimir: il COVID è una guerra di percezione, serviva solo un segno per uscire dallo stallo globale)

 

Ipotizziamo che quando i russi minacciano di parlare, ora che gli italiani con cui hanno collaborato due anni fa gli si sono rivoltati contro, possano tirare fuori una storia così: eravamo d’accordo che avremmo trovato il vaccino insieme (la collaborazione con il famoso ospedale italiano è stata interrotta solo da qualche settimana), e invece voi, per qualche motivo, avete preferito il siero genico tedesco-americano, qualcuno ha scelto per voi da che parte stare nell’era della cortina mRNA…

 

Niente di che. Può essere così, ma fino a che nessuno parla, e piombano dal cielo i segreti militari, non potremmo mai saperlo.

 

Tuttavia, brancolando nel buio, possiamo fare anche altri incubi.

 

Sapete, siamo di quelli che all’inizio la storia dei biolaboratori americani in Ucraina proprio non se la filavano. Circolavano queste mappe in cui alcune strutture parevano essere in territorio già controllato dai russi. Chi le sparava in giro, ci sembrava della terribile schiatta dei social-perdigiorno. Dai, va bene tutto, ma che adesso mi si cerchi di collegare Wuhano all’Ucraina, che mi si dica che sarebbe implicato perfino l’Obama quando era senatore, e poi il figlio di Biden, proprio no, non esageriamo… ebbasta, ci hanno ragione quando ci chiamano complottisti.

 

Giuriamo, pensavamo proprio così.

 

Poi un bel giorno vediamo il video di Victoria Nuland che, in udienza al Congresso USA (dove, per legge, non puoi mentire, pena il carcere) ammette tutto.

 

 

Victoria Nuland, la regina dei neocon. La moglie di Robert Kagan, cardinale neocon teorico del Progetto per il Nuovo Secolo Americano (come nel titolo del libro citato anche in un libro più sopra…), dove si parlava, pochi anni prima dell’11 settembre, di «una nuova Pearl Harbor».

 

Victoria Nuland, nuora di Donald Kagan, capostipite dei neocon.

 

Victoria Nuland che, discendente di una famiglia di ebrei (vero nome: Nudelman) fuggiti dai pogrom in Circassia, telecomanda la crisi a Kiev.

 

Victoria Nuland che parla di laboratori di bioarmi.

 

Neocon. Russia. Virus. Guerra in Ucraina. Guerra biologica.

 

Ecco. Cercate di capirci: noi non ci abbiamo capito niente. E se anche avessimo capito qualcosa, sarebbe da piazzarci sopra un segreto militare multiplo, multinazionale, multidimensionale.

 

Zitti. E Mosca.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

Epidemie

«Orgia in cattedrale durante il lockdown»: il Vaticano indaga

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Orgia da lockdown in una cattedrale cattolica: l’accusa ora ha fatto aprire un’indagine ufficiale.

 

Secondo la testata britannica Sunday Times, il Vaticano sta ora indagando sulle accuse di un «festino sessuale» durante il lockdown negli alloggi dei sacerdoti nella cattedrale di St. Mary a Newcastle, nel Regno Unito.

 

«Diverse denunce sono state presentate da individui all’interno della diocesi dopo che sono venute alla luce informazioni su una festa sessuale che si svolgeva negli alloggi dei sacerdoti annessi alla cattedrale di Newcastle», avrebbe detto una fonte della diocesi al giornale inglese. Una seconda fonte avrebbe dichiarato che «la cattedrale era diventata uno zimbello».

 

E in una lettera vista dal Times di Londra, l’inchiesta sarebbe stata affidata all’arcivescovo di Liverpool, al quale è stato ordinato di produrre «un rapporto approfondito sugli eventi che hanno portato alle dimissioni del vescovo Byrne».

 

Non vi è alcun suggerimento che Byrne, che ha servito sia Hexham che Newcastle, avesse contezza di quel che accadeva nella cattedrale durante il lockdowno.

