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Pensiero

Gli ucraini non pagano il pedaggio in autostrada. E ci comandano

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Gli ucraini non pagano il pedaggio in autostrada. Quando ho letto la notizia ho subito pensato ad una battuta, una cosa tipo Lercio, una barzelletta che finalmente sfotte la situazione di sottanza morale degli italiani verso il popolo di Zelens’kyj.

 

Poi ho controllato il messaggio: la cosa sembrava più seria, non c’era traccia di umorismo. Forse era una nuova trovata, finalmente originale, di micropropaganda Azov, tipo «casellante autostradale italiano lascia passare pullmino di profughi di Leopoli». Ci sta. Anni fa passai per l’Iran in macchina: quando il casellante seppe che eravamo italiani, ci fece passare senza pagare nulla. Fu un momento magico di amicizia fra i popoli.

 

No, non è nemmeno una notizia di colore. Il messaggio su Telegram ha un link. Non è il sito di un giornale, è, per direttissima, un link al sito della Società Autostrade.

 

«Ai sensi e per gli effetti dell’Ordinanza n. 876 del 13 marzo 2022 della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Protezione Civile, si comunica l’esenzione dal pagamento del pedaggio autostradale per i transiti effettuati da cittadini ucraini, e/o soggetti comunque provenienti dall’Ucraina, che entrano nel territorio italiano per raggiungere il primo luogo di destinazione o di accoglienza».

 

Proprio così.

 

Gli ucraini non pagano l’autostrada. Tutto vero.

 

Pensavate di aver visto tutto, con la storia degli ucraini – vaccinati neanche al 30%, e chissà con cosa – e l’esenzione dal super green pass?

 

Credevate che con la sostituzione dei sanitari no-vax con lavoratori ucraini si fosse raggiunto il fondo?

 

Maddeché. Hanno appena cominciato.

 

Dovete prepararvi a titoli a decreti pro-Kiev eccezionali: «gli ucraini esentati dalla fila al supermercato», «i rifugiati ucraini possono passare con il rosso», «soffiarsi il naso senza fazzoletto: gli ucraini possono», «gli ucraini possono detenere armi da guerra» – pardon, questa ultima è vera, anche se al momento solo nel loro Paese, e sono armi da guerra che sta regalando il contribuente italiano.

 

Di fatto non c’è nulla di che scherzare.

 

Avevamo già visto, in passato, questo senso di sudditanza psicologica nei confronti di popoli ritenuti «martiri». Come non ricordare il terzomondismo – cioè l’idea che siccome vieni da un Paese povero e corrotto (anche a decenni dalla decolonizzazione) allora ci hai ragione – dei centri sociali, magari con accenti nordafricano-arabeggianti negli anni Novanta e primi Duemila (cioè, prima di capire che ai maghrebini non interessava esattamente il movimentismo comunista). Come dimenticare gli Inti-Illimani, 50 anni di carriera come portatori della sofferenza inflitta al popolo cinese dal golpe di Pinochet. El pueblo unido jamás será vencido. Oriana Fallaci, nella sua fase anti-islamica e filo-israeliana lamentò lo strapotere degli studenti palestinesi nelle università europee: chissà se aveva ragione, però la carta del popolo-martire, ai tempi di Arafatto, funcicava alla grandissima.

 

Possiamo capirlo, è un fenomeno umano. Incontrare nel 1993 una signora che ti dice che viene da Vukovar non poteva non sortire effetto – anche se, di fatto, chi scappava dai Balcani in Italia o in Germania non si comportava esattamente da vittima.

 

Il problema è che l’Ucraina – Paese che qualora entrasse in Europa sarebbe paradossalmente il più grande e di gran il più povero, nonostante la ricchezza di risorse – non si ferma alle autostrade aggratis.

 

Lo vediamo sempre più spesso: l’Ucraina comanda.

 

Lo si vede molto bene in televisione. Un programma di La7 invita con costanza imbarazzante un ragazzo italofono, che crediamo si colleghi dal suo Paese. Definito giornalisti, il giovane per qualche motivo non pare essere al fronte, a meno che non spari con qualche battaglione runico negli orari in cui non è ospite di Giletti.

 

Il ragazzo è partito indossando gli occhiali e cercando di offrire la sua opinione. Ora, senza lenti, si autoinquadra nella telecamerina del PC collegato con la nostra TV nazionale in modo irruento, il volto ossuto e stempiato, le urla a interrompere chiunque, da Franco Cardini (chi ci tocca di difendere!) a Luca Telese.

 

Proprio con il genero di Enrico Berlinguer va in onda una prima prepotenza interessante. Il Telese ogni tanto ha avuto dei momenti di lucidità, come quando di recente si è domandato se dopo la balla della strage al teatro di Mariupol’ – quella che, in assenza di corpi da esibire, le stesse  autorità ucraine dovettero smentire – se dobbiamo credere a quel che vediamo (poco dopo gli hanno dato la strage di Bucha, forse avrà cambiato idea, non sappiamo).

 

Ecco quindi che nello spezzone di YouTube, Telese accenna alle svastiche del Battaglione Azov, al quale, si rende incredibilmente conto, «non possiamo dare armi», in quanto sono «milizie nazifasciste… che c’ha le rune della Seconda Guerra Mondiale sulla spallina». La preoccupazione, dice, gli arriva dal «New York Times, non dal Manifesto».

 

 

 

La risposta, sempre gridata: «il New York Times ha scritto tante boiate». Il Battaglione Azov, spiega, in realtà «è un reggimento». Quindi, «come si può dare ad un reggimento della Guardia Nazionale… finanziato dallo Stato… che porta la bandiera Ucraina… dire che sono neonazisti? Ma stiamo scherzando?»

 

Minga è finita. Dulcis in fundo: «non è una svastica! Si informi! È una runa… la smetta con queste SS! Guardi che le rune sono esistite prima delle SS… e la svastica si trova anche per esempio nei templi in India, onnò? Si trovano onnò le svastiche nei templi in India? Si trovano… Voi dite che sono neonazisti… non è vero!»

 

E niente. Glielo lasciano dire, così, tranquilli. Nessuno si dissocia, nessuno si imbarazza. È bellissimo.

 

Pensiamo all’occasione persa per tanti poveri ultras di tutta Europa – potevano andare in curva con le croci uncinate su striscioni, e in caso dire alle forze dell’ordine, ai giudici, ai giornalisti: «embè, la svastica ci stava da prima di Hitler. Non ce l’abbiamo perché abbiamo appena fatto un viaggio in Tamil Nadu, alla ricerca della spiritualità indiana, nei templi induisti tra lingam e scimmiette. ‘Ste rune non c’entrano col Terzo Reich: sono celtiche, anzi etrusche, anzi, guardi che anche il venetico usava una scrittura simile, stiamo per dare in massa l’esame di epigrafia preromana».

 

La voglia di ridere ci passa quando lo Youtubo ci offre un altro video simile. Il solito personaggio ucraino – dicono giornalista – è alle prese con un altro ospite in collegamento, un giornalista russo.

 

L’ucraino gli urla ripetutamente nella lingua di Leone Tolstoj. «Complimenti, mi sta offendendo in russo sulla TV italiana» tenta di abbozzare il moscovita.

 

Ma questo non è nulla: con fare ieratico, l’ucraino riprende la parola, in italiano.

 

«Per tutti coloro, che sono i mandanti, per tutti i propagandisti, e gli esecutori dei crimini contro i civili ucraini, dovete avere paura fino all’ultimo giorno della vostra misera esistenza. Ridi finché puoi, ridi. Poi non riderai più. Abbi paura, fino alla fine dei tuoi giorni. Perché noi vi troveremo tutti. Come ha fatto Israele dopo il ’72, dopo l’attentato, troveremo tutti e li puniremo. E capirete, finalmente la lezione di Dostojevskij, del Delitto e del Castigo»

 

Segue altra espressione in lingua slava.

