Pensiero
L’abisso del mondo moderno
Vorrei scrivere qui di ciò che più di ogni altra cosa plasmerà le nostre vite nel XX secolo: lo Stato Moderno. Ogni Paese, sulla carta, ha un suo Stato – qui in Ispagna abbiamo un Regno, altrove abbiamo repubbliche, «democrazie», autocrazie più o meno occulte, satrapie di ogni sorta – tuttavia non possiamo notare, grazie al biennio pandemico, come tutte le nazioni terrestri, con pochissime eccezioni, abbiano proceduto nel medesimo modo, facendo le stesse cose.
Lockstep: Robert F. Kennedy jr. ha detto, fra gli altri, che con il COVID siamo entrati di fatto in una fase post-costituzionale dello Stato. Abbiamo visto in Italia, in Germania e perfino negli Stati Uniti, articoli fondamentali della Costituzione violati impunemente dai governi e dai giudici.
Libertà di pensiero, libertà di espressione, libertà di cura, libertà di movimento, libertà di lavoro, libertà di associazione… il catalogo è lunghissimo.
Abbiamo visto tutti i Paesi, basati su carte relativamente nuove (come l’Italia) o antiche (come gli Stati Uniti), disintegrare i loro stessi fondamenti giuridici, come l’habeas corpus: fa ridere pensare alla libertà corporea nel contesto in cui nemmeno le nostre cellule ci appartenevano più.
Davanti a nostri occhi abbiamo visto caricarsi in tutte le società un programma di apartheid biotica, un’apartheid molecolare, un sistema di discriminazione che arrivava a giudicare, ed escludere, il cittadino su base subcellulare. Se non avevi accettato nelle tue cellule il mRNA della siringa genica sperimentale, potevi, di fatto, essere abbandonato dall’intera società e dalla sua autorità.
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Abbiamo testimoniato il contratto sociale andare in meltdown. In realtà, e questa è una delle cose che voglio dire qui, non si è trattato solo di un processo di distruzione dello status quo. Mi è stato evidente, quasi da subito, come tutta l’esperienza pandemica non fosse altro che l’attuazione di un piano di ridefinizione politica generale.
L’idea del cittadino come latore di diritti, sanciti dalle Costituzioni, è stata, ovunque, dissolta. Lo Stato non esisteva più per garantire che il cittadino godesse di questi diritti (quelli che gli americani dicono derivare direttamente da Dio). Lo Stato infligge al cittadino violenze che vanno contro i suoi diritti, ergo lo Stato non si basa più sul diritto, ma su altro: lo Stato si basa quindi sullo Stato stesso come ente scisso dalla sua stessa popolazione, che può considerare quindi come sua stessa nemica.
Lo Stato quindi diventa non più la somma delle volontà in equilibrio dei suoi cittadini, come vuole la pia illusione democratica. Diventa un qualcosa di separato dagli esseri umani che dovrebbe proteggere.
Il risultato finale è una semplice quanto terrificante inversione dell’intera architettura sociale occidentale: se non è lo Stato che serve il cittadino, è il cittadino che deve servire lo Stato, a costo della sua stessa libertà. E colui che non è libero ha, nei secoli, un nome preciso: schiavo.
Abbiamo assistito di fatto ad un cambio di paradigma incontrovertibile, quello per cui è lo Stato moderno stesso, sedicente «democratico», a portare il suo popolo alla schiavitù.
Lo Stato moderno è un ente per lo più invisibile, ma onnipervadente: siamo soggetti allo Stato moderno anche lontano dai suoi uffici e dalle sue caserme, siamo sottomessi alle sue leggi anche prima di nascere: lo sanno quei milioni di esseri umani che, per tramite delle leggi dello Stato moderno, non sono venuti al mondo, di fatto ucciso dallo Stato stesso, uno Stato-Moloch, uno Stato-Erode, che da decenni ha fatto capire la sua intenzione di controllare, dominare la vita umana, al punto da poterla spegnere a piacimento – bambini o vecchi, embrioni, feti, uomini o donne che siano.
Lo Stato moderno è un essere che ha una volontà propria, ha un programma preciso. Esso decide, si muove, vive, uccide, anche in autonomia rispetto agli esseri umani. Di fatto, lo Stato moderno è una macchina. Di qui l’attrazione assoluta, che abbiamo visto in Italia ma ancora di più a Brusselle, che la politica odierna ha per i tecnocrati: economisti, super-avvocati, super-ragionieri, super-medici, «esperti».
Andiamo oltre il governo dei tecnocrati, con l’attuazione della tecnocrazia nel senso letterale, etimologico: il governo della tecnica, più che dei tecnici, e quindi un governo macchinale, senza più esseri umani.
