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Geopolitica

Sangue e caos. Non avete capito con chi avete a che fare

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La notizia più sconvolgente della settimana non ha prodotto né allarme, né articoli, né approfondimenti.

 

L’assassinio di Denis Kireev, uno dei negoziatori ucraini al tavolo russo-ucraino, è di per sé qualcosa di allucinante. Più allucinante, tuttavia, è che nessuno dà alla cosa il peso che merita.

 

Kireev, banchiere forse con qualche trascorso nei servizi, era l’unico negoziatore di Kiev che ai negoziati per il destino del Paese si era presentato in modo decoroso. Completo e cravatta – come i negoziatori russi, impeccabili. I suoi compagni, felpe nere e cappelli da baseball – e, soprattutto, telefonini sul tavolo, a dimostrazione del fatto che seduti lì ci sono persone che non hanno una vera autorità decisionale: nel migliore dei casi, messaggiano a qualcuno (a Kiev? A Washington? a Langley?), nel peggiore dei casi il telefono è utilizzato per far sentire a questo qualcuno tutto il negoziato in diretta.

 

Chi si chiede perché mai ad un negoziato internazionale i rappresentanti di un Paese (di cui, divengono in quel momento proiezione nazionale e speranza di pace) si presentino personaggi vestiti come capi ultras, come signori della guerra, capisca quale è la risposta: questo è il potere in Ucraina, e lo abbiamo spiegato qualche sera fa. La forza bruta delle bande neonaziste, ora usate per la difesa finale contro l’Armata russa, è il vero sostrato della politica ucraina sotto l’immagine televisiva dell’attore Zelens’kyj, è la vera sostanza del Paese dopo il golpe di Maidan del 2014.

 

Le bande banderiste, le formazioni armate naziste finanziate da oligarchi, magari ebrei come Kolomojskij, sono il vero scheletro del nuovo Stato ucraino che sta per crollare – e quindi è naturale che a parlare con i russi mandano qualcuno che in qualche modo rimandi quell’immagine, magari nella speranza di far paura agli ingessati negoziatori russi, con i gemelli sui polsini e una lunga esperienza nell’amministrazione russa e non solo.

 

Poveri loro se credono di spaventarli: con probabilità, vari uomini inviati da Mosca vengono dal giro dei siloviki, cioè dal KGB – e quindi di cose atroci ne hanno viste ed esperite, e di sistemi di manipolazione ne conoscono più di qualcuno.

 

Tuttavia, non bastava proiettare l’immagine del bandito solo con barbe incolte e vestiti inopportuni: bisognava con evidenza far scorrere il sangue.

Hanno sparato in faccia ad un uomo che rappresentava la chiave per la pace nelle Russie. Questo cosa vi dice? Dovrebbe dirvi tutto

 

Sospettato di tradimento, hanno scritto i media ucraini. Quindi ucciso dallo SBU, i servizi di Kiev. Ci sarebbero «prove evidenti», addirittura intercettazioni telefoniche. Come no: una spia che compie un lavoro di quel livello, conoscendo il rischio, parla di certe cose al telefono.

 

Kireev, dicono gli ucrani, sarebbe stato vicino ai fratelli Kljuev, ritenuti nel cerchio magico dell’ex presidente filorusso Yanukovic, quello cacciato dal golpe del 2014 e riparato in Russia, da dove, strombazzano i giornali occidentali da giorni, starebbe tornano per presiedere un governo fantoccio nelle mani di Mosca. Quindi, Kireev era una spia di Putin, il quale è così abile da piazzare una talpa perfino nel negoziato. La cosa non depone a favore del sistema ucraino, che si fa infiltrare fino a quel livello, al punto da essere costretto ad una mossa del genere per sistemare le cose.

 

La notizia del suo assassinio fa il giro di tutte le Russie: pare chiaro si tratta di un segnale mostruoso indirizzato verso i negoziati, in ispecie la parte ucraina.

 

Poi il colpo di scena: l’Intelligence ucraina dal suo account ufficiale twitta che il Kireev non era un traditore, ma un eroe.

 

«Durante l’esecuzione di compiti speciali, tre spie sono state uccise: dipendenti della direzione principale dell’intelligence del Ministero degli affari interni: Alexei Ivanovich, Chibineev Valery Viktorovich, Denis Borisovich Kireev. Sono morti difendendo l’Ucraina e il loro impegno ci ha avvicinato alla vittoria!» aveva comunicato l’esercito.

