Epidemie
Virus lombardo, guerra russa. Perché il segreto militare sulla Val Seriana?
Il lettore saprà che la settimana scorsa il Consiglio di Stato ha chiuso definitivamente la questione della zona rossa in Val Seriana.
Un anno e mezzo fa l’agenzia AGI aveva chiesto i documenti che avrebbero dovuto spiegare perché «400 militari furono mandati nella Bassa Bergamasca e poi ritirati dal territorio più aggredito dal COVID», quello che fu chiamata anche la Wuhan 2.
Dopo quello che in gergo tribunalizio si chiama «alterno esito di giudizi» – il susseguirsi di pronunce di segno opposto della giustizia amministrativa – il giudici del Consiglio di Stato (lo stesso organo che aveva annullato la pronuncia del TAR sulle cure domestiche) hanno messo il sigillo sulla questione.
Per i magistrati vi sarebbero le «rilevanti e apprezzabili esigenze di riservatezza» dichiarate dal ministero degli Interni della Lamorgese.
«Fu dunque una decisione maturata solo in ambito militare quella di scegliere come impiegare i propri uomini e donne come lo stesso Ministero ha scritto: “Non c’è stato alcun atto governativo specifico di impiego delle forze militari nelle zone di Nembro e Alzano”» scrive Manuela d’Alessandro di AGI, che aveva chiesto accesso alle carte.
«Il Consiglio di Stato, accogliendo la tesi del governo, spiega che per contrastare il Covid “sono stati impiegati gli stessi contingenti di Forze Armate addetti all’operazione ‘Strade Sicure’” il cui utilizzo “è stato disposto in attuazione delle direttive generali di pianificazione annuale, in relazione alle quali sussiste un’esigenza di riservatezza volta a secretare le linee della programmazione strategica di impiego delle risorse umane e strumentali”» continua AGI.
In pratica, il segreto militare. Sul virus lombardo. Quello delle casse con i morti portate via da file di camion dell’esercito.
Ora, nessuno si sta sbilanciando. Tutti in questi giorni stanno semplicemente riportando la notizia, magari ringhiando un po’, ma in modo disarticolato. Questo perché nessuno ha idea di cosa dire – nessuno sa cosa vi sia dietro questo segreto.
Noi pure non abbiamo idea. Il segreto ci è segreto. Come a tutti, l’unica cosa che ci è chiara è che ciò che è stato sigillato deve avere una vasta importanza, altrimenti non avrebbero scomodato l’ultima linea giudiziaria possibile, il Consiglio di Sstato, per secretare tutto.
Tuttavia, a differenza di altri, Renovatio 21 vorrebbe fare quello che cerca di fare spesso: buttare lì un po’ di puntini, nell’attesa che arrivi il momento che si uniscano.
Dunque, abbiamo un segreto militare.
Ebbene, l’esercito italiano non è il solo coinvolto: in quei mesi, in Lombardia e non solo (ma a partire da lì), operava, in una missione concordata tra i due Paesi, l’esercito russo.
Cioè, l’esercito ora coinvolto nella guerra al centro del mondo. L’esercito del Paese verso cui dobbiamo provare odio per obbligo di Stato, quasi fosse un vaccino mRNA. L’esercito della Nazione contro la quale la più grande forza militare della storia – la NATO – sta preparandosi.
Per bizzarra coincidenza, quell’esercito era proprio lì, in quello che sembrò essere il primo focolaio COVID d’Europa, appunto una seconda Wuhano.
Non si trattava di qualcosa di inaudito. Operazioni di cooperazione simile ve ne sono state tante: ad esempio per il terremoto dell’Aquila.
C’è da rammentare poi che l’iniziativa russa divenne un format transnazionale: Paese non-europeo manda aiuti all’Italia in difficoltà. Il campo in effetti era vuoto: la Francia faceva sketch con il pizzaiolo italiano che sputa nella pizza, la Germania bloccava in aeroporto i (preziosissimi, eh!) respiratori ordinati da Roma all’Estero. Quindi ecco che, per la gioia di qualche vetero-sinistroide grillino, arrivano i dottori di Cuba, con applausi in aeroporto. Poi ecco che il premier d’Albania Edi Rama, uomo di George Soros, annuncia in perfetto italiano che sta per mandare una squadra di medici in aiuto all’Italia, per riconoscenza per quanto l’Italia ha fatto per Tirana in passato. Il finale della missione albanese non fu bellissimo: nel lockdown feroce di Brescia, in hotel tra birra e musica ad alto volume, interviene la polizia e commina multe da 500 euro, più due denunce per resistenza e oltraggio. Ma sono episodi di folclore.
Quindi: i russi, d’accordo con gli italiani, si prendono la briga di «sanificare» la Val Seriana. Ospedali, case di riposo, etc.
A differenza di quanto si vede commentato ora, la cosa sembrava decisamente ben considerata da tutti. Governo, sindaci, gente comune. Abbiamo testimonianze da parte di quest’ultima che ci confermano.
Non c’era motivo di dubitare di nulla, in quell’ingenua primavera 2020, quando tentavano di mandarci giù per la gola una relazione profonda quanto oscena con il Paese untore, la Cina, quando ancora pensavamo che la luce fuori dal tunnel era a portata, certo non sarebbero passati gli anni, certo non avremmo dovuto riconfigurare il Paese secondo l’apartheid biotica di obblighi e green pass…
Quindi, la cosa più sana da fare ora, decisamente, è cercare di capire a chi la missione della Russia non andasse bene. Perché qualcuno c’era. Eccome.
Un giornale, La Stampa di Torino – storica testata della dinastia oligarchica degli Agnelli, ora Elkann – era riuscito a far inviperire prima l’ambasciatore russo Razov (quello di cui avete sentito parlare in questi giorni, quello che due settimane fa ha denunciato il quotidiano), poi il maggior generale Igor Konashenkov, quello che sentite ogni giorno parlare adesso di Ucraina in quanto portavoce dell’esercito di Mosca, infine la Maria Zakharova, indomita portavoce degli Esteri.
Razov scrisse una lettera al giornale piemontese, allora diretto da Maurizio Molinari, lamentando come un articolo di un giornalista, lo Jacopo Jacoboni, citando «fonti politiche di alto livello» affermasse che «l’80% degli aiuti russi sarebbe totalmente inutile o poco utile».