 

 

Potete guardare il video qui sopra è controllare. Sì, è successa una cosa del genere, sulla TV italiana.

 

Un cittadino ucraino ha lanciato una minaccia – fantastorica, ma dettagliatissima – contro un cittadino italiano. Forse è legale, non sappiamo. Di certo nessuno l’ha interrotto, anche quando chiaramente stava raschiando il fondo della sua fantasia.

 

Fantasia che tuttavia per lo spettatore italiano –quello per il quale Putin sta perdendo la guerra, e le sanzioni sono una idea geniale – può essere scambiata per realtà. In questo universo parallelo, dove si compirà la tremenda vendetta dell’ospite di Gilletti, l’Ucraina vincerà la guerra e manderà dei kidon (le squadre di assassini del Mossad) ad ammazzare maree di russi.

 

Il rimando diretto è alla vendetta contro i palestinesi ritenuti responsabili della strage delle Olimpiadi di Monaco, la storia, negata da Israele per le patenti violazioni del diritto internazionale – uno, ricorderete, fu ucciso a Roma – divenuta il film di Steven Spielberg Munich. Perfino Spielberg e il suo sceneggiatore, ambedue ebrei, nel film lasciano trapelare qualche dubbio: giusto vendicarsi in giro per il mondo, facendo sparatorie e piazzando bombe in casa d’altri?

 

Per l’ucraino la prospettiva è accettabile. Così come potrebbe esserlo quella del caso del rapimento da parte dei servizi dello Stato Ebraico del nazista Adolf Eichmann per portarlo a processo, e condannarlo a morte,  in Israele. Anche quello un po’ spinosetto, e non esattamente digerito dal diritto internazionale: Ian Shapiro, grande politologo di Yale, apre il suo corso di Filosofia Morale dello Stato indicandone le non piccole contraddizioni.

 

Non importa: ci viene detto che gli ucraini, in termini della futura vendetta, la pensano già come gli israeliani. La qualcosa è una paradossale conferma dell’influenza dell’ideologia Azov sul mainstream ucraino: in un’intervista del 2018, il fondatore del Battaglione Azov Andriy Biletsky ha spiegato di considerare Israele e il Giappone come modelli per lo sviluppo dell’Ucraina. Stati mono-etnici, dove ottenere la cittadinanza, al di fuori di precisi requisiti di razza, è pressoché impossibile. Stati che sono, con il neanche tanto segreto placet americano, armati fino a denti in modo illegale: Israele ci ha 200 e passa testate atomiche non dichiarate, il Giappone è pacifista per Costituzione ma nelle sue «forze di autodifesa» (basta non dire «esercito», una parola anticostituzionale) ha più caccia della Gran Bretagna.

 

Insomma, gli ucraini, sulla TV italiana, comandano. Possono dire qualsiasi cosa. Possono insultare, mentire in modo ridicolo, ingenerare fantasie minacciose.

 

Nessuno li ferma. Sbarra alzata. Casellante arreso. Nessun pedaggio.

 

La cosa non si limita, tuttavia, alla grottesca televisione nazionale dello Stivale.

 

Se ci pensate, la prepotenza è uno dei tratti precipui dell’opera mediatica di Zelens’kyj e dei suoi ministri.

 

In collegamento da un bunker dello Stato più povero e corrotto di Europa, un Paese che ha portato alla distruzione, Zelens’kyj chiede più armi. Costantemente.

 

Zelens’kyj chiede la no-fly zone, perfettamente conscio del fatto che Putin ha detto che a chiunque tenti di istituirla la Russia dichiarerà guerra seduta stante.

 

Zelens’kyj chiede i MiG polacchi.

 

Zelenskyj chiede missili antiaerei S-300 (di fabbricazione russa…)

 

Zelens’kyj chiede più sanzioni.

 

Zelens’kyj chiede che la Russia sia espulsa dal Consiglio di Sicurezza ONU.

 

Zelens’kyj chiede ancora armi.. Anzi, chiede «l’1% dei caccia e dei carrarmati NATO»

 

Ambasciatori e ministri ucraini dicono ai Paesi che usano il gas russo che devono farne a meno, subito. Lo pretendono, lo ordinano. Anzi, non basta solo il gas: gli altri Paesi devono rinunciare a qualsiasi cosa.

 

«Non è solo il gas russo, è petrolio, carbone, metalli, diamanti e altre materie prime. Noi (Ucraina) siamo diventati la più grande vittima di questa relazione perversa. Gli ucraini stanno pagando con la vita questa politica tedesca fallita», ha detto l’ambasciatore ucraino in Germania Andrij Melnyk all’agenzia Reuters poche ore fa.

 

«Questo tipo di ipocrisia con la Russia risale al Nord Stream 1 (gasdotto)», ha affermato Melnyk. «L’enorme dipendenza della Germania dalla Russia, in un momento della peggiore aggressione dalla seconda guerra mondiale, è vergognosa».

 

Notate anche qui, come nel caso del tizio della TV italiana: l’ucraino comanda, e insulta.

 

La cosa bella è che i tedeschi, per motivi psicanalitici che ora non vogliamo nemmeno affrontare, tacciono. Si fanno comandare, e insultare, dall’ucraino. Un po’ come i sanitari italiani, che pagano l’autostrada mentre i profughi ucraini prendono il loro posto di lavoro in ospedale.

 

Va tutto bene: noi intanto continuiamo a trasmettere. Zelens’kyj parla al Parlamento italiano. Zelens’kyj parla al Congresso USA. Zelens’kyj parla ai deputati inglesi. Zelens’kyj parla alla Knesset, il Parlamento israeliano, e paragona la situazione ucraina all’Olocausto: glielo lasciano fare, anche se qualcuno, che magari ha avuto i nonni deportati nei campi dalle truppe ucraine di Stepan Bandera, si è inalberato.

 

Zelens’kyj parla al premio Grammy, anche se agli Oscar, con grande scorno dello Sean Penn, invece non ce lo hanno voluto.

 

Zelens’kyj chiede che la Russia sia «portata alla giustizia».

 

Zelens’ky chiede se l’Occidente non abbia per caso paura della Russia, visto che non gli arriva la quantità di armi necessaria. (Mentre, come riportato da Renovatio 21, alcuni foreign fighter sono scappati perché mandati al fronte senza armi e senza munizioni).

 

È pazzesco. Richieste continue, isteriche, ondivaghe, di un egotismo totale: si rende conto il presidente ucraino che armare l’Ucraina significa portare il mondo a pochi metri dall’abisso termonucleare della Terza Guerra Mondiale?

 

La risposta è: sì. È l’unico modo che ha per sopravvivere, lui e i nazisti che lo circondano. Senza Terza Guerra Mondiale, l’Ucraina – nonostante la propaganda allucinatoria occidentale – verrà spazzata via con tutta la sua élite, e quindi «denazificata». Immaginiamo che succederà quello che successe a Norimberga. Forse no, forse i processi saranno diversi, o non ci saranno.

 

Ad ogni modo, voi capite il perché di questa tracotanza, di questa chuzpah, del mendicante che pretende di scegliere, del poveraccio che strepita e comanda. Alternative non ce ne sono. Urlando imperiosamente, fanno dimenticare al mondo, e forsanche a loro stessi, la loro situazione: un Paese bello e ricco distrutto da decadi di cleptocrazia oligarchica (miliardi di debito internazionale pur partendo con zero debito nel 1992, poche o nessuna infrastruttura creata), con una politica talmente corrotta e idiota da aver portato la guerra per sfinimento della pazienza del Cremlino – il quale ha dimostrato di averne riserve che possono durare anche anni, ma ad una certa, bum. Tutto debitamente annunciato per tempo, peraltro.

