Spirito
«Chiesa senza dottrina, senza dogma, senza fede». Intervista con il Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Renovatio 21 pubblica l’intervista di FSSPX.News al Superiore generale della Fraternità San Pio X don Davide Pagliarani tenuta a Menzingen il 5 maggio 2023 nella festa di San Pio V.
Reverendo Padre Superiore, Papa Francesco ha recentemente celebrato i dieci del suo pontificato. Qual è, secondo lei, il punto che ha segnato particolarmente questi ultimi anni?
Don Davide Pagliarani: Dopo le ultime idee centrali ed ispiratrici che furono la misericordia, intesa come «amnistia universale», e la nuova morale di stampo ecologista fondata sul rispetto della Terra come «casa comune del genere umano», è innegabile che questi ultimi anni siano stati caratterizzati dall’idea della sinodalità. Non si tratta di un’idea totalmente nuova (1), ma Papa Francesco ne ha fatto l’asse portante del suo pontificato.
Si tratta di un’idea talmente onnipresente che a volte si finisce per perdere interesse verso di essa, mentre in realtà rappresenta la quintessenza di un modernismo completo e maturo. Da un punto di vista ecclesiologico, la rivoluzione sinodale dovrebbe segnare e trasformare profondamente la Chiesa nella sua struttura gerarchica, nel suo funzionamento, e soprattutto nell’insegnamento della fede.
Papa Francesco ha precisato gli elementi della sua concezione della sinodalità dall’inizio del suo pontificato: innanzitutto con la sua interpretazione del sensus fidei e della pietà popolare come fonte della rivelazione (cf. Evangelii gaudium, n. 119-120); poi affrontando più chiaramente la questione della sinodalità nel suo Discorso per il 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi (17 ottobre 2015). Su questa base, la Commissione internazionale di teologia elaborò un testo che mise in forma tale nozione: La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa (2018), che teorizzava il processo che vediamo oggi in atto.
Il sinodo sulla sinodalità si manifesta così come l’applicazione pratica, sulla scala della Chiesa universale, di nozioni che, esposte ed esplorate teologicamente durante tutto questo pontificato, erano state ampiamente sperimentate a partire dal Concilio.
Per quali ragioni si è arrivati al disinteresse nei confronti della sinodalità?
Si è forse vista questa questione soprattutto come un problema tedesco o, fatte le debite proporzioni, come un problema belga, e se ne è persa di vista la dimensione più universale. Certo, i tedeschi giocano un ruolo particolare nel processo sinodale, ma il problema posto è un problema romano, e quindi universale. In altri termini, riguarda l’intera Chiesa.
Si preconizza una Chiesa senza dottrina, senza dogma, senza fede, nella quale non ci sarebbe più bisogno di un’autorità che insegni alcunché. Tutto è dissolto in uno spirito di amore e servizio, senza chiedersi troppo a cosa corrisponda tutto questo e dove porti.
Come definirebbe questo processo sinodale?
Questo processo è innanzitutto una realtà concreta, più che una dottrina predefinita. È un metodo confuso, o meglio ancora una «prassi», che è stata messa in moto senza che se ne conoscano tutti i possibili punti di arrivo. Concretamente, si tratta di una volontà determinata di far funzionare la Chiesa al contrario.
La Chiesa docente non si concepisce più come depositaria di una Rivelazione che proviene da Dio e di cui è custode, ma come un gruppo di vescovi associati al Papa che è all’ascolto dei fedeli, e in particolare all’ascolto di tutte le periferie, cioè con un’attenzione particolare a quanto possono suggerire le anime più lontane. Una Chiesa dove il pastore diventa pecora e la pecora diventa pastore.
L’idea sottointesa è che Dio non si rivela attraverso i canali tradizionali che sono la Sacra Scrittura e la Tradizione, custoditi dalla gerarchia, ma attraverso «l’esperienza del popolo di Dio». Per questo il processo sinodale è iniziato con una consultazione dei fedeli delle diocesi del mondo intero. A partire da questi dati si sono stabilite delle sintesi a livello delle conferenze episcopali, per arrivare a una prima sintesi romana pubblicata qualche mese fa.
Qual è la portata di questa idea per cui Dio si rivela e fa conoscere la sua volontà attraverso l’esperienza del popolo di Dio?
Questa idea è la base stessa di tutto l’edificio modernista. San Pio X costruisce tutta l’enciclica Pascendi a partire dalla denuncia di questa falsa idea di Rivelazione. Se, invece di riferirsi alla Sacra Scrittura e alla Tradizione, si riduce la fede a un’esperienza – prima individuale, poi comunitaria una volta condivisa – allora si apre il contenuto della fede, e per conseguenza la costituzione della Chiesa, a ogni sorta di possibili evoluzioni. Un’esperienza è per definizione legata a un momento, a un periodo: è una realtà che si produce nel tempo e nella storia e che è dunque per essenza evolutiva. Così come la vita di ciascuno di noi contiene un movimento, ed in conseguenza evolve.
La sinodalità rappresenta la quintessenza di un modernismo completo e maturo.
