Quest’ideologia improntata al sacro rinvia alla «preghiera dei nazionalisti ucraini», scritta nel 1922 da Josef Mashchak. È insegnata e recitata nei campi giovanili dei banderisti. È al cuore delle cerimonie dell’ordine segreto Centuria, che i banderisti hanno introdotto negli eserciti della NATO.
Storia
L’ideologia dei banderisti
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Stepan Bandera era un agente della Gestapo che ha lasciato solo memorie di massacri e torture, cui ha personalmente sovrinteso e che taluni valutano positivamente. Dmytro Donstov invece era – ed è tuttora – il teorico di riferimento dei nazionalisti ucraini. Donstov ha inventato il razzialismo ucraino, nonché concepito il fanatismo dei nazionalisti ucraini quale arma.
Nei precedenti articoli ho riassunto la storia del movimento banderista, dal periodo tra le due guerre a oggi. Ora vorrei affrontare il tema dell’ideologia da cui trae ispirazione.
Il pensatore cui fanno riferimento, ieri come oggi, è Dmytro Donstov (1883-1973). Benché morto in Canada e tumulato negli Stati Uniti, le sue opere non sono state tradotte, ma i suoi discepoli ce le hanno fatte conoscere. I suoi libri si trovano solo nelle librerie ucraine, quindi non è conosciuto all’estero. In Ucraina, dopo un lungo periodo di oblio, Donstov è negli ultimi anni diventato uno degli autori più venduti.
Nutrendosi, come i nazisti, della personale interpretazione di Nietzsche, Dmytro Donstov auspicava la nascita di un «uomo nuovo», dotato di «una fede ardente e d’un cuore di pietra», che non teme di distruggere senza pietà i nemici dell’Ucraina. Teorico del «nazionalismo ucraino integrale», ha elaborato una filosofia in cui tutto ciò che è nazionalista deve contrapporsi alla Russia e agli ebrei.
Donstov voleva creare un popolo d’élite, ben distante dall’«egalitarismo degli schiavi» della Rivoluzione d’Ottobre, e dagli «ideali universali» della Rivoluzione francese.
Sosteneva che l’immaginario dei veri ucraini deve «nutrirsi della leggenda della battaglia finale», del «rifiuto di ciò che è» e dell’«affascinante immagine della catastrofe che produrrà innovazioni». I veri ucraini devono servire «un ordine categorico» con «spericolata obbedienza».
Secondo Donstov, il «nazionalismo ucraino» si caratterizza per:
– «L’affermazione della volontà di vivere, di potenza e di espansione». Promuove infatti «il diritto delle razze forti di organizzare popoli e nazioni per rafforzare la cultura e la civiltà esistenti».
– «Il desiderio di combattere e la consapevolezza del suo limite estremo» (tesse le lodi della «volontà creatrice della minoranza capace d’iniziativa»).
Le peculiarità del nazionalismo ucraino sono:
– «il fanatismo»;
– «l’immoralità».
Il fanatismo rinvia al carattere religioso della teoria. Donstov afferma che il fanatismo rende invincibili i guerrieri. Quindi è perfettamente logico che, dopo la seconda guerra mondiale, Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko abbiano accettato di lavorare a Monaco con la società segreta dei Fratelli Mussulmani; ed è altrettanto coerente che nel 2007 alcuni loro discepoli abbiano costituito con gli jihadisti ceceni un fronte antirusso.
Il pensiero iniziale di Donstov non s’ispirava al fascismo italiano o al nazionalsocialismo tedesco, sembrava piuttosto caratterizzato da ragionamenti analoghi a quelli degli ustascia croati, della Guardia di Ferro rumena, del Glinka slovacco, dell’Oboz Narodowo-Radykalny polacco.
Entrato in contatto con i nazisti, Donstov cominciò a ispirarsi a una geografia e a una storia mitiche. I «veri ucraini» sarebbero di origine scandinava o protogermanica e discenderebbero dai Variaghi, tribù vichinga della Svezia. I loro antenati avrebbero fondato la città di Novgorod in Russia e sottomesso gli slavi russi.
In questa mitologia i «nazionalisti ucraini» rappresentano il Bene, i «moscoviti» il Male. È perciò assolutamente normale che l’icona del Partito Svoboda (Libertà), la deputata Irina Farion, molto prima dell’intervento militare russo dichiari: «Siamo venuti a questo mondo per distruggere Mosca».
