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Storia

L’ideologia dei banderisti

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Stepan Bandera era un agente della Gestapo che ha lasciato solo memorie di massacri e torture, cui ha personalmente sovrinteso e che taluni valutano positivamente. Dmytro Donstov invece era – ed è tuttora – il teorico di riferimento dei nazionalisti ucraini. Donstov ha inventato il razzialismo ucraino, nonché concepito il fanatismo dei nazionalisti ucraini quale arma.

 

 

Nei precedenti articoli ho riassunto la storia del movimento banderista, dal periodo tra le due guerre a oggi. Ora vorrei affrontare il tema dell’ideologia da cui trae ispirazione.

 

Il pensatore cui fanno riferimento, ieri come oggi, è Dmytro Donstov (1883-1973). Benché morto in Canada e tumulato negli Stati Uniti, le sue opere non sono state tradotte, ma i suoi discepoli ce le hanno fatte conoscere. I suoi libri si trovano solo nelle librerie ucraine, quindi non è conosciuto all’estero. In Ucraina, dopo un lungo periodo di oblio, Donstov è negli ultimi anni diventato uno degli autori più venduti.

 

Nutrendosi, come i nazisti, della personale interpretazione di Nietzsche, Dmytro Donstov auspicava la nascita di un «uomo nuovo», dotato di «una fede ardente e d’un cuore di pietra», che non teme di distruggere senza pietà i nemici dell’Ucraina. Teorico del «nazionalismo ucraino integrale», ha elaborato una filosofia in cui tutto ciò che è nazionalista deve contrapporsi alla Russia e agli ebrei.

 

Donstov voleva creare un popolo d’élite, ben distante dall’«egalitarismo degli schiavi» della Rivoluzione d’Ottobre, e dagli «ideali universali» della Rivoluzione francese.

 

Sosteneva che l’immaginario dei veri ucraini deve «nutrirsi della leggenda della battaglia finale», del «rifiuto di ciò che è» e dell’«affascinante immagine della catastrofe che produrrà innovazioni». I veri ucraini devono servire «un ordine categorico» con «spericolata obbedienza».

 

Secondo Donstov, il «nazionalismo ucraino» si caratterizza per:

 

– «L’affermazione della volontà di vivere, di potenza e di espansione». Promuove infatti «il diritto delle razze forti di organizzare popoli e nazioni per rafforzare la cultura e la civiltà esistenti».

– «Il desiderio di combattere e la consapevolezza del suo limite estremo» (tesse le lodi della «volontà creatrice della minoranza capace d’iniziativa»).

 

Le peculiarità del nazionalismo ucraino sono:

 

– «il fanatismo»;

– «l’immoralità».

 

Il fanatismo rinvia al carattere religioso della teoria. Donstov afferma che il fanatismo rende invincibili i guerrieri. Quindi è perfettamente logico che, dopo la seconda guerra mondiale, Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko abbiano accettato di lavorare a Monaco con la società segreta dei Fratelli Mussulmani; ed è altrettanto coerente che nel 2007 alcuni loro discepoli abbiano costituito con gli jihadisti ceceni un fronte antirusso.

 

Il pensiero iniziale di Donstov non s’ispirava al fascismo italiano o al nazionalsocialismo tedesco, sembrava piuttosto caratterizzato da ragionamenti analoghi a quelli degli ustascia croati, della Guardia di Ferro rumena, del Glinka slovacco, dell’Oboz Narodowo-Radykalny polacco.

 

Entrato in contatto con i nazisti, Donstov cominciò a ispirarsi a una geografia e a una storia mitiche. I «veri ucraini» sarebbero di origine scandinava o protogermanica e discenderebbero dai Variaghi, tribù vichinga della Svezia. I loro antenati avrebbero fondato la città di Novgorod in Russia e sottomesso gli slavi russi.

 

In questa mitologia i «nazionalisti ucraini» rappresentano il Bene, i «moscoviti» il Male. È perciò assolutamente normale che l’icona del Partito Svoboda (Libertà), la deputata Irina Farion, molto prima dell’intervento militare russo dichiari: «Siamo venuti a questo mondo per distruggere Mosca».

 

 

Nel 2015 il presidente Petro Poroshenko e il primo ministro Arseni Yatsenjuk fecero votare un complesso di leggi, che da un lato vietavano i simboli comunisti e nazisti e dall’altro riabilitavano i simboli banderisti. Siccome più nessuno s’ispirava al nazismo, di fatto si sono voluti distruggere i monumenti celebrativi della vittoria dell’Armata Rossa sui nazisti per sostituirli con altri in onore di Stepan Bandera – sebbene responsabile dell’uccisione di 1,6 milioni di compatrioti – e della sua guida intellettuale, Dmytro Donstov.

 

All’epoca il Consiglio d’Europa criticò queste leggi di «disintossicazione dal comunismo» perché gettano genericamente discredito su dei regimi, di cui però non specificano gli atti da condannare.

 

Fu grazie a queste leggi che la parola d’ordine dei banderisti, «Gloria all’Ucraina!», entrò nel discorso ufficiale. Ovviamente non ho nulla contro questo slogan in sé, come non ce l’ho con il grido dei mussulmani «Allah Akbar!», al cui significato letterale, «Dio è grande!», non riesco più a pensare dopo averlo sentito cantare dagli jihadisti che volevano sgozzarmi. È il significato che gli attribuiscono gli jihadisti a ossessionarmi.

 

Ed è altresì logico che l’Ucraina si sia dotata di un dispositivo giuridico che legalizza una certa forma di discriminazione razziale. Il 21 luglio 2021 il presidente Volodymyr Zelensky ha firmato una legge, da egli stesso presentata, sui «popoli autoctoni di Ucraina», che stabilisce che tatari ed ebrei caraiti «godono pienamente di tutti diritti dell’uomo e di tutte le libertà fondamentali» (sic).

 

Il testo, apparentemente magnanimo, in realtà non lo è affatto perché interpretato per difetto. Completa, infatti, i testi che riconoscono i diritti degli ucraini di origine scandinava e protogermanica. Di fatto è utilizzato nei tribunali per negare i diritti agli ucraini che non rientrano né nella definizione generale né in una di queste minoranze, ossia agli ucraini di origine slava. Questi ultimi non possono far valere davanti a un tribunale il «diritto di godere pienamente di tutti i diritti dell’uomo e di tutte le libertà fondamentali».

 

Il 20 marzo 2022, in un video diffuso sull’account Telegram, il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato: «Ogni attività di politici che si adoperano per dividere la società o collaborano con il nemico non avrà successo, otterrà solo una severa risposta». Il presidente ucraino ha infatti messo fuori legge 11 partiti politici (Piattaforma di opposizione-per la Vita, Partito di Charij, Nachi, Blocco d’opposizione, Opposizione di sinistra, Unione delle forze di sinistra, Derzhava, Partito socialista progressista d’Ucraina, Partito socialista d’Ucraina, Socialisti, Blocco di Volodymyr Saldo). La maggior parte di questi partiti non era rappresentato nella camera unica, la Verkhovna Rada, ma la Piattaforma di Opposizione-Per la vita era la seconda formazione del Paese. Nelle ultime elezioni aveva infatti ottenuto il 13% dei voti e conquistato 43 seggi su 450.

 

Il 20 marzo il presidente Zelensky ha anche firmato decreti che mettono al bando per cinque anni tre reti televisive di opposizione, già «sospese» da diversi mesi. Il presidente ha inoltre fuso le rimanenti reti televisive in un unico network, controllato dal Consiglio di Sicurezza e di Difesa.

 

Con ogni evidenza in Ucraina non c’è più libertà di espressione, né per politici né per giornalisti. La democrazia ucraina è morta, non già a causa dell’intervento russo, ma per volontà del suo stesso governo.

 

Il 5 maggio 2022 è stato istituito il Consiglio per lo Sviluppo delle Biblioteche, che segnatamente dovrà pronunciarsi sui libri russi che sovraccaricano gli scaffali. Il ministro della Cultura e della Politica dell’Informazione, il giornalista Oleksandr Tkachenki, ha dichiarato che potrebbero diventare materia prima per stampare libri ucraini su carta riciclata.

 

Gli autodafé sono un grande classico delle dittature. In questo caso non si bruceranno i libri in pubblico, ma se ne riciclerà la carta. Un autodafé meno spettacolare ma più ecologico.

 

E ora parliamo di come gli ucraini fanno la guerra. Colpisce una particolarità dell’esercito ucraino: i corpi dei soldati morti in combattimento non vengono ricuperati. Tutti gli eserciti del mondo lo fanno, anche correndo gravi pericoli. Il dare degna sepoltura ai soldati morti è considerato necessario. Non farlo avrebbe conseguenze disastrose sul morale dei soldati. Ma allora perché l’esercito ucraino si comporta diversamente?

 

Se interpreto bene il pensiero di Dmytro Donstov, si tratta della preparazione del combattimento escatologico tra Bene e Male. Secondo la mitologia scandinava, quando i Variaghi combattevano, le valchirie scendevano sul campo di battaglia cavalcando lupi. Decidevano quali valorosi vichinghi sarebbero morti. Poi portavano le loro anime nel Valhalla a formare l’esercito dell’«ultima battaglia». Le vittime cadute sul campo d’onore non erano più vittime del fato, ma prescelte per un destino glorioso.

