Pensiero
Ebrei, musulmani… ma chi davvero deve custodire la Terra Santa?
Oramai una diecina di anni fa fui, come tutti, sorpreso dall’ascesa inarrestabile dell’ISIS. I suoi miliziani neri si erano presi un pezzo enorme del territorio della regione, non badando ai confini imposti dagli accordi Sykes-Picot (cioè la progettazione del Medio Oriente spartito tra francesi e britannici) né a quelli dei nazionalismi successivi.
In nome della religione, l’ISIS si era presa tutto, e, se ricordate, minacciava perfino di marciare su Baghdad (che, a occhio, aveva pure qualche soldato americano ancora dentro). L’espansione del movimento terrorista pareva indisturbata, con uno zelo ed un entusiasmo che impressionavano il mondo, specialmente i ragazzi musulmani europei di seconda o terza generazione, che fioccarono in massa a combattere in Siria e Iraq.
Giovani dalla Francia, dal Gran Bretagna, dalla Germania, dall’Italia, perfino dagli USA migrarono in massa verso le schiere che stavano costruendo, al centro dell’Asia, uno Stato teocratico, un vero Stato Islamico, retto da un fondamentalismo non possibile nemmeno per il Regno Saudita, dove vige la monarchia e gli interessi di equilibrio globale dei petroli.
Assistevamo, in diretta, alla creazione di uno Stato basato sulla religione e nient’altro. Un’idea che sembrava stesse vincendo su ogni fronte. Il Califfato avanzava nel territorio così come nella mente del mondo.
La mappa rimandava le dimensioni di questa enorme nuova entità politica. Lo Stato Islamico era una massa nera pronta ad espandersi in tutta l’area.
Guardando la cartina, tuttavia, mi era sorto un pensiero. Lo Stato Islamico di fatto stava sorgendo accanto ad un altro Stato fondato, secondo la definizione, sulla religione: lo Stato Ebraico. Lo Stato Islamico e lo Stato ebraico stavano a pochi chilometri di distanza, anzi per alcune mappe, che assegnavano all’ISIS il controllo delle aree di Tasil e Jamlah a ridosso della zona del Lago di Tiberiade, erano Paesi confinanti.
Lo Stato Islamico confinava con lo Stato Ebraico – e non solo geograficamente. Due grandi monoteismi millenari avevano quindi la loro proiezione politica definitiva, uno Stato retto sulla religione.
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Nella mente di chi guardava la cartina, tuttavia, poteva emergere una domanda imprevista: Stato Islamico, Stato Ebraico… e lo Stato Cristiano?
Perché non c’è, nell’area, uno Stato Cristiano? In fondo, si tratta dei luoghi dove, secondo quanto credono i cristiani, Dio è sceso sulla Terra per 33 anni. Sono gli spazi in cui, in seguito all’incarnazione, i cristiani hanno cominciato ad operare, mettendo radici che sono resistite per millenni, nonostante le ondate islamiche, nonostante il deserto. Pensiamo alla comunità cristiana irachena: erano centinaia di migliaia di persone, ora nel Paese, dopo la guerra genocida dei neocon, forse ne è rimasto, se va bene, qualche migliaio.
Il territorio più sacro per quella che sarebbe la prima religione mondiale non ha visto nascere un’entità che ne protegga lo status di spazio sacrale.
Curioso: i potentati globali lo Stato Ebraico lo hanno lasciato fare, anzi, ne hanno promosso la formazione. Lo Stato Islamico, parimenti, hanno lasciato che lo edificassero rapidamente. Lo Stato Cristiano no, mai: non è neppure nel menu. È inconcepibile. È innominabile. O meglio, lo è oggi.
Vi è stato un tempo in cui, invece, i cristiani si mossero per creare Stati che proteggessero la Terra Santa: gli Stati Crociati, territori retti dai cristiani europei. Il Principato di Antiochia (1098-1268), la Contea di Edessa (1098-1149), la Contea di Tripoli (1104-1289), e poi, soprattutto, il Regno di Gerusalemme (1099-1291).
Il lettore avrà capito che ci stiamo inoltrati in una dimensione innominabile per il mondo moderno, quella delle Crociate. Ossia quell’enorme movimento della Cristianità per difendere materialmente le sue radici.
