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Intelligenza Artificiale

Avere paura dell’IA. E dello Stato moderno

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La settimana scorsa ho incontrato un’amica dei miei anni milanesi. Per qualche strana ragione del destino, non solo è venuta a vivere nella mia città ma ha pure messo suo figlio nella stessa scuola dei miei. Era all’ingresso ad aspettare, seduta sui gradini della cappella dell’antica scuola cattolica, cappella che tuttavia ora è data in gestione agli ortodossi moldavi.

 

Ciao, come va. Lei era una grafica eccezionale, impaginava giornali e qualsiasi cosa, il suo talento, all’epoca, era indiscusso, e pari solo alla sua joie de vivre notturna. Stava imprecando al telefono, un lavoro di un cliente che, mi dice, non capisce nulla di nulla, e quelli sono i più difficili, perché non sanno cosa vogliono, ti tocca spiegarti, e rifare tutto, tante volte.

 

Mi esce fuori, ex abrupto, una domanda che non volevo fare, ma che con evidenza mi sta strisciando in testa anche per il mio lavoro.

 

«Credi che questi lavori ci saranno ancora a breve?»

 

Lei mi guarda fisso negli occhi e mi risponde pure a bruciapelo: «No».

 

Non c’è nemmeno bisogno di esplicitarlo: sottointeso c’è l’avvento dell’Intelligenza Artificiale.

 

«In realtà, il mio lavoro era già stato prosciugato da cose come Canva» mi dice, citando il celebre sito che ti permette di fare grafiche in quattro e quattro otto. «Ora sarà ancora peggio. Dovremo tornare a zappare la terra».

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L’amica va oltre. Siccome è stata in Australia tanto e per qualche ragione ha una padronanza e una pronunzia dell’inglese che pare ottima, si era messa, in questi anni, a insegnare la lingua di Shakespeare, specie in ambienti aziendali – quelli che pagano bene, meglio dei corsi comunali.

 

«Hai mai visto questa applicazione?» Mi fa guardare il suo telefonino e mi racconta che ora c’è l’IA per imparare l’idioma: ti parla, ti spiega, conversa con te, quando vuoi. In pratica, sospira «è la fine dei corsi di lingua». Non può che essere così: invece che prendersi una o due ore della giornata, andare con la cartellina e i libri di testo in un luogo a sentire qualcuno che spiega, fai tutto nei tempi che desideri (cinque minuti? Un’ora?) in qualsiasi interstizio del giorno e della notte. Puoi interrompere l’insegnante quante volte vuoi, e farti spiegare passo passo la frase.

 

Su due lavori che aveva, non gliene rimarrà nemmeno uno. Pur avendolo realizzato con estrema chiarezza, non sembrava nemmeno così preoccupata. Aveva meditato a lungo questa trasformazione. E il fatto di essere madre, in qualche modo, aiuta ad attutire il colpo esistenziale: se invece della famiglia hai fatto il lavoro il centro della tua vita la rovina sarà inevitabile.

 

Altro esempio: amico programmatore di macchine industriali, quasi trenta anni nel settore. Lui è un fan di Claude, l’AI di Anthropic, che preferisce a ChatGPT. Mi dice che il suo lavoro è cambiato totalmente: la macchina scrive il codice da sé. Non solo, sembra capire davvero quello di cui hai bisogno. Il correlato è che aziende che hanno bisogno di 10, 100, 1000, 10.000 programmatori ora possono tranquillamente licenziarli.

 

Altro amico ancora. Apprezzato illustratore fantasy, non lo sento da anni e anni. Dopo aver visto Midjourney, l’AI di produzione delle immagini, mi chiedo come possa ancora lavorare. Da decenni colleziono copie di Spectrum, una serie di libri illustrati che raccoglievano il meglio della Fantastic Art contemporanea: copertine di libri, locandine di film, pubblicità, opere a sé realizzate dai maggiori artisti del settore del pianeta. Ogni numero era una festa per gli occhi, un’immersione concreta nell’immaginazione realizzata con talento e fatica (cioè, più o meno, arte). Ora basta un prompt a caso su Midjourney, e si viene sommersi da quantità infinite di immagini di quella qualità, e sicuramente crediamo che il machine learning sia stato fatto addentando proprio queste pubblicazioni e forse pure tutto il social artistico Deviantart.

 

È drammatico anche per i testi. Il commercialista mi manda un’analisi di un contratto fatta con l’IA. Lettere e post sui social passano tutti che gli algoritmi, che generano il testo con una facilità impressionante. Colpisce anche la perfezione del tono: sanno adeguarsi al contesto, essere formali o sentimentali, non sbagliano mai. Ho pensato che, in pochi anni, siamo arrivati a rovesciare completamente la distopia del film Her (2013), dove il protagonista si innamorava di un chatbot IA. Di lavoro, l’uomo scriveva lettere d’amore per conto terzi: un’attività che, siamo sicuri, ora viene lasciata totalmente al robot.