 

Le chiese erano rimaste chiuse per gran parte dei blocchi della pandemia, con solo i funerali religiosi consentiti. Ma si dice che un sacerdote insediato da monsignor Byrne nel 2019, si sia avvicinato a diversi fedeli, chiedendo se volessero partecipare a «una festa» nella cattedrale, secondo una fonte vicina alle indagini.

 

Il sacerdote in questione si sarebbe suicidato nel 2021, dopo aver appreso di essere sotto inchiesta per accuse di pedofilia. In Inghilterra vi sarebbe poi un altro caso di sacerdote pregiudicato per reati sessuali accusato di avere nel PC 500 immagini di bambini e più di 5000 altre immagini proibite.

 

Anche a questo religioso pregiudicato sarebbe stata offerta l’opportunità di soggiornare nell’alloggio delle supposte orge all’interno della diocesi di Newcastle – un invito arrivato dopo la sua condanna. Tuttavia, figure di spicco all’interno della diocesi erano intervenute per bloccare questa possibilità, secondo le accuse contenute nel rapporto.

 

 

 

 

 

 

Immagine di AlixChaytor via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

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Epidemie

La ONG che operava al laboratorio di Wuhan ha appena ricevuto 3 milioni di dollari dal ministero della Difesa USA

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Poche settimane fa il Dipartimento della Difesa (DoD) ha assegnato una sovvenzione di 3 milioni di dollari a EcoHealth Alliance, l’ONG con sede a New York che è stata utilizzata per incanalare milioni del contribuente statunitense verso l’Istituto di Virologia di Wuhan, dove si lavorava per rendere più contagiosi e trasmissibili per gli esseri umani i coronavirus dei pipistrelli utilizzando tecniche di manipolazione genetica Gain of Function. Lo riporta il sito americano Just The News.

 

 

La sovvenzione è stata assegnata come parte di un programma del ministero della Difesa americano relativo al contrasto alle armi di distruzione di massa, come notato dal celebre virologo dell’Università Rutgers Richard H. Ebright.

 

 

Quest’ultima sovvenzione del DoD è ufficialmente pensata per «ridurre la minaccia di spillover virale dalla fauna selvatica nelle Filippine».

 

Nel 2014, l’amministrazione Obama ha temporaneamente sospeso i finanziamenti federali per la ricerca sul guadagno di funzione nella manipolazione del COVID dei pipistrelli per renderli più trasmissibili agli esseri umani. Quattro mesi prima di tale decisione, il NIH (l’ente sanitario pubblico USA) ha effettivamente spostato questa ricerca dall’Istituto di Virologia di Wuhan a EcoHealth Alliance, l’ONG scientifica guidata dall’inglese di origini ucraine Peter Daszak.

 

In particolare, L’Istituto di Virologia di Wuhano «ha partecipato apertamente alla ricerca sul guadagno di funzione in collaborazione con università e istituzioni statunitensi» per anni sotto la guida del Dr. Shi Zhengli, detta «Batwoman», il Washington Post.

 

Una volta scoppiata l’epidemia di SARS-CoV-2 nella stessa città in cui gli esperimenti sino-americani stavano manipolando il coronavirus del chirottero, la prestigiosa rivista scientifica The Lancet aveva pubblicato una tirata di Daszak firmata da oltre due dozzine di scienziati, che insisteva sul fatto che il virus potesse provenire solo da uno spillover tra specie, quindi fosse un evento naturale, e che quindi provenisse probabilmente dal locale mercato degli animali vivi, e che gli scienziati  dovevano «unirsi per condannare fermamente le teorie del complotto che suggeriscono che il COVID-19 non ha un’origine naturale».

 

Solo in seguito Lancet avrebbe notato i conflitti di interesse di Daszak.

