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Il conflitto arabo-israeliano e le profezie sul «terzo tempio»

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo apparso su Ricognizioni precedentemente pubblicato dall’ Unione dei giornalisti ortodossi e già ripresa dal sito della Parrocchia Ortodossa di San Massimo di Torino

 

Un altro conflitto tra palestinesi ed ebrei richiama involontariamente alla mente le profezie sulla restaurazione del «terzo tempio» e sulla fine dei tempi di questo mondo.

 

Un altro conflitto militare tra ebrei e palestinesi è in corso in Israele. Ci sono anche scontri tra rappresentanti delle parti in conflitto, nei luoghi del mondo in cui vivono i loro sostenitori.

 

Noi siamo principalmente interessati alle conseguenze che questo conflitto può avere per i cristiani, e se ha qualcosa a che fare con le profezie sulla fine del mondo

(…) Noi siamo principalmente interessati alle conseguenze che questo conflitto può avere per i cristiani, e se ha qualcosa a che fare con le profezie sulla fine del mondo.

 

(…)

 

Il «terzo tempio»

Il conflitto arabo-israeliano sarebbe stato risolto molto tempo fa con la completa soddisfazione reciproca di tutte le parti, se queste parti fossero state guidate solo da interessi politici, economici, finanziari o altri interessi quotidiani. Ma l’interesse principale delle parti in questo conflitto è religioso.

 

L’interesse principale delle parti in questo conflitto è religioso

Gli ebrei vogliono costruire il «terzo tempio» nel punto in cui sono stati costruiti il ​​primo e il secondo tempio, di cui è rimasto solo il Muro del Pianto. Ma gli arabi non possono permettere loro di farlo, poiché oggi il terzo santuario più grande del mondo musulmano: la moschea Al-Aqsa, assieme alla Masjid Qubbat al-Sahra (Cupola della Roccia), si trova su questo sito. La Cupola della Roccia è un santuario musulmano costruito sulla Pietra di fondazione, il sito in cui si trovava il sancta sanctorum del Tempio di Gerusalemme.

 

È per questi santuari che si svolge la guerra tra ebrei e musulmani, che non può essere fermata da nessun negoziato o sforzo diplomatico. Può essere completata solo dalla vittoria militare finale di una delle parti.

 

Sebbene lo Stato israeliano a livello ufficiale non sollevi la questione della costruzione del «terzo tempio», questo argomento è attivamente promosso a livello di organizzazioni pubbliche, come «Naamaney har ha-bayt» (Zeloti del Monte del Tempio), o «Movimento per la costruzione del tempio». C’è anche il Mahon HaMikdash (Istituto del tempio), il cui personale sta lavorando per ricreare gli utensili e gli indumenti dei sacerdoti necessari per il servizio del tempio. Stanno anche cercando discendenti degli antichi cohanim (sacerdoti) e dei leviti, che potrebbero in futuro servire nel terzo tempio, se fosse costruito.

 

Gli ebrei vogliono costruire il «terzo tempio» nel punto in cui sono stati costruiti il ​​primo e il secondo tempio, di cui è rimasto solo il Muro del Pianto. Ma gli arabi non possono permettere loro di farlo, poiché oggi il terzo santuario più grande del mondo musulmano: la moschea Al-Aqsa, assieme alla Masjid Qubbat al-Sahra

Molti rabbini (sia antichi che moderni) credono che nulla possa liberare il popolo ebraico dalla responsabilità di costruire il tempio. Le opinioni sono divise solo nei dettagli: gli ebrei dovrebbero costruire il terzo tempio prima della venuta del Mashiach (il Messia atteso dagli ebrei, l’Anticristo per i cristiani), oppure questo Mashiach stesso costruirà il tempio quando verrà sulla terra? I sostenitori di quest’ultimo punto di vista affermano che la costruzione del tempio da parte del Mashiach sarà la prova della sua messianicità.