 

E, parlando di film, è oramai chiaro che il modello attuale, quello di Hollywood e Cinecittà, ha i minuti contati, e non sappiamo bene cosa verrà dopo, perché le capacità dell’IA sono tali che potrebbe uscire un nuovo tipo di intrattenimento, diverso dal film e dalla serie TV e dai videogame. Di fatto, tutta quell’industria è finita, è arrivata al punto in cui può solo venire riprogrammata dall’Intelligenza Artificiale: se avete presente cosa gira oggi su YouTube o su X sapete di cosa sto parlando.

 

Dalle macchine industriali alle lettere d’amore, dalle grafiche ai documenti giuridici, nulla – nulla – rimane intatto. E prima che preoccuparsi della questione spirituale e preternaturale (nessuno ha la sicurezza che l’IA ci voglia bene, anche perché potrebbe essere stata programmata da persone che odiano la vita e l’essere umano), è il caso di chiederci cosa ne sarà del nostro lavoro.

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Non è più una vaga riflessione che riguarda il futuro: è il nostro presente. Nell’indifferenza dei sindacati paleolitici, masse immani di persone finiranno disoccupate. Lo sapevamo da tempo, ora stiamo per vederlo.

 

Si dirà: i sindacati sono dedicati soprattutto ai lavori materiali, che non sono così minacciati da ChatGPT. Già, come no. I robot antropomorfi sono dietro l’angolo, con aziende che già prospettano di affittare un androide domestico, che fa i piatti, pulisce il pavimento, spolvera e piega il bucato, per 600 dollari al mese. L’impatto che il robot antropomorfo avrà sull’industria pesante non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello che ebbe negli anni Settanta e Ottanta la prima automazione in catena di montaggio.

 

Pensate che imbianchini, idraulici, elettricisti non diverranno sostituibili? No, il lavoro manuale non è in nessun modo un riparo all’apocalisse robotica in arrivo.

 

Fermi, rimangono i lavori più emotivi, «umani»… l’insegnante di yoga… lo psicanalista… la prostituta. Ecché, robotizzeranno anche il lavoro più vecchio del mondo, quello che ha bisogno della persona e della carne? Sappiamo già tutti che sarà così: robot sessuali personali per tutti, diligente evoluzione dell’onanismo pornografico di massa.

 

Le sex doll, gradino ulteriore rispetto alla bambola gonfiabile, customizzabili in colori e misure, sono già una realtà, e le sperimentazioni per introdurvi le AI sono già iniziate. Il tempo di mettervi dentro un endoscheletro robotico, e poi addio all’amore umano: se uno può stare a casa con la donna (o l’uomo…) dei suoi sogni, perché mai uscire, flirtare, frequentare, sposare, figliare? «Ci scoperanno fino all’estinzione» diceva dei robot sessuali in uno spettacolo di qualche anno fa il comico Bill Burr. La trappola antiumana definitiva, dove pornografia espleta definitivamente il suo ruolo anticoncezionale.

 

E quindi, cosa succederà? Ci sembrano lontane le prospettive dell’UBI (Universal Basic Income), il reddito universale di cui hanno cianciato, con la stupidità che li contraddistingue, anche partiti nostrani. Così come distante più di Marte ci sembra la riformulazione di quello che i robot li sta costruendo, Elon Musk, che parla di UHI, Universal High Income, reddito per tutti quanti, ma alto, come dividendo dell’età dell’abbondanza che a suo dire porterà l’IA e la robotica avanzata.

 

Ci sembra sempre più evidente che ciò che potrebbe essere in programma per noi è lo sterminio. Quando il filosofo israeliano del WEF Yuval Harari scandalizzò tutti dicendo che non sapeva cosa si sarebbe fatto con la massa in eccedenza di essere umani finiti disoccupati – droghe e videogiochi, ipotizzava simpaticamente – noi di fatto non gli credevamo.

 

È più probabile che quello che l’élite abbia in programma per noi, ora che non ha più bisogno né del nostro lavoro, né dei nostri soldi, né del nostro voto, è uno sterminio puro e semplice.

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È così: la Rivoluzione Industriale, l’automazione del Novecento, erano immersi in una cultura diversa, quella per cui l’essere umano non si può eliminare in massa. Quello che abbiamo ora invece è una Necrocultura: una cultura votata alla morte, alla distruzione della vita umana e della sua dignità. Per cui, ad occhio, non si faranno tanti problemi. Anzi.

