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Pensiero

Albione, la Russia e l’Italia: la guerra allo spirito dal Risorgimento all’Ucraina odierna

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Come noto, alcune delle parole più lucide scritte sull’Italia vennero da Teodoro Dostoevskij, che osservava il farsi di un nuovo Stato sotto la tragedia massonica chiamata Risorgimento.

 

Dostoevskij non era interessato a questioni politiche – quelle, sappiamo, sono gli spiccioli della storia. 

 

Il genio può vedere oltre la storia – e la geografia.

 

Sostanzialmente, nessun altro Europa comprese cosa significavano gli eventi italiani del suo tempo: nessuno, in realtà, voleva leggerne il significato spirituale – e quindi le enormi conseguenze a lungo termine, nella storia e nella metastoria, nella metafisica della civiltà.

 

Perché, quando tocchi lo spirito, che è cosa di Dio, non puoi che aspettarti sconvolgimenti immani. L’Ottocento fu, in pratica, poco più che questo: la lotta totale contro lo Spirito, la sua slatentizzazione storica e politica, con quindi le titaniche conseguenze che dobbiamo aspettarci.

 

 La mia idea è che, alcune di quelle catastrofi conseguenti le stiamo vivendo in questo stesso momento, mentre i cannoni e carri armati cantano nello spazio delle Russie, e forse a breve anche qui…

 

Per capire il mondo bisogna saper leggere l’Italia: è una realtà che vale da qualche migliaio di anni.

 

Scriveva Dostevskij nel suo Diario di uno scrittore:

 

«Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale».

 

«I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano».

 

«La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (Ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno dì second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, (…) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unita mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!».

 

Sono parole profetiche, e tremende. Nessuno può negare, un secolo e mezzo dopo, la profonda verità di quanto scritto dal genio russo.

 

Esse ricalcavano, in realtà, non solo una verità spirituale, ma anche una profonda questione geopolitica, forse proprio da essa informata.

 

È per lo più sconosciuto ai nostri sussidiari che gli Zar posero, come potevano, una netta opposizione all’idea dell’Unità d’Italia.

 

Il perché non è difficilissimo da trovare: il Risorgimento, la prima «rivoluzione colorata» – diciamo pure «tricolorata» – che il mondo vedrà a raffica sino al Maidan e oltre, era già allora senza ombra di dubbio un’operazione di sovversione con pupari piuttosto evidenti.

 

Il Risorgimento – era il pensiero cattolico d’un tempo – altro non era se non una lunga e costosa operazione anglo-massonica, con qualche aiuto da parte magari degli ebrei di Livorno (luogo interessante, anche per fatti successivi, nonché una delle poche città italiche ad avere un nome anche in inglese, Leghorn), quelli che ospitavano Mazzini.

 

Sì, Mazzini: quello strano «eroe» risorgimentale cui dedicano ancora oggi statue, vie e scuole, celebrato come Garibaldi: tuttavia, sono tutti dimentichi del fatto che mentre l’orecchio mozzato che disse «obbedisco» ebbe tutti gli onori (al punto da essere implicato nel crack della Banca Romana, trappolone bancario popolare ante litteram, con il figlio Ricciotti e il ministro massone 33 grado Antonio Mordini), Mazzini morì in esilio da latitante, nascosto come un boss mafioso, rintanato in una stanzetta convinto di avere ancora il potere di incidere sulla  storia, come un Bin Laden a caso.

 

Sappiamo da dove veniva Mazzini, chi lo curava, lo finanziava, gli elargiva passaporti. Si tratta dello stesso Paese con cui i Savoia, per le guerre dell’unità, fecero quei debiti di cui parla Dostoevskij. Si tratta della Nazione che più aveva da guadagnare con il «Risorgimento». Si tratta del nemico storico della Russia, su ogni piano possibile.

 

Il lettore sa che parliamo di Albione.

 

Bettino Craxi, nei suoi anni, spinse il rifiuto dell’Italia come «portaerei inaffondabile» (di fatto, più o meno per questo lo fecero fuori). Ebbene, l’Italia lo era già nell’Ottocento. Di lì a poco sarebbe stato aperto il canale di Suez, Malta (terra italofona stranamente mai considerata irredente da Mazzini e confratelli) poteva non bastare come approdo per la rotta che avrebbe consolidato per sempre i commerci britannici dalle Indie.

 

Il dominio inglese sull’Italia risorgimentale in nessun caso è più chiaro che in quello di Ernesto Nathan, ebreo di origine inglese, gran maestro del Grande Oriente d’Italia affiliato alla loggia Propaganda, primo sindaco di Roma estraneo all’aristocrazia terriera, quindi segno incarnato della fine dell’epoca papalina, di quell’idea spirituale universale che pure l’ortodosso Dostoevskij non sentiva di poter negare.

