Pensiero
Albione, la Russia e l’Italia: la guerra allo spirito dal Risorgimento all’Ucraina odierna
Come noto, alcune delle parole più lucide scritte sull’Italia vennero da Teodoro Dostoevskij, che osservava il farsi di un nuovo Stato sotto la tragedia massonica chiamata Risorgimento.
Dostoevskij non era interessato a questioni politiche – quelle, sappiamo, sono gli spiccioli della storia.
Il genio può vedere oltre la storia – e la geografia.
Sostanzialmente, nessun altro Europa comprese cosa significavano gli eventi italiani del suo tempo: nessuno, in realtà, voleva leggerne il significato spirituale – e quindi le enormi conseguenze a lungo termine, nella storia e nella metastoria, nella metafisica della civiltà.
Perché, quando tocchi lo spirito, che è cosa di Dio, non puoi che aspettarti sconvolgimenti immani. L’Ottocento fu, in pratica, poco più che questo: la lotta totale contro lo Spirito, la sua slatentizzazione storica e politica, con quindi le titaniche conseguenze che dobbiamo aspettarci.
La mia idea è che, alcune di quelle catastrofi conseguenti le stiamo vivendo in questo stesso momento, mentre i cannoni e carri armati cantano nello spazio delle Russie, e forse a breve anche qui…
Per capire il mondo bisogna saper leggere l’Italia: è una realtà che vale da qualche migliaio di anni.
Scriveva Dostevskij nel suo Diario di uno scrittore:
«Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale».
«I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano».
«La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (Ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno dì second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, (…) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unita mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!».
Sono parole profetiche, e tremende. Nessuno può negare, un secolo e mezzo dopo, la profonda verità di quanto scritto dal genio russo.
Esse ricalcavano, in realtà, non solo una verità spirituale, ma anche una profonda questione geopolitica, forse proprio da essa informata.
È per lo più sconosciuto ai nostri sussidiari che gli Zar posero, come potevano, una netta opposizione all’idea dell’Unità d’Italia.
Il perché non è difficilissimo da trovare: il Risorgimento, la prima «rivoluzione colorata» – diciamo pure «tricolorata» – che il mondo vedrà a raffica sino al Maidan e oltre, era già allora senza ombra di dubbio un’operazione di sovversione con pupari piuttosto evidenti.
Il Risorgimento – era il pensiero cattolico d’un tempo – altro non era se non una lunga e costosa operazione anglo-massonica, con qualche aiuto da parte magari degli ebrei di Livorno (luogo interessante, anche per fatti successivi, nonché una delle poche città italiche ad avere un nome anche in inglese, Leghorn), quelli che ospitavano Mazzini.
Sì, Mazzini: quello strano «eroe» risorgimentale cui dedicano ancora oggi statue, vie e scuole, celebrato come Garibaldi: tuttavia, sono tutti dimentichi del fatto che mentre l’orecchio mozzato che disse «obbedisco» ebbe tutti gli onori (al punto da essere implicato nel crack della Banca Romana, trappolone bancario popolare ante litteram, con il figlio Ricciotti e il ministro massone 33 grado Antonio Mordini), Mazzini morì in esilio da latitante, nascosto come un boss mafioso, rintanato in una stanzetta convinto di avere ancora il potere di incidere sulla storia, come un Bin Laden a caso.
Sappiamo da dove veniva Mazzini, chi lo curava, lo finanziava, gli elargiva passaporti. Si tratta dello stesso Paese con cui i Savoia, per le guerre dell’unità, fecero quei debiti di cui parla Dostoevskij. Si tratta della Nazione che più aveva da guadagnare con il «Risorgimento». Si tratta del nemico storico della Russia, su ogni piano possibile.
Il lettore sa che parliamo di Albione.
Bettino Craxi, nei suoi anni, spinse il rifiuto dell’Italia come «portaerei inaffondabile» (di fatto, più o meno per questo lo fecero fuori). Ebbene, l’Italia lo era già nell’Ottocento. Di lì a poco sarebbe stato aperto il canale di Suez, Malta (terra italofona stranamente mai considerata irredente da Mazzini e confratelli) poteva non bastare come approdo per la rotta che avrebbe consolidato per sempre i commerci britannici dalle Indie.