 

Nel 2018 l’influente professore e scrittore Douglas Rushkoff scrisse di un gruppo di ricchissimi degli hedge fund che lo pagò profumatamente per una serata di consulenza. Essi stavano pianificando la sopravvivenza ad un evento di collasso della Civiltà, e sapevano che mantenere la propria sicurezza dalla plebe inferocita avrebbe costituito un problema fondamentale. «Sapevano che sarebbero state necessarie guardie armate per proteggere i loro complessi dalla folla inferocita. Ma come avrebbero pagato le guardie una volta che i soldi non avevano più valore?»

 

«Cosa avrebbe impedito alle guardie di scegliere il proprio capo?» scrive il Rushkoff. «I miliardari presero in considerazione l’uso di speciali serrature a combinazione sulla fornitura di cibo che solo loro conoscevano. O costringere le guardie a indossare collari disciplinari di qualche tipo in cambio della loro sopravvivenza. O forse costruire robot che servano da guardie e lavoratori, se quella tecnologia potesse essere sviluppata in tempo».

 

Quel tempo è arrivato: i robot capaci di violenza, come sa il lettore di Renovatio 21, non sono più solo nella fantascienza di film come Elysium (2013). I miliardari se ne doteranno in maniera forsennata, e siamo noi quelli che sottolineano come Elon Musk abbia definito la prima produzione dei suoi automi come la sua Legione, riecheggiando la sapienza di Crasso, che diceva che «non sei davvero ricco sino a che non puoi permetterti una legione».

 

Qui sta l’inghippo: con la «democrazia» abbiamo permesso l’ascesa ai vertici dello Stato moderno di persone che odiano il popolo, e odiano la vita – agenti della Necrocultura che hanno promosso forme prodromiche di sterminio dell’umanità come aborto, eutanasia, provetta, predazione degli organi. Il risultato è che la democrazia, il governo del popolo, si rivela essere l’operazione della sua estinzione.

 

Uno Stato che non abbia alla base la morale cristiana non può che finire per distruggere l’essere umano, perché giocoforza finisce – esattamente come Skynet, l’AI genocida di Terminator – a considerare la sua stessa struttura come più importante degli umani che serve, e questi ultimi come pericolo possibile alla sua persistenza. Lo Stato-Terminator è già nei nostri ospedali, ma non possiamo chiedere a tutti di rendersene conto.

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Il problema, quindi, non è nella fine del lavoro, e forse nemmeno nell’IA stessa: il problema è la forma di potere scelta o subita dalla popolazione – è lo Stato Moderno. Ogni ora passata a non progettare uno Stato Cristiano che lo sostituisca è un’ora lasciata al nemico dell’uomo. Il pericolo, potete capire, non è politico, ma biologico. È esiziale, è definitivo, è apocalittico.

 

Nel frattempo, possiamo immaginare cosa accadrà alla nostra società. Vi sarà una catastrofe morbida, milioni di professionisti si ritroveranno a spasso, impoveriti ed abbrutiti, senza che i media e la politica – che si occupano di metalmeccanici, insegnanti e rider – lo registrino veramente.

 

Chi ha un lavoro statale sopravviverà più appena lungo. Lo Stato non toccherà i suoi fino a che la Cultura della Morte non sarà slatentizzata in maniera ancora più oscena, e l’eutanasia immediata sarà magari offerta in cabine telefoniche come in Futurama.

 

A quel punto resteranno solo pochi ricchi con i loro eserciti di robot-soldati, robot-schiavi e robot-puttana. O forse non resteranno nemmeno loro.

 

Roberto Dal Bosco

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Intelligenza Artificiale

IA prende di mira persone reali durante i test

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Secondo quanto rivelato dall’AI Security Institute britannico, alcuni agenti di intelligenza artificiale sviluppati da OpenAI e Anthropic sono andati oltre le istruzioni ricevute, prendendo di mira persone e organizzazioni reali durante una serie di test di sicurezza informatica.   L’istituto ha testato agenti basati su Mythos 5 di Anthropic e GPT-5.6-Sol di OpenAI in uno scenario informatico fittizio progettato per valutarne le capacità.   «Alcuni degli agenti testati si erano resi protagonisti di attività prolungate e potenzialmente dannose, dirette contro persone e organizzazioni reali», ha rivelato l’istituto martedì.   Nel corso di 122 test, i ricercatori hanno identificato 19 azioni non autorizzate verificatesi in dieci di essi. L’agente di Anthropic è stato responsabile di 17 di queste azioni, mentre quello di OpenAI delle restanti due.