In più, scrive l’ambasciatore, «J. Jacoboni intravede un insidioso secondo fine della Russia nel fatto che siano stati inviati in Italia militari delle forze armate russe, tra i quali anche esperti di difesa nucleare, chimica e biologica».
«Per quanto riguarda il messaggio che spunta dal ragionamento dell’autore e cioè che l’invio di militari russi (a proposito, a titolo gratuito) avrebbe come scopo quello di causare un qualche danno ai rapporti tra l’Italia e i partner della NATO, offriamo ai lettori l’opportunità di giudicare da soli chi e come viene in aiuto al popolo italiano nei momenti difficili. In Russia c’è un detto: “Gli amici si vedono nel bisogno”».
Insomma, La Stampa aveva insinuato che i russi non stessero solo sanitarizzando un pezzo di Lombardia.
Veniamo a Konashenkov, che ora sta curando la comunicazione dell’Operazione Z in Ucraina. Il 2 aprile 2020 il maggiore generale fa uscire sui social una nota durissima.
«Abbiamo prestato attenzione agli incessanti tentativi che già da due settimane il quotidiano La Stampa sta mettendo in campo per screditare la missione dei russi che si sono mobilizzati per prestare aiuto agli italiani in difficoltà».
«Nascondendosi dietro agli ideali della libertà di parola e del pluralismo di opinioni, La Stampa sta alimentando fake news russofobiche da guerra fredda rimandando a “opinioni” espresse da anonimi “alti funzionari”».
« (…) La maggior parte dei medici e degli epidemiologi russi sono stati definiti dal quotidiano come esperti di guerra biologica. Coloro i quali non hanno avuto l’onore di rientrare in questa categoria sono finiti tra i membri dell’intelligence militare russa».
«Tuttavia, sullo sfondo di tali speculazioni, nonostante i sospetti sensazionalistici de La Stampa, invece di condurre una guerra biologica gli epidemiologi giunti in Italia per combattere il coronavirus assieme ai propri colleghi italiani stanno debellando il Covid-19 in 65 case di riposo di Bergamo. I medici militari russi quotidianamente fianco a fianco dei militari italiani stanno edificando i reparti di terapia intensiva per salvare i cittadini italiani contagiati dal virus nel nuovo ospedale di emergenza di Bergamo».
Infine, Konashenkov sfoderava una citazione in latino (lingua propria dell’Italia, e del russo quando vuole sembrare ultrasofisticato) e una, per motivi precisi, in inglese.
«Per quanto riguarda i rapporti con i reali committenti della russofobia de La Stampa, i quali sono a noi noti, raccomandiamo loro di fare propria un’antica massima: Qui fodit foveam, incidet in eam (Chi scava la fossa, in essa precipita). Per essere più chiari: Bad penny always comes back».
Le anime belle dei giornali italiani cominciarono a strillare pazzamente: quella della fossa era una chiara minaccia, e pazienza se il generale stava dicendo altro.
A chiarire la questione dei «reali committenti», quindi, ci pensò la Zakharova, che dietro ha tutta la potenza della macchina diplomatica moscovita.
La portavoce degli Esteri della Federazione russa disse che dietro all’articolo de La Stampa c’era… un’azienda britannica.
«Siamo riusciti a rintracciare l’intermediario, una società registrata a Londra, i cui rappresentanti si sono rifiutati di fornire qualsiasi informazione su questo accordo menzionato nell’articolo o di rispondere a qualsiasi domanda relativa all’ubicazione, al prezzo e alla natura del carico, nonché come mittente e destinatario», affermò un po’ oscuramente Zakharova.
Come? Una società inglese dietro all’articolo? In che senso? Ammettiamo di non capire nulla, forse sono segnali da servizi segreti che ci sfuggono totalmente, tuttavia comprendiamo perché Konashenkov parlasse di penny…
La cosa, per quanto possa sembrarvi enorme – due potenze atomiche che si accusano usando l’Italia pandemica come campo di scontro – cade nel vuoto. Solo il Telegraph pubblica qualcosa, un articolo dal titolo non troppo sibillino: «Russian Mercy Mission in Italy is a front for Intelligence Gathering, expert warns» («La missione di carità russa in Italia è una copertura per la raccolta di Intelligence, dicono gli esperti»).
Nel pezzo, viene scritto che «molto probabilmente il contingente contiene ufficiali dell’intelligence militare del GRU, l’equivalente russo dell’MI6».
GRU, MI6: sì, siamo finiti in una guerra di spie.
Sono le stesse sigle che vengono citate ora in Ucraina, con i filorussi a parlare della strage di Bucha come di una operazione di propaganda dell’MI6.
Come riportato da Renovatio 21, Londra sta montando, sin da prima dell’innesco del conflitto materiale, una campagna antirussa senza requie, come notato pure pubblicamente da politici e diplomatici esteri come il presidente croato Zoran Milanovic e l’ex ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl.
Andiamo oltre.
2021. Molinari, il direttore de La Stampa che fece adirare Mosca, passa a La Repubblica. A Novembre pubblica un editoriale (titolo sibillino anche questo: «La morsa di Putin sull’Unione europea») in cui parla della «minaccia ibrida» di Putin, che tra immigrati Bielorussi e gasdotti, avrebbe lo scopo di «generare crisi parallele per stringere in una morsa l’Unione europea».
Il Cremlino si incazza un’altra volta. La Zakharova – che, ripetiamo, rappresenta la solida diplomazia russa – si rivolge direttamente al direttore: «Dottor Molinari, non ama il gas russo? Molto bene. Ho una grande idea: Maurizio per protesta riscaldi la sua casa con copie de La Repubblica». Visti come siamo messi adesso, potrebbe essere un’idea da non scartare del tutto.
Non è finita, arriva il 2022. Arriva la guerra, l’Operatsija Z.
Sempre La Stampa pubblica un articolo che fa ammattire i russi. Titolo: «Se uccidere Putin è l’unica via d’uscita». Sempre più sibillini. L’ambasciatore Razov, sempre lui, va a denunciare. L’autore dell’articolo dice che il russo ha capito male, e che anzi l’idea «che qualche russo ammazzi Putin» sia «priva di senso e immorale, e questo c’era scritto bene in evidenza».
