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Eutanasia

La «Costituzione materiale» dell’Italia umanoide, tra eutanasia e gender di Stato

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Si è tenuta poche settimane fa, convocata dal neoeletto Presidente Augusto Barbera, la riunione straordinaria annuale della Corte Costituzionale, alla quale hanno partecipato anche il Presidente della Repubblica, rappresentanti delle camere e dell’esecutivo.

 

Nella sala a geometrie bianche e nere e con l’azzurro forte di certa araldica medievale, il quadro cromatico era adeguato al cipiglio polemicamente decisionista del presidente, accademico di lungo corso prestato alla politica su un versante che dall’ortodossia comunista degli inizi è scivolato fatalmente verso la metamorfosi ideologica del PD a trazione atlantista.

 

Dunque un uomo dei nostri tempi, nel senso della piena e progressiva consonanza con lo spirito del tempo prodotto dai potenti fabbricatori di etiche e di diritti, di pedagogie e di ideali, di cultura à la carte, ovvero del fantasmagorico luna park dove va in scena il nulla a tinta variabile, secondo le esigenze di mercato ma ad altissimo potenziale distruttivo.

 

E in una chiave «evolutiva» in ogni senso, il Presidente ha svolto il proprio discorso della corona, che come sempre in questi casi contiene il programma di governo e qualche nota sullo stato dell’unione, o meglio, della disunione che pare regnare tra la stessa Corte, la magistratura ordinaria e il Parlamento, disunione peraltro dovuta a qualche dissonanza di vedute etico politico giuridiche, peraltro opportunamente transeunti.

 

Anzitutto, in un fugace ma significativo preambolo è stato dispiegato tutto il repertorio canonico della correttezza politica in vigore. Dall’aggressione russa venuta dal nulla, all’orrore terroristico in medioriente che ha portato ad una «dura» reazione; dai femminicidi accostati ai morti sul lavoro, che così sono apparsi per quantità parificabili ai secondi, fino alla sempiterna condizione femminile, che non si sa se sia un dato archeologico o futurista.

 

Non sono mancate neppure le catastrofi ambientali causate, come è noto, oltreché dal cambiamento climatico, dalle abitudini umane, finché non è stata rievocata la fila dei camion militari pieni di bare a Bergamo e la consequenziale imposizione dell’obbligo vaccinale che, non per nulla, la Corte ha poi oculatamente legittimato.

 

Così, detto tutto quello che doveva essere detto, il Presidente Barbera è potuto entrare in medias res, per ribadire la fondatezza logica e giuridica di quell’obbligo, che era stato stabilito sulla base dei dati scientifici e sulle scelte, autorevoli per definizione, di altri autorevoli paesi. Riferimento doveroso nel giorno in cui si sono commemorate le vittime del covid, ma non quelle in continua espansione dei vaccini, per ovvi motivi di coerenza logica.

 

A proposito del rapporto tra la Corte e i giudici di merito cui spetta il compito di sollevare la questione di legittimità della norma da applicare nel caso concreto, ha lamentato come costoro, spesso, mossi da «eccesso valoriale» siano indotti a risolvere da soli tale questione, perché la overdose di scrupoli assiologici impedisce loro di attendere pazientemente il responso della Corte.

 

D’altra parte, tanto lavoro sarebbe risparmiato se questi giudici così zelanti, quando non sanno che pesci pigliare, si rivolgessero alle corti europee, vista la nota supremazia UE sull’ordinamento interno.

 

Ma la questione più grave da affrontare è, per il Presidente, quella della inerzia del Parlamento di fronte al necessario aggiornamento dei codici penale e civile sulle questioni cruciali del «fine vita», e delle note attitudini procreative e genitoriali della rinomata ditta LGBT etc.

 

Dunque una grande professione di fede progressista da parte di un attempato signore al quale la lunga esperienza di studio e di vita non impedisce di essere abbagliato dallo slancio vitale del nuovo, quello ritenuto capace di assicurare alla società sorti luminose a dispetto della realtà delle cose e della storia, della funzione ordinatrice e pedagogica del diritto, delle conseguenze di certe scelte politiche, di quella che dovrebbe essere la vocazione della intelligenza e della ragione.

 

Insomma il discorso presidenziale si è appuntato tutto sulla auspicata legalizzazione eutanasica, e sulla altrettanto auspicata legalizzazione delle «filiazioni» omosessuali, perché, in mancanza di lumi espliciti offerti dalla Carta costituzionale, è urgente che il Parlamento modifichi le norme ordinarie, in ossequio alla mutata «coscienza sociale», ovvero alla cosiddetta «costituzione materiale».

 

Solo che il problema giuridico e costituzionale è ben più complesso e sostanziale di quanto non vorrebbe far apparire la semplicistica, impavida e spericolata rappresentazione del Presidente.

 

Come ricordava Mortati, l’artefice principale della nostra, una Costituzione formale, scritta, serve a dare il necessario ordine e stabilità, con la fissazione di certi principi fondamentali, ad un ordinamento che non può giustificare la libera affermazione di comportamenti caotici lasciati a se stessi. Tuttavia, il medesimo ordinamento non può neppure rimanere estraneo alle continue mutazioni degli assetti sociali dovuti al divenire storico. Infatti sono proprio le istanze che vengono dal basso e dal diffuso sentire comune a formare una vera e propria «costituzione materiale» che precede e condiziona quella formale scritta nella quale essa si dovrebbe riconoscere.

 

Anche la Magna Charta fu il frutto della pressione e delle istanze dei baroni inglesi verso la Corona, perché il documento scritto non cade dal cielo, ma è la proiezione di forze sociali, di un sostrato ideale culturale e politico, che a sua volta è in continuo movimento. Non per nulla anche la nostra Carta costituzionale prevede la possibilità di una revisione delle proprie norme, a determinate condizioni procedurali.

 

Su questi presupposti concettuali ha fatto perno appunto il discorso del Presidente Barbera, volto a strigliare il Parlamento riluttante a legiferare su quei temi, che egli ritiene vitali per il progresso della civiltà italica, e a rispettare la «coscienza sociale» di un popolo che evidentemente, a suo modo di vedere, reclama a gran voce questo intervento e, se non lo reclamasse, mostrerebbe tutta la propria arretratezza.

 

Del resto, quando in passato il Parlamento ha registrato in via elettorale la volontà popolare, legalizzando l’aborto con la legge 194, ha posto una pietra miliare sulla via del progresso culturale e della affermazione di diritti fondamentali. Per non parlare del luminoso recente esempio fornito dalla Francia in cui l’aborto è salito al rango di diritto costituzionale.

 

Insomma «le assemblee parlamentari debbono rispondere alle esigenze della base elettiva. Il Parlamento deve cogliere le pulsioni evolutive e il continuo divenire della realtà. Mentre d’altro lato, la stessa Corte, se è custode della Costituzione, non deve costruire “una fragile Costituzione dei custodi”». Sicché, eventualmente, di fronte alla persistente inerzia del Parlamento, la Corte sarà costretta a farsi carico di dare riconoscimento in proprio ai «diritti fondamentali reclamati dalla coscienza sociale in costante evoluzione». In barba evidentemente anche alla separazione dei poteri e ad a una relativa spavalda usurpazione del potere legislativo.

 

Ma fermiamoci sull’insistita necessità di adeguamento ad una nuova coscienza sociale. Perché è anzitutto qui che casca l’asino.

 

Infatti, per parlare di coscienza sociale, bisognerebbe per prima cosa intendersi sul significato profondo e non superficialmente immaginifico di un lemma che ha bisogno di determinazione qualitativa e quantitativa. Non significa forse adeguamento ad uno zeitgeist che spira grazie alla imposizione mediatica, alla persuasione occulta attraverso il martellamento cinetelevisivo?

 

La coscienza sociale è forse quella performata attraverso la macchina mediatica? O non dovremmo guardare a una coscienza sociale che viene dal profondo dell’essere perché radicata come sedimentazione di un’etica che deve sussistere attraverso le generazioni per dare stabilità alla vita individuale e collettiva? Che a volte viene offuscata provvisoriamente dal frastuono e dalla prepotenza di minoranze chiassose e irresponsabili, come accadde proprio nei ribollimenti rivoluzionari, per tornare a riemergere una volta passata la tempesta?

 

Ma questa coscienza sociale propriamente detta non può di certo essere scambiata in modo tartufesco con quella ottenuta attraverso una omologazione programmata dall’alto. Con l’adeguamento alla pedagogia di un potere dominante munito di straordinari e sofisticati strumenti persuasivi. Un potere, tra l’altro, che dovrebbe essere incompatibile con la sbandierata eccellenza democratica, ogni riferimento alla quale è diventato indecoroso.

