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Ambiente

Ansia ecologica: motivo per ottenere l’eutanasia?

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Un cittadino di Vancouver di nome Howard Breen, 68 anni, ha presentato domanda di aiuto medico alla morte (MAiD), il percorso canadese verso l’eutanasia legale. Non è malato terminale, ma sta vivendo un’estrema sofferenza mentale a causa del cambiamento climatico.

 

Nel 2017, il suo medico gli ha diagnosticato una eco-ansia clinica e una depressione correlata alla biosfera, secondo la rivista Vice.

 

«Diventa debilitante», ha detto Breen a Vice. «La depressione che provo per lo stato delle cose e la mia incapacità di non essere apprensivo per il futuro dei miei figli in particolare, è una grande preoccupazione per me».

 

 

Breen è un attivista ambientale e un membro di Extinction Rebellion. Ma insiste sul fatto che la sua domanda non è una trovata pubblicitaria. «Ma ha assicurato a VICE News che avere autonomia sul proprio corpo e una morte dignitosa di fronte all’imminente catastrofe climatica non è un’acrobazia. Ha anche il supporto del suo medico di base, sua moglie, due figlie e un figlio».

 

Ha presentato domanda per l’accesso al MAiD nel febbraio 2017, ma la sua richiesta è stata respinta perché uno dei medici valutatori non credeva che l’eco-ansia fosse una condizione ammissibile.

 

Tuttavia, si dice che l’eco-ansia sia reale tra i canadesi, soprattutto dopo l’ondata di caldo e gli incendi boschivi dell’anno scorso.

 

All’inizio di quest’anno la Climate Change and Mental Health Alliance ha affermato che l’ondata di caldo ha aumentato l’ansia del 13%.

 

 

Michael Cook

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

 

 

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Ambiente

Banca lancia una carta di credito legata alle emissioni di carbonio

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Una banca canadese ha lanciato una carta di credito che tiene traccia della cosiddetta «impronta carbonica» di un cliente.

 

La banca Vancity offrirà una carta di credito che collega gli acquisti alle emissioni di carbonio, consentendo ai clienti di confrontare la loro impronta di carbonio mensile con la media nazionale.

 

La banca consiglierà inoltre i clienti su come limitare la loro impronta di carbonio. «In qualità di cooperativa finanziaria di proprietà dei soci, riteniamo che sia nostro compito fare tutto il possibile per aiutare, soprattutto quando si tratta delle decisioni che le persone prendono con i loro soldi» ha dichiarato ha affermato Jonathan Fowlie, Chief External Relations Officer di Vancity.

 

«Questo strumento fornirà ai titolari di carte di credito Vancity Visa preziose informazioni sui loro acquisti e consentirà loro di collegare le loro decisioni di spesa quotidiane al cambiamento che vogliono vedere nel mondo».

 

Secondo una ricerca condotta da Visa, oltre il 50% dei canadesi è interessato a monitorare la propria impronta di carbonio.

 

L’idea che si sta facendo qualcuno, tuttavia, è che questo sistema verrà utilizzato per limitare gli acquisti una volta superate soglie stabilite. Stabilite da chi, poi, è un’altra questione – la stessa banca? Lo Stato? Che differenza c’è a questo punto?

 

Come riportato da Renovatio 21, una banca australiana, la Commonwealth Bank (CBA), ha iniziato a collegare le transazioni dei clienti all’impronta di carbonio.

 

Si tratta, in pratica, del nuovo green pass, quello per l’emergenza ambientale. Ed esso, stavolta, andrà a pescarvi direttamente nelle tasche, e a inibirvi ulteriori libertà fondamentali, come quelle di acquistare quel che si vuole (per esempio, una bistecca invece che una busta di farina di grillo).

 

Abbiamo imparato il funzionamento di questa ingegneria sociale dal COVID, una volta accettata l’esistenza dell’emergenza, ogni limitazione, sia pur apertamente incostituzionale, diviene legittima. Di qui l’implementazione di una meccanica «premiale» per i vostri comportamenti, in modo completamente sganciato da diritti e leggi precedenti.

 

Qui il vostro conto in banca diventa non solo un sistema di sorveglianza, ma anche di controllo e punizione. Questo è il destino di tutto il danaro – dall’euro digitale allo yuan digitale a quelle che chiamano CBDC (valute digitali delle banche centrali) i cui progetti sono ovunque, dall’Australia all’Ucraina, dallo Sri Lanka alla Svizzera – divenire software, divenire danaro programmabile, in grado di guidare e inibire le scelte del cittadino.

 

Renovatio 21 ha da diverso tempo sottolineato come, non per nulla, il sistema su cui si basa il green pass è il medesimo sul quale correrà l’euro digitale, considerato «inevitabile». Un sistema informatico iniziato, casualmente, ben prima della pandemia, ma al quale quest’ultima ha dato finalmente concrezione definitiva.

 

Per quanto riguarda la questione ambientale, anche qui già tutto è stato scritto. Di tracciamento dei consumi attraverso sensori e computer si è parlato apertamente quest’anno al World Economic Forum di Davos, la base dichiarata del Grande Reset.