 

A Mosca Leonid Slutskij, il presidente della Commissione esteri della Camera bassa (la Duma), aveva messo in dubbio le versioni sulla morte di Kireev, che secondo lui era invece «una persona di fiducia di David Arakhamia, capo della delegazione ucraina ai colloqui».

 

Impossibile venirne a capo. Ciò che rimane è solo che l’uomo è stato trucidato in strada. Anche su questo c’è poca  chiarezza. Un politico ucraino, Oleksyi Honcharenko avrebbe  dichiarato sul suo canale Telegramche «durante l’arresto, il servizio di sicurezza ucraino ha ucciso a colpi di arma da fuoco un membro della delegazione negoziale ucraina Denis Kireev», riporta l’agenzia Interfax-Ucraina. «Era sospettato di alto tradimento».

 

A me rimane impressa una foto del cadavere circolata sui canali russi. Un uomo in magione, steso sul selciato. Jeans e maglione, la pancia un po’ gli esce. Una chiazza di sangue dietro alla nuca. Pare, dalle ferite, che lo abbiano picchiato, e che gli abbiano sparato in faccia.

 

 

Hanno sparato in faccia ad un uomo che rappresentava la chiave per la pace nelle Russie. Questo cosa vi dice? Dovrebbe dirvi tutto.

 

Non è l’unico caso di omicidio efferato per strada di figure di valenza politica. Vladimir Struk, sindaco della piccola cittadina di Kreminna (18 mila abitanti) è stato rapito e ucciso, con un colpo d’arma da fuoco al cuore. La sua città, nell’oblast’ di Lugansk, era a maggioranza etnica russa.

 

A darne notizia su Facebook è stato un consigliere ministro dell’Interno ucraino, Anton Gerashenko, il quale ha affermato che Struk era un «sostenitore della Repubblica popolare di Lugansk» e che aveva attivamente perseguito una «posizione filo-russa» nell’ultima settimana «comunicando con la Federazione Russa».

 

Il consigliere del ministro dell’Interno ucraino ha affermato che il sindaco Struk «è stato giudicato dal tribunale del popolo» ed è quindi stato definito un «traditore».

 

«L’intero apparato statale dell’Ucraina, SBU, Ministero degli Affari Interni, Procura e tribunali non hanno potuto fare nulla con il separatista Struk per otto anni perché aveva molti soldi. Molto probabilmente per il supporto della Federazione Russa».

 

«Ma quando le truppe russe si sono avvicinate a 15 km al Kreminna, Vladimir Struk è stato giudicato dalla corte del tribunale del popolo. A giudicare da tutti, è stato fucilato da ignoti patrioti come traditore delle leggi del tempo militare».

 

«Un traditore dell’Ucraina di meno!»

 

Non si ha idea di cosa sia questo «tribunale del popolo», né se l’advisor del ministero degli Interni di Kiev abbia contatto con esso, o se simili atti siano sanzionati ufficialmente dallo Stato ucraino.

 

Tuttavia c’è di più, c’è la minaccia per il dopoguerra:  «Quando presto sconfiggeremo la Russia fascista, ripuliremo e trasferiremo tutti gli agenti delle forze dell’ordine e i giudici corrotti che hanno coperto gente come Struk!» (la cosa della Russia fascista, detta da un governo che si appoggia a milizie naziste, ricorda quella storia del bue che accusa l’asino di essere cornuto).

Anche qui, circola una foto. Un uomo a terra. Dietro ai pixel, possiamo intuire ci sia il sangue. Quell’uomo era il sindaco della sua microscopica, insignificante cittadina.

 


 

Il giornale britannico Daily Mail, che riporta tutto, non fa nessun commento. La linea del giornale, come quello di tutti i giornali d’Occidente, è quella di attaccare Putin. Il cattivo è lui.

 

Poco fa mi arriva un SMS da mio operatore di telefonia, un colosso internazionale, il cui ex CEO è ora un ministro del governo italiano:

 

«Gentile Cliente, la nostra azienda è vicina al popolo Ucraino in questa drammatica circostanza. Per tutti i clienti business da oggi fino al 31 marzo 2022 su chiamate ed sms internazionali effettuati verso l’Ucraina e chiamate SMSe traffico dati generati in Ucraina non verrà applicato alcun sovrapprezzo salvo il rispetto delle condizioni di uso corretto e lecito».