 

Nel frattempo, come abbiamo notato alla fine dell’anno scorso, un rapporto provvisorio del Comitato del Senato USA per l’educazione sanitaria, il lavoro e le pensioni del 27 ottobre 2022 intitolato «An Analysis of the Origins of the COVID-19 Pandemic» concludeva che le origini di Covid erano più probabilmente basate su un laboratorio come parte di un «incidente correlato alla ricerca». Il virus quindi non aveva origine zoonotica, cioè non proveniva dalla fauna.

 

Il rapporto è stato il risultato di uno «sforzo di supervisione del Comitato bipartisan per la salute, l’istruzione, il lavoro e le pensioni (HELP) sulle origini della SARS-CoV-2». Forniva una lunga analisi che passa in rassegna «informazioni open source disponibili al pubblico per esaminare le due teorie prevalenti sull’origine del virus SARS-CoV-2».

 

Tra le altre conclusioni, il rapporto osservava: «prove sostanziali suggeriscono che la pandemia di COVID-19 sia stata il risultato di un incidente correlato alla ricerca associato a un laboratorio a Wuhan, in Cina», afferma il rapporto.

 

In una sezione intitolata «Problemi con l’ipotesi zoonotica naturale», il rapporto affermava:

 

«Sulla base del precedente e della genomica, lo scenario più probabile per un’origine zoonotica della pandemia di COVID-19 è che SARS-CoV-2 abbia attraversato la barriera delle specie da un ospite intermedio all’uomo. Tuttavia, le prove disponibili sono anche coerenti, forse di più, con uno spillover diretto da pipistrello a umano. Entrambi gli scenari rimangono plausibili e, in assenza di ulteriori informazioni, dovrebbero essere considerati ipotesi ugualmente valide».

 

«Tuttavia, quasi tre anni dopo l’inizio della pandemia di COVID-19, mancano prove critiche che dimostrerebbero che l’emergenza di SARS-CoV-2 e la conseguente pandemia di COVID-19 sono state causate da uno spillover zoonotico naturale».

 

«Tali lacune includono l’incapacità di identificare il serbatoio dell’ospite originale, l’incapacità di identificare una specie ospite intermedia candidata e la mancanza di prove sierologiche o epidemiologiche che mostrino la trasmissione dagli animali all’uomo, tra le altre descritte in questo rapporto», afferma il rapporto.

 

«A causa di queste lacune probatorie, è difficile trattare la teoria dello spillover zoonotico naturale come la presunta origine della pandemia di COVID-19».

 

Quindi, nella conclusione del rapporto, afferma:

 

«Sulla base dell’analisi delle informazioni pubblicamente disponibili, sembra ragionevole concludere che la pandemia di COVID-19 sia stata, molto probabilmente, il risultato di un incidente correlato alla ricerca. Nuove informazioni, rese pubblicamente disponibili e verificabili in modo indipendente, potrebbero modificare questa valutazione. Tuttavia, l’ipotesi di un’origine zoonotica naturale non merita più il beneficio del dubbio, né la presunzione di esattezza».

 

Il rapporto è stato firmato dal senatore Richard Burr della Commissione del Senato degli Stati Uniti per la salute, l’istruzione, il lavoro e le pensioni.

 

Come riportato da Renovatio 21, il capo di EcoHealth Alliance Peter Daszak fu bizzarramente anche nel team di ricerca dell’OMS che visitò la Cina nel 2020 allo scopo di capire di più sulle origini del coronavirus. Alla squadra internazionale fu permesso di entrare in territorio cinese solo dopo un lungo braccio di ferro sui nomi dei ricercatori: il nome di Daszak, con immane conflitto di interesse alle spalle, parrebbe essere stato gradito alla Cina. Il team visitò anche l’Istituto di Virologia di Wuhano, dove il Daszakko aveva già lavorato con la dottoressa Batwoman, ma stette circa tre ore, e basta.

 

Mesi dopo il capo degli investigatori OMS ammise sostanzialmente che la Cina aveva ordinato cosa scrivere nel rapporto.

 

È emerso in seguito che i programmi di manipolazione genetica dei patogeni di Wuhan avevano chiesto milioni di dollari anche alla DARPA, ente di ricerca e Sviluppo del Pentagono, che declinò la richiesta.

