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Non stanno parlando a voi. Parlano alla massa vaccina

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Sarà capitato anche a voi. È una sensazione che all’inizio, un paio di anni fa, era un po’ sottile, ora invece è potente, patente, anche se ancora non pienamente definita.

 

Ti capita, per lo più, quelle volte che, magari per isbaglio, ti capita di sentir il discorso di un politico.

 

È quella strana sensazione per cui chi ti sta parlando, in realtà non sta parlando davvero con te.

 

È una sensazione forse sfuggente, ma nettissima.

 

Un tempo, nella vita normale, la si sperimentava quando qualcuno ti scambiava per un altro — fenomeno che in genere non accade spesso, o quando qualcuno comincia a parlare in totale assenza di senso del contesto, chessò, un signore dell’ultradestra che finisce inconsapevole tra le salsicce della Festa dell’Unità (si chiama ancora così?) e attacca un pistolotto nostalgico, nello sconcerto dei sinceri democratici presenti. O viceversa. Anche questo, un caso raro, buono per certe barzellette.

 

Invece adesso la sensazione che ci parli qualcuno che non ha idea di noi, è continua, martellante.

 

Il maestro, in questo fenomeno di straniamento politico, è Mario Draghi. Si rimane sconvolti ogni volta che fa una conferenza stampa, riuscendo ad inanellare fake news («L’appello a non vaccinarsi è l’appello a morire, non ti vaccini ti ammali e muori, o a far morire, non ti vaccini, contagi e fai morire») e proclami al limite dell’hate speech i nostri problemi dipendono dai non vaccinati»).

È impossibile, nel caso del primo ministro, non avvertire questo senso di comunicazione fallita: come può parlare a noi in questo tono?

 

È impossibile, nel caso del primo ministro, non avvertire questo senso di comunicazione fallita: come può rivolgersi a noi in questo tono?

 

Come può dire in serenità queste cose?

 

Qualcuno lo può scusare: il capo del governo, il vertice della politica italiana, non ha mai fatto politica in vita sua. Lo hanno paracadutato lì dalla torre di Francoforte (è stato, letteralmente, un BASE jump). Lui mica ha stretto mani alle sagre di paese, mica ha passato le notti nei circoli di periferia, mica ha sgomitato tra compagni di partito e avversari per qualche manciata di voti. Mica sa esattamente cosa è un elettore, figuriamoci un Paese da gestire.

 

Segue a poca distanza Roberto Speranza. In nessun modo sembra scalfito, anche minimamente, da quello che una porzione della popolazione pensa di lui. Anzi, dal tono sembra ogni volta voler rincarare la dose. Niente da fare: esce il libro, ma viene autosequestrato immediatamente per motivi inspiegati. Uno pensa che qualcuno davanti ad una cosa del genere (svergognata su Report, Le Iene, etc.) trovi il tempo di crearsi una mezza giustificazione, una scusa da dare ai media – oppure qualche minuto per vergognarsi e basta. No, nulla. Quando parla alla Camera o in TV, uno si chiede come sia possibile che si stia davvero rivolgendosi a noi, come niente fosse, anche senza fischiettare, perché l’uomo è un duro.

 

C’è Brunetta, che, dopo averne ascoltate un paio, ammettiamo di non sapere più cosa stia dicendo.

 

C’è Renzi.

 

Potremmo parlare di Salvini, che mangia Nutella anche in quarantena, e non sappiamo se lo fa perché lo spin doctor controverso è tornato a casa.

 

In realtà la lista è lunghissima. Puntualizziamo che il fenomeno fornisce un’altra caratteristica al discorso dei nostri personaggi pubblici: la spudoratezza.

 

Il ministro Lamorgese va in Parlamento e parla di un suo sottoposto ripreso mentre – in borghese – picchia un ragazzo a terra come di un controllore del «movimento ondulatorio».

 

Il generale Figliuolo dice pubblicamente il vaccino è somministrato per milioni di dosi «senza saperne l’esito», e che ‘sta immunità di gregge gli scienziati continuano a spostargliela: 80%, 90%, 100%, 150%…

 

Il sottosegretario Sileri che sostiene in diretta che il «vaccino non è sperimentale», anche se la conclusione del trial è il 23 luglio 2024.

 

E poi ecco, sì, gli scienziati: frotte di virologi e di funzionari pandemici assortiti, televisivi o meno, che dicono che bisogna chiudere tutto, bisogna aprire, bisogna mettere il green pass, bisogna togliere il green pass, bisogna arrestare i no vax, bisogna garantire la costituzione, vaccinare i bambini, non vaccinare i bambini, considerare le statistiche dei morti COVID, considerare le statistiche dei morti con COVID… il tutto dalle stesse labbra, nel giro di pochi giorni. Senza errata corrige di sorta. Senza vergogna.

 

La contraddizione, sempre più ebete e infame, non li preoccupa. Perché, ribadiamo, non stanno parlando con noi. Non si tratta in nessun modo di una comunicazione tradizionale: emittente-messaggio-ricevente. Il ricevente, qui, non pare essere considerato, altrimenti il messaggio sarebbe diverso, e anche l’emittente.