Una simile fede-esperienza, destinata necessariamente ad evolvere secondo le sensibilità e le necessità dei diversi momenti della storia, «si arricchisce» continuamente di nuovi contenuti, e al tempo stesso mette da parte ciò che non è più attuale. Così la fede diventa una realtà piuttosto umana, legata a delle contingenze sempre nuove e mutevoli, come la storia dell’umanità. Alla lunga, non resta più granché di eterno, di trascendente, di immutabile.
Se si parla ancora di Dio e della Chiesa, queste due realtà finiscono per essere la proiezione di ciò che l’esperienza può sentire hic et nunc. Questi due termini, con tutti gli altri elementi dogmatici della nostra fede, sono irrimediabilmente alterati nel loro senso e nella loro autentica portata: sono a poco a poco riassorbiti nel flusso di ciò che è semplicemente terrestre e mutevole. Il loro significato evolve con l’umanità e l’esperienza che essa fa di Dio.
Non è un’idea nuova, ma il processo sinodale ne rappresenta un compimento nuovo per ampiezza e profondità.
Che cosa ci può dire di questa «sintesi romana» che ha evocato?
Si tratta di un testo pubblicato nell’ottobre 2022 e intitolato «Allarga lo spazio della tua tenda». È un documento di lavoro elaborato per la riflessione dei vescovi nella tappa continentale del cammino sinodale, cioè per i vescovi riuniti a livello dei rispettivi continenti (2). Questa sintesi è presentata come l’espressione del sensus fidei dei fedeli, ed è raccomandato ai vescovi di leggerla nella preghiera, «con gli occhi del discepolo, che [la] riconosce come la testimonianza di un percorso di conversione verso una Chiesa sinodale che impara dall’ascolto come rinnovare la propria missione evangelizzatrice (3)». Si suppone dunque che sia a partire da questa presunta espressione del senso della fede dei fedeli che i pastori tirino le conseguenze e prendano le decisioni finali.
Si preconizza esplicitamente il riconoscimento di una Chiesa che funzioni all’inverso, nella quale la Chiesa docente non abbia più niente da insegnare.
Ora, il contenuto di questo testo, i suggerimenti che contiene, sono un disastro dall’inizio alla fine. Non c’è praticamente nulla che possa essere considerato come espressione della fede cattolica: la maggior parte dei suggerimenti auspica piuttosto una dissoluzione della Chiesa in una realtà completamente nuova. Si può al limite capire che dei fedeli, ed anche dei preti, soprattutto oggi, possano affermare delle cose strane, ma è assolutamente inconcepibile che simili propositi siano stati conservati nella sintesi realizzata dal Segretariato generale del Sinodo in Vaticano.
Ci sono dei passaggi di questa sintesi che la hanno particolarmente colpita?
Ahimè, la maggior parte dei passaggi sono spaventosi, ma ce ne sono due che mi sembrano esprimere bene tutto il documento e, in particolare, la volontà di cambiare, attraverso il Sinodo, l’essenza stessa della Chiesa. Innanzitutto, riguardo l’autorità, si preconizza esplicitamente il riconoscimento di una Chiesa che funzioni all’inverso, nella quale la Chiesa docente non abbia più niente da insegnare: «È importante costruire un modello istituzionale sinodale come paradigma ecclesiale di destrutturazione del potere piramidale che privilegia le gestioni unipersonali. L’unica autorità legittima nella Chiesa deve essere quella dell’amore e del servizio, seguendo l’esempio del Signore». (4)
Qui, ci si chiede se ci si trova in presenza di un’eresia o, semplicemente, di un nulla che non si riesce nemmeno a qualificare. L’eretico, in effetti, «crede» ancora in qualcosa, e può avere ancora un’idea della Chiesa, benché deformata. Qui siamo in presenza di un’idea di Chiesa non solo vaga ma, per riprendere un termine alla moda, «liquida».
In altri termini, si preconizza una Chiesa senza dottrina, senza dogma, senza fede, nella quale non ci sarebbe più bisogno di un’autorità che insegni alcunché. Tutto è dissolto in uno spirito di amore e servizio, senza chiedersi troppo a cosa corrisponda tutto questo – ammesso che corrisponda a qualcosa – e dove porti.
Lei ha menzionato un secondo passaggio che la ha particolarmente colpita…
In effetti, un secondo passaggio mi sembra riassumere bene lo spirito dell’insieme del testo, e allo stesso tempo, il sentire caratteristico di questi ultimi anni di pontificato: «Il mondo ha bisogno di una “Chiesa in uscita”, che rifiuta la divisione tra credenti e non credenti, che rivolge lo sguardo all’umanità e le offre, più che una dottrina o una strategia, un’esperienza di salvezza, un “traboccamento del dono” che risponda al grido dell’umanità e della natura» (5). Sono convinto che questa breve frase racchiuda un significato e una portata molto più profondi di quanto appaia di primo acchito.
La Chiesa si trova ridotta a proporre un “vangelo” diminuito, naturalizzato, […] a un’umanità che non si vuole più convertire.