 

Incredibile, la propaganda è tracimata anche qui. Sono circondato. Come può un’azienda privata prendere posizione in questo modo? Come può fare a meno di pensare che magari sta mandando questo messaggio ad un cliente che potrebbe risentirsi perché magari per mille motivi (lavoro, cultura, ideologia, affari, donna, gusti personali, pazzia) la pensa diversamente? Questo messaggio è arrivato anche agli utenti russi? Come possono pensare che una certa porzione di clienti non si infastidirà?

Il Grande Reset è un grande allineamento del pubblico con il privato, la «convergenza tra Stato e multinazionali in questa emergenza»

 

In realtà, non posso stupirmi. Perché lo abbiamo scritto tante volte su Renovatio 21, il Grande Reset è un grande allineamento del pubblico con il privato, la «convergenza tra Stato e multinazionali in questa emergenza», ha spiegato lucidamente il professor Rectenwald.

 

«Il segno più evidente del prossimo consolidamento del governo totalitario è l’effettiva fusione di funzionari di multinazionali e funzionari statali, con multinazionali e altre organizzazioni che agiscono come appendici del governo e fanno rispettare i desiderata dello stato delle multinazionali».

 

«Lo stato ha permesso a Big Pharma di trarre enormi profitti istituendo un regime di stato di emergenza che negli Stati Uniti rende legali i vaccini non approvati dalla FDA» spiegava l’accademico nuovayorkese.

 

«Ciò a cui stiamo assistendo, e a cui dovremmo resistere, è una fusione in un complesso governo-aziendale, in cui il governo può aggirare il ramo legislativo e imporre obblighi  impopolari colludendo con le società e altre organizzazioni per fare “politica”».

Lo Stato è diventato punitivo, e quindi lo devono diventare anche le aziende: o ti vaccini, o ti cancelliamo. O sostieni l’Ucraina, o ti togliamo il servizio – contro ogni legge contrattualistica o costituzionale

 

Tutto vero, tutto giusto. Le multinazionali fanno politica e servono lo Stato – è viceversa. È una fusione. Quindi, non c’è da stupirsi se non calcolano nemmeno di perdere clienti: è il ragionamento di sacrificio calcolato che abbiamo visto fare ai giganti del web come Facebook, che accettano di perdere utenti bannandoli a vita, come è successo a noi. Lo Stato è diventato punitivo, e quindi lo devono diventare anche le aziende: o ti vaccini, o ti cancelliamo. O sostieni l’Ucraina, o ti togliamo il servizio – contro ogni legge contrattualistica o costituzionale.

 

Ecco quindi che siamo tenuti, davvero come in un incubo orwelliano, a sottometterci ad un unico pensiero – ed un’iniezione di mRNA sintetico (per il momento, quella).

 

Ai nostri figli oggi è chiesto di portare cibo in scatola da mandare in Ucraina. Non bastano, con evidenza, i 110 milioni fatti partire subito da Giggino di Maio, né quelli altri che lancerà su Kiev l’Italia, oltre che le armi (difensive, chiaro, come dice Salvini)

 

Non bastano i 10 miliardi e più che sembra voglia piazzare sul regime Zelens’kyj il sistema politico americano.

Dobbiamo sottometterci soprattutto ai riti del nuovo ordine mondiale

 

No, dobbiamo sottometterci soprattutto ai riti del nuovo ordine mondiale: dobbiamo far portare ai bambini il nostro contributo pubblico alla causa (come faceva un certo regime qualche anno fa),  dobbiamo piangere a comando (come in Nord Corea), dobbiamo (proprio come in un romanzo totalitario) ignorare gli orrori evidenti prodotti del sistema, come i politici ucraini morti ammazzati da ucraini di cui parlavamo sopra.

 

No, non mi devo sorprendere se i giornali sbadigliano davanti all’uccisione del negoziatore Kireev, se davanti allo sprofondare dell’Ucraina nella barbarie non battono ciglio.

 

Sono tutti sotto la psicosi di formazione di massa, l’ipnosi collettiva globale sperimentata col COVID. Angoscia fluttuante, fissazione su un elemento ripetuto… ecco che milioni di persone sono ipnotizzate, sono divenute zombie incapaci di qualsiasi pensiero diverso da quello che l’ipnotizzatore ha loro imposto.

 

Mentre scrivo, gira notizia che Shoigu, il ministro della Difesa russo, starebbe tentando un golpe contro Putin. La voce è messa in giro su Twitter da qualcuno che dice di averla raccolta dal Dipartimento di Stato USA.