 

In ogni caso, a ogni nuovo aggravarsi del conflitto arabo-israeliano, riprendono con rinnovato vigore i colloqui sulle prospettive per la costruzione del terzo tempio. Tutti i tipi di analisti devono formulare ipotesi sul fatto che sia costruito o meno e, in caso affermativo, quando.

 

Nel 2000, il noto diplomatico sovietico e russo Vjacheslav Matuzov, presidente della Società per l’amicizia e la cooperazione commerciale con i paesi arabi, ha affermato che ai colloqui tra il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, il primo ministro israeliano Ehud Barak e il leader dell’Autorità palestinese Yasser Arafat a Camp David, ad Arafat è stato chiesto di decidere in ultima analisi la questione palestinese nel modo più vantaggioso per i palestinesi. In cambio, ad Arafat era richiesto solo di accettare le seguenti azioni: portare una potente fondazione in cemento armato sotto i santuari musulmani sul Monte del Tempio e sollevarli a una certa altezza da terra. Ciò renderebbe possibile la costruzione del «terzo tempio» senza distruggere la Moschea Al-Aqsa e la Cupola della Roccia. Arafat ha risposto con un rifiuto categorico, al termine del quale è iniziata la cosiddetta “seconda intifada palestinese”.

 

 

In quale tempio regnerà l’Anticristo?

È opinione diffusa nel cristianesimo che il restauro del tempio di Gerusalemme sia uno dei segni della venuta dell’Anticristo, poiché è in questo tempio che deve regnare. I sostenitori di questa opinione credono che ciò sia indicato dalle parole dell’apostolo Paolo: «Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio» (2 Ts 2:3-4).

Ai colloqui tra il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, il primo ministro israeliano Ehud Barak e il leader dell’Autorità palestinese Yasser Arafat a Camp David, ad Arafat è stato chiesto di decidere in ultima analisi la questione palestinese nel modo più vantaggioso per i palestinesi. In cambio, ad Arafat era richiesto solo di accettare le seguenti azioni: portare una potente fondazione in cemento armato sotto i santuari musulmani sul Monte del Tempio e sollevarli a una certa altezza da terra.

 

Queste parole implicano il tempio di Gerusalemme o qualcos’altro?

 

Molti santi Padri credono che il santo apostolo Paolo avesse in mente proprio il tempio di Gerusalemme.

 

«Nella chiesa di Dio – non la nostra, ma quella antica, quella ebraica» (san Giovanni Damasceno).

 

«È destinato a sedere nella chiesa di Dio. Quale chiesa? Nel tempio in rovina degli ebrei, piuttosto che in quello in cui ci troviamo ora. Perché diciamo questo? Che nessuno pensi che ci stiamo adulando. Se viene tra gli ebrei sotto il nome di Cristo e vuole che gli ebrei lo adorino, allora, per ingannarli di più, si prenderà cura in modo speciale del tempio, mostrando loro che lui, essendo della dinastia di Davide, vuole ricreare il tempio costruito da Salomone» (san Cirillo di Gerusalemme).

 

Ma questo non è l’unico punto di vista. Per esempio, il venerabile Efrem il Siro dice che qui si intende la Chiesa di Cristo, cioè la Chiesa ortodossa: «In questo modo apparirà e salirà nel tempio di Dio per sedersi all’interno della Chiesa di Dio. Disprezzerà e rifiuterà tutti i culti (falsi) per affascinare la Chiesa. Questo è il motivo per cui salirà nel tempio stesso di Dio per sedersi e mostrarsi come se fosse Dio. Come dimostrerà di essere un vero Dio? Oltre alla gloria e all’onore di cui sarà rivestito, lo dimostrerà ancora di più attraverso l’inimicizia contro le sette eretiche. Dal momento che non sarà incline a nessuna eresia, quindi, grazie al suo (finto) amore per i figli della Chiesa, farà loro pensare che li ama come veri (figli della Chiesa), e verrà al loro tempio e vi si insedierà, come nel tempio della verità, per mostrare che egli è Dio».