Il fatto di rigettare la distinzione tra credenti e non-credenti è certamente folle, ma logico nel contesto attuale: se la fede non è più una realtà autenticamente soprannaturale, la Chiesa stessa, che la dovrebbe custodire e predicare, altera la sua ragion d’essere e la sua missione presso gli uomini.
In effetti, se la fede è solo un’esperienza tra le altre, non si vede perché debba essere la migliore, né perché la si debba imporre universalmente.
In altri termini, un’esperienza-sentimento non può corrispondere a una verità assoluta: il suo valore è quello di un’opinione particolare, che non può più essere la verità nel senso tradizionale del termine. Si finisce allora logicamente nel rifiuto di distinguere tra credenti e non-credenti. Resta solo l’umanità, con le sue attese, le sue opinioni e le sue grida, che in quanto tali non postulano nulla di soprannaturale.
La Chiesa offre così all’umanità un insegnamento che non corrisponde più alla trasmissione di una Rivelazione trascendente. Si trova ridotta a proporre un “vangelo” diminuito, naturalizzato, semplice libro di riflessione e consolazione adattato indistintamente a tutti. In questa prospettiva, si capisce come la nuova teologia e la nuova morale ecologista proposta da Laudato si’ si offrano ad un’umanità che non si vuole più convertire, e nella quale non si fa più distinzione tra credenti e non-credenti.
In campo mediatico, si fa notare particolarmente l’attenzione che il Sinodo presta alle unioni tra persone dello stesso sesso. Come vede questo problema?
Non si può negare che la pressione esercitata a livello mondiale in questo campo trovi la sua eco nel processo sinodale. Si chiede alla Chiesa di essere più accogliente e attenta ai bisogni affettivi di queste persone, soprattutto dopo che le porte sono state aperte da Amoris laetitia. È uno degli argomenti sui quali c’è più forte attesa.
L’impressione che si ha osservando quanto avviene è che da un lato l’autorità della Chiesa ricorda il principio secondo il quale simili coppie non possono essere benedette – come è avvenuto per esempio con la risposta della Congregazione per la Dottrina della Fede nel marzo 2021. Dall’altro lato, tali coppie sono state comunque benedette in alcune occasioni: alcune si sono recate in chiesa per ricevere una benedizione dopo un matrimonio civile in comune.
Qualche mese fa, i vescovi belgi fiamminghi hanno anche pubblicato un rituale ufficiale per benedire tali coppie, una nuova iniziativa che finora non ha visto reazioni da parte del Vaticano. Secondo il vescovo di Anversa, il Papa sarebbe anzi stato al corrente, e avrebbe deciso di lasciar fare.
Ugualmente, i tedeschi propongono dei passi in avanti notevoli e apertamente rivoluzionari in questo campo. Tutto questo provoca inevitabilmente delle reazioni in una parte dei vescovi e dei fedeli, mentre un buon numero di essi si limita ad osservare passivamente le cose.
I princìpi morali tradizionali sono trasformati in libere opzioni.
Così, si creano una confusione e una dialettica, in questo campo come in altri, che fanno sì che tutti si aspettino un pronunciamento dell’autorità… Questa ha allora piena libertà di mettere un freno a quanto appare troppo prematuro, ma al tempo stesso di spingersi avanti concedendo delle cose che, a poco a poco, entrano nei costumi e nelle abitudini. A volte, la dottrina tradizionale è ricordata e perfino definita come immutabile, così da rassicurare i conservatori. Ma poi si mettono in avanti le necessità pastorali dei casi particolari, applicando una misericordia «miracolosa» che concilia l’inconciliabile.
In realtà, i princìpi morali tradizionali, esattamente come la fede, sono trasformati in libere opzioni. Questo modo di procedere è proprio ad un’autorità che non è più guidata da princìpi trascendenti, ma si mostra sensibile alle aspettative del momento, ben determinata a soddisfarle, secondo un’opportunità valutata in modo puramente pragmatico.
Ora, si deve ben cogliere che tutto questo non si ferma ad un punto determinato. Questo modo di esercitare l’autorità subisce lo stesso meccanismo che regge le democrazie moderne: una cosa che non può essere approvata oggi lo sarà domani, quando con la stessa dialettica, con una nuova pressione, con dei nuovi precedenti, la situazione sarà abbastanza matura e gli spiriti abbastanza preparati. Ecco descritto in poche parole il meccanismo innescato dalla sinodalità, ed ecco perché ci troviamo davanti alla forma più matura del modernismo.
Recentemente, un rescritto di Papa Francesco ha ricordato che ogni nuovo sacerdote che volesse celebrare la Messa tridentina deve ottenere il permesso esplicito della Santa Sede. In più, se una Messa tridentina è autorizzata in una chiesa parrocchiale, ci vuole pure il permesso della Santa Sede. Come valuta queste misure?