La massa bovina è il fine del processo di ingegneria sociale che stiamo vivendo. La massa vaccina è il futuro programmatico dell’umanità, quello a cui tende il progetto della pandemia. Un mondo fatto di cittadini calmi ed obbedienti, modificabili, sfruttabili e sacrificabili a piacimento, senza possibilità di protesta

 

Quindi, a chi stanno parlando? Di certo non stanno parlando a noi. Quindi, a chi?

 

Stanno parlando alla massa vaccina. Diciamo così, perché, alla fine, vaccino è un aggettivo sinonimo di bovino.

 

Stanno parlando alla massa bovina. A quei milioni di persone che, più o meno con docilità, si sono fatti marchiare, appunto, come bestiame. La massa vaccina, questo è il suo grande vantaggio, non fa molte storie. Quando porti i bovini al macello, loro mica si oppongono, al massimo fanno qualche muuu di circostanza. Prima, si sono fatti segnare con il ferro caldo e mungere a dovere, poi diventeranno bistecche. La maggior parte di loro forse non lo sa, ma qualcuno magari sì, e si è trovato pure una giustificazione: insomma, dai, pur munto e marchiato, mi hanno fatto brucare per tanto tempo, in fondo va bene così.

 

La massa bovina è il fine del processo di ingegneria sociale che stiamo vivendo. La massa vaccina è il futuro programmatico dell’umanità, quello a cui tende il progetto della pandemia. Un mondo fatto di cittadini calmi ed obbedienti, modificabili, sfruttabili e sacrificabili a piacimento, senza possibilità di protesta.

Nessuno sta parlando con voi, perché tutti – politici, figure di ogni livello – stanno già parlando alla massa bovina

 

Nessuno sta parlando con voi, perché tutti – politici, figure di ogni livello – stanno già parlando alla massa bovina.

 

Molti si sono chiesti perché il papa si è abbassato a farsi pseudo-intervistare da Fabio Fazio (che peraltro Bergoglio aveva già citato a inizio pandemia 2020 come maitre à penser sulla bellezza di pagare le tasse e l’orrore dell’evasione fiscale). Com’è possibile che sia avvenuta una cosa del genere? Il papa fa interviste TV? Il papa va nella trasmissione di Fazio, tra Burioni e la Littizzetto, e qualche scrittore, attore, prostituto di sinistra a caso?

 

Ebbene, nemmeno il papa – soprattutto nemmeno il papa – sta parlando a voi. Da anni, egli parla solo a quello che è pure titolato a chiamare «gregge», ovino o bovino che sia.

 

I giornalisti internazionali che si sono scandalizzati perché Fazio, con un’occasione del genere, avrebbe dovuto fargli qualche domanda sugli abusi e cose così, non ha capito nulla: il fatto di essere andato da Fazio era esso stesso il contenuto del discorso. Il medium è il messaggio: il pontefice sta dicendo, non parlerò di cose serie, né dei problemi della chiesa, né di teologia, né delle verità profonde dell’Amore di Dio, no, farò discorsi appositamente privi di qualsiasi spessore, al massimo dirò due parole sull’immigrazione, che è un tema che mi hanno fatto studiare. Non aspettatevi nient’altro: questo è il vero messaggio.

Io, il papa, parlo alla massa bovina, quella che ascolta Fazio. Non chiedetemi di fare altro

 

Io, il papa, parlo alla massa bovina, quella che ascolta Fazio. Non chiedetemi di fare altro.

 

Io, il papa, parlo alla massa vaccina: perché ho contribuito in prima persona a crearla tramite questa pandemia, invocando la vaccinazione universale, facendo incontri segreti, ordinando ai cristiani di sottoporsi all’mRNA sintetizzato via feto abortito, cancellando ogni residua possibilità di obiezione di coscienzatre paroline, queste ultime, che pronunziate da un pontefice avrebbe fracassato in un nanosecondo il green pass, gli obblighi vaccinali, tutto, e in ogni parte del globo terracqueo. (E questa non è purtroppo, un’iperbole, o uno scherzo: è così, il vero responsabile della vostra sofferenza è Jorge Mario Bergoglio)

 

Io, il papa, come tutti i politici dell’establishment che accolgo sorridente e radioso, non parlerò mai a voi, perché non mi interessa, perché, in fondo, voi non esistete davvero – siete buoni, forse, solo a farvi prendere in giro, come quel cardinale finito in ospedale.

 

Il lettore non-siringato si starà chiedendo: ma, davvero, è possibile che nessuno parli a noi? È possibile ignorare una così grande fetta di umanità? È legale?

 

È possibile. Anzi, è la realtà. Il motivo è piuttosto semplice da comprendere. Ve lo abbiamo detto, ve lo ripetiamo: voi non siete una minoranza.

Io, il papa, parlo alla massa vaccina: perché ho contribuito in prima persona a crearla tramite questa pandemia, invocando la vaccinazione universale, facendo incontri segreti, ordinando ai cristiani di sottoporsi all’mRNA sintetizzato via feto abortito, cancellando ogni residua possibilità di obiezione di coscienza

 

Provate a pensarci: se foste una minoranza, vi tratterebbero come una minoranza.

 

Avreste intorno ONU, UE, CEDU, ONG di ogni tipo.

 

Avreste i giornali, intellettuali, film e cantanti di Sanremo e dei centri sociali a cantare la bellezza della vostra diversità.