 

La coscienza di un popolo non è la sottomissione culturale indotta attraverso metodi sperimentali di psicologia sociale alla propaganda organizzata da una minoranza numerica che tiene in mano le redini della politica, magari come mandataria di mandanti più potenti.

 

Coscienza sociale non è l’addormentamento di sentimenti naturali attraverso l’indottrinamento di massa e la suggestiva necessità della omologazione. Non è la conformità di consensi falsamente spontanei, né la formazione di volontà e di fenomeni virtualmente «democratici».

 

Ora, se la necessità di un ordinamento giuridico è incontrovertibile, perché, come leggiamo nell’Odissea, solo i Ciclopi non hanno leggi, è anche vero che le leggi, per dirsi tali, non possono contravvenire a quella vocazione ordinatrice e di salvaguardia della comunità che chiamiamo bene comune. E questo fine non può essere perseguito senza l’ancoraggio a quel nucleo forte di valori che si traducono in principi, di regole scolpite, quelle sì, nella coscienza sociale, che chiamiamo in modo convenzionale «diritto naturale».

 

In altre parole, prima della Costituzione formale, e come sostrato stabile della costituzione materiale che la produce e la condiziona, ci deve essere un nucleo forte di principi saldi e irrefutabili, capaci di tenere in vita una società perché orientati a salvaguardare quella specificità umana che vede gli impulsi messi in forma dalla ragione, e la ragione orientata appunto al bene comune.

 

Questi sono i capisaldi morali della convivenza umana, che per i credenti sono stati scritti nelle tavole eterne della legge divina, ma che anche i laicisti possono individuare, secondo la nota lezione di Grozio «etsi Deus non daretur», nelle leggi che dovrebbero essere altrettanto eterne, individuate ed individuabili con la ragione.

 

Cose arcinote, si dirà. Ma che non ci si deve mai dimenticare di ricordare, perché è proprio qui che si annida il veleno, sempre in agguato nella retorica di una trappola terminologica. Rispetto a questo sostrato indefettibile, la Costituzione materiale di cui si parla da quando si è affermato il fenomeno costituzionale non rappresenta una entità sovrapponibile né omogenea, ma piuttosto una eccedenza sociopolitica sicuramente legata alle evoluzioni politico economiche e grosso modo culturali di un mondo in continuo movimento. Ma, al di là delle eccedenze legate a trasformazioni strutturali e istituzionali, l’etica profonda e sempre riaffiorante di una comunità umana è quella essenziale che rimane e deve rimanere immutata, in quanto ne garantisce un armonico perpetuarsi.

 

Sono le leggi fondamentali della convivenza volte teleologicamente al bene di una comunità che contiene anche l’io etico che va sottratto ai venti di dottrina e all’arbitrio del potere, che non deve essere esposto alle variabili ideologico culturali oggi più che mai dettate da interessi estranei al progresso morale e spirituale degli individui e della società di cui fanno parte.

 

Dunque, quando si parla di principi che precedono e devono precedere, per guidarla, la legge positiva, che è scritta perché posta dal potere politico, c’è il pericolo di un equivoco micidiale, di un corto circuito in cui il discorso viene imprigionato in un labirinto di parole senza uscita.

 

C’è il pericolo che per principi eterni e cogenti vengano spacciati quelli formulati nello spazio contingente occupato da una politica fine a se stessa, per dare senso alle proprie scelte operative. Basti pensare all’abusato principio di libertà intesa come affermazione di autonomia assoluta della volontà individuale, incurante delle conseguenze; o della cosiddetta uguaglianza che vorrebbe parificare capre e cavoli come appunto nel caso delle aspirazioni genitoriali della premiata ditta LGBT impegnata nella fabbricazione di umanoidi secondo scienza e incoscienza.

 

Per questo Barbera, da uomo esperto di giochi logici e paralogici, finisce per accennare polemicamente ad una mentalità positivistica, peraltro a suo dire declinante, di quanti, volendo rimanere ancorati a quello che i costituenti e il legislatore hanno scritto, evidentemente non immaginavano la deriva demenziale dei tempi avvenire, non si esaltano alla prospettiva di allargare il proprio orizzonte accogliendo le istanze di una «coscienza sociale» che invoca aborto, eutanasia e procreazioni fasulle.

 

Insomma egli critica velatamente quanti, dentro e fuori del Parlamento, rimangano ancora fermi alla attuale lettera delle leggi positive, negando la esistenza di un fantomatico diritto naturale legato alla nuova coscienza sociale, ovvero alla nuova costituzione materiale intesa nel senso che è stato indicato.

 

E non si accorge che, invocando l’intervento del Parlamento, auspica la cristallizzazione di nuovi principi etici i quali, lungi dall’essere iscritti nella coscienza comune come egli vorrebbe, sono frutto di una precisa ideologia adottata dalla politica. E non di una coscienza sociale che viene dalla sedimentazione di una storia dello spirito perché nutrita di esperienza secolare nella faticosa ricerca del bene collettivo, il solo capace di assicurare anche quello individuale. Attraverso una storia e una filosofia che in Occidente ha visto la fusione tra eredità greco romana e cristianesimo. O, più semplicemente, di una coscienza morale che sente in profondità quale vera filosofia della vita possa dare senso alla esistenza individuale e contribuire al bene comunitario al quale è non può non essere estranea l’uccisione dell’essere umano nel grembo materno, come l’unione sessuale contro natura o la morte inflitta per legge ad un innocente.

 

Barbera arriva a dire che nella Costituzione non c’è traccia letterale di principi che precludano l’ingresso di queste nuove auspicate norme. È vero, ma soltanto perché per costituenti «normali» come uomini, come politici e come giuristi, erano semplicemente impensabili queste novità venute da lontano, ma ora tutte leggibili alla luce della morte di Dio che significa morte di quell’umanità che a Dio si è sempre rivolta per dare senso alla propria esistenza.

 

Egli, più che guardare alla «coscienza» fittizia a cui si appella, dovrebbe guardare a cosa i costituenti guardavano dal punto di vista etico quando scrivevano la legge fondamentale per assicurare alla nazione una tenuta spirituale duratura. Quella che sola può assicurare la sopravvivenza identitaria di un popolo a fronte dei mutamenti contingenti e artificiali della politica e per la quale, ad esempio, già nei primi anni novanta, dopo settant’anni di ateismo di Stato, le chiese dei territori ex sovietici tornavano a traboccare di fedeli.

 

Che la Costituzione scritta preveda la necessità di un adeguamento delle leggi al divenire storico e al nuovo che materialmente si inserisce nella realtà comunemente vissuta, è vero. Ma questo adeguamento non può fare a meno di perdere l’ancoraggio a quei principi etici senza i quali le novità materiali travolgono la convivenza umana come una valanga di detriti informi che si abbatta a valle senza trovare ostacoli.

 

Inoltre, se il diritto è un prodotto del potere politico, né potrebbe essere altrimenti dal momento che occorre un’autorità capace di renderlo effettivo, esso si snatura quando diventa strumento della politica intesa come esercizio del potere che alimenta se stesso. Tanto più quando lo si crea appellandosi, per autogiustificarsi, a un sostrato ideale sottostante e lo si fa passare, in altre parole, per diritto naturale positivizzato.

 

È quanto avviene non a caso nei regimi totalitari: fu teorizzato da Vishinskij per quello sovietico e fatto proprio parimenti dal nazionalsocialismo. Qui il diritto era al servizio della politica. Si spacciava per diritto naturale proprio la scelta ideologica adottata dalla politica: non per nulla anche le leggi razziali furono introdotte in omaggio a un supposto sentimento popolare.

 

Allo stesso modo in cui le proposte normative del presidente rispecchiano la deriva culturale che la politica alimenta in ragione del proprio nichilismo ideologico. Dove il nulla morale della politica genera il nulla morale e culturale di cui fa uno strumento di potere, mentre viene spacciata per diritto naturale proprio la scelta ideologica adottata dalla politica.

 

Intanto, il veleno della disintegrazione morale risulta persino più potente perché inoculato a dosi prima piccole e poi sempre crescenti, proprio per annichilire le coscienze, come l’oppio serviva ai britannici per fiaccare il popolo che essi intendevano sottomettere.

 

Barbera dovrebbe chiedersi piuttosto, da giurista di vaglia, quali siano le conseguenze, che già si vedono, della torsione indotta su larga scala di un sentire veramente radicato che ha sorretto la vita di un popolo, dando forma alla sua arte, alla sua filosofia, alla sua letteratura, prima della débacle contemporanea.

 

Questo popolo ha conservato sempre un senso alto della vita e della morte perché inserite nella metafisica cristiana.

 

Esso ha inteso custodire nella propria anima, ad esempio, i propri figli morti lontano nella inutile strage, fermandone la memoria scolpita anche in mille lapidi di mille piccoli antichi borghi d’Italia, come nel grande tempio di Redipuglia.

