Pensiero
Il pupazzo nero che vuole distruggere la Russia cala su Roma. Nel giorno di Fatima
Non c’è che dire, è stato un tour de force eccezionale. Zelens’kyj arriva e di fila incontra tutti: il capo dello Stato, il capo del governo, e perfino il vertice della più grande religione organizzata della Terra.
Si è presentato con una mise in realtà nuova: è sempre un maglioncino militare, ma in una drammatica versione all black, lontana anni luce da quelle foto di quando era stato a Roma qualche anno fa da neopresidente votato perché protagonista di una fiction comica della rete TV di un oligarca, con la giacchetta, la camicia bianca e la cravatta scura che lo faceva sembrare un avanzo di TV scappato da un programma tipo Le Iene – beh, in fondo, a naso, non proviene da un mondo troppo dissimile a quello di certa TV italica.
Il look dice moltissimo: ma perché mai dovrei tirarmi? Io sto facendo la guerra, loro no: farli sentire in colpa, e anche un po’ in soggezione, è una tecnica di marketing che funziona sempre per la mendicanza spinta.
Qualcuno ha trovato dell’altro: il maglioncino militare nero aveva impresso il tridente ucraino, ma nella versione in cui, pare, compariva anche nel simbolo dell’OUN, il movimento di nazionalisti integralisti di Stepan Bandera, collaboratore di Hitler nella pulizia etnica di ebrei e polacchi (i quali, entrambi protestarono veementemente quando né onorò la figura il governo filoamericano di Yushenko nel 2010) e creatore dello slogan «Slava Ukraini»: chi pensava che Bandera fosse una nota a piè di pagina nella storia del collaborazionismo, nemmeno degno di stare tra Quisling e Pétain, dovrebbe ricredersi dopo aver visto l’intero Europarlamento gridare lo slogan ucronazista.
(Sul neonazismo ucraino Renovatio 21 ha scritto tanto, ha approfondito con probabilità come nessuno: ci siamo anche rotti di indicare svastiche, sonnenrad e rune tedesche o slave, tanto dopo gli ultimi 25 aprile con le bandiere ucraine e quelle NATO non è rimasto più nessuno a scandalizzarsi per il ritorno dell’hitlerismo, anzi, sono lì a sbianchettare gli articoli della stagione prima, quando ancora si poteva…).
Il simbolo parrebbe proprio quello dell’ispiratore dell’Azov e compagnia. Il maglioncino banderista viene fatto sfilare accanto ai vertici dei vertici della Penisola.
au milieu de sa poursuite sans précédent et meurtrière contre l'Église orthodoxe.
La meilleure partie de tout cela est que Zelensky porte un pull avec l' emblème "Nazi" WW2 OUN tout au long de sa visite en ???????? pic.twitter.com/FMg2w7nQH3
— M@nu l'info ???? (@Manu_Officiel4) May 14, 2023
Mattarella, che ricordiamo è del PD, e la Meloni, che ricordiamo è di FDI, concordano stupendamente: appoggio totale al regime di Kiev contro la Russia di Putin, oltre a già quello che abbiamo fatto – tipo donare via i SAMP-T della nostra antiaerea, lasciandoci ogni giorno più sguarniti.
Con il papa, abbiamo appreso, è andata diversamente. Lo abbiamo dovuto apprendere nelle ore della surreale trasmissione di Bruno Vespa, che ha approntato uno studio nel terrazzo del Vittoriano (!), l’altare della patria italiana, dove si ricorda, in teoria, il sacrificio degli eroi nazionali.
Ora invece c’è Zelens’kyj, il cui rapporto con Vespa non è ancora del tutto spiegato – fu il Bruno, si disse, a creare il contatto per farlo parlare a Sanremo, prima che la cosa sfumasse, come gli si è chiusa anche la finestra dell’Eurovision questa settimana, e non si sa se tornerà tra il fango rock di Glastonbury e neppure è noto quanti Parlamenti ancora si faranno infliggere le sue irose questue in teleconferenza (israeliani, kenyoti, messicani, qualche greco avevano già detto basta l’anno scorso).
«Con tutto il rispetto per Sua Santità, noi non abbiamo bisogno di mediatori, noi abbiamo bisogno di una pace giusta», dice l’ucraino. L’unico piano di pace è solo quello «ucraino», e il papa deve «unirsi alla sua attuazione».