 

Ma non disperate: la vittoria finale della bandiera gialloblù e vicina, e quindi lo sarà anche la resa dei conti, su modello «israeliano» o meno che sarà.

 

Tuttavia la a situazione, quando il comico che suona il piano con il pene avrà vinto eroicamente la sua guerra contro Putin, diverrà brutta non solo per i filorussi. Lo sarà anche per certi ucraini, soprattutto quei pochi maschi che – segreto che i giornali non vi dicono – sono riusciti a passare il confine, dove i doganieri di Kiev trattengono gli uomini 18-60 anni per farne carne da cannone.

 

Leggiamo su un canale Telegram che il capo del Consiglio di sicurezza e difesa e nazionale di Kiev avrebbe appena affermato che «Tutti gli uomini che hanno lasciato l’Ucraina dopo l’inizio delle ostilità saranno fermati al ritorno. “Dovranno spiegare dove e come sono riusciti ad attraversare il confine”». Danilov ha sottolineato che tutti gli uomini che hanno lasciato l’Ucraina sono stati registrati.

 

Riuscite a capire con chi abbiamo a che fare? Ricordate cosa è successo al negoziatore?

 

Volete credere alle cose che vi urlano, alle immagini che vi mostrano?

 

Volete ascoltare le storie che vogliono obbligarvi a credere?

 

Davvero: volete prendere ordini da questi?

 

Volete farvi insultare, e nel frattempo distruggere i vostri interessi, perdere il lavoro, passare l’inverno al freddo, esperire per la prima volta in generazioni la fame?

 

Se la risposta è sì abbiamo per voi una buona notizia: abbiamo il governo giusto per procedere in questa generazione direzione.

 

Se la risposta è no, è il caso di dire: diamoci una svegliata.

 

Perché, dopo il COVID, stiamo avendo, a bruciapelo, un altro caso conclamato di «psicosi di formazione di massa».

 

Con la differenza che dall’amore per le molecole di mRNA stiamo passando per ipnosi massiva a quello degli atomi di uranio delle bombe che possono mettere fine alla Civiltà umana.

 

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Treleau via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 3.0 Unported (CC BY-NC 3.0)

 

 

 

 

Pensiero

Angela, gli ebrei, i massoni, il mistero e Aurelio Peccei

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È morto Piero Angela. I coccodrilli su TV, siti e giornali vi avranno già inzuppato il fazzoletto.

 

Rammentiamo le sue fiammate durante la pandemia. «L’esercito in campo per far rispettare le norme di sicurezza sanitaria? Secondo me è utile. Questo è un virus mortale. Non si può dover chiedere per favore, mettete le mascherine. Quelli che non le usano sono degli untori, sono stati informati che è estremamente rischioso, soprattutto se sono quelli asintomatici» avrebbe dichiarato nel 2020.

 

Con la mascherina sul mento, la voce gli tremava, ma la convinzione c’era tutta.

 

«Facciamo l’esempio dell’AIDS. Sapete che c’è gente che è stata condannata in tribunale perché sapendo di essere contagioso comunque ha avuto rapporti con altre persone. È un reato, tu porti in giro la malattia».

 

E ancora. «Non c’è abbastanza pressione sul pubblico perché rispetti queste regole (…) in attesa del famoso vaccino».

 

Questo per il Piero Angela pandemico, che da scientista è ovviamente vaccinista, del tipo mistico-fideistico che abbiamo imparato a conoscere.

 

Tuttavia ci sono un paio di altre cosette che vorremmo ricordare qui del potente divulgatore scientifico RAI, principe di un feudo TV altamente «laico» anche in era democristiana. Sono due robette che probabilmente non leggerete altrove – soprattutto una, molto più significativa delle altre, che sta scritta in fondo all’articolo.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, «laico» è una parola che può voler dire tante cose. Nel caso della famiglia Angela, la parola può significare l’aderenza ad una tradizione, diciamo così, «illuminista».

 

Il padre di Piero era Carlo Angela, un medico piemontese che viene ricordato per il suo impegno antifascista: «la dittatura lo confinò praticamente a Villa Turina, una casa di cure per malattie mentali, ma ciò non gli impedì di continuare a mantenere rapporti con la rete antifascista» ricorda un vecchio articolo di Repubblica, che virgoletta un testimone che riconosce che «Angela era una persona riservata, che parlava poco. Aveva la sacralità del silenzio, era un laico rigoroso».

 

Durante gli anni della Repubblica Sociale, il dottor Carlo Angela «salvò ebrei spacciandoli per ariani», nascondendoli nella clinica che dirigeva. Ciò gli valse, nel 2001, l’onorificenza israeliana di Giusto fra le Nazioni; il suo nome fu quindi nel Giardino dei giusti di Yad Vashem di Gerusalemme, luogo poi visitato dal figlio Piero con abbondanza di foto e resoconti mediatici. Una stele dedicata a Carlo Angela vi è anche nel Giardino dei Giusti del Mondo di Padova, un parco a tema genocidi del XX secolo.

 

Non vi è mistero attorno all’appartenenza del Carlo Angela alla Massoneria. Fu iniziato nel 1905, raggiungendo il 33º grado del rito scozzese antico ed accettato. Nel secondo dopoguerra ottenne la carica di Maestro Venerabile della Loggia Propaganda all’Oriente di Torino Presidente del Collegio dei Maestri Venerabili della stessa città.

 

Un rito massonico funebre fu celebrato nel tempo della Loggia Propaganda l’8 giugno 1949, a cinque giorni dalla sua morte.

 

Carlo Angela è stato celebrato dalla RAI – dove lavorano suo figlio e suo nipote – con un lungometraggio documentario del 2017 intitolato Carlo Angela:un medico stratega.

 

Ora non c’è prova alcuna che la discendenza del Carlo abbia seguito le medesime iniziazioni.

 

Tuttavia l’impegno illuminista da parte del Piero c’era tutto.

 

Non stiamo parlando solo del modo gentile di spiegare la scienza a gambe conserte (mirabilmente canzonato dal Gianfranco D’Angelo di Drive In) con le sue ipnagogiche trasmissioni per lo più fatte di spezzoni di documentari importati (dai veri professionisti dei filmati naturalisti BBC, etc.) e doppiato da Claudio Capone, cioè la compianta voce di Ridge di Beautiful e del primo Luke Skywalker.

 

Ci riferiamo al CICAP, il «Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale», che ora avrebbe cambiato nome, non sappiamo bene perché, in «Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze». Il CICAP fu creato dopo iniziative di Piero Angela, che nel 2016 ne divenne «Presidente Onorario».

 

Su esempio di un ente di scettici USA, Angela voleva creare un comitato per la verifica dei presunti fenomeni paranormali – in pratica un fact-checking ante litteram, che però poteva sconfinare nella sfera del mistico: astromanzia, rabdomanzia, taumaturgia, ufologia, spiritismo… Niente sfugge alle verifiche degli in genere baffuti agenti del CICAP.

 

Essi finirono giocoforza per sconfinare nell’ambito religioso, occupandosi del sangue di San Gennaro e di Medjugorje.

 

Il riduzionismo scientista degli uomini CICAP è per alcuni davvero snervante. Chi scrive ricorda un’affollatissima conferenza di ufologia a San Marino, più di tre lustri fa, dove l’organizzatore al microfono sbottò tutta la sua rabbia contro un’apparizione TV di un tizio CICAP che, invitato ad esprimersi su video di UFO rilasciati dall’esercito messicano, dichiarò che quelle luci filmate dai piloti di caccia erano in realtà riflessi dei pozzi petroliferi di Cuba…

 

La superstizione, come la Fede (che è ritenuta superstizione), sono da sempre oggetto degli strali del noto club cui apparteneva il papà del Piero, dove si predica la superiorità della ragione sopra ogni cosa, soprattutto verso le credenze popolari e ciò che esce da una visione precisa (bianca o nera, a scacchi, come quel famoso pavimento).