 

L’Anticristo «è destinato a sedere nella chiesa di Dio. Quale chiesa? Nel tempio in rovina degli ebrei, piuttosto che in quello in cui ci troviamo ora» (san Cirillo di Gerusalemme)

Il beato Agostino generalmente ammetteva che non c’è modo di determinare quale tempio sarà la sede dell’Anticristo: «Ma non si sa in quale tempio di Dio siederà: sulle rovine del tempio che fu costruito dal re Salomone (si veda 1 Re 6:1-38) o in una chiesa. L’apostolo non chiamerebbe tempio di Dio il tempio di qualche idolo o demone».

 

La maggior parte dei santi Padri ammise che l’Anticristo poteva sedere sia nel tempio di Gerusalemme che nelle chiese cristiane.

 

«Egli non condurrà all’idolatria, ma sarà un antagonista, rifiuterà tutti gli dei e comanderà a tutti di adorare se stesso invece di Dio. E siederà nel tempio di Dio – non solo a Gerusalemme, ma ovunque nelle chiese» (san Giovanni Crisostomo).

 

«Non è detto: nel tempio di Gerusalemme vero e proprio, ma semplicemente: nel tempio, in ogni tempio di Dio» (beato Teofilatto di Bulgaria).

 

Il beato Agostino generalmente ammetteva che non c’è modo di determinare quale tempio sarà la sede dell’Anticristo: «Ma non si sa in quale tempio di Dio siederà: sulle rovine del tempio che fu costruito dal re Salomone (si veda 1 Re 6:1-38) o in una chiesa. L’apostolo non chiamerebbe tempio di Dio il tempio di qualche idolo o demone»

San Teofane il Recluso, riassumendo le opinioni dei santi Padri, scrisse: «Ci sarà da qualche parte il luogo centrale dell’attività dell’Anticristo, e naturalmente ci sarà un certo momento in cui si manifesterà come tale. L’Apostolo si riferisce al tempio principale di quel luogo. In questo tempio siederà come un dio; e poi siederà in tale condizione anche in qualsiasi altro tempio che incontrerà di persona. O, forse, siederà personalmente in una chiesa, mentre in altre attesterà la sua seduta in qualche altro modo».

 

In considerazione dell’attuale aggravamento del conflitto arabo-israeliano, l’agenzia di stampa greca Vima orthodoxias ha pubblicato sul proprio sito web una citazione del venerabile Paissio del Monte Santo, recentemente canonizzato: «La distruzione della Moschea di Omar a Gerusalemme sarà un segno che l’adempimento delle profezie si avvicina. Sarà distrutta per ricostruire il tempio di Salomone, che si dice sia stato al suo posto. Nel tempio ricostruito, i sionisti alla fine proclameranno l’Anticristo come il Messia. Ho sentito che gli ebrei si stanno già preparando per la ricostruzione del tempio di Salomone».

 

Queste parole sono confermate dall’intero corso degli sviluppi in Medio Oriente, a partire dalla restaurazione di Israele come stato nel 1948. In effetti, tutto si sta lentamente ma inesorabilmente muovendo verso il fatto che il «terzo tempio» sarà comunque costruito nonostante la resistenza dell’intero mondo musulmano.

 

Tuttavia, dato che i santi Padri non sono pienamente d’accordo su questo argomento, non si può fare totale affidamento sul punto di vista del monaco Paisios e di altri padri che hanno espresso un’opinione simile, poiché questo può celare un grave pericolo. Consiste nel fatto che mentre aspettiamo la restaurazione del tempio di Gerusalemme e crediamo che senza questo l’Anticristo non verrà sulla terra, questi potrebbe benissimo venire e sedersi in un luogo completamente diverso. In altre parole, possiamo semplicemente «mancare il bersaglio».