 

Nathan era nato a Londra nella famiglia che più tardi ospitò Mazzini, che divenne suo precettore. La madre, l’ebrea pesarese Sara Levi Nathan, fu «finanziatrice e confidente» (così la pudìca enciclopedia online) di Mazzini; le malelingue insinuano di più, parlando di «affinità (…) riscontrabili – c’è chi è pronto a giurarlo, anche nei lineamenti» (Valeria Arnaldi, SPQR, 2014).

 

La figlia di Sara Nathan, Jeanette Nathan, sorella del futuro sindaco di Roma ospitò a Pisa Mazzini in punto di morte. 

 

E mentre inglesi massoni ed altri lottavano per l’Italia unita, la storia registra l’appoggio dello Zar di tutte le Russie al Regno delle Due Sicilie, che pure era concorrente dei russi per l’export del del grano.

 

In un saggio di Eldo Di Gregorio, Le relazioni tra il Regno di Napoli e l’Impero di Russia tra il 1850 e il 1860 nelle carte dell’Archivio dei Borbone (Edizioni Scientifiche Italiane, 2006) analizza la corrispondenza diplomatica. Appare evidente come la Russia considerasse nefando il ruolo dell’Inghilterra e di Lord Palmerston, «fautore di e promotore di tutte le rivoluzioni che accadano nel Continente» (p.114), e si offre quindi di consigliare Napoli contro i falsi rivoluzionari.

 

Di fatto, di queste rivoluzioni continentali («colorate») la Russia ne subì di lì a non troppo tempo una coloratissima, quella dell’Ottobre 1917. Non fu l’ultima: quella a Kiev nel 2004 e 2014 («Euromaidan») non sono dissimili per dinamiche di intersse internazionale.

 

Al tempo dei Borbone minacciati dagli anglomassoni, San Pietroburgo non escluse l’opzione di aiuto militare tramite le proprie navi, ma desiderava prima raggiungere un accordo con la Francia. Lo si evince da una comunicazione di Napoleone III all’ambasciatore dei Savoia a Parigi:

 

«Il Principe Gorčakov [cancelliere dell’Impero Russo dal 1863 al 1883, ndr] mi accusa di favorire la rivoluzione, e dichiara che giammai la Russia sarà nel campo dei rivoluzionari; egli propone un intervento marittimo in favore del Re di Napoli, e annuncia formalmente che mai la Russia permetterà l’annessione della Sicilia al Piemonte» (p.179).

 

L’indecisione militare dei Borbone irritarono i pragmatici Zar: «Non si comprende perché il Real Governo avendo in mano la risposta del Conte Cavour, in cui è detto in nome del Re Vittorio Emanuele che Garibaldi usurpa onninamente il nome di S.M. Sarda e che il Governo Piemontese disapprova tutti gli atti di quel condottiero, non l’abbia immediatamente pubblicata nel Giornale Officiale di Napoli e che la tenga tuttavia celata invece di spargerla per le stampe ed accrescere così gli imbarazzi di Garibaldi e compromettere nel tempo medesimo il Governo Sardo» (p.181).

 

Allora come oggi, lo Zar non le manda a dire, ed esorta all’azione concreta: «si desidera dunque vedere il Real Governo agire con più energia, sia nelle operazioni militari, sia nell’azione politica, procurando di riunire i partigiani della Costituzione Siciliana del 1812…» (p.183)

 

Insomma, c’è questo quadro secolare da mettere insieme: la Russia, che parlava perfino dal cuore di Dostoevskij, non voleva l’Italia unita – cioè l’Italia in guerra con la propria religione, il Cattolicesimo.

 

Londra, invece, voleva fortemente il Grande Reset della penisola: distruggere il Papato, tradito secoli prima ma mai del tutto vinto nemmeno in patria; far contrarre il più esteso e duraturo impero cattolico europeo, l’Austria; preparare il Mediterraneo all’apertura di Suez, pacificando possibili coste di conflitto.

 

Il mediterraneo anglicizzato, alla faccia del granaio d’Europa e del Mar Nero. Il mediterraneo lago inglese, rimasto tale alla faccia di Mussolini.

 

Perché il conflitto tra la Londra e gli Zar andava avanti in ogni ambito possibile.