 

Chi mette in giro questa idea con evidenza nemmeno è in grado di pensare a quale caos può scatenarsi se ora il vertice russo viene decapitato: e se chi va al potere, pupazzo americano, diviene oggetto di un contro-golpe? E se chi sale al Cremlino è invece qualcuno con il grilletto nucleare facile?

 

Soprattutto: aumentare la paranoia dei dirigenti russi in questo momento è una buona scelta?

Essi vogliono non solo la guerra, vogliono il caos

 

Pare che pensino così. E il motivo è uno solo: essi vogliono non solo la guerra, vogliono il caos.

 

Per questo vi dico che non abbiamo capito con chi abbiamo a che fare. Lo si capisce dalla presenza delle sottaciute crudeltà naziste in corso, e dalla follia di tutta la politica di Kiev, che prevede massacri di innocenti per scatenare la Terza Guerra mondiale.

 

Abbiamo a che fare non con delle intelligenze umane. Abbiamo a che fare con quelli che la mitologia chiama trickster. Spiriti malvagi che godono nel portare il caos per stabilire un ordine differente, o a volte solo per il piacere di vedere il mondo che brucia.

 

In poche parole, abbiamo a che fare con dei demoni.

 

La posta in gioco è questa: il mondo resettato da Satana, e reso parco giochi per i suoi perversi orrori.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

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Trump minaccia di sequestrare i beni iraniani

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di sequestrare i beni iraniani congelati per coprire «ogni tipo di danno» a navi e merci danneggiate a causa del conflitto in Medio Oriente. L’Iran ha reagito con forza, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avvertito che tale mossa crea un «precedente incendiario» che potrebbe avere ripercussioni a livello globale.

 

Giovedì Trump ha usato il social network Truth Social per avvertire che «da questo momento in poi, qualsiasi danno arrecato a navi, merci o qualsiasi altra cosa ad essi correlata, sarà risarcito con denaro iraniano in possesso e sotto il controllo degli Stati Uniti».

 

Il presidente americano ha aggiunto che «questi danni potrebbero essere molto ingenti», definendola «la cosa giusta ed equa da fare».

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Le dichiarazioni sono giunte poche ore dopo che i ribelli Houthi dello Yemen, un gruppo con forti legami con l’Iran, hanno rivendicato l’attacco a due petroliere saudite nel Mar Rosso. Gli Stati Uniti hanno anche accusato l’Iran di aver preso di mira navi nello Stretto di Hormuz, mentre Teheran ha insistito sul fatto che tutte le navi di passaggio debbano rispettare le normative imposte.

 

In un precedente post, Trump aveva avvertito Teheran che avrebbe subito «gravi punizioni militari» per gli attacchi degli Houthi, definendo il gruppo yemenita un «surrogato e/o un agente dell’Iran». Aveva affermato che l’America aveva agito «con grande fermezza» contro gli Houthi un anno prima e aveva espresso delusione per il fatto che il gruppo stesse «ricominciando le ostilità» dopo aver agito «professionalmente» durante il conflitto con l’Iran.

 

L’Araghchi ha respinto l’ultimatum di Trump, definendolo una pericolosa deviazione dalle norme internazionali. «Confiscare i beni di un’altra nazione per pagare future rivendicazioni non correlate è un precedente incendiario», ha scritto su X, aggiungendo che «una volta che i governi normalizzano la confisca, i beni di nessuno sono al sicuro» e che «il caos che ne consegue non sarà né piacevole né pacifico».

 

Trump non ha specificato quali fondi congelati sarebbero stati sbloccati né in base a quale autorità legale. Gli Stati Uniti detengono circa 2 miliardi di dollari in beni iraniani congelati, con altri miliardi sospesi in paesi come Iraq, Qatar, Giappone e Lussemburgo. Il destino di alcuni di questi fondi, congelati principalmente dagli Stati Uniti, è stato discusso durante i colloqui tra Washington e Teheran, interrotti all’inizio di questo mese.

