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Pensiero

L’abisso del mondo moderno

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Vorrei scrivere qui di ciò che più di ogni altra cosa plasmerà le nostre vite nel XX secolo: lo Stato Moderno. Ogni Paese, sulla carta, ha un suo Stato – qui in Ispagna abbiamo un Regno, altrove abbiamo repubbliche, «democrazie», autocrazie più o meno occulte, satrapie di ogni sorta – tuttavia non possiamo notare, grazie al biennio pandemico, come tutte le nazioni terrestri, con pochissime eccezioni, abbiano proceduto nel medesimo modo, facendo le stesse cose.

 

Lockstep: Robert F. Kennedy jr. ha detto, fra gli altri, che con il COVID siamo entrati di fatto in una fase post-costituzionale dello Stato. Abbiamo visto in Italia, in Germania e perfino negli Stati Uniti, articoli fondamentali della Costituzione violati impunemente dai governi e dai giudici.

 

Libertà di pensiero, libertà di espressione, libertà di cura, libertà di movimento, libertà di lavoro, libertà di associazione… il catalogo è lunghissimo.

 

Abbiamo visto tutti i Paesi, basati su carte relativamente nuove (come l’Italia) o antiche (come gli Stati Uniti), disintegrare i loro stessi fondamenti giuridici, come l’habeas corpus: fa ridere pensare alla libertà corporea nel contesto in cui nemmeno le nostre cellule ci appartenevano più.

 

Davanti a nostri occhi abbiamo visto caricarsi in tutte le società un programma di apartheid biotica, un’apartheid molecolare, un sistema di discriminazione che arrivava a giudicare, ed escludere, il cittadino su base subcellulare. Se non avevi accettato nelle tue cellule il mRNA della siringa genica sperimentale, potevi, di fatto, essere abbandonato dall’intera società e dalla sua autorità.

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Abbiamo testimoniato il contratto sociale andare in meltdown. In realtà, e questa è una delle cose che voglio dire qui, non si è trattato solo di un processo di distruzione dello status quo. Mi è stato evidente, quasi da subito, come tutta l’esperienza pandemica non fosse altro che l’attuazione di un piano di ridefinizione politica generale.

 

L’idea del cittadino come latore di diritti, sanciti dalle Costituzioni, è stata, ovunque, dissolta. Lo Stato non esisteva più per garantire che il cittadino godesse di questi diritti (quelli che gli americani dicono derivare direttamente da Dio). Lo Stato infligge al cittadino violenze che vanno contro i suoi diritti, ergo lo Stato non si basa più sul diritto, ma su altro: lo Stato si basa quindi sullo Stato stesso come ente scisso dalla sua stessa popolazione, che può considerare quindi come sua stessa nemica. 

 

Lo Stato quindi diventa  non più la somma delle volontà in equilibrio dei suoi cittadini, come vuole la pia illusione democratica. Diventa un qualcosa di separato dagli esseri umani che dovrebbe proteggere.

 

Il risultato finale è una semplice quanto terrificante inversione dell’intera architettura sociale occidentale: se non è lo Stato che serve il cittadino, è il cittadino che deve servire lo Stato, a costo della sua stessa libertà. E colui che non è libero ha, nei secoli, un nome preciso: schiavo.

 

Abbiamo assistito di fatto ad un cambio di paradigma incontrovertibile, quello per cui è lo Stato moderno stesso, sedicente «democratico», a portare il suo popolo alla schiavitù.

 

Lo Stato moderno è  un ente per lo più invisibile, ma onnipervadente: siamo soggetti allo Stato moderno anche lontano dai suoi uffici e dalle sue caserme, siamo sottomessi alle sue leggi anche prima di nascere: lo sanno quei milioni di esseri umani che, per tramite delle leggi dello Stato moderno, non sono venuti al mondo, di fatto ucciso dallo Stato stesso, uno Stato-Moloch, uno Stato-Erode, che da decenni ha fatto capire la sua intenzione di controllare, dominare la vita umana, al punto da poterla spegnere a piacimento – bambini o vecchi, embrioni, feti,  uomini o donne che siano.