 

Anche se altri ricordi meno riparati saranno poi cancellati dalle diaboliche distruzioni della nuova guerra venuta dal progresso.

 

Ma gli accorati eutanasisti di oggi, che nulla sanno della morte solitaria sul Carso, si compiacciono alla idea appagante della morte umanitaria inflitta in una stanza sterile a dozzina, perché nulla sanno del senso che la morte assume quando viene incastonata nella idea della continuazione, del congiungimento degli anelli che danno senso alla esistenza umana.

 

Non vedono come la morte inflitta in applicazione di un protocollo sanitario, compiaciuto di essere anche umanitario, diventi, proprio nella coscienza comune, un evento che nulla conserva di quella sublimazione di cui soltanto l’uomo può essere capace.

 

Del resto, è proprio l’idea della scissione a dominare lo spirito filantropico degli eutanasisti. Quella che, vestendo i paramenti nobili della autonomia, separa i morti dai vivi, e recide legami famigliari e annienta il senso alto della vita – ce lo ricordava Mario Palmaro – e toglie valore all’uomo in sé e alla sua esistenza individuale e comunitaria.

 

Il culto e la memoria dei morti secondo il destino comune collega le generazioni e non le fa sentire abitatrici di un vuoto intermedio, come la radice comune che lega il genitore al figlio riempie un vuoto in cui ci perderemmo se non fossimo tenuti per mano da chi ci ha generato, nell’alveo sacro della famiglia.

 

Ora invece si apparecchia il nulla per tutti, attraverso le anomalie della vita contro natura, e della morte à la carte. E si ritiene di mettere in forma l’anomalia appunto usando la norma, che infatti comporta normalizzazione. In entrambi i casi viene calata l’arma ricattatoria della pietà e dei buoni sentimenti. Secondo lo stesso meccanismo per cui la cremazione è preferibile «perché è una cosa pulita». E secondo la psicologia di ogni bene-fattore di modello filantropico sorosiano.

 

Tuttavia è certo che le due proposte sul tappeto, unificate dalla stessa mentalità nichilistica, agnostica e antiumana, in una visione economica neomalthusiana, seguano strade proprie sotto l’ombrello del valore oggettivo delle scelte individuali, per confluire nel travisamento della funzione e delle finalità delle leggi.

 

Le pretese LGBT, non per nulla identificate da una sigla di tipo commerciale, e la cosa basta a fotografare il fenomeno, navigano nello spazio onirico della allucinazione, di una visione drogata dal delirio di onnipotenza che pretende di ottenere consacrazione giuridica, cioè di acquistare valore assoluto in via burocratica. Una visione che rispecchia bene la disintegrazione intellettuale, prima che morale, dell’Occidente.

 

A dimostrare la incongruità di fantomatici diritti sbandierati dalla prima, dovrebbe bastare la considerazione che diritto soggettivo può essere soltanto quella pretesa riconosciuta meritevole di tutela dalla legge in quanto coincidente con l’interesse collettivo. E che da quel concetto esula invece ogni pretesa, individuale e particolare, che con quest’interesse non abbia nulla a che fare.

 

Al contrario, le istanze eutanasiche muovono da una realtà di fatto: si connettono al problema reale della sofferenza prolungata spesso indotta paradossalmente dal progresso delle tecniche sanitarie, sfruttano una realtà oggettiva per nulla insignificante. Infatti è reale e oggettiva la possibilità, anzi la frequenza, con cui chi è aggredito da sofferenze inenarrabili sia indotto ad invocare la morte liberatrice. Ed è problema antico.

 

In una scena finale della Notte di San Bartolomeo di Mérimeèe, uno di due fratelli uniti da amore profondo ma divisi da opposte scelte teologiche e politiche, e che infatti combattono a La Rochelle su fronti opposti, viene ferito a morte e soccorso proprio dall’altro, che lo mette a riparo e si dispera non accettando neppure l’idea dell’irreparabile. Il ferito in preda ormai a dolori insopportabili chiede da bere, ma questo gli viene negato perché affretterebbe la morte. Finché sopraggiunge il chirurgo e, compreso che non c’è speranza di salvarlo, fa passare il fiasco del vino al morente che spira di lì a poco.

 

L’episodio ovviamente richiama solo alla lontana e soltanto per certi profili umani il problema con cui abbiamo a che fare. Ma sta a significare come il rapporto col dolore e la morte abbia sempre impegnato la coscienza su un terreno in cui da sempre aspetti personali, etici, affettivi, razionali spesso in contrasto fra loro si intreccino chiamando in causa anche la questione della responsabilità.

 

In altre parole, si tratta in ogni caso di un problema che appartiene anzitutto, impegnandola, alla vita dello spirito, e in questo senso implica e richiede una assunzione personale di responsabilità. Mentre si snatura quando il piano della coscienza viene invaso dalla autorità calcolante del legislatore e del giudice.

 

Infatti l’aporia oggi sta proprio nella pretesa di affidare per legge ad un terzo una decisione sulla vita altrui, che per forza di cose si fonda su fattori non controllabili e indeterminati.

 

L’indisponibilità oggettiva della vita umana, è principio primo della convivenza e quindi il frutto più maturo della civiltà giuridica approdata, dopo un faticoso cammino secolare, a sancirlo, anche nei confronti dello Stato, con la abolizione della pena di morte.

 

Il monito biblico «nessuno tocchi Caino» acquista in questo senso tutto il suo contenuto più profondo.

 

Una indisponibilità oggettiva ben messa a fuoco dalle norme del codice penale che puniscono ancora, occorre dirlo con una certa apprensione, l’omicidio del consenziente e l’aiuto al suicidio. Norme da cui emerge non a caso la preoccupazione del legislatore che la possibilità dell’omicidio si possa insinuare surrettiziamente, attraverso il contributo di una minorata difesa della vittima.

 

Una preoccupazione che però non sembra sfiorare tutti i sensibilissimi promotori eutanasici incapaci di sollevare lo sguardo al di sopra dei pensieri e delle emozioni facili. Perché occorre ribadirlo in modo che può apparire brutale a chi osservi con superficialità il problema: la cosiddetta eutanasia, o la si ricolloca, sia pure con mille distinguo, nell’alveo del dominio degli affetti e delle esperienze famigliari, nella storia privata dello spirito e della vita, e della responsabilità degli individui, oppure la si getta nei meccanismi della irresponsabilità burocratica, dell’arbitrio individuale legalizzato oppure di quello sempre in agguato dello Stato.

 

Questo aspetto continua a sfuggire alle anime belle che, senza rendersene conto, preferiscono consegnare nelle mani del potere ciò che appartiene allo spazio sovrano e duttile, ma non disumanizzato, della vita irripetibile dello spirito e dei rapporti privati.

 

Il paradigma completo della questione sul tappeto, con tutte le sue inquietanti implicazioni, lo abbiamo avuto nella sacra rappresentazione allestita nel 2009 col caso Englaro.

 

Lì si sono giocati i falsi sentimenti, i falsi diritti, le falsificazioni materiali e mediatiche, le aberrazioni giuridiche e quelle politiche. Dove l’arbitrio e l’inconsapevolezza, la suggestione e la pressione psicologica, hanno fatto da padroni e allo stato di minorata difesa della vittima sacrificale ha corrisposto l’interesse e il pragmatismo, la forza del potere e le mille modulazioni psicologiche o psicopatologiche di tutti gli attori in commedia, meno le tante voci della compassione e quella di poche materne infermiere.

 

Il punto estremo a cui può arrivare un tale meccanismo inesorabile lo abbiamo potuto sperimentare con le mostruosità che continuano ad essere esibite impunemente negli infernali ospedali britannici ormai specializzati a sopprimere per ordine del giudice bambini piccolissimi di genitori inermi di fronte ad un potere dal volto diabolico.

 

Dunque, una strada aperta dalla raccapricciante vicenda di Terri Schiavo, replicata con piccole varianti da quella di Eluana Englaro e poi dai piccini uccisi in Inghilterra. Tutti casi accomunati dall’essersi trattato di condanne a morte di innocenti eseguite per ordine del giudice, dunque dalla possibile longa manus del potere politico, oppure da chi si troverà a dover applicare una legge anch’essa frutto di un accomodamento politico, o… di un ordine presidenziale.

 

Ed è proprio questo che, anche da un punto di vista strettamente giuridico, senza neppure richiamarci alla legge divina, sembra sfuggire ai nuovi illuministi. Essi non si chiedono se, una volta concessa la licenza di uccidere – non importa a quali condizioni, comunque sempre interpretabili e sempre valicabili – questo potere non possa essere usato per scopi che nulla hanno a che fare con la nobile propria con-passione per la sofferenza altrui. Ma potrebbe tornare utile anche allo Stato Leviatanico per eliminare qualche scomodo intruso.