Insomma, con il papa non è andata: Bergoglio – e lo dice, tra gaffe irrecuperabili, da mesi – vuole negoziare, ma non c’è nulla da negoziare, dice l’omino nero a quello bianco: se voleva il compromesso, l’attore comico divenuto presidente si sarebbe tenuto l’accordo con Putin già raggiunto nell’aprile 2022, a pochi giorni dall’inizio della guerra, ma dopo la visita di Boris Johnson la pace, misteriosamente, saltò…
No, il puparo del pupazzo ucraino non vuole accordi, né compromessi, né vuole la pace. Vuole la distruzione della Russia.
La questione è che lo hanno detto, apertis verbis, in ogni modo. Il fine della guerra «fino all’ultimo ucraino» – e risponderanno a Dio della quantità di giovani ucraini gettati nella fornace del niente – è la fine della Russia così come la conosciamo, la fine di Putin, il «regime change» a Mosca, dicono. Come per Saddam – una grande campagna con risultati mirabili – solo fatto per interposta persona.
A Roma, tra il Quirinale e San Pietro, si è aggirato quindi un uomo che vuole l’annientamento della Russia – proprio il 13 maggio, ossia nel giorno in cui il cattolicesimo ricorda le apparizioni di Fatima. Che, come sa il lettore, sono enigmaticamente, letteralmente legate alla Russia.
«Verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace».
Queste le parole di Nostra Signora ai pastorelli portoghesi, con conseguente fenomeno sconvolgente della «danza del sole», visto da migliaia e migliaia di persone accorse, tra cui molti quadri massonici lusitani, che finirono, ovviamente, convertiti.
I pastorelli non avevano idea di cosa fosse la Russia: credevano fosse una signora. Il XX secolo, invece, comprendeva benissimo di cosa si trattasse.
Ora, per non fare un corso accelerato di mistero fatimita, ricordiamo che nessuna delle consacrazioni tentate negli anni – compresa l’ultima, bergogliana dell’anno scorso, con quella preghiera grottesca – pare aver voluto seguire i semplici dettami della Vergine e consacrare la Russia al Suo Cuore Immacolato. Hanno consacrato, negli anni, tutta l’umanità, l’intera famiglia umana, etc. Monsignor Balducci aveva contato ben sette consacrazioni, nessuna delle quali fatta secondo quanto detto dalla veggente Suor Lucia.
La mancata consacrazione che perdura nei decenni e oramai nei secoli è un enigma in sé, verso il quale siamo più che tentati di togliere lo sguardo.
Avevamo riportato su Renovatio 21 le confessioni davanti a un boleke (boccale di birra fiamminga) rilasciate all’epoca dal fatimita padre Kramer, che raccontava che in una visita in Vaticano Putin avesse detto a Bergoglio che voleva parlare di Fatima, ma il pontefice gli avrebbe detto che no, non ne avrebbero parlato. Aggiungeva che in quel momento un famoso cardinale rimirando nei giardini vaticani una statua della Beata Vergine dell’apparizione portoghese in compagnia di un agente del servizio segreto militare russo gli avrebbe detto: «noi distruggeremo Fatima». Una storia non verificabile, e piuttosto difficile da credersi, datata ormai un decennio fa.
Tuttavia, Fatima torna ancora, anche in questo 2023.
Il giorno di Fatima scende a Roma un uomo che vuole spazzare via la Russia. Non parliamo solo dei discorsetti riguardo al «controllo globale» delle atomiche russe e al «contrattacco nucleare» contro Mosca, né del fatto che la dichiarata volontà di acquisire armi atomiche è citata (certo non dai nostri giornali e politici) tra i motivi dell’operazione militare speciale russa.
Non parliamo nemmeno solo degli ulteriori documenti dei Pentagon Leaks usciti in queste ore, con Zelens’kyj che vorrebbe attaccare la Russia interna, occupare villaggi, attaccare (anche) il gasdotto Druzhba («amicizia», in russo) che porta il gas russo fino in Ungheria, di modo da mettere in ginocchio il filorusso Orban e la sua industria – con il piccolo dettaglio che Budapest è nella NATO, e quindi, secondo l’articolo 5 l’intero Patto Atlantico dovrebbe scagliarsi contro Kiev.