 

Avreste programmi specifici nelle scuole dell’obbligo per insegnare ai bambini a rispettarvi.

 

Avreste motovedette che vi fanno attraversare il mare.

 

Avreste danaro pubblico buttato su di voi indiscriminatamente.

 

Avreste i «giorni della memoria».

 

Avreste sacerdoti e parrocchie a ospitarvi e a predicare la necessità di aiutarvi ogni santa domenica, e anche gli altri giorni della settimana.

 

Avreste avvocati pagati da miliardari a suggerirvi come far valere i vostri diritti – perché, ricordatelo, le minoranze hanno diritti, voi no.

Ve lo abbiamo detto, ve lo ripetiamo: voi non siete una minoranza

 

Avreste, soprattutto, politici che vi ronzano intorno, perché vogliono il vostro voto.

 

Invece, che strano, non c’è nulla di tutto questo. Nessuno vi bada, nessuno vi vuole, nessuno vi considera, nessuno vi protegge.

 

Non vogliono il vostro voto, oramai è chiaro a chiunque.

 

Non vogliono il vostro lavoro – anche perché, lo avrete capito, c’è già qualcuno, africano o macchina che sia, pronto a sostituirvi.

 

Non vogliono il vostro danaro, altrimenti vi farebbero entrare nei loro bar e negozi, e non vi espungerebbero in massa dai social network.

Voi non siete una minoranza: voi siete una parte della popolazione che va sacrificata

 

Non vogliono niente da voi, perché di fatto voi non esistete: quel fantasma che rappresentate, va aiutato a dissolversi una volta per tutte, se necessario con la repressione brutale – dei milioni in piazza la scorsa estate, cosa è rimasto, dopo leggi liberticide e incursioni varie? Un insieme di spettri trasparenti, talmente evanescenti che le telecamere della TV non riescono neanche a riprendere.

 

Voi non siete una minoranza: voi siete una parte della popolazione che va sacrificata.

 

Perché hanno fatto i calcoli e hanno capito che possono vivere tranquillamente con la massa bovina (che continuerà a obbedire, votare, comprare come gli si dice) senza che quegli altri, i non sottomessi, i non-bovini, i non-vaccini, guastino le feste, specie nel momento in cui si dovrà dirigere il bestiame verso il mattatoio.

 

Pensateci: non c’è qualcosa che glielo impedisca. Possono eliminarvi, perché non hanno giurato né a Dio né alla Costituzione che debbano tollerare dei subumani nemici dell’ordine stabilito – e anche se lo hanno fatto, non importa, perché siamo in emergenza, e i no vax fanno davvero schifo.

Se diciamo «subumani» non stiamo neanche qui usando parole iperboliche. Sarebbe meglio utilizzare il termine «subcanini», perché, realizzatelo, in certi luoghi in questo momento i cani entrano, voi no

 

Se diciamo «subumani» non stiamo neanche qui usando parole iperboliche. Sarebbe meglio utilizzare il termine «subcanini», perché, realizzatelo, in certi luoghi in questo momento i cani entrano, voi no.

 

Non siete una minoranza, perché quello che credete non vale niente, neanche rispetto alla legge, o alla giurisprudenza precedente. Ai Testimoni di Geova è stato consentito rifiutare le trasfusioni, e i dottori che le hanno praticate contro il volere del paziente, sono stati condannati dalla magistratura. Ai genitori del bambino che non vogliono usare sacche di sangue sierizzato hanno sospeso la potestà genitoriale.

 

E non pensiate che la sottomissione riguardi solo l’apartheid biotica mRNA.

 

Con insolita unanimità, e senza il coinvolgimento dell’elettorato, hanno appena infilato l’ambientalismo nella Costituzione italiana. Il che significa che, pure vaccinati, se domani non sarete d’accordo con Greta, se l’emergenza climatica vi potrà sembrare artefatta o manipolata, rischierete di essere emarginati e combattuti, in quanto portatori di idee e comportamenti illegalizzati.

Il lockdown climatico è dietro l’angolo, le cure che ci imporranno saranno ancora più spaventose: ora, grazie al biennio COVID, hanno capito che si può fare. E l’allarme per il cambiamento climatico è una pandemia che non ce l’ha fatta, ma ora ha capito come si fa

 

Il lockdown climatico è dietro l’angolo, le cure che ci imporranno saranno ancora più spaventose: ora, grazie al biennio COVID, hanno capito che si può fare. E l’allarme per il cambiamento climatico è una pandemia che non ce l’ha fatta, ma ora ha capito come si fa.

 

Anche lì, a breve, sarete zittiti e derisi, combattuti e impoveriti. Anche lì non esisterà la vostra minoranza, il vostro pensiero non avrà alcun diritto di asilo nel consorzio umano, sarà censurato e polverizzato come un antivaccinista qualsiasi su Facebook oggi.

 

Cancelleranno le vostre parole e il vostro lavoro, le vostre gioie e – ad un certo punto – la vostra discendenza, perché tra chi invoca il lager e la tortura, c’è chi più lucido già parla di sterilizzare i dissidenti, come hanno fatto certi regimi prima di oggi.

 

Non ha senso, davanti a questo panorama mostruoso, pensare di poter urlare alla massa bovina che si trovano dentro un disegno di morte che presto si prenderà anche loro, il loro corpi e le loro anime. Non abbiamo voce, non abbiamo i mezzi per convincere la massa vaccina.