 

Così come il giurista di vaglia assiso alla presidenza della Corte Costituzionale non si chiede neppure cosa sarà la vita inflitta ad individui venuti dal nulla oscuro dell’arbitrio individuale e di un cieco egoismo consacrato per legge. Perché, al concetto di diritto soggettivo quale pretesa meritevole di tutela da parte dell’ordinamento perché coincidente con l’interesse collettivo, ha sostituito quello stabilito a suo tempo dalle Cirinnà, dai Vendola e dal Corriere della Sera, quale riconoscimento dovuto a qualsivoglia appetito individuale o di consorteria.

 

Che ne sarà di una società popolata dai prodotti di disadattati esistenziali in delirio di onnipotenza? Questa mancanza di riflessione dovrebbe preoccupare quanti finiranno per pagare e faranno pagare ad altri le costose conseguenze della propria follia.

 

Ci sono oggettive ragioni di contenuto etico e culturale che debbono guidare il diritto nel senso della sua vocazione di miglioramento antropologico. I presupposti di valore capaci di orientare la legge verso una oggettiva eticità, il bene comune, lo abbiamo chiamato diritto naturale scritto da Dio o messo in forma dagli uomini, sempre con la finalità di tracciare i limiti entro cui la legge non diventa quella del più forte, o di un potere antiumano.

 

Qui si gioca il senso stesso del diritto che o è per l’uomo, o non è. Per l’uomo considerato valore in sé, non quantificabile e non commerciabile, non riproducibile né sopprimibile a piacimento.

 

Patrizia Fermani

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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Eutanasia

La Francia ha legalizzato l’eutanasia e il suicidio assistito: un’analisi approfondita di una legge sulla morte

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Il 15 luglio 2026 rimarrà una data oscura nella storia francese. Dopo diversi anni di dibattito e tre respingimenti consecutivi da parte del Senato, l’Assemblea nazionale ha finalmente approvato la legge che istituisce il «diritto al suicidio assistito».   La legalizzazione del «morte assistita» è stata una delle principali promesse del secondo mandato di Emmanuel Macron. Dopo diversi rinvii dovuti allo scioglimento dell’Assemblea nazionale e alle successive crisi politiche, la legge è finalmente giunta alla sua conclusione il 15 luglio 2026.  

Vita sottomessa ai voti

L’Assemblea Nazionale ha definitivamente approvato il disegno di legge con 291 voti favorevoli, 241 contrari e 29 astensioni; si è trattato della quarta votazione parlamentare su questo testo in meno di un anno. Nel frattempo, il Senato si era opposto per ben tre volte, esprimendo riserve sulle conseguenze di una simile riforma; tuttavia, il governo ha scelto di lasciare la decisione finale all’Assemblea Nazionale.   La maggioranza presidenziale e i gruppi di sinistra hanno appoggiato in modo schiacciante la riforma, mentre i parlamentari di destra e del Rassemblement National hanno votato in gran parte contro, sebbene ciascun gruppo abbia concesso ai propri membri libertà di voto sulla questione. È comunque importante notare che, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali del 2027, il portavoce del Rassemblement National, Laurent Jacobelli, ha dichiarato a franceinfo che il suo partito non avrebbe abrogato la legge in caso di vittoria alle elezioni, ma si sarebbe limitato a vigilare attentamente sulla sua attuazione.   Con questa votazione, la Francia entra a far parte della ristretta cerchia di paesi che hanno legalizzato il suicidio assistito o l’eutanasia, tra cui figurano Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Svizzera, Canada, Nuova Zelanda e Uruguay.   Come per altre importanti riforme sociali, il vocabolario utilizzato ha giocato un ruolo centrale. La legge non parla né di «eutanasia» né di «suicidio assistito», ma di «aiuto a morire». Per i suoi sostenitori, questa espressione sottolinea la volontà di sostenere le persone che affrontano sofferenze ritenute insopportabili. In realtà, è un modo per attenuare il vero impatto del testo e farlo passare senza destare allarme, per poi trarne tutte le conclusioni necessarie.   Padre Hervé Gresland, autore di articoli su questo argomento, fa un’osservazione (1):   «Lo vediamo ovunque e sempre: la legalizzazione del male porta a un rapidissimo cambiamento di mentalità nella società. In breve tempo, le coscienze vengono completamente distorte; ciò che è legale diventa legittimo agli occhi della maggioranza. Nei paesi in cui è legale, assistiamo a una banalizzazione dell’eutanasia».

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Una trasgressione ispirata alle logge massoniche

Qualunque cosa si possa dire, l’eutanasia è l’omicidio di una persona innocente. Come tale, è intrinsecamente sbagliata e pertanto non è mai permessa. La sua legalizzazione costituisce un ulteriore passo nella rivendicazione della libertà assoluta della persona umana, che dovrebbe poter «scegliere la propria vita, scegliere la propria morte», secondo il tema del congresso organizzato a Nizza, dal 21 al 23 settembre 1984, dall’ADMD (Associazione per il Diritto a Morire con Dignità).   Questa associazione, cofondata dal dottor Pierre Simon, già Gran Maestro della Gran Loggia di Francia, e a lungo presieduta dal parlamentare (poi deputato e poi senatore) ed eminente membro del Grande Oriente di Francia Henri Caillavet, è all’origine del dibattito sull’eutanasia e sul suicidio assistito in Francia; è riuscita a imporre le proprie idee, persino il proprio vocabolario.   Non dimentichiamo che il 5 maggio 2025 il Presidente Emmanuel Macron ha visitato la Gran Loggia di Francia. Nel suo discorso in quell’occasione, ha dichiarato: «La Repubblica non è solo a casa nella Massoneria. È nel suo cuore e nella sua anima. (…) La Massoneria è in prima linea nella battaglia, la battaglia che conta se vogliamo plasmare questo secolo per il bene dell’umanità». E ha accolto con favore il fatto che i Massoni abbiano l’ambizione di «rendere l’uomo libero artefice della propria vita, dalla nascita alla morte».   Le logge massoniche, sostenute da importanti legami politici e mediatici, come già accaduto con la contraccezione (1967) e l’aborto (1974), si sono prese il loro tempo per portare a compimento questo sinistro progetto; ora sono vicine al loro obiettivo e festeggiano l’adozione di questa legge letale.   Padre Gresland presenta il loro punto di vista:   «L’uomo vuole avere potere sulla propria vita; vuole poter decidere da sé il suo valore o la sua durata. L’uomo che si fa dio proclama: “Io sono il padrone della mia vita e della mia morte, ne dispongo come voglio, ne mantengo il controllo fino agli ultimi istanti”».   L’aspetto più scandaloso di questa manovra è che «medici e operatori sanitari, che sono i più direttamente colpiti, sono stati in gran parte esclusi dal processo. 800.000 di loro hanno firmato una lettera aperta su Le Figaro il 16 febbraio 2023, opponendosi all’eutanasia, ma le loro voci non contano».

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Il desiderio di essere padroni della propria vita

L’abate Gresland dà un’idea della portata del cambiamento in atto:   «Il divieto di omicidio non appartiene al regno del diritto umano; deriva da una legge superiore alla volontà umana, la legge naturale, espressione della legge divina: “Non uccidere”. Questo divieto è l’unica garanzia valida e un punto di riferimento fondamentale per qualsiasi società civile. Trasgredire questo divieto costituisce quindi un cambiamento radicale. Un Paese che pretende di legiferare per eliminare i propri anziani e malati non può più rivendicare lo status di nazione civile. Dietro la cortina fumogena di parole come “libertà” o “dignità”, si sta verificando un completo capovolgimento».   Contrariamente a questa ideologia, «papa Pio XII ci ha ricordato che “Dio solo è padrone della vita e dell’esistenza. L’uomo, dunque, non è padrone né possessore, ma solo usufruttuario del suo corpo e della sua esistenza”.² Arrogarsi un diritto sulla propria vita è uno dei peccati più gravi che si possano commettere. Questo desiderio di usurpare ciò che appartiene solo a Dio è luciferino». (2)   La legge approvata il 15 luglio legalizza sia il suicidio assistito che l’eutanasia stessa, ovvero l’uccisione intenzionale di un paziente da parte di terzi. Tuttavia, fin dai tempi di Ippocrate, la medicina occidentale si è basata sul principio che il medico cura, allevia la sofferenza e fornisce supporto, ma non causa mai intenzionalmente la morte del paziente.   Nel corso dei dibattiti parlamentari, diverse organizzazioni mediche hanno ribadito la loro opposizione a questa rivoluzione, sostenendo che quando un paziente vede un medico entrare nella sua stanza, deve essere certo che il medico sia venuto per curarlo, non per causarne la morte.