 

Quest’ideologia improntata al sacro rinvia alla «preghiera dei nazionalisti ucraini», scritta nel 1922 da Josef Mashchak. È insegnata e recitata nei campi giovanili dei banderisti. È al cuore delle cerimonie dell’ordine segreto Centuria, che i banderisti hanno introdotto negli eserciti della NATO.

 

La guerra dei «nazionalisti ucraini» contro gli slavi è appena cominciata.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di Олег.Н via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata

 

 

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Macron parla di «un’unico Ordine Mondiale». Come PD e i sindacati italiani

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Durante un discorso al vertice dell’APEC a Bangkok, dove erano riuniti i leader mondiali, il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto un «unico ordine mondiale».

 

Macron ha fatto i commenti mentre discuteva degli interessi di potere di Russia e Cina e della minaccia di guerra. «Siamo in una giungla e abbiamo due grandi elefanti che cercano di diventare sempre più nervosi», ha detto il giovane presidente francese. «Se diventano molto nervosi e iniziano una guerra, sarà un grosso problema per il resto della giungla. Hai bisogno della collaborazione di molti altri animali, tigri, scimmie e così via».

 

«Sei dalla parte degli Stati Uniti o della Cina? Perché ora, progressivamente, molte persone vorrebbero vedere che ci sono due ordini in questo mondo. Questo è un errore enorme, anche per gli Stati Uniti e la Cina».

 

«Abbiamo bisogno di un unico ordine mondiale», conclude il Macron.

 

 

E così ci capita di sentire quest’espressione anche uscita dalle labbra di questo personaggio stranissimo, asceso all’Olimpo della politica francese in un battibaleno, con al seguito una moglie di decenni più vecchia di lui in quanto sua insegnante al liceo (dove studiavano anche i figli di lei, compagni di scuola del giovane Macron), passato dalla scuola per amministratori di Stato alla Banca Rothschild alla creazione ex nihilo di un intero partito di massa.

 

Ricordiamo Macron anche per quella gustosa immagine uscita dal comizio della sua prima elezione. Ricordate? Volle spostarlo (dicono, per il fatto che c’era troppa gente), davanti alla piramide di Louvre, struttura voluta dal predecessore presidente Mitterand e accusata da più parti di essere un monumento massonico. Qui, un’quadrature lo riprende con le mani alzate a triangolo, e dietro il triangolo della struttura: un’immagine che ha turbato alcuni per la sua possibile valenza simbologica. Noi l’abbiamo usata per l’articolo dell’anno passato sul Trattato del Quirinale.

 

 

L’espressione «Nuovo Ordine Mondiale», come noto, è considerata un marchio incontrovertibile di complottismo. La scorsa settimana è emersa molta ilarità quando è stato rivelato che YouTube aveva effettivamente verificato un video pubblicato dal «World Government Summit 2022». Si trattava di una tavola rotonda diplomatica dove Anwar bin Mohammed Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, discuteva il tema «Siete pronti per un nuovo ordine mondiale?»

 

YouTube ha piazzato sotto l’onesto video istituzionale la pecetta che dice: «Il Nuovo Ordine Mondiale è una teoria del complotto che ipotizza l’emersione segreta di un governo mondiale totalitario».

 

 

Come riportato da Renovatio 21, l’espressione è usata disinvoltamente anche in Italia, in particolare dalla sinistra.

 

Due anni fa l’onorevole Emanuele Fiano presentò alla Direzione del partito una relazione che si intitolava, effettivamente «Per un nuovo ordine mondiale».

 

Nello scritto dell’onorevole figlio di un ebreo deportato ad Auschwitz, purtroppo sconfitto nelle ultime elezioni dalla figlia di Pino Rauti a Sesto San Giovanni, sobborgo operaio milanese detto anche «Stalingrado d’Europa», si parla dell’«idea di una visione multilaterale che serva a rafforzare il profilo del nuovo ordine mondiale a cui aspiriamo». Il corsivo è nostro

 

Discorsi sul Nuovo Ordine Mondiale scapparono negli anni a George Bush padre, a Ratzinger e Bergoglio. Tuttavia il più curioso riferimento, almeno di recente, fu gatto al Concertone del primo maggio 2021, dove il capo della CGIL Landini scandiva della necessità di «sconfiggere la logica di Putin» sostenendo che investire in armi invece che in vaccini per tutto il mondo è sbagliato.

 

Rimediare a queste storture, disse il capo sindacalista «…vuol dire affermare un Nuovo Ordine Mondiale».

 

 

 

Sempre meno pudore in giro? Oppure si tratta semplicemente di un’espressione bellissima, a cui nessun leader, a nessuna latitudine, riesce a resistere?

 

 

 

 

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Chi sono i nazionalisti integralisti ucraini?

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Chi conosce la storia dei nazionalisti integralisti ucraini, i «nazisti» secondo la terminologia del Cremlino? Ha inizio durante la prima guerra mondiale, prosegue nella seconda guerra mondiale, poi durante la guerra fredda e, oggi, con l’operazione militare russa. Molti documenti sono stati distrutti e l’Ucraina moderna vieta, pena la reclusione, di menzionarne i crimini. Ma la storia non si cancella: queste persone hanno massacrato almeno quattro milioni di compatrioti e hanno concepito l’architettura della soluzione finale, ossia dell’uccisione di milioni di persone per l’appartenenza, reale o presunta, alle comunità ebraiche o zingare d’Europa.

 

 

Come maggior parte degli analisti e commentatori politici occidentali, anch’io fino al 2014 ignoravo l’esistenza dei neonazisti ucraini. Quando fu rovesciato il presidente eletto vivevo in Siria; credetti si trattasse di gruppuscoli violenti che avevano fatto irruzione sulla scena politica per dare manforte agli elementi filoeuropei.

 

Dopo l’intervento russo ho via via scoperto molti documenti e informazioni su questo movimento politico, che nel 2021 rappresentava un terzo delle forze armate ucraine. In questo articolo presento una sintesi delle mie ricerche.

 

Nei primissimi anni in cui ha avuto inizio questa storia, ossia anteriormente alla prima guerra mondiale, l’Ucraina era una vasta pianura da sempre contesa fra l’influenza tedesca e quella russa. All’epoca non era uno Stato indipendente, ma una provincia dell’impero zarista. Era abitata da tedeschi, bulgari, greci, polacchi, rumeni, russi, cechi, tatari e da una forte minoranza ebraica, supposta discendere dall’antico popolo Cazaro.

 

Un giovane poeta, Dmytro Dontsov, si appassionò ai movimenti dell’avanguardia artistica, ritenendo che avrebbero potuto far uscire il Paese dall’arretratezza sociale. All’impero zarista, immobile dalla morte della grande Caterina, Dontsov preferì l’impero tedesco, fulcro scientifico dell’Occidente.

 

Allo scoppio della Grande Guerra, Dontsov si trasformò in agente dei servizi segreti tedeschi. Emigrò in Svizzera, dove per loro conto pubblicò in diverse lingue il Bollettino delle nazionalità di Russia, incitandovi all’insurrezione le minoranze etniche dell’impero zarista per provocarne il crollo. I servizi segreti occidentali ne adottarono il modello per organizzare, l’estate scorsa a Praga, il Forum dei Popoli Liberi di Russia. (1)

 

Nel 1917 la rivoluzione bolscevica rovesciò la situazione. Gli amici di Dontsov si schierarono con la Rivoluzione russa, mentre lui rimase filotedesco. Nel periodo di anarchia che seguì, l’Ucraina fu divisa di fatto in tre distinti regimi: i nazionalisti di Symon Petliura (che s’imposero nella zona oggi controllata dall’amministrazione Zelensky); gli anarchici di Nestro Makhno (che si organizzarono in Novorossia, territorio che mai conobbe la servitù della gleba, sviluppato dal principe Potemkin); infine i bolscevichi (presenti soprattutto in Donbass). Il grido di battaglia dei sostenitori di Petliura era «Morte agli ebrei e ai bolscevichi!». Moltissimi i pogrom sanguinari da loro perpetrati.

 

Dmytro Dontsov tornò in Ucraina prima della disfatta tedesca e divenne il protetto di Symon Petliura. Dopo una fugace partecipazione alla Conferenza di pace di Parigi, abbandonò la delegazione ucraina, senza che se ne conosca la ragione. In Ucraina aiutò Petliura ad allearsi con la Polonia per schiacciare gli anarchici e i bolscevichi. Dopo la presa di Kiev da parte dei bolscevichi, Petliura e Dontsov negoziarono il Trattato di Varsavia (22 aprile 1920): le forze armate polacche s’impegnavano a respingere i bolscevichi e a liberare l’Ucraina in cambio della Galizia e della Volinia (proprio come oggi l’amministrazione Zelensky negozia l’entrata in guerra della Polonia in cambio degli stessi territori) (2).

 

La guerra fu un disastro.

 

Vladimir Jabotinsky, nato a Odessa, teorico del sionismo revisionista. Secondo lui Israele era una terra senza popolo per un Popolo senza terra.

 

Per rafforzare il proprio campo, Petliura negoziò in segreto con il fondatore dei battaglioni ebraici dell’esercito britannico (la Legione Ebraica), nonché amministratore dell’Organizzazione Sionista Mondiale (OSM), Vladimir Jabotinsky.