 

Spesso ci si dimentica dell’epica e spettacolare guerra fredda chiamata «Grande Gioco», una lotta di spie – e di eserciti – in tutto il Centrasia, dall’India Settentrionale a Kabul, Kashgar, Samarcanda… Un passato che è emerso anche a inizio anno con oligarchi kazaki in esilio  – quelli che magari hanno fatto sparire un paio di centoni alla principale banca italiana e che ci siamo visti adesso sui giornaloni italioti tranquillamente liberi di fomentare la rivolta Ad Almaty e Astana…

 

Ora, non è un mistero per nessuno che in queste ore sia Albione il più insopportabile attore geopolitico che spinge verso la guerra con la Russia. Il ruolo di Londra nell’escalation ucraina è stato condannato pubblicamente dall’ex ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl così come dal sincero presidente della Croazia, Zoran Milanovic.

 

Così come per le storie sulle azioni delle forze speciali britanniche SAS – a cui qualcuno vorrebbe attribuire le spericolate operazioni di attacco in elicottero su territorio russo così come l’affondamento delle navi russe – le voci si sprecano. Al momento abbiamo la certezza che in Ucraina stanno lavorando, dichiaratamente, addestratori militari di Londra, sulla carta intenti a insegnare agli ucraini l’uso di missili anti-tank NLAW, gentilmente offerti da sua Maestà per distruggere uomini e mezzi del nemico storico e metafisico di Albione.

 

Se pensiamo all’Ottocento, il paragone non riesce, perché nel disastro rivoluzionario angloide dell’ora presente non c’è più una Francia con cui tentare di accordarsi, né un’Austria – né un papa. Nulla.

 

La realtà è che l’Europa tutta è divenuta una… Giovine Europa. L’idea massonico mazziniano, prima nazionalista e poi euronazionalista, è ipostatizzato nella UE, che quindi verso la Russia non può che avere la medesima postura di Londra: capiamolo, la matrice degli avversari di Mosca, spirituale prima che geopolitica, è la medesima.

 

Questa è, credo, la struttura profonda della crisi attuale.

 

È partita dal rifiuto dello spirito dell’Italia. È continuata con la cancellazione dello spirito dall’Europa: il vecchio continente perde l’anima, la vende. E, con ostinazione, il disastro di queste ore si riflette nella guerra eterna lanciata contro la Russia, dove forse invece l’anima ha ancora importanza.

 

I responsabili sono sempre i soliti. Loro l’anima non ce l’hanno più, programmaticamente. L’hanno venduta, o forse peggio: l’hanno data ad un demone che ha promesso loro, secoli fa, ori e terre lontane, il dominio sui mari e sui cuori innocenti.

 

Capiranno che sono stati ingannati?

 

Capiranno la loro maledizione?

 

Capiranno i secoli di devastazione che hanno inflitto all’umanità?

 

Capiranno che «l’idea dell’unione di tutto il mondo» di cui parla Dostoevskij, non è la loro, ma quella di quello Spirito immortale che, sempre più provocato nell’ira, potrebbe spazzarli via per sempre?

 

 

Roberto Dal Bosco

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Ecco l’Holodomor dell’Occidente

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Questo sito ha scritto tanto del prossimo ritorno della fame.

 

In realtà, noi ne abbiamo parlato perché negli ultimi mesi ce lo hanno ripetuto tutti: brasiliani, russi, cinesi, la Banca Mondiale, ogni possibile sigla ONU, Biden, Putin – chiunque.

 

Questo sito ha scritto tanto del collasso economico imminente.

 

Anche qui, lo abbiamo fatto perché di un crollo finanziario – il meltdown dell’economia mondiale – parlano banche di investimento ed economisti, politici e analisti. Abbiamo ministri e gestori di Hedge Fund miliardari che ci ripetono: ci saranno disordini, ci saranno guerre civili…

 

La catastrofe è alle porte. Possiamo far finta di nulla, ma non troveremo nessuno disposto a dibattere, magari dicendoci che va tutto benissimo, è solo colpa dei disfattisti, dei complottisti, degli ignoranti, etc. Il cataclisma è solo una percezione: davvero, conoscete qualcuno disposto a sostenerlo?

 

Cerchiamo di capire l’effetto di ciò sulle nostre vite. Piano piano – memento Overton –  ci hanno portato a rendere accettabili i razionamenti. Si raziona già l’acqua: se volete lavarvi l’auto a casa, non potete farlo.

 

In autunno si razionalizzerà il riscaldamento: rammenterete il profetico spot tedesco dell’anno scorso su condomini che stanno insieme per sopravvivere al termosifone reso inservibile.

 

Si razionalizzerà il gas per le industrie – cioè, per quelle che sono ancora aperte. Qui raccogliamo le confidenze, non verificabile, di qualche imprenditore, che se lo aspetta con certezza.