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Le cure palliative messe da parte

A questa legittimazione ormai consolidata, padre Gresland si oppone la storia cristiana:   «Anziché sopprimere i malati gravi, la civiltà cattolica ha perseverato nella cura dei malati, anche in circostanze estreme. Invece di lasciare morire i bisognosi soli e abbandonati, ha inventato ospedali, orfanotrofi e case di riposo. Si è adoperata affinché tutti comprendessero la propria dignità di esseri umani creati a immagine di Dio, qualunque sventura li colpisca. Li ha aiutati a presentarsi al cospetto di Dio attraverso l’aiuto della vera religione. È questo spirito che Satana vuole distruggere, lo spirito di amore più forte dell’indifferenza e di speranza più forte della disperazione umana».   Inoltre, ancora oggi, l’accesso alle cure palliative rimane gravemente inadeguato in Francia. Circa venti dipartimenti sono tuttora privi di reparti specializzati e meno della metà del fabbisogno nazionale viene effettivamente soddisfatto. L’Unione delle Famiglie afferma che presto sarà più facile ottenere la morte che assicurarsi un posto in un reparto di cure palliative.   Come siamo arrivati ​​a questo punto? Padre Gresland lo spiega:   «Le persone vengono indotte a credere che l’alternativa all’eutanasia sia una sofferenza atroce. E l’opinione pubblica viene manipolata attraverso i sondaggi, chiedendo alle persone se preferirebbero una sofferenza atroce o l’eutanasia. Ovviamente emerge la risposta desiderata, perché ciò che le persone vogliono è semplicemente non soffrire. Il grido di una persona malata, “Voglio morire”, non è una richiesta positiva; è prima di tutto un grido di angoscia, una supplica di aiuto. A seconda dei casi, significa: “Soffro troppo”, “Sono troppo fragile”, “Sono stanco di vivere”. Alcuni chiedono di porre fine alla propria vita a causa del loro isolamento o della paura di essere un peso per gli altri».   Eppure:   «La medicina oggigiorno è in grado di alleviare quasi ogni dolore fisico. È vero, però, che alcune sofferenze sono resistenti agli antidolorifici. In questi casi, si può offrire al paziente una sedazione più forte, a condizione che la morte non sia l’obiettivo immediato. Anche il dolore emotivo trova sollievo attraverso un sostegno attento e la cura di personale qualificato. Quasi invariabilmente, quando i pazienti sono ben assistiti, non chiedono più di morire. Ciò di cui le persone hanno bisogno non è aiuto per morire, ma aiuto per vivere. Alla fine della loro vita, desiderano essere accompagnate e aiutate fino all’ultimo, essere circondate da compassione e amore – un amore che, anche se non ne sono consapevoli, è un riflesso dell’amore di Dio».

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Una battaglia legale che non è ancora conclusa.

Il voto del Parlamento non significa ancora che la legge entri in vigore. Come annunciato ancor prima del voto, ora dovranno essere esaminate quattro richieste presentate al Consiglio costituzionale. Il primo ministro Sébastien Lecornu, il Presidente del Senato Gérard Larcher e diversi gruppi parlamentari hanno chiesto al Consiglio di verificare la costituzionalità del testo. Se il testo verrà confermato, il Presidente della Repubblica potrà promulgarlo prima che i decreti attuativi ne specifichino i dettagli pratici di applicazione.   Ma già ora il dibattito non riguarda più solo il contenuto della legge; si estende anche alle condizioni in cui il Consiglio costituzionale sarà chiamato a pronunciarsi su di essa. In un articolo d’opinione pubblicato su Le Figaro, Jean-Éric Schoettl, ex Segretario generale del Consiglio costituzionale, richiama l’attenzione su una questione raramente dibattuta: quella dell’imparzialità oggettiva dei membri del Consiglio. Non basta che la giustizia sia imparziale; questa imparzialità deve anche essere visibile e ispirare fiducia.   Jean-Éric Schoettl sottolinea che diversi membri attuali del Consiglio costituzionale si erano espressi pubblicamente a favore della legalizzazione del suicidio assistito prima della loro nomina. Cita, in particolare, Alain Juppé, Jacques Mézard e Richard Ferrand, che avevano manifestato il loro sostegno a questa riforma. Al contrario, Philippe Bas si era pubblicamente opposto a una legislazione simile quando era senatore.   In definitiva, però, secondo padre Gresland, entrano in gioco alcune considerazioni piuttosto discutibili dal punto di vista etico:   «La legge proposta risponde anche a considerazioni utilitaristiche ed economiche. Una persona può essere sottoposta al suicidio assistito quando non è più utile. Gli anziani sono costosi, soprattutto durante l’ultimo anno di vita. È comprensibile che le compagnie di assicurazione sanitaria integrativa e i fondi pensione siano favorevoli al suicidio assistito. Ne intravedono un innegabile vantaggio finanziario».   Anche gli eredi ne trarranno un grande vantaggio: il testo richiederà che i contratti di assicurazione sulla vita coprano il rischio di morte in caso di suicidio assistito, come se non si trattasse di una morte richiesta e indotta, bensì di una morte naturale. Una menzogna colossale!

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La «licenza di uccidere» riassunta in 27 punti dall’ECLJ

Grégor Puppinck, direttore del Centro Europeo per il Diritto e la Giustizia (ECLJ), analizza la proposta di legge che crea una vera e propria «licenza di uccidere». Ha individuato meticolosamente ventisette gravi problemi:  
  1. È un unico medico a decidere sull’intera procedura di eutanasia (art. 5 e 6)
  2. La legge non prevede alcun requisito formale in merito all’espressione della volontà di morire; essa può essere formulata per iscritto o «con qualsiasi altro mezzo di espressione adeguato alle proprie capacità» (art. 5, III).
  3. In pratica, è sufficiente che il medico dichiari che la persona desidera morire. Non è richiesto alcun testimone per attestare la veridicità della richiesta di morire.
  4. In ogni caso, il medico incontra la persona interessata da sola (articoli 5, 6 e 7).
  5. Questo medico può incontrare la persona per la prima volta il giorno della «richiesta» di morte; non è necessariamente il medico curante (art. 5).
  6. L’eutanasia è possibile per le persone sottoposte a tutela e curatela, nonché per le persone la cui capacità di discernimento è compromessa (art. 5).
  7. È sufficiente che la capacità di discernimento non sia «gravemente» compromessa nel momento in cui la persona deve esprimere la propria richiesta di morte (art. 6, I).
  8. Non è esclusa dal procedimento la persona affetta da un grave disturbo mentale, come ad esempio una tendenza al suicidio (art. 4, par. 4).
  9. Non è necessario che il paziente si trovi in ​​fase terminale; una persona con ancora molti anni di vita da vivere può ottenere la morte (art. 4, par. 3).
  10. La persona non ha il «diritto» di ricevere cure palliative, che peraltro sono scarsamente disponibili.
  11. Il medico consulta due persone di sua scelta: un medico e un assistente medico o un operatore sanitario eventualmente posto sotto la sua autorità gerarchica (art. 6, II).
  12. La consultazione con queste due persone può avvenire tramite videoconferenza, anche senza aver incontrato il richiedente o verificato la realtà della sua richiesta di morte (art. 6, II).
  13. Anche se una persona sottoposta a tutela o curatela richiede un consulto con un parente, il medico può rifiutarlo (art. 6, II, par. 4).
  14. Il medico può prendere la decisione definitiva subito dopo la consultazione (art. 6, III).
  15. Il medico non è tenuto a visitare il richiedente una seconda volta (art. 6, IV e V).
  16. Il periodo di riflessione della persona è di soli due giorni dalla decisione del medico (art. 6, IV).
  17. L’intero processo può quindi essere completato in tre giorni.
  18. I familiari della persona non hanno il diritto di essere informati che è in corso una procedura di eutanasia (art. 6, II, par. 4 e art. 7).
  19. I parenti non hanno il diritto di impugnare in tribunale la decisione del medico (art. 12).
  20. Il medico o l’infermiere deve accertarsi che le persone vicine alla persona sottoposta a eutanasia non esercitino alcuna pressione per indurla a «rinunciare alla somministrazione della sostanza letale» (art. 9, I).
  21. La persona viene informata «delle modalità d’azione della sostanza letale» solo dopo aver confermato la propria richiesta di morire (art. 6, V).
  22. Gli obiettori di coscienza che rifiutano l’eutanasia sono tenuti a designare un altro medico che accetti di praticarla al loro posto (art. 14).
  23. Gli enti privati, in particolare quelli religiosi, anche se tutto il personale è obiettore di coscienza, sono obbligati ad accogliere le équipe mobili per l’eutanasia e ad accettare l’eutanasia dei propri residenti e pazienti, pena il perseguimento penale e sanzioni amministrative e pecuniarie (art. 14).
  24. Ai farmacisti viene negata la clausola di obiezione di coscienza e sono obbligati a preparare il veleno, pena sanzioni disciplinari (artt. 8 e 14).
  25. Tutti gli emendamenti volti a separare le procedure di eutanasia da quelle di prelievo di organi sono stati respinti (ad esempio, l’emendamento n. 547).
  26. Il «controllo» viene effettuato dopo il decesso sulla base delle sole informazioni trasmesse dal medico (art. 11 e 15).
  27. Il «controllo» è effettuato da una commissione composta da quattro membri provenienti da associazioni e professionisti delle scienze umane e sociali, nonché da due dottori e solo due giudici (art. 15, IV).
  28. L’intero costo della procedura, comprese le spese e la remunerazione, è coperto dalla Previdenza Sociale (art. 18).
  Inoltre, occorre tenere conto delle seguenti realtà:  
  • Il 10% dei francesi assume antidepressivi
  • Secondo la Società francese per le cure palliative (SFAP), un milione di francesi ne hanno diritto.
  • Circa venti reparti non dispongono di unità di cure palliative e meno della metà del fabbisogno di cure palliative viene attualmente soddisfatto. Inoltre, questa copertura diminuirà proporzionalmente all’invecchiamento della popolazione.
  • La legalizzazione della morte anticipata consentirebbe di risparmiare circa 1,4 miliardi di euro all’anno in costi sanitari, previdenziali e pensionistici (valutazione di Fondapol, 2025).