Il dominio inglese sull’Italia risorgimentale in nessun caso è più chiaro che in quello di Ernesto Nathan, ebreo di origine inglese, gran maestro del Grande Oriente d’Italia affiliato alla loggia Propaganda, primo sindaco di Roma estraneo all’aristocrazia terriera, quindi segno incarnato della fine dell’epoca papalina, di quell’idea spirituale universale che pure l’ortodosso Dostoevskij non sentiva di poter negare.
Nathan era nato a Londra nella famiglia che più tardi ospitò Mazzini, che divenne suo precettore. La madre, l’ebrea pesarese Sara Levi Nathan, fu «finanziatrice e confidente» (così la pudìca enciclopedia online) di Mazzini; le malelingue insinuano di più, parlando di «affinità (…) riscontrabili – c’è chi è pronto a giurarlo, anche nei lineamenti» (Valeria Arnaldi, SPQR, 2014).
La figlia di Sara Nathan, Jeanette Nathan, sorella del futuro sindaco di Roma ospitò a Pisa Mazzini in punto di morte.
E mentre inglesi massoni ed altri lottavano per l’Italia unita, la storia registra l’appoggio dello Zar di tutte le Russie al Regno delle Due Sicilie, che pure era concorrente dei russi per l’export del del grano.
In un saggio di Eldo Di Gregorio, Le relazioni tra il Regno di Napoli e l’Impero di Russia tra il 1850 e il 1860 nelle carte dell’Archivio dei Borbone (Edizioni Scientifiche Italiane, 2006) analizza la corrispondenza diplomatica. Appare evidente come la Russia considerasse nefando il ruolo dell’Inghilterra e di Lord Palmerston, «fautore di e promotore di tutte le rivoluzioni che accadano nel Continente» (p.114), e si offre quindi di consigliare Napoli contro i falsi rivoluzionari.
Di fatto, di queste rivoluzioni continentali («colorate») la Russia ne subì di lì a non troppo tempo una coloratissima, quella dell’Ottobre 1917. Non fu l’ultima: quella a Kiev nel 2004 e 2014 («Euromaidan») non sono dissimili per dinamiche di intersse internazionale.
Al tempo dei Borbone minacciati dagli anglomassoni, San Pietroburgo non escluse l’opzione di aiuto militare tramite le proprie navi, ma desiderava prima raggiungere un accordo con la Francia. Lo si evince da una comunicazione di Napoleone III all’ambasciatore dei Savoia a Parigi:
«Il Principe Gorčakov [cancelliere dell’Impero Russo dal 1863 al 1883, ndr] mi accusa di favorire la rivoluzione, e dichiara che giammai la Russia sarà nel campo dei rivoluzionari; egli propone un intervento marittimo in favore del Re di Napoli, e annuncia formalmente che mai la Russia permetterà l’annessione della Sicilia al Piemonte» (p.179).
L’indecisione militare dei Borbone irritarono i pragmatici Zar: «Non si comprende perché il Real Governo avendo in mano la risposta del Conte Cavour, in cui è detto in nome del Re Vittorio Emanuele che Garibaldi usurpa onninamente il nome di S.M. Sarda e che il Governo Piemontese disapprova tutti gli atti di quel condottiero, non l’abbia immediatamente pubblicata nel Giornale Officiale di Napoli e che la tenga tuttavia celata invece di spargerla per le stampe ed accrescere così gli imbarazzi di Garibaldi e compromettere nel tempo medesimo il Governo Sardo» (p.181).
Allora come oggi, lo Zar non le manda a dire, ed esorta all’azione concreta: «si desidera dunque vedere il Real Governo agire con più energia, sia nelle operazioni militari, sia nell’azione politica, procurando di riunire i partigiani della Costituzione Siciliana del 1812…» (p.183)
Insomma, c’è questo quadro secolare da mettere insieme: la Russia, che parlava perfino dal cuore di Dostoevskij, non voleva l’Italia unita – cioè l’Italia in guerra con la propria religione, il Cattolicesimo.