 

A settembre 1921 i due concordarono di fare fronte comune contro i bolscevichi, in cambio dell’impegno di Petliura a imporre alle proprie truppe il divieto di continuare i pogrom. La Legione Ebraica doveva diventare la «Gendarmeria ebraica». Ma, nonostante gli sforzi, Petliura non riuscì a tenere a bada i suoi, tanto più che il suo stretto collaboratore, Dontsov, continuava a incitare al massacro degli ebrei.

 

Alla fine, dopo la rivelazione dell’Accordo, l’Organizzazione Sionista Mondiale avversò il regime di Petliura.

 

Il 17 gennaio 1923 l’OSM istituì una commissione d’inchiesta sulle attività di Jabotinsky. Costui si rifiutò di giustificare il proprio operato e diede le dimissioni.

 

Symon Petliura s’impadronì del nord dell’Ucraina. Protettore dei nazionalisti integralisti, sacrificò Galizia e Volinia per combattere i russi.

 

Petliura fuggì prima in Polonia e poi in Francia, dove fu ucciso da un ebreo anarchico di Bessarabia (attuale Transnistria), che durante il processo assunse la piena responsabilità dell’assassinio, dichiarando di averlo commesso per vendicare le centinaia di migliaia di ebrei ammazzati dalle truppe di Petliura e Dontsov. Il processo ebbe grande risonanza. Il tribunale rimise in libertà l’omicida. In quest’occasione fu fondata la Lega contro i Pogrom, la futura LICRA (Lega Internazionale Contro il Razzismo e l’Antisemitismo).

 

I bolscevichi sconfissero non soltanto i nazionalisti, ma anche gli anarchici. S’imposero ovunque e decisero, non senza dibatterne, di unirsi all’Unione Sovietica.

 

Dontsov pubblicò riviste letterarie che esercitarono grande fascino sui giovani. Seguitò ad auspicare un’Europa centrale dominata dalla Germania e si avvicinò al nazismo via via che il movimento si affermava.

 

Ben presto battezzò la propria dottrina «nazionalismo integralista ucraino», in riferimento al poeta francese Charles Maurras. Dontsov e Maurras partono dal medesimo assunto: cercare nella propria cultura gli elementi per l’affermazione di un nazionalismo moderno. Ma Maurras era germanofobo, Dontsov invece germanofilo.

 

L’espressione «nazionalismo integralista» è tuttora rivendicata dagli adepti di Dontsov, che dalla caduta del terzo Reich stanno attenti a ricusare il termine «nazismo», con cui i russi, non senza motivo, li definiscono.

 

Secondo Dontsov, il nazionalismo ucraino si caratterizza per:


– «l’affermazione della volontà di vivere, di potenza e di espansione» (promuove «Il diritto delle razze forti di organizzare popoli e nazioni per rafforzare la cultura e la civiltà esistenti»);


– «il desiderio di combattere e la consapevolezza di doverlo fare fino alle estreme conseguenze» (tesse le lodi della «violenza creatrice della minoranza capace d’iniziativa»).

 

Le sue peculiarità sono:


– «il fanatismo»;
– «l’immoralità».

 

Voltando le spalle al proprio passato, Dontsov divenne un ammiratore incondizionato del Führer. I suoi discepoli avevano fondato nel 1929 l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), la cui figura centrale era il colonnello Yevhen Konovalets, che definì Dontsov «dittatore spirituale della gioventù della Galizia».

 

Mentre nasceva una disputa con un altro intellettuale a proposito dell’estremismo di Dontsov, in guerra perenne contro tutti, Konovalets fu assassinato. L’OUN, finanziato dai servizi segreti tedeschi, si divise in due fazioni. L’organizzazione dei nazionalisti integralisti si chiamò OUN-B, dal nome del discepolo prediletto di Dontsov, Stepan Bandera.

 

Negli anni 1932-33 i commissari politici sovietici, per la maggior parte ebrei, istituirono, in Ucraina e in tutte le altre regioni dell’URSS, un’imposta sui raccolti. Questa politica, combinata a importanti e imprevedibili eventi climatici, provocò in molte regioni dell’Unione Sovietica, fra cui l’Ucraina, una gigantesca carestia, conosciuta con il nome di Holodomor. Al contrario di quanto afferma lo storico nazionalista integralista Lev Dobrianski, non si trattò di un piano dei russi per sterminare gli ucraini, dal momento che ne furono colpite anche altre regioni, ma di una gestione inadeguata delle risorse pubbliche in un momento di cambiamento climatico. La figlia di Dobrianski, Paula, divenne una delle collaboratrici del presidente George W. Bush; si batté senza esclusione di colpi per negare le università occidentali agli storici che non aderivano alla propaganda del padre.  (3)

 

Nel 1934 Bandera, in quanto membro dei servizi segreti nazisti, nonché capo dell’OUN-B, organizzò l’assassinio del ministro dell’Interno polacco, Bronislaw Pieracki.

 

Dal 1939 i membri dell’OUN-B, organizzati in una formazione militare, l’UPA, furono addestrati in Germania dell’esercito tedesco, poi, sempre in Germania, dagli alleati giapponesi. Bandera propose a Dontsov di mettersi a capo dell’organizzazione, ma l’intellettuale rifiutò, preferendo il ruolo di leader a quello di comandante operativo.

 

I nazionalisti integralisti riconobbero l’invasione della Polonia, frutto del patto tedesco-sovietico. Come ha dimostrato Henry Kissinger, che certamente non può essere tacciato di simpatie sovietiche, l’URSS non voleva annettere la Polonia, ma neutralizzarne una parte per prepararsi allo scontro con il Reich. Lo scopo del cancelliere Hitler era invece avviare la conquista di uno «spazio vitale» in Europa centrale.

 

Sin dall’inizio della seconda guerra mondiale l’OUN-B si batté, su indicazione di Dontsov, a fianco dei nazisti, contro ebrei e sovietici.

 

La collaborazione tra nazionalisti integralisti ucraini e nazisti proseguì con continui massacri della maggioranza della popolazione ucraina ritenuta ebrea o comunista.

 

Nell’estate del 1941 l’Ucraina fu «liberata» dal III Reich, al motto «Slava Ukraïni!» (Gloria all’Ucraina), grido di battaglia oggi utilizzato dall’amministrazione Zelensky e dai Democratici Usa.

 

A Leopoli, non a Kiev, i nazionalisti integralisti proclamarono l’«indipendenza» dell’Ucraina dall’Unione Sovietica, alla presenza di rappresentanti nazisti e del clero greco-ortodosso, sull’esempio della Guardia di Hlinka in Slovacchia e degli Ustascia in Croazia. Formarono un governo sotto la leadership del Providnyk (guida) Bandera, di cui primo ministro fu l’amico Yaroslav Stetsko.

 

Si stima che i loro sostenitori in Ucraina fossero 1,5 milioni. Dunque i nazionalisti integralisti sono sempre stati esigua minoranza.

 

Celebrazione con dignitari nazisti dell’Ucraina indipendente. I tre ritratti alle spalle degli oratori sono di Stepan Bandera, Adolf Hitler e Yevhen Konovalets.

 

I nazisti si divisero tra la fazione guidata dal commissario del Reich per l’Ucraina, Erich Koch, per il quale gli ucraini erano sub-umani, e quella del ministro dei Territori occupati di Oriente, Alfred Rosenberg, per il quale i nazionalisti integralisti erano validi alleati.

 

Alla fine, il 5 luglio 1941 Bandera fu deportato a Berlino e messo in Ehrenhaft («onorevole detenzione»), ossia sottoposto a obbligo di residenza con rango elevato.

 

Tuttavia, il 13 settembre 1941, poiché membri dell’OUN-B avevano assassinato i capi della fazione rivale, l’OUN-M, i nazisti sanzionarono Bandera e la sua organizzazione. 48 dirigenti dell’OUN-B furono rinchiusi in un campo di prigionia, ad Auschwitz (all’epoca non ancora campo di sterminio, ma semplice prigione).

 

L’OUN-B fu riorganizzata sotto comando tedesco. Tutti i nazionalisti ucraini prestarono allora il seguente giuramento: «Figlio fedele della mia Patria, mi unisco volontariamente ai ranghi dell’Esercito di Liberazione Ucraino e con gioia giuro di combattere fedelmente il bolscevismo per l’onore del popolo. Questa battaglia la combatto a fianco della Germania e dei suoi alleati, contro un nemico comune. Con fedeltà e sottomissione incondizionata credo in Adolf Hitler quale dirigente e comandante supremo dell’Esercito di Liberazione. Sono disposto a sacrificare in ogni momento la mia vita per la verità».

 

Il giuramento dei membri dell’OUN di fedeltà al Führer Adolf Hitler.

 

I nazisti annunciarono di aver scoperto nelle prigioni molti corpi di vittime degli «ebrei bolscevichi». Fu così che i nazionalisti integralisti celebrarono la loro «indipendenza» assassinando oltre 30 mila ebrei e partecipando attivamente al massacro di Babij Jar: 33.771 ebrei di Kiev fucilati in due giorni, il 29 e 30 settembre 1941, dalle Einsatzgruppen dell’SS Reinhard Heydrich.