 

Il mistero, insomma, non esiste: esiste solo la «ragione», qui intesa come la possibilità di spiegare, con le sole conoscenze della scienza attuale, qualsiasi cosa.

 

Rivoli di questo razionalismo, che per forza di cose va a scontrarsi con il sentire religioso e talvolta la religione organizzata, si possono trovare nei movimenti scettici che vi sono in ogni Paese, dagli USA all’India.

 

Vi è una ulteriore storia che da anni faceva impazzire il sottobosco della rete: quella che passa per il videografo israeliano Ofer Eshed, già marito di Fiamma Nirenstein, ardente sionista già deputata berlusconiana poi proposta da Netanyahu in era Renzi come ambasciatrice d’Israele a Roma – ma della cosa non se ne fece nulla. La Nirenstein è stata la prima cittadina-parlamentare italiana residente nella colonia ebraica di Gilo, territorio annesso con la guerra dal 1967 e, secondo la comunità internazionale, occupato illegalmente. La cosa fu notata in un articolo del 2008 del quotidiano israeliano Haaretz intitolato «Il “colono” israeliano al servizio del parlamento italiano».

 

Ora, parrebbe da alcune clip su un canale YouTube che un Ofer Eshed potrebbe aver lavorato per Ulisse e Superquark, due programmi del Piero Angela. Sul perché vi possa essere stata questa collaborazione, non abbiamo idea alcuna. Come potrebbe essere vero il fatto che si tratti semplicemente di filmati venduti.

 

Niente di che, non sappiamo nemmeno se si tratti di un caso di omonimia. Comunque non lo reputiamo un segno importante, è una coincidenza da nulla.

 

Non è invece, una coincidenza da nulla l’intreccio tra Piero Angela e Aurelio Peccei, un personaggio di cui talvolta Renovatio 21 vi ha parlato.

 

Peccei, un altro torinese forse di tradizione «illuminista» che aveva fatto la resistenza antifascista, è uno dei personaggi più oscuri del Novecento. Non esitiamo a conferirgli il titolo di «signore della Necrocultura».

 

L’idea dei limiti dello sviluppo la dobbiamo a Peccei e alla sua creatura, il Club di Roma, un consesso di potentissimi uniti solo dall’agenda magica di Peccei, che per qualche motivo aveva buoni rapporti con i vertici di qualsiasi realtà globale – pensate ad un Kissinger, o ad uno Klaus Schwab, ma più tetro e più concentrato.

 

Il concetto che muoveva Peccei di fatto era uno solo: la riduzione della popolazione terrestre.

 

Fu Peccei a costruire la cultura della decrescita, del controsviluppo, della contrazione industriale, economica, necessaria per salvare il pianeta dalla supposta implosione demografica, che avrebbe portato devastazione, guerra e malattie, nonché la fame su tutto il globo terracqueo.

 

Quando sentite qualcuno dire «siamo troppi», dovete sapere che la sua lingua è stata caricata decenni fa dal lavoro di Aurelio Peccei.

 

La potenza del suo Club di Roma fu tale che si sostiene che la politica cinese del figlio unico sia stata indotta da lì: approcciarono un esperto aerospaziale del governo Deng, tale Song Jian, ad una conferenza missilistica a Helsinki, e gli dissero che avevano simulazioni che mostravano il collasso della Repubblica Popolare Cinese se la popolazione non sarebbe stata fermata… Deng, che forse con l’Europa aveva altre aderenze di club avendo studiato a Parigi, attivò la politica autogenocida costata la morte di centinaia di milioni di bambini, facendo diventare Pechino un mega-laboratorio della Cultura della Morte realizzata.

 

Il documento con cui iniziò tutto fu lo studio che il Club di Roma di Peccei commissionò nel 1972 al politecnico bostoniano MIT, The Limits to Growth («I limiti dello sviluppo»), una primitiva simulazione al computer che ripeteva con gergo scientifico coevo quanto già espresso dal reverendo Malthus, teorico delle atrocità dell’Impero britannico (lavorava per il Collegio della Compagnia delle Indie), secoli prima: fermate la crescita della popolazione e il consumo di risorse o sarà il disastro.

 

È una delle maschere della Necrocultura che abbiamo imparato a conoscere: quella ecologista.

 

Peccei non aveva paura di scrivere quello che pensava dell’umanità nei suoi libri, uno dei quali, Campanello d’allarme per il XX secolo, scritto con il vertice del potente gruppo buddista Soka Gakkai (quello di Baggio e della Sabina Guzzanti) Daisaku Ikeda.

 

È tuttavia in Cento pagine per l’avvenire, un libro che hanno sentito il bisogno di ristampare pochi anni fa, che il Peccei tocca vette di trasparenza antiumana:

 

«Ci siamo chiesti se tutto sommato, rispetto al maestoso fluire dell’evoluzione l’homo sapiens non rappresenti un fenomeno deviante. Se non sia un tentativo ambizioso andato male, un errore di fabbricazione che gli aggiustamenti che assicurano il rinnovarsi della vita si incaricheranno a tempo debito di eliminare o rettificare in qualche modo».

 

Avete capito da dove vengono quindi Greta Thunberg («la prima Greta Thunberg aveva i baffi e si chiamava Aurelio Peccei» ebbe a dire Angela) e i discorsi apocalittici sul «pianeta Gaia» dei vostri amici eco-vegetariani: da uno strano ricco e potente, già uomo FIAT e Olivetti, inspiegabilmente inserito nel livello decisionale più alto del pianeta.

 

Quindi, eccovi che nel 1973, ad un anno dall’uscita del rapporto I Limiti dello Sviluppo voluto dal Club di Roma, «Piero Angela prende spunto da questo testo fondamentale in materia di sostenibilità ambientale del progresso tecnologico per realizzare “Dove va il mondo?”». Stiamo copincollando da RaiPlay, il sito della RAI.

 

«Il programma in quattro puntate intendeva verificare l’attendibilità delle drammatiche previsioni del rapporto, vagliando le posizioni pro e contro di esperti e scienziati. Il primo intervistato è Aurelio Peccei, fondatore del “Club di Roma”, l’ente non governativo che aveva commissionato lo studio del MIT».

 

«La nostra Terra che galleggia nello spazio con il suo sottilissimo strato di biosfera può accogliere uno sviluppo senza limiti? Oppure le sue stesse dimensioni creano inevitabilmente un limite fisico allo sviluppo» si chiede Angela nei primissimi secondi mentre scorrono immagini in bianco e nero del nostro pianeta. «E quanto siamo lontani, da questo limite? Queste domande se le sono poste in modo concreto un gruppo di scienziati, umanisti, dirigenti di organizzazioni internazionali preoccuparti sulle sorti del futuro riuniti in una associazione denominata Club di Roma».

 

Uno spottone.

 

Il lancio è straordinario. «La  prima seduta [del Club di Roma] si era svolta qui a Roma, su iniziativa del dottor Aurelio Peccei». Parte l’intervista.

 

Date un’occhiata voi stessi. In pratica, un’intera serie dedicata al manifesto della decrescita, con lunga intervista a Peccei già al primo episodio.

 

La vicinanza tra Angela e Peccei è ricordata anche nel fresco necrologio del WWF: «Fu tra i primi infatti, già dagli anni 70, a dare risonanza agli allarmi sul futuro del Pianeta lanciati da Aurelio Peccei e dal Club di Roma fondato dallo stesso Peccei».  Ricordiamo, en passant, che tra i personaggi fondatori del WWF c’è il principe Filippo di Edimburgo, quello che voleva reincarnarsi in un patogeno pandemico per decimare la popolazione. Un altro fondatore, il principe neerlandese Bernhard van Lippe-Biesterfeld è stato presidente del Gruppo Bilderberg fino a quando si dovette dimettere per lo scandalo della tangente da 1,1 milioni di dollari avuta dalla Lockheed.

