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«Chiesa senza dottrina, senza dogma, senza fede». Intervista con il Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X

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Renovatio 21 pubblica l’intervista di FSSPX.News al Superiore generale della Fraternità San Pio X don Davide Pagliarani tenuta a Menzingen il 5 maggio 2023 nella festa di San Pio V.

 

Reverendo Padre Superiore, Papa Francesco ha recentemente celebrato i dieci del suo pontificato. Qual è, secondo lei, il punto che ha segnato particolarmente questi ultimi anni?

Don Davide Pagliarani: Dopo le ultime idee centrali ed ispiratrici che furono la misericordia, intesa come «amnistia universale», e la nuova morale di stampo ecologista fondata sul rispetto della Terra come «casa comune del genere umano», è innegabile che questi ultimi anni siano stati caratterizzati dall’idea della sinodalità. Non si tratta di un’idea totalmente nuova (1), ma Papa Francesco ne ha fatto l’asse portante del suo pontificato.

 

Si tratta di un’idea talmente onnipresente che a volte si finisce per perdere interesse verso di essa, mentre in realtà rappresenta la quintessenza di un modernismo completo e maturo. Da un punto di vista ecclesiologico, la rivoluzione sinodale dovrebbe segnare e trasformare profondamente la Chiesa nella sua struttura gerarchica, nel suo funzionamento, e soprattutto nell’insegnamento della fede.

 

Papa Francesco ha precisato gli elementi della sua concezione della sinodalità dall’inizio del suo pontificato: innanzitutto con la sua interpretazione del sensus fidei e della pietà popolare come fonte della rivelazione (cf. Evangelii gaudium, n. 119-120); poi affrontando più chiaramente la questione della sinodalità nel suo Discorso per il 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi (17 ottobre 2015). Su questa base, la Commissione internazionale di teologia elaborò un testo che mise in forma tale nozione: La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa (2018), che teorizzava il processo che vediamo oggi in atto.

 

Il sinodo sulla sinodalità si manifesta così come l’applicazione pratica, sulla scala della Chiesa universale, di nozioni che, esposte ed esplorate teologicamente durante tutto questo pontificato, erano state ampiamente sperimentate a partire dal Concilio.

 

Per quali ragioni si è arrivati al disinteresse nei confronti della sinodalità?

Si è forse vista questa questione soprattutto come un problema tedesco o, fatte le debite proporzioni, come un problema belga, e se ne è persa di vista la dimensione più universale. Certo, i tedeschi giocano un ruolo particolare nel processo sinodale, ma il problema posto è un problema romano, e quindi universale. In altri termini, riguarda l’intera Chiesa.

Si preconizza una Chiesa senza dottrina, senza dogma, senza fede, nella quale non ci sarebbe più bisogno di un’autorità che insegni alcunché. Tutto è dissolto in uno spirito di amore e servizio, senza chiedersi troppo a cosa corrisponda tutto questo e dove porti.

 

Come definirebbe questo processo sinodale?

Questo processo è innanzitutto una realtà concreta, più che una dottrina predefinita. È un metodo confuso, o meglio ancora una «prassi», che è stata messa in moto senza che se ne conoscano tutti i possibili punti di arrivo. Concretamente, si tratta di una volontà determinata di far funzionare la Chiesa al contrario.

 

La Chiesa docente non si concepisce più come depositaria di una Rivelazione che proviene da Dio e di cui è custode, ma come un gruppo di vescovi associati al Papa che è all’ascolto dei fedeli, e in particolare all’ascolto di tutte le periferie, cioè con un’attenzione particolare a quanto possono suggerire le anime più lontane. Una Chiesa dove il pastore diventa pecora e la pecora diventa pastore.

 

L’idea sottointesa è che Dio non si rivela attraverso i canali tradizionali che sono la Sacra Scrittura e la Tradizione, custoditi dalla gerarchia, ma attraverso «l’esperienza del popolo di Dio». Per questo il processo sinodale è iniziato con una consultazione dei fedeli delle diocesi del mondo intero. A partire da questi dati si sono stabilite delle sintesi a livello delle conferenze episcopali, per arrivare a una prima sintesi romana pubblicata qualche mese fa.

 

Qual è la portata di questa idea per cui Dio si rivela e fa conoscere la sua volontà attraverso l’esperienza del popolo di Dio?