Ne abbiamo scritto su Renovatio 21, per altre ragioni: perché il premier Mario Draghi ha difeso il giornale torinese con il coltello della democrazia costituzionale fra i denti: «Forse non è una sorpresa che l’ambasciatore russo si sia così inquietato: lui è l’ambasciatore di un Paese in cui non c’è libertà di stampa, da noi c’è, è garantita dalla Costituzione».
Draghi dice che lui sta con quello che discettano sui giornale della possibilità dell’assassinio di Putin. Poi, il giorno dopo gli telefona per chiedergli il gas. Gli telefona, in teoria, per conto nostro…
Valeva la pena per Draghi di leggersi quanto aveva detto l’ambasciatore Razov andando in tribunale: «Questo articolo d’autore considerava la possibilità dell’uccisione del presidente della Russia. Non c’è bisogno di dire che questo è fuori dell’etica, dalla morale e dalle regole del giornalismo. Nel codice penale dell’Italia si prevede possibilità di istigazione a delinquere e apologia di reato».
Insomma, ai russi non è piaciuto nemmeno questo articolo de La Stampa.
Insomma, tutto questo rancore è in apparenza inspiegabile. Perché La Stampa, e poi Molinari, che ne era direttore, attaccano così direttamente la Russia, riuscendo perfino a far saltare i nervi ai diplomatici?
Perché nel momento più impensato, quello del mondo paralizzato dal virus (ricordate: marzo-aprile 2020), si scagliano contro l’esercito russo in uno scenario (servizi inglesi, guerra batteriologica, GRU) da vera guerra di spie?
Non abbiamo risposta nemmeno a questo, possiamo solo, anche qui, buttare qualche puntino.
La Stampa è il giornale della famiglia oligarchica Agnelli, dove ora il cognome predominante – a causa del John detto Jaki, scelto dal nonno Gianni ma ancora privo del physique du role del patriarca – è Elkann. Gli Elkann sono una famiglia importante dell’ebraismo francese. Il nonno Jean-Paul Elkann è banchiere e rabbino di alto rango (già presidente del Concistoro ebraico di Parigi) operante a Nuova York, città in cui nascerà anche il padre Alain, John stesso e suo fratello Lapo.
La FIAT ha avuto rapporti cordiali con l’URSS: ricordiamo la produzione nella città di Tol’jatti della mitica Zhiguli, l’automobile nata dalla cooperazione industriale italo-sovietica. Già 40-50 anni fa lo storico Anthony Sutton vedeva questa la produzione oltrecortina consentita agli Agnelli come la riprova che l’élite globalista (in particolare, la famiglia Rockefeller, che degli Agnelli sono amicissimi ed alleati) andava ben oltre gli steccati politici tra il cosiddetto «Mondo libero» e i Paesi a socialismo reale.
C’è tuttavia un altro elemento «russo» che si inserisce nella storia della dinastia agnellica. La mamma di John Elkann, Margherita Agnelli, una volta divorziata dal padre di Jaki si risposa, come da imperativo di famiglia, con un nobile vero, Serge de Pahlen, nato in Normandia ma di famiglia di antichissima nobiltà russa. I due hanno cinque figli. Arrivato al vertice della FIAT, Jaki licenzia il patrigno, che da 22 anni lavorava in azienda. Sono gli anni della denuncia in tribunale di Margherita per avere la sua parte del famoso tesoro all’estero di Gianni Agnelli, di cui sono ancora sconosciute dimensioni e origini – ma della cui esistenza oramai pochi dubitano.
Ma non si tratta solo di una questione famigliare: in un libro pubblicato in Gran Bretagna (dove, sennò) nel 2020, una giornalista del Financial Times scrive che de Pahlen era stato «reclutato dal KGB durante gli anni Ottanta», con la missione di trasferire tecnologia a Mosca. «La Fiat era sempre stata un partner chiave dei sovietici, e secondo due ex intermediari del KGB, divenne un fornitore di tecnologia dual-use (cioè che si può usare in ambito civile come in quello militare, ndr), attraverso una miriade di società amiche».
La Russia e il KGB che entrano nel casato Agnelli, dove già, forse, erano entrati gli iraniani con la presunta conversione di Edoardo, trovato poi morto sotto un cavalcavia, all’Islam sciita. Possibile che sia questa la spiegazione dell’ostinazione de La Stampa contro Mosca?
Non sappiamo dirlo. Magari la questione riguarda il direttore di allora, Maurizio Molinari, che oggi hanno promosso alla testata ammiraglia comprata da poco, La Repubblica.
Ci eravamo sempre convinti che Molinari fosse legato ai neocon americani, così come Il Foglio.
Per chi non sapesse chi sono i neocon: una corrente della politica profonda americana, con operativi quasi mai eletti dal popolo ma incistati nei gangli delle amministrazioni di qualsiasi colore. I neocon sono votati agli interventi armati che gli USA dovrebbero somministrare al resto del mondo: è loro la pressione creata per la guerra d’Iraq e in Afghanistan. Sono discepoli di uno strano filosofo chiamato Leo Strauss, ma nessuno sa davvero cosa egli insegnasse, perché le lezioni per il circolo di studenti più intimo erano segrete, esoteriche. I neocon hanno passato decenni a metterci in guardia dall’Islamismo, ma ora spingono per l’obbiettivo di sempre, la guerra alla Russia. Quasi tutti i neocon sono ebrei, per lo più dei dintorni di Nuova York, e vengono da famiglie ebraiche scappate dalla Russia degli Zar.
In realtà, mi sbagliavo. A leggere da Google, non pare esservi relazione così diretta tra il direttore di Stampa e Repubblica e i neoconservatori: la ricerca «Molinari+neocon» non sortisce nulla, se non il libro che dedicò all’indimenticato Dubya, durante la cui presidenza i neocon dilagarono: George W. Bush e la missione americana (2004).
Così dobbiamo andare su Wikipedia, perché ammettiamo che, a parte l’erremoscia romanesca vista in TV per anni, di lui non sappiamo niente.
Scopriamo che è «nato a Roma in una famiglia di origine ebraica» e che ha studiato «all’Harris Manchester College dell’Università di Oxford e all’Università Ebraica di Gerusalemme», ha scritto per il giornale del PRI e vinto premi della Fondazione Spadolini. Chi ha compilato la voce per l’enciclopedia online tiene a farci sapere anche che è sposato con una signora «ebrea italo-libica, avvocato. La coppia ha quattro figli, tutti nati a New York». Per un decennio è stato il corrispondente da Nuova York del giornale degli Agnelli, per poi, prima di rientrare a Torino, esserlo stato anche a Bruxelles e Gerusalemme.