 

Si razionalizzerà la corrente elettrica, con blackout (un altro tema su cui Renovatio 21 vi ha disturbato in continuazione) organizzati, e magari qualche puntatina anche di blackout «selvaggi», tanto per spaventare ancora di più la popolazione e farla sentire in colpa.

 

«L’uomo che accetta il razionamento, così come quello che ha accettato il confinamento, è un uomo morto» mi dice lo scrittore Camillo Langone.  In effetti, il mistero più grande è come sia possibile che milioni di uomini accettino tutto questo.

 

Nulla è così diverso rispetto a prima: se ci penso, la Russia è ancora lì con il suo gas e le sue risorse, siamo noi che abbiamo deciso di non parlarle più. Per millenni generazioni di europei hanno vissuto siccità e inondazioni, e con tecnologia abissalmente inferiori. E i crolli finanziari: si sono susseguiti per un secolo, pare incredibile che non vi siano mezzi per prevenire e contrastare simili evenienze (nel 1929, l’Italia non fu così danneggiata…)

 

Il sospetto che sale a chiunque è che questa sia una fame artificiale, una carestia programmata, una demolizione controllata.

 

«Il potere si nutre di emergenze» mi dice Camillo. «Quindi ne crea in continuazione».

 

«Non so, ma quello che stiamo vivendo mi sembra ogni giorno di più l’Holodomor dell’Occidente».

 

Ho passato un giorno a meditare sulle parole di Langone. Holodomor. È un termine impegnativo.

 

La grande carestia ucraina 1933-1934, uccise milioni e milioni di persone: gli ucraini dicono 7, uno in più della cifra del massacro degli ebrei. La parola viene dalla crasi di holod (fame) e moryty, che significa affamare, uccidere. L’Ucraina, assieme a vari Paesi occidentali (tranne, buffamente, gli USA) lo considera un crimine contro l’umanità, con tanto di risoluzione al Parlamento Europeo (2008) e dichiarazione congiunta dell’ONU (2003).

 

Si è trattato di un genocidio per fame, il programma di Stalin per piegare le campagne esaurendo l’umanità contadina. Per anni e anni non se ne è parlato. Anche perché la spirale del silenzio era iniziata subito: prendete il caso di Walter Duranty, capo del bureau moscovita del New York Times dal 1922 al 1936, che dell’URSS e dell’Ucraina in particolare scrisse che «non c’è carestia o fame effettiva né è probabile che ci sia».

 

Sì, anche allora, i grandi media propalavano fake news assassine. Già, ricorda, in parallelo qualcosa…

 

Nonostante tutto, l’Holodomor è molto presente nella memoria degli ucraini.

 

A Kiev, davanti a un bicchiere di kvas, una anziana signora mi raccontò di cosa aveva subito la sua famiglia durante la carestia, con racconti agghiaccianti. Sentivo che la sua avversione per i russi veniva da lì. Non escludevo, mentre ascoltavo orrore dopo orrore, che qualcuno stesse soffiando su quell’odio. Tuttavia, il sentimento c’era tutto, ed era incontrovertibile.

 

Dell’Holodomor mi aveva parlato pochi giorni fa un’amica ucraina, ma filorussa, mentre suo figlio giocava con il mio sull’erba. Raccontava degli effetti psicologici della fame in Ucraina. Diceva che c’è come una scala graduale, e forse chi ti affama lo sa, perché la volontà forse è, oltre che ucciderti, farti impazzire. Spiegava che dopo tot tempo i bambini cominciano a rischiare. «Cannibalismo. Ci arrivi quando sei alla denutrizione a lungo termine. Nei villaggi ci sono stati casi di genitori che hanno ucciso i figli per cibarsene».

 

È raccapricciante. Tuttavia, se dobbiamo parlare della fame, dobbiamo trattare anche di questo.

 

Chi è al governo, dovrebbe saperlo – dovrebbe esistere per il solo compito di evitarlo. E invece qui siamo all’esatto opposto: l’Holodomor occidentale in arrivo è studiato, voluto, preparato e lanciato dalle nostre élite.

 

È la distruzione del popolo occidentale stesso per mezzo della sua classe dirigente tossica. L’Holodomor dell’Ovest è voluto dai suoi stessi rappresentati democratici, dai signori del danaro, dai leader istituzionali e dai saltimbanco usati per narcotizzarci.

 

È uno strumento politico efficace: si eliminano attività umane, ed esseri umani, considerati in eccesso. Tutti gli altri poi, traumatizzati, obbediscono. È andata così con Stalin. Ma non dimentichiamo che i maestri della carestia come arma sono stati i britannici: in Irlanda (1845-1849) è andata così, e pure in India nel corso di tre secoli. Pragmaticamente: un milione di morti in Irlanda e 29 milioni in India.