 

Quivi si è avuto il caso del presidente del gruppo cinese Alibaba Group, J. Michael Evans, che durante un panel del WEF si è vantato dello sviluppo di un «tracker individuale dell’impronta di carbonio» per monitorare ciò che fa il cittadino: viaggi, acquisti, cibo ogni attività finisce «nella piattaforma».

 

 

Chiediamo al lettore che si dice o si diceva ambientalista: avete capito, una volta per tutte, cosa significa la «questione ambientale», il «cambiamento climatico», lo «zero-carbonio» etc.?

 

Avete capito che tramite l’emergenza ambientale vi rinchiuderanno in casa, affameranno e sottometteranno come pare a loro?

 

Avete compreso, una volta per tutte, che l’ambientalismo è uno strumento della Necrocultura?

 

 

 

 

 

Immagine di Rod Raglin via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

 

 

 

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Ambiente

La verità ultima sulla questione ambientale: l’uomo si adatta ai cambiamenti climatici

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Qualcosa si muove nel dogma globale del cambiamento climatico.

 

In un articolo intitolato «L’ovvia strategia per il clima di cui nessuno parla», apparso sulla rivista americana di politica estera Foreign Policy, i tre autori, membri del Breakthrough Institute, sottolineano che il più grande fattore determinante di un cambiamento climatico sulla vita umana non è il clima stesso, ma piuttosto il livello di sviluppo messo in atto per rendere le società indipendenti dalle variazioni meteorologiche.

 

«Il mondo, negli ultimi decenni, non ha fatto molti progressi nella riduzione delle emissioni complessive», scrivono gli autori. «Ma è diventato molto più resistente a tutti i tipi di estremi climatici».

 

«L’abitante medio della Terra oggi ha più del 90% di probabilità in meno di morire a causa di inondazioni, siccità, tempeste o altri eventi climatici estremi oggi rispetto agli anni ’20, e questo è quasi interamente il risultato di un fenomenale calo del numero di persone che vivono in povertà senza accesso a cose come alloggi sicuri, infrastrutture funzionanti e buone istituzioni».

 

«L’adattamento climatico, le azioni che le società intraprendono per proteggere le loro popolazioni da condizioni meteorologiche estreme, come tempeste, inondazioni, siccità, ondate di calore e ondate di freddo, funzionano. Comprende tutte le cose che le persone nei Paesi ricchi danno per scontate: edifici ben costruiti che resistono ai disastri, dighe e dighe che proteggono dalle inondazioni, aria condizionata e celle frigorifere per cibo e medicinali, sistemi di allerta precoce, pronto intervento ben attrezzato e percorsi di evacuazione lungo strade ben asfaltate».

 

Come ricalcola EIRN, se si tiene conto della crescita della popolazione mondiale dal 1920, la riduzione è più simile al 95%. Si pensi alla Cina, per esempio. Le inondazioni nel 1887 hanno causato fino a 2 milioni di vittime e le inondazioni del 1931 hanno ucciso fino a 4 milioni di persone. Le carestie hanno ucciso milioni di persone in Cina. Ma oggi i morti per inondazione in Cina sono meno di 500 e non c’è stata carestia da decenni.

 

Come mai? Semplice: con lo sviluppo. Con il vero progresso materiale di una società che ha cura dell’essere umano e della sua dignità innegabile.

 

«La resilienza di una società agli estremi climatici è strettamente legata, ovviamente, allo sviluppo economico» scrivono i tre autori. «Ciò include l’accesso a un’abbondante energia, una migliore tecnologia, una migliore agricoltura e la possibilità di pagare per case e infrastrutture migliori. Anche uno sguardo superficiale ai dati rende ampiamente chiaro che lo sviluppo ha salvato milioni di vite nell’ultimo secolo».

 

Anche in presenza di catastrofi, «i costi umani ed economici di un disastro naturale non sono quasi mai determinati principalmente dall’intensità del clima estremo. Piuttosto, quei costi sono in gran parte determinati da quante persone sono in pericolo e da quanto si adattano bene al pericolo quelle popolazioni.

 

Al Gore, vicepresidente di Bill Clinton poi divenuto zelota globale del global warming (riuscendo a vincerci, caso unico, Nobel per la Pace e Oscar per un documentario) ha liquidato l’adattamento climatico nel suo libro del 1992, Earth in the Balance(«la terra in equilibrio»), come una «sorta di pigrizia, una fede arrogante nella nostra capacità di reagire in tempo per salvare la nostra pelle».

 

«In gran parte dei due decenni che seguirono, molti attivisti per il clima consideravano “adattamento” una parolaccia: una forma di negazione del clima che distraeva dagli sforzi per tagliare le emissioni e vietare i combustibili fossili. Gli echi di quelle affermazioni rimangono oggi. Per molti ambientalisti, parlare troppo di adattamento ai cambiamenti climatici solleva lo spettro dell’azzardo morale: la preoccupazione che concentrarsi sull’adattamento distoglierà risorse e attenzione dagli sforzi per tagliare le emissioni».

