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Trump contro Meloni, il deal dietro la discordia

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Con il passare delle ore è divenuto chiaro che non si è trattato di un lapsus: l’intento del presidente degli Stati Uniti era di fatto quello di ferire, umiliare il presidente del Consiglio italiano. L’escalation è stata tale che ora ci sembra che il nostro rappresentante ci stia chiedendo pietà.

 

Giorgia, di suo, ci ha messo dapprima tutta l’insipienza diplomatica possibile, con tono lamentoso di chi si deve difendere, invece che quello baldante di chi attacca. Il video-selfie acidulo in cui risponde immediatamente è, quello sì, un errore ormonale, uno sbaglio di incontinenza di quelli che, un po’ stupidamente, si ascrivono a Trump.

 

 

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E poi la valanga di disdette: il ministro degli Esteri Tajani cancella il viaggio negli USA, il collega Giorgetti non va all’assemblea della Camera di Commercio americana a Milano, e tutto prima che sia convocato l’ambasciatore, come dovrebbe essere prassi. Lo stesso ambasciatore che, di qui a due settimane, per il 4 luglio invita l’universo mondo politico a Villa Taverna per servire succulenti hamburgerri ai rappresentati dello Stato a sovranità limitata.

 

È un vero incidente diplomatico, anzi non è nemmeno un incidente, perché, pare chiaro, è stato provocato da una delle due parti.

 

C’è una manovra precisa – possibilmente un futuro deal – dietro la mossa di Trump. Possono definirlo, come stanno facendo i giornaloni italiani appecoronati, come un narciso egomane. Può darsi: resta il fatto che in fondo alla strada della discordia The Donald vede sempre un accordo da fare. Ask Repubblica Islamica dell’Iran, ask famiglia Khamenei: c’è aggressione e distruzione, violenza anche indicibile, poi però arriva l’affare.

 

Il Corrierone, impagabili nello sparare in queste ore in ogni direzioni filogovernativa possibile, svela un retroscenone: «sembra che siano stati diffusi troppi video di Meloni e Trump, troppi e non tutti autorizzati dallo staff americano. In primo luogo uno in cui la premier italiana gesticola e sembra, con l’indice puntato verso Trump, volergli spiegare qualcosa. È diventato virale negli Stati Uniti tra gli elettori democratici».

 


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Eccerto, la spiegazione è la personalità narcisoide dell’Uomo della Casa Bianca. Eccertissimo: ecco che il giornalissimo di via Solferino tira fuori pure Mary Trump, psicologa e nipote del presidente (è figlia del fratello maggiore Fred junior, morto alcolizzato: il motivo per cui Donald non tocca nulla di alcolico, né fuma), un grande classico di quando si vuole attaccare sul piano personale e psicopatologico l’uomo: la signora, esperta in «razzismo sistemico», ha qualche problema con la famiglia, e non parla con lo zio presidente dal 2017, epperò ha scritto un libro di sputtanation famigliare nel 2020, che l’altro zio, Robert Trump, tentò pure di bloccare.

 

Quando dice «un uomo in declino, cognitivamente, psicologicamente ed emotivamente (…) Donald è un misogino. Non rispetta le donne, ha dei problemi con loro, in particolare con quelle forti» consideriamo un po’ la fonte. Comunque, il fine da ottenere è evidente: buttarla nella caciara psicologica, ed estromettere la politica, dove invece l’amato governo sarebbe tenuto a rispondere dinanzi ad una crisi diplomatica simile.

 

Dito e Luna. Macché narcisismo e psichiatria. Guardate invece alla politica, alla geopolitica. Il presidente statunitense nelle successive dichiarazioni di attacco ha specificato apertis verbis nelle ultime ore la sua irritazione con l’Italia che non gli ha concesso le basi per Ormuzzo. Ora che la crisi parrebbe risolta, passa all’incasso.

 

«La premier italiana Gigiorgia [sic] Meloni mi ha chiesto ripetutamente di fare una foto con lei durante il vertice del G7 in Francia» ha scritto su Truth. «La sua popolarità in Italia è scarsa, forse perché ha rifiutato l’offerta degli Stati Uniti d’America, un Paese che ama e protegge veramente l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma lo ha fatto anche la NATO, del resto!). Non ci ha nemmeno permesso di usare le piste di atterraggio italiane, un enorme inconveniente logistico, e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno alla protezione dell’Italia e di altri cosiddetti alleati della NATO. Ora, dopo la sconfitta militare dell’Iran da parte degli Stati Uniti, vuole tornare ad essere amica per “aumentare i suoi consensi”. No grazie!!! Presidente DJT»

 

La sparata contro l’alleato romano può servire, effettivamente, a trattare sul prezzo: come con Corea e Giappone, già dal primo mandato, il Donaldo rovescia la questione delle basi militari su suolo straniero: noi stiamo lì a difendere, quindi pagate. Schiaffi diplomatici, per poi dire: facciamo un deal. In questo senso vanno lette pure le parole del fido segretario della Guerra Peter Hegseth, proferite poche ore dopo la scenata di Trump: diminuzione delle truppe in Europa, anche in Italia.