Questa idea è la base stessa di tutto l’edificio modernista. San Pio X costruisce tutta l’enciclica Pascendi a partire dalla denuncia di questa falsa idea di Rivelazione. Se, invece di riferirsi alla Sacra Scrittura e alla Tradizione, si riduce la fede a un’esperienza – prima individuale, poi comunitaria una volta condivisa – allora si apre il contenuto della fede, e per conseguenza la costituzione della Chiesa, a ogni sorta di possibili evoluzioni. Un’esperienza è per definizione legata a un momento, a un periodo: è una realtà che si produce nel tempo e nella storia e che è dunque per essenza evolutiva. Così come la vita di ciascuno di noi contiene un movimento, ed in conseguenza evolve.

La sinodalità rappresenta la quintessenza di un modernismo completo e maturo.

 

Una simile fede-esperienza, destinata necessariamente ad evolvere secondo le sensibilità e le necessità dei diversi momenti della storia, «si arricchisce» continuamente di nuovi contenuti, e al tempo stesso mette da parte ciò che non è più attuale. Così la fede diventa una realtà piuttosto umana, legata a delle contingenze sempre nuove e mutevoli, come la storia dell’umanità. Alla lunga, non resta più granché di eterno, di trascendente, di immutabile.

 

Se si parla ancora di Dio e della Chiesa, queste due realtà finiscono per essere la proiezione di ciò che l’esperienza può sentire hic et nunc. Questi due termini, con tutti gli altri elementi dogmatici della nostra fede, sono irrimediabilmente alterati nel loro senso e nella loro autentica portata: sono a poco a poco riassorbiti nel flusso di ciò che è semplicemente terrestre e mutevole. Il loro significato evolve con l’umanità e l’esperienza che essa fa di Dio.

 

Non è un’idea nuova, ma il processo sinodale ne rappresenta un compimento nuovo per ampiezza e profondità.

 

Che cosa ci può dire di questa «sintesi romana» che ha evocato?

Si tratta di un testo pubblicato nell’ottobre 2022 e intitolato «Allarga lo spazio della tua tenda». È un documento di lavoro elaborato per la riflessione dei vescovi nella tappa continentale del cammino sinodale, cioè per i vescovi riuniti a livello dei rispettivi continenti (2). Questa sintesi è presentata come l’espressione del sensus fidei dei fedeli, ed è raccomandato ai vescovi di leggerla nella preghiera, «con gli occhi del discepolo, che [la] riconosce come la testimonianza di un percorso di conversione verso una Chiesa sinodale che impara dall’ascolto come rinnovare la propria missione evangelizzatrice (3)». Si suppone dunque che sia a partire da questa presunta espressione del senso della fede dei fedeli che i pastori tirino le conseguenze e prendano le decisioni finali.

Si preconizza esplicitamente il riconoscimento di una Chiesa che funzioni all’inverso, nella quale la Chiesa docente non abbia più niente da insegnare.

 

Ora, il contenuto di questo testo, i suggerimenti che contiene, sono un disastro dall’inizio alla fine. Non c’è praticamente nulla che possa essere considerato come espressione della fede cattolica: la maggior parte dei suggerimenti auspica piuttosto una dissoluzione della Chiesa in una realtà completamente nuova. Si può al limite capire che dei fedeli, ed anche dei preti, soprattutto oggi, possano affermare delle cose strane, ma è assolutamente inconcepibile che simili propositi siano stati conservati nella sintesi realizzata dal Segretariato generale del Sinodo in Vaticano.

 

Ci sono dei passaggi di questa sintesi che la hanno particolarmente colpita?

Ahimè, la maggior parte dei passaggi sono spaventosi, ma ce ne sono due che mi sembrano esprimere bene tutto il documento e, in particolare, la volontà di cambiare, attraverso il Sinodo, l’essenza stessa della Chiesa. Innanzitutto, riguardo l’autorità, si preconizza esplicitamente il riconoscimento di una Chiesa che funzioni all’inverso, nella quale la Chiesa docente non abbia più niente da insegnare: «È importante costruire un modello istituzionale sinodale come paradigma ecclesiale di destrutturazione del potere piramidale che privilegia le gestioni unipersonali. L’unica autorità legittima nella Chiesa deve essere quella dell’amore e del servizio, seguendo l’esempio del Signore». (4)

 

Qui, ci si chiede se ci si trova in presenza di un’eresia o, semplicemente, di un nulla che non si riesce nemmeno a qualificare. L’eretico, in effetti, «crede» ancora in qualcosa, e può avere ancora un’idea della Chiesa, benché deformata. Qui siamo in presenza di un’idea di Chiesa non solo vaga ma, per riprendere un termine alla moda, «liquida».