 

Ma restiamo su Angela e Peccei. Tra i due non vi era un rapporto superficiale.

 

Con Peccei, disse Angela in un’intervista con il filosofo ateo Telmo Plevani su MicroMega, «mi incontrai poi tantissime volte. Con lui andai, nel 1972-73, ad Algeri, per la conferenza “Reshaping the International Order“, e, nel 1975, a Salisburgo, dove Peccei riuscì a riunire attorno a queste problematiche undici capi di Stato e di governo. Realizzai allora una serie di programmi televisivi su questi temi: Dove va il mondo, in cinque puntate; poi Nel buio degli anni luce, in otto puntate; e un libro, La vasca di Archimede, in cui spiegavo proprio come non ci sia un’azione che non abbia ripercussioni da qualche altra parte».

 

Diecine di produzioni del servizio pubblico per spiegare i principi del Club di Roma.

 

Rimirate ancora una volta Angela che intervista Peccei nello spezzone delle Teche RAI.

 

Guardatelo, parlando di una non meglio precisata «frenata», chiedere all’intervistato di questi mirabolanti «studi di previsioni tecnici su questo sviluppo»

 

«Nel giro di qualche generazione si va incontro a catastrofi perché superiamo le capacità della Terra» risponde Peccei.

 

Sappiamo tutti cosa vuol dire. Di lì a pochi anni sarebbe arrivata la legge sull’aborto, vi sarebbero stati interi movimenti che suggerivano la contraccezione e la sterilizzazione. La pillola, flagello steroideo che trasforma e fa ammalare le donne negando la loro stessa natura, era arrivata pochi anni prima.

 

«Quest’uomo si accresce in peso e in dinamica, e il filo si può spezzare».

 

Ora immaginate che questo era il canale unico RAI. Immaginate che a quel tempo la TV era considerata verità. «Lo ha detto la televisione» era il riferimento che zittiva tutti.

 

Capiamo quindi quale possa essere stato l’effetto del lavoro di Angela.

 

Non ci interessano tutte le cose di ebrei e massoni di cui si è scritto su Piero Angela. A noi basta mandare in play questo breve video.

 

Non c’è nessun mistero qui. Tutto ci sembra alla luce del sole, scientificamente spiegabile.

 

Noi sappiamo perfettamente cosa esso significhi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine ritagliata e resa in bianco e nero.

 

 

 

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Pensiero

Il fisco come strumento di distruzione della classe media

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Le notizie sull’IRS, l’ente USA per la riscossione delle tasse, si stanno rincorrendo.

 

Forbes ieri batteva la notizia che l’IRS starebbe assumendo 87 mila nuovi agenti, con un aumento sensibile anche riguardo il personale dedicato alle criptovalute.

 

Ottantasettemila: in pratica, una media città italiana, fatta solo di agenti del fisco. La cifra esce dalla discussione del non ancora approvato Inflation Reduction Act. la, «legge sulla riduzione dell’inflazione» che darà all’agenzia 80 miliardi di dollari, la metà dei quali sarà destinata alla repressione dell’evasione fiscale.

 

Pochi minuti e si scatena Elon Musk (che in tasse, quest’anno, ha pagato qualche miliardo).

 

 

«Quando il Paese che si è ribellato per le tasse assume 87.000 nuovi agenti dell’IRS», si legge nel meme, posto sopra la foto di un ridente ufficiale dell’esercito britannico dal film con Mel Gibson The Patriot.

 

Elon, non si sa quanto volontariamente, ha fatto un riferimento alla storia di violenza americana, stavolta non alla guerra civile, ma alla guerra rivoluzionaria contro Londra, che, in effetti, si ebbe in apparenza proprio per motivi fiscali.

 

Passano poche ore, arrivano i fact-checker. Il solito Snopes, addirittura il Time. MSNBC, organo privato del continuum tra Partito Democratico e  Deep State, batte tutti: gli 87 mila nuove guardie delle tasse don’t (and won’t) exist.  Non esistono. Non esisteranno.

 

E via.

 

Poco dopo, emergono altri sconvolgenti dettagli della situazione.

 

Un annuncio di lavoro online per «agenti speciali investigativi criminali» dell’IRS scrive che un «requisito chiave» per i candidati al posto di lavoro è essere «legalmente autorizzati a portare un’arma da fuoco».

 

Dice proprio così. Chiede la disponibilità a «lavorare per un minimo di 50 ore settimanali, (…), compresi i giorni festivi e i fine settimana. Mantenere un livello di forma fisica necessario per rispondere efficacemente a situazioni pericolose per la vita sul lavoro; essere disposti e in grado di partecipare ad arresti, esecuzione di mandati di perquisizione e altri incarichi pericolosi».

 

In pratica, essere pronti a sparare… agli evasori fiscali.

 

Non ci stiamo inventando niente: è proprio scritto nero su bianco sul sito dell’IRS.

 

Non solo. Il turbolento deputato trumpiano Matt Gaetz ha cercato di introdurre una legge che impedisca all’agenzia del fisco USA di comprare ulteriori pallottole. Perché, si viene a sapere, l’IRS è già armata a livelli inimmaginabili: Gaetz ha scoperto che l’IRS ha acquistato più di 700 mila dollari di munizioni nell’arco di diversi giorni giorni.

 

Il tutto, nel momento in cui il Congresso americano sta cercando apertamente di disarmare i cittadini americani, in barba al Secondo Emendamento. Questo piccolo dato dice moltissimo. Ed è facile capire per chi sono quei (dato 2018) 4,487 e quelle 5,062,006 pallottole.

 

Perfino il Partito Repubblicano americano ha capito costa sta succedendo. Un esercito di agenti del fisco armato fino ai denti non farà altro che molestare i proprietari di piccole imprese e i lavoratori a basso reddito.

 

Gli uomini del Grand Old Party stanno facendo girare un’analisi che mostra che i cittadini che guadagnano meno di 75.000 all’anno riceveranno il 60% delle verifiche fiscali aggiuntive.

 

Il che vuol dire: accanimento totale sulla classe media, fino alla sua spremitura terminale, fino alla sua cancellazione.

 

Una lotta di classe vera e propria, condotta dall’élite contro la piccolo borghesia: e con un esercito assemblato ed armato a spese di quest’ultima.

 

Si tratta dell’ultima linea di persecuzione della middle class.

 

Dovrebbe essere chiaro a tutti che il processo stabilito per questi decenni dai padroni del mondo sia quello: la disintegrazione della classe media.

 

Troppo estesa per non essere un pericolo per il vertice della piramide. Troppo piena di pensieri per non tentare di cambiare le cose quando esse vanno apertamente  contro gli interessi del popolo – e dell’umanità intera. Troppo intrisa di valori conservatori (la famiglia, la religione…) in un mondo che ora più che mai non deve conservare nulla, ma essere resettato.

 

Il Grande Reset, abbiamo ripetuto, è in linea di massima riconducibile alla convergenza tra gli Stati con le grandi multinazionali. Improvvisamente, parlano di ambiente, di equità sociale, di inclusione, di sicurezza sanitaria e di tutte le boiate di Davos e dintorni non solo i governi inetti e corrotti, ma anche le società multimiliardarie. Voi capite che in questo disegno, non c’è alcuno spazio per l’indipendenza dei borghesi, piccoli e medi.

 

Perché, come andiamo ripetendo, l’obbiettivo di tutto questo – vaccini, green pass, denaro digitale inclusi – è la sottomissione degli esseri umani.

 

La realtà è che, in USA come in Europa, il progetto di distruzione della classe media è partito anni e anni fa. Una storia con cronologia convincente a riguardo non è ancora stata scritta – perché, sarebbe stata tacciata, oggi come decenni fa, di cospirazionismo molesto. Tuttavia non abbiamo problemi a indicare una data saliente l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001.