 

Nel trambusto, Dontsov scomparve. In realtà si era rifugiato a Praga, ove si era messo al servizio dell’ideatore della soluzione finale, Reinhard Heydrich, da poco nominato vicegovernatore di Boemia-Moravia.

 

Heydrich organizzò la Conferenza di Wannsee, che pianificò la «soluzione finale della questione degli ebrei e degli zingari» (4). In seguito istituì a Praga l’Istituto Reinhard Heydrich per coordinare la sistematica eliminazione di queste popolazioni in Europa.

 

L’ucraino Dontsov, che adesso viveva nel più gran lusso a Praga, ne divenne immediatamente amministratore. Dontsov fu quindi uno dei più importanti architetti del più grande massacro della storia. Heydrich fu assassinato a giugno 1942, ma Dontsov mantenne incarichi e privilegi.

 

Reinhard Heydrich pronuncia un discorso al castello di Praga. Era incaricato della gestione della Boemia-Moravia. In realtà il suo compito era coordinare la «soluzione finale» della questione degli ebrei e degli zingari. Dmytro Dontsov entrò a far parte dei collaboratori di Heydrich nel 1942; sovrintese ai massacri in tutta l’Europa, fino alla caduta del Reich. Il castello di Praga a ottobre scorso è stato sede della riunione contro la Russia della Comunità Politica Europea.

 

Stepan Bandera e il suo vice, Iaroslav Stetsko, furono sottoposti a obbligo di residenza nella sede dell’Ispettorato Generale per i Campi di Concentramento, a Oranienburg–Sachsenhausen, 30 chilometri da Berlino. Inviarono in assoluta libertà lettere ai propri sostenitori e ai dirigenti del Reich e non subirono alcuna restrizione.

 

A settembre 1944, mentre le forze armate del Reich si ritiravano e i sostenitori di Bandera cominciavano a rivoltarsi contro i tedeschi, Bandera e Stetsko furono liberati dai nazisti e ricollocati negli incarichi precedenti: ripresero la lotta armata contro ebrei e bolscevichi.

 

Ma ormai era troppo tardi. Il Reich crollò. Gli anglosassoni recuperarono Dontsov, Bandera e Stetsko. Dontsov, il teorico del nazionalismo integralista, fu trasferito in Canada; i due esperti del massacro furono invece mandati in Germania. L’MI6 e l’OSS (antesignano della CIA) riscrissero le loro biografie, cancellandone l’impegno a fianco dei nazisti e le responsabilità nella «soluzione finale».

 

Stepan Bandera in esilio, mentre celebra la memoria di Yevhen Konovalets.

Bandera e Stetsko furono sistemati a Monaco per organizzare le reti stay-behind anglosassoni in Unione Sovietica. Dal 1950 ebbero a disposizione un’importante emittente radiofonica, Radio Free Europe, che condividevano con i Fratelli Mussulmani di Said Ramadan (padre di Tariq).

 

La radio era finanziata dal National Committee for a Free Europe, emanazione della CIA: ne erano membri il direttore della radio Alan Dulles, il futuro presidente Dwight Eisenhower, il magnate della stampa Henry Luce, nonché il regista Cecil B. DeMilles. Lo presiedeva lo specialista di guerra psicologica, e futuro protettore degli Straussiani, Charles D. Jackson.

 

Quanto a Vladimir Jabotinsky, dopo aver abitato in Palestina, si rifugiò a New York, dove lo raggiunse Benzion Netanyahu (padre di Benjamin, attuale primo ministro israeliano). Insieme redassero i testi dottrinali del sionismo revisionista e l’Enciclopedia Ebraica.

 

Bandera e Stetsko viaggiarono molto. Organizzarono operazioni di sabotaggio in tutta l’Unione Sovietica, in particolare in Ucraina, e volantinaggi aerei. Allo scopo crearono il Blocco delle Nazioni Antisovietiche (ABN), che riuniva Paesi omologhi dell’Europa centrale (6).

 

L’agente britannico che faceva il doppio gioco, Kim Philby, informava in anticipo i sovietici delle azioni dei banderisti. Bandera incontrò Dontsov in Canada per chiedergli di mettersi a capo della lotta. L’intellettuale rifiutò nuovamente, preferendo dedicarsi ai propri scritti. Il suo pensiero andò alla deriva, involvendosi in un delirio mistico ispirato ai miti vichinghi variaghi: annunciava la battaglia finale dei cavalieri ucraini contro il dragone russo.

 

Bandera invece si alleò con il leader cinese Chiang Kai-Schek, che incontrò nel 1958. L’anno successivo Bandera fu assassinato a Monaco dal KGB.

 

Chiang Kai-Schek e Iaroslav Stetsko alla fondazione della Lega Anticomunista Mondiale.

 

Stetsko continuò la lotta per mezzo di Radio Free Europe e l’ABN. Andò negli Stati Uniti per testimoniare davanti alla Commissione per la repressione delle attività antiamericane, presieduta dal senatore Joseph McCarthy.

 

Nel 1967 fondò con Chiang Kai-Schek la Lega Anticomunista Mondiale (6). Alla Lega aderirono molti dittatori filostatunitensi di tutto il mondo; aveva due scuole di tortura, a Panama e a Taiwan. Ne fece parte anche Klaus Barbie, che assassinò Jean Moulin in Francia e poi Che Guevara in Bolivia.

 

Nel 1983 Stetsko venne ricevuto alla Casa Bianca dal presidente Ronald Reagan e partecipò con il vicepresidente George Bush padre alle cerimonie delle «Nazioni prigioniere» (ossia occupate dai sovietici) di Lev Dobrianski. Finché morì nel 1986.

 

Ma la vicenda non finisce qui. La moglie, Slava Stetsko, si mise a capo delle organizzazioni del marito. Anch’ella andò in giro per il mondo per sostenere ogni lotta contro russi e cinesi; meglio: contro i comunisti. Al crollo dell’URSS, Slava Stetsko si limitò a cambiare il nome della Lega facendola diventare Lega per la Libertà e la Democrazia, denominazione che conserva a tutt’oggi. In seguito si dedicò a riaffermarsi in Ucraina.

 

Nel 1994 Slava Stetsko si presentò alle prime elezioni dell’Ucraina indipendente. Fu eletta alla Verkhovna Rada ma, essendole stata revocata la cittadinanza ucraina dai sovietici, non poté presentarsi. Non desistette: fece venire il presidente ucraino Leonid Kuchma a Monaco, dove lo incontrò nei locali della CIA per dettargli passaggi della nuova Costituzione, che ancora oggi all’art. 16 sancisce che «la preservazione del patrimonio genetico del popolo ucraino pertiene alla responsabilità dello Stato». L’Ucraina persiste a proclamare ancora la discriminazione razziale, come nei periodi più bui della seconda guerra mondiale.

 

Slava Stetsko fu rieletta nelle due successive legislature, di cui presiedette solennemente le sedute di apertura, il 19 marzo 1998 e il 14 maggio 2002.

 

Nel 2000 Lev Dobransky organizzò a Washington un grande convegno con molti ufficiali ucraini. Vi invitò lo Straussiano Paul Wolfowitz, ex collaboratore di Charles D. Jackson. Durante il simposio i nazionalisti integralisti si misero a disposizione degli Straussiani per distruggere la Russia (8).

 

L’8 maggio 2007, a Ternopol, per iniziativa della CIA i nazionalisti integralisti dell’Autodifesa del Popolo Ucraino e gli islamisti fondarono un Fronte Antimperialista antirusso, presieduto congiuntamente dall’emiro di Ichkeria, Dokka Umarov, e da Dmytro Yarosh (attuale consigliere speciale del capo delle forze armate ucraine). Vi presero parte organizzazioni di Lituania, Polonia, Ucraina e Russia, oltre ai separatisti di Crimea, Adighezia, Dagestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Karachayevo-Cherkessia, Ossezia e Cecenia. Non potendovi partecipare a causa delle sanzioni internazionali, Umarov inviò un intervento scritto.

 

Retrospettivamente, i tatari di Crimea non riescono a spiegare la loro presenza alla riunione se non con il loro passato al servizio della CIA contro i sovietici.

 

Dopo la «rivoluzione arancione», il presidente filostatunitense Viktor Yushchenko creò un Istituto Dmytro Dontsov. Yushchenko è un esempio di ripulitura anglosassone: ha sempre affermato di non avere alcun rapporto con i nazionalisti integralisti. L’Istituto Dmytro Dontsov fu chiuso nel 2010 e riaperto dopo il colpo di Stato del 2014.

 

Il presidente Yushchenko poco prima della fine del suo mandato elevò il criminale contro l’umanità Stepan Bandera al titolo di «eroe della Nazione».

 

Nel 2011 i nazionalisti integralisti riuscirono a far approvare una legge che vieta di commemorare la fine della seconda guerra mondiale, perché vinta dai sovietici e persa dai banderisti. Ma il presidente Viktor Yanukovich rifiutò di promulgarla. Furiosi, i nazionalisti integralisti attaccarono il corteo dei veterani dell’Armata Rossa, caricando di botte dei vecchi. Due anni dopo le città di Leopoli e d’Ivano-Frankivsk abolirono le cerimonie della Vittoria e vietarono ogni manifestazione di esultanza.