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I vescovi di Francia sono stati truffati ancora una volta

Poche ore dopo l’adozione definitiva del testo, la Conferenza episcopale francese ha pubblicato una dichiarazione in cui i vescovi ritengono che il 15 luglio 2026 «segna una grave rottura nella storia del nostro Paese».   Da diversi anni ormai, ricordano:   «Abbiamo partecipato con serietà e responsabilità al dibattito sui temi del fine vita, esprimendo le nostre convinzioni e dialogando con tutti. Attingendo alla secolare esperienza della Chiesa nell’accompagnamento dei malati, dei morenti e delle loro famiglie, abbiamo voluto condividere le nostre riflessioni sulla dignità di ogni vita umana».   Ma, ancora una volta, si sentono truffati:   «Il Presidente della Repubblica aveva annunciato un dibattito sereno, informato e rispettoso, ma è evidente che questioni politiche, ideologiche e senza dubbio anche economiche, mascherate da parole fuorvianti, hanno prevalso su questa ambizione».   È solo nell’ultima frase che compare il nome di Cristo, ben meno onorato della dignità umana e della fratellanza universale, tanto apprezzate fin dal Concilio:   «I cattolici di Francia continueranno, insieme a molti altri uomini e donne di buona volontà, credenti o meno, a servire la vita. Lo faranno animati dalla ferma speranza che il Vangelo dona loro, senza spirito di rassegnazione né di scontro, convinti che la grandezza di una società non sta mai nel dare la morte ai più vulnerabili, né nel permettere loro di togliersi la vita, ma, al contrario, nell’accompagnarli, attraverso una vera fraternità, fino alla fine. Perché Cristo, in cui credono, è venuto perché il mondo abbia la vita».   Tutto ciò impallidisce al confronto con il clamore della parte avversa. L’abate Gresland cita come esempio un vescovo ben più valoroso degli attuali vescovi francesi, osservando che:   «L’eutanasia, tuttavia, era caduta in disgrazia dopo i processi di Norimberga. Infatti, nella Germania nazista, esisteva un programma per lo sterminio dei disabili, l’Aktion T4, in vigore tra il 1940 e il 1941, che causò migliaia di vittime. Tra le voci che si levarono contro questo programma di eugenetica di massa attuato dallo Stato, la più forte e coraggiosa fu quella del vescovo di Münster, monsignor von Galen».   Questo illustre vescovo aveva previsto che una delle conseguenze dell’eutanasia sarebbe stata la brutalizzazione della società, persino all’interno delle famiglie: «Non si può immaginare la depravazione morale, la sfiducia universale che si diffonderà fino al cuore stesso della famiglia se il santo comandamento di Dio, “Non uccidere!”, che il nostro Creatore ha scritto nella coscienza dell’uomo, verrà violato, e la sua violazione tollerata e perpetrata impunemente!». Le sue parole contribuirono all’interruzione del programma nell’ottobre del 1941.   La conclusione è inevitabile: «Purtroppo gli attuali vescovi francesi sono incapaci di questo tipo di linguaggio. Con la loro solita debolezza, hanno espresso deplorevolmente le loro “riserve”, le loro “esitazioni” o le loro “preoccupazioni”».

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La Fondazione Jérôme Lejeune denuncia una società eugenetica

La Fondazione Jérôme Lejeune ha reagito con maggiore determinazione:   «A seguito del voto per la legalizzazione dell’eutanasia, la Fondazione Jérôme Lejeune annuncia la continuazione con assoluta forza e determinazione della lotta contro questa legge che sancisce la morte. In prima linea nella lotta contro l’eugenetica, la Fondazione include ora questa resistenza di lunga data all’eutanasia, che minaccia la vita dei più vulnerabili, tra le priorità della sua missione di advocacy».   Per la Fondazione Jérôme Lejeune, la legge sull’eutanasia segue la stessa logica di quella che, 50 anni fa, legalizzò l’aborto eugenetico, ovvero l’uccisione di bambini nell’utero materno fino al nono mese di gravidanza perché affetti da disabilità. Le prime vittime di questa nuova legge saranno tutte le persone vulnerabili, e in particolare quelle con disabilità intellettiva. La Fondazione denuncia una visione eugenetica della società, guidata da valori contrari basati su una falsa concezione di progresso, autonomia e libertà a fini utilitaristici.   Secondo Jean-Marie Le Méné, presidente di questa Fondazione:   «Il divieto di uccidere è un principio fondante della nostra civiltà. Ponendo la morte indotta al centro del nostro sistema sanitario, lo Stato abdica alle proprie responsabilità. Rinuncia alla sua missione primaria: proteggere i più vulnerabili. Questa è una profonda violazione del contratto sociale. I nostri politici hanno ancora una bussola morale? Contiamo sulla visita del Papa a Parigi a settembre per ribadire con forza le esigenze di questa morale naturale universale, che ci dice di non uccidere, rubare o mentire, e che quindi non riguarda solo i cattolici».  

L’Unione delle Famiglie contro una legge violenta

Per la Family Union, l’adozione di questa legge costituisce «un atto di violenza senza precedenti».   Violenza contro i malati, «a coloro ai quali la morte viene ora offerta più facilmente delle cure mediche. Sarà più rapido ottenere un’iniezione letale che un posto letto in un centro di cure palliative o un appuntamento in un centro per la gestione del dolore. Non garantendo a tutti i mezzi per vivere con dignità fino alla fine, la nostra società sceglie di rendere la morte accessibile».   Violenza contro gli operatori sanitari, quindi, «che si sono opposti in modo schiacciante a questo diritto al suicidio assistito, rifiutando questo tradimento del significato della loro professione. La morte non sarà mai cura, né tantomeno sostegno. La medicina si prende cura del paziente, lo cura, allevia la sua sofferenza e lo accompagna. L’eutanasia pone fine alla sua vita».   Violenza anche contro le famiglie, «il trauma generato da un suicidio è noto, e a questo si aggiungerà il rischio di profonde divisioni tra chi sapeva e chi non sapeva, tra chi verrà visto come colpevole di non averlo impedito e gli altri».   Infine, l’Unione denuncia le violenze perpetrate contro le istituzioni stesse:   «Raramente una riforma sociale ha incontrato un’opposizione politica così diffusa, compresi tre rifiuti da parte del Senato, l’opposizione di quasi 400 parlamentari durante l’iter legislativo e la sua approvazione finale con pochissimi voti di scarto, nonostante questo testo rappresenti un cambio di paradigma per tutti i pazienti e gli operatori sanitari». Ma la conseguenza più preoccupante risiede nella pressione morale che ora graverà sui più vulnerabili:   «Vale ancora la pena vivere la mia vita? Sono diventato un peso? I miei cari sarebbero liberati se accelerassi la mia morte? Sono troppo oneroso? Questa è l’ingiunzione che lo Stato e la società impongono oggi alla vita dei più vulnerabili tra i nostri concittadini. Una società dignitosa dovrebbe rispondere loro senza esitazione che hanno tutto il diritto di essere tra noi. Ora, invece, offre loro anche il suicidio come risposta».  