Penso che non sia necessario essere un esperto molto accorto per capire la volontà manifesta di metter fine alla celebrazione della Messa tridentina. Questo rescritto del febbraio 2023, come la lettera apostolica Desiderio desideravi del giugno 2022, hanno la duplice finalità di restringere al massimo l’uso del messale tradizionale, ed anche di spaventare chiunque volesse utilizzarlo.
In tali condizioni, immagino con difficoltà un giovane sacerdote avere il coraggio di rivolgersi alla Santa Sede per chiedere il permesso di celebrare la Messa tridentina. Che lo si voglia o no, a partire dal motu proprio Traditionis custodes, questa Messa è praticamente proibita nella Chiesa; come è stato recentemente ricordato dal Cardinal Roche, con il Concilio «la teologia della Chiesa è cambiata» (6), ed in conseguenza la liturgia, che ne è l’espressione.
In questo clima, i membri degli Istituti detti Ecclesia Dei vivono un momento di attesa e di apprensione. Si sente parlare di un ulteriore documento pontifico che li riguarderebbe e che potrebbe essere pubblicato prossimamente. Che cosa ci può dire a questo proposito?
Non so assolutamente nulla di un tale documento, ma penso che un prete non possa vivere serenamente il proprio sacerdozio se accetta di avere costantemente una spada di Damocle sospesa sulla testa; allo stesso tempo, non può vivere serenamente se è continuamente messo in allarme dai minimi rumori.
Un sacerdote dovrebbe poter vivere la propria Messa senza chiedersi se domani sarà ancora autorizzato dai suoi superiori a celebrarla. Deve avere la preoccupazione di far partecipare le anime ai tesori che dispensa, senza vivere con la costante paura di esserne privato lui stesso, o in attesa di un miracolo che gli permetta di sfuggire alla situazione precaria nella quale si trova. Non penso che la Provvidenza voglia questo.
In più, purtroppo, i membri di questi Istituti, come molti sacerdoti desiderosi di celebrare il rito tridentino, vivono in un tale timore che condannano se stessi al silenzio di fronte all’attualità della vita della Chiesa: infatti sanno bene che, il giorno in cui volessero esprimere qualche riserva di fronte a ciò che succede oggi, la spada di Damocle potrebbe cadere su di loro.
Il Cardinal Roche è pronto a ricordarlo loro in ogni momento. Lo dico in piena carità: questa situazione provoca una dicotomia permanente tra la sfera liturgica e la sfera dottrinale, che rischia di far vivere questi sacerdoti nella delusione, e di paralizzarli irrimediabilmente nella necessaria professione pubblica della loro fede.
Ecco perché oggi, soprattutto in alcuni paesi, la reazione contro le follie del movimento sinodale, paradossalmente, proviene piuttosto da ambienti che non sono legati all’uso del messale tradizionale.
Come vede l’avvenire della Fraternità San Pio X?
Lo vedo in perfetta continuità con ciò che la Fraternità ha rappresentato finora. La Fraternità deve essere preoccupata dell’attualità della Chiesa, ma senza interessarsi ai rumori, a ciò che tal Cardinale avrebbe detto in gran segreto a tal seminarista, a ciò che potrebbe prodursi, a ciò che potrebbe succederci… Dobbiamo vivere al di sopra di tutto questo.
Dobbiamo essere coscienti che al culto tradizionale della Chiesa corrisponde anche una vita morale che non abbiamo il diritto di alterare nei suoi princìpi.
Per il bene della Chiesa, la Fraternità deve custodire e garantire, ai suoi sacerdoti e ai suoi fedeli, la piena libertà della celebrazione della liturgia tradizionale. Allo stesso tempo, la Fraternità deve continuare a garantire la conservazione della teologia tradizionale che accompagna e sostiene questa stessa liturgia.
Un cattolico ancora lucido non potrebbe rinunciare a tale dottrina: il cambiamento di questa durante il Concilio è proprio l’elemento che – per parafrasare il Cardinal Roche – ha ispirato la nuova messa. Dobbiamo mantenere l’una e l’altra, con la piena libertà di opporci agli errori e ai loro fautori. In effetti, se la liturgia è per definizione pubblica, lo è anche la professione della fede che le è associata.
Allo stesso tempo, oggi più che mai, dobbiamo essere coscienti che al culto tradizionale della Chiesa corrisponde anche una vita morale che non abbiamo il diritto di alterare nei suoi princìpi. Al centro della nostra religione, Dio ha piantato la Croce ed il Sacrificio. Nessuno si può salvare senza la Croce o senza il Sacrificio, accettando – in nome di un falso amore e di una falsa misericordia – ogni sorta di abominazione.
C’è un solo amore che salva, perché c’è un solo vero amore che purifica: quello della Croce, quello della Redenzione; quello che Nostro Signore ci ha mostrato, che ci comunica, e che ha voluto chiamare «carità».
Questo amore però non può esistere senza la fede e senza chi la insegna.
NOTE
1) Il movimento sinodale è cominciato immediatamente dopo il Concilio, dopo il quale si sono tenuti più di mille sinodi diocesani: la maggior novità di questi è stata la frequente presenza di laici.