 

Nel 2014 gli ucraini di Crimea e del Donbass rifiutarono di riconoscere il governo frutto di un colpo di Stato. La Crimea, che si era proclamata indipendente prima dell’Ucraina, espresse di nuovo la propria volontà e aderì alla Federazione di Russia. Il Donbass scelse un compromesso. I nazionalisti ucraini, guidati dal presidente Petro Poroshenko, smisero di provvedere ai servizi pubblici e bombardarono la popolazione. In otto anni assassinarono almeno 16 mila concittadini nell’indifferenza generale.

 

È così che dopo il colpo di Stato del 2014 le milizie nazionaliste integraliste furono incorporate nelle forze armate ucraine. Nel loro regolamento interno impongono a ogni combattente di leggere le opere di Dmytro Dontsov, in particolare il suo capolavoro, Націоналізм (Nazionalismo).

 

Ad aprile 2015 la Verkhovna Rada dichiarò i membri dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) «combattenti per l’indipendenza». La legge fu promulgata a dicembre 2018 dal presidente Poroshenko. Chi fece parte delle Waffen SS ebbe diritto a una pensione di vecchiaia retroattiva e a ogni genere di privilegio. La stessa legge stabilì che affermare che i militanti dell’OUN e i combattenti dell’UPA collaborarono con i nazisti e praticarono la pulizia etnica di ebrei e polacchi è reato. Se questo articolo fosse pubblicato in Ucraina manderebbe in prigione me per averlo scritto e voi per averlo letto.

 

Il 1° luglio 2021 il presidente Volodymyr Zelensky ha promulgato una legge che pone le popolazioni autoctone dell’Ucraina sotto la protezione dei diritti dell’uomo. Diritti che, per difetto, i cittadini di origine russa non possono invocare davanti a un tribunale.

 

A febbraio 2022 le milizie nazionaliste integraliste, che rappresentavano un terzo delle forze armate del Paese, stavano pianificando un’invasione coordinata di Crimea e Donbass. Furono fermate dall’operazione militare russa, finalizzata a far applicare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e mettere fine al calvario delle popolazioni del Donbass.

 

La vice-prima ministra canadese, Chrystia Freeland, e i membri della sezione canadese dell’OUN durante una manifestazione di sostegno al presidente Zelensky. Freeland è candidata alla segreteria generale della Nato.

 

A marzo 2022 il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, rompendo con il «sionismo revisionista» di Benjamin Netanyahu (figlio del segretario di Jabotinsky) suggerì al presidente Volodymyr Zelensky di acconsentire alle richieste russe e di denazificare l’Ucraina (9).

 

Imbaldanzito dall’insperato sostegno, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, osò evocare il caso del presidente ebreo dell’Ucraina: «Il popolo ebreo nella sua saggezza ha detto che gli antisemiti più veementi sono in genere loro stessi ebrei. Ogni famiglia ha la sua pecora nera, come si suol dire». Era troppo per gli israeliani, che si allarmano sempre quando si tenta di dividerli. L’omologo di Lavrov, Yair Lapid, ricordò che gli ebrei non hanno mai organizzato da sé l’olocausto di cui sono stati vittime.

 

Stretto fra la propria coscienza e le alleanze, lo Stato ebraico ribadì a non finire il proprio sostegno all’Ucraina, ma rifiutò di inviarle anche la benché minima arma.

 

Alla fine fu lo stato-maggiore a decidere: il ministro della Difesa, Benny Gantz chiuse ogni possibilità di sostegno in armi al successore dei massacratori degli ebrei.

 

Gli ucraini sono gli unici nazionalisti che si battono non per il loro popolo, non per la loro terra, ma per un’unica idea: annientare ebrei e russi.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

Principali fonti:

Ukrainian Nationalism in the age of extremes. An intellectual biography of Dmytro Dontsov, Trevor Erlacher, Harvard University Press (2021).
Stepan Bandera, The Life and Afterlife of a Ukrainian Nationalist. Fascism, Genocide, and Cult, Grzegorz Rossoliński-Liebe, Ibidem (2014).

 

 

NOTE

1) «La strategia occidentale per smantellare la Federazione di Russia», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 agosto 2022.

2) «La Polonia e l’Ucraina», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 14 giugno 2022.

[3«L’Holodomor, nouvel avatar de l’anticommunisme “européen”» (estratto di Le Choix de la défaite), Annie Lacroix-Riz (2010).

4) «The Wannsee Conference in 1942 and the National Socialist living space dystopia», Gerhard Wolf, Journal of Genocide Research, Vol 17 N°2 (2015). https://doi.org/10.1080/14623528.2015.1027074

5) Notiziari del Blocco delle Nazioni Antisovietiche sono disponibili nella Biblioteca di Réseau Voltaire. ABN Korrespondenz (auf Deutsch), ABN Correspondence (in english).

6) «L’internazionale criminale: la Lega anticomunista mondiale», di Thierry Meyssan, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 3 luglio 2016.

7) «Ucraina: la seconda guerra mondiale non è finita», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 26 aprile 2022.

9) «Israele sbalordito dai neonazisti ucraini», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 8 marzo 2022.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di Mykola Vasylechko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

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Geopolitica

La Francia nemica nostra?

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La realtà è che gli immigrati c’entrano poco. O pochino.

 

La realtà è che il dramma diplomatico che si sta consumando tra Parigi e Roma – che il neopremier italiano definisce «reazione aggressiva ed ingiustificata» – è solo un episodio isterico di un conflitto che va avanti da tempo.

 

Qualcuno dirà che questa relazione già aveva i suoi lineamenti due secoli e passa fa. Noi ci accontentiamo di annotare ciò che è accaduto negli ultimi anni, e non è poca roba: ci sono cose da far accapponare la pelle, ci sono cose che fanno vomitare. Prepotenza, calcolo, scherno, forse perfino violenza: con i cugini di Oltralpe non ci hanno fatto mancare niente. Del resto, vale la pena di ricordarlo, solo una potenza atomica, al punto che ci vendono pure il 6% del nostro fabbisogno energetico, genialmente denuclearizzato per via referendaria tra lo champagne di svizzeri e francesi – e poi, lo abbiamo visto, la corrente ce la vendono finché vogliono, ad una certa possono staccarcela, così da mandare lo Stivale un po’ in blackout.

 

Il lettore deve capire che la questione è davvero profonda, e di mezzo c’è davvero tutto, dai miliardi della finanza a presunte bombe come ritorsione per le nostre operazioni in Africa.

 

Ora, tutti ricorderanno la famosa conferenza stampa congiunta Sarkozy-Merkel, quella con i sorrisetti per Berlusconi, dopo la quale si capì che il premier eletto dal popolo doveva sloggiare e far posto all’eurotecnocrate Goldman Sachs di allora, Mario Monti.

 

 

Era il 2011, e non si trattava dell’unico cambiamento rilevante di quei mesi.

 

Ricordate? La «Primavera Araba» era scoppiata anche in Libia, nel modo più violento visto (forse fa eccezione la Siria, ma per ragioni simili), e in breve tempo venne ucciso il vertice supremo del Paese, il colonnello Muhammar Gheddafi, trucidato selvaggiamente a favor di telefonino. Sulla presenza di personale francese nel commando libico che a Sirte massacrò il ras di Tripoli, vi sono delle voci. Seguì la disintegrazione dello Stato libico, con la vasta guerra civile che durra fino ai giorni nostri, e che nel caos potrebbe prevedere, alla fine, pure il ritorno di un Gheddafi sul trono del Paese.

 

L’assassinio di Gheddafi non ha solo un ruolo diretto nella crisi migratoria riversatasi subito dopo sull’Europa tutta e non ancora finita. La fine del dittatore tripolitano aveva risvolti euro-americani notevoli. Perché l’Italia, come l’Europa che lo aveva contrattualizzato per fermare i migranti, aveva trovato la quadra con la Libia: riappacificazioni, richieste di scuse storiche, appalti per le nostre ditte, concessioni per gli idrocarburi, le immagini di Berlusconi che stringe la mano a Gheddafi stampata come grafica su tutti i passaporti libici.

 

Londra e Parigi, no. In un momento di debolezza del governo italiano – rammentate, i risolini, poi il temibile spread usato come arma di distrazione di massa – ne approfittarono, e cominciarono le operazioni di sottrazione: la Libia doveva essere de-italianizzata. E i Gheddafi sterminati – anche perché si cominciava a vociferare di 50 milioni libici finiti nella campagna presidenziale 2007 di Sarkozy… Certo, vi era a Roma una quinta colonna, dentro un partito e alle sfere altissimi del potere politico. Albione appoggiò il deep state francese. L’America pure. Hillary Clinton, allora segretario di Stato di Obama, si lasciò scappare davanti alle telecamere una gioia demoniaca per l’assassinio di Gheddafi: «we came, we saw, he died» disse distorcendo in modo sadico le parole di Giulio Cesare. Poi giù risate inquietanti.

 

 

Non è l’unica cosa poco edificante che sull’argomento esce dal mondo di Hillary. C’è una strana mail inviata al Segretario Di Stato Hillary Clinton (2 aprile 2011) dal funzionario Sidney Blumenthal in cui si dice che Gheddafi voleva sostituire il Franco CFA con un’altra moneta panafricana per liberare dalla Francia l’Africa francofona.

