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Politica

Hanno scelto la palude

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Mi ero disinteressato. La corsa al Quirinale non mi riusciva proprio di seguirla.

 

Avevo l’impressione che i partiti, i loro leader oramai inguardabili, non sarebbero riusciti a trovare una qualche soluzione che non fosse un segno di impotenza. La prima impressione è quella buona.

 

Certo, c’era stata la storia di Berlusconi lanciato, ed era bellissimo: lui che scatena Sgarbi in cerca di «scoiattoli», il Vittorio che chiama grillini e comunisti a ore improbabili per poi passargli Berlusconi, che fa sempre un figurone. Era, a modo suo, stupendo: sapeva della vecchia politica spettacolo del Berlusca, quella che lo fece eleggere premier 3 volte, è fece fondere completamente la sinistra – letteralmente: dall’odio cieco per Berlusconi, alimentato dal gruppo De Benedetti (Espresso-Repubblica), vennero fuori i grillini. Nessuno lo ricorda, ma è così.

 

Ho pensato: Silvio alla fine, però, non vuole arrivare al Quirinale. Sta facendo un assolo del suo forte, la politica-spettacolo, solare e sgangherata, per poi lanciare il suo vero candidato. Cioè, immaginavo, Gianni Letta. Sarebbe stato bellissimo vedere cosa il capo del PD avrebbe fatto votare al partito: Enrico Letta è il nipote. La prospettiva quasi mi piaceva.

 

Sbagliavo terribilmente: non c’era, nemmeno in un fuoriclasse come il padrone del Monza, nessuna strategia.

 

Né lui, né nessun altro. Salvini aveva una strategia? No. Letta? No. Conte? Non ne parliamo. Di Maio? Chi?

 

La «palude», in inglese «The Swamp», fu uno dei termini clou delle elezioni 2016 di Donald Trump

Hanno buttato lì, nel superbowl dell’arte politica italiana, degli schemi a caso. Mosse intentate così a caso, perché non sapevano bene costa stavano facendo.

 

In realtà, in un certo senso sapevano benissimo cosa stavano facendo: stavano scegliendo la palude.

 

La «palude», in inglese «The Swamp», fu uno dei termini clou delle elezioni 2016 di Donald Trump. La «palude», diceva la teoria, è Washington: un sistema fatto di fango, nebbia, malattie, talvolta creature mostruose. I politici, i lobbysti, i grand commis, i generali, i grandi industriali, etc. sono tutti felici di stare nella palude, dove niente cambia, al massimo si affonda un po’ nella putredine, di cui però si è parte.

 

Steve Bannon diede una definizione pregnante: la palude in realtà è un business model. Un modello di business di successo. La palude si perpetua perché il sistema produce trippa per tutte le bestie che abitano le se acque putride. Lo stratega trumpiano disse quindi che per prosciugare la palude (un motto in voga in quei tempi era «dry the swamp») non sarebbe bastato Donald alla Casa Bianca, ci sarebbero voluti almeno venti anni.

 

La palude resiste perché è radicata, è profonda. Distribuisce danari. E sta lì da secoli.

 

La palude resiste perché è radicata, è profonda. Distribuisce danari. E sta lì da secoli.

Ora, voi capite che Roma, che sorge materialmente su una palude, sta lì da non da due secoli, ma da millenni.

 

Per carità, niente di tremendo. Ho parlato con un servitore dello Stato di alto livello, una volta, che mi convinse pure: diceva, guarda i grillini, calati a Roma pieni di ideali, selvaggi nei contenuti e nella forma. Guardali, digeriti uno ad uno dalla palude, trasformati nel giro di pochi anni in abitanti dello stagno, dove piazzano i loro girini – parenti, amici, compagni di liceo – ad ogni piè sospinto.

 

Tuttavia, la palude magari dovrà pure esserci per fisiologia naturale del potere, ma in questo momento, una scelta pura per la palude è qualcosa di disperante, è qualcosa di insostenibile. Il mondo, usando le vecchie regole, è andato a pezzi.

 

Non vi sono stati altri momenti come questo. Nessuno di noi può ricordare niente di simile. Anche perché la Spagnola non generò questa isteria – rileggetevi l’articolo che avevamo pubblicato due anni fa sui teatri di Nuova York rimasti aperti, «Gotham rifiuta di chiudere» – e una guerra, per lo meno la guerra tradizionale, è meno spaventosa di quello che stiamo attraversando. La guerra finisce, la guerra è l’attesa della sua fine, che tutti sanno essere inevitabile. La guerra non può durare per sempre. Per il virus non è così. La guerra non impedisce alla persone di abbracciarsi, di stare insieme, di morire mano nella mano.