2) Si tratta più precisamente di sette continenti, perché l’America del Nord e del Sud rappresentano due entità diverse; ugualmente, il Vicino Oriente e il resto dell’Asia formano due regioni distinte.
3) Allarga lo spazio della tua tenda, n. 13.
4) Ibidem, n. 57
5) Ibidem, n. 42.
6) «La teologia della Chiesa è cambiata», ha osservato il Cardinal Roche. «In precedenza, il sacerdote rappresentava, a distanza, tutto il popolo: esso era canalizzato da questa persona che, sola, celebrava la Messa. [Oggi, invece], non è solo il prete che celebra la liturgia, ma anche quelli che sono battezzati con lui, ed è un’affermazione enorme». (Emissione a BBC Radio 4, trasmessa il 19 marzo 2023)
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
Immagine da FSSPX.news
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Vescovo belga sta formando uomini sposati affinché possano essere ordinati sacerdoti entro il 2028
Il vescovo Johan Bonny di Anversa, in Belgio, ha annunciato a marzo l’intenzione di ordinare al sacerdozio uomini sposati entro il 2028. Ora, afferma, sta provvedendo alla formazione teologica e pastorale di diversi candidati al sacerdozio da lui individuati. Lo riporta il sito belga LaLibre.be.
Secondo monsignor Bonny, la loro preparazione è paragonabile a quella dei seminaristi. La formazione si sta svolgendo «in modo trasparente ma discreto, lontano dai riflettori dei media», ha sottolineato.
«I criteri applicati ai candidati sono gli stessi di quelli per i diaconi permanenti», ha spiegato il vescovo fiammingo. I candidati devono avere almeno 35 anni, il consenso delle mogli, una vita familiare stabile e non avere figli molto piccoli.
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Nel mese di giugno monsignor Bonny ha informato due cardinali dei suoi progetti: il prefetto del Dicastero per il Clero, il cardinale Lazarus You Heung-sik, e il segretario generale del Sinodo dei Vescovi, il cardinale Mario Grech.Secondo quanto riferito, i cardinali della Curia gli avrebbero detto che avrebbero discusso la questione con papa Leone XIV, scrive LifeSite.
Monsignor Bonny ha dichiarato di agire per «necessità», sottolineando la carenza di sacerdoti nella sua diocesi, che conta meno di 70 sacerdoti di età inferiore ai 70 anni. Due terzi di questi sacerdoti provengono da altri Paesi.
In una lettera pastorale pubblicata il 20 marzo, in cui si affrontava il tema della carenza di vocazioni, il vescovo aveva affermato che «la questione non è più se la Chiesa possa ordinare sacerdoti uomini sposati, ma quando lo farà e chi lo farà».
«È un’illusione pensare che un serio processo sinodale-missionario in Occidente abbia ancora una possibilità senza ordinare al sacerdozio anche gli uomini sposati», ha affermato il vescovo anversano.
«In molte diocesi si registra una storica carenza di sacerdoti locali. Il numero di uomini non sposati che desiderano diventare sacerdoti è sceso a poco più dello zero», ha scritto Bonny, promettendo che si impegnerà «al massimo per ordinare sacerdoti uomini sposati nella nostra diocesi entro il 2028».
Monsignor Bonny ha sottolineato di voler dedicare i prossimi due anni alla preparazione di queste ordinazioni con la Santa Sede e la Conferenza episcopale belga, affermando che per lui e per molti altri vescovi «l’ordinazione di uomini sposati è diventata una questione di coscienza. Anche a questo livello, trasparenza, responsabilità e valutazione sono importanti per la credibilità della Chiesa».
Il prelato belga ha inoltre tentato di usare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero come giustificazione per il suo controverso piano, affermando che «la questione degli abusi sessuali continua a pesare molto. Le sottoculture e gli stili di vita clericali hanno fatto il loro tempo».
Il vescovo anversano che non si sarebbe limitato a rompere con la disciplina, la tradizione e il diritto canonico della Chiesa ordinando uomini sposati, ma che avrebbe voluto ordinare anche donne, il che avrebbe violato la dottrina cattolica, definendo «doloroso» il rapporto del Sinodo sulla Sinodalità relativo all’ordinazione femminile, che alla fine ha respinto il diaconato femminile. Il monsignore ha affermato che «gli argomenti addotti sono teologicamente deboli e antropologicamente superati. Hanno perso la loro forza persuasiva. Sembrano contrari a ciò che lo Spirito dice oggi alle Chiese».
Il vescovo Bonny è noto per la sua opposizione alla dottrina cattolica tradizionale, essendo da tempo un sostenitore delle benedizioni per le coppie dello stesso sesso e della difesa dei diritti omotransessualisti all’interno della Chiesa.
Come riportato da Renovatio 21, la questione di benedizioni omosessualiste era esplosa in Belgio quattro anni fa, prima della Fiducia Supplicans, con l’approvazione da parte dei vescovi e l’accettazione da parte di papa Francesco. I vescovi fiamminghi erano arrivati a scrivere un testo liturgico destinato alle benedizioni omosessuali.