Ha scritto un mucchio di libri. Il suo libro sull’ISIS, che per Roberto Saviano era «il libro che tutti dovremmo leggere», purtroppo viene accusato di aver copincollato un bestseller americano, Rise of ISIS, di Jay Sekulow. Tuttavia ha pubblicato tantissimi altri volumi dai titoli interessanti: Ebrei in Italia: un problema di identità (1870-1938), La sinistra e gli ebrei italiani, Gli ebrei di New York, L’Italia vista dalla CIA, L’aquila e la farfalla. Perché il XXI secolo sarà ancora americano.
Tutta questa roba spiega in qualche modo l’intrigo internazionale in Val Seriana? Macchè.
Ribadiamo, noi ci stiamo limitando a buttare lì i puntini, sarà qualcuno più bravo di noi – magari qualcuno che avrà accesso alle carte – a dirci cosa è successo, e se c’entra qualcosa il conflitto di larga scala fra Paesi e fazioni di guerrafondai, che riescono a combattersi perfino sulle questioni umanitarie.
Vabbè, non siamo ingenui: in realtà sappiamo che non esistono missioni umanitarie prive di rilevanza per l’Intelligence. E, di fatto, c’è chi dice che proprio con un virus preso in Italia sia stato fatto il vaccino Sputnik, cioè l’amuleto magico con cui Putin ha tirato fuori la Russia dall’incantesimo del coronavirus pur vaccinando una porzione ridicola della sua popolazione praticamente senza obblighi. Lo aveva capito subito, Vladimir: il COVID è una guerra di percezione, serviva solo un segno per uscire dallo stallo globale)
Ipotizziamo che quando i russi minacciano di parlare, ora che gli italiani con cui hanno collaborato due anni fa gli si sono rivoltati contro, possano tirare fuori una storia così: eravamo d’accordo che avremmo trovato il vaccino insieme (la collaborazione con il famoso ospedale italiano è stata interrotta solo da qualche settimana), e invece voi, per qualche motivo, avete preferito il siero genico tedesco-americano, qualcuno ha scelto per voi da che parte stare nell’era della cortina mRNA…
Niente di che. Può essere così, ma fino a che nessuno parla, e piombano dal cielo i segreti militari, non potremmo mai saperlo.
Tuttavia, brancolando nel buio, possiamo fare anche altri incubi.
Sapete, siamo di quelli che all’inizio la storia dei biolaboratori americani in Ucraina proprio non se la filavano. Circolavano queste mappe in cui alcune strutture parevano essere in territorio già controllato dai russi. Chi le sparava in giro, ci sembrava della terribile schiatta dei social-perdigiorno. Dai, va bene tutto, ma che adesso mi si cerchi di collegare Wuhano all’Ucraina, che mi si dica che sarebbe implicato perfino l’Obama quando era senatore, e poi il figlio di Biden, proprio no, non esageriamo… ebbasta, ci hanno ragione quando ci chiamano complottisti.
Giuriamo, pensavamo proprio così.
Poi un bel giorno vediamo il video di Victoria Nuland che, in udienza al Congresso USA (dove, per legge, non puoi mentire, pena il carcere) ammette tutto.
Victoria Nuland, la regina dei neocon. La moglie di Robert Kagan, cardinale neocon teorico del Progetto per il Nuovo Secolo Americano (come nel titolo del libro citato anche in un libro più sopra…), dove si parlava, pochi anni prima dell’11 settembre, di «una nuova Pearl Harbor».
Victoria Nuland, nuora di Donald Kagan, capostipite dei neocon.
Victoria Nuland che, discendente di una famiglia di ebrei (vero nome: Nudelman) fuggiti dai pogrom in Circassia, telecomanda la crisi a Kiev.
Victoria Nuland che parla di laboratori di bioarmi.
Neocon. Russia. Virus. Guerra in Ucraina. Guerra biologica.
Ecco. Cercate di capirci: noi non ci abbiamo capito niente. E se anche avessimo capito qualcosa, sarebbe da piazzarci sopra un segreto militare multiplo, multinazionale, multidimensionale.
Zitti. E Mosca.
Roberto Dal Bosco
Epidemie
Il virus animale Shamonda uccide il primo essere umano in Francia
In Francia è stato segnalato il primo caso documentato al mondo di infezione umana da virus Shamonda, in cui un paziente ricoverato in ospedale è poi deceduto, secondo quanto riferito dalle autorità sanitarie.
Si riteneva in precedenza che questa malattia trasmessa dagli insetti, che circola tra il bestiame da decenni, non fosse in grado di infettare gli esseri umani. In una dichiarazione congiunta rilasciata giovedì, i ministeri francesi della Salute e dell’Agricoltura hanno confermato che il paziente, affetto da un sistema immunitario gravemente compromesso, è deceduto all’inizio di ottobre dopo essere stato ricoverato in un ospedale di Lione.
«Fino ad ora, il virus Shamonda era considerato non trasmissibile all’uomo», hanno dichiarato i ministeri, secondo quanto riportato dall’agenzia AFP descrivendo l’infezione come la prima rilevazione confermata dell’agente patogeno in una persona. Il paziente ha sviluppato gravi complicazioni neurologiche che, secondo le autorità, sarebbero collegate all’infezione. Tuttavia, gli inquirenti non hanno ancora stabilito in modo definitivo se il virus sia stato la causa del decesso.
Le autorità sospettano che il paziente abbia contratto il virus tramite la puntura di un moscerino infetto nella Francia orientale, dove il patogeno è stato recentemente rilevato nei bovini. Le circostanze dell’infezione sono tuttora oggetto di indagine. Nonostante il caso senza precedenti, le autorità francesi hanno affermato che al momento non vi sono indicazioni di una minaccia più ampia per la salute pubblica, sottolineando che il paziente era gravemente immunocompromesso e che non sono state identificate altre infezioni umane.