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Donald sa perfettamente che minacciare di togliere i soldati dalle basi italiane, o le basi stesse, non rappresenta un processo indolore per gli italiani: vi sono decine di migliaia di cittadini impiegati, decine di migliaia di italiani che affittano – a prezzi altissimi – la casa ai soldati USA, ci sono ancora più connazionali che lavorano in un indotto di servizi e forniture che vale almeno mezzo miliardo l’anno, e in cui in passato si era detto si era piazzata anche qualche coop rossa, coinvolta negli appalti miliardari per la costruzione e l’ampliamento delle basi militari – esempio, la base costruita sull’aeroporto Dal Molin a Vicenza: 2008 la gara internazionale bandita dal governo statunitense per l’edificazione del mega-complesso militare fu vinta da una joint venture che includeva colossi storici della Legacoop (la lega nazionale storicamente vicina ai partiti della sinistra).

 

La torta è grossa, anche se non si vede. Donald lo sa, così come immagina che non c’è tutta questa fregola sovranista per vedere l’occupante – che dalla Caduta del Muro di Berlino sta qui senza più una vera ragione – che se ne va.

 

Come dire che il pungolo è prima verbale, poi fisico: non aver fatto quello che dovevi fare, ti costa, e non solo in reputation. Tra un po’, Donald dirà: torniamo al tavolo. È una tecnica di cui parla nel suo libro Art of the Deal («L’arte dell’accordo»). È la walkway scene, la scena in cui la contrattazione va in stallo e tu fingi di volertene andare, lasciando la negoziazione. Quante volte lo ha fatto già, The Donald?

 

Leggiamo fra le righe del suo messaggio. È evidentissimo, anche dalle parole di insulto alla Meloni, che al contempo c’è un’altra questione perennemente sul piatto di Trump: la NATO, e la mancata spesa militare promessa dagli alleati europei. Abbiamo visto, in passato, scenate ancora più sgradevoli riguardo a questo fatto. Ricordiamo l’allora segretario atlantico Jens Stoltenberg preso a pesci in faccia fino a renderlo pessimista e depresso sul futuro dell’alleanza.

 

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Viene da pensare che, in un disegno ancora più grande e complesso – gli scacchi 5D di cui vagheggiano i Trump-credenti rimasti – gli insulti alla Meloni servano proprio alla NATO, ma per distruggerla.

 

È un vecchio progetto di Trump, primo NATO-scettico alla Casa Bianca, erede di una tradizione non evidentissima ma ben presente nel pensiero politico-diplomatico americano, da George Kennan in giù.

 

Irritare gli alleati (il nostro presidente del consiglio non è il primo) per forsennare l’Alleanza, e far saltare, un’incazzatura alla volta, l’intero Patto Atlantico. Chissà se è qualcosa che ha proposto, o vuole proporre, a Putin – al quale nelle ultime ore ha riaperto la porta del G7-G8. L’arte del deal di Trump è multidimensionale e, lo abbiamo appena visto con l’Iran ed Israele, imprevedibile totalmente.

 

La NATO disintegrata apre infinite possibilità di redenzione della crisi mondiale. L’Italia, Paese anomalo capace di alleanze varie e in apparenza contraddittorie (pensiamo ai saldi giri mondiali e terzomondiali di Mattei, o, in altro ambito, alle parole di Andreotti: «l’Italia ha una moglie americana e un’amante russa… »), potrebbe giovarne non poco, e pensiamo, innanzitutto, alle bollette delle famiglie, e delle aziende, massacrate dalla follia della guerra ucraina e dal megaterrorismo delle sanzioni e del Nord Stream.

 

Fine della NATO, fine dell’Occidente…? Ma che davvero davvero?

 

Massì: fine della finzione dell’Occidente laico, cioè decristianizzato, cioè massonico. Fine del giogo euroamericano. Fine, magari, anche della bufala del giudeo-cristianesimo. Immaginiamo la liberazione: l’Italia libera di trattare con chi vuole, per il gas o il legno, per l’uranio (prima o poi arriva il momento…) o per le nostre esportazioni che languono da anni di masochismo atlantico: il calcolo fatto dal 2014 è di una contrazione diretta del proprio export verso la Russia stimata in circa 3-4 miliardi di euro all’anno rispetto ai massimi storici precedenti all’avvio delle sanzioni contro Mosca. Nel 2013 l’export italiano verso Mosca aveva raggiunto il picco storico di 10,7 miliardi di euro.