Nel 2023 monsignor Bonny ha anche contraddetto la dottrina della Chiesa sul suicidio assistito, affermando che l’eutanasia potrebbe essere moralmente accettabile in determinate condizioni.
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Per quanto riguarda i sacerdoti sposati, fin dai primi tempi della Chiesa era inteso che gli uomini già sposati, al momento dell’ordinazione al sacerdozio, dovessero diventare celibi. Nella Chiesa primitiva, agli uomini sposati era permesso di essere ordinati sacerdoti solo a condizione che diventassero «eunuchi per amore del regno dei cieli»: «Perchè vi son degli eunuchi che sono nati così dal seno della madre, e vi son degli eunuchi che furon fatti tali dagli uomini, e ve ne son di quelli che si son fatti eunuchi da sè in vista del regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda». (Mt 19,12).
San Paolo, tuttavia, espresse preoccupazione per le difficoltà che un ecclesiastico sposato si trovava ad affrontare: «Chi è celibe si preoccupa delle cose del Signore come possa piacergli,ma chi è sposato pensa alle cose del mondo, come possa piacere alla moglie; e resta diviso» (1Cor 7, 32-33).
San Giovanni Crisostomo scrisse: «Il sacerdote deve essere così puro che, se venisse elevato e posto nei cieli stessi, potrebbe occupare un posto in mezzo agli angeli».
La Chiesa primitiva delinea la legge della continenza dei cheirici. Papa Leone Magno scrisse nella sua lettera al vescovo di Narbona:
«La legge della continenza è la stessa per i ministri dell’altare, per i vescovi e per i sacerdoti; quando erano (ancora) laici o lettori, potevano liberamente prendere moglie e generare figli. Ma una volta raggiunti i ranghi sopra menzionati, ciò che era permesso non lo è più». (Epist. ad Rusticum Narbonensem episcopum, Inquis, III., Resp. PL 54, 1 204a.)
Il Concilio di Elvira (circa 305 d.C.) si pronunciò in modo molto chiaro sulla pratica dei rapporti coniugali dopo l’ordinazione, stabilendo che è «assolutamente proibito avere rapporti coniugali con le proprie mogli e generare figli». Il Concilio di Arles (314 d.C.) andò oltre, affermando che la ragione di questa continenza risiedeva nel fatto che «essi sono al servizio del ministero ogni giorno».
Questi decreti non rappresentavano nuove rivelazioni, bensì «una reazione alla diffusa inosservanza di un obbligo tradizionale ben noto», come osserva il cardinale tradizionalista austriaco Alfons Stickler (1910-2007) nel suo testo Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici.
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Alla base, un errore logico
Il testo dice che le autorità della Chiesa, con Giovanni XXIII, si sono attivate per «risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico» come effetto delle tragiche conseguenze dell’antisemitismo. In logica, un procedimento di questo tipo si chiama non sequitur: un errore di ragionamento in cui la conclusione non deriva in modo coerente dalle premesse. Ci chiediamo, infatti: qual è il nesso causale che lega antisemitismo e dottrina cattolica, tale per cui la Chiesa avrebbe dovuto procedere a una «rettifica” della dottrina? Nessuno. La Chiesa si era infatti già espressa in merito condannando l’antisemitismo di matrice razziale in modo cristallino (1). Ciò che invece la Chiesa Cattolica ha sempre insegnato è un approccio di natura religiosa, che mai deve sfociare nella persecuzione fisica degli ebrei. Se ciò è avvenuto, resta una responsabilità personale dei singoli uomini coinvolti e in nessun modo è ascrivibile all’insegnamento bimillenario della Chiesa.Il Magistero tra difesa degli ebrei e critica dell’ebraismo
Perché la dottrina cattolica sulla riprovazione degli ebrei non è rettificabile? Innanzitutto perché è insegnata esplicitamente dal Salvatore in diversi luoghi del Vangelo, ma specialmente con la parabola dei vignaioli omicidi (2), e con la sentenza: «Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare»; poi perché si fonda sulla Tradizione, a cominciare dai Padri, per finire con il consenso unanime dei teologi fino al 1960, guarda un po’ (3). Una sintesi efficace è offerta dall’insospettabile Jean Daniélou, teologo progressista francese, molto influente al Vaticano II, ed esponente della nouvelle théologie: «Rimane questo fatto essenziale che il popolo ebraico, respingendo il cristianesimo, si è effettivamente unito alla decisione dei suoi capi contro Gesù. Infatti, poiché si rifiutava di riconoscere la divinità di Cristo, doveva considerarlo un bestemmiatore e, secondo la Legge, decretare la sua morte. Se quindi si può dire che la morte di Cristo è stata nella sua prima decisione solo un affare di alcuni capi del popolo ebraico, l’intero popolo ha poi ratificato quella decisione per la sua incredulità. Pertanto, il popolo ebraico, che possedeva la Promessa e l’Alleanza, nel giorno in cui gli fu dato l’oggetto della Promessa, lo respinse. Non diremo che questo rifiuto attribuisce a ciascun membro di questo popolo una responsabilità o una riprovazione personale. Piuttosto, crediamo che sia una misteriosa economia collettiva». (4)Aiuta Renovatio 21