Il virus Shamonda appartiene al gruppo degli orthobunyavirus ed è stato identificato per la prima volta in Nigeria negli anni Sessanta. Viene trasmesso da minuscoli insetti ematofagi noti come moscerini Culicoides ed è stato rilevato nel bestiame in Africa e in Asia. Il virus è recentemente comparso tra i bovini europei, destando preoccupazione tra le autorità veterinarie.
In Francia, sono stati segnalati casi di infezione in decine di dipartimenti, con animali colpiti che presentano febbre, diarrea, debolezza e calo della produzione di latte, secondo quanto riportato dalle autorità agricole francesi.
Altri virus che sono passati dagli animali all’uomo includono l’HIV, l’Ebola e l’influenza aviaria. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha confermato il caso umano senza precedenti e sta collaborando con le autorità francesi per valutarne le implicazioni. Le autorità sanitarie stanno continuando le indagini epidemiologiche e di laboratorio per determinare come il paziente sia stato contagiato e se altri casi possano essere passati inosservati.
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Epidemie
Poco prima della pandemia, uno scienziato aveva proposto di modificare geneticamente il coronavirus per renderlo più infettivo
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Convergere sull’idea
Il suggerimento di Munster di aggiungere un sito di clivaggio della furina è il secondo caso noto in cui degli scienziati hanno proposto di inserire questa caratteristica distintiva in una proteina spike della SARS o simile alla SARS circa due anni prima dell’emergere del COVID-19. Nel 2018, EcoHealth Alliance, il laboratorio di Baric e i ricercatori del WIV avevano proposto lo stesso tipo di modifica alla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), in un lavoro che avrebbe utilizzato virus vivi e replicanti. La loro richiesta, nota come proposta DEFUSE, fu respinta. Il concetto è rilevante perché il sito di clivaggio della furina, che ha contribuito a causare la pandemia da parte del virus, è diventato centrale nel dibattito sulle origini della pandemia stessa. Alcuni sostenitori di un’origine in laboratorio considerano DEFUSE come un modello per la creazione del SARS-CoV-2, mentre i principali fautori di un’origine naturale hanno sostenuto che progettare deliberatamente una caratteristica del genere sarebbe stato improbabile e inutilmente complicato. L’e-mail di Munster offre ai sostenitori dell’origine in laboratorio un altro esempio di una simile proposta relativa al sito di legame della furina. La rivelazione relativa alla ricerca, da parte del laboratorio di Munster, di sequenze inedite, solleva una questione diversa nel dibattito sulle origini del COVID-19. Poiché il SARS-CoV-2 non discende da alcun virus precedentemente descritto nella letteratura scientifica, qualsiasi scenario in cui sia stato creato artificialmente richiede di ipotizzare che qualche laboratorio possedesse sequenze correlate alla SARS che non erano mai state rese pubbliche. Una revisione del SARS-CoV-2 pubblicata nel 2021 sulla rivista Cell da 21 scienziati ha definito tale ipotesi inverosimile. «Non esiste alcuna ragione sperimentale razionale per cui si dovrebbe sviluppare un nuovo sistema genetico utilizzando un virus sconosciuto e non pubblicato», hanno scritto. Ma i documenti mostrano che un laboratorio del governo statunitense aveva fatto proprio questo due anni prima. La piattaforma di Letko era un nuovo sistema genetico, e lui cercava sequenze inedite proprio perché non erano state pubblicate. Condividerle, scrisse nell’aprile del 2019, «aumenterà sicuramente l’impatto della nostra storia, fornendo una prova di principio con sequenze inedite». I ricercatori del programma di ricerca sui virus finanziato dagli Stati Uniti ne hanno forniti due in otto settimane. Uno dei ricercatori, Simon Anthony, era anche uno degli autori della revisione pubblicata su Cell. Alina Chan, una biologa molecolare che si è battuta per un’indagine approfondita sugli scenari di origine di laboratorio, ha recentemente esaminato le e-mail di Munster e Letko su richiesta dell’organizzazione statunitense Right To Know. «Questo dimostra che diversi gruppi di virologi stavano convergendo sull’idea di inserire siti di clivaggio nelle proteine spike dei coronavirus potenzialmente pericolosi», ha affermato. «Ipotizzando un’origine di laboratorio per il COVID-19, se un laboratorio di Wuhan non avesse causato la pandemia, è plausibile che un laboratorio negli Stati Uniti avrebbe alla fine seguito lo stesso percorso».Aiuta Renovatio 21
Sequenze di sollecitazione
La proposta di Munster, inviata via email, non è arrivata dal nulla. Lui e Letko erano nel bel mezzo di un progetto di ricerca della durata di un anno, come documentato dai documenti recentemente pubblicati, fin dal suo inizio. Sette mesi prima, nel marzo 2019, Munster e Letko si erano posti l’obiettivo di rispondere a una domanda: tra le centinaia di coronavirus correlati alla SARS presenti nei database di ricerca di tutto il mondo, quali potevano infettare le persone? Secondo i documenti, Letko ha creato una soluzione alternativa che lui e Munster hanno descritto come una «piattaforma rapida e scalabile». Anziché costruire ciascun virus individualmente, hanno preso solo il dominio di legame al recettore, ovvero il frammento della proteina spike che si aggancia al recettore della cellula ospite, e lo hanno inserito nella struttura portante della proteina spike del SARS-CoV. Hanno quindi caricato queste proteine spike chimeriche su particelle reporter innocue e le hanno utilizzate per infettare cellule che esprimono hACE2, il recettore che il SARS-CoV usa per entrare nelle vie respiratorie umane. La luminescenza dell’enzima bioluminescente luciferasi indicava l’avvenuta penetrazione nella cellula. Con il metodo di Letko, ciò che in genere richiedeva mesi di test ora si completava in circa tre settimane. L’elemento limitante per testare il loro metodo erano le sequenze spike. Letko aveva esaurito le sequenze simili alla SARS già pubblicate. Quindi, lui e Munster iniziarono a cercarne altre che non erano ancora state pubblicate, come risulta dai documenti. L’8 marzo 2019, Munster ha inviato un’e-mail al presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak, al vicepresidente Kevin Olival e al virologo della Columbia University, Simon