 

Sulla possibilità che il virus possa essere un’arma biologica facente parte di un’ampia storia di armamento biologico della Repubblica Popolare Cinese, vi sono varie opinioni, anche piuttosto estreme.

 

Come ha avuto da dire recentemente Elon Musk riguardo al caso di Fauci, la tecnologia Gain of Function «dovrebbe essere chiamata ricerca sulle armi biologiche, poiché la sua funzione è la morte».

 

 

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Epidemie

Esenzioni per la mascherina, 2 anni di carcere a dottoressa tedesca

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Una dottoressa di Berlino, in Germania, è stata condannata a due anni di carcere per aver firmato illegalmente oltre 4.000 esenzioni per le mascherine durante la pandemia di COVID-19. Lo riporta Summit News.

 

Oltre alla pena detentiva, un tribunale regionale nella città di Weinheim (land del Baden-Württemberg) ha inflitto al medico un divieto di lavoro di tre anni e una multa di 28.000 euro, l’importo che ha ricevuto per il rilascio dei certificati. La sua assistente d’ufficio è stata multata per 2.700 euro.

 

Secondo il tribunale, la dottoressa è stata condannata per «rilascio di certificati sanitari errati» a persone in tutta la Germania, la maggior parte delle quali non aveva mai incontrato o esaminato.

 

«Il processo ricorda più una vendita di certificati che una procedura medica», ha affermato la corte in una dichiarazione, aggiungendo che non è stata incolpata per aver fornito certificati ai suoi pazienti esistenti.

 

Secondo ABC News, «durante il processo l’imputato aveva sostenuto che indossare mascherine fosse dannoso per la salute delle persone. L’avvocato del medico intende impugnare il verdetto, ha riferito l’emittente pubblica SWR».

 

Decine di sostenitori della dottoressa si sono riuniti davanti al tribunale di Weinheim, a nord di Heidelberg, per protestare contro il verdetto e le restrizioni pandemiche imposte in Germania.

 

La Germania ha terminato l’anno scorso l’obbligo di mascherina negli ambienti interni, sebbene esso sia ancora in vigore sui treni a lunga percorrenza, negli studi medici, negli ospedali, nelle case di cura e in alcuni trasporti pubblici regionali.

 

La Germania nel biennio pandemico è stata uno dei teatri della repressione più feroce contro chi protestava contro le restrizioni pandemiche.

 

Dopo le brutalità di Berlino dell’estate 2020, le violenze della repressione si sono riaffacciate anche alle manifestazioni in tutto il 2021 e nei primi mesi del 2022.

 

La violenza fu tale che del caso si interessò il relatore ONU per la tortura, Nils Melzer. «Le autorità considerano il proprio popolo come un nemico» commentò mestamente l’esperto in abusi politici.

 

La Polizei germanica produsse scene di repressione notevoli anche fuori dalle manifestazioni, con arresti di anziane signore senza mascherina e raid in casa di dottori dissidenti, come nel caso del dottor Andreas Noack, deceduto poi a fine 2021 scatenando spirali di teorie del complotto fortunatamente neutralizzate dai fact-checkers.

 

E non parliamo solo di azioni di repressione fisica: indimenticabile è stata la scena del poliziotto che dice al manifestante «Sie haben jegliche Menschlichkeit verloren», cioè «Lei ha perso ogni umanità».

 

Come riportato da Renovatio 21, il giornale tedesco Die Welt ha rivelato, citando fonti interne al potere berlinese, che il governo era seriamente preoccupato per la quantità di persone, tutte determinatissime, che si vedevano alle manifestazioni.

 

Mentre Berlino prepara hub di riscaldamento per sfollati interni privi di termosifoni funzionanti causa costo del gas, cinque mesi fa è emerso che il governo tedesco si apprestava a criminalizzare proteste anti-inflazione non ancora avvenute.

 

 

 

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