 

Il «nostro» Gheddafi e la Francia

Siamo sempre un po’ scioccati dal constatare come pochi unirono i puntini per vedere che si trattava, con evidenza, di una vera vendetta francese contro l’Italia. Non è solo il fatto che la Total, colosso petrolifero enorme, vuole farsi i pozzi libici scacciando l’ENI. No, c’è qualcosa di personale.

 

Nel 1984 Craxi atterra a Roma dopo un viaggio in Algeria e chiede di vedere subito l’ammiraglio del SISMI Fulvio Martini. Chadli Benjedid, il presidente algerino, aveva rivelato a Craxi che per mettere al sicuro il tratto finale del gasdotto che porta il metano in Italia aveva programmato nientemeno che un’invasione della Tunisia. Craxi lo pregò di non far nulla. Martini lo racconta nel libro Nome in codice Ulisse: «Non fu un brutale colpo di stato: fu un’operazione di politica estera, messa in piedi con intelligenza, prudenza ma anche decisione dagli uomini che guidavano l’Italia in quegli anni. Sì, è vero, l’Italia sostituì Bourghiba con Ben Alì».

 

Così Bourghiba, il presidente pazzo di Tunisi nelle mani dei Francesi, fu sostituito dal «nostro» Ben Alì.

Martini, il vertice dei servizi militari italiani, incontra il suo omologo del DGSE francese: «era il generale Réné Imbot, ex capo di stato maggiore dell’ Armée. Andai da lui, gli spiegai la situazione, gli dissi che l’Italia voleva risolvere le cose nella maniera più cauta possibile, ma che comunque non voleva aspettare che la Tunisia saltasse per aria. Lui fece un errore imperdonabile: mi trattò con arroganza, mi disse che noi italiani non dovevamo neppure avvicinarci alla Tunisia, che quello era impero francese. Io ancora oggi penso che per difendere un impero bisognava avere i mezzi, la capacità ma anche la solidarietà di chi non è proprio l’ultimo carrettiere del Mediterraneo… Imbot era stato nella Legione straniera per vent’anni, aveva guidato i paracadutisti che parteciparono alla repressione nella casbah durante la battaglia di Algeri. Era un soldato, non capiva la politica, ebbe qualche problema con il suo primo ministro Jacques Chirac».

 

Ben Alì, come noto, fu scacciato solo decenni dopo, nel 2011, all’insorgere della maledetta «Primavera Araba», che iniziò guarda caso proprio da casa sua, con le proteste tunisine scaturite in seguito al suicidio incendiario di un commerciante.

 

Fatto fuori un pezzo «italiano», ne fecero fuori anche un altro, a pochi chilometri: il colonnello Gheddafi.

 

Bombe di vendetta contro l’Italia?

Torniamo alla Prima Repubblica: nella notte tra il 7 e l’8 novembre del 1987, un attentato terroristico distrusse il radiofaro della Marina militare italiana dell’ isola di San Domino, alle Tremiti. La bomba uccise uno dei due «terroristi», uno svizzero quarantatreenne di nome Jean Louis Nater, mentre quell’altro, Samuel Wampfler, un altro svizzero con tanti passaporti e trascorsi rocamboleschi, fu arrestato. Nel 1990 viene condannato a 10 anni, ma non sconta nulla, e sparisce.

 

Si pensò che il colpevole fosse l’allora babau globale Gheddafi, che non aveva lesinato aiuti al terrorismo su ogni latitudine. Qualche giorno prima, il colonnello aveva rivendicato il possesso delle Tremiti, asserendo che lì vi erano i discendenti dei libici deportati dal governo Giolitti (1911) (la cosa risultò totalmente priva di fondamento quando tutta la popolazione si sottopose ad un test del DNA nel 2008).

 

 Nel 1996 sarà il Corriere della Sera a scrivere che non si trattava di Gheddafi, ma di una sorta di vendetta, di Parigi. Un avvertimento – diretto contro le nostre forze armate.

 

Ma come: il Paese nostro confinante, al quale ci uniscono mille legami profondi (la storia, la lingua neolatina, la religione, anche se solo in teoria), avrebbe messo una bomba, pur simbolica, nel nostro territorio?

 

 

La campagna napoleonica del XXI secolo

Bisogna capire che in questi ultimi decenni più che mai l’Italia è stata per Parigi terra di conquista. E non ci riferiamo alle sparate napoleoniche del candidato presidente Zemmour, che arrivò a dipingere in TV una possibile (nuova) invasione francese del Nord Italia.

 

Parliamo dell’economia. Parliamo delle nostre aziende.

 

Secondo un’indagine realizzata qualche anno fa dal gruppo KPMG Corporate Finance per il Corriere della Sera, tra il 2008 e il 2018 le acquisizioni francesi di realtà italiane sono state ben 214, una ventina ogni 12 mesi, con un esborso di 32 miliardi di euro. Davvero una napoleonica campagna d’Italia.

 

Nel 2008, la Banca Nazionale del Lavoro (BNL), un tempo braccio bancario del Ministero del Tesoro, diveniva proprietà di BNP-Paribas.

 

Crédit Agricole, dopo essere andato in soccorso di Banca Intesa mette le mani su Cariparma, Friuladria e 202 sportelli bancari ex Intesa Sanpaolo. Seguono Cassa di Risparmio di La Spezia, una quota consistente del prestatore Agos (credito al consumo), Cassa di Risparmio di Cesena, Cassa di Risparmio di Rimini e Cassa di Risparmio di San Miniato

 

Il latticino italiano è stato sbancato. Parmalat, Galvani, Invernizzi, Locatelli sono stati comprati nel 2011, 2006, 2003 dal gruppo Lactalis, che ha sede a Laval ed è famoso per il Camembert.

 

Lo zucchero Eridania è stato ceduto al gruppo francese Cristal Union, i vini della Tenuta Greppo, che fa il Brunello di Montalcino, sono passati dalla famiglia Biondi Santi alla finanziaria Epi controllata dalla famiglia Descours.

 

Assicurazioni: quattro quinti di Bipiemme Vita dalla Popolare di Milano è andata ai francesi Covéa; la francese Cardif (sempre BNP-Paribas) si è fatta il 51% di BNL Vita. Nel 2016 Unicredit ha ceduto ad Amundi, il suo polo del risparmio gestito, Pioneer.

 

Il lusso italiano è da anni infiltrato o espugnato dai transalpini. LVMH (la sigla che sta per Lous Vuitton Moet-Hennesy), ha acquisito Loro Piana e Bulgari; Arnault, il patron, ha pochi mesi fa ultimato l’acquisto anche di un simbolo di Venezia, l’Hotel Cipriani. Del resto la laguna l’aveva già invasa con la Punta della Dogana, trasformata in un museo personale dove ospitare vomitevoli artisti di arte contemporanea e i divi di Hollywood amici della moglie Salma Hayek, che fa film kolossal in cui emerge casualmente quanto poco carina fosse la famiglia Gucci e quanto meglio quindi sia il marchio italiano sotto la proprietà del megafondo.

 

Il gruppo Kering del miliardario François Pinault – concorrente diretto degli Arnault – ha fatto incetta di marchi italiani dell’alta moda: Gucci, Bottega Veneta, Pomellato, Sergio Rossi, Fendi, Pucci, Brioni (quest’ultimo uno dei marchi preferiti di Donald Trump).

 

Edison, vecchia gloria dell’industria italiana, è di EDF, che sta per Électricité de France. Edipower (Udine), Comat e Frendy Energy, hanno avuto la stessa sorte. Sempre nel settore energetico, è interessante vedere come Suez ha alzato la propria presenza in Acea (il fornitore di luce e gas di Roma) dal 12,4 al 23% comprando le quote dai Caltagirone; mentre Direct Energie ha acquisito da Enel per 36,5 milioni Marcinelle Energie.

 

L’industria ferroviaria italiana praticamente non esiste più: a rilevare la FIAT ferroviaria, nella svendita del 2000, fu il gruppo francese Alstom.

 

I francesi comprano aziende italiane, poi ci piazzano i loro super-manager, che da noi imperano beati. Prendete Mustier (Unicredit), Donnet (Generali), Bernier (Parmalat), Benayoun (Edison).

 

Pare impossibile da pensare, tuttavia non sempre era andata così. Italcementi 30 anni fa divenne un gruppo internazionale quando inglobò Ciments Français.

 

Non è facile nemmeno dimenticare, a fine anni Novanta, la sfilata di Armani in Place Vendome a Parigi annullata a pochi minuti dall’inizio; era un segno di sorpasso italiano, sul quale i francesi intervennero mandando i gendarmi a bloccare le modelle – davvero.

 

Il problema poi ce lo ha avuto Fincantieri con il produttore di sommergibili francese STX: gli italiani lo hanno rilevato dai coreani, tuttavia i politici francesi, da Macron alla Le Pen, non credono che pacta sunt servanda. L’affare sfumò. Per i golosi ricordiamo che nella faccenda la consulenza era della società del ramo parigino dei Rothschild, antichi datori di lavoro del presidente Macron.

 

Qualcuno può ricordare come nel 2006 con Tremonti Enel tentò di scalare Suez, il secondo gruppo mondiale nel campo della gestione delle acque e dei rifiuti. La risposta fu immediata: per impedirlo, Suez e il colosso pubblico della distribuzione gasiera Gaz de France (GDF) si fusero (ora il gruppo unito si chiama Engie e opera anche in Italia).