 

Sappiamo che gli inglesi non si fanno problemi: liberatisi del senso di comunione dell’Europa cattolica, hanno aperto le porte ad ogni possibile male elitista (del resto, se il capo della tua religione è il tuo re, cosa ti aspetti), cioè, di fatto, massonico. L’élite, più o meno segreta, comanda – e gode. Tutto il resto è sacrificabile. La dottrina filosofico-politica dell’utilitarismo, che segretamente è stata installata oramai in ogni società avanzata, deriva da qui.

 

Possiamo dire che mondo moderno stesso è fondato su questo principio: puoi uccidere feti, bambini, malati, vecchi, se è nell’interesse di chi ti comanda. Puoi sottoporre chiunque a cure sperimentali obbligatorie, che non sai se, nel giro di qualche tempo, possano uccidere. Il genocidio come politica naturale: è innegabile che la maggior parte degli Stati vive con questo sistema operativo. I padroni del mondo ordinano e uccidono, e chi sopravvive viene drogato e turlupinato con il concetto di libertà.

 

Ora, il signore del vapore chiede ancora uno sforzo. Una purga, una catarsi, una «pulizia» del sistema, perché le cose continuino secondo il suo disegno.

 

Quindi, solve et coagula. Per rifare il mondo come vorranno, ci faranno transitare per un’era buia. Deindustrializzazione. Povertà. Fame. Malattie. Caos. Stragi indiscriminate, sacrifici di vagonate di esseri umani nell’indifferenza assoluta.

 

Il Grande Reset della Civiltà, altro non può essere che un regno di barbarie. Sulla quale, al massimo, qualcuno praticherà la gestione della ferocia, come da titolo del livre de chevet dell’ISIS.

 

Non è un nemico esterno ad attaccarci: come per l’arma immigratoria, anche la fame sarà uno strumento di morte che l’Europa e l’America rivolgono contro se stesse, o meglio, contro la loro popolazione.

 

L’Holodomor occidentale è oramai qui. E, per cominciare, la cosa che dobbiamo fare è non accettarlo.

 

È curioso che a far da perno a questa cosa ci sia, cento anni dopo, sempre l’Ucraina.

 

Una spiegazione però ce la abbiamo: è qui che, per qualche motivo, demoni sanguinari sono stati liberati dal sottosuolo. Sappiamo cosa vogliono. Sappiamo come andrà a finire se non ci opporremo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Leonid Denysenko via Wikimedia pubblicata su licenza Copyleft Free Art License.

 

 

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Lasciateci vivere. Almeno a Messa

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La realtà di quanto è accaduto  in questi ultimi due anni è ben riflessa nella chiesa, che ha assorbito tutte le norme anti-COVID possibili.

 

Le gerarchie vaticane fin da subito si son piegate alla volontà e ai diktat dei padroni del mondo, chiudendo tempestivamente tutte le chiese e proibendo formalmente qualsiasi sacra celebrazione: chiese serrate a chiave, Messe sospese, nessun Rosario o qualsivoglia preghiera, nessuna benedizione per le case, nulla di nulla.

 

Vescovi rinchiusi nei sacri palazzi e preti segregati nelle canoniche. Fedeli invitati a seguire la Messa via streaming. Già da lì abbiamo potuto intuire che non avremmo trovato appoggio nella sacra istituzione nel contrastare i divieti covidioti

 

Il grande senso di vuoto ce lo ha ben mostrato Bergoglio quando, in pieno lockdown, si presentò sotto una balaustra posticcia di fronte a una piazza San Pietro desolatamente vuota. Il distacco, il senso di smarrimento, la solitudine dei poveri fedeli confinati forzatamente nelle loro abitazioni nei confronti di quella chiesa vissuta quotidianamente o festivamente, era tremendamente evidente e disarmante.

 

Alcuni preti, che io sappia, hanno celebrato comunque la Santa Messa trasgredendo ai famigerati DPCM emanati dal Churchill pandemico de’noantri , il Giuseppi Conte.

 

Ricordiamo Don Lino Viola che fu interrotto proprio al momento della consacrazione da  un giovane carabiniere che invitava il povero parroco a interrompere la funzione. Il prete resistette e terminò giustamente la funzione, come documentato da un poi video postato su YouTube.

 

La cosa sconcertante fu che nessuna alta carica dello stato e nessun porporato ne prese le difese né nelle sedi opportune, né in TV. Solo la pirotecnica ribelle di Vittorio Sgarbi si espresse con veemenza e sdegno nei confronti di uno Stato che, per mano dell’Arma dei Carabinieri, si era macchiato di un fatto di tale gravità.