 

Secondo l’esperto di politica e internet Mike Benz, è proprio da manovre più o meno occulte della NATO che, sempre all’altezza del fatale 2014 della riannessione della Crimea, e poco dopo della sorpresa della Brexit, è partito il sistema di censura sui social e non solo culminato con il bavaglio inferto a tutti noi durante il biennio pandemico. Benz sostiene che in ambienti atlantici sarebbe maturato un cambio di paradigma particolarmente significativo: difendere la democrazia non significherebbe più difendere il popolo e il suo volere, ma difendere le «strutture democratiche», cioè le istituzioni esistenti, anche a costo di reprimere il popolo che in teoria dovrebbero servire.

 

Fuori dalla NATO, quindi, il nostro Paese può riprendersi più dimensioni sovranità vitali per il popolo italiano. E quindi, dite, Roma dovrebbe assecondare questo movimento delle cose… no?

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Qui casca tutto. Perché nella suo video-selfie stizzito di risposta al vertice della superpotenza atomica (il formato giusto, non c’è che dire) Giorgia accusa Trump di non essere un vero leader dell’Occidente, di essere deboli con i nemici dell’Occidente.

 

Non so francamente perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade» Dice la Meloni nel grandangolone del telefonino messo in verticale. «Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente».

 

Cos’è? Un attacco a Trump perché ha fatto la pace con l’Iran? E allora perché non ha concesso le basi?

 

Oppure è un attacco, classico per l’eurosinistra che si è evidentemente pappata anche l’eurodestra, per i rapporti con Putin? (A proposito: possibile che non esista una foto della Meloni assieme a Putin? Quando il russo calava a Roma, o in Sardegna, per incontrare l’amico Silvio Berlusconi al governo, possibile che non gli sia mai stato fatto incontrare a favor di flash l’allora ministro della Gioventù?)

 

Riascoltiamo il videino: pare balbetti quasi, che si stia arrampicando sugli specchi, come se fosse in cerca di un insulto con cui controbattere, ma decisamente non ha il talento del boss. Per cui, eccoci che perfino nel momento del decoupling, la Repubblica Italiana tira fuori il suo ruolo servile, invoca questo astratto padrone più grande, «l’Occidente», pigola dimostrandosi logicamente incapace di pensarsi come indipendente, o di più, come potenza – e si tratterebbe dell’erede che all’Italia aveva fornito, per quanto nel placido mondo delle faccette nere-belle-abissine, di un impero multicontinentale.

 

Ecco perché l’insulto di Trump, rivolto alla serva Italia, ha centrato il segno, più che mai. È un’offesa centrata nel profondo della psicologia della Repubblica Italiana, quella nata dalla Resistenza, cioè dalle bombe angloamericane e da James Jesus Angleton. Il biondo offende perché vuole qualcosa dall’Italia repubblicana: vuole che si sieda al tavolo a rinegoziare – in realtà, è già più di quanto hanno fatto tanti altri presidente, che facevano calare sull’Italia, nell’oscurità e nel silenzio, i loro ordini, assieme alle loro armi nucleari da fare stazionare sul nostro territorio.

 

Trump nel suo libro sugli affari lo spiega: devi giocare con la fantasia del tuo interlocutore, devi essere in grado di guidarla, di modo da ottenere un deal migliore. Qui sta esattamente il nostro problema: è palese che la classe politica italiana di fantasia non ne ha più, e da decenni.

 

Crediamo che il problema del Paese sia essenzialmente questo: senza fantasia, quindi senza volontà, senza futuro. E dobbiamo ringraziare Donaldo che ce lo ha ricordato.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Ecône e il vero ordine mondiale

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Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.   La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.   Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.

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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.   Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.     Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.   È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.   Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.   «On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.   La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.  

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.     Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.   Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.   Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?   In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.   A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.   La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.   «Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»   Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.   Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».   I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.

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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».   Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.   A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).   Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.     «Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».   La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.   Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.   In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.

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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.   Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.   Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.   E così sia.   Roberto Dal Bosco

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Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.

 

Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.

 

Ci troviamo a un punto di svolta storico.

 

E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.

 

Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.


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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri

Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.

 

La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.

 

Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.

 

Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.

 

Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.

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L’altra specie di uomo: il costruttore

 

Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».

 

 

Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.

 

Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.

 

E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.

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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole

Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.

 

Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.

 

Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.

 

Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.

 

Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.

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Un aneddoto che dice tutto

Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.

 

Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.

 

Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.

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Quel mondo sta morendo

Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire.
Ma in fondo, sa già di aver perso.

 

Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.

 

L’IA ha rimescolato le carte

Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.

 

L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.

 

È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.

 

Il vero reset

Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.

 

La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.

 

Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.

 

Brivael Le Pogam

 

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Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata

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Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.   La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.   Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.   Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.

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La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.   Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.   La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».   «L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».   L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita all’islam.  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
 
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