Va ricordato che l’apostolo Paolo, che scrisse ai tessalonicesi che l’Anticristo «siederà nel tempio di Dio come Dio», scrisse anche che ogni cristiano è il tempio di Dio

 

Pertanto, è necessario prestare attenzione non solo al tempio in cui siederà l’Anticristo, ma anche all’intero complesso di profezie associate alla venuta della fine dei tempi. E, cosa più importante, va ricordato che l’apostolo Paolo, che scrisse ai tessalonicesi che l’Anticristo «siederà nel tempio di Dio come Dio», scrisse anche che ogni cristiano è il tempio di Dio: «O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?» (1 Cor 6:19).

 

E far entrare o meno l’Anticristo in questo tempio dipende solo da ciascuno di noi.

 

 

 

Articolo precedentemente apparso su Ricognizioni.

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Geopolitica

Lavrov: l’Europa ha perso l’occasione di mediare nel conflitto ucraino

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I Paesi europei hanno più volte disatteso gli accordi volti a risolvere il conflitto tra Russia e Ucraina, compromettendo così la loro credibilità come potenziali garanti di pace. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergejy Lavrov.

 

Mosca aveva già dichiarato che i funzionari europei non avrebbero preso parte ai prossimi colloqui di pace mediati dagli Stati Uniti ad Abu Dhabi.

 

Nel corso di una conferenza stampa a margine del vertice del G20 ad Atlanta, in Georgia, venerdì, Lavrov ha dichiarato che «gli europei vogliono inserirsi nel processo negoziale».

 

«Ciò che conta non è quello che vogliono gli europei, ma il valore aggiunto che possono effettivamente apportare».

Lavrov ha accusato i governi europei di non aver rispettato gli accordi volti a risolvere la crisi, a cominciare da quello del febbraio 2014 tra l’allora presidente ucraino Viktor Yanukovich e i leader dell’opposizione. Francia, Germania e Polonia contribuirono a mediare l’accordo, che avrebbe dovuto porre fine a mesi di proteste e scontri mortali a Kiev. Yanukovich fu deposto poco dopo, un evento che, secondo Mosca, spinse la Crimea a separarsi dall’Ucraina e ad unirsi alla Russia, scatenando al contempo una rivolta nel Donbass, regione a maggioranza russofona.

 

Secondo Lavrov, Francia e Germania non sono riuscite a garantire che l’Ucraina attuasse le riforme politiche e concedesse uno status speciale al Donbass in base agli accordi di Minsk del 2014-2015, che avevano contribuito a negoziare.

 

La presenza di Lavrov al vertice del G20 negli Stati Uniti ha suscitato l’ira dei diplomatici europei, molti dei quali avrebbero minacciato di boicottare la foto di gruppo. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul si era opposto a essere fotografato accanto a Lavrov, ma alla fine è stato immortalato nella stessa foto.

 

Lavrov è arrivato ad Atlanta, in Georgia, venerdì per l’incontro di due giorni che precede il vertice dei leader del G20 previsto per metà dicembre in Florida.

 

Il presidente statunitense Donald Trump ha espresso la speranza che il presidente russo Vladimir Putin partecipi al vertice, sebbene Mosca non abbia ancora deciso se accettare l’invito, stando a quanto riferito dal Cremlino.

 

La presenza di Lavrov alla riunione ministeriale si è rivelata particolarmente controversa per diverse delegazioni europee, che si sono opposte alla decisione di Washington di invitare funzionari russi.

 

«Non ci sarà nessuna foto di gruppo che ritragga i nostri partner europei insieme al signor Lavrov», ha dichiarato il Wadephul ai giornalisti, insistendo sul fatto che «dobbiamo evitare di inviare segnali visivi sbagliati».

Secondo diverse fonti mediatiche, il Segretario di Stato americano Marco Rubio avrebbe infine rinunciato alla tradizionale foto di gruppo dopo che i ministri degli esteri europei si sarebbero rifiutati di posare accanto a Lavrov e avrebbero minacciato di abbandonare la sala. Tuttavia, il ministro tedesco non è riuscito a evitare di apparire nella stessa inquadratura del suo omologo russo.