Voi non siete una minoranza: voi siete ciò che resta dell’umanità, voi siete l’umanità rimasta tale

 

Abbiamo, per il momento, la necessità di guardare dentro noi stessi, cercare quella pace interiore che ci serve, e guardare il cammino con più saggezza. Questo, per adesso, vi deve bastare.

 

Quindi, intanto, realizzatelo: se non vi parlano, è perché  voi non siete parte del popolo o della comunità, voi non siete niente.

 

È vero. Voi non sciente una minoranza.

 

Voi siete ciò che resta dell’umanità, voi siete l’umanità rimasta tale.

 

Siatene orgogliosi. E custodite questo dono con cura, sacrificio, lotta.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di Mynyny via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

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L’ideologia del battaglione Azov: uno Stato nello Stato che disprezza Russia e Occidente

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Nonostante la resa del Battaglione Azov presso l’acciaieria Azovstal durante i combattimenti a Mariupol’ il mese scorso, il comando ucraino ha già annunciato la creazione di nuove forze per le operazioni speciali Azov a Kharkov e Kiev.

 

Un articolo apparso sul sito governativo russo RT a firma del giornalista politico esperto di storia degli stati ex sovietici Dmitry Plotnikov cerca di comprendere la radici ideologiche dell’Azov.

 

Come noto, di recente è stato effettuato un parziale rebranding:  lo stemma ucraino – il simbolo araldico medievale del tridente composto da tre spade – ha sostituito nel logo e nelle mostrine la runa Wolfsangel («uncino del lupo») al centro di tante critiche che lo davano come evidente simbolo della matrice nazista del gruppo.

 

Come noto, il Wolfsangel è stato utilizzato sui risvolti delle divisioni Das Reich e Landstorm Nederland delle SS, nonché sul logo del Partito nazista olandese.

 

Gli azoviti hanno respinto tutte queste accuse, sostenendo che il loro simbolo del reggimento non era un Wolfsangel, ma piuttosto le prime lettere dell’espressione «Ideja Natsii», «Idea Nazionale», presumibilmente scritta in un antico alfabeto ucraino, mistura di lettere cirilliche e latine.

 

Non si tratta, spiega Pltonikov, del primo rebranding di Azov: a sua volta, il Wolfsangel sui loro galloni aveva sostituito il più occulto ancora simbolo del «sole nero», quel Sonnenrad che era usato nei rituali delle SS e decorava il pavimento del castello dell’ordine a Wewelsburg, tana prediletta dello spietato gerarca nazista capo delle SS Heinrich Himmler. Va notato come all’epoca, gli azoviti non si preoccupassero di spiegare come quel «sole nero» avesse una qualche radice fittizia.

 

Lo studioso russo spiega che anche questo ultimo rebranding (inteso principalmente per dare a giornalisti, politici e popolazioni occidentali un argomento del tipo: «prima eravamo di estrema destra, ma ora è tutto passato») non segna in alcun modo un cambiamento dell’ideologia di Azov, anzi, potrebbe significarne un rafforzamento.

 

«Per capirlo basta guardare ad Azov non solo come un movimento militare, ma anche come un progetto politico» scrive Plotnikov.

 

Azov è stata fondata da radicali provenienti dai Patrioti dell’Ucraina. Questa organizzazione aveva sede a Kharkov, una città nel nord-est del paese, che ha sempre avuto una popolazione prevalentemente di lingua russa. Pertanto, il tipo di nazionalismo di Azov era diverso.

 

A differenza dei nazionalisti ucraini, non si sono concentrati su questioni relative alla lingua, all’etnia o alla religione dell’Ucraina. Percepivano la nazione come un progetto statalista nello spirito del fascismo italiano.

 

In realtà, il principale ideologo dei Patrioti dell’Ucraina, il pubblicista ucraino del XX secolo Dmitry Dontsov (le cui idee hanno avuto anche una grande influenza sui collaboratori nazisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, l’OUN di Stepan Bandera), ha definito la sua ideologia del «nazionalismo integrale» la versione ucraina del nazionalismo sviluppata negli anni ’20,

 

Allo stesso tempo, Dontsov ha equiparato i concetti di nazione e razza. Quest’ultima si divide in razze padrone e di schiavi.

 

«Secondo Dontsov, gli ucraini sono una razza di padroni, mentre i russi sono una razza di schiavi che cercano di rendere schiavi gli ucraini» scrive Plotnikov. «Lo scontro tra ucraini e russi è di natura assoluta, esistenziale e può finire solo con la distruzione di una delle parti, credeva Dontsov».

 

«Il romanticismo gioca un ruolo chiave in questa lotta, che definisce come la volontà di sacrificio, la coerenza della volontà di più individui di raggiungere il potere e dirigere tutti gli sforzi verso un obiettivo: la costruzione di una nazione ucraina. È questo romanticismo che assicura che l’individuo appartenga all’insieme collettivo e dirige la nazione sulla via dell’espansione».

 

Il romanticismo di Dontsov si basa sul mito della «battaglia finale» del paganesimo tedesco-scandinavo, il cosiddetto Ragnarok, l’apocalisse odinista, quel Crepuscolo degli Dei cantato da Richard Wagner. La rinascita del mondo, quindi, è legata ad una sua previa distruzione.