 

Dall’arrivo dei cinesi è partita la globalizzazione – cioè la sinizzazione dell’economia manifatturiera. Con conseguente delocalizzazione, e demolizione del tessuto produttivo fisico occidentale.

 

La classe media in crisi, uccisa dalla concorrenza-dumping a Oriente e dalla concentrazione di mercato dei colossi a Occidente (Amazon, ad esempio), è stata massacrata. Non è stata aiutata, in nessun modo, a uscire dalla miseria spaventosa in cui l’avevano cacciata i medesimi politici che magari aveva votato. Ricordate l’Ulivo mondiale? Clinton, Blair, Prodi… Erano gli anni in cui si bombardava la Serbia (cioè, il proxy della Russia) ma si facevano gli occhi dolci alla Cina.

 

Abbiamo detto, la questione viene da lontano. Soprattutto la questione cinese: ho realizzato nel tempo che le spallucce occidentali dinanzi al massacro di Tian’an Men significassero proprio questo: il patto per portare la Cina a divenire protagonista economica mondiale era stato siglato – probabilmente con Deng Xiaoping, che aveva studiato in Francia, e chissà di quali club aveva preso la tessera – e non doveva essere disatteso per nessun motivo, nemmeno mentre si guardavano migliaia di studenti e cittadini comuni trucidati dai soldati che sparavano nel mucchio e passavano sopra ai cadaveri con l’autoblindo.

 

Perché, il patto tra Deng e i poteri costituiti atlantici con probabilità non riguardava solo la rapina dell’economia manifatturiera occidentale da parte dei cinesi: mirava, più sottilmente, proprio alla distruzione della classe media.

 

Dietro alla colonna di carrarmati bloccate da tank man, l’eroico omino con le borse di plastica, non c’era solo l’industria aerospaziale euroamericana desiderosa di vendere Jumbo ai cinesi. C’era il disegno del padrone del mondo di innalzare la Cina per spazzare via la borghesia dell’Ovest.

 

Questa catastrofe non ha avuto rappresentanti nei Parlamenti, né rappresentazioni scientifiche, libresche, cinematografiche.

 

La classe media moriva, aiutata dalla repressione senza requie del fisco, che intuiva qualcosa di fondamentale: coloro che sono abituati ad un dato tenore di vita, potrebbero, prima di rassegnarsi a perderlo del tutto, cercare di pagare meno tasse per conservare le cose com’erano prima, all’età dell’oro.

 

Ecco le retate ai padroncini, alle fabbrichette, ai luoghi di villeggiatura. Spremere, con la ferocia dell’Esercito di Liberazione del Popolo in quella piazza pechinese del 1989, coloro che sono stati rovinati dalla globalizzazione, perché sono i primi a tentare di evadere, magari anche solo per sopravvivere.

 

Certo, è un ordine di sterminio – come da programma. Distruggere l’economia di una classe significa, di fatto, declassarla. Cioè, degradarla: la classe media diviene classe operaia, o forse nemmeno quella. Perché, grazie all’importazione di milioni di africani, una classe bassa, ancorché non esattamente operaia, vi è già, ha già pienamente sostituito la nostra, in certi lavori ma soprattutto in quantità di condomini e di quartieri.

 

Il borghese declassato si trova a convivere, e a combattere, con l’immigrato afro-islamico, già visibilmente dedito ad alcune prepotenze nei confronti dell’autoctono. L’occhio sopra la piramide gode assai: divide et impera. E così, la classe sociale capace di produrre ricchezza e sviluppo, capace di far accadere le rivoluzioni, sparisce per sempre.

 

Questo disegno, visto da dentro, sa essere osceno come poco altro. Anche perché esso è assai dichiarato.

 

Abbiamo un esempio di persecuzione fiscale di qualche anno fa. Un conoscente, lettore di Renovatio 21, ci ha raccontato della sua misera Partita IVA. Un anno aveva fatturato qualcosa meno di 100 mila euro. Tolte le spese, forse gli era rimasto meno di 1800 euro al mese, per un lavoro alto e faticoso.

 

Il ragazzo aveva pagato tutte le tasse possibili, ci teneva. Diceva: prima viene la mia salute, non posso vivere con l’ansia di avere il fisco che vuole qualcosa da me, quindi pago tutto, se possibile pago pure di più.

 

Fu sorpreso, quindi, quando scattò un controllo nei suoi confronti quattro anni dopo. Il motivo era semplice: dopo 5 anni, per legge, non era più possibile andare a rovistare tra fatture e ricevute per accusare di evasione qualcuno.

 

La Partita IVA era tuttavia serena: quando faceva le notti a produrre documenti che risolvevano le cose contestate, andava a letto sereno, perché si sentiva inattaccabile.

 

Il povero giovanotto non aveva capito nulla: il fisco mise su di lui un intero team – ripetiamo, su una Partita IVA micrologica – praticamente per un anno. Tirarono fuori cose inimmaginabili.

 

Fu una sofferenza infinita, che lasciava sbigottiti: contestavano che la somma rispetto ai viaggi in treno non tornava, risultava un solo biglietto in tutto l’anno invece che decine e decine. Convocato con la commercialista per spiegare questa discrepanza, si rese conto che gli impiegati del fisco avevano fatto una fotocopia della pagina con il blocchetto dei biglietti messi uno sull’altro, e quindi, dalla fotocopia, risultava solo un biglietto.

 

Perché accadeva questo: la commercialista aveva una sua teoria.

 

«Sono al collasso, stanno raschiando il fondo del barile, che per loro è la classe media. Devono fare cassa per evitare il crollo totale, quindi si sono convinti che le piccole attività possano avere soldi da parte, sotto il materasso, magari».

 

La cosa, se ci pensiamo, ha molto senso: è la sempiterna accusa mossa dalla sinistra in Italia – cioè il partito egemone, cioè la magna pars dello Stato-partito – contro gli imprenditori e la popolazione tutta. Vi siete arricchiti a fronte del debito pubblico. Ora pagate.

 

La faccenda andò avanti fino allo sfinimento. Trovarono cose impensate: del resto ci stavano sopra più persone, per tanto tempo… La commercialista gli disse che non aveva mai visto una cosa del genere, è un esempio che poi avrebbe portato ad un seminario di colleghi. Si chiese se non avesse pestato i piedi a qualcuno…

 

Il ragazzo chiese cosa poteva fare. Non voleva dargliela vinta, era un’ingiustizia immane, era una prepotenza. L’alternativa, gli dissero era andare a giudizio, con avvocati e anni e anni di processo e tutto. Il problema era economico: non era in grado di sostenere una spesa del genere. Realizzare di non potersi permettere una difesa, cioè, essere indifeso, gli fece capire che no, probabilmente non faceva più parte del gruppo sociale a cui credeva di appartenere, nel quale credeva di essere nato.

 

Decise, contro ogni morale, di pagare, per levarsi il pensiero una volta per tutte. Anche se  i soldi sotto il letto, no, lui non ce li aveva, e nemmeno la sua famiglia, che avevano subito il declino della globalizzazione cinese di cui parlavamo poco sopra.

 

Arrivò l’altra tegola. Pensava di pagare X. La cartella che arrivò era invece di 4 volte X. Soldi che non solo non aveva, ma che non aveva certezza di guadagnare in un anno.

 

La madre, vedova da poco, si ammalò, andò in una depressione ulteriore.

 

L’unica soluzione possibile era diventare «cliente» di Equitalia, e dividere la cifra nel numero più alto di rate. Fortunatamente, a quel tempo, l’ente aveva risolto qualche problema con tassi, diciamo così, «impopolari» al punto che alcuno sostenevano fossero illegali.

 

Per anni, il ragazzo pagò questo affitto ingenerato dalla persecuzione fiscale a suo carico.