Londra, invece, voleva fortemente il Grande Reset della penisola: distruggere il Papato, tradito secoli prima ma mai del tutto vinto nemmeno in patria; far contrarre il più esteso e duraturo impero cattolico europeo, l’Austria; preparare il Mediterraneo all’apertura di Suez, pacificando possibili coste di conflitto.
Il mediterraneo anglicizzato, alla faccia del granaio d’Europa e del Mar Nero. Il mediterraneo lago inglese, rimasto tale alla faccia di Mussolini.
Perché il conflitto tra la Londra e gli Zar andava avanti in ogni ambito possibile.
Spesso ci si dimentica dell’epica e spettacolare guerra fredda chiamata «Grande Gioco», una lotta di spie – e di eserciti – in tutto il Centrasia, dall’India Settentrionale a Kabul, Kashgar, Samarcanda… Un passato che è emerso anche a inizio anno con oligarchi kazaki in esilio – quelli che magari hanno fatto sparire un paio di centoni alla principale banca italiana e che ci siamo visti adesso sui giornaloni italioti tranquillamente liberi di fomentare la rivolta Ad Almaty e Astana…
Ora, non è un mistero per nessuno che in queste ore sia Albione il più insopportabile attore geopolitico che spinge verso la guerra con la Russia. Il ruolo di Londra nell’escalation ucraina è stato condannato pubblicamente dall’ex ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl così come dal sincero presidente della Croazia, Zoran Milanovic.
Così come per le storie sulle azioni delle forze speciali britanniche SAS – a cui qualcuno vorrebbe attribuire le spericolate operazioni di attacco in elicottero su territorio russo così come l’affondamento delle navi russe – le voci si sprecano. Al momento abbiamo la certezza che in Ucraina stanno lavorando, dichiaratamente, addestratori militari di Londra, sulla carta intenti a insegnare agli ucraini l’uso di missili anti-tank NLAW, gentilmente offerti da sua Maestà per distruggere uomini e mezzi del nemico storico e metafisico di Albione.
Se pensiamo all’Ottocento, il paragone non riesce, perché nel disastro rivoluzionario angloide dell’ora presente non c’è più una Francia con cui tentare di accordarsi, né un’Austria – né un papa. Nulla.
La realtà è che l’Europa tutta è divenuta una… Giovine Europa. L’idea massonico mazziniano, prima nazionalista e poi euronazionalista, è ipostatizzato nella UE, che quindi verso la Russia non può che avere la medesima postura di Londra: capiamolo, la matrice degli avversari di Mosca, spirituale prima che geopolitica, è la medesima.
Questa è, credo, la struttura profonda della crisi attuale.
È partita dal rifiuto dello spirito dell’Italia. È continuata con la cancellazione dello spirito dall’Europa: il vecchio continente perde l’anima, la vende. E, con ostinazione, il disastro di queste ore si riflette nella guerra eterna lanciata contro la Russia, dove forse invece l’anima ha ancora importanza.
I responsabili sono sempre i soliti. Loro l’anima non ce l’hanno più, programmaticamente. L’hanno venduta, o forse peggio: l’hanno data ad un demone che ha promesso loro, secoli fa, ori e terre lontane, il dominio sui mari e sui cuori innocenti.
Capiranno che sono stati ingannati?
Capiranno la loro maledizione?
Capiranno i secoli di devastazione che hanno inflitto all’umanità?
Capiranno che «l’idea dell’unione di tutto il mondo» di cui parla Dostoevskij, non è la loro, ma quella di quello Spirito immortale che, sempre più provocato nell’ira, potrebbe spazzarli via per sempre?
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
Pareva un caso sonnacchioso da fine estate.
Una bimba di quattro anni, tale Anna Rosa, Rosa Maria o giù di lì, viene portata all’ospedale di Palermo perché ha la febbre alta, mal di gola e vomito. Al pronto soccorso ci sarà qualche specializzando o un medico consumato dal caldo. La guardano un po’ e la dimettono subito con diagnosi di «tonsillite essudativa febbrile».