 

 

Quando, sempre secondo i DPCM , ci fu gentilmente concesso di assistere nuovamente alle funzioni, siamo stati spettatori di un altro teatrino stucchevole e invadente.

 

Ve li ricordate i «civici»? Quei soggetti vestiti con tute fluorescenti che giravano per le strade invitando la gente a tenere su la mascherina?

 

Bene, le chiese non potevano essere da meno rispetto al resto del mondo, ci mancherebbe, e quindi ci siamo ritrovati questi personaggi variopinti a dirigere il traffico dei fedeli durante la comunione e, cosa ancor più sconcertante, andare dai fedeli nel momento di preghiera più intenso e profondo, mentre si è inginocchiati al cospetto di Nostro Signore, a dirgli: «Scusi, può tirarsi su la mascherina?».

 

Ad un certo punto, finalmente, i civici sono spariti, ma non di certo le pezze sul grugno. Quelle che ci dovrebbero preservare dall’infezione quando stiamo troppo vicini a un altra persona.

 

Ebbene, chi scrive frequenta quotidianamente la Santa Messa e spesso mi capita di non andare sempre nella stessa parrocchia. Ne vedo di ogni. Parroci che celebrano la messa feriale pomeridiana in una cattedrale semi deserta con la FFP2 sempre addosso. Cambio di microfoni tra una lettura e un’altra. Organisti che suonano in solitudine muniti rigorosamente di maschera. Fedeli che per prendere la comunione brandiscono le ostie intrecciandole con le loro mascherine. Acquasantiere ancora vuote. Distanziamenti siderali in chiese con cinque o sei fedeli presenti. Ci manca che per entrare nel luogo sacro ci chiedano il lasciapassare verde, ma non faccio fatica a credere che qualcuno con manie di protagonismo l’abbia quantomeno pensato.

 

Ecco, ciò detto, vediamo con disarmante sconforto che oramai la chiesa segue pedissequamente gli ordini deliranti di uno stato che appare completamente allo sbando sulla questione vairus.

 

Anche oggi che l’obbligo di indossare la mascherina in luoghi chiusi è quasi sparito (chissà per quanto), ci sono fedeli e parroci ancora ancorati a questa usanza che, dati alla mano, pare arginare ben poco le innumerevoli sottovarianti COVID, ma che oramai per molti di noi questo dispositivo di protezione individuale è alla stregua di un amuleto portafortuna: strofinandolo di tanto in tanto tengo lontana la sfiga così come tirandosi su la mascherina ogni qualvolta si incontra un’altra persona si tiene alla larga il virus.

 

Lasciateci vivere, lasciateci respirare, lasciateci il nostro volto esprimere i nostri sorrisi e le nostre preoccupazioni al cospetto del prossimo, ma soprattutto lasciateci pregare in pace con la consapevolezza che solo Nostro Signore ci salverà da questo sfacelo etico e morale.

 

 

Francesco Rondolini

 

 

 

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L’ideologia del battaglione Azov: uno Stato nello Stato che disprezza Russia e Occidente

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Nonostante la resa del Battaglione Azov presso l’acciaieria Azovstal durante i combattimenti a Mariupol’ il mese scorso, il comando ucraino ha già annunciato la creazione di nuove forze per le operazioni speciali Azov a Kharkov e Kiev.

 

Un articolo apparso sul sito governativo russo RT a firma del giornalista politico esperto di storia degli stati ex sovietici Dmitry Plotnikov cerca di comprendere la radici ideologiche dell’Azov.

 

Come noto, di recente è stato effettuato un parziale rebranding:  lo stemma ucraino – il simbolo araldico medievale del tridente composto da tre spade – ha sostituito nel logo e nelle mostrine la runa Wolfsangel («uncino del lupo») al centro di tante critiche che lo davano come evidente simbolo della matrice nazista del gruppo.

 

Come noto, il Wolfsangel è stato utilizzato sui risvolti delle divisioni Das Reich e Landstorm Nederland delle SS, nonché sul logo del Partito nazista olandese.

 

Gli azoviti hanno respinto tutte queste accuse, sostenendo che il loro simbolo del reggimento non era un Wolfsangel, ma piuttosto le prime lettere dell’espressione «Ideja Natsii», «Idea Nazionale», presumibilmente scritta in un antico alfabeto ucraino, mistura di lettere cirilliche e latine.