 

In altri termini, si preconizza una Chiesa senza dottrina, senza dogma, senza fede, nella quale non ci sarebbe più bisogno di un’autorità che insegni alcunché. Tutto è dissolto in uno spirito di amore e servizio, senza chiedersi troppo a cosa corrisponda tutto questo – ammesso che corrisponda a qualcosa – e dove porti.

 

Lei ha menzionato un secondo passaggio che la ha particolarmente colpita…

In effetti, un secondo passaggio mi sembra riassumere bene lo spirito dell’insieme del testo, e allo stesso tempo, il sentire caratteristico di questi ultimi anni di pontificato: «Il mondo ha bisogno di una “Chiesa in uscita”, che rifiuta la divisione tra credenti e non credenti, che rivolge lo sguardo all’umanità e le offre, più che una dottrina o una strategia, un’esperienza di salvezza, un “traboccamento del dono” che risponda al grido dell’umanità e della natura» (5). Sono convinto che questa breve frase racchiuda un significato e una portata molto più profondi di quanto appaia di primo acchito.

La Chiesa si trova ridotta a proporre un “vangelo” diminuito, naturalizzato, […] a un’umanità che non si vuole più convertire.

 

Il fatto di rigettare la distinzione tra credenti e non-credenti è certamente folle, ma logico nel contesto attuale: se la fede non è più una realtà autenticamente soprannaturale, la Chiesa stessa, che la dovrebbe custodire e predicare, altera la sua ragion d’essere e la sua missione presso gli uomini.

 

In effetti, se la fede è solo un’esperienza tra le altre, non si vede perché debba essere la migliore, né perché la si debba imporre universalmente.

 

In altri termini, un’esperienza-sentimento non può corrispondere a una verità assoluta: il suo valore è quello di un’opinione particolare, che non può più essere la verità nel senso tradizionale del termine. Si finisce allora logicamente nel rifiuto di distinguere tra credenti e non-credenti. Resta solo l’umanità, con le sue attese, le sue opinioni e le sue grida, che in quanto tali non postulano nulla di soprannaturale.

 

La Chiesa offre così all’umanità un insegnamento che non corrisponde più alla trasmissione di una Rivelazione trascendente. Si trova ridotta a proporre un “vangelo” diminuito, naturalizzato, semplice libro di riflessione e consolazione adattato indistintamente a tutti. In questa prospettiva, si capisce come la nuova teologia e la nuova morale ecologista proposta da Laudato si’ si offrano ad un’umanità che non si vuole più convertire, e nella quale non si fa più distinzione tra credenti e non-credenti.

 

In campo mediatico, si fa notare particolarmente l’attenzione che il Sinodo presta alle unioni tra persone dello stesso sesso. Come vede questo problema?

Non si può negare che la pressione esercitata a livello mondiale in questo campo trovi la sua eco nel processo sinodale. Si chiede alla Chiesa di essere più accogliente e attenta ai bisogni affettivi di queste persone, soprattutto dopo che le porte sono state aperte da Amoris laetitia. È uno degli argomenti sui quali c’è più forte attesa.

 

L’impressione che si ha osservando quanto avviene è che da un lato l’autorità della Chiesa ricorda il principio secondo il quale simili coppie non possono essere benedette – come è avvenuto per esempio con la risposta della Congregazione per la Dottrina della Fede nel marzo 2021. Dall’altro lato, tali coppie sono state comunque benedette in alcune occasioni: alcune si sono recate in chiesa per ricevere una benedizione dopo un matrimonio civile in comune.

 

Qualche mese fa, i vescovi belgi fiamminghi hanno anche pubblicato un rituale ufficiale per benedire tali coppie, una nuova iniziativa che finora non ha visto reazioni da parte del Vaticano. Secondo il vescovo di Anversa, il Papa sarebbe anzi stato al corrente, e avrebbe deciso di lasciar fare.

 

Ugualmente, i tedeschi propongono dei passi in avanti notevoli e apertamente rivoluzionari in questo campo. Tutto questo provoca inevitabilmente delle reazioni in una parte dei vescovi e dei fedeli, mentre un buon numero di essi si limita ad osservare passivamente le cose.

I princìpi morali tradizionali sono trasformati in libere opzioni.