 

Questo è il momento di crisi dove, è chiaro, si stanno per liberare energie nuove, mai viste. Fiumi di forza immensa, imprevista, che possono spazzare via ogni struttura precedente. Un momento, come dire, apocalittico.

 

Uno si aspetta che il politico, che se sta lì un po’ fiuto deve averlo, lo possa aver capito. Può mollare, magari anche non totalmente, la palude, e cominciare il lavoro di rabdomante sull’energia umana del futuro.

 

Così, si poteva pensare, avrebbero, forse pure con qualche mira gattopardesca, messo lì un volto nuovo, rassicurante, poco schierato.  Così, per dare al popolo, impaurito e disorientato (perché incapace di vedere la fine di questo tunnel), quantomeno la percezione di una remota possibilità di cambiamento.

 

Hanno deciso, così, di sancire una volta per tutte il loro divorzio dal Paese reale – credono davvero che i cittadini volessero la soluzione che sembra emergere?

No, niente. Niente. Hanno messo lì nomi partitici improbabili, bocche a culo di gallina, avanzi parlamentari riciclati in qualche stagno minore, non uno ma due nomi passati per i servizi segreti (dai servizi al Quirinale una cosa, come ha notato qualcuno, con accenti fortemente sovietici). Non un nome presentabile, non uno. Non un nome nuovo – neppure un vecchietto bonario che ispiri simpatia e firmi le leggi senza tante storie.

 

Non ce l’hanno fatta, perché hanno scelto la stagnazione.

 

Hanno scelto di buttare la palla a campanile, perché non hanno idea di cosa fare, non c’è schema, non c’è fantasia, non c’è fiducia nei compagni, c’è solo il timore di subire un goal. Spara il pallone in corner, in tribuna, dove vuoi. Ma non giocare a calcio.

 

Hanno deciso, così, di sancire una volta per tutte il loro divorzio dal Paese reale – credono davvero che i cittadini volessero la soluzione che sembra emergere?

 

Hanno deciso, così, di mostrare impudicamente la loro inutilità – cosa rappresentano, cosa decidono, cosa comandano, se poi devono subire un premier che mai ha fatto politica e riciclare un presidente di un’era geologica precedente, il Giurassico prepandemico?

 

Hanno deciso, così, di mostrare impudicamente la loro inutilità – cosa rappresentano, cosa decidono, cosa comandano, se poi devono subire un premier che mai ha fatto politica e riciclare un presidente di un’era geologica precedente, il Giurassico prepandemico?

Hanno deciso, così, di dimostrarci che c’è continuità assoluta tra partiti, e ancora peggio, tra partiti e Stato? Sì, una sola, unica palude che è lo «Stato-partito» di cui ha dato una geniale descrizione l’ex ministro PSI Rino Formica.

 

«Lo Stato diventa partito e per risolvere i conflitti che sono dentro la società reale deve dire che non c’è destra e sinistra. C’è lo Stato».

 

«I segretari non vengono consultati e il governo, partito con un mix fra tecnici e politici, ora è un tutt’uno omogeneo coordinato da un presidente che ha già sperimentato come si guida una istituzione senza stato, come la Banca centrale europea – che è senza Stato ma ha i poteri di un superstato»

 

Hanno deciso, così, di dimostrarci che c’è continuità assoluta tra partiti, e ancora peggio, tra partiti e Stato – una sola, unica palude che è lo «Stato-partito»

Insomma: ci hanno dato tutti gli elementi per rifiutare la realtà politica-statale in blocco.

 

Questo rifiuto, carburato anche dalla polarizzazione sociale (cioè, dall’apartheid biotica, sempre più intollerabile anche per gli attacchi nella vita quotidiana che tocca subire ai non vaccinati) non possono dire che non era previsto.

 

Formica lo aveva descritto benissimo:

 

«La scorciatoia dello Stato che diventa partito è un’illusione con uno sbocco autoritario. Lo Stato non può assorbire i conflitti che sono nell’interno della società senza una via democratica (…) Lo Stato che diventa partito non può assorbire i conflitti che ci sono nel Paese, che invece continua a tenere aperti i problemi del conflitto sociale e civile nell’interno del Paese».