 

«Il culto dell’idea sposata in questo mito deve assumere la forma del fanatismo religioso. Questo è l’unico modo in cui un’idea può penetrare nell’intimo santuario del carattere di una persona e realizzare quella che Dontsov chiama una rivoluzione radicale nella psiche umana».

 

«L’aggressività verso i portatori di altre opinioni dovrebbe essere generata negli aderenti a questa idea, consentendo loro di rifiutare la moralità universale e le idee sul bene e sul male» scrive lo studioso russo. «La nuova morale dovrebbe essere antiumanista, basata solo sulla volontà di prendere il potere. Gli interessi personali devono sottomettersi al bene comune, tutto ciò che rende più forte la nazione deve essere considerato etico e tutto ciò che lo impedisce deve essere dichiarato immorale».

 

Non sfugge all’occhio dell’osservatore il fatto che la filosofia del Dontsov sia intimamente elitista. Per egli il popolo è solo una massa inerte senza volontà indipendente. Le masse sono private della capacità di sviluppare le proprie idee; possono solo assorbirli passivamente. Il ruolo principale è riservato alla minoranza attiva, cioè un gruppo capace di formulare un’idea per le masse inconsce di facile comprensione e di motivarle a impegnarsi nella lotta. Secondo il pensatore ucrainista, la minoranza attiva dovrebbe sempre essere a capo della nazione.

 

Ciò che gli azoviti hanno preso dai nazisti tedeschi è stata la loro strategia per raggiungere il potere.

Essi «hanno cercato di creare uno “stato nello stato” ombra che avrebbe dovuto prendere il controllo di tutte le istituzioni governative in un momento di acuta crisi politica. Una vasta rete di organizzazioni civili è cresciuta attorno al reggimento Azov negli otto anni della sua esistenza. Questi includono editori di libri, progetti educativi, club di scouting, palestre e altre associazioni».

 

L’Azov «ha pure il suo partito politico, il Corpo Nazionale, con un’ala paramilitare soprannominata Milizia Nazionale. I veterani del reggimento qui giocano un ruolo chiave ».

 

«Con l’aiuto di queste organizzazioni, sono state arruolate reclute sia per il reggimento stesso che per il movimento civile di Azov. I veterani di Azov si sono anche uniti attivamente alle forze armate ucraine e alle forze dell’ordine, tra cui la polizia, l’esercito e i servizi di sicurezza, dove hanno continuato a diffondere l’ideologia del nazionalismo integrale di Azov» racconta Plotnikov.

 

Una seria componente rituale permea tutti gli aspetti della vita all’interno del reggimento Azov stesso e del suo movimento civile. La prova sono alcuni riti notturni, con fiamme e scudi, ancora visibili in rete.

 

Ecco che quindi torniamo a prestare attenzione al nuovo simbolo del reggimento: le tre spade ora raffigurate sui galloni dell’Azov rebrandizzato sarebbero in realtà il riflesso, scrive Plotnikov, di complesso cerimoniale con tre spade di legno fu costruito presso la base principale di Azov nella città di Urzuf vicino a Mariupol’, dove si svolgevano quasi tutti i rituali del reggimento.

 

La più significativa di queste è la commemorazione dei compagni caduti. Durante il rituale, gli Azoviti reggono scudi di legno e torce. Gli scudi portano i simboli principali del reggimento: il «sole nero”»e il Wolfsangel, nonché i nomi dei membri caduti. Il maestro della cerimonia chiama ciascuno dei loro nomi, dopodiché un soldato con lo scudo corrispondente accende una luce commemorativa e dice « Ricordiamo!» al che gli altri rispondono: «Ci vendicheremo!» Questo e altri rituali sarebbero stati sviluppati da un’unità ideologica speciale all’interno di Azov.

 

L’autore passa ad esaminare la scelta del tridente, che potrebbe essere stata dettata da una sorta di marketing generazionale.

 

«Una nuova generazione sta entrando nelle prime posizioni di Azov. Questi non sono più i turbolenti tifosi di calcio che un tempo crearono il battaglione e per i quali sfoggiare i simboli delle SS e sputare ideologia nazista era una forma di protesta. Ora, lo spettacolo è condotto da persone che sono state educate all’interno del sistema Azov con l’ideologia di Azov del nazionalismo integrale».

 

«I legami con l’estrema destra europea, il cosiddetto movimento “nazionalista bianco”, non sono più così importanti per loro. Il centro della loro visione del mondo è lo stato ucraino e la nazione ucraina, condannata a combattere sia contro la Russia che contro i valori liberali dell’Occidente. Naturalmente, per gli azoviti, la parte migliore della nazione ucraina sono loro stessi».

 

La resa della parte principale del reggimento ad Azovstal ha solo cristallizzato l’ideologia Azov, spiega l’articolo di RT. Per gli azoviti, l’attuale conflitto russo-ucraino è diventato la vera «battaglia finale» escatologica rappresentata nell’opera di Wagner. Va combattuta contro i russi e l’Occidente liberale, che non vuole fornire sufficiente assistenza militare o entrare in uno scontro aperto con Mosca.

 

E «se necessario, sarà anche combattuta contro il proprio governo, che ha promesso di evacuare i difensori dell’Azovstal ma non ha mantenuto la parola data».