 

Così, si creano una confusione e una dialettica, in questo campo come in altri, che fanno sì che tutti si aspettino un pronunciamento dell’autorità… Questa ha allora piena libertà di mettere un freno a quanto appare troppo prematuro, ma al tempo stesso di spingersi avanti concedendo delle cose che, a poco a poco, entrano nei costumi e nelle abitudini. A volte, la dottrina tradizionale è ricordata e perfino definita come immutabile, così da rassicurare i conservatori. Ma poi si mettono in avanti le necessità pastorali dei casi particolari, applicando una misericordia «miracolosa» che concilia l’inconciliabile.

 

In realtà, i princìpi morali tradizionali, esattamente come la fede, sono trasformati in libere opzioni. Questo modo di procedere è proprio ad un’autorità che non è più guidata da princìpi trascendenti, ma si mostra sensibile alle aspettative del momento, ben determinata a soddisfarle, secondo un’opportunità valutata in modo puramente pragmatico.

 

Ora, si deve ben cogliere che tutto questo non si ferma ad un punto determinato. Questo modo di esercitare l’autorità subisce lo stesso meccanismo che regge le democrazie moderne: una cosa che non può essere approvata oggi lo sarà domani, quando con la stessa dialettica, con una nuova pressione, con dei nuovi precedenti, la situazione sarà abbastanza matura e gli spiriti abbastanza preparati. Ecco descritto in poche parole il meccanismo innescato dalla sinodalità, ed ecco perché ci troviamo davanti alla forma più matura del modernismo.

 

Recentemente, un rescritto di Papa Francesco ha ricordato che ogni nuovo sacerdote che volesse celebrare la Messa tridentina deve ottenere il permesso esplicito della Santa Sede. In più, se una Messa tridentina è autorizzata in una chiesa parrocchiale, ci vuole pure il permesso della Santa Sede. Come valuta queste misure?

Penso che non sia necessario essere un esperto molto accorto per capire la volontà manifesta di metter fine alla celebrazione della Messa tridentina. Questo rescritto del febbraio 2023, come la lettera apostolica Desiderio desideravi del giugno 2022, hanno la duplice finalità di restringere al massimo l’uso del messale tradizionale, ed anche di spaventare chiunque volesse utilizzarlo.

 

In tali condizioni, immagino con difficoltà un giovane sacerdote avere il coraggio di rivolgersi alla Santa Sede per chiedere il permesso di celebrare la Messa tridentina. Che lo si voglia o no, a partire dal motu proprio Traditionis custodes, questa Messa è praticamente proibita nella Chiesa; come è stato recentemente ricordato dal Cardinal Roche, con il Concilio «la teologia della Chiesa è cambiata» (6), ed in conseguenza la liturgia, che ne è l’espressione.

 

In questo clima, i membri degli Istituti detti Ecclesia Dei vivono un momento di attesa e di apprensione. Si sente parlare di un ulteriore documento pontifico che li riguarderebbe e che potrebbe essere pubblicato prossimamente. Che cosa ci può dire a questo proposito?

Non so assolutamente nulla di un tale documento, ma penso che un prete non possa vivere serenamente il proprio sacerdozio se accetta di avere costantemente una spada di Damocle sospesa sulla testa; allo stesso tempo, non può vivere serenamente se è continuamente messo in allarme dai minimi rumori.

 

Un sacerdote dovrebbe poter vivere la propria Messa senza chiedersi se domani sarà ancora autorizzato dai suoi superiori a celebrarla. Deve avere la preoccupazione di far partecipare le anime ai tesori che dispensa, senza vivere con la costante paura di esserne privato lui stesso, o in attesa di un miracolo che gli permetta di sfuggire alla situazione precaria nella quale si trova. Non penso che la Provvidenza voglia questo.

 

In più, purtroppo, i membri di questi Istituti, come molti sacerdoti desiderosi di celebrare il rito tridentino, vivono in un tale timore che condannano se stessi al silenzio di fronte all’attualità della vita della Chiesa: infatti sanno bene che, il giorno in cui volessero esprimere qualche riserva di fronte a ciò che succede oggi, la spada di Damocle potrebbe cadere su di loro.

 

Il Cardinal Roche è pronto a ricordarlo loro in ogni momento. Lo dico in piena carità: questa situazione provoca una dicotomia permanente tra la sfera liturgica e la sfera dottrinale, che rischia di far vivere questi sacerdoti nella delusione, e di paralizzarli irrimediabilmente nella necessaria professione pubblica della loro fede.