Che significa, in parole povere, che ha le placche; anche in agosto, succede; ormai non ci si capisce più niente, sapete quanti ne abbiamo? Prenda l’antibiotico e la tachipirina, e nel caso tornate.
Però la febbre non passa, e quando la riportano in ospedale, due giorni dopo, qualcuno si accorge che non è una tonsillite, ma una difterite. Malattia poco frequente e però curabile, se si prende in tempo. La curano, infatti, ma potrebbe non essere stata presa in tempo, o qualcosa va storto, perché la bimba muore.
Oh be’, sarà un errore medico, uno delle centinaia di migliaia in cui ogni anno incorrono i medici in Italia. Una morte che riempie un trafiletto di colore ed entra dritta dritta nelle statistiche, come quello di Trento, quell’altro di Albenga, quelli di Bari, e così via. Spiace, s’intende.
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Ma ecco che salta fuori che la bambina non era vaccinata, perché i genitori si sono opposti.
La belva apre l’occhio. In un lampo si volta e mette a fuoco la preda.
Partono all’assalto i cosiddetti professionisti dell’informazione. Alla faccia di ogni privacy: sparano il nome e cognome della bambina; il nome e cognome della mamma; il nome e cognome del papà. Chi sono e da dove vengono.
Non c’è ancora nessuna conferma, si attendono gli esami, l’autopsia è ancora di là da farsi. Beh, inezie. Il verdetto è già pronto e strillato nei titoli: BAMBINA NON VACCINATA MORTA DI DIFTERITE – I GENITORI SONO NOVAX.
È il lacerante colpo di timpano che dà il via all’osceno sabba intorno al corpicino di Anna Rosa. Ai giornali, ai TG e ai sedicenti esperti non sembra vero di stirare la gobba e rinverdire i fasti del COVID, e fanno a gara per puntare l’indice più a fondo nelle anime straziate di due genitori ai quali è morta una figlia.
Da subito ci si preoccupa di chiarire che i medici non c’entrano niente. L’hanno detto subito, in ospedale: noi abbiamo fatto di tutto. Come non crederci? Lo dice anche il luminare televisivo. Anche se poi si scopre che non solo hanno confuso la difterite con la tonsillite, perdendo tre giorni, ma che a quanto pare hanno recuperato, il 17 agosto, vaccinandola. D’accordo, una volta si diceva che non si vaccina a malattia in corso per via dell’effetto ADE che intensifica l’infezione, ma che sarà mai? I medici e gli infermieri sono i buoni. Sono sempre i buoni, figuriamoci. Ballano perfino Jerusalema.
I cattivi invece sono i genitori «novax». La morte è colpa loro. Capite, mamma e papà? Lo spiegano i virologi con il muso bianco di cerone: la colpa è solo vostra. Della vostra scelta di non vaccinare Anna Rosa, della vostra riluttanza, ignoranza e diffidenza antiscientifica.
Non importa se nella sola Europa l’obbligo vaccinale anti-difterite è sconosciuto in Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Che è come dire 260 milioni di abitanti nelle quali non si scorge alcuna ecatombe.
Non importa nemmeno se in Italia il tasso di mortalità all’introduzione del vaccino, nel 1939, era stabilmente basso da vent’anni; non importa se negli anni successivi è perfino aumentato ed è andato a diminuire solo dal 1946, con la fine della guerra e il miglioramento delle condizioni di vita. Se non ci si vaccina, ci si ammala e si muore: parole famose, degne del marmo. La piccola è morta per causa vostra, cari genitori. Altre ragioni non ce ne sono. Siete colpevoli.
È tutto un po’ folle e campato in aria, ma l’azione va a segno. La mamma di Anna Rosa ne è ferita e sfoga il suo dolore su Facebook, respingendo tutto. Denuncia l’errore medico, osserva che la difterite è ancora un sospetto, e ricorda che in casa ha una bara bianca e che solo Dio può giudicare. Sciocchezze. La povera donna ha il torto di rifarsi a quelli che in tempi di maggior decenza si chiamavano rispetto, prudenza, tatto, umanità, timor di Dio. Nulla le viene perdonato, anche perché il suo messaggio, giustamente, non si cura affatto del decoro: è senza punteggiatura, ha una sintassi sconnessa e indulge ad abbreviazioni come «ke» per «che», e «xke» in luogo di «perché».