Nel 2015 il presidente Petro Poroshenko e il primo ministro Arseni Yatsenjuk fecero votare un complesso di leggi, che da un lato vietavano i simboli comunisti e nazisti e dall’altro riabilitavano i simboli banderisti. Siccome più nessuno s’ispirava al nazismo, di fatto si sono voluti distruggere i monumenti celebrativi della vittoria dell’Armata Rossa sui nazisti per sostituirli con altri in onore di Stepan Bandera – sebbene responsabile dell’uccisione di 1,6 milioni di compatrioti – e della sua guida intellettuale, Dmytro Donstov.
All’epoca il Consiglio d’Europa criticò queste leggi di «disintossicazione dal comunismo» perché gettano genericamente discredito su dei regimi, di cui però non specificano gli atti da condannare.
Fu grazie a queste leggi che la parola d’ordine dei banderisti, «Gloria all’Ucraina!», entrò nel discorso ufficiale. Ovviamente non ho nulla contro questo slogan in sé, come non ce l’ho con il grido dei mussulmani «Allah Akbar!», al cui significato letterale, «Dio è grande!», non riesco più a pensare dopo averlo sentito cantare dagli jihadisti che volevano sgozzarmi. È il significato che gli attribuiscono gli jihadisti a ossessionarmi.
Ed è altresì logico che l’Ucraina si sia dotata di un dispositivo giuridico che legalizza una certa forma di discriminazione razziale. Il 21 luglio 2021 il presidente Volodymyr Zelensky ha firmato una legge, da egli stesso presentata, sui «popoli autoctoni di Ucraina», che stabilisce che tatari ed ebrei caraiti «godono pienamente di tutti diritti dell’uomo e di tutte le libertà fondamentali» (sic).
Il testo, apparentemente magnanimo, in realtà non lo è affatto perché interpretato per difetto. Completa, infatti, i testi che riconoscono i diritti degli ucraini di origine scandinava e protogermanica. Di fatto è utilizzato nei tribunali per negare i diritti agli ucraini che non rientrano né nella definizione generale né in una di queste minoranze, ossia agli ucraini di origine slava. Questi ultimi non possono far valere davanti a un tribunale il «diritto di godere pienamente di tutti i diritti dell’uomo e di tutte le libertà fondamentali».
Il 20 marzo 2022, in un video diffuso sull’account Telegram, il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato: «Ogni attività di politici che si adoperano per dividere la società o collaborano con il nemico non avrà successo, otterrà solo una severa risposta». Il presidente ucraino ha infatti messo fuori legge 11 partiti politici (Piattaforma di opposizione-per la Vita, Partito di Charij, Nachi, Blocco d’opposizione, Opposizione di sinistra, Unione delle forze di sinistra, Derzhava, Partito socialista progressista d’Ucraina, Partito socialista d’Ucraina, Socialisti, Blocco di Volodymyr Saldo). La maggior parte di questi partiti non era rappresentato nella camera unica, la Verkhovna Rada, ma la Piattaforma di Opposizione-Per la vita era la seconda formazione del Paese. Nelle ultime elezioni aveva infatti ottenuto il 13% dei voti e conquistato 43 seggi su 450.
Il 20 marzo il presidente Zelensky ha anche firmato decreti che mettono al bando per cinque anni tre reti televisive di opposizione, già «sospese» da diversi mesi. Il presidente ha inoltre fuso le rimanenti reti televisive in un unico network, controllato dal Consiglio di Sicurezza e di Difesa.
Con ogni evidenza in Ucraina non c’è più libertà di espressione, né per politici né per giornalisti. La democrazia ucraina è morta, non già a causa dell’intervento russo, ma per volontà del suo stesso governo.
Il 5 maggio 2022 è stato istituito il Consiglio per lo Sviluppo delle Biblioteche, che segnatamente dovrà pronunciarsi sui libri russi che sovraccaricano gli scaffali. Il ministro della Cultura e della Politica dell’Informazione, il giornalista Oleksandr Tkachenki, ha dichiarato che potrebbero diventare materia prima per stampare libri ucraini su carta riciclata.
Gli autodafé sono un grande classico delle dittature. In questo caso non si bruceranno i libri in pubblico, ma se ne riciclerà la carta. Un autodafé meno spettacolare ma più ecologico.