Cosa dice il giudaismo sul cristianesimo
La gerarchia ecclesiastica contemporanea, però, non ne vuole sapere, e intensifica ogni anno di più i propri non sequitur. La Nota prosegue: «Quando, in riferimento all’ebraismo, affermiamo che non possiamo fare a meno gli uni degli altri, ciò implica anche che la religiosità degli attuali ebrei – e non solo quella legata al Primo Testamento – è rilevante per i cristiani. Così si esprime Papa Francesco : “Dio continua a operare nel popolo dell’Antica Alleanza” (Evangelii Gaudium). La religiosità ebraica, infatti, può essere considerata come un effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace, che essi hanno accolto, e per questa ragione si tratta di un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci» (§ 13). E tanti saluti alla teologia della sostituzione. Ma c’è di più. Attenzione alle parole: qui si dice che la «religiosità degli attuali ebrei», in quanto «effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace», è «un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci». Ora, chiunque abbia una conoscenza appena elementare della religiosità ebraica attuale, sa che il testo fondamentale di riferimento è il Talmud, per certi versi ancor prima della stessa Torah (cioè il Pentateuco), perché il Talmud consente di interpretare la Torah cogliendone il significato più autentico e andando anche oltre con la raccolta delle varie tradizioni ebraiche. Senza dilungarci, basti ricordare che nel Talmud Gesù è offeso con una serie di definizioni che omettiamo solo per rispetto della decenza, e si specifica che brucerebbe all’inferno immerso in escrementi bollenti. Un altro testo necessario per la fede ebraica è Il libro della conoscenza di Maimonide, raccolta di regole e rituali, nella cui versione ebraica (5) si legge che è dovere di ogni credente di «sterminare con le proprie mani» gli infedeli (i non ebrei), tra cui «Gesù di Nazareth e i suoi discepoli, […] possa il loro nome malvagio essere estinto». La cosa interessante è che nel testo inglese a fronte, quest’ultima invocazione anticristiana non compare, e sono perciò in grado di leggerla solo gli ebrei e i conoscitori della lingua ebraica (6). Ebbene, i fedeli cattolici (o dovremmo dire i cattolici fedeli?) lo tengano a mente, perché il papa, facendo eco a Nostra ætate, ribadisce che «il rispetto e la stima sono i fondamenti imprescindibili del dialogo interreligioso e nei rapporti con l’ebraismo» (§ 9).Andate e… dialogate
Si aggiunge poi che «il dialogo ebraico-cristiano non può essere considerato una pratica accessoria per i cristiani, avendo come scopo soltanto di conoscere meglio l’ebraismo, oppure di coltivare rapporti diplomatici o anche solo l’amicizia con il popolo ebraico: si tratta piuttosto di prendere piena consapevolezza della propria identità originaria». Strano, perché per due millenni la parola «dialogo» non compare neanche una volta nei documenti dei Concili, nelle encicliche o in qualunque altro angolo della predicazione cattolica (7); compare però 150 volte in questa Nota. Ce lo propinano, questo dialogo, come necessità di mezzo per sapere chi siamo nella relazione con chi bestemmia il nome di Cristo e vorrebbe vedere i cristiani estinguersi. Meglio chiuderla qui, con un riepilogo veloce veloce sugli effetti di questa catechesi dialogante: «Il cattolico medio, diciamo il famoso “cattolico di Voghera”, ha cominciato a riflettere e a trarne le conseguenze. Se il parroco ci dice di andare a sentire la pastora valdese in parrocchia, o la invita addirittura a tenere l’omelia in chiesa durante la settimana per l’unità dei cristiani, allora significa che: 1. un prete cattolico e una pastora valdese sono la stessa cosa; 2. la Chiesa cattolica e i protestanti sono la stessa cosa; 3. la Messa cattolica e la funzione protestante sono la stessa cosa; 4. se uno è protestane, convertirsi al cattolicesimo non gli serve a niente; 5. anche le donne possono fare il prete e i preti possono sposarsi; 6. ascoltare il papa e la Chiesa non serve, basta leggere la Bibbia ogni tanto; 7. se uno non va a Messa la domenica, che male c’è? 8. Lutero aveva ragione; 9. la Chiesa aveva torto; 10. se la Chiesa aveva torto nel 1500, allora può avere torto anche oggi. Se poi l’invitato speciale è un rabbino, allora il “cattolico di Voghera” trarrà le seguenti, logiche, conseguenze: 1. ebrei e cristiani credono nello stesso Dio; 2, ebraismo e cristianesimo sono la stessa religione; 3. se uno è ebreo, convertirsi al cristianesimo non gli serve a niente; 4. andare il sabato nella sinagoga e la domenica in chiesa è la stessa cosa; 5. credere in Dio e credere in Gesù Cristo è la stessa cosa; 6. il rabbino è più colto, più preparato, più credente del mio parroco». (8) Vincenzo Gubitosi NOTE 1) Cfr. Decreto del Sant’Uffizio del 25 marzo 1928, in AAS 20 (1928) pp. 