Sapete bene, come lo sa la banda ucraina, che non accadrà mai: lo abbiamo già visto, pragmaticamente, quando per qualche ragione inspiegabile un missile ucraino è finito in Polonia – altro membro NATO – uccidendo delle persone. E niente, la fanno sempre franca, anche quando ammazzano i loro negoziatori, torturano e trucidano i prigionieri di guerra, irreggimentano personale apertamente neonazista. L’immagine del bambino viziato, il comico in maglioncino, ce l’ha – e ci torna in mente la voce che faceva quando doppiava l’orso Paddington.
No, non è questione di dettagli storici recenti e attuali. È questione di un odium immortale antirusso, un pezzo di metastoria, che attraversa i secoli e attori vari come la Corona inglese, i neocon americani (che sono tutti provenienti da famiglie ebraiche scappate dallo Zar…), e ora, per procura, la banda di Kiev e i loro vicini fomentatori polacchi e baltici.
Il conflitto contro la Madre Russia va al di là del Grande Gioco dell’Ottocento e del contenimento dell’URSS nel Novecento, degli Zar e dei tiranni comunisti. Rimane, nella sostanza, invariato. Perché ancora nella meta-storia, perché «superstorico», perché – come è scappato a Medvedev qualche giorno fa – «eterno».
E leggendo questo enigma non può tornare a risuonare Fatima e i suoi frammenti. La Russia. La catastrofe mondiale. La sofferenza. Il Suo Cuore Immacolato…
A sentire il bisogno di camminare fino ai piedi del mistero russo-fatimita era stato, oramai lustri fa, un politologo e storico italiano, Giorgio Galli, che nel 2008 diede alle stampe un libro con un titolo che in questo giorno ci pare profetico: La Russia da Fatima al riarmo atomico.
Galli, che è stato insigne professore della Statale di Milano nonché uno dei massimi storici dei partiti europei, aveva maturato negli anni una visione completamente originale, nella quale cominciava a mostrare nella storia della politica una traccia costante fatta di elementi esoterici, mistici, spirituali, soprannaturali e preternaturali.
(Lo avevo sentito al telefono grazie ad amici comuni. Rimanemmo che gli avrei mandato delle domande sul lato esoterico della DC via lettera, lui comunicava così. Morì poco dopo, la busta già chiusa mi rimase in mano: è uno dei grandi rimpianti che ho).
Negli anni Settanta già aveva cominciato a dare una visione dirompente del maoismo e del ruolo della Cina; era tra i pochi storici che ho sentito citare Arnold Toynbee, e tra i pochissimi che invece parlavano di Carroll Quigley (il maestro di Clinton, un professore divenuto tabù nell’editoria e fuori per aver spiegato, in un momento di lucidità, come vanno davvero le cose nei piani alti del potere globale).
Negli anni Ottanta e Novanta diede vita ad un lavoro imponente sulle radici occulte del nazismo. Poi, con gli anni Duemila, ecco che, a differenza degli altri che guardavano alle Torri gemelle e al Medio Oriente in fiamme, lui torna a guardare, con anticipo colossale, alla Russia… e a Fatima.
Perché era inevitabile, per qualcuno che riconosceva apporti, come dire, «extra-umani» nel progredire della Storia, che finisse dalle parti della profezia della Madonna che parlava della Russia. A questa potenza in via di rinascita, sembrava pensare ancora quello che Galli chiama l’«esoterismo cattolico», che invece è la normalissima credenza del fedele vissuta lontana dai «cattolici adulti» e dal loro disincanto tossico.
I cattolici, scrive il politologo, paiono ossessionati da questa apparizione, In particolare il papa polacco. ecco ricordato che «il 13 maggio, anniversario di Fatima, Papa Wojtyla veniva seriamente ferito da un attentato». Secondo la nota tesi, «si voleva uccidere il Papa (o almeno intimorirlo) perché non facesse più sentire il suo peso all’Est».
È la pista della mano bulgara, cioè russa, dietro ad Ali Agca. Eccoci: quarantadue anni fa esatti, il 13 maggio, c’era Agca – oggi c’è Zelens’kyj. In ambo i casi la Russia è implicata, come carnefice o come vittima.