Potete immaginare la città Santa con le sue mura, dove però si parlava italiano, l’antico francese (la lingua franca) e altre lingue europee (più un po’ di greco ed arabo, per le classi più basse). Pensate all’Europa proiettata, sovrimpressa, in questa terra orientale: il sistema feudale, le chiese, pure una sorta di Parlamento (l’Alta Corte di Gerusalemme, costituita dalle famiglie nobili residenti in città).
Insomma: dove ore sorge lo Stato Ebraico, e dove Hamas vuole creare uno Stato musulmano basato sulla sharia, si ergeva lo Stato Cristiano, senza bisogno di chiedere scusa a chicchessia. E senza genocidi di sorta: i re cattolici non sterminarono i musulmani, e anzi li inclusero nel sistema feudale. Considerando la diversity dell’epoca – cattolici, ortodossi, ebrei, musulmani, drusi; europei e levantini, nordici e mediterranei – qualcuno potrebbe addirittura arrivare a pensare che gli Stati Crociati offrano un possibile esempio di coesistenza fra i popoli.
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Del resto, rispetto alle altre religioni abramitiche, i cristiani hanno un concetto totalmente diverso dell’essere umano e del suo spirito. L’ebraismo si trasmette, secondo quanto si dice, matrilinearmente: sei ebreo se è ebrea tua madre, tua nonna materna, la tua bisnonna, trisavola, etc. La conversione all’ebraismo di un goy, un non-ebreo, è ancora oggi per alcuni oggetto di dibattito. L’Islam prevede invece la conversione a fil di spada: la conquista militare è il presupposto della sottomissione delle popolazioni all’Islam, pena il divenire dhimmi, cittadini non islamici che hanno status diverso e pagano tasse supplementari.
Il cristianesimo non ha niente di tutto questo. La conversione a Cristo può avvenire solo nel cuore del singolo, non può essere imposta in alcun modo. Secondo alcuni, questo è l’aspetto che ha reso l’Occidente profondamente differente dall’Oriente: l’individuo, l’uomo e la sua interiorità, hanno preminenza sul foro esterno, hanno agenzia – l’uomo fa ciò che viene dal suo profondo, che è sacro ed inviolabile.
Chi accetta Cristo, quindi, accetta il suo ordine fin dentro se stesso, e di qui discende l’armonia sociale che in alcune parti del mondo si può ancora avvertire. Lo notarono, centinaia di anni fa, i messi imperiali cinesi mandati in Occidente a studiarne la società. Nella loro relazione rivelavano il loro infinito stupore davanti al fatto che ad Ovest gli uomini obbedivano ai re cattolici non perché ne avessero paura, né per l’inerzia della tradizione, ma perché avevano accolto nel cuore la religione cattolica.
Il cristianesimo non discrimina, nemmeno coloro che hanno altre fedi. Le Scritture sono piene di episodi di samaritani e centurioni che – uomini di buona volontà – operano il bene. La porta della conversione è sempre aperta, a chiunque nel profondo realizzi, e accetti, la Signoria di Cristo. E cioè, l’amore di Dio per l’uomo.
Lo Stato Cristiano, quindi, non può che essere benevolo. Non può che amare l’essere umano.
È proprio per questo, quindi, che esso è proibito. E proprio per questo che esso è stato reso un tabù, è stato infilato nella categoria dell’impensabile, dell’irricevibile.
Se il mondo moderno è sorretto da potenze di morte, che propalano una cultura che odia Dio e l’uomo sua immagine, come può mai tollerare l’esistenza di uno Stato Cristiano?
Gli ultimi secoli di storia, in realtà, sono stati la storia dell’attacco totale allo Stato Cristiano in ogni sua forma. La Rivoluzione Francese, che ci fanno studiare a scuola, è la sua prima vera decapitazione. Partita nell’anno della morte di un Santo Papa che aveva ricostituito il codice sorgente della Cristianità, la Prima Guerra Mondiale, lo abbiamo già scritto, può essere considerata lo strumento per distruggere ciò che rimaneva dell’Europa cristiana, ossia l’Austria asburgica, che formalmente costituiva ancora il Sacro Romano Impero.