 

Ecco perché oggi, soprattutto in alcuni paesi, la reazione contro le follie del movimento sinodale, paradossalmente, proviene piuttosto da ambienti che non sono legati all’uso del messale tradizionale.

 

Come vede l’avvenire della Fraternità San Pio X?

Lo vedo in perfetta continuità con ciò che la Fraternità ha rappresentato finora. La Fraternità deve essere preoccupata dell’attualità della Chiesa, ma senza interessarsi ai rumori, a ciò che tal Cardinale avrebbe detto in gran segreto a tal seminarista, a ciò che potrebbe prodursi, a ciò che potrebbe succederci… Dobbiamo vivere al di sopra di tutto questo.

Dobbiamo essere coscienti che al culto tradizionale della Chiesa corrisponde anche una vita morale che non abbiamo il diritto di alterare nei suoi princìpi.

 

Per il bene della Chiesa, la Fraternità deve custodire e garantire, ai suoi sacerdoti e ai suoi fedeli, la piena libertà della celebrazione della liturgia tradizionale. Allo stesso tempo, la Fraternità deve continuare a garantire la conservazione della teologia tradizionale che accompagna e sostiene questa stessa liturgia.

 

Un cattolico ancora lucido non potrebbe rinunciare a tale dottrina: il cambiamento di questa durante il Concilio è proprio l’elemento che – per parafrasare il Cardinal Roche – ha ispirato la nuova messa. Dobbiamo mantenere l’una e l’altra, con la piena libertà di opporci agli errori e ai loro fautori. In effetti, se la liturgia è per definizione pubblica, lo è anche la professione della fede che le è associata.

 

Allo stesso tempo, oggi più che mai, dobbiamo essere coscienti che al culto tradizionale della Chiesa corrisponde anche una vita morale che non abbiamo il diritto di alterare nei suoi princìpi. Al centro della nostra religione, Dio ha piantato la Croce ed il Sacrificio. Nessuno si può salvare senza la Croce o senza il Sacrificio, accettando – in nome di un falso amore e di una falsa misericordia – ogni sorta di abominazione.

 

C’è un solo amore che salva, perché c’è un solo vero amore che purifica: quello della Croce, quello della Redenzione; quello che Nostro Signore ci ha mostrato, che ci comunica, e che ha voluto chiamare «carità».

 

Questo amore però non può esistere senza la fede e senza chi la insegna.

 

 

NOTE

1) Il movimento sinodale è cominciato immediatamente dopo il Concilio, dopo il quale si sono tenuti più di mille sinodi diocesani: la maggior novità di questi è stata la frequente presenza di laici.

2) Si tratta più precisamente di sette continenti, perché l’America del Nord e del Sud rappresentano due entità diverse; ugualmente, il Vicino Oriente e il resto dell’Asia formano due regioni distinte.

3) Allarga lo spazio della tua tenda, n. 13.

4) Ibidem, n. 57

5) Ibidem, n. 42.

6) «La teologia della Chiesa è cambiata», ha osservato il Cardinal Roche. «In precedenza, il sacerdote rappresentava, a distanza, tutto il popolo: esso era canalizzato da questa persona che, sola, celebrava la Messa. [Oggi, invece], non è solo il prete che celebra la liturgia, ma anche quelli che sono battezzati con lui, ed è un’affermazione enorme». (Emissione a BBC Radio 4, trasmessa il 19 marzo 2023)

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

 

Immagine da FSSPX.news

 

 

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Il cardinale Fernandez dice al superiore della FSSPX che i documenti del Vaticano II «non possono essere corretti»

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Il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, avrebbe dichiarato a don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), che i documenti del Concilio Vaticano II non possono «essere corretti». Lo scrive la vaticanista Diane Montagna.

 

Un comunicato diffuso giovedì dalla Casa Generalizia della FSSPX ha reso noto che, sebbene il cardinal Fernandez abbia proposto l’avvio di un dialogo per definire il «minimo necessario» affinché la Fraternità possa ottenere uno status canonico regolare, ha al contempo precisato che i testi conciliari devono essere accettati integralmente dalla FSSPX come condizione imprescindibile per raggiungere tale regolarizzazione.

 

«Il cardinale ha affermato oralmente che, sebbene sia possibile avviare un dialogo sul Concilio, i suoi testi non possono essere corretti», si legge nel comunicato.

 

Nel corso dell’incontro tenutosi giovedì tra Fernáandez e Pagliarani, il prefetto ha suggerito scambi mirati a chiarire «i diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la loro interpretazione».