 

Una fotografia della prima sessione plenaria del G20, pubblicata venerdì su X dal corrispondente di DW Benjamin Alvarez, mostra Wadephul che lancia un’occhiata di sottecchi a Lavrov. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha colto al volo l’occasione, suggerendo in un post su Telegram che i giornalisti occidentali avessero ignorato le obiezioni del diplomatico tedesco fotografando i due ministri insieme. La Zakharova ha inoltre sottolineato che il Wadephullo stesso aveva richiesto un incontro dell’ultimo minuto con Lavrov a margine dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite appena un mese prima.

 

L’incontro è stato il primo tra i due dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. Lavrov ha poi definito la discussione deludente, affermando che la sua controparte tedesca si è limitata a ripetere le solite posizioni anti-russe di Berlino.

 

La controversia di Atlanta fa seguito alle precedenti obiezioni europee alla decisione di Washington di ripristinare la partecipazione della Russia ai vertici del G20. Quando il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha partecipato ai colloqui del G20 alla fine di agosto, diventando il primo ministro delle Finanze russo a farlo dal 2022, Trump ha difeso l’approccio della sua amministrazione.

 

«Ci piace andare d’accordo con tutti. Uno dei motivi del mio successo è che vado d’accordo con tutti», disse all’epoca il presidente degli Stati Uniti.

 

Lavrov ha partecipato per l’ultima volta a una riunione ministeriale del G20 nel settembre 2025, a margine dell’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Nonostante gli sforzi occidentali per isolare diplomaticamente Mosca, ha mantenuto un’agenda internazionale fitta di impegni, tra cui visite ufficiali in diversi paesi africani e asiatici.

 

L’ultimo incontro si svolge inoltre in vista del quarto round di negoziati trilaterali mediati dagli Stati Uniti, che coinvolgeranno Russia, Ucraina e Stati Uniti e che dovrebbe tenersi il mese prossimo.

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Yuri Ushakov, collaboratore del Cremlino, ha dichiarato mercoledì che i rappresentanti europei saranno esclusi dai colloqui, nonostante i loro sforzi per ottenere un posto al tavolo negoziale.

 

L’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e l’ex presidente francese François Hollande hanno riconosciuto, in interviste separate rilasciate nel dicembre 2022, che gli accordi avevano dato all’Ucraina il tempo di rafforzare le proprie forze armate. Mosca ha citato le loro dichiarazioni come prova del fatto che i governi occidentali non avevano mai avuto intenzione di attuare gli accordi in buona fede.

 

Lavrov ha anche citato il vertice di Parigi del dicembre 2019, dove i leader di Russia, Ucraina, Francia e Germania hanno ribadito il loro impegno ad attuare gli accordi di Minsk. Il processo diplomatico, tuttavia, non è riuscito a produrre una soluzione duratura.

 

«Negli ultimi 12 anni hanno avuto più che sufficienti opportunità. Con i loro fatti, hanno dimostrato che il loro curriculum non può essere ignorato la prossima volta che cercheranno di agire come ‘garanti’», ha affermato Lavrov.

 

Le sue dichiarazioni sono seguite a una rara conversazione telefonica avvenuta martedì tra il presidente russo Vladimir Putin, il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store. La telefonata di 90 minuti, incentrata sul conflitto in Ucraina e sui prossimi negoziati di pace, ha suscitato critiche da parte di diversi leader europei. La prima ministra danese Mette Frederiksen ha affermato che l’iniziativa non era stata coordinata con gli altri paesi europei; il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha dichiarato di non essere stato informato in anticipo.

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Putin ha accolto con favore il contatto, descrivendolo come un passo verso l’instaurazione di «una sorta di dialogo costruttivo».

 

Lavrov ha partecipato alla riunione dei ministri degli Esteri del G20 ad Atlanta su invito degli Stati Uniti, nonostante le obiezioni di alcuni governi europei alla partecipazione della Russia. Anche il presidente statunitense Donald Trump ha invitato Putin al vertice dei leader del G20 previsto per dicembre a Miami.