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Il resto del Novecento, e gli anni che stiamo vivendo, altro non sono che la liquidazione in varie fasi di ogni cristianità politica. La Seconda Guerra Mondiale ha piazzato a capo di vari Paesi europei partiti cosiddetti di «democrazia cristiana»: una contradictio in adjecto, una manticora politologica (il cristianesimo compatibile con la democrazia liberale? Ma quando mai?) ingegnerizzata dagli angloamericani lavorandosi, nei loro avamposti massonici d’oltreoceano, Jacques Maritain e compagni.
Poi, il Concilio Vaticano II ha accelerato l’opera: è la chiesa stessa che ora parla di «laicità dello Stato», e quindi che accetta la disintegrazione dello Stato Cristiano sin nella sua idea fondativa, che è quella di un mondo retto dalla figura di Cristo, di una società in cui Cristo è re.
Non è rimasto nulla di cristiano, in nessuno Stato occidentale. Pensate alle monarchie europee, pensate ai re cattolici con le loro famiglie, quelli che ai funerali dei papa fanno sedere ancora davanti a presidenti: nel Regno di Spagna salvano i cani e discutono di uccidere i disabili, nel Regno del Belgio eutanatizzano i bambini. Questo è ciò che rimane dell’aristocrazia europea, che senza Cristo viene trasformata, come tutto il resto, in un orpello della macchina di morte.
Abbiamo anche noi un piccolo episodio del tabù da offrire: un comune italiano, retto dagli eredi del partito che voleva rivoltare il Paese con la dittatura del proletariato, paventò di non dare a Renovatio 21, una sala per una conferenza su un grande scandalo che riguardava quel territorio, anche se a chiederla era un consigliere dello stesso comune. Dissero che, leggendo nel sito, avevano visto che si parlava di «Stato Cristiano». Tale pensiero, a quanto sembra, non poteva essere accettato, era forse da ritenersi sovversivo.
Qualcuno può pensare che avessero ragione: cosa c’è di più sovversivo, odiernamente, di un sistema che vuole la prosperità dell’uomo e non la sua sottomissione, la sua umiliazione e la sua morte?
Cosa è più «rivoluzionario» di un ente che ama l’umanità invece che tentare di distruggerla? Cosa è più pericoloso per i signori del mondo?
L’ora presente lo dimostra: lo Stato Ebraico si può fare, lo Stato Islamico pure. Lo Stato Cristiano, no. Perché, e questo è il segreto dello Stato moderno, esso esiste solo in quanto anticristiano. Lo Stato anticristiano è l’unica opzione possibile che ci dà il mondo moderno. Tutto il resto è sfumatura.
Torniamo, infine, a guardare la Terra Santa, e ad interrogarci su questo massacro ebraico-musulmano nella Terra di Cristo.
Chiediamo al lettore, quindi: chi davvero dovrebbe regnare su Gerusalemme, e sul mondo intero?
Chi davvero ha a cuore la pace, e gli esseri umani?
Cosa stanno facendo mancare dalla mappa, e da troppo tempo?
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Il cardinale Ruini muore. La devastazione neodemocristiana resta
È morto il cardinale Camillo Ruini, il grande architetto dell’evanescente presenza cattolica in politica dopo Tangentopoli. Parce sepulto: noi però non faremo il coccodrillo. Perché la catastrofe provocata dai suoi disegni è qui dinanzi a noi, e colpisce che siano così pochi a vederla.
Ruini era piena espressione del potere wojtylano: è il papa polacco che nel 1986 lo nomina segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana; mentre la politica italiana è in subbuglio a causa di una maxioperazione giudiziaria (probabilmente diretta dall’estero…) contro i maggiori partiti, in primis quella Democrazia Cristiana sponda del Vaticano almeno da Paolo VI, don Camillo viene creato cardinale: era evidente che il vertice del Sacro Palazzo aveva una missione precisa.
Di fatto, il cardinale sembra investito del compito di riformulare la presenza cattolica (cioè, legata alla Conferenza Episcopale Italiana) in politica dopo la morte della Balena Bianca; nasce così quella che si può chiamare la «dottrina Ruini». L’ex presidente della CEI reagì alla dissoluzione della DC immaginando di orchestrare la diaspora dei superstiti come un’operazione di infiltrazione capillare in tutti i partiti. Ex democristiani si ritrovarono così nel PPI, CCD, UDR, UDEUR, CDU, e poi in Forza Italia, in AN, Margherita, PDS, DS, PD, PDL, Scelta Civica, insomma in tutte le metamorfosi dell’italico teatrino politico.