 

Non si tratta, spiega Pltonikov, del primo rebranding di Azov: a sua volta, il Wolfsangel sui loro galloni aveva sostituito il più occulto ancora simbolo del «sole nero», quel Sonnenrad che era usato nei rituali delle SS e decorava il pavimento del castello dell’ordine a Wewelsburg, tana prediletta dello spietato gerarca nazista capo delle SS Heinrich Himmler. Va notato come all’epoca, gli azoviti non si preoccupassero di spiegare come quel «sole nero» avesse una qualche radice fittizia.

 

Lo studioso russo spiega che anche questo ultimo rebranding (inteso principalmente per dare a giornalisti, politici e popolazioni occidentali un argomento del tipo: «prima eravamo di estrema destra, ma ora è tutto passato») non segna in alcun modo un cambiamento dell’ideologia di Azov, anzi, potrebbe significarne un rafforzamento.

 

«Per capirlo basta guardare ad Azov non solo come un movimento militare, ma anche come un progetto politico» scrive Plotnikov.

 

Azov è stata fondata da radicali provenienti dai Patrioti dell’Ucraina. Questa organizzazione aveva sede a Kharkov, una città nel nord-est del paese, che ha sempre avuto una popolazione prevalentemente di lingua russa. Pertanto, il tipo di nazionalismo di Azov era diverso.

 

A differenza dei nazionalisti ucraini, non si sono concentrati su questioni relative alla lingua, all’etnia o alla religione dell’Ucraina. Percepivano la nazione come un progetto statalista nello spirito del fascismo italiano.

 

In realtà, il principale ideologo dei Patrioti dell’Ucraina, il pubblicista ucraino del XX secolo Dmitry Dontsov (le cui idee hanno avuto anche una grande influenza sui collaboratori nazisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, l’OUN di Stepan Bandera), ha definito la sua ideologia del «nazionalismo integrale» la versione ucraina del nazionalismo sviluppata negli anni ’20,

 

Allo stesso tempo, Dontsov ha equiparato i concetti di nazione e razza. Quest’ultima si divide in razze padrone e di schiavi.

 

«Secondo Dontsov, gli ucraini sono una razza di padroni, mentre i russi sono una razza di schiavi che cercano di rendere schiavi gli ucraini» scrive Plotnikov. «Lo scontro tra ucraini e russi è di natura assoluta, esistenziale e può finire solo con la distruzione di una delle parti, credeva Dontsov».

 

«Il romanticismo gioca un ruolo chiave in questa lotta, che definisce come la volontà di sacrificio, la coerenza della volontà di più individui di raggiungere il potere e dirigere tutti gli sforzi verso un obiettivo: la costruzione di una nazione ucraina. È questo romanticismo che assicura che l’individuo appartenga all’insieme collettivo e dirige la nazione sulla via dell’espansione».

 

Il romanticismo di Dontsov si basa sul mito della «battaglia finale» del paganesimo tedesco-scandinavo, il cosiddetto Ragnarok, l’apocalisse odinista, quel Crepuscolo degli Dei cantato da Richard Wagner. La rinascita del mondo, quindi, è legata ad una sua previa distruzione.

 

«Il culto dell’idea sposata in questo mito deve assumere la forma del fanatismo religioso. Questo è l’unico modo in cui un’idea può penetrare nell’intimo santuario del carattere di una persona e realizzare quella che Dontsov chiama una rivoluzione radicale nella psiche umana».

 

«L’aggressività verso i portatori di altre opinioni dovrebbe essere generata negli aderenti a questa idea, consentendo loro di rifiutare la moralità universale e le idee sul bene e sul male» scrive lo studioso russo. «La nuova morale dovrebbe essere antiumanista, basata solo sulla volontà di prendere il potere. Gli interessi personali devono sottomettersi al bene comune, tutto ciò che rende più forte la nazione deve essere considerato etico e tutto ciò che lo impedisce deve essere dichiarato immorale».

 

Non sfugge all’occhio dell’osservatore il fatto che la filosofia del Dontsov sia intimamente elitista. Per egli il popolo è solo una massa inerte senza volontà indipendente. Le masse sono private della capacità di sviluppare le proprie idee; possono solo assorbirli passivamente. Il ruolo principale è riservato alla minoranza attiva, cioè un gruppo capace di formulare un’idea per le masse inconsce di facile comprensione e di motivarle a impegnarsi nella lotta. Secondo il pensatore ucrainista, la minoranza attiva dovrebbe sempre essere a capo della nazione.

 

Ciò che gli azoviti hanno preso dai nazisti tedeschi è stata la loro strategia per raggiungere il potere.