 

L’intransigenza manifestata da Fernández sui documenti del Vaticano II riduce sensibilmente le prospettive di un’intesa reciproca tra il Vaticano e la FSSPX, considerando che la Fraternità – insieme al suo fondatore, l’arcivescovo Marcel Lefebvre – ha sempre sostenuto con fermezza che alcune parti di quei testi risultano in contraddizione con l’insegnamento magisteriale perenne della Chiesa.

 

Il Fernandez ha posto come precondizione per qualsiasi dialogo la sospensione da parte della FSSPX della decisione di procedere alle consacrazioni episcopali previste per l’estate.

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Inoltre, secondo quanto emerso dal comunicato post-incontro, Fernandez ha minacciato Pagliarani e la Fraternità del crimine di «scisma» qualora le ordinazioni annunciate dovessero essere celebrate.

 

Il cardinale ha chiesto a Pagliarani di sottoporre la proposta al proprio Consiglio e di prendersi il tempo necessario per valutarla. Il superiore generale «risponderà nei prossimi giorni» e «scrivendo direttamente al cardinale Fernández renderà nota la sua risposta anche ai fedeli», ha precisato la FSSPX.

 

Giovedì, Pagliarani avrebbe «rinnovato il suo desiderio» che la Fraternità possa proseguire la propria opera nella situazione attuale, definita «eccezionale e temporanea», per il bene delle anime.

 

Va rilevato che la richiesta del cardinale Fernandez di un’accettazione piena e integrale dei testi del Vaticano II contrasta con le precisazioni fornite nel 2016 dall’arcivescovo Guido Pozzo, allora segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, secondo cui «alcuni testi del Concilio non sono dottrinali e quindi non vincolano la coscienza cattolica».

 

Monsignor Pozzo aveva citato espressamente i documenti contestati dalla FSSPX, quali Nostra Aetate sul dialogo interreligioso, Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo e Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, spiegando che si tratta di «istruzioni e linee guida orientative per la pratica pastorale» e non di affermazioni dottrinali definitive. Di conseguenza, secondo Pozzo, sarebbe possibile «continuare a discutere di questi aspetti pastorali dopo l’approvazione canonica [della FSSPX], al fine di condurci a ulteriori chiarimenti accettabili».

 

L’incontro di giovedì, promosso da Fernandez, segue l’annuncio della FSSPX del 2 febbraio, con cui si prevedeva la consacrazione di nuovi vescovi il 1° luglio. L’arcivescovo Lefebvre aveva ordinato quattro vescovi senza mandato pontificio il 30 giugno 1988, proprio per garantire – secondo la sua visione e quella della Fraternità – la sopravvivenza della Tradizione cattolica nella Chiesa post-conciliare.

 

Lefebvre, unitamente ai vescovi Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta, fu dichiarato scomunicato latae sententiae da papa Giovanni Paolo II. Le scomuniche dei quattro vescovi furono revocate da papa Benedetto XVI il 21 gennaio 2009; Lefebvre era deceduto il 25 marzo 1991.

 

Attualmente, tra i prelati consacrati nel 1988, restano in vita solo Fellay e de Galarreta.

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Possiamo proibire alla FSSPX ciò che permettiamo al Partito Comunista Cinese?

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La domanda sorge spontanea nella mente di molti fedeli cattolici in tutto il mondo: come può Roma considerare con severità le consacrazioni episcopali della FSSPX, previste per il 1° luglio, e allo stesso tempo riconoscere, tollerare o approvare retroattivamente le nomine imposte dal Partito Comunista Cinese?   Non si tratta di un parallelo artificiale. I fatti sono pubblici, ripetuti e documentati. Per anni, il regime comunista cinese – ufficialmente ateo, dottrinalmente materialista e strutturalmente ostile alla regalità sociale di Cristo – ha interferito direttamente nella nomina dei vescovi. Non lo fa per servire la Chiesa, ma per controllarla. Non lo fa per proteggere la fede, ma per inquadrarla, monitorarla e orientarla secondo gli interessi di uno stato ideologico.   Eppure, di fronte a queste gravi interferenze nella costituzione divina della Chiesa, Roma si impegna nel dialogo, nelle trattative e nel compromesso. Arriva persino a riconoscere alcune nomine fatte unilateralmente senza mandato papale, in nome di un pragmatismo diplomatico presentato come necessario per il bene delle anime, per preservare l’accordo firmato nel 2018 tra il governo di Pechino e la Santa Sede.   Si fa poi riferimento al contesto. Si discute di realismo. Si spiega che bisogna evitare una rottura totale, mantenere un canale e cosa si può ancora preservare della vita cattolica in un contesto di persecuzione.   Ma allora sorge spontanea la domanda: perché questo ragionamento, accettato di fronte a un potere comunista, diventerebbe inaccettabile di fronte alla FSSPX?   Qual è, dopotutto, l’intento della FSSPX? Servire uno Stato? Fondare una chiesa nazionale? Promuovere un’ideologia estranea alla fede? Ovviamente no. Il suo unico scopo è la salvaguardia del sacerdozio cattolico, la trasmissione integrale della fede, la difesa della Messa tradizionale e la protezione delle anime in una crisi senza precedenti per la Chiesa.