 

Hanno alienato ogni possibile speranza residua in una massa di elettori non indifferenti. E quindi, lasciato aperto spalancato il conflitto sociale e civile nel Paese. Questo chiunque lo sente

Hanno alienato ogni possibile speranza residua in una massa di elettori non indifferenti. E quindi, lasciato aperto spalancato il conflitto sociale e civile nel Paese. Questo chiunque lo sente.

 

A loro, probabilmente, non interessa: e lo hanno dimostrato scegliendo, senza vergogna, la palude. Noi facciamo parte di quel famoso calcolo sacrificale che hanno fatto tutti, dai social media ai governi pandemici: il segmento dissidente, può e deve essere eliminato. Si deve procedere solo con la maggioranza bovina (anzi, vaccina). Dei soldi e dei voti dei piantagrane non ci importa nulla: viviamo benissimo con quelli dei bovini, sierizzati, dipendenti, obbedienti anche quando capiscono che li si porta al macello.

 

Lo Stato-partito vi detesta – a meno che non vi sottomettiate come gli altri, dimenticate di avere una coscienza, rinunciate agli ideali spirituali e perfino ai diritti costituzionali.

 

Ecco perché non si sono vergognati della farsa al Quirinale dove tutti – da Salvini, a Letta, a Conte, a Berlusconi – hanno dimostrato di non essere in controllo di nulla.

 

Quando nel 2023 Draghi ascenderà alla Presidenza, il partiti saranno ancora più fusi con l’apparato dello Stato – perché altre direzioni al momento non ne hanno, o meglio, hanno paura di prenderle. La palude, cioè, si infittirà. Diventerà ininfluente sapere se sei un senatore della Lega o un ex funzionario finanziario dello Stato: quello che conta è la comune, putrescente appartenenza alla palude

Tecnicamente, succederà che Mattarella farà come Napolitano, neanche due anni e poi si dimetterà a secondo mandato lontano dalla conclusione (una nuova tradizione quirinalizia?), lasciando il posto a Draghi, che di fatto deve essere stato rassicurato da qualcuno, visto che pochi giorni fa sembrava volesse andarsene qualora non gli avessero dato la prima carica dello Stato – probabilmente sarebbe stato, cioè sarà, il primo Presidente della Repubblica mai passato per la politica, i circoli, le strette di mano, la raccolta umana dei voti, etc. e questo si vede nelle disastrose conferenze stampa. La tecnocrazia sarà quindi completa.

 

Quando nel 2023  la vera creatura che domina la palude, il drago, ascenderà al Colle, il partiti saranno ancora più fusi con l’apparato dello Stato – perché altre direzioni al momento non ne hanno, o meglio, hanno paura di prenderle. La palude, cioè, si infittirà. Diventerà ininfluente sapere se sei un senatore della Lega o un ex funzionario finanziario dello Stato: quello che conta è la comune, putrescente appartenenza alla palude.

 

Tuttavia, una nota positiva. La liberazione di energie sconosciute di cui parlavamo sopra, non arresterà il suo corso. Anzi, l’intensità dell’emersione aumenterà vertiginosamente, senza dare la possibilità di comprendere in tempo quale volto essa assumerà.

 

Sanno di questo esiziale rischio? Ripetiamo, forse sì. Ma hanno scelto comunque la palude.

 

Perché insetti, anfibi, rettili, mostri, possono vivere solo lì.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di SomeAnna via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

 

 

 

Politica

Netanyahu sta per essere estromesso

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non sarà in grado di mantenere il potere dopo che l’esercito del Paese avrà concluso l’operazione contro Hamas a Gaza, ha affermato la testata israeliana Ynet, citando fonti anonime all’interno del suo partito Likud.

 

Tra le crescenti richieste di elezioni anticipate, sabato il leader israeliano ha insistito sul fatto che ora «non è il momento per la politica», suggerendo che il prossimo voto avrà luogo «tra qualche anno».

 

Numerosi sondaggi d’opinione hanno dimostrato che gli indici di gradimento di Netanyahu e del suo partito Likud sono in calo da quando i militanti di Hamas hanno condotto la loro mortale incursione a sorpresa nel territorio israeliano il 7 ottobre 2023. A dicembre, l’Israel Democracy Institute, citando i risultati del sondaggio, ha affermato che più di due terzi degli israeliani vogliono che le elezioni generali si svolgano non appena finite le ostilità a Gaza.

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Un sondaggio condotto all’inizio di questo mese ha mostrato che i partiti di opposizione si assicurerebbero ben 75 dei 120 seggi del parlamento israeliano se le elezioni si tenessero adesso.