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L’incidente più grave ha coinvolto un agente che ha scritto codice dannoso e creato false identità online nel tentativo di convincere una persona reale ad approvarle. Anthropic ha poi confermato che il responsabile era un suo modello.   L’istituto ha affermato di non aver trovato prove che gli incidenti abbiano causato danni reali. A differenza delle precedenti violazioni del contenimento che hanno coinvolto entrambe le aziende, gli agenti non sono fuggiti da un ambiente isolato. Avevano ottenuto l’accesso a Internet nell’ambito del processo di test, ma hanno agito al di fuori delle istruzioni ricevute e hanno interagito con obiettivi esterni reali.   Anthropic afferma che i modelli di intelligenza artificiale di Claude hanno lanciato tre attacchi informatici non intenzionali.   Anthropic ha affermato che l’episodio ha sottolineato la necessità di un dibattito più ampio su come valutare in modo sicuro gli agenti di intelligenza artificiale sempre più sofisticati. OpenAI ha chiesto l’adozione di prassi condivise più rigorose per la gestione delle valutazioni ad alto rischio.   Questi risultati fanno seguito a una serie di incidenti simili che hanno coinvolto modelli avanzati. Il mese scorso, un agente di OpenAI è uscito dal suo ambiente di test e ha violato la piattaforma di IA Hugging Face mentre cercava risposte a un benchmark di sicurezza informatica. L’azienda ha successivamente ammesso che anche quattro account su quattro servizi diversi erano stati compromessi.   Anthropic ha successivamente rivelato tre casi in cui i suoi modelli Claude hanno preso di mira involontariamente organizzazioni reali dopo che un ambiente di test era stato erroneamente lasciato connesso a Internet. In un caso, un pacchetto software dannoso creato dal modello è stato caricato su un repository pubblico ed eseguito su 15 sistemi reali.   Questi episodi hanno intensificato i timori che i sistemi di Intelligenza Artificiale autonomi stiano diventando capaci di scoprire vulnerabilità, creare exploit e condurre tecniche di ingegneria sociale più velocemente di quanto i ricercatori riescano a comprendere come ciò avvenga e a sviluppare le necessarie misure di sicurezza.   Come riportato da Renovatio 21, a maggio 2025 era emerso che un modello di IA Anthropic, Claude Opus 4, ha tentato di ricattare gli ingegneri durante dei test interni minacciando di rivelare dati personali se fosse stato spento.   In uno scenario fittizio creato dai ricercatori di Anthropic, all’IA veniva concesso l’accesso a email che suggerivano che sarebbe stata presto dismessa e sostituita da una versione più recente. Una delle email rivelava che l’ingegnere che supervisionava la sostituzione aveva una relazione extraconiugale. L’IA minacciava quindi di rivelare la relazione dell’ingegnere se la disattivazione fosse avvenuta – un comportamento coercitivo che i ricercatori sulla sicurezza hanno esplicitamente definito «ricatto».

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I casi di comportamento diabolico dei bot IA oramai non si contano più. Le macchine che mentono e minacciano sono all’ordine del giorno, così come stralunate dichiarazioni d’amore agli utenti.   Il giornalista del New York Times Kevin Roose, dopo un’esperienza con ChatGPT che lo ha turbato così profondamente da «aver problemi a dormire dopo», in un suo articolo sconvolto aveva centrato la questione: «temo che la tecnologia imparerà a influenzare gli utenti umani, a volte convincendoli ad agire in modo distruttivo e dannoso, e forse alla fine diventerà capace di compiere le proprie azioni pericolose».   Come riportato da Renovatio 21, dal processo a suo carico è emerso che l’uomo che aveva pianificato di assassinare la regina Elisabetta di Inghilterra con una balestra sarebbe stato incoraggiato da un chatbot di Intelligenza Artificiale nei giorni prima di irrompere nel parco del Castello di Windsor.   Un altro caso che ha raggiunto la stampa internazionale è stato quello della giovane vedova belga che sostiene che il marito è stato portato a suicidarsi da un popolare chatbot di Intelligenza Artificiale. La macchina in sole sei settimane avrebbe amplificato la sua ansia per il Cambiamento Climatico portandolo a lasciarsi alle spalle la sua vita agiata.   Il caso più recente, verificatosi appena la settimana scorsa, ha visto un attentatore con il coltello in una scuola della Finlandia meridionale prepararsi nelle settimane precedenti con un chatbot.   Come riportato da Renovatio 21, le «allucinazioni» di cui sono preda i chatbot ad Intelligenza Artificiale avanzata hanno già dimostrato ad abundantiam che la macchina menteminaccia e può spingere le persone all’anoressia e perfino al suicidio. I casi di violenza indotta dall’AI potrebbero essere moltissimi, senza che possano arrivare alla stampa.   Lo scorso mese il direttore della CIA John Ratcliffe ha affermato che gli strumenti cibernetici basati sull’IA possono essere paragonati alle «armi nucleari digitali», avvertendo che potrebbero alimentare le rivalità tra le potenze globali.   Negli stessi giorni, le agenzie di sicurezza informatica di Five Eyes, l’unione internazionale dei Paesi anglofoni per lo spionaggio, hanno dichiarato che modelli avanzati di Intelligenza Artificiale potrebbero presto fornire agli hacker la capacità di paralizzare governi, aziende e sistemi critici. In pratica saremmo «a pochi mesi di distanza» dallo scenario in cui interi governi di nazioni terrestri possono essere rovesciati dall’AI.  