 

L’opposizione europea alla partecipazione della Russia è stata evidente venerdì, quando la tradizionale foto di gruppo del G20 è stata annullata dopo che diversi diplomatici europei si sono opposti a posare accanto a Lavrov.

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

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Rubio: Trump non ha ancora deciso se effettuare nuovi attacchi contro l’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha ancora deciso se colpire nuovamente l’Iran, nonostante i colloqui di pace siano ancora in una fase di stallo, ha dichiarato sabato il segretario di Stato americano Marco Rubio.   «Possiamo raggiungere gli obiettivi militari se ci impegniamo», ha dichiarato Rubio ai giornalisti durante una conferenza stampa ad Atlanta, in Georgia, dove ospitava i ministri degli esteri del G20 per una riunione di due giorni.   Tuttavia, ha sottolineato che Trump «non ha preso una decisione» su ulteriori azioni militari, in un contesto di notizie secondo cui Washington potrebbe riprendere gli attacchi dopo le elezioni di metà mandato statunitensi di martedì.   «Non ho alcun annuncio da farvi oggi a riguardo, e non prendiamo la questione alla leggera», ha detto Rubio. Il segretario ha accusato Teheran di prendere di mira «attivamente e apertamente» navi mercantili, ma ha sottolineato che Trump preferisce una soluzione diplomatica. Si è rifiutato di valutare lo stato di avanzamento dei negoziati o di fornire una tempistica per un possibile accordo.   «Non intendo descrivere i progressi di questi colloqui né le tempistiche previste, se non per dire che, qualora si giungesse a una soluzione diplomatica, saremmo aperti ad essa», ha affermato Rubio.   Le sue dichiarazioni sono giunte mentre i negoziatori iraniani tenevano colloqui con i mediatori del Qatar a Doha sabato, nel tentativo di prevenire una ripresa delle ostilità, ha riferito Reuters, citando una fonte a conoscenza delle discussioni.   L’incontro ha fatto seguito a oltre 12 ore di negoziati tra funzionari iraniani e qatariani a Teheran, venerdì. Secondo la fonte, gli sforzi diplomatici sono stati coordinati attraverso contatti regolari con Washington.   Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato sabato ad Al Jazeera che Teheran ha esaminato una lettera del vicepresidente statunitense JD Vance e ha descritto il tentativo di Washington di riaprire il dialogo come un «passo positivo».   «Il mio collaboratore si trova attualmente in Qatar per proseguire le consultazioni», ha dichiarato Araghchi, confermando la partecipazione di una delegazione iraniana agli sforzi di mediazione.   La lettera, presumibilmente inviata a un alto funzionario della sicurezza iraniana all’inizio di questa settimana, è stata interpretata come un tentativo di esplorare la possibilità di riavviare i negoziati. Trump, tuttavia, ne ha minimizzato l’importanza, affermando di aver autorizzato discussioni riguardanti la fornitura di materiale medico all’Iran.   Secondo Reuters, il Qatar ha proposto un piano di sette giorni che prevede misure reciproche di rafforzamento della fiducia tra Washington e Teheran in vista di negoziati di pace più ampi. I funzionari iraniani avrebbero ritenuto la proposta insoddisfacente. Teheran ha invece proposto un proprio piano, che richiederebbe a Washington di revocare il blocco dei porti iraniani, sbloccare i beni congelati e approvare un accordo di navigazione sostenuto dall’Iran attraverso lo Stretto di Hormuz prima che la strategica via navigabile possa essere riaperta.   Nel frattempo, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha messo in guardia Washington e Israele dal lanciare ulteriori attacchi, ordinando alle forze armate del Paese di prepararsi a una risposta immediata.   In una dichiarazione pubblicata sabato dal suo ufficio, Khamenei ha richiesto la «massima deterrenza» attraverso la preparazione a «una risposta immediata ed efficace, senza limitazioni geografiche» qualora il Paese venisse nuovamente attaccato.   Trump, che insieme a Israele ha lanciato la campagna militare contro l’Iran a febbraio, ha ripetutamente suggerito che Washington potrebbe riprendere gli attacchi. Di recente ha affermato di stare valutando se «dare il colpo di grazia», alimentando le speculazioni su una ripresa delle azioni militari dopo le elezioni di metà mandato statunitensi.