 

Lo Stato moderno è un essere che ha una volontà propria, ha un programma preciso. Esso decide, si muove, vive, uccide, anche in autonomia rispetto agli esseri umani. Di fatto, lo Stato moderno è una macchina. Di qui l’attrazione assoluta, che abbiamo visto in Italia ma ancora di più a Brusselle, che la politica odierna ha per i tecnocrati: economisti, super-avvocati, super-ragionieri, super-medici, «esperti».

 

Andiamo oltre il governo dei tecnocrati, con l’attuazione della tecnocrazia nel senso letterale, etimologico: il governo della tecnica, più che dei tecnici, e quindi un governo macchinale, senza più esseri umani.

 

Il destino inevitabile che quindi ci tocca sarà quello di vedere, tra pochissimo tempo, l’Intelligenza Artificiale al potere, uploadata nei gangli dello Stato a decidere della nostra vita e della nostra morte. Non possiamo dire che questo non fosse già teorizzato due secoli fa dal marchese d’Alveydre con la sua sinarchia, che parlava dello Stato come sistema vivente ed armonioso, della società come un grande congegno, del governo una macchina guidata dall’intelletto e dal sapere iniziatico infuso da un’élite in armonia spirituale con le leggi universali, cioè da una classe sacerdotale vera e propria – una casta di bramini del potere che, capiamo meglio ora guardando i burocrati impettiti di Davos, serve solo ad avviare il sistema, che poi può procedere ancora meglio senza di essa.

 

Lo Stato Moderno quindi cessa di essere umano, forse non lo è mai stato: nato secoli fa da rivoluzioni guidate da movimenti segreti – che si vogliono laici ma che in realtà costituiscono fondamentalismi mistici aberranti – lo Stato moderno ha progressivamente rimosso Dio – perfino nella Costituzione Italiana scritta dopo la Guerra dai democristiani, veri grandi nemici della politica cristiana nel nome dell’idolo del progresso, e con esso cancellando via via sempre più evidentemente la Sua immagine, l’essere umano, Imago dei.

 

Togliendo Dio dallo Stato si è tolto l’uomo come suo principio: e ciò è vero, ancora prima dei nostri anni di poteri malthusiani, anche per i totalitarismi del primo Novecento. Senza Dio, senza il Logos di San Giovanni, lo Stato perde la ragione, diviene preda dell’irrazionalismo più folle e devastante, fino a divenire autodistruttivo: è il caso del nazismo, che pure da una prospettiva ultranatalista – il Lebensraum di cui Hitler ha cominciato a scrivere praticamente da subito – condivisa con l’Italia fascista e il Giappone Imperiale, ha scatenato guerre e stermini in tutto il continente, compreso l’assassinio della sua stessa popolazione condotta nella fornace del conflitto. È stato detto, a guidare lo Stato totalitario non è più la ratio cristiana, ma uno spirito di altro tipo, uno spirito dionisiaco, uno spirito di sacrificio – di sacrificio umano.

 

Ecco che ci appare più chiara una verità che striscia in fondo alla mente di tanti di noi: lo Stato democratico-liberale postbellico ha forse – per lo meno, al momento, russofobie rimilitarizzanti Von der Leyen permettendo – ridotto il numero delle guerre e quindi dei loro morti. Tuttavia, è evidente che lo Stato moderno ha sostituito la morte militare con quella indotta dalle sue nuove pratiche antiumane: l’aborto uccide, nei Paesi sviluppati, un bambino su quattro o forse su tre (e, in vari Paesi non solo nordici, il 100% degli affetti da sindrome di down), l’eutanasia, che vedo si sta scatenando in Spagna sta divenendo una delle principali cause di morte in Canada, così come in Belgio, Olanda (dove costituisce il 6% dei decessi) e ora anche in Francia e Gran Bretagna, e coinvolge sempre più chiaramente non più solo malati terminali, ma chiunque: persone tristi (perché non sufficientemente abbienti, perché angosciate dal cambiamento climatico), veterani disabili, persone in una lista di attesa per operazione chirurgica, persone che si oppongono alla loro stessa terminazione eutanatica, danneggiati dal vaccino COVID, e poi, chiaro, i bambini, vuoi perché malati, vuoi perché autistici, vuoi perché recanti altri difetti che la famiglia borghese eugenetica oggi non tollera più.