 

Racconta che «la cosa più allucinante era guardarmi intorno. Vedevo che lo Stato faceva accordi con giganti della tecnologia a fronte di miliardi di euro, dico miliardi, che invece che finire al fisco italiano finivano, forse, in Lussemburgo, in Irlanda, in realtà nemmeno lì. Evasione pura, per quantità di danaro da manovra economica».

 

«Allo stesso tempo vedevi il premier che si faceva fotografare con questo o quello uomo della multinazionale tech “figa”, con gli uffici stampa che passavano ai giornali la notizia che il colosso dei computer aveva magari aperto una struttura farlocca, chiaramente a fronte di un accordo sui miliardi non versati alle nostre entrate».

 

«Nel momento più disperante, avevo visto il dirigente di un altro mega-colosso, che le tasse chissà dove le paghe, che si inseriva in una struttura amministrativa vicina al governo un suo dirigente… per poi vedere elargire alla super-multinazionale, tramite un bonus incomprensibile, una grossa quantità di danaro pubblico».

 

«Quindi, invece che recuperare i miliardi, ripeto miliardi, dai grandi colossi, venivano da me, tra le mie miserie, ad accusarmi perché avevano visto degli scambi di poche centinaia di euro di danaro nei due sensi tra il mio conto  e quello dei miei genitori… non si sono fermati neanche quando, chiedendo da dove venivano quei soldi, avevamo confessato, nella vergogna, che in quell’anno avevamo cominciato a vendere gli ori…»

 

Il motivo è semplice, e in realtà non riguarda solo le grandi aziende straniere che evadono spudoratamente. È una questione di qualità della preda.

 

«La commercialista mi disse: sono venuti da te, e continueranno a venire da quelli come te, perché sanno che non ti puoi difendere. Un’azienda può permettersi di accantonare una parte dei ricavi per gli avvocati. Tu non puoi. Chi mette in mezzo l’avvocato tira avanti di anni la risoluzione, cioè il pagamento di quello che chiedono: loro hanno bisogno di soldi subito».

 

«Voi siete senza difese, quindi obbedite. Voi siete per loro dei bancomat. Delle macchine che sputano soldi premendo la giusta sequenza di bottoni. Solo che i soldi sono i vostri, non di chi li preleva».

 

Questo è il pensiero che ci guida nel leggere il cambiamento sociale oramai incontrovertibile: disintegrare e sottomettere.

 

Sarai distrutto, e quello che rimarrà di te sarà reso schiavo.

 

Adesso capiamo bene a cosa serve armare chi viene a riscuotere le tasse.

 

Perché capitelo: dopo il runner, il frequentatore di movida, il non-vaccinato, il non-greenpassato, il renitente alla lode del regime infame ed assassino di Zelens’kyj, l’inquinatore, etc. il prossimo ad essere oggetto del minuto di odio e delle sue conseguenze sarà l’evasore.

 

La piattaforma di danaro digitale lo renderà facile da individuare. Vi saranno algoritmi, redditometri drogati di Intelligenza Artificiale, pronti a decretare che non pagate abbastanza tasse. Come in Cina per chi attraversa le strisce pedonali con il rosso, il vostro volto verrà sparato sui megaschermi della città per essere schernito, così da informare i vostri compaesani della vostra pericolosità.

 

Quindi, vi beccherete gli sputi del vostro vicino di casa, e, più importante, magari la possibile visita di una polizia fiscale armata.

 

Basta capire quello che i pubblicani moderni non possono capire: il fine non è far pagare le tasse, è distruggere un’intera classe sociale, umiliarla, farla ammalare, sterilizzarla, annichilirla.

 

Non siamo ancora sicuri che riusciranno nell’intento, anche se sono a buon punto.

 

Perché è la classe media – con le sue idee, i suoi risparmi, i suoi sacrifici – che muove la Storia.

 

E tante volte, nei secoli, ha saputo liberarsi delle élite parassite. Magari, nel processo, facendo qualcosa di sempre più moralmente necessario ora: punire i responsabili di questa devastazione internazionale, castigare con estremo giudizio, infliggendo tutto il dolore necessario a che sia fatta vera giustizia.

 

Non è un sogno. È la nostra preghiera.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pensiero

Se Bergoglio avesse veramente letto Chesterton

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Renovatio 21 pubblica questo articolo del dottor Paolo Gulisano apparso su Ricognizioni.

 

 

 

 

Hanno fatto abbastanza scalpore le dichiarazioni del Vescovo di Roma nel corso della visita in Canada dei giorni scorsi.

 

Dichiarazioni che in effetti sono state un durissimo attacco alla storia della Chiesa, alla sua azione missionaria, di cui tra l’altro furono grandi protagonisti i membri di quella Compagnia di Gesù da cui lo stesso vescovo proviene. Ma ormai è un dato di fatto che il pastore argentino prova un livore incontenibile per la Chiesa, per come è stata per secoli, fino al 1963.

 

Tuttavia, se è lecito che abbia fatta sua questa visione ecclesiologica e ideologica che da decenni è entrata prepotentemente – quasi fumo di Satana – nel Tempio di Dio, non dovrebbe permettersi di maltrattare la Storia, stravolgendone i fatti, al solo scopo di screditare la Chiesa di Cristo e la società cristiana che da essa è nata attraverso i secoli.

 

La richiesta di compiere un atto di Cancel Culture, che non è altro che il tentativo di mettere sotto processo la Civitas Dei per condannarla senza prove, è venuta dal premier canadese Justin Trudeau, che è notoriamente un pupillo di Klaus Schwab e tra i maggiori fautori del globalismo e dell’Agenda di Davos, e immediatamente fatte proprie da Bergoglio.

 

Ma nonostante tutti gli attacchi portati dal Vescovo di Roma alla Chiesa cattolica, tutto questo non è bastato, non è ancora sufficiente per le forze anticristiane: il ministro dei culti canadese ha ufficialmente dichiarato, a nome del suo governo, che le «scuse» del Papa non sono sufficienti perché sono state rivolte all’operato di alcuni cattolici e non invece, come a giudizio del governo canadese dovrebbe essere, all’operato della Chiesa in sé, dato che non sarebbero colpevoli i singoli ma la Chiesa.

 

Per il governo canadese, la Chiesa è un male dell’umanità da sradicare dalla storia.

 

Un monito rivolto a Bergoglio ad essere più efficace, in futuro, nel gettare discredito sul passato della Chiesa cattolica, colpevole delle peggiori efferatezze, per legittimare la sua persecuzione presente, tanto da parte dello Stato quanto da parte della stessa Gerarchia.

 

Perché quella Chiesa, la Chiesa cattolica «intollerante», «rigida», che predicava il Vangelo a tutte le genti e che lasciava martirizzare i propri Missionari da tribù immerse nella barbarie del paganesimo, non deve esistere più, non deve «fare proselitismo» e non deve pretendere di avere alcuna Verità da insegnare alle nazioni per la salvezza delle anime.

 

Se il papa avesse avuto una buona formazione storica, e non fosse stato intenzionato a condividere un’operazione puramente ideologica, avrebbe parlato del grande e saggio sciamano Alce Nero o del grande capo Geronimo e della loro conversione al cattolicesimo, oppure delle missioni gesuitiche dalla California alle foreste del Canada che portarono, senza violenze, alla fede migliaia di indiani ben disposti ad accettarla non appena ne saggiarono la spiritualità.

 

Ha invece ossequiato la cultura woke e l’indigenismo d’accatto per condannare la memoria di altri missionari che cercarono di evangelizzare i nativi, in particolare nel Canada francofono, con un approccio non razzista, ma al più «paternalista» della Corona francese, che tentava di integrare gli indiani nelle colonie insegnando loro l’agricoltura: molto diverso da quello «segregazionista» e razzista della Corona inglese.