 

Negli anni Ottanta, i nomi italiani più noti in Francia, dopo Marcello Mastroianni e Ornella Muti, erano – scrive un vecchissimo articolo del 1990 – Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, cioè raider dell’economia transalpina. Il secondo, soprattutto, forte di una solida amicizia su Mitterand probabilmente basata su di uno speciale interesse comune – le donne – nella Francia dello statalismo di granito creò perfino un canale privato, La Cinq.

 

Morto Mitterand e il vecchio socialismo francese (oltre a quello italiano) Berlusconi perderà il canale, e si ritroverà, anni dopo, a doversi difendere in casa dagli assalti francesi. La guerra tra Vivendi e Mediaset infuria sui giornali e in tribunali. Il gruppo TV di Cologno Monzese doveva finire nelle mani del magnate Vincent Bolloré, già socio di Telecom Italia con oltre il 23%.

 

Arrivati a Telecom, i francesi ci piazzano un loro uomo di fiducia, un israeliano di nome Genish. Quando ad opporsi allo strapotere francese arriva un hedge fund americano, Elliot, molti italiani cantano vittoria, magari dimenticandosi chi è il suo capo, Paul Singer: grande finanziatore del Partito Repubblicano e del movimento LGBT, Singer è noto per depredare nazioni intere, come nel caso dell’Argentina (dove, lui privato, fece sequestrare come garanzia una nave scuola della marina argentina ormeggiata in un porto del Ghana) del Perù (dove fece sequestrate il jet del presidente Fujimori). Singer, che poi entrerà nel Milan, è anche quello che, come dimostra una sua lettera ai dipendenti, sapeva dell’effetto della pandemia ben prima della maggior parte della popolazione.

 

Sulle telecomunicazioni vale la pena di scrivere due righe: che i francesi detengano un quarto della rete nazionale tramite Telecom, è già un tema che dovrebbe impensierire chiunque consideri la parola «sovranità», quando tutto il mondo sta respingendo i cinesi di Huawei nella costruzione dell’infrastrutture per il 5G per paura che vi installino backdoor.

I vostri dati potrebbero comunque finire : se passate al nuovo, economico ed efficiente gestore di telefonia mobile Iliad, dovete sapere che altro non è che la continuazione italiana del francese Free, creatura dell’imprenditore flamboyant Xavier Niel, arricchitosi con gli annunci «rosa» sul Minitel, il precursore francese di internet, nonché nel business dei peep-show.

 

La saga di Bolloré e Vivendi in TIM, comunque, continua ad appassionare. Un servizio recente di Report ha cercato di fare il punto sulla situazione. Tra le tante rivelazioni con documenti alla mano e scoop con fonti di alto livello, ci ha colpito tuttavia vedere che uno dei dirigenti francesi piazzati da Vivendi non parlava italiano. Chi conosce la facilità con cui, dopo qualche frequentazione attraverso le Alpi, gli italiani imparano il francese e i francesi l’italiano, non può rimanere scioccato, e farsi tutto un film su cosa stiano davvero facendo questi nelle nostre aziende.

 

 

L’arma migratoria usata dalla Francia

Torniamo in Africa – un tema che, dallo scandalo dei diamanti del dittatore cannibale centrafricano Jean-Bedel Bokassa per Giscard D’Estaing al caso del bodyguard «intimo» dei Macron, il maghrebino Benalla, ha un suo peso specifico nelle sorti dei presidenti francesi.

 

La Francia ha costruito nel 1930 un forte in Niger, non lontano dalla città di Agadez, probabilmente per fermare l’avanzata dell’Impero fascista nel Sahel tramite la Libia e il Fezzan. La base, che esiste ancora e anzi, a fianco i francesi ci hanno costruito una base militare dove avrebbero essere ospitati anche i nostri soldati: è noto che, dai tempi di Gentiloni premier, abbiamo per qualche motivo mandato in Africa i nostri soldati ad affiancare i francesi. Non sembrerebbe che lì, tuttavia, i nostri ragazzi ci siano stati.

 

In un articolo illuminante su La Verità dello scorso sabato, Claudio Antonelli scrive che la base, anche 100 anni dopo, serve a contenere l’Italia – o meglio, serve a indebolirla. La riprova è che il complesso militare è costruito proprio sulle vie carovaniere che spingono verso il mediterraneo le masse di immigrati dell’Africa nera, ma mai ha mosso un dito per interrompere, o anche solo limitare il flusso.

 

L’idea di fermare l’immigrazione intervenendo direttamente in Africa è già in giro da tempo: era la proposta che il fondatore del gruppo mercenario Blackwater, Erik Prince, ha fatto negli anni, con Steve Bannon a fargli da eco, per porre fine al disastro migratorio.

 

Ebbene: i galletti, con i loro militari (e forse, i nostri) sono già lì – ma dal fermare i migranti si guardano bene. «Nel 2016, sotto gli occhi dei francesi sono passati, secondo fonti Iom, qualcosa come 291 mila migranti. Nessuno di loro è mai stato fermato o controllato, nonostante le dotazione della base: dai [caccia] Mirage ai droni» scrive La Verità.

 

Un rapporto CESI dà conto del tremendo groviglio di faide tribali attive nella zona: ci sono i Tebu e i Tuareg, sempre in lotta, i Qadhafa (da cui veniva Gheddafi, a protezione del quale combatterono fino alla fine) e gli Awlad Suleiman, che avevano combattuto il ras e che ora avrebbero l’appoggio del generale Haftar, il militare nemico di Gheddafi che dietro di sé ha Egitto, Russia, ovviamente la Francia, forse l’America (è stato per anni residente a Langley, la località della Virginia nota solo per essere la sede la CIA) e forse financo Israele, ma che – come da immagine di eterno perdente che hanno di lui alcuni libici – non riesce a prendersi tutto il Paese.

 

«In questo complicatissimo scenario vanno inseriti gli accordi targati Marco Minniti, l’abile ministro dell’Interno che ha cercato di inserirsi a metà strada tra la cosa e la presenza militare francese» scrive Antonelli. «Va ricordato che la dottrina di Parigi è sempre basata sulla presenza militare. La nostra purtroppo no».

 

«Così Minniti ha giocato di sponda. L’intento era quello di trovare qualcuno in grado di regolare i flussi. A gennaio 20’17 i primi abboccamenti e poi a marzo la firma tra l’Italia ed una sessantina di capi tribù. Denaro, protezione e sostegno in loco». Risultato: i flussi cominciarono a calare – di contro, gli sbarchi sulle coste spagnuolo videro un incremento del 100%.

 

«Purtroppo non è stato possibile scoprire gli effetti della mediazione dell’ex esponente PD. Perché qualcuno è intervenuto per farli saltare: i francesi, ovviamente. Parigi, all’epoca, tramite alcuni giornali, accusò l’Italia di fare accordi sottobanco. Cioè esattamente quello che i francesi fanno da secoli. Da lì l’idea di scardinare pezzo a pezzo ciascuno dei 60 accordi firmati. Il motivo dell’intervento contro la nostra sicurezza nazionale si spiega per un semplice motivo. L’altro lato della medaglia dell’accordo in Fezzan era un aumento della presa italiana nella regione (…) fondamentale per lo scontro tra Tripoli e Bengasi», cioè tra Haftar e il governo tripolino ancora sostenuto da Roma.

 

Si tratta, insomma, di un’operazione, evidente come poco altro, contro il nostro Paese, i suoi interessi legittimi – mentre inviamo soldati in Africa! – colpiti a morte.

 

Siamo all’idea discussa dal libro del professor Kelly M. Greenhill Weapon of Mass Migration (2016): i flussi migratori come arma geopolitica. Lo aveva capito Gheddafi, che la usò fino ad ottenere la fine dell’embargo che desiderava. La utilizza oggi stesso Erdogan, che pochi anni fa, ai tempi della migrazione dalla Siria insanguinata dall’ISIS, chiese e ottenne dall’Europa 5 miliardi di euro per tentare di bloccare qualche immigrato di passaggio in Turchia.

 

Ora bisogna realizzare che l’arma migratoria la sta usando anche Parigi contro l’Italia.

 

Ha senso, quindi, che lo faccia con getti di bile sui giornali ora: con il cambio di governo, non è chiaro ai francesi quanto possano godere della stessa impunità nello svolgimento delle loro campagne finanziarie e geopolitiche.

 

 

La Legione francese piddina

Difficile, del resto, che persista una continuità come quella degli anni del PD.

 

C’è da ricordare la faccenda, eccezionale, dei piddini insigniti della Légion d’Honneur, solenne onorificenza conferita dallo Stato francese. In una lista dei premiati che circola su internet, tra Ufficiale della Légion d’Honneur, Commendatore della Légion d’Honneur, e Légion d’Honneur tout court, troviamo una massa impressionante di piddini, parapiddini e alleati e alleati. Franco Bassanini (2002), Massimo D’Alema (2001), Piero Fassino (2013), Dario Franceschini (2017), Giovanna Melandri (2003), Roberta Pinotti (2017), Giuliano Pisapia (2015), Romano Prodi (2014), Beppe Sala (2016), Walter Veltroni (2000). Nell’elenco compaiono anche Emma Bonino (poteva mancare), e l’ingegner Carlo De Benedetti, che si dice sia stato la tessera numero 1 del PD, anche se ora negano, e poi non sappiamo se contarlo come italiano visto che ora ha giustamente preso la cittadinanza svizzera.