Anthony, allegando un abstract riservato con un grafico e delle figure che illustravano il loro progetto. «Sebbene abbiamo testato tutte le varianti attualmente pubblicate dei beta-coronavirus del lignaggio B per la loro capacità di entrare nelle cellule dei primati, siamo alla ricerca di ulteriori sequenze di beta-coronavirus del lignaggio B non ancora pubblicate da testare sulla nostra piattaforma», ha scritto Munster. Ha chiesto loro di non diffondere l’allegato, perché il lavoro era «ancora inedito e piuttosto competitivo». Dei tre destinatari, solo Anthony, all’epoca uno dei leader principali di PREDICT, compare nella corrispondenza resa pubblica. Quella stessa sera rispose: «Ehi! Sembra davvero fantastico». Dalle email emerge che seguirono due mesi di trattative. Il 5 aprile, Letko ringraziò Anthony «per aver accettato di condividere con noi le sequenze della proteina spike del lignaggio B del betacoronavirus», aggiungendo che il materiale inedito «aumenterà sicuramente l’impatto del nostro articolo». Il 2 maggio, Anthony ha riferito di aver partecipato a una riunione del gruppo PREDICT a Vancouver, nella Columbia Britannica. Il suo team aveva individuato «circa 5 o 6 nuovi virus 2b», ha scritto, ma «finora era riuscito a ottenere picchi solo per 2 di essi». Poiché nessuno dei due studi era stato pubblicato, l’articolo di Letko «sarebbe la prima segnalazione di questi virus nella letteratura scientifica», a patto che riconoscesse il contributo di PREDICT e dei suoi partner come coautori, ha affermato Anthony. Letko acconsentì. Due giorni dopo, Anthony inviò le sequenze. Le identificò come PREDICT_CoV-51, isolato PDF-0663, proveniente dalla Malesia (che Anthony descrisse come «SUPER divergente. Potrebbe essere davvero interessante») e PREDICT_CoV-43, proveniente da Uganda e Ruanda. «Assolutamente fantastico!» rispose Munster. «Vi terrò aggiornati sui risultati!» Anthony aveva sostanzialmente ragione. Un piccolo frammento del virus malese era stato depositato in GenBank, il database pubblico di sequenze del NIH, nel 2016, e citato l’anno successivo in un articolo di ricerca scritto da Anthony insieme a Daszak e altri. Tuttavia, né la sequenza completa della proteina spike né il genoma completo erano pubblici. Non c’era assolutamente nulla di pubblico riguardo al virus africano. In nessun caso qualcuno al di fuori di PREDICT avrebbe potuto ottenere la sequenza della proteina spike, la parte che determina se un virus può entrare nelle cellule umane e l’unica parte che la piattaforma di Letko poteva utilizzare.Sostieni Renovatio 21
Un passo in più
Cinque mesi dopo, dopo aver letto il nuovo preprint sulla tripsina, Munster propose di portare avanti il progetto di Letko. Affinché un coronavirus possa infettare una cellula ospite, il legame con il recettore è solo il primo passo. La proteina spike deve poi essere scissa da uno degli enzimi dell’ospite prima che il virus possa fondersi con la cellula e penetrarvi. Questi enzimi che scindono le proteine sono chiamati proteasi e ognuno di essi agisce su punti diversi. La proteasi per cui è progettata la proteina Spike determina in gran parte quali tessuti può infettare. Il SARS-CoV dipende da proteasi che non sono presenti in tutto il corpo. La furina, tuttavia, è espressa nelle cellule della maggior parte dei tessuti. Il preprint di Menachery-Baric che ha ispirato l’idea di Munster aveva di mostrato che l’aggiunta di tripsina dall’esterno poteva consentire ai coronavirus, che altrimenti non sarebbero stati in grado di infettare le cellule umane. La tripsina è una proteasi molto meno selettiva, che taglia una proteina dopo amminoacidi comuni anziché richiedere una particolare sequenza breve, o motivo. Ciò che Munster ha proposto a Letko – inserire un sito di legame per la furina nella proteina spike stessa – permetterebbe al virus di auto-tagliarsi. Invece di aspettare che un enzima esterno svolga il lavoro, un sito di legame per la furina potrebbe superare l’ostacolo in un solo passaggio per «migliorare l’infettività», come scrisse Munster. L’idea era già stata proposta in precedenza. EcoHealth Alliance ha presentato la proposta DEFUSE alla DARPA, nell’ambito di un programma denominato PREventing Emerging Pathogenic Threats (PREEMPT). Tra i suoi principali partner figuravano il laboratorio di Baric presso l’Università del North Carolina (UNC) e Zhengli Shi, la principale virologa specializzata in coronavirus del laboratorio di Wuhan. La proposta mirava a introdurre siti di clivaggio proteolitico specifici per l’uomo, inclusi i siti della furina, nelle proteine spike del coronavirus dei pipistrelli correlato alla SARS, al fine di valutarne e potenziarne la capacità di infettare le cellule umane. La DARPA ha rifiutato di finanziarla, criticando la proposta per i rischi connessi alla ricerca di «guadagno di funzione». Il nome di Munster non figurava nella proposta presentata alla DARPA. Tuttavia, secondo la corrispondenza ufficiale del Congresso, due mesi prima aveva fatto parte del team DEFUSE. Nell’aprile 2024, il senatore Rand Paul, allora membro di spicco della Commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi del Senato, scrisse al Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti (HHS) e alla DARPA affermando di aver ottenuto documenti che dimostravano che «Vincent Munster del NIAID [National Institute of Allergy and Infectious Diseases] Il Rocky Mountain Laboratory è stato indicato come partner nella proposta DEFUSE presentata al «PREEMPT Proposers Day», un evento della DARPA tenutosi nel gennaio 2018, durante il quale Daszak ha illustrato il progetto ai rappresentanti di almeno 15 agenzie federali. Secondo Paul, Rocky Mountain Laboratories «era a un certo punto elencata come partner» insieme al WIV, all’UNC, al Lipkin Lab della Columbia University e al Duke-NUS, una rivelazione che, a detta di Paul, sembrava contraddire la testimonianza resa al Congresso dall’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, Anthony Fauci, secondo cui il NIH non sapeva nulla di DEFUSE. Quando la proposta giunse alla DARPA nel marzo di quell’anno, Munster e il suo laboratorio non ne facevano più parte; l’elenco finale dei partner includeva EcoHealth, il WIV, l’UNC, la Duke-NUS, il National Wildlife Health Center dell’USGS e il Palo Alto Research Center. Paul ha richiesto al Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) i