 

Bergoglio ha parlato di «genocidio culturale» come se l’arrivo della fede cristiana non cambi necessariamente l’essenza delle culture precristiane, esattamente come era accaduto nell’Europa romana, celtica, germanica, slava, con la cristianizzazione di tante feste e tanti culti locali precristiani.

 

L’indigenismo propugnato da Bergoglio oltretutto è un falso prodotto intellettuale delle università nord-americane. Il genocidio, non solo culturale ma anche etnico, lo ha perpetrato l’America WASP, ossia bianca, anglosassone e protestante.

 

Quei coloni provenienti dalla Gran Bretagna che già si erano accaniti ferocemente contro i cattolici, e lo avrebbero fatto anche nei confronti dei messicani, altrettanto cattolici.

 

La politica di distruzione etnica e assimilazione culturale delle popolazioni locali è stata tipica del colonialismo inglese che la attuò in diversi luoghi come ad esempio l’Australia, gli USA e il Canada. Questi paesi non erano governati da re cattolici ma dalla massoneria anglosassone e dai protestanti. La responsabilità di alcuni uomini di Chiesa può essere perciò solo quella di aver collaborato, in qualche modo, con quelle politiche che furono pensate e dirette però da nemici della Chiesa.

 

La Chiesa avrebbe dovuto combattere con maggiore forza e determinazione queste forze, la cui luciferina abilità è sempre stata quella di attribuire ad altri le colpe per i loro delitti.

 

Tempo fa su qualche giornale si era scritto che Bergoglio è un lettore di Chesterton. Non sappiamo se sia vero, o se la sua conoscenza di GKC (del quale in questi giorni si è celebrato il Centenario della conversione) si sia limitata a qualche episodio di Padre Brown, ma certamente avrebbe molto giovato alla sua corretta interpretazione della storia delle Americhe e del colonialismo protestante britannico leggere il seguente brano di Chesterton, tratto da Il pozzo e le pozzanghere.

 

«Il fatto è che la tirannia protestante è completamente diversa dalla tirannia cattolica; per non parlare della libertà cattolica. La tirannia protestante è inesorabilmente radicata in un movente e in una filosofia morali che sono agli antipodi di quelli cattolici. Il dottor Crespi sembra suggerire che, laddove le restrizioni protestanti raggiungono un livello veramente eccessivo, è solo a causa del tipico atteggiamento dell’ufficiale che mette troppo zelo nell’adempiere al suo dovere».

 

«Sono dolente, ma devo contraddirlo, poiché non si tratta di nulla del genere. Qui siamo nel cuore del problema: il protestantesimo è per natura predisposto ad abbracciare quell’atteggiamento che oggi chiamiamo “proibizionismo”. Con questo non intendo esclusivamente la proibizione di alcolici (anche se, a ben vedere, il paragone mi sembra dei più efficaci, se si tiene conto che nessuno tra le migliaia di tiranni della storia del Mediterraneo, da quando Penteo fu fatto a pezzetti, si è mai sognato di eliminare il vino dalla quotidianità); intendo dire che i protestanti tendono a proibire drasticamente, più che a controllare o a limitare. Il nostro modello di protestante attinge la sua idea di proibizionismo dalla sua teoria di progresso, teoria che cominciò con l’attesa dell’Età dell’oro, per finire poi con le speranze nel Superuomo».

 

«Non so cosa il dottor Crespi intenda parlando della mia “Età dell’oro”: dopo l’episodio dell’Eden non ho saputo di altre Età dell’oro nel passato. Il concetto protestante di progresso, invece, implica una tale Età futura, rigorosamente diversa e indipendente dal passato. Oggi, però, questa attesa di un nuovo Sole è fortemente influenzata dalla teoria dell’evoluzione. L’uomo è una scimmia che ha perso la coda, e che non la rivuole indietro. Non si tratta di fargli ridurre un po’ le dimensioni della sua coda perché troppo ingombrante; nemmeno è sufficiente dirgli di arrotolarla e metterla da parte, agitandola solo nei giorni di festa, come suggerisce l’idea cattolica di disciplina e ricreazione».

 

«Nell’ideologia protestante l’uomo può benissimo fare a meno della coda, quindi tanto vale amputarla. I protestanti oggi applicano meccanicamente questa teoria dell’amputazione a ogni aspetto problematico della natura umana, a ogni tradizione storica, a ogni costume popolare. Non si limitano a chiedere all’uomo di contenersi, di limitarsi in ciò che, in un particolare momento, costituisce per loro un problema. Vogliono che l’uomo si liberi definitivamente del problema, come un giorno la scimmia fece con la coda».

 

«Se i puritani aboliscono il ritualismo, significa che d’ora in avanti non esisterà più nessun tipo di cerimonia; quando i proibizionisti abolirono il consumo di alcolici, giurarono che la nuova generazione sarebbe cresciuta senza mai conoscerne il gusto; se i protestanti guardano con favore alla proposta socialista, la maggior parte di essi non pensa affatto a criticare quel nuovo disordine chiamato “capitalismo”: a loro interessa abolire per sempre l’idea stessa di proprietà privata, questo è tutto».

 

«Per questo sostengo che nella Riforma protestante ci sia qualcosa di fanatico, di soffocante, di estremista, qualcosa di disperante che non c’è nemmeno nelle repressioni di stampo cattolico. Quando il puritanesimo si diffuse in America, così come quando il prussianesimo ha conquistato la Germania, è sorta una nuova legge: la sterilizzazione, o l’eugenetica, forzata, dalla quale persino i peggiori dittatori di tradizione latina rifuggirebbero con orrore».

 

Ci sono stati molti buoni cattolici, come Savonarola e Manning, che potrebbero essere chiamati protestanti, in quanto anch’essi accesero il loro piccolo falò delle vanità. Non ebbero però mai la pretesa di paragonarlo al fuoco eterno.

 

Ci sono stati altrettanti cattivi cattolici che si potrebbero definire tiranni, come i Borgia o il re Bomba, che per ambizione seminarono morte, odio e terrore, ma che nemmeno durante la tortura di un povero infelice si sarebbero illusi di stare deformando o piegando a loro piacimento l’umanità stessa. Ecco perché le loro proibizioni non erano poi così proibizioniste.

La libertà protestante è ben più opprimente della tirannia cattolica, poiché essa non è altro che l’illimitata libertà dei ricchi di distruggere un numero illimitato di libertà dei poveri»

 

«Mussolini compie indubbiamente un atto abominevole quando sopprime i giornali, ma lo si sentirà mai dire: “Il mondo non sarà mai più afflitto dalla carta stampata», nel modo in cui Jennings Bryan avrebbe detto “Non saremo mai più minacciati dalle bevande alcoliche”»?

 

«Sono fermamente convinto che alcuni degli ultimi sistemi ideati dai fascisti per addestrare i bambini rasentino l’assurdo, tuttavia essi non raggiungono il punto di dire che i bambini dovrebbero essere tolti alle madri, cosa che moltissimi protestanti, seguaci progressisti di Welles o di Shaw, non avrebbero scrupolo di dichiarare».

 

«In poche parole, senza considerare la libertà cattolica, la tirannia cattolica è qualcosa di transitorio, come una penitenza, un digiuno, un assedio o una legge marziale. La libertà protestante è ben più opprimente della tirannia cattolica, poiché essa non è altro che l’illimitata libertà dei ricchi di distruggere un numero illimitato di libertà dei poveri».

 

Chesterton scrive da inglese che conosceva molto bene la storia del proprio Paese, e aveva scelto di diventare cattolico proprio mentre l’Inghilterra stava abbandonando il bigottismo protestante per diventare nichilista e scientista, mentre stava diventando una fucina dove elaborare il pensiero transumanista per il futuro prossimo.

 

Forse Bergoglio dovrebbe leggere meno teologia indigenista e un po’ più di Chesterton.

 

Gli farebbe un gran bene all’anima.

 

 

Paolo Gulisano

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

 

 

 

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