 

«L’ultima battaglia deve essere combattuta fino alla fine, e agli azoviti non potrebbe importare di meno quanti cittadini ucraini bruceranno nel suo fuoco in nome dell’imposizione della loro “Idea Nazionale”».

 

È la conclusione amara dell’articolo di Plotnikov su un gruppo sostenuto fortemente dai Paesi occidentali (compresa l’Italia, ma senza dimenticare gli sforzi di addestramento di USA e Canada e Regno Unito), ma che i nostri giornalisti ci hanno assicurato non essere in alcun modo nazista, anzi, sono raffinati, romantici lettori di Kant, amorevoli con tutti, e bisogna creder loro perché quando mai i media ci hanno propinato frottole.

 

Della componente neopagana di Azov Renovatio 21 ha parlato subito allo scoppio della guerra, quando, con l’attenzione su Mariupol’, ci si ricordò del tempio al dio paleoslavo del tuono Perun eretto dai militanti di Azov.

 

 

 

 

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Addio al grande filosofo Piero Vassallo. Addio ad un amico

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È morto Piero Vassallo.

 

Per molti è stato il più grande filosofo cattolico della tradizione italiana. Per me è stato, sopra ogni cosa, un grande amico.

 

Ci eravamo conosciuti quando uscì il mio primo libro, oramai una decade fa. Mi chiamò e parlammo a lungo: era chiaro che ci eravamo trovati, condividevamo una stessa linea di pensiero di pensiero, solo che lui aveva dalla sua una cultura sterminata, decenni di studio alle spalle (quando si studiava veramente, e non ci si improvvisava con Google) e un’esperienza di vita lunga quasi un secolo.

 

Piero ricordava la guerra. Piero ricordava il dopoguerra. Piero ricordava tutto l’impatto dell’era moderna sul nostro mondo. A differenza di altri, aveva gli strumenti per capire quello che stava per accadere. Sentiva, sapeva che una Civiltà fondata sull’essere si stava piano piano sgretolando, per essere rimpiazzata da una devastazione votata al niente. Cristo sostituito dal nichilismo assassino e da idoli pagani: questa tendenza, oggi patente, era visibile già 60 anni fa, e Piero lo aveva presente già allora.

 

La precognizione era aiutata dal fatto di aver collaborato con il cardinale Giuseppe Siri. «Dopo di di questa era, sarà il diluvio gnostico» Piero mi disse in una delle nostre innumeri telefonate serotine, parafrasando  un pensiero del cardinale Siri. «Quando parlavamo degli gnostici, all’epoca, la gente rideva. Non sapevano cosa fosse: “ma lo hai mai visto, uno gnostico”? Poi si è visto cosa è successo».

 

Il diluvio gnostico è arrivato, e Piero aveva ogni strumento di pensiero per anticiparlo, diagnosticarlo ed esorcizzarlo.

 

La risorgenza del paganesimo, la corsa a perdifiato della società verso la Necrocultura (aveva scritto nel 1994 un libro, Ritratto di una cultura di morte. I pensatori neognostici), l’attitudine sempre più esplicita del pensiero moderno a tollerare, se non a spingere, il ritorno del sacrificio umano era al centro di tante nostre conversazioni. Piero ne aveva scritto in un romanzo pubblicato negli ultimi anni, Il treno nella notte filosofante – Cronaca di un viaggio tra incubo e teologia. Pur essendo un romanzo satirico, vi era tante cose, anche atroci in modo innominabile, che derivavano da decenni di vita vissuta scandagliando gli abissi della realtà.

 

Piero, docente alla facoltà di Teologia,  rifiutava quello che vedeva avvenire nelle Università. Un lancio di agenzia del lontanissimo 1994 raccoglieva le sue dichiarazioni su Emanuele Severino, Massimo Cacciari ed Elémire Zolla «cattivi maestri»:  «Sono tanti i docenti universitari che insegnano una cultura esoterica, invitando gli studenti a vivere in funzione della morte, in un rapporto con la natura senza più briglie che porta ad abbandonarsi totalmente agli istinti».

 

Riteneva che dietro a molti fatti di cronaca nera (erano gli anni dei sassi dal cavalcavia, delle stragi del sabato sera, dei morti allo stadio) con protagoniste le nuove generazioni «c’è indubbiamente uno sfondo di irrazionalismo neopagano», una cultura che più che nichilista era intimamente esoterica, una cultura che da qualche parte, con fori e sistemi di irrigazione poco visibili ma precisi, era percolata alle masse.

 

Una delle cose su cui ci trovammo subito, era nel rifiuto di Julius Evola, che Piero aveva conosciuto di persona. Da decenni gli era divenuto chiaro quale danno le fumisterie magico-pagane di Evola avessero causato alla destra italiana (di cui era cartografo vero, non come Marcello Veneziani) e più in generale, a generazioni di ragazzi a cui invece che raccontare il primato ontologico dell’Essere di San Tommaso d’Aquino venivano iniettate dosi di nulla a base di neopaganesimo, buddhismo tantrico, «teoria dell’individuo assoluto» e via perdigiornando. Avevamo un progetto di libro su Evola – con già il titolo pronto, Il virus Evola – di cui è rimasto lo scheletro, ma l’introduzione doveva essere di Piero, che era entusiasta di questo primo vero libro scritto contro il filosofo purtroppo egemone della destra del dopoguerra.