 

In pratica, pur di perseguire la sua agenda (che ha, ovviamente, ampie motivazioni di potere e di profitto economico per certuni), l’ambientalismo nega la natura umana, il suo essere in grado di adeguarsi a qualsiasi cosa.

 

La cosa non ci stupisce: l’ambientalismo è semplicemente un neopaganesimo che affligge il mondo moderno, che vuole gli uomini in sottomissione cruenta agli dèi (Gaia, etc.), o meglio, che vede l’uomo non come il fine da innalzare, ma come il problema da risolvere.

 

 

 

 

 

Immagine di Chesapeake Bay Program via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic (CC BY-NC 2.0)

 

 

 

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Alimentazione

L’India ordina agli agricoltori e alle aziende agricole di smettere di usare diserbanti a base di glifosato

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Il governo indiano ha limitato l’uso di erbicidi a base di glifosato a causa dei rischi per la salute umana e animale. Lo riporta il sito Sustainable Pulse.

 

Martedì il ministero dell’Agricoltura ha dichiarato in una notifica che «l’uso del glifosato è vietato e nessuna persona, ad eccezione degli operatori di controllo dei parassiti (PCO), può utilizzare il glifosato».

 

Il comunicato del governo ha aggiunto che tutte le aziende agrochimiche sono state invitate a restituire al comitato di registrazione il certificato di registrazione concesso per il glifosato e i suoi derivati ​​in modo che l’avvertenza in maiuscolo possa essere incorporata su etichette e volantini. L’autorizzazione sarà quindi concessa solo per le formulazioni di glifosato tramite PCO.

 

Alle società sono stati concessi tre mesi per restituire il certificato, altrimenti verranno presi provvedimenti severi secondo le disposizioni dell’Insecticides Act, 1968 .

 

La notifica finale che limita l’uso del glifosato in tutta l’India arriva due anni dopo che il ministero dell’Agricoltura ha emesso una bozza di notifica il 2 luglio 2020. La bozza è stata pubblicata a seguito della decisione del governo del Kerala di vietare la distribuzione, la vendita e l’uso del diserbante più usato al mondo.

 

Kerala, Punjab, Telangana e Andhra Pradesh sono tra i principali Stati di importanza agricola che hanno vietato l’uso del glifosato citando il suo impatto negativo sulla salute umana, secondo la testata Business Standard .

 

I punti principali della notifica del governo indiano sono:

  • Nessuna persona deve utilizzare il glifosato se non attraverso operatori di controllo dei parassiti.

 

  • Tutti i titolari di certificato di registrazione concesso per il glifosato e suoi derivati ​​devono restituire il certificato di registrazione al Comitato di registrazione per l’incorporazione dell’avvertenza in grassetto «L’USO DELLA FORMULAZIONE DI GLIFOSATO DA CONSENTIRE ATTRAVERSO GLI OPERATORI DI CONTROLLO DEI PEST (PCO)» sul etichetta e volantini.

 

  • Qualora una persona in possesso del certificato di registrazione non restituisca il certificato al Comitato di registrazione, di cui al comma (3), entro un termine di tre mesi, si procede secondo le disposizioni contenute nella detta legge.

 

  • Ogni governo statale prenderà tutte queste misure in base alle disposizioni della suddetta legge e alle regole in essa stabilite, in quanto ritiene necessarie per l’esecuzione del presente decreto nello Stato.

 

La mossa per limitare il glifosato è probabilmente in parte mirata a controllare la diffusione del cotone illegale tollerante agli erbicidi , che negli ultimi anni più agricoltori in alcune regioni dell’India sono stati sorpresi a piantare.

 

Essendoci pochissimi operatori di disinfestazione nelle aree rurali dell’India, la bozza di ordinanza è vista come un tentativo del governo indiano di fermare l’uso del glifosato utilizzando un regolamento che rende quasi impossibile per gli agricoltori spruzzare il glifosato.

 

Come riportato da Renovatio 21, la tossicità del glifosato è conosciuta dagli anni Ottanta, tuttavia nessuna vera contromisura è stata presa – magari perché la sostanza in questione fu spinta dai piani globali delle immense potenze chimico-industriali-finanziarie come quelle dei Rockefeller.

 

Secondo William F. Engdahl, dietro alla riforma agraria dell’India, fatta fallire a suon di manifestazioni, ci sarebbe l’agenda del World Economic Forum e di altri oligarchi mondialisti sempre più interessati al tema delle coltivazioni.

 

Pesticidi mortali sono stati introdotti dal governo tedesco due anni fa utilizzando il lockdown.

 

Nel 2020 un tribunale aveva stabilito che per i danni biologici cagionati dal Roundup il produttore Bayer dovrà pagare 10 miliardi. Nel 2021 alcuni genitori della California fecero causa a Dow Chemicals sostenendo che «i pesticidi comuni causano danni cerebrali ai bambini».

 

 

 

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