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Quando la FSSPX parla della necessità dei vescovi, non si riferisce alla giurisdizione territoriale o personale. Parla di cresime, ordinazioni e continuità sacramentale. Parla della concreta sopravvivenza di un sacerdozio formato secondo una dottrina senza tempo. Parla del diritto dei fedeli a ricevere i sacramenti nella loro integrità dottrinale e liturgica.   I fini sono radicalmente diversi. Da un lato, un potere ateo impone i vescovi per sottomettere la Chiesa. Dall’altro, una società sacerdotale immagina i vescovi per preservare la fede e i sacramenti. Porre queste due realtà sullo stesso piano disciplinare, senza considerare l’intenzione o il contesto della crisi della Chiesa, equivarrebbe ad applicare la legge in modo astratto, slegata dal fine per cui esiste: la salvezza delle anime.   Eppure è proprio questo principio che Roma invoca in Cina. Una situazione imperfetta viene accettata per preservare un bene superiore. Il bene delle anime è forse meno in gioco quando è coinvolta la Tradizione? Il pericolo per la fede è minore quando i fedeli sono privati ​​di cresime, ordinazioni e sacerdoti formati secondo la dottrina costante della Chiesa?   Chi può seriamente sostenere che la minaccia per le anime provenga più dalla FSSPX che da un apparato statale comunista che imprigiona vescovi fedeli, controlla i seminari e riscrive la dottrina alla luce del marxismo?   La sproporzione è così grande da turbare molti credenti, ben oltre i ranghi del movimento tradizionalista. Vedono la pazienza dimostrata nei confronti di Pechino. Vedono anche le restrizioni, le pressioni e i sospetti che gravano sulle comunità tradizionali. Osservano che c’è una diffusa tolleranza laddove la fede è minacciata dall’ateismo di Stato, ma che c’è intransigenza laddove viene difesa nella sua integrità.   Non si tratta di contestare l’autorità della Santa Sede, né di negare il suo diritto di nominare i vescovi. Si tratta di ricordare che l’esercizio di questa autorità rientra sempre nell’ordine della salvezza delle anime, che rimane la legge suprema della Chiesa.   Se, per preservare questa salvezza, Roma può riconoscere situazioni canonicamente irregolari in Cina, come potrebbe considerare un pericolo maggiore le consacrazioni motivate unicamente dalla salvaguardia del sacerdozio e della Tradizione?   Il Santo Padre sa – e la FSSPX lo ha sempre affermato – che non si tratta di istituire una gerarchia parallela o di usurpare una giurisdizione. Si tratta di un atto necessario in un contesto di diffusa crisi dottrinale e liturgica, paragonabile in linea di principio ad altre misure straordinarie adottate nella storia della Chiesa quando la fede era gravemente minacciata.   In definitiva, la questione non è disciplinare, ma ecclesiale e dottrinale. Riguarda il modo in cui le autorità percepiscono la crisi attuale. Se la crisi della Chiesa viene riconosciuta nella sua gravità, certe misure eccezionali diventano comprensibili. Se viene minimizzata, appaiono intollerabili.   La risposta ora spetta a Roma.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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«Dolore e indignazione», avanti con le consacrazioni: mons. Viganò sull’incontro tra la FSSPX e il Dicastero per la Dottrina della Fede

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Non posso che prendere atto con dolore e indignazione del Comunicato diffuso oggi dal Dicastero per la Dottrina della Fede, a firma del card. Víctor Manuel Fernández, al termine del suo incontro con Don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

 

Dopo decenni di umiliazioni, di dialoghi inconcludenti, di concessioni parziali revocate con Traditionis Custodes, di silenzi assordanti sulle deviazioni dottrinali e liturgiche diffuse in tutta la Chiesa ed ancor più gravi errori dottrinali e morali promossi dal più alto Soglio, Roma pretende ora di porre come condizione preliminare al dialogo la sospensione delle Consacrazioni episcopali annunciate dalla FSSPX per il 1° luglio — Consacrazioni che non sono atto di ribellione, ma atto supremo di fedeltà alla Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana, privata da quasi sessant’anni di Vescovi che predichino la Dottrina integra e amministrino i Sacramenti senza compromessi con l’errore.