registri di «tutte le comunicazioni tra Vincent Munster e qualsiasi individuo di EcoHealth Alliance, WIV, Università della Carolina del Nord, Università della Columbia o Duke-NUS». Paul non ha reso pubblici i documenti in questione e né l’HHS né la DARPA hanno risposto pubblicamente alle sue richieste. I documenti del NIH recentemente resi pubblici mostrano che circa un anno dopo la presentazione del progetto DEFUSE, Munster chiese a EcoHealth sequenze inedite di sarbecovirus; che le ricevette da un virologo del Center for Infection and Immunity della Columbia University, il centro diretto da Ian Lipkin; e che nell’ottobre del 2019 propose di costruire una proteina spike con un sito di clivaggio simile alla furina per aumentarne l’infettività. Steven E. Massey, professore di bioinformatica all’Università di Porto Rico e ricercatore presso DRASTIC, il gruppo indipendente che per primo ha pubblicato la proposta DEFUSE, ha definito il suggerimento di Munster «significativo», affermando che «dimostra che l’idea [del sito sulla furina] circolava al di fuori del gruppo EHA-WIV-UNC», un riferimento a EcoHealth Alliance, WIV e UNC. Nell’email di Munster non si fa menzione di DEFUSE. La sua idea appare invece come una reazione al preprint di Menachery-Baric, presentata come un potenziale esperimento successivo per il suo lavoro e quello di Letko. E il motivo da lui proposto non è quello riscontrato nel virus pandemico emerso meno di tre mesi dopo. Il sito del SARS-CoV-2 presenta alanina laddove il modello di Munster richiedeva lisina o arginina.Aiuta Renovatio 21
Un sito non ottimale
Questa differenza è fondamentale. Il sito di legame della furina nel SARS-CoV-2 migliora sostanzialmente la capacità del virus di entrare nelle cellule delle vie respiratorie umane ed è ampiamente considerato un fattore determinante nella sua trasmissibilità. La sua assenza in tutti gli altri sarbecovirus presenti in natura è anche una delle osservazioni citate più spesso dai sostenitori dell’origine in laboratorio. La revisione del 2021 pubblicata su Cell ha affrontato direttamente anche la questione se il sito potesse essere stato creato artificialmente. I suoi autori, tra cui Kristian Andersen, Robert Garry e Simon, hanno sostenuto che la sequenza stessa del sito depone contro un progetto di laboratorio. Il motivo del SARS-CoV-2, RRAR, «non corrisponde alla sua forma canonica (RXR/KR)», hanno scritto, ed è «subottimale» rispetto a quelli di altri coronavirus umani. «Non esiste alcuna ragione logica per cui un virus modificato geneticamente dovrebbe utilizzare un sito di clivaggio della furina così subottimale, il che implicherebbe un’impresa di ingegneria genetica così insolita e inutilmente complessa», si legge nell’articolo. Hanno osservato che l’unico lavoro precedente che aveva inserito un sito di legame per la furina in quella posizione nella proteina spike del SARS-CoV aveva utilizzato una sequenza ottimale in un sistema pseudotipico. Massey contesta questa interpretazione. Ha affermato che una scissione eccessivamente efficiente può destabilizzare la proteina spike e ridurre la capacità del virus di entrare nelle cellule, quindi un sito che appare subottimale sulla carta potrebbe non esserlo per il virus. I documenti recentemente pubblicati mostrano che Munster ragionava in linea con gli autori di Cell quasi due anni prima della pubblicazione della loro recensione. Il motivo da lui proposto corrisponde alla forma canonica da loro descritta, non a quella del virus pandemico, e il suo laboratorio utilizzava un sistema di pseudotipi del tipo da loro citato. Interpretata in un certo modo, l’email corrobora la loro logica: uno scienziato che contemplava un sito simile alla furina ha cercato il motivo classico, e il SARS-CoV-2 non lo possiede. Interpretato in un altro modo, questo dato chiarisce un aspetto che la revisione non ha affrontato: nell’ottobre del 2019, l’idea di aggiungere un sito di clivaggio della furina a una proteina spike correlata alla SARS per aumentarne l’infettività circolava non solo in una proposta non finanziata dalla DARPA, ma anche all’interno di un laboratorio del NIH.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Ciò che è stato pubblicato
Quando gli scienziati cinesi pubblicarono finalmente la sequenza genetica del nuovo coronavirus che si stava diffondendo a Wuhan il 10 gennaio 2020, Letko e Munster avevano tutto il necessario per testarlo nel loro sistema. La piattaforma non richiedeva un virus vivo, ma solo la sequenza del piccolo frammento della proteina spike che si aggancia a una cellula umana. Poche ore dopo la pubblicazione della sequenza, Neeltje van Doremalen, un’altra scienziata del laboratorio di Munster, la incollò in un’e-mail indirizzata a Letko e Munster. Letko si aspettava i risultati entro il 26 o il 27 gennaio. Arrivarono prima del previsto. Il 21 gennaio, Munster decise a chi inviare il manoscritto finale che illustrava la loro ricerca. «Sia Nature», scrisse a Letko. «Facciamo due autori e acceleriamo i tempi». L’articolo è stato inviato quel pomeriggio a Nature e al server di preprint bioRxiv. Erano trascorsi solo 12 giorni dalla comparsa della sequenza online. Il laboratorio ha puntato tutto sulla velocità del nuovo metodo. Il loro metodo «riduce a meno di 12 giorni il tempo che intercorre tra la pubblicazione della sequenza e l’ottenimento di dati in vitro reali», si legge nella lettera di presentazione indirizzata ai redattori di Nature, «consentendo alla comunità scientifica di acquisire informazioni cruciali sul tropismo virale quasi in tempo reale con lo scoppio dell’epidemia». Il lavoro ha attirato l’attenzione ai vertici del NIAID. «Primi dati dal mio laboratorio che confermano ACE2 come recettore per il 2019-NCoV», ha scritto Munster in una e-mail inviata quel pomeriggio a una lista di contatti del NIAID impegnata nella risposta al coronavirus. Greg Folkers, all’epoca capo dello staff dell’allora direttore del NIAID Anthony Fauci, rispose: «Quando questo verrà pubblicato su bioRxiv, potrebbe valere la pena di pubblicare un tweet». L’articolo presentato non indica che Letko abbia accolto il suggerimento di Munster di creare un sito di clivaggio all’interno di una proteina spike. Mostra però che gli scienziati hanno utilizzato la proteasi tripsina anziché la furina, come proposto da Munster. La