E ora parliamo di come gli ucraini fanno la guerra. Colpisce una particolarità dell’esercito ucraino: i corpi dei soldati morti in combattimento non vengono ricuperati. Tutti gli eserciti del mondo lo fanno, anche correndo gravi pericoli. Il dare degna sepoltura ai soldati morti è considerato necessario. Non farlo avrebbe conseguenze disastrose sul morale dei soldati. Ma allora perché l’esercito ucraino si comporta diversamente?
Se interpreto bene il pensiero di Dmytro Donstov, si tratta della preparazione del combattimento escatologico tra Bene e Male. Secondo la mitologia scandinava, quando i Variaghi combattevano, le valchirie scendevano sul campo di battaglia cavalcando lupi. Decidevano quali valorosi vichinghi sarebbero morti. Poi portavano le loro anime nel Valhalla a formare l’esercito dell’«ultima battaglia». Le vittime cadute sul campo d’onore non erano più vittime del fato, ma prescelte per un destino glorioso.
La guerra dei «nazionalisti ucraini» contro gli slavi è appena cominciata.
Thierry Meyssan
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «L’ideologia dei banderisti», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 21 giugno 2022.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Immagine di Олег.Н via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata
Storia
Nixon va da Mao. Cinquant’anni di ping pong
La mattina del 21 febbraio 1972 lo Spirit of ’76 atterrò all’aeroporto di Pechino e Richard Nixon (1913-1994) scese la scaletta tendendo la mano a Zhou Enlai (1898-1976). L’inviato del più autorevole quotidiano newyorkese, che per quei servizi avrebbe vinto il Pulitzer, nel servizio del 21 febbraio intitolato A Quiet Greeting scrisse che quel giorno finiva una generazione di ostilità e iniziava un rapporto nuovo ma ancora indefinito tra la nazione più potente e quella più popolosa della Terra.
L’anticomunista per eccellenza, l’uomo della caccia alle streghe degli anni Cinquanta, preparava quel viaggio da tempo. Già nel 1967 aveva scritto che il mondo non poteva permettersi di lasciare la Cina per sempre fuori dalla famiglia delle nazioni. Proprio la sua reputazione lo proteggeva dall’accusa di debolezza: da qui nacque il detto solo Nixon poteva andare in Cina.
L’accoglienza, all’inizio, fu gelida. I cronisti di Hong Kong notarono un ricevimento corretto e cordiale, ma quasi ignorato dai quattro milioni di abitanti della capitale. Poi arrivò il colpo di teatro. Mao Zedong (1893-1976) convocò l’ospite a casa sua poche ore dopo l’atterraggio. Lo scrittore James Michener (1907-1997), al seguito della delegazione, raccolse lo stupore di un funzionario cinese: nessun capo di Stato era mai stato ricevuto da Mao il primo giorno.
Qui comincia il ping pong. Da Washington si celebrava la svolta; da Pechino si mandavano segnali calibrati con cura. L’indomani l’organo del Partito uscì con una serie inedita di grandi fotografie in prima pagina, affisse sotto vetro in tutta la città. Gli analisti della CIA, che monitoravano la stampa cinese, registrarono che Pechino dava alla visita ampia copertura ma senza commenti, sospendendo quasi del tutto la propaganda antiamericana. Mao riassunse la cosa con una delle sue metafore: la pallina piccola muove la palla grande. La pallina era quella della squadra di tennistavolo americana invitata a Pechino l’anno prima. La palla grande era l’equilibrio della Guerra fredda, con l’Unione Sovietica da isolare.
Gli stessi analisti annotarono un dettaglio da cremlinologi: lo spazio concesso a Nixon era paragonabile soltanto a quello riservato al rumeno Nicolae Ceaușescu (1918-1989), con tre fotografie in prima pagina e altre sei nelle pagine interne. Washington, dal canto suo, puntava tutto sulla televisione. Al seguito del presidente viaggiavano ottantasette giornalisti americani, e le immagini della Grande Muraglia entravano in diretta nelle case degli elettori, in pieno anno di campagna presidenziale.
Il 28 febbraio, a Shanghai, le due parti firmarono un comunicato senza precedenti, che metteva nero su bianco le divergenze anziché nasconderle: «la parte cinese dichiara, la parte americana afferma». Su Taiwan Washington riconobbe che esiste una sola Cina. Le accuse di «svendita» dell’alleato Chiang Kai-shek (1887-1975), lanciate dalla stampa e dal Congresso, si persero presto nell’euforia dell’evento.