 

Da membro della commissione diocesana sulle sette religiose di Genova, si espresse contro l’insegnamento del pensiero tedesco più oscuro che d’un tratto era propalato a piene mani da università e licei: «autori come Nietzsche e Heidegger, pendagli del nazismo, siano dati in pasto agli studenti in modo totalmente acritico. Ed ancor più assurdo è il fatto che a dare loro questo insegnamento siano intellettuali ex marxisti. Non c’è dubbio che dopo la caduta del comunismo, l’unico baluardo in difesa della ragione sia rimasta la Chiesa cattolica».

 

Per questo, chiaramente, libri più o meno sottilmente anticristiani erano stati fatti circolare da una casa editrice che nei decenni era stata oggetto degli strali di Piero, che la riteneva di essere portatrice di un «pericoloso progetto anticristiano» che secondo lui seguiva un piano «volto a creare scompiglio tra gli studiosi credenti». Nel suo libro del 1996  , Piero aveva parlato di una nuova sinistra che si stava impadronendo dei testi teoricamente afferenti destra ma con una finalità esoterica. Un catalogo, scriveva in Ritratto di una cultura di morte, che «rispecchia stati d’ animo che sono al di là del bene e del male, della destra e della sinistra: è la radunata di tutti gli autodistruttori e di tutti gli autosconvolti; l’epilogo dell’ avventura moderna, la luce compiuta del “rinascimento”. Nietzsche e Guénon: la musica del futuro spenta da un incantamento antichissimo. Babele, o cara!».

 

Non si tratta di puri voli intellettuali. Queste visioni finirono, ad un certo punto, in un interrogazione parlamentare. 12 maggio 1993, un deputato missino chiedeva se fosse noto al governo che «numerosi componenti di organizzazioni cattoliche impegnate a contrastare la diffusione di pericolose sette pseudoreligiose (…) segnalano allarmati quanto avvenuto domenica 9 maggio 1993, durante la trasmissione televisiva di RAI 3 Babele». «Babele o cara», appunto. Durante il programma  avevano parlato due autori di certa fama, di certa importanza nel sistema editoriale italico – due di quel catalogo combattuto con forza da Piero. Uno, disse il deputato in Parlamento, «avrebbe affermato che oggi la “via più diretta per avvicinarsi al divino” sarebbe lo stupro e l’esperienza dell’orribile», mentre l’altro «avrebbe chiarito con un esempio il significato delle parole» dell’altro, «e cioè che l’esperienza del “divino” si compie mediante riti di impossessamento, citando come ottima concretizzazione del concetto i riti della “religione” sincretista afro-americana del vudù (la “religione” degli zombi, che sono appunto degli impossessati)».

 

Sembra un romanzo fantasy, ma tutto questo succedeva del nostro Paese – e succede ancora oggi, solo che non vi sono le menti come quelle di Piero per comprendere con lucidità il disegno sottostante. E non c’è più nemmeno il coraggio per gridarlo come faceva vassallo.

 

Aggiungo, come nota più o meno leggera Pierangelo disprezzava sommamente anche la presenza del «gobbo di Recanati», come lo chiamava lui, nei programmi scolastici. Trovava che uno Stato serio avrebbe dovuto togliere immediatamente Leopardi dai libri di scuola. La dottrina cosmo-pessimistica del gobbo – con la natura matrigna, la vita fatta di dolore e basta, etc. – di fatto, più che spiritualismo orientaleggiante para-schopenaueriano, costituisce una pura gnosi – in realtà, la gnosi della sfiga. Questa cosa della gnosi della sfiga, quando mi spiegava la tossicità di Leopardi, lo pensavo io, perché, come molti studenti italiani, l’ho sempre pensato: come è possibile che uno così, con una storia così, sia studiato a scuola, con le poesie a memoria? Come si può allevare una Nazione sul modello di uno che guardava da lontano colline, siepi e donzelle, e che a Silvia mai ha trovato il coraggio di fare un semplice invito per un caffè?

 

Non trovo più parole, adesso. Piero le avrebbe trovate. La sua prosa era irta di termini desueti ed irresistibili: fòmite, umbratile, astrolabio. Il suo stile era inarrivabile: secco e sorprendente, autorevole e godibilissimo, che talvolta provocava impagabili sonore risate. Come dimenticare miriadi di espressioni di originalità eccezionale che con eleganza prendevano per i fondelli soloni e catto-insiemi vari: «apostoli dell’urofilia», «lanciatori di coriandoli», «discepoli dell’ortica amazzonica».

 

Tuttavia, non è con i contenuti filosofici della sua battaglia, né con le sue somme capacità artistiche, che voglio chiudere il mio ricordo.

 

Voglio scrivere di una cosa che mi aveva detto in una di quelle telefonate, rigorosamente sulla linea fissa, che si inoltravano fino alle ore piccole.

 

Quella notte, Piero mi fece il dono del racconto della sua conversione.

 

Chissà che storia mi aspettavo. Un filosofo, un teologo di quel livello, chissà tramite quale illuminazione ideale era pervenuto a Cristo. Quale momento di lucidità intellettuale soprannaturale. Quale potente pensiero metafisico, metastorico….