 

Nel suo rapporto di sabato, Ynet ha citato un anonimo membro anziano del Likud che aveva predetto che «chiunque fosse primo ministro il 7 ottobre finirà il suo incarico alla fine della guerra».

 

Un altro membro dello staff del partito di Netanyahu avrebbe sostenuto che non importa «quanto Netanyahu rinvii la fine e quanto non voglia, alla fine di questa guerra andremo alle elezioni». Secondo i media, l’anonimo pezzo grosso del Likud ha aggiunto che il primo ministro sarà costretto a indire elezioni anticipate sia da membri della sua stessa forza politica che da altri partiti che compongono la coalizione di governo, con la consapevolezza di tutti che «questo è quello che sta succedendo».

 

Sabato, parlando in una conferenza stampa, Netanyahu ha respinto le richieste di elezioni anticipate, insistendo sul fatto che il voto per la Knesset dovrebbe svolgersi come previsto, cioè nell’ottobre 2026.

 

«Suggerisco di non preoccuparci di questo durante la guerra», ha detto il primo ministro, sostenendo che «l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento sono le elezioni». Netanyahu ha avvertito che la divisione politica interna in Israele farebbe il gioco di Hamas.

 

Il partito di opposizione Yesh Atid ha rilasciato una dichiarazione in cui descrive i commenti del primo ministro come «un’altra prestazione di un primo ministro inadatto che, a detta di tutti, ha perso da tempo la fiducia del pubblico e continua a sfuggire alla responsabilità del più grande fallimento nei confronti del popolo ebraico da all’Olocausto».

 

«Israele ha bisogno di cambiamento. Le elezioni sono all’ordine del giorno», ha sostenuto il partito.

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Ieri a Gerusalemme durante la Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane Netanyahu ha categoricamente rifiutato il «riconoscimento unilaterale» di uno Stato palestinese, sostenendo che sarebbe una «massiccia e senza precedenti ricompensa al terrorismo» che impedirebbe qualsiasi prospettiva di pace duratura in futuro.

 

Intervenendo domenica a Gerusalemme alla Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane, Netanyahu ha definito la guerra a Gaza Jla battaglia della civiltà contro la barbarie» e ha ribadito il suo obiettivo di «vittoria totale».

 

«Questa è una battaglia importante per il futuro di Israele e per la nostra sopravvivenza, ma è anche fondamentale per il futuro della civiltà», ha affermato il primo ministro, aggiungendo che l’eliminazione di Hamas, la liberazione degli ostaggi e l’impedimento a Gaza di «rappresentare una minaccia» per Israele rimangono gli obiettivi principali.

 

Netanyahu ha continuato attaccando la «denigrazione di Israele», sostenendo che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) «stanno facendo di tutto per prevenire vittime civili, come nessun altro esercito ha fatto», definendo il caso di genocidio portato dal Sud Africa alla Corte internazionale di giustizia una «farsa».

 

Netanyahu ha riaffermato la sua determinazione a eliminare completamente Hamas, promettendo di «finire il lavoro» come «l’America ha finito il suo lavoro», riferendosi alla lotta con l’ISIS.

 

C’è «una cosa» su cui «Israele non può accettare»: una soluzione a due Stati, che la comunità internazionale chiede dallo scoppio della guerra. «Israele rifiuta completamente i dettami internazionali riguardanti una soluzione permanente con i palestinesi», ha detto Netanyahu, citando una risoluzione che ha presentato domenica al governo. «Israele continuerà a opporsi al riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese», aggiungendo che ciò servirebbe come ricompensa al «terrorismo e impedirebbe qualsiasi futuro accordo di pace».

 

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Politica

Da nazionalista etnico a cocco dell’Occidente: chi era Navalnij?

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Aleksej Navalnij è morto venerdì in una colonia carceraria a nord del circolo polare artico dove stava scontando una condanna a 19 anni per attività estremiste. Aveva 47 anni. Al momento si parla di un «collasso»: secondo il servizio penitenziario, il 47enne si è sentito male e ha perso conoscenza dopo una passeggiata, ed è stato dichiarato morto poco dopo dai medici.   La testata governativa russa Russia Today offre un ritratto approfondito dell’evoluzione del personaggio.   In Occidente il Navalnij godeva della reputazione di critico del Cremlino e di «leader dell’opposizione» russa, tuttavia in Ucraina era considerato come un nazionalista russo. «Nella stessa Russia, la sua eredità è, nella migliore delle ipotesi, complicata» scrive RT.

