Bioetica
L’aborto ha spazzato via il 28% della generazione Z. E molto, molto di più
Statistiche ampiamente condivise in rete questa settimana riportano che circa il 28% della Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) negli USA è stata abortita nel grembo materno. Lo scrive LifeSite.
Secondo le stime del Guttmacher Institute (il braccio di ricerca e sviluppo del grande abortificio multinazionale Planned Parenthood) sul numero di aborti eseguiti ogni anno negli Stati Uniti dal 1997 al 2011, gli anni di nascita della Generazione Z, circa 19,5 milioni di esseri umani concepiti in quella generazione, sono stati soppressi attraverso l’aborto. Attualmente si stima che negli Stati Uniti ci siano 69,3 milioni di membri della Generazione Z.
I dati più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) indicano che il tasso di aborti tra i bambini della Generazione Z negli Stati Uniti corrisponde quasi alla percentuale stimata di bambini non ancora nati uccisi dall’aborto in tutto il mondo: il 29%, ovvero tre gravidanze su 10.
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Le statistiche di Inghilterra e Galles mostrano tassi di aborto molto simili. «la percentuale di concepimenti che hanno portato all’aborto è stata del 29,7%; si tratta di un aumento rispetto al 26,5% del 2021 e della percentuale più alta mai registrata», ha rilevato un rapporto dell’Office of National Statistics (ONS) basato sui dati del 2022.
Ricordiamo anche che queste statistiche risultano calcolabili pure per realtà apparentemente distanti come il Giappone, con dati nel periodo post-bellico che indicavano l’aborto di circa un terzo dei concepiti, con casi allucinanti di infanticidi – che oggi la Finestra di Overton vuole che chiamiamo «aborti post-natali» – come quello di Miyuki Ishikawa, detta «Oni-sanba», ostetrica che avrebbe ucciso almeno 86 bambini (qualcuno parla di una cifra doppia) affidatile negli anni dell’immediato dopoguerra.
Non si tratta di numeri sconosciuti anche all’Italia, dove per anni le nascite sono state attorno alla cifra di 500 mila, con le interruzioni di gravidanza sopra i 100.000, con un calo sensibile nell’ultimo decennio, in linea tuttavia con il calo delle nascite, specie dopo la pandemia.
Anche in Italia, dunque, abbiamo avuto una percentuale di generazioni spazzate via sopra il 20%, in pratica una piccola guerra condotta contro il Paese stesso, ma legalizzata e pagata dal contribuente – o una serie di bombe atomiche, i cui effetti si misurano in megadeath («megamorte», un milione di individui sterminati).
Come scritto anni fa da Renovatio 21, negli anni l’Italia dell’aborto ha subito una devastazione umana molto superiore a quella di Hiroshima e Nagasaki, con almeno 6-7 megadeath di danno alla popolazione. E parliamo solo delle cifre ufficiali, che non includono gli embrioni distrutti dalle provette, che sono già in numero maggiore di quelli trucidati dall’interruzione volontaria di gravidanza.
Se non volete pensarlo in percentuale, pensatelo così: 6 milioni di persone uccise, sono perfettamente pensabili come un attacco atomico che cancella tutto il Triveneto, o la Sicilia e la Calabria assieme, o l’Emilia-Romagna con l’Umbria e le Marche, o tutto il Lazio e zone limitrofe, o due terzi della Lombardia.
Come avevamo scritto oramai più di 10 anni fa: «Per quanto possa sembrare allucinante, dobbiamo guardare in faccia la realtà: l’Italia è una rovina post-atomica. E neppure lo sa».
Le cifre divenute virali questa settimana non includono mai – perché è un calcolo che i pro-life, specie italiani, non hanno l’intelligenza di fare – quello che qualcuno chiama il ghost number. Proviamo a pensare le cifre americane: e 6.392.900 femmine abortite tra il 1973 e il 1982 avrebbero oggi 25-40 anni, e quindi con alta probabilità almeno un figlio di media (chi due, chi cinque, chi zero). Otteniamo così la cifra di 54.853.850 persone spazzate via dall’anagrafe, sottratte alla società.
Un danno di quasi 55 megadeath: come se il temuto showdown nucleare con la Russia, fosse avvenuto – e senza che i sovietici sparassero un solo colpo. Basandosi sulle attuali statistiche demografiche americane, è possibile calcolare che tra questi 55 milioni vi potrebbero essere stati 7 giudici della Corte Suprema, 31 premi Nobel, 6000 atleti professionisti, 11.010 suore, 1.102.403 insegnanti, 553.821 camionisti, 224.518 camerieri, 336.939 spazzini, 134.028 contadini, 109.984 poliziotti, 39.447 pompieri, 17.221 barbieri.
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Soprattutto, e questo deve essere meditato profondamente dalle femministe, in questo immane turbine di morte sono state disintegrate 27.426.925 donne. Le quali sono, senza dubbio alcuno, il bene più prezioso che esista sulla Terra: ogni cellula uovo che la donna ovulerà in tutta la sua vita, è già formata dal feto a poche settimane dal concepimento. La prima cellula del nostro corpo – l’ovocita – già esisteva dentro nostra madre quando era un feto, venti, trenta, quaranta anni prima che venissimo alla luce. Un’autentica, insondabile meraviglia: la vita contenuta dentro la vita.
L’aborto interrompe questa catena superiore. Come diceva un detto ebraico: chi uccide un uomo uccide l’umanità; ammazzi qualcuno e rovini per sempre le generazioni che seguiranno. Peggio di un fallout radioattivo, l’aborto reca un danno aberrante, che si accumula distruggendo il futuro – i figli, i figli dei nostri figli – su una scala che non possiamo immaginare.
Chi non crede a queste romanticherie scientifiche e umanistiche, pensi ai soldi: i 55 megadeath causati dall’aborto in USA rappresentano 55 milioni di lavoratori e consumatori americani che non pagano le tasse e non partecipano al mercato nazionale. Dal PIL, è possibile calcolare che l’aborto abbia causato all’economia americana un danno di 37 trilioni e 600 miliardi di dollari.
L’abisso di cui stiamo parlando non vi è stata ancora nessuna rappresentazione adeguata alla sua immensità apocalittica. Né la polemologia (la disciplina che nel Novecento si è dedicata allo studio della guerra), né la psicologia, né la sociologia, né la filosofia paiono comprendere questo Inferno per intero.
No, non è solo un terzo della Generazione Z ad essere stato cancellato dall’aborto. È molto, molto di più.
Roberto Dal Bosco
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.
Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.
Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.
«La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».
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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:
«Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».
Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.
Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.
Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.
La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.
Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».
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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.
Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».
«Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.
Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».
L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.
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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.
In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».
In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.
È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.
Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.
Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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