La madre della bambina morta viene dunque derisa a sangue dalla schiera degli esseri superiori che scrivono pulito. Un’ignorante, dicono sguaiatamente, ed è il meno; un’analfabeta, non fa meraviglia che creda in Dio.
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Del resto, è del quartiere Zen di Palermo, o no? Ci pensa un articolo illuminato a rivelare che qui, come in certe tribù del Borneo, ci sia una «radicata credenza popolare» secondo cui i vaccini siano legati all’autismo, per cui la gente rifiuta l’esavalente. Si informa, peraltro, che allo Zen i ragazzini circolano su moto truccate, girano come ridere coltelli e armi, a capodanno sparano e il parroco è minacciato. Non c’entra nulla, è chiaro, ma tant’è. Siamo tra i selvaggi.
Si alzano sospiri, si scuotono teste: a gente così andrebbero tolti i figli.
Detto, fatto. Si muovono i pezzi da novanta. La Procura competente iscrive mamma e papà, a lettere di pece, nel registro degli indagati per omicidio colposo. Omicidio della loro figlia di quattro anni.
Il Tribunale per i minorenni, per non essere da meno, fa partire degli accertamenti per valutare la loro responsabilità genitoriale. Già, perché hanno altri tre bambini: e glieli porteranno via.
Non solo: avvia un’operazione, definita «urgentisssima», in grande stile. «A partire dal primo giorno di scuola i Carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari di Palermo nord per scovare i bambini non vaccinati». Proprio così, scovare.
La storia continua e non terminerà a breve, ma già da questo si capisce che a Palermo si è riproposto il terno che sei anni fa è uscito su tutte le ruote e ha sbancato l’Italia tutta.
A questo punto, per comprendere bene conviene rivolgersi alla smorfia napoletana, la più titolata, rodata e attendibile.
Innanzitutto si deve considerare la propaganda, affidata ai giornalisti impapocchiati, ai luridi programmi televisivi, ai virologi drogati. Loro, il compito di dare l’accelerata improvvisa, di montare il caso dicendo tutto anche se non si sa niente. Prestigiatori dell’apparenza, stringono un qualunque effetto alla causa che viene loro additata, a scorno di ogni logica, senza timore alcuno. Strillano all’unisono, berciano, battono la grancassa, la buttano in caciara, fanno gran mostra di civici sdegni e invocano il pugno duro.
La smorfia discretamente suggerisce il 4, «’o Puorco».
Tra i significati del numero ci sono anche la Casacca, che si gira e si volta con la convenienza; il Carnefice, colui che fa il lavoro sporco di sgozzare e imbrattarsi; la Bara Vuota, emblema del nulla spacciato per tragedia, come a Bergamo; e, naturalmente, i Pupazzi e il Servo.
Com’è ovvio, la propaganda nulla fa se non ci sono orecchie per ascoltare e bocche per ripetere e amplificare.
E qui entra in gioco l’innumere e garrulo esercito dei vigliacchi, dei mezzi sapienti la cui cultura affonda le radici nei libri di Piero Angela o di Biglino, degli sputacchioni di schermi, degli spiritosissimi, degli statisti da bar, dei rospi ricoperti di veleno. I loro versi assordano come lo starnazzo delle oche alla vista del pastone, ignare dei fornelli che si scaldano alle loro spalle.
Sono i fiancheggiatori, gli utili idioti, la falange quadrata in cui una testa vale l’altra e tutte insieme non valgono uno zero. L’esponente tipico si distingue per la cattiveria: perché l’italiano, checché se ne dica, è cattivo. Basta farsi un giro sui social, dove la melma ribolle più acre, per rendersi conto della pochezza e della mancanza di umanità con cui il bastardume italico tratta le tre cose su cui non è lecito scherzare mai: l’innocenza dei bambini, la misericordia di Dio e il dolore dei genitori.