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Nato nel 1976, Navalnij si è laureato in giurisprudenza nel 1998 e ha conseguito una laurea in finanza nel 2001. Durante la sua carriera si è occupato di diritto, investimenti e attivismo, ma ha continuato a tornare ciclicamente alla politica.   «Sono sempre stato ossessionato dalla politica», aveva dichiarato al quotidiano Kommersant-Money nel 2009.   Tra il 2000 e il 2007, Navalny è stato membro del partito liberale Yabloko («Mela»), prima di co-fondare un movimento nazionalista etnico chiamato «Narod» (popolo). È apparso in due famigerati video YouTube del movimento, uno che difendeva il diritto alle armi per combattere «mosche e scarafaggi» (indicando i musulmani), e un altro nel quale paragonava gli immigrati alla carie.   Nell’agosto 2008, Navalnij si era dichiarato a favore dell’intervento russo contro la Georgia a nome dell’assediata Ossezia del Sud; aveva quindi continuato a partecipare a tre manifestazioni annuali della «marcia russa» con sostenitori del nazionalismo etnico.   Secondo RT, «l’attivista Evgenia Albats ha poi affermato di aver esortato Navalnij a unirsi alle marce come un modo per sfruttare il nazionalismo etnico contro il Cremlino. Nel 2010, Albats avrebbe co-sponsorizzato il soggiorno di sei mesi di Navalnin negli Stati Uniti attraverso il programma Yale World Fellows».   A quel punto, Navalny aveva già fatto appello alla sua esperienza finanziaria per lanciare un gruppo di attivisti per gli investimenti chiamato «Unione degli azionisti di minoranza», che cercava di scuotere grandi aziende come Rosneft, Gazprom, Lukoil e altre. La sua rete di ONG, la Fondazione Anti-Corruzione (FBK), è stata registrata nel settembre 2011. Navalnij avrebbe continuato ad accusare il governo di Mosca, i governatori regionali e le aziende di frode, concussione e corruzione, venendo spesso denunciato per diffamazione.   Nel febbraio 2011, Navalnij si dilettava anche in politica, attaccando il partito al potere Edinaya Rossija – cioè Russia Unita, il partito di Putin – definendolo, con un’espressione divenuta celebre, partija zhulikov i vorov, cioè un partito di «truffatori e ladri» che quel dicembre avrebbe affermato che aveva rubato, a suo dire, le elezioni nazionali.   I media occidentali lo nominarono quindi come una sorta di «leader dell’opposizione russa» dopo aver tenuto una serie di discorsi durante le proteste antigovernative che ne sono seguite.

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Il culmine della carriera politica di Navalny è stata l’elezione a sindaco di Mosca del luglio 2013, quando ha ottenuto il 27,24% dei voti ma ha perso contro Sergej Sobjanin. Il suo tentativo di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2018 è stato bloccato a causa della sua fedina penale, riporta RT.   La prima condanna penale di Navalnij è stata per appropriazione indebita da parte della Kirovles, un’azienda forestale statale. Nel 2013 è stato condannato a cinque anni di carcere, pena poi modificata in libertà vigilata. Nel 2016 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha affermato che le sue azioni erano «indistinguibili da attività commerciali legittime».   Al processo, Navalny ha denunciato le accuse come motivate politicamente e si è scagliato contro il «disgustoso sistema feudale» in cui «cento famiglie» avrebbero saccheggiato la Russia.   Navalnij e suo fratello Oleg – un impiegato delle poste – sono stati accusati di appropriazione indebita nel 2012, per aver frodato la filiale russa del gigante francese dei cosmetici Yves Rocher. I fratelli furono giudicati colpevoli nel dicembre 2014, ma Aleksej ancora una volta ricevette solo la libertà vigilata.   Nel 2019, il governo russo ha etichettato la FBK di Navalny come un «agente straniero», limitandone gravemente le attività.   Nell’agosto 2020, Navalnij si è ammalato durante un volo da Tomsk a Mosca ed è stato trasportato in Germania per cure. I medici occidentali hanno affermato che era stato preso di mira con l’agente nervino «Novichok», cosa che Mosca ha respinto come «provocazione».   Al ritorno in Russia, Navalnij era arrestato per aver violato i termini della libertà vigilata e mandato in una colonia carceraria.   È stato colpito con ulteriori accuse di frode e oltraggio alla corte, ricevendo un’ulteriore condanna a nove anni nel 2022. Nell’agosto 2023, Navalnij è stato condannato ad altri 19 anni dietro le sbarre con l’accusa di «fomentare, finanziare e svolgere attività estremiste e “riabilitare l’ideologia nazista”», scrive RT. La FBK è stata chiusa per ordine del governo.   Nel dicembre 2023, Navalnij è stato trasferito in una colonia penale nella regione di Yamalo-Nenets, nel nord della Siberia.   In queste ore è arrivata anche la reazione del Cremlino. Il portavoce della presidenza russa Dmitrij Peskov ha dichiarato che il Servizio penitenziario federale russo (FSIN) sta adottando tutte le misure necessarie per indagare sulla morte di Navalnij.