Negli anni in cui Galli scriveva questo libro, il mondo era distratto. Ignorato dai più. qualcosa di enorme stava avvenendo con Putin. La Russia stava tornando forte. La Russia si stava «riarmando». Con, sempre presenti, le atomiche.
«Oggi la Russia si sta rafforzando “sullo scacchiere euro-atlantico”, denuncia gli accordi per limitare gli armamenti, accresce il suo potenziale atomico» scriveva Galli, che ad occhio non aveva simpatia per Putin (oltre a non essere cattolico). È finita l’era dell’indebolimento, gli anni alcolici di Eltsin e degli oligarchi rapaci. «La situazione economica è migliorata dopo il 2004, la Russia si presenta come più forte anche per il riarmo atomico; e questo assicura a Putin un consenso, sia pure manipolato….» (p. 131; p.231).
La Russia degli anni Duemila, scrive Galli, partecipa ad una «seconda corsa alle armi atomiche», con «l’annuncio delle ricerche russe per nuovi testate nucleari, segnalando il rischio di una nuova corsa al riarmo» (p.235).
In questi mesi lo abbiamo visto. Putin ha parlato di un’Europa «trascinata in una guerra nucleare», e di avere a disposizioni «strumenti che nessuno ha». Qualcuno l’abbiamo visto: i missili ipersonici, che, dopo settanta anni di equilibrio, mettono fine alla dottrina della deterrenza tra le superpotenze atomiche. Del drone Poseidon, e della sua capacità di sommergere la Gran Bretagna e chissà quanto delle coste statunitensi tramite tsunami radiattivi alti 500 metri, abbiamo solo sentito parlare, e non sappiamo distinguere la propaganda fantascientifica dalla realtà fattuale.
Nel giorno di Fatima, il rompicapo russo è da vertigini. Eppure non è lontano, si sta dipanando dinanzi ai nostri occhi.
Dai tempi di Agca la posta in gioco si è alzata enormemente: la profezia non sembra più essere solo la sofferenza del Santo Padre, ma la catastrofe che si abbatte sull’intera umanità.
Vediamo l’omino ucraino, il pupazzo dello Stato profondo angloide e dei suoi demoni, che varca vestito di nero le porte del Vaticano, si siede (prima del papa), gli intima di aderire al suo piano di attaccare e distruggere quella Nazione di cui la Vergine aveva chiesto la conversione al Suo Cuore Immacolato.
Sono immagini che sembrano tratte da un romanzetto moderno sull’anticristo, scritto anche senza troppa fantasia, pulp fiction da fondamentalisti protestanti. Eppure è la realtà, gentilmente offertaci dai nostri leader a sovranità limitata, e accettata ciecamente dalla gerarchia cattolica oramai cieca e corrotta.
Ammettiamo di non avere voglia di unire ulteriori puntini.
Ammettiamo di non avere idea di come si esca da questa cosa.
Io adesso smetto di scrivere, e dico un’altra Ave Maria. Ho ascoltato, poco fa, mio figlio che recitava la preghiera alla vergine. Ho ammirato ancora una volta la purezza che trasmette questo bambino, in ginocchio con le mani giunte e gli occhietti chiusi, mentre la vocina incespica sul latino.
È lui, innanzitutto, che devo difendere in queste ore in cui abbiamo l’immagine plastica dell’umanità minacciata, e della catastrofe materiale e metafisica che incombe su di noi. È quella purezza, quella dolcezza che dobbiamo proteggere, ad ogni costo – anche nell’ora in cui l’ombra dello sterminio termonucleare è sopra di noi come mai prima.
È proprio il manto della Vergine che dobbiamo ottenere, per rifugiarci, per permettere che la vita dei nostri bambini – cioè la continuazione dell’Immagine di Dio – continui.
Quindi, eccomi di nuovo: Ave Maria, gratia plena…
Fatelo, vi prego, anche voi.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Maldini, povera Italia
Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.
Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.
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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.
Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.
Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.
Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).
Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.
È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.
Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.
«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.
«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».
«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».
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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».
«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».
Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».
C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.
Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.
Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».
«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».
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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.
L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».
«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».
Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.
Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.
Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.
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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.
Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.
Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.
Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.
Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.
Francesco Rondolini
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Geopolitica
Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21
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Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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