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Dobbiamo alla dottrina Ruini la meteorica visione di figure non sempre memorabilissime della diaspora DC come Franco Marini, Pierluigi Castagnetti, Dario Franceschini, Enrico Letta, Rosy Bindi, Sergio Mattarella, Maurizio Lupi, Renato Schifani, Roberto Formigoni, Bruno Tabacci, Angelino Alfano, Clemente Mastella, Romano Prodi. I «cattolici» sono ovunque, ma c’è da chiedersi, viste le scelte su aborto, omotransessualismo e provetta, se siano ancora cattolici.
Poco importa: il progetto politico ruiniano dà ben presto segni di fallimento: i profughi democristiani che avevano rifiutato berlusconi, anche solo in un secondo tempo, finiscono accorpati sempre più nel partito-contenitore della sinistra, con addentellati profondi nello Stato permanente, il PD. Sarebbe ingiusto dire che il PD è sempre stato a trazione dei figli del PCI: perché nel frattempo esso era divenuto quello che il filosofo Augusto del Noce chiamava il «Partito Radicale di Massa», una formazione che, privata della sua ideologia socialista, in apparenza sembra interessarsi solo della perversione dei costumi: ecco l’omotransessualizzazione legalizzata, ecco l’immigrazionismo calergista più sfacciato, ecco l’aborto come grande sacramento della repubblica. Il partito, ricordiamo, nasce con Togliatti e finisce ora con Elly Schlein.
In pratica, la dottrina Ruini ha preso una parte dei politici cristiani e l’ha omotransessualizzata, calergizzata, abortificata. Ma anche a destra le cose, per la grande architettura del cardinale, si mettevano maluccio.
Con l’irreversibile tramonto di Berlusconi, Ruini corre ai ripari. Nel 2012 attraverso l’operazione denominata «Convegno di Todi,» la CEI suggellò un patto con i banchieri e certi potentati industriali, oltre che con il demi-monde catto-umanitario di Riccardi (poi ministro della cooperazione) e di Sant’Egidio. Ne emerse il partito di Monti – dove il più cattolico era Lorenzo Dellai che importò la pillola abortiva RU486 nel Trentino – che però alle elezioni nessuno votò. Scelta Civica è un partito di plastica biodegradabile – Sciolta Civica, dicevan i maligni: i suoi membri, alcuni più «laici» (cioè, avete capito) che cattolici, finiscono riassorbiti altrove, a partire dal PD. Bel lavoro.
È stato a questo punto che Ruini deve aver compreso che la reversione della sua dottrina (i cattolici annacquati in tutti i partiti) doveva essere totale: tutti i «cattolici» (parimenti annacquati, «adulti») in un solo partito. Per questa nuova realtà politica di agglutinazione neodemocristiana serviva una base di partenza: fu preparata facendo scindere il PDL e ottenendo il NCD, che già dalla sigla pareva una delle tante sigle citate sopra. Era la grande ammucchiata di centro risucchia tutto, tanto che rispuntò persino il Pierferdi Casini (torna la vecchia satira di Neri Marcorè: «vieni anche tu nel grande centro. La politica è una cosa sporca, facciamola insieme»). Insomma, sono le prove generali per il ritorno di un unico «partito dei cattolici». Il ritorno della DC, con tutta la serqua di compromessi assassini del caso.
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Anche il NCD non sopravvive al voto popolare: con la tornata 2018 gli elettori spazzano via l’ennesimo disegno neodemocristiano, al punto che, per poco, abbiamo esultato pensando che non avremmo mai più rivisto in politica figure come quella di Eugenia Roccella. E invece: nel 2022, come niente fosse, ritorna dalla porta principale con il partito della Meloni, e viene fatta subito ministro della famiglia. Perché?