Essi «hanno cercato di creare uno “stato nello stato” ombra che avrebbe dovuto prendere il controllo di tutte le istituzioni governative in un momento di acuta crisi politica. Una vasta rete di organizzazioni civili è cresciuta attorno al reggimento Azov negli otto anni della sua esistenza. Questi includono editori di libri, progetti educativi, club di scouting, palestre e altre associazioni».

 

L’Azov «ha pure il suo partito politico, il Corpo Nazionale, con un’ala paramilitare soprannominata Milizia Nazionale. I veterani del reggimento qui giocano un ruolo chiave ».

 

«Con l’aiuto di queste organizzazioni, sono state arruolate reclute sia per il reggimento stesso che per il movimento civile di Azov. I veterani di Azov si sono anche uniti attivamente alle forze armate ucraine e alle forze dell’ordine, tra cui la polizia, l’esercito e i servizi di sicurezza, dove hanno continuato a diffondere l’ideologia del nazionalismo integrale di Azov» racconta Plotnikov.

 

Una seria componente rituale permea tutti gli aspetti della vita all’interno del reggimento Azov stesso e del suo movimento civile. La prova sono alcuni riti notturni, con fiamme e scudi, ancora visibili in rete.

 

Ecco che quindi torniamo a prestare attenzione al nuovo simbolo del reggimento: le tre spade ora raffigurate sui galloni dell’Azov rebrandizzato sarebbero in realtà il riflesso, scrive Plotnikov, di complesso cerimoniale con tre spade di legno fu costruito presso la base principale di Azov nella città di Urzuf vicino a Mariupol’, dove si svolgevano quasi tutti i rituali del reggimento.

 

La più significativa di queste è la commemorazione dei compagni caduti. Durante il rituale, gli Azoviti reggono scudi di legno e torce. Gli scudi portano i simboli principali del reggimento: il «sole nero”»e il Wolfsangel, nonché i nomi dei membri caduti. Il maestro della cerimonia chiama ciascuno dei loro nomi, dopodiché un soldato con lo scudo corrispondente accende una luce commemorativa e dice « Ricordiamo!» al che gli altri rispondono: «Ci vendicheremo!» Questo e altri rituali sarebbero stati sviluppati da un’unità ideologica speciale all’interno di Azov.

 

L’autore passa ad esaminare la scelta del tridente, che potrebbe essere stata dettata da una sorta di marketing generazionale.

 

«Una nuova generazione sta entrando nelle prime posizioni di Azov. Questi non sono più i turbolenti tifosi di calcio che un tempo crearono il battaglione e per i quali sfoggiare i simboli delle SS e sputare ideologia nazista era una forma di protesta. Ora, lo spettacolo è condotto da persone che sono state educate all’interno del sistema Azov con l’ideologia di Azov del nazionalismo integrale».

 

«I legami con l’estrema destra europea, il cosiddetto movimento “nazionalista bianco”, non sono più così importanti per loro. Il centro della loro visione del mondo è lo stato ucraino e la nazione ucraina, condannata a combattere sia contro la Russia che contro i valori liberali dell’Occidente. Naturalmente, per gli azoviti, la parte migliore della nazione ucraina sono loro stessi».

 

La resa della parte principale del reggimento ad Azovstal ha solo cristallizzato l’ideologia Azov, spiega l’articolo di RT. Per gli azoviti, l’attuale conflitto russo-ucraino è diventato la vera «battaglia finale» escatologica rappresentata nell’opera di Wagner. Va combattuta contro i russi e l’Occidente liberale, che non vuole fornire sufficiente assistenza militare o entrare in uno scontro aperto con Mosca.

 

E «se necessario, sarà anche combattuta contro il proprio governo, che ha promesso di evacuare i difensori dell’Azovstal ma non ha mantenuto la parola data».

 

«L’ultima battaglia deve essere combattuta fino alla fine, e agli azoviti non potrebbe importare di meno quanti cittadini ucraini bruceranno nel suo fuoco in nome dell’imposizione della loro “Idea Nazionale”».

 

È la conclusione amara dell’articolo di Plotnikov su un gruppo sostenuto fortemente dai Paesi occidentali (compresa l’Italia, ma senza dimenticare gli sforzi di addestramento di USA e Canada e Regno Unito), ma che i nostri giornalisti ci hanno assicurato non essere in alcun modo nazista, anzi, sono raffinati, romantici lettori di Kant, amorevoli con tutti, e bisogna creder loro perché quando mai i media ci hanno propinato frottole.

 

Della componente neopagana di Azov Renovatio 21 ha parlato subito allo scoppio della guerra, quando, con l’attenzione su Mariupol’, ci si ricordò del tempio al dio paleoslavo del tuono Perun eretto dai militanti di Azov.

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

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