 

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La Casa Bianca: l’accordo nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita dipende dal riconoscimento di Israele

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Un patto nucleare storico tra Stati Uniti e Arabia Saudita potrà essere concluso soltanto a condizione che Riad aderisca agli Accordi di Abramo e avvii relazioni diplomatiche con Israele, ha reso noto giovedì la Casa Bianca. L’intesa contempla l’impiego di tecnologia e know-how americani per supportare il Regno nello sviluppo di un programma nucleare a uso civile.   Il chiarimento ha rappresentato un mutamento rilevante rispetto alla comunicazione di mercoledì, che non conteneva alcun riferimento pubblico a un eventuale nesso tra l’accordo e la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. Riad ha reiterato a più riprese che non riconoscerà Israele in assenza di progressi verso la costituzione di uno Stato palestinese.   «Questo accordo è subordinato a questa condizione, per quanto riguarda il presidente, quindi continueremo a dialogare con le nostre controparti saudite per finalizzare l’accordo e, si spera, vederli aderire agli Accordi di Abramo molto presto», ha dichiarato ai giornalisti la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.

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Gli Accordi di Abramo consistono in una serie di intese mediate dagli Stati Uniti e avviate durante il primo mandato del presidente Donald Trump, con le quali sono state instaurate relazioni diplomatiche tra Israele e diversi Stati arabi. Attualmente tra i firmatari figurano Israele, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan.   Secondo i termini dell’accordo, l’Arabia Saudita realizzerebbe reattori nucleari basati su tecnologia statunitense nell’ambito del proprio programma energetico civile. Tuttavia, stando a quanto riportato, l’intesa non impone a Riad l’adozione del Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che autorizza ispezioni più approfondite finalizzate a individuare attività nucleari non dichiarate.   Tale omissione ha generato allarme tra gli esperti di non proliferazione e i legislatori di Washington, i quali mettono in guardia dal rischio che l’Arabia Saudita possa liberamente arricchire l’uranio, una capacità potenzialmente utilizzabile in futuro per la produzione di armi nucleari e in grado di innescare una corsa agli armamenti a livello regionale. Il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva in passato dichiarato che l’Arabia Saudita avrebbe perseguito l’acquisizione di armi nucleari qualora l’Iran le avesse ottenute.   L’accordo, destinato a costituire il fondamento di un programma di energia nucleare multimiliardario che coinvolge imprese statunitensi, dovrà ancora essere sottoposto all’esame del Congresso prima di poter entrare in vigore.   Le possibilità che Riad entrasse negli Accordi di Abramo sembravano sfumate negli anni scorsi, quando il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dinanzi alla catastrofe gazana, aveva dichiarato che non potrà esserci alcuna normalizzazione delle relazioni tra Regno Saudita e Stato Ebraico senza la creazione di uno Stato palestinese indipendente. I piani per l’accordo di pace erano quindi stati sospesi.   Mesi prima, all’altezza di un attacco di rappresaglia della Repubblica Islamica dell’Iran contro lo Stato Ebraico, si disse che alcuni droni iraniani diretti contro Israele furono abbattuti dai sauditi.   Come riportato da Renovatio 21, cinque anni fa si parlava di colloqui segreti tra il principe saudita Mohammed bin Salman e Netanyahu. Pochi mesi fa, dopo l’inizio della guerra di Gaza, l’Arabia Saudita ha dichiarato che ogni piano di accordo con Israele è sospeso.   Come riportato da Renovatio 21, secondo un sondaggio del 2024 il 96% dei sauditi si opponeva ai legami con Israele, mentre Hamas nel Regno cresceva in popolarità. L’indagine ha inoltre rilevato che l’87% dei sauditi riteneva che «Israele è così debole e diviso al suo interno che un giorno potrà essere sconfitto».   Al contempo, va ricordata la dichiarazione a Fox News del 2023 del principe Salmano per cui l’Arabia Saudita si doterà di armi atomiche se lo farà l’Iran.

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Geopolitica

Esiti dell’incontro Lavrov-Rubio

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Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il segretario di Stato americano Marco Rubio si sono incontrati giovedì a margine del vertice ASEAN a Manila, nelle Filippine.

 

I due diplomatici non hanno rilasciato dichiarazioni né risposto alle domande dei giornalisti prima o dopo il colloquio, durato circa 35 minuti a causa dei tempi ristretti. Si è trattato del loro primo faccia a faccia dal settembre 2025.

 

La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha dichiarato al termine dell’incontro che i colloqui si sono concentrati sulle relazioni bilaterali e sulle principali questioni internazionali, tra cui il conflitto in Ucraina e la situazione nel Golfo Persico.