Per anni abbiamo avuto la chiara impressione che nell’invenzione del fenomeno Roccella abbia avuto un suo ruolo il Ruini. Dopo la fase giovanile di attivista del Partito Radicale in cui scriveva manuali per l’aborto domestico (Aborto facciamolo da noi, Napoleone editore, 1975), l’unico picco di carriera degno di nota fu il referendum del 2005 sulla legge 40, per il quale scrisse vari articoli in linea col cardinale Ruini e dei vescovi italiani, che era quello di disertare il referendum, che infatti non raggiunse il quorum: vinse l’astensione. Con un certo contorto paternalismo, il cardinale si lasciò scappare «sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano».
Pochi anni dopo, ci ritroviamo la Roccella portavoce del Family Day con il catto-sindacalista Savino Pezzotta, per poi essere eletta per la prima volta tra le fila berlusconiane nel 2008. È facile chiedersi quali poteri potesse portare la Roccella all’interno del partito del Cavaliere, non ancora caduto in disgrazia.
A livello popolare seguì, negli anni 2010, un periodo in cui la massa cattolica venne addomesticata da una serqua di sigle ed eventoni che all’ingenuo potevano pure apparire come «organiche». La Manif pour Tous (versione italiana, ma che per qualche ragione mantiene la lingua francese dell’originale copincollato), le Sentinelle in Piedi (anche queste roba francese, qui però con il nome tradotto, ma non bene), la bozza di ulteriori Family Day ci parvero tutte trappole sottese dal Grande Gioco ruiniano. I vescovi, allora più che oggi, volevano addomesticare il dissenso cattolico, perché, in effetti, loro un’Ecclesia Militans non sanno né come funzioni né cosa sia.
Infine, eccoci agli anni 2020, e il piano Ruini sembra ancora vivo: l’inclusione della Roccella e di spezzoni del mondo del dissenso apparente cooptato dai vescovi nella compagine meloniana lo può testimoniare: lo abbiamo chiamato, in un articolo di quattro anni fa di Renovatio 21, il «network democristiano», dove l’impronta ruiniana era ancora visibilissima. E che c’è di male, dice il cattolico benpensante e sincero-democratico (democristiano), in una parola papaboys: Ruini è l’uomo di Wojtyla, GP2 santo subito!
Il problema è che non è chiaro a tutti quanto il papato di Giovanni Paolo II rappresenti con evidenza il cedimento spirituale e politico della chiesa del Concilio. Quando Wojtyla nel 1981 appoggiò il referendum sul cosiddetto «aborto minimale» già faceva capire l’attitudine al compromesso del suo papato (per inciso: compromessi con tutti, tranne che con monsignor Lefebvre). E non parliamo solo di bioetica: i disastri sulle coperture dei preti pedofili sono cominciati proprio col papa polacco.
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È frustrante vedere come goscisti, abortisti, omosessualisti praticanti ed attivisti abbiano fatto del cardinale un bersaglio per le loro proteste (come quando nel 2005, un collettivo studentesco irruppe ad una cerimonia privata con parlamentari di Forza Italia dove veniva premiato Ruini gridando ed esponendo striscioni: «Libero amore in libero Stato», «Siamo tutti omosessuali», «Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti»). Per la stampa di sinistra (cioè quella che allora era guidata dal miliardario giudeo De Benedetti) era il mostro catto-retrogrado, il diabolico Richelieu che impediva il progresso sociale in Italia. Il popolo della sinistra, con i suoi giornali, era sufficientemente sciocco da abboccare al giochetto, e credere che Ruini fosse un avversario.
Cari comunisti, feticidi ed omofili: dovete sapere che è vero il contrario, Ruini era un vostro alleato, come lo sono stati i democristiani ieri, e soprattutto i neodemocristiani, di cui monsignore fu pigmalione, oggi. Il cardinale, lungo decenni, ha difeso la legge simbolo della dissoluzione radicale del Paese, la legge assassina ed autogenocida 194/1978. È la linea che Ruini ha ribadito sempre la 194 non si tocca: lo diceva apertis verbis già nel 2008 quando chiese di «non rivoltarsi» contro la 194. «L’ex presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l’aborto» scriveva La Stampa, descrivendo un’intervista TV del cardinale con Giuliano Ferrara.