Venticinque anni dopo, il calendario volle essere beffardo. Il 19 febbraio 1997, due giorni prima dell’anniversario, morì Deng Xiaoping (1904-1997), l’uomo che aveva trasformato l’apertura politica di Mao in apertura economica. Bill Clinton (1946-) lo ricordò come la forza motrice della normalizzazione. Nello stesso messaggio auspicava una Cina politicamente stabile, economicamente aperta e rispettosa dei diritti umani. Madeleine Albright (1937-2022), alla vigilia di un viaggio a Pechino, fu più prudente e parlò di un bilancio misto, citando Tiananmen.
Dietro la cortesia diplomatica bruciava ancora la crisi dell’anno precedente. Washington aveva concesso il visto al presidente taiwanese Lee Teng-hui (1923-2020), e Pechino aveva risposto con lanci di missili nello Stretto. Clinton allora ordinò a due portaerei di dirigersi verso Taiwan. Per gli Stati Uniti fu una dimostrazione di forza. Per la Cina fu una lezione brutale, da cui nacque l’ossessione di poter affondare le portaerei americane.
A giugno il consigliere per la sicurezza nazionale Samuel Berger (1945-2015) celebrò il venticinquesimo del Comunicato davanti all’establishment della politica estera. Ammise che il consenso bipartisan sulla Cina si era sfaldato dopo il massacro di Tiananmen. Eppure vedeva nell’ideologia morente di Pechino i primi fremiti di cambiamento. La risposta cinese arrivò in ottobre con la visita di Stato di Jiang Zemin (1926-2022), la prima in dodici anni. La dichiarazione congiunta parlava di un partenariato strategico costruttivo, pur riconoscendo grandi differenze sui diritti umani. Soprattutto, apriva la strada all’ingresso della Cina nel commercio mondiale. Pechino incassava ciò che voleva: mercati e tecnologia, senza concessioni politiche.
Nixon, intanto, era morto nel 1994. Prima di andarsene aveva confidato al suo ex autore di discorsi William Safire (1929-2009) di non essere più così fiducioso: «potremmo aver creato un Frankenstein». Safire lo rivelò nel 2000, mentre il Congresso spalancava le porte commerciali a Pechino. Nessuno lo ascoltò.
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Al cinquantesimo anniversario si arrivò dopo un lungo processo di revisione. Nel 2018 Kurt Campbell (1957), futuro stratega asiatico di Joe Biden, firmò con un collega un saggio che fece epoca. Vi riconosceva che Washington aveva sopravvalutato la propria capacità di plasmare la Cina: né il bastone né la carota avevano funzionato. Da Pechino rispose Wang Jisi (1948), decano degli americanisti cinesi. Riconobbe l’onestà dell’autocritica, ma osservò che anche i cinesi faticavano ormai a riconoscere un’America sempre più imprevedibile.
Nel luglio 2020 il segretario di Stato Mike Pompeo (1963) scelse proprio la Nixon Library di Yorba Linda, dove il presidente è sepolto, per rievocare il Frankenstein e chiudere: «ed eccoci qui». L’ex ambasciatore Stapleton Roy (1935) gli ricordò che Nixon e Henry Kissinger (1923-2023) non si erano mai illusi di democratizzare la Cina: erano semplicemente pragmatici.
Da Pechino la stampa del Partito rovesciò l’accusa. Gao Zhikai, ex interprete che aveva accompagnato Nixon in una delle sue visite in Cina, sostenne che l’unica cosa appropriata per Pompeo, alla Nixon Library, sarebbe stata inginocchiarsi e chiedere scusa. Per gli analisti cinesi quel discorso sconfessava quarant’anni di dialogo: la colpa non era di Nixon, ma dei suoi eredi.
Il 21 febbraio 2022 la Casa Bianca lasciò passare l’anniversario quasi in silenzio. Pechino ne fece uno spettacolo, ma a modo suo. Lo stesso giorno annunciò sanzioni contro Lockheed Martin e Raytheon per le forniture di armi a Taiwan. Pochi giorni dopo l’ambasciatore Qin Gang (1966) si presentò nella stessa Nixon Library che aveva ospitato Pompeo. Paragonò la visita del 1972 allo sbarco sulla Luna e rese omaggio al vecchio amico del popolo cinese.