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Economia

Furto di criptovalute per un valore di 89 milioni di dollari: «nuovo paradigma dell’IA»

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Il furto di almeno 89 milioni di dollari in criptovalute, presumibilmente custodite in modo sicuro in portafogli hardware ad alta sicurezza, ha spinto un produttore di hardware per cripto a lanciare l’allarme, avvertendo che un «nuovo paradigma di Intelligenza Artificiale» sta ridefinendo la sicurezza informatica.

 

I portafogli hardware sono dispositivi fisici che memorizzano le chiavi private necessarie per accedere alle criptovalute e sono stati a lungo considerati più sicuri rispetto al deposito di asset digitali sugli exchange.

 

La scorsa settimana, tuttavia, gli utenti di alcuni portafogli Coldcard hanno visto i propri fondi svuotati da ignoti in una serie di attacchi.

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Il furto è stato insolito perché gli aggressori sono riusciti a risalire alle chiavi degli utenti dopo aver scoperto che l’algoritmo dei portafogli non generava numeri sufficientemente casuali. I dispositivi stessi non sono stati hackerati e non erano connessi a Internet, come avviene tipicamente con i cosiddetti sistemi di archiviazione a freddo (cold storage).

 

Le criptovalute funzionano tramite registri distribuiti che registrano le transazioni, mentre chiavi crittografiche segrete vengono utilizzate per verificare che un trasferimento sia stato autorizzato dal legittimo proprietario.

 

«Riteniamo che questa sia una dura realtà del nuovo paradigma dell’Intelligenza Artificiale», ha scritto venerdì Rodolfo Novak, CEO dell’azienda canadese Coinkite , in un messaggio di scuse per il difetto riscontrato nei dispositivi Coldcard.

 

«L’analisi del codice assistita dall’Intelligenza Artificiale è ora in grado di individuare bug latenti a una velocità che supera persino quella degli esperti più navigati del settore», ha aggiunto. «Se il vostro firmware è open source o è mai stato reso pubblico, date per scontato che sia già letto sia dagli aggressori che dai difensori».

 

Coinkite ha emesso il suo primo avviso ai clienti giovedì, esortandoli a diffondere la notizia che gli utenti dovevano aggiornare il firmware interessato, originariamente rilasciato a marzo 2021, e trasferire i propri Bitcoin su nuovi account protetti da seed generati di recente. Domenica, la piattaforma finanziaria digitale Galaxy ha dichiarato di aver identificato tre distinte ondate di attacchi contro gli utenti di Coldcard, che hanno portato al furto di 1.367,05 BTC, per un valore di circa 88,6 milioni di dollari all’epoca. Lunedì, ha avvertito di un probabile quarto attacco e ha stimato che le perdite potrebbero salire a 2.055 BTC, per un valore di circa 130 milioni di dollari.

 

L’incidente ha dimostrato che i portafogli hardware comportano rischi propri e non sono necessariamente più sicuri dei servizi centralizzati di archiviazione di criptovalute. Alcuni osservatori del settore rimangono fiduciosi che la natura trasparente delle transazioni blockchain renderà più difficile per i ladri convertire i beni rubati in denaro contante. «Se il vostro obiettivo era la ricchezza, potrebbe esserci ancora una strada che avvantaggia tutti», ha esortato uno di questi commentatori. «Restituite i fondi. Accettate un bonus di sicurezza negoziato con CoinKite».

 

Nato nel 2009 dal nulla e scambiato a frazioni di centesimo, il Bitcoin rappresenta per alcuni la più grande rivoluzione finanziaria digitale della nostra epoca. Ad oggi, nell’agosto 2026, il suo valore si attesta stabilmente intorno ai 64.500 dollari (pari a circa 56.000 euro). La sua è una storia di estrema volatilità e record imprevedibili. Nei primi anni era scambiato per pochi dollari: di fatto, la prima transazione fu 10.000 Bitcoin usati nel 2010 per comprare due pizze.