 

C’è da ricordare il caso di Sandro Gozi, anche lui legionato d’onore nel 2014,che fu  sottosegretario agli Affari Europei nel governo Renzi e Gentiloni, poi consulente agli Affari Europei ma nel governo francese (!), infine eurodeputato eletto in una lista sostenuta da Macron. La Meloni arrivò a parlare di tradimento e di revoca di cittadinanza. Ora che è al potere, vedremo cosa farà.

 

C’è da ricordare il caso «clinico» di Enrico Letta, che fu premier filo-Putin (quasi l’unico ad andare all’apertura dei Giochi Olimpici di Sochi) di un governo che, va detto, non dispiaceva a molti conservatori italiani. Poi, lo vedemmo di colpo un po’ depresso quando, con un colpo di palazzo non ancora spiegato, il Renzi gli soffiò il posto di primo ministro. Ci pensarono i francesi: lo fecero Commendatore della Legion d’Onore (2016), ma soprattutto gli diedero un ruolo prestigioso all’Institut d’Etudes politiques de Paris, lui si riebbe, lo fotografarono che faceva balletti coreografati, è tornato in patria irriconoscibile, magrissimo, seriosissimo, intriso di un estremismo di fantasie gosciste (transessuali, ius soli, etc.) che non gli riconoscevamo.

 

Non che stiamo parlando di puri encomi, festicciole diplomatiche con ricco buffet, e medagliette da mettere nel cassetto dei bei ricordi.

 

Non è che possiamo dimenticare l’accordo di Caen. Un patto, firmato da Paolo Gentiloni nel 2015 quando era ministro degli esteri per Renzi, con il quale l’Italia cedeva porzioni di acque territoriali alla Francia. L’accordo non fu mai ratificato dal Parlamento, tuttavia i francesi lo davano già per scontato, al punto che il Ministero dell’Ecologia pubblicava mappe in cui i mari italiani già eran divenuti francesi. Allora vi fu la condanna via Facebook di Giorgia Meloni, che il 18 marzo 2018 scrisse sulla sua pagina Facebook che «in assenza di un intervento del Governo italiano, il 25 marzo entrerà in vigore il Trattato di Caen con il quale verranno scandalosamente sottratti al Mare di Sardegna e al Mar Ligure alcune zone molto pescose e il diritto di sfruttamento di un importante giacimento di idrocarburi recentemente individuato».

 

Ma mica è finita. Il gran finale, sempre con il PD al governo nonostante le elezioni perse, lo si è avuto con Draghi (e Mattarella) che firmano con Macron il Trattato del Quirinale, secondo il quale un ministro francese può perfino partecipare ad un nostro Consiglio dei Ministri (!?!). Se avete letto anche solo il 10% di quanto abbiamo scritto sopra, capite bene che siamo alle barzellette.

 

 

La Francia all’angolo. La nostra sovranità pure

Ora, ci sembra chiaro che la polemica di questi giorni è una manovra di aggiustamento. I francesi devono prendere le misure del nuovo governo, perché, almeno al momento, la flotta di suoi legionari nella politica italiana sono lontani dalle stanze dei bottoni.

 

La realtà è che la Francia è alle corde. In Africa, soprattutto, la sua presenza in Mali e in Niger, Paesi francofoni che rivestono una loro importanza per gli affari postcoloniali di Parigi, è ridotto o è stata annullata, complice l’irresistibile ascesa nell’area della sfera di influenza russa, ottenuta grazie al lavoro dei contractor della Wagner.

 

Si tratta di una vera catastrofe: non solo i francesi vengono mandati via, ma pure accusati di essere in realtà pure sostenitori del terrorismo islamista. Non si tratta solo di sparate di politici locali: mi è capitato di sentire questa ricostruzione da un uomo di affari che lavoro con quegli Stati, che mi ha assicurato che la cosa è argomento comune nelle conversazioni della popolazione, che non ritiene quest’idea una teoria del complotto.

 

Abbiamo cercato di segnalare su Renovatio 21 le tappe della disfatta francese in Africa. È stato inevitabile che anche le diplomazie di Mosca e Parigi arrivassero a scontrarsi, anche se sempre nel caso circoscritto degli affari africani.

 

Tuttavia è chiaro che anche in Europa la Francia è in enorme difficoltà. Non c’è feeling con Berlino, e Londra sta fuori. La Spagna non ha potere, la Polonia e i Visegrad sono invece tradizionalisti e financo cattolici, quindi incompatibili con i valori massonici che animano la storia della Repubblica di Francia. L’Italia del Trattato del Quirinale non si sa se sia ancora affidabile, quanto si faccia mettere comodamente i piedi in testa dai messieurs d’Oltralpe.

 

Più tremendo ancora, l’autarchia energetica francese ottenuta dall’ampio uso dell’atomo, si è scoperto, non basta: né per esportare, né per i consumi interni, visto che Macron parla di «fine dell’abbondanza» e spegne i lampioni, scelta pure dolorosa per la ville lumière ed il Paese dei lumi, dove i lampioni, appunto, potevano divenire chiaro simbolo illuministico, cioè massonico (cosa per cui si dice che in quegli anni lo Stato Pontificio li togliesse dalle strade…)

 

La Francia nucleare scopre che dozzine di sue centrali nucleari hanno problemi inaspettati. No, siamo distanti dall’orgoglio della «Francia eterna» di cui parlava il generale De Gaulle. La Francia oggi non ha niente da dire, e non è in grado di guidare nulla. Comprendete il nervosismo: del resto, come usano dire certi anglosassoni, un francese è un italiano di cattivo umore.

 

Dimenticate, per favore, le ricostruzioni secondo cui gli attacchi alla Meloni sarebbero messaggi di Macron nella sfida interna con gli anti-immigrazionisti Le Pen e Zemmour. Ridicolo. Sappiamo come la Francia, anche quella del presidente ragazzino beniamino degli europeisti, con gli immigrati fa quel che vuole – compreso riportarceli con poliziotti francesi che oltrepassano le nostre frontiere, un atto di gravità indicibile, a cui si aggiunge la strana storia, riferita ai carabinieri, degli «anomali controlli» subiti da due cittadini italiani che hanno testimoniato di «quattro uomini, verosimilmente francesi, usciti dalla zona boscosa di località Gimont di Cesana Torinese dove erano nascosti, in tuta mimetica militare con giubbotto antiproiettile ed armati che chiedevano loro in lingua straniera i documenti in lingua straniera intimando loro di non riferire ad alcuno di aver visto uomini armati».

 

È importante realizzare che non abbiamo a che fare con la politica in senso stretto. Abbiamo a che fare con lo stato profondo francese, che ha radici vecchie di secoli, e che di fatto ritiene di aver partorito, con Napoleone, parte dell’Italia moderna, cioè «unificata» e de-cattolicizzata – cioè in una parola massonica.

 

Del resto, sei i tricolori tanto si assomigliano, un motivo c’è.  Il primo tricolore fu issato dalla Repubblica Cispadana, uno Stato fantoccio creato da Napoleone dopo le sue lampanti vittorie nell’avanzata verso l’odiata Venezia. Qualcuno può ricordare di averlo visto sventolare, per ragioni non conosciute, tra i nostri nuotatori medagliati alle Olimpiadi di Sydney 2000, che probabilmente ignoravano che si trattava di un simbolo di sottomissione alla Francia.

 

Che poi, la nuova sottomissione italiana a Parigi passi anche attraverso l’uso indiscriminato dell’arma migratoria, ci sta pure: anche solo per una questione di equilibrio, loro hanno tutte le città devastate dalle banlieue degli immigrati di prima, seconda, terza generazione. Noi no, ma ci stiamo avviando: qualcuno in Francia può aver provato della schadenfreude, la gioia per il dolore altrui, vedendo le immagini dei giovani immigrati che invadono e conquistano Peschiera del Garda. Qualcuno in Francia magari a questo scenario ci ha pure lavorato da anni. Sono ipotesi.

 

È importante capire, tuttavia, che quello che accade tra Italia e Francia non riguarda l’immigrazione, almeno, non riguarda principalmente quello.

 

È un affare molto più abissale, dove è leggibile una lotta che dura da secoli: da una parte, l’Italia ingenua e solare, mansueta e religiosa (a suo modo, anche oggi). Dall’altra le creature dell’abisso massonico che hanno fatto la Rivoluzione infame e l’hanno esportata e inflitta nel resto d’Europa. Da una parte l’Italia e le sue ricchezze, dall’altra la Francia dei predatori, che si caricano le nostre opere d’arte e se le portano al Louvre.

 

No, i problemi di sovranità dell’Italia non sono iniziati con il 1945, e non riguardano solo gli USA.

 

È il caso che gli italiani si diano una svegliata, quindi.

 

La Francia non è nostra amica. Non lo è mai stata, non lo è soprattutto ora.

 

Se abbiamo un governo in grado di capire almeno questo, lo vedremo nei prossimi mesi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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