103-104: «Qua caritate permota Apostolica Sedes eundem populum (iudaicum) contra iniustas vexationes protexit, et quemadmodum omnes invidias ac simultates inter populos reprobat, ita vel maxime damnat odium adversus populum olim a Deo electum, odium nempe illud, quod vulgo “antisemitismi” nomine nunc significari solet» [Mossa da questa carità, la Sede Apostolica ha protetto lo stesso popolo (ebreo) dalle ingiuste persecuzioni e, come rigetta ogni invidia e inimicizia tra i popoli, così condanna in modo particolare l’odio verso il popolo una volta eletto da Dio, ovvero quell’odio che oggi comunemente viene chiamato “antisemitismo”]. Da notare che nelle recenti traduzioni di questo passo (come in OR, Io sono Giuseppe vostro fratello, 9 giugno 2020), l’espressione «populum olim a Deo electum» è resa omettendo l’avverbio olim (una volta, un tempo, in passato), appunto come conseguenza della nuova teologia sulla «irrevocabilità» dell’Antica Alleanza. Cfr., anche, Pio XI, Discorso ai collaboratori della Radio cattolica belga, 6 settembre 1938: «Notate bene che Abramo è chiamato nostro patriarca, nostro antenato. L’antisemitismo non è compatibile col pensiero e la realtà sublimi che sono espressi in questo testo. È un movimento […] al quale noi cristiani non possiamo in alcun modo partecipare. Per il Cristo e nel Cristo noi siamo la discendenza spirituale di Abramo. No, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo. Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i suoi interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti». 2) Cfr. Mt, 21/33-46. 3) Cfr. J.-M. Gleize, Vero Israele e falso giudaismo, Edizioni Piane, Casale Monferrato 2022, in particolare pp. 90 ss. 4) Jean Daniélou, «Jésus et Israel» in Études, n. 258, luglio-agosto 1948, p. 72-73. 5) Facciamo riferimento all’edizione del 1962 pubblicata a Gerusalemme in edizione bilingue (ebraico-inglese) da Boys Town a cura di Moses Hyanson. 6) Cfr. I. Shahak, Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni, CLS, Verrua Savoia 2006, pp. 46-47, 52-53. 7) Cfr. R. Amerio, Iota unum, Lindau, Torino 2006, pp. 323 ss. 8) A. Gnocchi – M. Palmaro, Cattivi maestri. Inchiesta sui nemici della verità, Piemme, Milano 2009, pp. 175-176. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Mons. Strickland contro il documento vaticano sul dialogo interreligioso
Monsignor Joseph Strickland, ex vescovo di Tyler, in Texas, rimosso da papa Francesco dopo essersi rifiutato di limitare la Messa tradizionale, ha avvertito che una nuova nota del Vaticano sul dialogo interreligioso, approvata da papa Leone XIV, «può generare grave confusione». Lo riporta LifeSite.
Il 16 settembre, i Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso hanno pubblicato «Un cammino di speranza», in occasione del 60° anniversario della Nostra Aetate.
«La difesa indisponente della propria posizione e il proselitismo, come unica modalità di incontro con “l’altro”, non hanno ormai più senso in un mondo che somiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento», si legge nel testo vaticano, che poi citava direttamente papa Francesco: «credo che in questo campo le religioni, così come le università, senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri doni particolari, hanno molto da apportare e da offrire».
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Sottolineando il linguaggio ambiguo del documento, Strickland ha affermato:
«I fedeli possono ragionevolmente chiedersi se il dialogo sia stato posto al di sopra dell’evangelizzazione; se gli aderenti a religioni non cristiane debbano essere considerati come già in cammino su autentici percorsi verso Dio; se la Chiesa debba ancora cercare la loro conversione; e se il mandato missionario affidato da Cristo alla Sua Chiesa rimanga vincolante nella sua pienezza».
«In qualità di vescovo, incaricato davanti a Dio di custodire il deposito della fede e di confermare i fedeli nella verità», Strickland offre delle correzioni, notando che la salvezza non viene prodotta in modo indipendente dalle diverse religioni, che il fatto che il mondo sia diventato un «villaggio globale» interconnesso non rende obsoleto il mandato missionario, la salvezza non viene prodotta indipendentemente dalle diverse religioni, che non possiamo affermare che i sistemi religiosi che negano Cristo siano percorsi paralleli di verità rivelata.
Strickland ha respinto l’idea contenuta nel documento vaticano, affermando che il missionario, dopo aver testimoniato l’amore di Cristo, «semplicemente aspetta» che siano gli altri a informarsi su quell’amore. Piuttosto, ha detto, «gli Apostoli non aspettavano che le nazioni si avvicinassero a loro», prima di citare San Paolo: «Se io predico il Vangelo, non ne ho gloria, è per me una necessità il farlo; perchè guai a me se non predicassi!» (1Cor 9,16).
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Immagine screenshot da YouTube
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