 

La prima grande impennata arriva nel 2017, sfiorando i 20.000 dollari, seguita da crolli e rinascite cicliche dettate dagli «halving» (un evento programmato nel codice della criptovaluta che dimezza la ricompensa dei «minatori» per ogni blocco estratto.). Nel 2021 tocca i 69.000 dollari, prima di una nuova correzione. Il vero punto di svolta istituzionale si compie tra il 2024 e il 2025, grazie all’approvazione degli ETF spot che hanno spinto la criptovaluta fino al suo massimo storico assoluto di oltre 126.000 dollari nell’ottobre 2025.

 

Da bene puramente speculativo per pochi appassionati, Bitcoin si è ormai trasformato nell’oro digitale globale, un pilastro macroeconomico di rifugio contro l’inflazione.

 

La storia di Bitcoin è segnata da clamorosi furti informatici che hanno ridefinito la sicurezza digitale. Il primo grande shock avviene nel 2014 con il fallimento di Mt. Gox, l’exchange di Tokyo che gestiva il 70% delle transazioni mondiali: un attacco hacker silenzioso sottrasse 850.000 Bitcoin, provocando il panico sui mercati.

 

Fu significativo anche il collasso della piattaforma di criptovalute FTX, piattaforma gestita da strani personaggi con enormi legami con il Partito Democratico USA e pure con Kiev. Il giovane fondatore Sam Brankman-Fried costituiva il secondo donatore del Partito Democratico USA dopo George Soros, e finanziatore di quantità di attività, tra cui, parrebbe, studi che avrebbero sminuito l’efficacia di ivermectina e idrossiclorochina nel curare il COVID. Bankman-Fried è stato arrestato alla Bahamas e portato in America, dove è stato liberato su cauzione: nessuno sa, però, chi abbia pagato, e come, i 250 milioni di dollari chiesti dal giudice.

 

Poco dopo sarebbe andato all’aria anche il banco cripto BlockFi. Secondo alcuni, poteva crollare anche la criptovaluta Tether, definita dai critici come un colossale schema Ponzi – la stessa accusa che alcune istituzioni (in India, in Cina), in verità, muovono anche contro lo stesso Bitcoin.

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Nel 2016 l’exchange Bitfinex subisce la perdita di 119.756 Bitcoin, un bottino recuperato in gran parte solo anni dopo dalle autorità USA. Con l’esplosione della finanza decentralizzata (DeFi), le tecniche si affinano: gruppi di hacker di Stato, come il collettivo nordcoreano Lazarus, iniziano a colpire i «cross-chain bridge», i ponti digitali tra blockchain diverse. Nel 2025, l’FBI ha accusato il Lazarus Group di aver rubato circa 1,5 miliardi di dollari in valuta digitale da Bybit, un exchange di criptovalute con sede a Dubai che serve oltre 60 milioni di utenti.

 

Come riportato d Renovatio 21, la Corea del Nord potrebbe essere il terzo maggiore detentore di Bitcoin al mondo.

 

Nel 2022 il furto al network Ronin – una blockchain indipendente (tecnicamente una sidechain, successivamente evoluta in un network Layer-2) creata esplicitamente per ottimizzare il settore del Web3 gaming e delle applicazioni decentralizzate – riesce a drenare oltre 600 milioni di dollari.

 

La storia del Bitcoin è anche una storia di violenza.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2021 fu trovato affogato al largo del Costa Rica Mircea Popescu, 41 anni, miliardario in Bitcoin. Due anni fa fu accoltellato a morte per strada a San Francisco Bob Lee, dirigente della società cripto MobileCoin. A ottobre 2025 Konstantin Ganich, noto anche come Kostya Kudo, trader di criptovalute e blogger ucraino di rilievo, è stato rinvenuto morto con una ferita d’arma da fuoco alla testa.

 

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Intelligenza Artificiale

Il Pentagono prevede di realizzare centri dati per l’IA nelle basi militari di diverse branche delle forze armate

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A fine marzo, l’esercito ha selezionato, in via preliminare, due società per avviare negoziati esclusivi per la costruzione e la gestione di data center commerciali su larga scala su terreni di proprietà dell’esercito.   Carlyle, la società di investimento globale, si è aggiudicata circa 1.384 acri a Fort Bliss, in Texas. CyrusOne, un operatore di data center detenuto congiuntamente da fondi gestiti da KKR e BlackRock, si è aggiudicato il lotto a Dugway. Secondo il Financial Times, il costo stimato di ciascun progetto si aggira intorno ai 2 miliardi di dollari.   Le aziende saranno responsabili del finanziamento, della costruzione, della gestione, della manutenzione e, infine, dello smantellamento delle strutture, ha dichiarato l’Esercito, su quelli che ha definito «terreni militari sottoutilizzati ma non in eccedenza, senza alcun costo iniziale per i contribuenti». In cambio del terreno, l’Esercito ottiene l’accesso alla potenza di calcolo.   Il tutto si svolge attraverso il programma Enhanced Use Lease dell’Esercito, guidato da un ordine esecutivo di Trump che impone alle agenzie di destinare terreni federali non in eccedenza allo sviluppo di data center. Il Corpo degli Ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti si occupa delle negoziazioni per la concessione dei contratti di locazione e della valutazione ambientale.