Alliance VITA continua la lotta

L’associazione Alliance VITA spera che il Consiglio costituzionale, quantomeno, riesca a limitare i danni:   «È improbabile che il Consiglio costituzionale abroga completamente il testo che apre la strada all’eutanasia e al suicidio assistito. Tuttavia, potrebbe abrogare alcune disposizioni, ad esempio l’obbligo per le strutture sanitarie di consentire l’eutanasia o il suicidio assistito nei propri locali. Potrebbe anche esprimere riserve in merito alla sua interpretazione».   Una volta promulgata la legge, è possibile un successivo controllo di costituzionalità : qualsiasi cittadino può presentare un «ricorso preliminare prioritario sulla costituzionalità» (QPC) nell’ambito di un contenzioso in corso, se ritiene che i propri diritti o libertà costituzionali siano stati violati.   Osserva che:   «L’annuncio dei rinvii al Consiglio costituzionale riflette i seri interrogativi e il disagio sollevati da questo testo, sia per quanto riguarda il suo contenuto sia per le condizioni della sua adozione».   Dal punto di vista formale, questo rinvio giunge al termine di un processo legislativo caratterizzato da persistenti divergenze, come dimostrano i successivi rigetti del testo da parte del Senato e il progressivo assottigliamento delle maggioranze nell’Assemblea nazionale con il progredire dei dibattiti.   In questo contesto, il principio di precauzione avrebbe dovuto indurre a rinviare l’adozione di questo progetto in assenza di consenso, soprattutto considerando che le disposizioni della legge Claeys-Leonetti non sono ancora pienamente attuate su tutto il territorio nazionale.

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I metodi della lobby anti-vita non sono cambiati

Dalla legalizzazione dell’aborto nel 1974, i metodi impiegati dagli oppositori della morale naturale sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Già nel 2007 (3), padre François Castel, nel tentativo di mettere in guardia contro l’eutanasia, aveva osservato che:   «Cominciamo presentando un disegno di legge all’Assemblea senza alcuna speranza di approvazione, ma semplicemente per conferire all’idea una certa legittimità e avviare il dibattito. Ci adoperiamo quindi per influenzare l’opinione pubblica diffondendo disinformazione, suggerendo che l’assenza di una legge che regoli questa pratica abbia conseguenze disastrose per la società; pubblicando manifesti di sedicenti autorità morali che si battono per la legalizzazione della pratica desiderata; e sensazionalizzando alcuni casi scelti per il loro impatto emotivo. Una volta raggiunto un consenso a favore di questa pratica, il disegno di legge viene ripresentato ai membri dell’Assemblea Nazionale, che lo approvano senza problemi».   Siamo qui. Contro l’insopportabile rappresentazione della sofferenza da parte dei nostri avversari, padre Denis Quigley (4) ci ricorda che è necessario presentare al mondo la vera nozione di dignità umana, così spesso fraintesa:   «Uno stato insopportabile di declino fisico e mentale causato dalla malattia non compromette il rispetto della dignità della persona e non conferisce a nessuno il diritto di morire. La dignità della persona umana, infatti, non si giudica dalle sue funzioni biologiche e non si perde con la diminuzione delle capacità fisiche. “La vita terrena trova il suo senso nella vita eterna”; anche sofferente o incosciente, la persona conserva la sua dignità di essere creato a immagine e somiglianza di Dio, la dignità di “essere di eternità”. Per questo, dice Pio XII (5), “il medico deve disprezzare qualsiasi suggerimento di sopprimere la vita, per quanto fragile e umanamente inutile essa possa apparire”».   Soprattutto, dobbiamo predicare, in ogni occasione opportuna e inopportuna, l’insegnamento di colui che è l’Autore della vita delle anime e dei corpi, Nostro Signore Gesù Cristo, che è l’unico che può darci la chiave per la sofferenza:   «La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ci insegna che la sofferenza offerta a Dio, in sottomissione alla Sua volontà, ha un grande valore ai Suoi occhi. Permette al malato di espiare gli errori della propria vita, redimendo i propri peccati. Uno degli scopi del sacramento dell’infermità è, inoltre, quello di aiutarlo a sopportare la sofferenza in questo stato d’animo, anziché cercare di sfuggirle a tutti i costi. La sofferenza può anche essere meravigliosamente feconda. Dio ce lo ha insegnato attraverso l’esempio di diversi santi, come Santa Rafqa (1832-1914)».   L’abate Gresland sottolinea che questo non è il momento del disfattismo, ma di una lotta strenua, ogni giorno che Dio ci concede di vivere quaggiù:   «I nemici di Dio vogliono plasmare la società secondo la propria visione. Tra questi, i fautori della morte inflitta portano avanti senza sosta la loro opera di propaganda ideologica. Dobbiamo prepararci ad affrontare il mondo dopo questa legge di morte: educare le nostre menti, rafforzare le nostre coscienze e rifiutare questa volontà di morte. Affinché al Giudizio Universale, quando alcuni sentiranno dire: “Ero malato e mi avete praticato l’eutanasia”, noi possiamo sentire dal Signore: “Ero malato e mi avete visitato”».   Se non per la terra, questa lotta porterà almeno frutto in Cielo. E solo questo durerà.   NOTE 1) Sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pio X, autore della serie di articoli «La legge sull'”aiuto a morire» pubblicata nei bollettini La Couronne de Marie n°145 e 147. 2) Discorso al Congresso dei Chirurghi, 24 febbraio 1957 3) https://laportelatine.org/formation/morale/bioethique/leglise-catholique-et-leuthanasie 4) https://laportelatine.org/spiritualite/quest-ce-que-leuthanasie-par-m-labbe-denis-quigley-novembre-2015 5) Ai medici chirurghi, 13 febbraio 1945.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Eutanasia

Medico serial killer, condannato per 15 omicidi, indagato per altri 70: continua la corsa mondiale degli «Angeli della Morte»

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Un medico tedesco specializzato in cure palliative è stato condannato all’ergastolo per aver ucciso almeno 15 dei suoi pazienti, mentre è ancora sotto inchiesta per oltre 70 altri decessi.

 

Un tribunale di Berlino ha condannato un uomo di 41 anni, identificato come Johannes M., per l’omicidio di 12 donne e tre uomini di età compresa tra i 25 e i 94 anni, avvenuto nell’arco di circa tre anni.

 

Secondo quanto riportato dal Courthouse News Service, la giudice Sylvia Busch ha descritto il medico come un «serial killer» in un caso «incomprensibile» e «straordinario». È sospettato di aver ucciso oltre 70 persone.

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L’uomo ha dichiarato in tribunale di ritenere di agire per il bene dei suoi pazienti, risparmiando loro «sofferenza e infermità». «Durante tutto questo periodo, ho pensato che questa fosse la cosa migliore per tutti», ha affermato.

 

Tuttavia, i pubblici ministeri hanno sostenuto che non avesse ucciso per un malinteso senso di compassione, bensì per una «sete di sangue», senza «alcun altro movente per uccidere queste persone se non l’atto stesso di uccidere».

 

Il tribunale ha accertato che l’uomo ha somministrato ai suoi pazienti un anestetico e un miorilassante che «paralizzavano i muscoli respiratori, provocando arresto respiratorio e morte nel giro di pochi minuti».

 

Secondo alcune fonti, avrebbe appiccato il fuoco agli appartamenti delle vittime almeno cinque volte per coprire gli omicidi. In tribunale è emerso che l’uomo ha ucciso due pazienti nello stesso giorno: l’8 luglio 2024 ha ucciso un uomo di 75 anni a Berlino e poche ore dopo ha ucciso una donna di 76 anni in un quartiere limitrofo.

 

All’inizio del processo, i parenti delle vittime hanno espresso il loro sgomento per i crimini del medico, come riportato dalla BBC. La madre della vittima più giovane, una donna di 25 anni, ha pianto per la perdita della figlia. «Non ha mai detto di non voler più vivere», ha affermato la madre.

 

Il figlio di una donna di 72 anni uccisa dal medico ha detto che sua madre aveva in programma di andare nel Mar Baltico con la sorella. «Mia madre voleva continuare a vivere», ha affermato.

 

Il 6 luglio, Johannes ha dichiarato in tribunale: «Sono disperato per me stesso». Ha affermato di aver compreso solo allora «la portata della sofferenza» che aveva causato e si è scusato, come riportato dal quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung.

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Johannes è solo l’ultimo sanitario tedesco condannato per «omicidio a scopo medico». L’infermiere Niels Hoegel è stato un assassino altrettanto prolifico, condannato all’ergastolo nel 2019 per aver ucciso 85 pazienti.

 

Alla fine dello scorso anno, un tribunale di Aquisgrana ha condannato un infermiere di cure palliative di 44 anni per 10 omicidi e 27 tentati omicidi, commessi mediante overdose di morfina, sedativi e altri farmaci, principalmente per ridurre il carico di lavoro durante i turni notturni, secondo quanto sostenuto dall’accusa.

 

I casi di questo tipo, tuttavia, non riguardano solo la Germania, sono un fenomeno globale che lascia intendere come la professione medica (al pari di quella militare in guerra, categorie a contatto diretto con la morte) sia di fatto infiltrata da quantità di assassini seriali con laurea medica o diploma infermieristico. Il termine criminologico con cui si etichetta questo tipo di assassini è quello di «angeli della morte».