 

Il Comunicato del Dicastero ripropone in modo subdolo il medesimo schema modernista già visto nel 1988: si offre un «dialogo teologico» su questioni che la Santa Sede ha sempre rifiutato di affrontare seriamente — la libertà religiosa, la collegialità episcopale distruttiva, l’ecumenismo paneretico, la dichiarazione Nostra Ætate che equipara false religioni all’unica vera Fede, il Documento di Abu Dhabi — mentre si minaccia lo “scisma” per l’unico gesto che potrebbe garantire la certezza della Successione Apostolica.

 

Ma chi brandisce oggi lo «scisma» come un’arma?

 

Chi ha scomunicato i Vescovi consacrati nel 1988 per aver difeso la Tradizione e il suo cuore palpitante, la Messa Cattolica?

 

Chi mi ha scomunicato e ridotto al silenzio, mentre ha promosso eretici dichiarati e ha coperto abusi di ogni genere?

 

Chi ha imposto ai fedeli di sottomettersi a un’autorità che ha abiurato la dottrina cattolica immutabile in nome di un «nuovo umanesimo» e di una «sinodalità» che altro non è se non il cancro della democrazia applicato alla Chiesa Cattolica per distruggerne dall’interno la divina Costituzione gerarchica e il Primato Petrino?

 


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Il vero scisma non è quello di chi consacra Vescovi per custodire e trasmettere integralmente la Fede Cattolica, ma quello compiuto dalla Gerarchia conciliare e sinodale che ha rinnegato la Tradizione Apostolica, sostituendo la Dottrina con ambiguità eretiche, il Culto cattolico con una liturgia protestantizzata, e l’Autorità con un potere totalitario esercitato contro i fedeli che rifiutano l’apostasia.

 

La Fraternità San Pio X non ha bisogno del permesso di chi ha abiurato la Fede per compiere ciò che la Provvidenza le chiede, ossia: perpetuare la linea episcopale fedele alla Tradizione.

 

Mons. Marcel Lefebvre non ha agito per scisma, ma per stato di necessità; lo stesso stato di necessità che persiste oggi, aggravato dalla persecuzione sistematica della Messa tradizionale e dall’imposizione di false dottrine che contraddicono il Magistero perenne.

 

Pertanto, con la chiarezza che la situazione richiede e con la responsabilità che compete a chi ha giurato di difendere la Fede fino all’effusione del sangue:

 

• esorto la Fraternità San Pio X a rifiutare categoricamente di sospendere le Consacrazioni episcopali annunciate. Esse non sono negoziabili: sono un dovere sacro di fronte a Dio e alle anime;

 

• esorto a rifiutare qualsiasi «dialogo teologico» che parta dal presupposto che il Concilio Vaticano II sia compatibile con la Tradizione. Il problema non è «interpretare» il Vaticano II, ma riconoscere che esso ha introdotto errori che ledono la dottrina cattolica in punti essenziali e pregiudicano la salvezza delle anime;

 

• dichiaro che la vera comunione ecclesiale non si misura con il riconoscimento canonico da parte di una Gerarchia che ha perso la Fede, ma con la fedeltà integrale alla Rivelazione divina, al Magistero bimillenario e ai Santi Sacramenti trasmessi senza adulterazione.

 

• invito tutti i cattolici di buona volontà — Clero, Religiosi e fedeli — a riconoscere che lo stato di necessità perdura e che la salvezza delle anime richiede pastori che non scendano a patti con l’errore.

 

Sono certo che la Fraternità Sacerdotale San Pio X continuerà a pregare per la conversione dei pastori infedeli e per il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. E che non baratterà la Verità per un riconoscimento che significherebbe accettare l’errore e tradire l’eredità del suo Fondatore, il venerato Arcivescovo Marcel Lefebvre.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo,
12 Febbraio 2026

 

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Immagine da Exsurge Domine

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