 

E invece, mi raccontò invece qualcosa di più profondo, di più struggente.

 

Negli anni Cinquanta, mentre era in auto, credo in Piemonte, in tour per il partito, fece un incidente spaventoso – mi disse che nella vita aveva ricevuto l’estrema unzione due volte, forse questa era la prima, penso.

 

Finì, fracassato, in ospedale. Era giovane, era forte tuttavia era spaventato da quello che gli era successo, e da quel luogo. La sua anima stava cercando di fare i conti con questa incomprensibile lezione dell’esistenza. Forse, aveva toccato i limiti del suo pensiero: quello che aveva studiato, quello che gli aveva trasmesso il movimento politico, quello che aveva vissuto sino a quel momento non gli aveva dato strumenti necessari per capire ciò gli era successo, e che gli poteva succedere in ogni momento – la vita, la morte… il loro significato.

 

Fu lì, a quel punto, che il giovane Piero fece un incontro che gli cambiò la vita. Entrato forse erroneamente, in una stanza dell’ospedale, trovò un signore steso sul letto. Si trattava di un uomo semplice, un signore che probabilmente stava già molto male. Aveva chiaramente tanta voglia di parlare, soprattutto con quel giovane che aveva lì davanti.

 

Il signore attaccò raccontando subito che era di Abano Terme, e la casa della sua famiglia era quella che vedi sulla collina arrivando da Est, come ad intendere che anche l’interlocutore doveva per forza avere cognizione di quella casa. Piero, genovese non esattamente habitué delle terre venete, annuiva, fingendo di sapere perfettamente di cosa stesse parlando.

 

L’uomo continuò: parlava della sua famiglia, dei suoi figli, dei suoi genitori, dei suoi parenti. Poi, come un fiume in piena, quell’uomo semplice cominciò a parlare di Dio. Del Signore Gesù Cristo. Con ogni evidenza, anche sul punto di morire, quell’uomo viveva una fede profonda. Era qualcosa di immenso, qualcosa davanti al quale non era possibile rimanere impassibili. Era un insegnamento sconvolgente, da una fonte inaspettata, da raccogliere immediatamente.

 

Quel signore, senza nessuna riflessione intellettuale, sapeva perfettamente cosa stava facendo, dove stava andando. Quel signore, nel momento più oscuro, aveva dentro qualcosa di invincibile: sentiva la continuazione di sé oltre la morte nella sua famiglia e nel piano di Dio. Sentiva la continuazione dell’essere al di là di sé. Era una realizzazione semplice e infinita. Era, in una parola, la fede.

 

Quell’uomo, dopo non molto, morì.

 

Fu a quel punto che Piero, mi raccontò, aveva trovato la fede. E non l’ha persa mai più. L’ha difesa con ogni fibra del suo essere, con la sua mente, la sua esistenza, la sua anima.

 

Sì, tu puoi usare le parole della Seconda lettera a Timoteo (4, 6-9): «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».

 

Addio Piero, amico mio.

 

Quanto ti sono grato, per quello che mi ha trasmesso, per quello che vedevi in me, per quello che hai dato al mondo, ora lo sai.

 

Ti voglio bene.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

I funerali di Piero Vassallo si terranno a Genova  domani, venerdì 1 luglio, alle 8.30 nella chiesa di Sant’Anna di via Magenta.

 

 

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Controllo delle nascite

Maternità e lavoro: le parole di un grande imprenditore

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Un grande imprenditore veneto, Roberto Brazzale, dice la sua riguardo al tema della maternità e del lavoro.

 

Brazzale, attivo nel settore caseario con impianti in Italia e in Repubblica Ceca, parla di come in quest’ultimo Paese la maternità sia stata «messa al centro».

 

Per Praga, la mamma o eventualmente il papà possono rimanere a casa fino a quattro anni. Fino a tre anni hanno la certezza di mantenere il posto di lavoro.

 

Parimenti, il governo ceco offre alle madri (comprese le studentesse, comprese le madri non-lavoratrici) un contributo di 500 euro. L’ottimo sistema di asili cechi, dice Brazzale, costa 60 euro al mese inclusa la mensa.

 

«Fare figli ritorna ad essere bello. Ritorna ad essere un momento aureo della vita. E tutta la società gode di questa bellezza, perché le strade, le piazze, sono piene di mamme, di papà che hanno il tempo di stare con i bambini».

 

Brazzale, anni fa, ha quindi cominciato autonomamente un programma per aiutare le sue dipendenti che diventano madri, «perché è inaccetabile che una lavoratrice abbia il terrore di comunicare al datore di lavoro che aspetta un bambino… ma dove siamo finiti?»

 

«Con i denari del PNRR noi dovremo finanziare 25 anni di congedo parentale triennale» dice Brazzale, di cui Renovatio 21 ha pubblicato l’appello agli industriali nella giornate della vita l’anno passato.

 

Il lettore di Renovatio 21 può rendersi conto di che cosa stiamo parlando: in un momento in cui le aziende USA si affrettano a dire che gli aborti delle loro dipendenti li pagheranno loro (così da tenersele strette a lavorare evitando il periodo a casa col pancione e col bambino, notoriamente nemici del capitale globale), noi abbiamo qui un imprenditore del genere.

 

Che dire: avercene. Avercene.

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da Youtube

 

 

 

 

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