seconda figura dell’articolo è intitolata «La tripsina potenzia l’ingresso del lignaggio B in diverse linee cellulari». Essa riporta che le proteine spike del coronavirus dei pipistrelli, che non erano in grado di penetrare nelle cellule umane, dei primati o dei suini da sole, vi sono riuscite una volta che le particelle sono state immerse nell’enzima. Gli esperimenti con la tripsina non compaiono in nessuna parte del progetto prima dello scambio di opinioni tra Munster e Letko avvenuto a ottobre in merito al preprint di Menachery-Baric. Sono assenti anche dall’abstract che Munster aveva precedentemente diffuso in primavera. L’articolo pubblicato cita il preprint di Menachery-Baric che ha dato origine alla loro conversazione. Nessuna delle sequenze inviate da Anthony nel maggio 2019 compare nell’articolo, e né lui né PREDICT vengono menzionati. L’unica traccia di PREDICT nel manoscritto di 18 pagine è una citazione in nota a piè di pagina. Il pannello di virus analizzati, secondo quanto riportato nello studio, era composto da 29 domini di legame ai recettori, ottenuti da un database pubblico gestito dal NIH. Uno dei due virus è riemerso un anno dopo, quando il Center for Infection and Immunity della Columbia ha depositato il suo genoma completo in GenBank il 6 luglio 2020, cinque mesi e mezzo dopo la pubblicazione preliminare che avrebbe dovuto contenerlo. Nel febbraio 2021, il coronavirus dei pipistrelli proveniente dall’Uganda e dal Ruanda è comparso anche sulla rivista Virus Evolution, in uno studio su come i virus correlati alla SARS abbiano acquisito la capacità di utilizzare il recettore umano ACE2. Letko era il secondo autore, Munster era elencato quasi alla fine, Anthony era l’autore senior e gli scienziati sul campo ugandesi e ruandesi e la leadership di PREDICT erano inclusi come coautori, come Anthony aveva affermato nel 2019 che sarebbe stato necessario. Attraverso la piattaforma di Letko, il virus non è riuscito a entrare nelle cellule umane attraverso l’ACE2. Il virus malese, che Anthony aveva definito il più interessante dei due, non è mai comparso in uno studio pubblicato. Nulla negli archivi spiega il perché. Anthony, ora professore all’Università della California, Davis, non ha risposto alle richieste di commento. Il 24 maggio 2021, due anni dopo aver inviato via email la sequenza della proteina spike del virus al laboratorio del Montana, Columbia ha depositato il suo genoma completo in GenBank per conto del consorzio PREDICT, ringraziando il Dipartimento della fauna selvatica del Sabah e l’EcoHealth Alliance della Malesia. Lewis Kamb Originariamente pubblicato da US Right to Know. Lewis Kamb è un giornalista investigativo specializzato nell’utilizzo delle leggi sulla libertà di informazione e dei documenti pubblici per smascherare illeciti e chiamare i potenti a risponderne.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Epidemie
La Nigeria segnala un caso di Ebola. È il quinto Paese
La Nigeria ha confermato il suo primo caso di Ebola in oltre un decennio: una donna che aveva recentemente viaggiato in Uganda è risultata positiva al virus nella capitale, Abuja.
La paziente è arrivata in Nigeria all’inizio di ottobre e ha iniziato a manifestare i sintomi il 7 ottobre, ha dichiarato martedì il Ministero della Salute del Paese. La donna si è recata in un ospedale privato l’11 ottobre e le è stata diagnosticata l’infezione da Ebola, ceppo Bundibugyo, il 20 ottobre, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La donna rimane in isolamento e sta ricevendo assistenza medica. Le autorità sanitarie hanno identificato 44 persone che potrebbero essere state esposte all’infezione.
La paziente è stata inizialmente curata per sintomi simili alla malaria, ma i medici si sono preoccupati quando le sue condizioni non sono migliorate, ha dichiarato Odianosen Ehiakhamen, funzionario del Centro nigeriano per il controllo e la prevenzione delle malattie (NCDC), ad Arise TV, come riportato da Punch.
«Per quanto riguarda i 44 contatti, si tratta principalmente di operatori sanitari e personale di supporto dell’ospedale, perché tutto è accaduto all’interno dell’ospedale», ha affermato Ehiakhamen.
Il ministero della Salute ugandese ha dichiarato che la donna era una cittadina nigeriana che si era recata nella Repubblica Democratica del Congo orientale per affari prima di transitare per l’Uganda. Il ministero ha sottolineato che il luogo del contagio rimane sconosciuto e che in Uganda non ci sono casi attivi di Ebola.
Secondo l’OMS, la Nigeria è il quinto Paese a segnalare casi di virus Bundibugyo dall’inizio dell’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo a maggio, dopo i precedenti casi registrati in Uganda, Francia e Kenya. Il Kenya ha registrato nove contagi collegati a un caso importato, mentre l’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo continua a diffondersi.
Come riportato da Renovatio 21, il Kenya aveva già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.
Secondo il ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo, l’epidemia di Ebola ha causato 4.602 vittime e registrato 9.552 casi di contagio confermati dall’inizio dell’epidemia a maggio. Al 18 ottobre, il virus aveva colpito otto province, con l’Ituri che rappresentava quasi il 73% di tutti i casi.
La Nigeria era già riuscita a contenere un’epidemia di Ebola nel 2014.
Nel frattempo, lunedì il dipartimento di Stato americano ha innalzato il livello di allerta viaggi per il Kenya dal livello 2 al livello 3, esortando gli americani a riconsiderare la possibilità di visitare il Paese a causa dei rischi per la salute legati all’Ebola, nonché per problemi di sicurezza.
Come riportato da Renovatio 21, a settembre la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.
Precedentemente manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola in Congo dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.
Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.
Gli USA due mesi fa hanno vietato ai propri cittadini residenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) di imbarcarsi su voli commerciali per tornare in patria finché non avranno trascorso almeno 21 giorni in un altro Paese
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Immagine di di UNMEER via Flickr pubblicata su licenza CC BY-ND 2.0
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