È la posizione tenuta anche dalle new entry del Grande Gioco ruinico, come Maria Rachele Ruju, personaggio vicino alla drammatica organizzazione newsletterista Pro-vita&Famiglia, già candidata ed eletta con Fratelli d’Italia nel 2022 (avrebbe poi ceduto il seggio). La Ruju, per una bizzarra coincidenza, è, come la Roccella un’altra presentatrice del Family Day: il secondo, quello del 2015 contro le unioni monosessuali (e si è visto come è finita). La ragazza aveva reso poco prima del voto un’intervista al Giornale, in cui dichiarava, che una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato».
Certo si può dire, a questo punto, che sull’aborto i politici parlano all’unisono con le gerarchie. Ecco che, a poche ore dall’ultimo voto politico, monsignor Vincenzo Paglia, capo del Pontificia Accademia per la Vita, parlava della 194 come «pilastro della vita sociale» del Paese. In quell’occasione rispuntò fuori lo stesso cardinale Ruini, che il sincero-democraticocristiano che benpensa potrebbero ritenere sulla carta un conservatore agli antipodi di Paglia: maddeché, anche lui, sul Corriere della Sera, si mette an cantare nel coro a difesa della 194.
«Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio» dichiara il cardinale , che ha tenuto poi anche ad enunciare la nuova grande battaglia: «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni, non matrimoni».
Vogliamo infine ricordare ai baldanzosi la realtà sulla «vittoria» di Ruini nel referendum 2005 fallito: il quesito voleva abrogare la legge 40/2004, che il cardinale voleva difendere a tutti i costi: peccato che si tratti di una legge che al momento uccide più embrioni della 194. Infatti la 40 – che ad alcuni è sembrata da subito scritta per essere smontata pezzo per pezzo dai giudici, ed infatti è stato così – consentendo la produzione di embrioni e la loro crioconservazione ha aperto quell’abisso di micromorte che ora è ben più vasto di quello degli aborti chirurgici o chimici. Il computo è, da anni, calcolabile nell’ordine sei cifre in Italia, mentre negli USA si parla di almeno 4 milioni di morti, più un milione di bambini nel limbo dell’azoto liquido.
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La neochiesa, cioè, aveva già piegato il capo davanti alla riproduzione artificiale con i suoi esseri creati in provetta. Ruini aveva semplicemente condotto l’opposizione sintetica affinché lo sdoganamento dell’umanoide avvenisse per gradi. Ora, pochi lustri dopo, abbiamo visto la Pontificia Accademia per la Vita di Paglia parlarne tranquillamente, e il papa farsi fotografare con la progenie in provetta di Elonio Musk.
Il compromesso, il fallimento, il cedimento costante (un paletto dopo l’altro… ): eccoci serviti. La legge che permette l’aborto va difesa, le unioni civili pure, basta che sia scritto da qualche parte che non sono matrimoni – siamo al nominalismo cattopolitico, dove i porporati si immolano per un’etichetta. Pensiamo che sapesse che l’unione civile tra omosessuali, fuor del nome, garantisce libertà maggiorate rispetto al matrimonio concordatario: ad esempio nella possibilità agghiacciante (dove è ben cisibile la manina di legislatori maschi omosessuali) di tradire il consorte.
Per quanto ci riguarda non si tratta solo di quisquilie politiche. Nell’inettitudine conclamata dei progetti ruiniani abbiamo veduto qualcosa di ben più oscuro del teatrino romano: un disegno, anche antico, per il disarmo spirituale degli italiani dinanzi al ritorno del sacrificio umano. Con il contorno degli esseri fabbricati in laboratorio, della sottomissione biologica via vaccino o terapie geniche sperimentali. Non sono concetti: sono cose che stanno accadendo oggi stesso, cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.
Ecco, la «dottrina Ruini» non ha fallito solo politicamente. Ha prodotto una devastazione biologica i cui confini non possiamo intravedere nemmeno ora.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Grzegorz Artur Górski via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata
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🚨ELON MUSK: “This year we hope to make about 5,000 Optimus robots…but even 5,000 robots is the size of a Roman legion FYI. That’s a scary thought, a legion of robots. I think we’ll literally build a legion of robots this year, and maybe 10 legions next year? It’s kind of a… pic.twitter.com/R992X5OA8r
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Honored to meet @Pontifex yesterday pic.twitter.com/sLZY8mAQtd
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