Il destino inevitabile che quindi ci tocca sarà quello di vedere, tra pochissimo tempo, l’Intelligenza Artificiale al potere, uploadata nei gangli dello Stato a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non possiamo dire che questo non fosse già teorizzato due secoli fa dal marchese d’Alveydre con la sua sinarchia, che parlava dello Stato come sistema vivente ed armonioso, della società come un grande congegno, del governo una macchina guidata dall’intelletto e dal sapere iniziatico infuso da un’élite in armonia spirituale con le leggi universali, cioè da una classe sacerdotale vera e propria – una casta di bramini del potere che, capiamo meglio ora guardando i burocrati impettiti di Davos, serve solo ad avviare il sistema, che poi può procedere ancora meglio senza di essa.
Lo Stato Moderno quindi cessa di essere umano, forse non lo è mai stato: nato secoli fa da rivoluzioni guidate da movimenti segreti – che si vogliono laici ma che in realtà costituiscono fondamentalismi mistici aberranti – lo Stato moderno ha progressivamente rimosso Dio – perfino nella Costituzione Italiana scritta dopo la Guerra dai democristiani, veri grandi nemici della politica cristiana nel nome dell’idolo del progresso, e con esso cancellando via via sempre più evidentemente la Sua immagine, l’essere umano, Imago dei.
Togliendo Dio dallo Stato si è tolto l’uomo come suo principio: e ciò è vero, ancora prima dei nostri anni di poteri malthusiani, anche per i totalitarismi del primo Novecento. Senza Dio, senza il Logos di San Giovanni, lo Stato perde la ragione, diviene preda dell’irrazionalismo più folle e devastante, fino a divenire autodistruttivo: è il caso del nazismo, che pure da una prospettiva ultranatalista – il Lebensraum di cui Hitler ha cominciato a scrivere praticamente da subito – condivisa con l’Italia fascista e il Giappone Imperiale, ha scatenato guerre e stermini in tutto il continente, compreso l’assassinio della sua stessa popolazione condotta nella fornace del conflitto. È stato detto, a guidare lo Stato totalitario non è più la ratio cristiana, ma uno spirito di altro tipo, uno spirito dionisiaco, uno spirito di sacrificio – di sacrificio umano.
Ecco che ci appare più chiara una verità che striscia in fondo alla mente di tanti di noi: lo Stato democratico-liberale postbellico ha forse – per lo meno, al momento, russofobie rimilitarizzanti Von der Leyen permettendo – ridotto il numero delle guerre e quindi dei loro morti. Tuttavia, è evidente che lo Stato moderno ha sostituito la morte militare con quella indotta dalle sue nuove pratiche antiumane: l’aborto uccide, nei Paesi sviluppati, un bambino su quattro o forse su tre (e, in vari Paesi non solo nordici, il 100% degli affetti da sindrome di down), l’eutanasia, che vedo si sta scatenando in Spagna sta divenendo una delle principali cause di morte in Canada, così come in Belgio, Olanda (dove costituisce il 6% dei decessi) e ora anche in Francia e Gran Bretagna, e coinvolge sempre più chiaramente non più solo malati terminali, ma chiunque: persone tristi (perché non sufficientemente abbienti, perché angosciate dal cambiamento climatico), veterani disabili, persone in una lista di attesa per operazione chirurgica, persone che si oppongono alla loro stessa terminazione eutanatica, danneggiati dal vaccino COVID, e poi, chiaro, i bambini, vuoi perché malati, vuoi perché autistici, vuoi perché recanti altri difetti che la famiglia borghese eugenetica oggi non tollera più.
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Per non parlare di un’altra pratica sterminatrice incoraggiata dallo Stato moderno, il trapianto degli organi, che sarebbe più giusto chiamare predazione degli organi, che può avvenire solo se il cuore dell’espiantato batte ancora, coperto dalla menzogna convenzionale escogitata ad Harvard della «morte cerebrale».
Va considerato come tutte queste modalità di massacro siano sempre più legate fra loro: la provincia canadese del Quebecco, capofila globale per il suicidio assistito, oggi è anche capofila per il trapianto di organi, di cui, grazie alla morte di Stato, dispone in estrema abbondanza.
E l’aborto, abbiamo visto in chiarezza nello stesso decennio, va ad alimentare, negli USA e non solo, un’immensa filiera di ricerca universitaria e biomedica, al punto che è possibile comprare in tranquillità tessuti di bambino abortito a scopo scientifica, e vi sono donne che li vendono o che, si dice, addirittura arrivino a prendersi incinte ed uccidere i bambini per fare un favore al collega ricercatore, che farà così esperimenti con il feto squartato.
Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, scriveva Publio Cornelio Tacito. dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Producono immani massacri, oceani di micromorte, ecatombi di innocenti, e li chiamano «diritto» e «progresso». In passato ho ricordato come durante la Guerra Fredda lo scienziato atomico Herman Kahn coniò il termine di megadeath, unità di misura per ogni milione di morti ottenuto da un attacco atomico. Dalla depenalizzazione parziale dell’aborto in Spagna del 1985, secondo i dati ufficiali, vi sono stati 2,8 megadeath. In Italia, dalla legge 194/1978, più di sei – in pratica intere regioni fatte sparire. Consideriamo che a Hiroshima si sono registrate circa 0,14 megamorti (ovvero 140.000 morti). Lo Stato moderno, al momento, uccide più della bomba atomica.
E quindi, non possiamo fingere di non vedere come lo Stato moderno sia sempre più chiaramente un sistema di ritorno del sacrificio umano. Non poteva essere altrimenti, è la diligente conseguenza di un’altra inversione: se cacci quel Dio che si sacrifica per gli uomini, arrivano quegli dei che dagli uomini pretendono sacrifici. Non più Dio che muore per gli uomini, ma gli uomini che devono morire per gli dèi. Come ai tempi antichi, con Baal e Moloch, e in ogni religione precristiana. La guerra globale al cristianesimo – specie quello che ancora crede nel miracolo dell’eucarestia – è tutta qui. E la fascinazione che la cultura mainstream mostra per il paganesimo mesoamericano, con i suoi sacrifici umani massivi, non è davvero casuale.
L’idea quindi è quella di concepire la macchina dello Stato moderno, senza Dio e senza uomo, come una macchina di morte. Il suo stesso codice, e lo vediamo in chiarezza in tutte le leggi bioetiche, è intriso di quella che Giovanni Paolo II chiamava Cultura della Morte, e che io sintetizzo in un’unica parola come Necrocultura.
La Necrocultura è il sistema operativo del mondo moderno. È la sua legge di gravità: opporsi a qualsiasi delle sue pratiche antiumane è considerato come una bestemmia democratica, perché la morte oggi è un «diritto». Così, andando perfino oltre il pensiero utilitarista di massimizzazione del piacere pubblico con eventuale sacrificio della minoranza, giustificano i nuovi stermini per gli antichi dèi.
Ci stupiamo, allora, se si riaffaccia, proprio in quella che è definita una democrazia, anzi, la più grande democrazia del Medio Oriente – dove, per inteso, il Dio dei cristiani è bandito, sputato, dissacrato – si riaffaccia la pratica del genocidio?
POSIWID. The purpose of a system is what it does, il fine di un sistema è quello che fa, diceva Stafford Beer. I nostri Stati oggi producono morte in quantità, al punto da generare autogenocidi o genocidi tout court: l’importanza, ripeto, sembra solo quella di aumentare le cifre della morte e della sofferenza.
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Andiamo pure oltre i fenomeni della bioetica e della guerra, e consideriamo qualcosa di più mondano. Era stato persino ammesso dall’ONU, in un suo documento di anni fa, che l’immigrazione in corso negli ultimi decenni è una immigrazione di sostituzione. Possono linciare Renaud Camus e chiunque usi il termine «grand remplacement», o grande sostituzione, ma ciò è la realtà delle cose nelle città europee, totalmente ridisegnate dagli immigrati.
Tale sostituzione non arriva senza dolore , anzi, pare che la violenza delle giovani masse immigrate sia organizzata proprio come strumento di controllo politico della popolazione locale, una volta di più depredata dei suoi diritti (come quello di libera circolazione: uno Stato può dirsi tale se perde il controllo di suoi territori, come le cosiddette no-go zone), e privato di aspirazioni politiche e di benessere dalla minaccia costante della società divenuta giungla.
Lo scrittore americano Sam Francis chiamava questo fenomeno anarco-tirannia: anarchia per l’immigrato terzomondista, tirannia di tasse e altro (pensiamo al COVID) per il cittadino. Prima di lui, aveva preconizzato, forse programmato, l’intera situazione il conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, che – lui si profondamente razzista, ma per qualche ragione ancora celebratissimo nelle stanze di Bruxelles – auspicava la creazione di una nuova razza europea tramite l’immissione genetica dell’elemento afroasiatico, di modo da sostituire l’attuale popolazione con una più sentimentale e dunque, diceva, più docile.
Vorrei andare oltre l’idea, che tanto piace ai partiti di destra che tuttavia non fanno davvero nulla per risolvere, dell’immigrazione come sostituzione.