 

Durante la discussione sulla crisi ucraina, ha spiegato che Lavrov ha informato Rubio sulla «reale situazione» lungo la linea del fronte, ha messo in guardia contro ulteriori forniture di armi a Kiev e ha accusato i paesi europei di perseguire una politica destabilizzante volta a infliggere una «sconfitta strategica» alla Russia.

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Lavrov ha inoltre ribadito la disponibilità di Mosca a una soluzione diplomatica e il suo impegno nei confronti delle proposte statunitensi accettate dal presidente Vladimir Putin al vertice di Anchorage, in Alaska, lo scorso anno.

 

La Zakharova ha aggiunto che i due diplomatici hanno accolto con favore la ripresa dei contatti a pieno titolo tra l’agenzia spaziale statale russa Roscosmos e la NASA e hanno sostenuto l’ampliamento degli scambi parlamentari e culturali. Hanno discusso del miglioramento delle condizioni per le missioni diplomatiche russe e statunitensi e hanno concordato di mantenere i contatti tra i rispettivi ministeri degli esteri, anche attraverso organizzazioni internazionali.

 

Parlando con i giornalisti dopo l’incontro, Rubio ha descritto i colloqui come una conversazione «positiva» e «franca», e ha affermato che gli Stati Uniti restano pronti a «svolgere un ruolo costruttivo per porre fine a una guerra insensata».

 

Tuttavia, ha osservato che le proposte di Anchorage, citate dalla parte russa, non erano più praticabili perché Kiev le aveva respinte e che un accordo di pace avrebbe potuto funzionare solo se entrambe le parti lo avessero accettato.

 

Il segretario di Stato USA dichiarato che qualsiasi eventuale accordo richiederebbe quindi «nuove idee e nuovi concetti», aggiungendo che Washington resta pronta a presentare nuove proposte e a svolgere un ruolo costruttivo se le circostanze lo consentiranno.

 

Il Cremlino, dal canto suo, ha messo in guardia dal dare troppa importanza all’incontro. Il portavoce Demetrio Peskov ha affermato che i contatti in corso sono «positivi», ma non costituiscono ancora un «nuovo slancio» o un’accelerazione dei colloqui, aggiungendo che Mosca rimane in dialogo con Washington attraverso i canali esistenti e spera che i colloqui faccia a faccia possano riprendere non appena i negoziatori statunitensi saranno in grado di recarsi nella capitale russa.

 

La Zakharova aveva precedentemente osservato che l’incontro era stato richiesto dalla parte americana. L’iniziativa era stata ampiamente interpretata come un tentativo da parte di Rubio di rilanciare i negoziati di pace per il conflitto tra Russia e Ucraina, che il presidente Donald Trump ha cercato di mediare da quando è tornato alla Casa Bianca all’inizio dello scorso anno.

 

Sebbene inizialmente promettenti, i colloqui non hanno finora prodotto alcun risultato significativo e si sono sostanzialmente bloccati da quando gli Stati Uniti sono stati coinvolti nella guerra in Medio Oriente.

 

Mosca ha elogiato gli sforzi di Trump, accusando al contempo i sostenitori europei dell’Ucraina di aver tentato di sabotare i negoziati. All’inizio di questo mese, Lavrov ha affermato che l’Occidente non sta cercando una soluzione in buona fede, aggiungendo che «le riserve di buona volontà e speranza si sono esaurite».

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Il presidente Vladimiro Putin ha dichiarato il mese scorso che la Russia intende attenersi alle sue condizioni originarie, comprese le richieste che l’Ucraina riconosca i nuovi confini della Russia e abbandoni i suoi piani di adesione alla NATO a favore di una neutralità permanente.

 

Come riportato da Renovatio 21, sembrava esservi nelle ultime settimane un evidente irrigidimento di Mosca, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025. Tuttavia il 4 luglio il presidente Trump ha chiamato l’omologo russo, e sono seguiti elogi di Putin che ha dichiarato dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.

 

Non è impossibile che la Russia stia lavorando ad semaforo verde da parte americana per l’attacco a strutture di produzione dei droni (che continuano a colpire civili in profondità in Russia) in territorio NATO, operazione che farebbe scattare il famoso articolo 5. Tuttavia la possibilità di una guerra russo-europea senza NATO (cioè senza USA) potrebbe ora essere una prospettiva , come sa il lettore di Renovatio 21non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.

 

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Immagine del Ministero degli Esteri russo via Mid.ru pubblicata secondo indicazioni. Immagine ingrandita.

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