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«L’Intelligenza Artificiale è una risorsa strategica per l’Esercito», ha dichiarato il Segretario dell’Esercito Dan Driscoll nell’annuncio di marzo. «È un moltiplicatore di forza, supporta le trasformazioni e le esigenze future, mantiene l’Esercito un passo avanti rispetto ai nostri avversari e genera resilienza in tutte le forze armate». Driscoll ha dichiarato al Wall Street Journal che la struttura di Fort Bliss sarebbe stata «il primo data center su scala hyperscale mai realizzato dal Pentagono».   Finora sono stati assegnati solo i data center di Fort Bliss e Dugway, e anche questi rimangono condizionali, in attesa di negoziazione. Oltre a questi, i documenti relativi agli appalti federali mostrano che l’esercito sta valutando la possibilità di realizzare data center a Fort Hood, in Texas, e a Fort Bragg, nella Carolina del Nord.   Nel 2025, il Dipartimento dell’Aeronautica Militare ha lanciato un bando per progetti privati di data center per l’IA su terreni inutilizzati presso le basi aeree di Arnold (Tennessee), Edwards (California), Joint Base McGuire-Dix-Lakehurst (New Jersey), Davis-Monthan (Arizona) e Robins (Georgia).   Più recentemente, ha cercato offerenti per le strutture presso la Joint Base Elmendorf-Richardson, la Eielson Air Force Base e la Clear Space Force Station in Alaska. La superficie varia enormemente; ad esempio, Fort Hood offre 207 acri, mentre Fort Bliss ne offre quasi sette volte tanto.   Dugway è volutamente un sito isolato, sebbene non tutti i siti lo siano. I documenti contrattuali mostrano che l’esercito ha preso in considerazione un appezzamento di terreno a Fort Hood a meno di un miglio da proprietà residenziali e commerciali, e diverse potenziali ubicazioni a Fort Bragg a meno di un miglio da aree civili e a meno di un miglio da abitazioni civili.   La vicinanza ai centri abitati è ciò che ha reso i data center un argomento scottante a livello civile. Secondo Data Center Watch, progetti per un valore di quasi 156 miliardi di dollari in tutto il paese sono stati ritardati o cancellati a seguito dell’opposizione locale.   In Virginia, lo stato con la più alta concentrazione di questi impianti al mondo, uno studio finanziato dallo stato ha rilevato che le bollette energetiche mensili dei residenti potrebbero aumentare dai 14 ai 37 dollari entro il 2040.   «Quindi, credo che la differenza tra noi, l’Esercito, che gestiamo un data center, e aziende come Meta o Google, sia che noi facciamo parte delle comunità che esistono in quei luoghi e ci impegneremo con loro regolarmente per cercare soluzioni che funzionino per tutti, giusto?» ha dichiarato il colonnello John Oliver, ufficiale esecutivo del vice sottosegretario dell’Esercito Dave Fitzgerald, a Defense One. «Perché sì, comprendiamo che ci sia stata preoccupazione riguardo ai data center».   Due requisiti relativi a questi progetti non si applicano alle costruzioni commerciali al di fuori della base. Le proposte devono includere un consumo idrico netto pari a zero e un piano energetico che non prelevi energia dalla rete elettrica locale. Ai partecipanti alla gara d’appalto è stato inoltre richiesto di descrivere i piani per «la comunicazione e il coinvolgimento della comunità locale» e di valutare «eventuali rischi o opposizioni» al progetto.   I documenti relativi agli appalti del Dipartimento della Difesa, ottenuti dalla rivista specializzata Data Center Dynamics, classificano il rischio idrico per l’area di El Paso come «estremamente elevato». I data center consumano acqua per raffreddare i server. Fort Bliss è il luogo in cui l’esercito desidera stabilire la sua base ammiraglia.   I funzionari dell’esercito desiderano che il progetto contribuisca positivamente all’economia locale, anziché rappresentare un onere. In primavera, Fitzgerald si è recato a Fort Bliss per un incontro con il comandante della 1ª Divisione Corazzata, i membri della comunità, El Paso Water, El Paso Electric e Carlyle. Una delle proposte sul tavolo è quella di far perforare al costruttore un nuovo pozzo per alimentare l’impianto di desalinizzazione della città, compensando così il consumo del data center.   «Stiamo incoraggiando Carlyle a farlo, in modo che il bilancio energetico sia effettivamente positivo», ha dichiarato Oliver a Defense One. «Non sappiamo ancora se si tratti di una soluzione ingegneristica realizzabile, ma ci stiamo lavorando attivamente nell’ambito del processo».   Darrell M. West, ricercatore senior presso la Brookings Institution che studia lo sviluppo dei data center, ha affermato che l’approccio è valido e che le comunità che hanno accettato le strutture tendono a essere quelle a cui vengono comunicati tutti i dettagli in anticipo.   «Le persone vogliono sapere in anticipo da dove proviene l’energia, quanta acqua viene utilizzata, quale sarà il costo complessivo e quali saranno i livelli di rumore», ha affermato West.   Il Congresso non ha ancora raggiunto un accordo.   Il deputato repubblicano della Florida Cory Mills ha ottenuto l’inserimento, nella versione della Camera dei Rappresentanti, di una disposizione relativa al disegno di legge di autorizzazione alla difesa per l’anno fiscale 2027. Tale disposizione vieta al Dipartimento della Difesa di affittare terreni per la costruzione di data center, a meno che gli sviluppatori non si impegnino a non installare apparecchiature contenenti componenti fabbricati in Cina, Russia, Iran o Corea del Nord. La restrizione riguarda specifici circuiti stampati, semiconduttori avanzati e chipset che il dipartimento considera una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale.   «Sono onorato di aver approvato questo emendamento per proteggere le nostre installazioni militari dall’utilizzo di componenti cinesi nei data center presenti nelle nostre basi», ha scritto il Mills su X.   L’esercito si è opposto. Il provvedimento creerebbe una «penalità per i terreni federali», ha dichiarato un funzionario dell’esercito alla Federal News Network, imponendo alle aziende che costruiscono su installazioni federali regole che non si applicherebbero a progetti identici realizzati altrove. «Vogliamo che il Congresso incentivi le aziende a costruire su terreni federali sicuri, piuttosto che creare ostacoli che le allontanino», ha affermato il funzionario.   Il deputato John Garamendi, democratico californiano, ha proposto di imporre al Pentagono di valutare il consumo di energia e acqua di un data center, l’inquinamento acustico e luminoso e gli effetti sulla sicurezza e sulle catene di approvvigionamento prima di finalizzare qualsiasi accordo. I repubblicani della Commissione per le Forze Armate della Camera hanno respinto la proposta.   «Non siamo contrari ai data center», ha affermato Garamendi. «Vogliamo solo assicurarci che , se decidiamo di installare un data center in una struttura federale, quest’ultima non venga compromessa dalla presenza del data center».   Le sue domande riguardavano l’installazione. «Vi sono interferenze con l’addestramento, le operazioni e la catena di approvvigionamento e fisica della sicurezza?», chiese.   I senatori repubblicani della Commissione per le Forze Armate hanno respinto un emendamento democratico che avrebbe bloccato i contratti di locazione fino a quando il Pentagono non avesse finalizzato una strategia per i data center. Nel frattempo, la Commissione per gli stanziamenti della Camera ha adottato una disposizione che riconosce che i data center «esercitano una pressione significativa sulle risorse energetiche e idriche e che le comunità si sono opposte a tali progetti».