Perché nello Stato moderno la sostituzione dell’uomo avverrà a prescindere dagli immigrati, cioè dall’uomo stesso. Ora tutti stanno parlando dell’apocalisse lavorativa dell’Intelligenza Artificiale. Vediamo già migliaia di licenziamenti di persone altamente qualificate come i programmatori informatici. A breve, sappiamo che spariranno i camionisti, i tassisti, e già da anni sappiamo che si licenziano in massa i giornalisti. I lavori manuali, tuttavia, non sono al riparo per niente: gli idraulici, gli imbianchini, saranno rimpiazzati da robot umanoidi, che saranno come le auto di Ford, venduti ad ogni famiglia, o meglio noleggiati – si parla di 600 dollari al mese, il prezzo scenderà, ma calerà catastroficamente anche il numero di famiglie che se lo potranno permettere, se non il numero di famiglie tout court.
Ancora: è evidente che i robot sostituiranno i soldati (nel teatro di guerra ucraino è già così), e un domani (in realtà progetti pilota vi sono già oggi) i poliziotti: saremo, come in un film di fantascienza distopica, sorvegliati da androidi e robocani, come quelli visti pattugliare Shanghai e Singapore durante il lockdown COVID.
Andiamo pure oltre, perché la Necrocultura della sostituzione non si ferma qui: non abbiamo il tempo per parlare della questione della riproduzione artificiale. La provetta, non solo legale ma garantita dallo Stato in moltissimi Paesi, a causa degli embrioni scartati, uccide più dell’aborto, e al contempo ingenera fenomeni come quello delle chimere umane: gli embrioni impiantati si fondono creando esseri umani con due DNA, con il gemello minore che va a formare alcuni organi del maggiore (compresi quelli sessuali) e può continuare a crescere mostruosamente dentro il fratello ospite.
Ma l’umanità fatta in vitro non è l’ultima fermata, né lo è l’eugenetica CRISPR iniziata pubblicamente anni fa con le gemelle cinesi resistenti all’HIV (e, cosa sottaciute, dotate di un gene che aumenta le capacità mentali) prodotte dal biofisico cinese He Jiankui.
Oltre si va nella proposta di George Church, lo scienziato harvardiano MIT coautore della tecnologia CRISPR e fiancheggiatore dei progetti di de-estinzione del mammuth via clonazione. Nel suo libro Regenesis, Church parla della possibilità di creare dei mirror-humans, umani-specchio, ossia esseri umani dalla biochimica totalmente invertita, quindi non suscettibili, in teoria, di alcuna malattia, che dovranno, per vivere, mangiare cibro anch’esso biochimicamente invertito, o chiralizzato. Si tratta di una specie inimmaginabile perfino per la letteratura fantastica: eppure, potrebbe essere alla portata della tecnica tra pochi anni.
La popolazione di uomini sintetici di cui va popolandosi la terra riporta alla mente oscuri versi dell’Apocalisse di San Giovanni.
«La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà» (Ap 17, 8)
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Lo Stato moderno, Stato della Necrocultura, pare proprio dirigere verso la distruzione del libro della vita.
Federico Nietzsche, un filosofo sopravvalutato, anzi programmaticamente diffuso per infettare con l’irrazionalismo esoterico dopo la destra anche la sinistra, aveva tirato fuori questo aforisma, davvero usato un po’ troppo.
«Chi lotta contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te».
Ebbene, l’abisso dello Stato moderno già guarda in noi, e lo sappiamo dall’imperativo di sorveglianza bioelettronica divenuto patente con il COVID e che sarà ancora più evidente con l’imminente introduzione dell’euro digitale (che creerà, curiosamente, sulla piattaforma informatica prestata a quella del green pass COVID).
E noi non dobbiamo aver paura di guardare nell’abisso, noi dobbiamo sfidarlo, noi dobbiamo vincerlo. Dobbiamo riformulare completamente la macchina di morte dello Stato moderno, riscriverla a partire dal dato più fondamentale: la vita e il suo mistero. Ecco il vero principio trascendente ed indiscutibile su cui dovrebbe fondarsi lo Stato per gli esseri umani.
Dobbiamo farlo per noi e per i nostri figli, e per gli esseri umani che verranno dopo di loro.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
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Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.
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Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima. «Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto. Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”». I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
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«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita». La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche. Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano. In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq — Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
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Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico.
E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.
Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.
— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.
La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.
Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.
Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.
Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.
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L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».
It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers)
— Naval (@naval) June 18, 2026
Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.
Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.
E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.
Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.
Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.
Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.
Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.
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Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.
Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.
Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.
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Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire.
Ma in fondo, sa già di aver perso.
Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.
L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.
L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.
È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.
Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.
La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.
Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.
Brivael Le Pogam
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Immagine screenshot da YouTube
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