La smorfia napoletana, a colpo sicuro, indica il 71, «l’Ommo ‘e Merda». Il numero si riferisce peraltro anche al Corvo, egida di queste ripugnanti creature; all’Allegria, loro livido connotato; al Gelo, perché tanto e di natura infernale ce ne vuole in cuore, per fare quel che fanno e come lo fanno; all’Inquisizione, nel duplice senso di tribunale – ma plebeo, da pescivendole e tricoteuses – e di delazione e caccia all’uomo; al Carcinoma, poiché infine questo sono, e della specie più malodorante, rispetto al corpo del disgraziato nostro Paese.
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L’ultimo estratto della terna è il 90, «’a Paura». L’abbinamento alla vicenda sembra banale tanto è semplice, ma a ben vedere c’è di più. La smorfia, che le verità maggiori le indica per accenni, tra i significati riporta il Quirinale: e non è dubbio che con ciò voglia intendere lo Stato italiano nella sua essenza.
Già, perché lo Stato fa paura.
Fa paura in quanto dallo Stato c’è soprattutto da aspettarsi il Male. I suoi bracci operativi, esplica la smorfia, sono il Magistrato che gli conferisce la patente di legittimità e il Generale che lo esegue con la forza. La tenaglia – lo si vede tutti i giorni – si inceppa quando c’è da far rispettare il Bene, il Giusto, la tutela degli inermi, la protezione dell’uomo comune, della famiglia, dell’ordine naturale. In questi casi, quando non fa difetto il magistrato non risponde il generale; e così si forma la convinzione comune che lo Stato sia un ente floscio, imbelle, malfatto e deforme, buono solo a farsi buggerare e ridere dietro.
È un inganno. Laddove lo Stato vuol far valere le cose che gli stanno più a cuore si strappa la maschera di buon minchione, e si svela nella sua vera natura di Moloch.
C’è da far seccare una radice? Da esigere un sacrificio della vita, della libertà, della dignità? Occorre opprimere qualcuno? La tenaglia funziona a meraviglia. Preceduta dalla propaganda di regime e invocata dalla turba dei vili, lo Stato irrompe con la pesantezza di un elefante indiano in piena corsa, stritolando tutto ciò che trova. Il magistrato, seduto nel castelletto sulla groppa, muove il suo bastoncello, imperturbabile, velato da mille cortine di seta; il generale, alle redini, spinge l’animale a tutta forza contro l’obiettivo.
La famiglia di Anna Rosa ha ben motivo di temere. Lo Stato l’ha presa di mira ed è capacissimo, con il pretesto della morte della bambina, di smembrarla e di alzare le teste dei suoi membri sulle picche per spargere il panico.
Lo Stato infatti non solo fa paura in quanto è da temere, ma fa paura in quanto genera terrore. La paura è il modo con cui il Moloch si alimenta e alimenta i suoi soggetti. L’ideale è quello di una popolazione intimorita e inerme, che si può comandare alzando appena un sopracciglio o con una mezza parola. Un po’ come facevano certi padri antichi, i quali però amavano la prole e ne ricevevano il rispetto, dove lo Stato senza pupille esige solo l’obbedienza e la sottomissione più vieta.
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Colpirne uno per educarne cento: i recalcitranti, e anche soltanto i dubbiosi, devono essere ammaestrati dall’accaduto. Devono avere paura di fare la fine di Anna Rosa, di essere colpiti dalla difterite, di non essere curati, di morire, di essere disprezzati e segnati a dito, di perdere la capacità genitoriale, di doversi svenare in spese legali, di passare anni a combattere oltre i propri mezzi, nella solitudine e nel dolore.
Devono avere paura e chinare la testa davanti a questo mostro di morte che è lo Stato, indicibilmente inumano, ingiusto e violento, che vuol essere onorato come un dio, la cui cifra è proprio la paura e il cui numero è il 90.
Ad esso la smorfia napoletana, dalla quale non si sfugge, alla lettera S offre il significato di Satana.
Massimo Zanetti
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Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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