Il 28 febbraio, all’hotel Jinjiang di Shanghai dove era stato firmato il Comunicato, il ministro degli Esteri Wang Yi (1953) chiuse lo scambio. Definì Taiwan il nucleo del Comunicato e la Cina unica la pietra angolare dei rapporti, accusando gli americani di averne tradito lo spirito. Collegato in video c’era anche un Kissinger novantottenne, ultimo testimone della settimana che cambiò il mondo.
Cinquant’anni dopo, i due giocatori raccontano partite diverse. A Washington l’élite politica e finanziaria scommise che il commercio avrebbe cambiato il regime, e intanto ne finanziò l’ascesa. Per Pechino resta un atto notarile, la prova scritta che l’America ha riconosciuto una sola Cina, da esibire a ogni crisi.
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La storica canadese Margaret MacMillan (1943), che a quella settimana ha dedicato un libro costruito sulle fonti di entrambi i Paesi, Nixon and Mao: The Week That Changed the World, si pone questa domanda: gli americani andarono a Pechino da supplici? Le sue risposte sono severe. Nixon e Kissinger, scrive, si spinsero troppo in là promettendo il ritiro delle truppe da Taiwan, un impegno che non potevano mantenere.
Il sinologo Roderick MacFarquhar (1930-2019), recensendo il libro, considerò come Nixon avesse bisogno della Cina più di quanto Mao di Washington. Da allora i presidenti americani di entrambi i partiti si guardarono bene dall’irritare Pechino. Eppure MacMillan non condanna quella scelta. Riconosce la visione e la determinazione dei quattro uomini che la resero possibile, Nixon, Mao, Kissinger e Zhou, e vede nell’apertura una possibile forza di stabilità per il mondo.
La pallina piccola ha davvero mosso la palla grande, ma non nella direzione immaginata da Washington.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
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Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine
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Storia
Faraoniche statue scoperte in Egitto
Gli archeologi egiziani hanno riportato alla luce i resti di due statue di sovrani, di cui almeno una raffigura il faraone Ramses II, nel corso di scavi condotti nel delta del Nilo, come reso noto mercoledì dal Ministero del Turismo e delle Antichità.
Il ritrovamento è avvenuto nel villaggio di Behbeit el-Hagar, nel governatorato di Gharbia, dopo che il residente locale Khaled el-Shahat Khalil ha individuato nella sua proprietà un blocco di pietra recante un’iscrizione e ha avvisato le autorità. Il ministro del Turismo e delle Antichità Sherif Fathy si è poi recato sul sito e ha premiato l’uomo e la moglie con un pellegrinaggio alla Mecca per aver segnalato la scoperta.
Secondo Hisham el-Leithy, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, il primo reperto è una testa di Ramses II alta 1,6 metri, con la doppia corona che simboleggia l’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto. È stata recuperata anche una porzione del pilastro posteriore della statua, recante una delle iscrizioni dei titoli reali del faraone. Gli esperti stimano che il monumento intero, base compresa, potesse raggiungere un’altezza di circa 8,5 metri.
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La seconda scoperta riguarda una sezione lunga 2,4 metri di un’altra statua reale, anch’essa attribuita a Ramses II. Mancano le gambe e la base, ma la testa è in buono stato di conservazione e presenta tratti del viso simili a quelli della prima.
È stato inoltre rinvenuto un blocco di granito rosa di 1,3 metri con iscrizioni geroglifiche che riportano due dei titoli del faraone, tra cui «Re dell’Alto e del Basso Egitto» e «Figlio di Ra».
Il ministero ha precisato che gli archeologi proseguono lo studio dei reperti e che l’età esatta non è ancora stata stabilita. La scoperta, tuttavia, mostra chiari legami con Ramses II, che regnò sull’Egitto dal 1279 al 1213 a.C. Non si tratta del primo ritrovamento analogo: nel febbraio 2024 gli archeologi hanno riportato alla luce la parte superiore di una statua del faraone nel governatorato di Minya, quasi un secolo dopo il rinvenimento della parte inferiore nel 1930. La statua restaurata, alta circa 6,7 metri, è stata ricollocata nel 2026.
Tra le altre recenti scoperte egiziane figurano tre tombe del Nuovo Regno portate alla luce a Saqqara a luglio e una tomba di epoca romana scoperta nell’oasi di Dakhla a settembre, contenente ceramiche, iscrizioni funerarie e una moneta con l’effigie dell’imperatore Costantino.
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