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Putin racconta la telefonata con i vertici di Finlandia e Norvegia

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Il presidente russo Vladimiro Putin ha dichiarato di aver accolto con favore la rara telefonata dei leader di Finlandia e Norvegia, aggiungendo che Mosca ha sempre sostenuto gli sforzi per normalizzare le relazioni con i Paesi europei. Lo riporta la stampa russa.

 

Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store hanno parlato con Putin martedì, rompendo con la prassi consolidata tra i leader europei di evitare contatti diretti con Mosca dall’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022. L’iniziativa ha suscitato critiche da parte della prima ministra danese Mette Frederiksen, che ne ha messo in dubbio l’efficacia e ha affermato che non era coordinata con i partner europei.

 

In una conferenza stampa al Cremlino giovedì, Putin ha affermato di accogliere con favore il dialogo con i Paesi occidentali, nonostante il loro sostegno militare all’Ucraina e le sanzioni imposte alla Russia.

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«Credo che sia stata la cosa giusta da fare. Dopotutto, in Europa ci sono persone che, a differenza di altre, non vogliono infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia, ma desiderano invece instaurare una sorta di dialogo costruttivo», ha affermato, aggiungendo che la Russia sosterrà «qualsiasi iniziativa volta a ripristinare relazioni complete e a pieno titolo» con i paesi europei, sia attraverso l’UE che su base bilaterale.

 

Putin ha ribadito che la Russia non cerca un conflitto più ampio con l’UE o la NATO. «Non vogliamo alcuna guerra con l’Europa. Se alcuni di loro la desiderano, che si preparino. Ma non hanno raggiunto il loro obiettivo di infliggere una ‘sconfitta strategica’ alla Russia, ed è improbabile che ciò sia possibile entro il 2030», ha affermato.

 

«E se le cose dovessero spingersi troppo oltre, non ci sarebbero vincitori. Che nessuno lo dimentichi».

 

I leader di Norvegia e Finlandia hanno dichiarato di voler trasmettere messaggi direttamente a Putin «riguardo ai futuri negoziati per contribuire a porre fine alla guerra», in vista dei colloqui tra Russia e Ucraina mediati dagli Stati Uniti, che dovrebbero tenersi ad Abu Dhabi a breve. Hanno descritto la conversazione come un seguito al loro incontro con il leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj a Oslo il 20 ottobre.

 

La Norvegia e il Cremlino hanno contestato un articolo del Financial Times secondo cui Putin avrebbe trascorso gran parte della telefonata a impartire lezioni ai suoi interlocutori sulla storia russa e slava.

 

Stubb ha coltivato uno stretto rapporto con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con il quale ha discusso frequentemente del conflitto in Ucraina, guadagnandosi il soprannome di «uomo che sussurra a Trump» da parte dei media.

 

Il leader finlandese ha ricordato la lunga esperienza del suo Paese nei rapporti con la Russia. La Finlandia condivide un confine di 1.340 chilometri con il suo vicino orientale e ha mantenuto relazioni pacifiche, seppur a volte tese, con Mosca durante tutta la Guerra Fredda.

 

La telefonata è giunta in un clima di crescente tensione tra Kiev e Washington, dopo che Trump ha revocato le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo e successivamente ha sospeso ulteriori restrizioni a seguito del rifiuto di Zelensky di interrompere gli scioperi nelle raffinerie di petrolio russe, che Trump ha indicato come causa dell’impennata dei prezzi del carburante.

 

Mosca ha accusato i leader europei di sabotare i colloqui di pace con l’Ucraina previsti per il 2022 e di cercare di minare gli sforzi in corso di Trump per raggiungere un accordo.

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