 

La definizione è tratta dal soprannome con il quale è divenuto universalmente famoso il medico tedesco Josef Mengele (1911-1979), noto per la sua freddezza e per il potere di vita e di morte che aveva sugli internati del campo di concentramento nazista di Auschwitz. Gli angeli della morte sono praticamente l’unica categoria di assassini seriali le cui vittime non riflettono le loro preferenze sessuali: ciò li rende una categoria sui generis nell’ambito della criminologia dei serial killerri.

 

Le vittime degli angeli della morte sono i pazienti con i quali entrano in contatto. Spesso si tratta di persone in cattivo stato di salute, come anziani e malati cronici, oppure deboli, come neonati o bambini. Il modus operandi prevede in genere la somministrazione di farmaci o sostanze tossiche tramite iniezioni.

 

Negli Stati Uniti vi è stato il caso dell’infermiere Charles Cullen ha confessato decine di omicidi commessi tra il 1988 e il 2003 tramite la somministrazione deliberata di dosi letali di vari farmaci ospedalieri etc. Altro caso americano noto è quello di Kristen Gilbert, che utilizzava stimolanti cardiaci per indurre arresti nelle vittime.

 

Il medico di base britannico Harold Shipman, noto come «Dottor Morte», ha assassinato oltre 200 pazienti, principalmente anziani, utilizzando sostanze farmacologiche e falsificando testamenti, cartelle cliniche etc. Tra gli infermieri in Gran Bretagna si ricorda Beverley Allitt, che aggrediva i bambini nei reparti pediatrici manomettendo le terapie.

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Come riportato da Renovati 21, pochi anni fa si è avuto il caso di Lucy Letby, infermiera neonatale inglese che uccideva i bambini, totalizzando almeno sette vettime. La donna avrebbe tentato di ucciderne altri sei.

 

In Norvegia il direttore di una casa di cura, Arnfinn Nesset, è stato condannato per l’avvelenamento di 22 anziani tramite l’uso improprio di farmaci miorilassanti.

 

In Austria hanno operato i cosiddetti «Angeli di Lainz», quattro ausiliarie del reparto di terapia intensiva di Vienna che uccidevano i malati tramite diverse metodologie di violenza fisica e farmacologica.

 

In Italia si sono avuti diversi casi, con condanne definitive e pure un’assoluzione. Per il medico Leonardo Cazzaniga, ex vice-primario del pronto soccorso di Saronno, la condanna all’ergastolo è definitiva; la Corte di Cassazione ha confermato la pena per l’omicidio di diversi pazienti tramite il sovradosaggio di un cocktail letale di farmaci anestetici e sedativi. Nella storia entra anche l’amante Laura Taroni, infermiera nel medesimo ospedale di Saronno: tra i morti vi sono l’ex marito, la madre e il suocero, tutti morti a poca distanza di tempo nel medesimo nosocomio. La Cassazione nel 2022 la ha condannata a 30 anni.

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Nella vicenda dell’infermiera comasca Sonya Caleffi, arrestata nel 2004, sono state accertate 5 vittime e sospettate 18. Condannata a 20 anni, e non all’ergastolo come chiedevano i famigliari delle vittime, la donna è uscita di galera nel 2018. Il suo metodo di uccisione era l’embolia gassosa con iniezioni di aria.

 

La Cassazione confermò l’ergastolo per l’infermiere Angelo Stazzi, arrestato nel 2009 e ritenuto colpevole dell’omicidio di cinque anziani in una casa di riposo a Tivoli, provocato somministrando massicce dosi di insulina e psicofarmaci. Vi è, inoltre, l’omicidio di una donna, sua dopo una complessa altalena di sentenze riguardante i decessi all’ospedale. I giornali riportano che vittime sospettate sarebbero otto. Secondo quanto riportato, l’infermiere avrebbe ucciso anche il cane di uno dei pazienti della clinica.

 

Un altro caso recente di un’infermiera, dopo una complessa altalena di sentenze riguardante i decessi all’ospedale dove lavorava, è terminato con un’assoluzione definitiva perché il fatto non sussiste.

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Eutanasia

Il Parlamento francese approva il disegno di legge sul suicidio assistito

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La Camera bassa del Parlamento francese ha approvato una controversa legge sul suicidio assistito che consentirebbe ad alcuni adulti gravemente malati di richiedere un’iniezione letale. La legge è stata appoggiata dal presidente francese Emmanuel Macron, ma ha incontrato una forte opposizione da parte dei partiti conservatori e del clero cattolico.   L’Assemblea Nazionale, dominata da partiti di sinistra e progressisti, ha approvato il testo martedì con 295 voti favorevoli, 232 contrari e 35 astensioni. La France Insoumise, i Socialisti, i Verdi e i Comunisti hanno votato in larga maggioranza a favore, mentre il Rassemblement National e il gruppo della Destra Repubblicana hanno votato prevalentemente contro; diverse altre fazioni si sono divise sul voto.   Secondo il disegno di legge, il paziente deve avere almeno 18 anni, essere cittadino francese o residente legale, essere affetto da una malattia grave, incurabile e potenzialmente letale in fase avanzata o terminale, soffrire in modo refrattario alle cure o insopportabile ed essere in grado di esprimere una volontà libera e informata. Il medico consulterà un altro professionista, uno specialista e, se necessario, uno psichiatra; la decisione dovrà essere presa entro 15 giorni, seguiti da almeno due giorni di riflessione.

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Normalmente il paziente si autosomministrerebbe la sostanza letale prescritta dal medico. In caso di impossibilità fisica, un medico o un infermiere potrebbero farlo al posto suo, sebbene gli operatori sanitari potrebbero invocare la clausola di obiezione di coscienza; la sofferenza psicologica di per sé non sarebbe sufficiente, in quanto deve essere collegata alla malattia.   A gennaio, il disegno di legge è stato respinto dal Senato, a maggioranza conservatrice. Ora, il testo tornerà alla camera alta e, se le due camere rimarranno in una situazione di stallo, la decisione finale spetterà all’Assemblea, con un’altra votazione già fissata per il 15 luglio.   Il disegno di legge sul suicidio assistito gode da anni del sostegno di Macron, che lo ha descritto come un modo per «conciliare l’autonomia dell’individuo e la solidarietà della nazione» e una misura per aprire un «cammino di fraternità».   Yael Braun-Pivet, presidente dell’Assemblea nazionale, ha accolto con favore l’approvazione del disegno di legge, definendolo «il culmine di diversi anni di lavoro e di un approfondito dibattito pubblico, condotto con serietà, rispetto e dignità».   Jonathan Denis, presidente dell’Associazione per il diritto a morire con dignità, l’ha definita «un incredibile passo avanti per la democrazia sanitaria», sottolineando che la decisione finale spetterà al paziente.   Tuttavia, il deputato del Rassemblement National Christophe Bentz ha definito le misure di sicurezza «temporanee» e «fittizie», mentre la deputata della Republican Right Justine Gruet dei Républicains ha sostenuto che molti adulti vulnerabili potrebbero optare per il suicidio assistito semplicemente perché non ricevono le cure necessarie dai propri cari.   In vista del voto, i vertici cattolici hanno esortato i parlamentari a votare secondo coscienza piuttosto che secondo le linee di partito, avvertendo che il suicidio assistito legalizzerebbe l’eutanasia e il suicidio assistito e potrebbe portare persone vulnerabili a subire pressioni. Anche il cardinale Jean-Marc Aveline ha affermato che «donare la morte» non può adempiere al dovere di accompagnare la vita fino alla fine.

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L’introduzione dell’eutanasia in Francia era pienamente annunciata e attesa proprio per questa estate.   La legge, che ha avuto un travaglio durato anni. Tuttavia, in un episodio piuttosto rivelatore, nel novembre 2023, il presidente della Repubblica Emanuele Macron aveva visitato la loggia sede del Grande Oriente di Francia rassicurando i massoni riguardo alla questione eutanatica.   Con l’introduzione dell’eutanasia di Stato (chiamata in Canada MAiD, «assistenza medica alla morte), la provincia francofona canadese del Quebecco è divenuto leader mondiale eutanasico: il 7% di tutti i decessi sono stati assistiti dal punto di vista medico. Un altro primato è arrivato di conseguenza: quello della predazione degli organi, più che triplicata negli ultimi anni: in pratica, espiantano gli eutanatizzati (che morti non sono, se hanno il cuore che batte) per il traffico legale di organi. Medici quebecchesi ora vogliono estendere l’eutanasia anche ai neonati.   L’eutanasia sembra galoppare verso la legalizzazione in tutto il mondo. Una battuta di arresto, tuttavia, si è avuta in Iscozia quattro mesi fa, quando il Parlamento ha respinto 69 voti contro 57 il disegno di legge per legalizzare l’eutanasia nel Paese.  

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