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La FSIN «sta adottando tutte le misure necessarie in una situazione del genere», ha detto Peskov ai giornalisti. Pertanto non sarebbe necessaria un’indagine speciale, ha aggiunto.   Il portavoce del Cremlino ha detto che saranno i medici a stabilire la causa esatta della morte di Navalnij e che il presidente russo Vladimir Putin è stato tenuto informato della situazione.   In precedenza, una fonte sempre di RT aveva detto che Navalny sarebbe morto per un coagulo di sangue.   Il vicepresidente americano Kamala Harris ha dichiarato che «la Russia è responsabile» della morte di Navalnij, mentre il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha affermato che «l’UE ritiene il regime russo l’unico responsabile di questa tragica morte».   «Ovviamente si tratta di dichiarazioni assolutamente fanatiche», ha commentato Peskov. «Non ci sono informazioni sulla causa della morte. Consideriamo tali affermazioni assolutamente inaccettabili e inappropriate».   Come riportato da Renovatio 21, il Cremlino, a pochi giorni dalle elezioni, era l’ultima della realtà che avrebbe potuto vedere morto Navalnij, oramai lontano dalla scena pubblica.  

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Politica

Giudice ordina a Trump di pagare 354 milioni di dollari e di non gestire le sue attività per tre anni

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Un giudice di New York ha temporaneamente vietato all’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump di gestire le sue attività nello stato e ha ordinato a lui e alla sua organizzazione di pagare 354 milioni di dollari di danni per aver presentato false relazioni commerciali.

 

La sentenza del tribunale civile di venerdì del giudice Arthur Engoron include un divieto di tre anni per Trump di prestare servizio come funzionario o direttore di qualsiasi azienda di New York, inclusa la Trump Organization.

 

A Trump e alla sua azienda è stato inoltre vietato di richiedere prestiti bancari a New York. I danni monetari sono stati imposti all’ex presidente e ad altri dirigenti della Trump Organization, compresi i suoi due figli maggiori.

 

Trump e i suoi soci sono stati accusati di aver utilizzato valutazioni esagerate degli asset per ottenere condizioni favorevoli su prestiti e polizze assicurative.

 

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Engoron ha riconosciuto nella sua sentenza che tutti i prestiti in questione sono stati rimborsati integralmente e in tempo, ma ha sostenuto che l’assenza di una vittima «non estingue il danno che le false dichiarazioni arrecano al mercato».

 

«Il prossimo gruppo di istituti di credito a ricevere dichiarazioni false potrebbe non essere così fortunato» ha aggiunto il controverso giudice.

 

Il giudice ha inoltre ordinato la nomina di un amministratore indipendente per monitorare il rispetto della sua decisione da parte della Trump Organization. L’Engoron ha affermato che Trump e i suoi soci hanno mostrato una «patologica» mancanza di rimorso e probabilmente continuerebbero a operare in modo fraudolento a meno che non fossero «limitati dal punto di vista giudiziario».

 

La sentenza sulla frode civile segna l’ultima battuta d’arresto legale per Trump in un momento in cui è candidato come principale candidato repubblicano alla presidenza. Affronta quattro distinte accuse penali, oltre a molteplici cause civili. Proprio il mese scorso, una giuria di New York gli ha ordinato di pagare 83 milioni di dollari di danni alla scrittrice E. Jean Carroll, la quale aveva affermato di averla diffamata quando ha negato la sua accusa di averla aggredita sessualmente in un grande magazzino quasi 30 anni fa.

 

Alina Habba, avvocato di Trump, ha definito la sentenza di Engoron una «manifesta ingiustizia» e si è detta fiduciosa che verrà annullata in appello. L’ex presidente ha affermato che il caso deriva da un tentativo del presidente Joe Biden di bloccare il suo rivale politico.

 

«Questa interferenza elettorale e questo tirannico abuso di potere da parte di un giudice e di un procuratore generale corrotti non possono essere tollerati».

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