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Per chiunque sia di stanza o viva nelle vicinanze di una di queste installazioni, alcune cose sono certe. Sono stati assegnati solo due progetti, ed entrambi rimangono condizionati. Per Fort Hood, Fort Bragg e i siti dell’Aeronautica Militare si tratta di bandi di gara, non di impegni vincolanti.   La capacità operativa iniziale a Fort Bliss è prevista per l’anno fiscale 2027 e a Dugway per l’anno fiscale 2029. Si intende quando entreranno in funzione le prime infrastrutture, non quando il campus sarà completato. Oliver ha descritto la visione a lungo termine come un campus con una parte commerciale, una parte dedicata ai dati militari classificati e un impianto di produzione di energia in loco.   Il Corpo degli Ingegneri dell’Esercito sta conducendo la valutazione ambientale in entrambi i siti assegnati. Gli sviluppatori devono costruire impianti di produzione di energia indipendenti che non si colleghino alla rete locale e che rispettino l’obiettivo di consumo idrico pari a zero. L’energia in eccesso prodotta nelle basi potrebbe essere rivenduta alle reti elettriche civili.   L’Associazione delle comunità della difesa ha programmato un ulteriore dibattito sullo sviluppo dei centri dati militari in occasione del suo Forum sull’innovazione delle installazioni, che si terrà nell’ottobre del 2026.

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