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Per non parlare di un’altra pratica sterminatrice incoraggiata dallo Stato moderno, il trapianto degli organi, che sarebbe più giusto chiamare predazione degli organi, che può avvenire solo se il cuore dell’espiantato batte ancora, coperto dalla menzogna convenzionale escogitata ad Harvard della «morte cerebrale».

 

Va considerato come tutte queste modalità di massacro siano sempre più legate fra loro: la provincia canadese del Quebecco, capofila globale per il suicidio assistito, oggi è anche capofila per il trapianto di organi, di cui, grazie alla morte di Stato, dispone in estrema abbondanza.

 

E l’aborto, abbiamo visto in chiarezza nello stesso decennio, va ad alimentare, negli USA e non solo, un’immensa filiera di ricerca universitaria e biomedica, al punto che è possibile comprare in tranquillità tessuti di bambino abortito a scopo scientifica, e vi sono donne che li vendono o che, si dice, addirittura arrivino a prendersi incinte ed uccidere i bambini per fare un favore al collega ricercatore, che farà così esperimenti con il feto squartato.

 

Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, scriveva Publio Cornelio Tacito. dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Producono immani massacri, oceani di micromorte, ecatombi di innocenti, e li chiamano «diritto» e «progresso». In passato ho ricordato come durante la Guerra Fredda lo scienziato atomico Herman Kahn coniò il termine di megadeath, unità di misura per ogni milione di morti ottenuto da un attacco atomico. Dalla depenalizzazione parziale dell’aborto in Spagna del 1985, secondo i dati ufficiali, vi sono stati 2,8 megadeath. In Italia, dalla legge 194/1978, più di sei – in pratica intere regioni fatte sparire. Consideriamo che a Hiroshima si sono registrate circa 0,14 megamorti (ovvero 140.000 morti). Lo Stato moderno, al momento, uccide più della bomba atomica.

 

E quindi, non possiamo fingere di non vedere come lo Stato moderno sia sempre più chiaramente un sistema di ritorno del sacrificio umano. Non poteva essere altrimenti, è la diligente conseguenza di un’altra inversione: se cacci quel Dio che si sacrifica per gli uomini, arrivano quegli dei che dagli uomini pretendono sacrifici. Non più Dio che muore per gli uomini, ma gli uomini che devono morire per gli dèi. Come ai tempi antichi, con Baal e Moloch, e in ogni religione precristiana. La guerra globale al cristianesimo – specie quello che ancora crede nel miracolo dell’eucarestia – è tutta qui. E la fascinazione che la cultura mainstream mostra per il paganesimo mesoamericano, con i suoi sacrifici umani massivi, non è davvero casuale.

 

L’idea quindi è quella di concepire la macchina dello Stato moderno, senza Dio e senza uomo, come una macchina di morte. Il suo stesso codice, e lo vediamo in chiarezza in tutte le leggi bioetiche, è intriso di quella che Giovanni Paolo II chiamava Cultura della Morte, e che io sintetizzo in un’unica parola come Necrocultura

 

La Necrocultura è il sistema operativo del mondo moderno. È la sua legge di gravità: opporsi a qualsiasi delle sue pratiche antiumane è considerato come una bestemmia democratica, perché la morte oggi è un «diritto». Così, andando perfino oltre il pensiero utilitarista di massimizzazione del piacere pubblico con eventuale sacrificio della minoranza, giustificano i nuovi stermini per gli antichi dèi.

 

Ci stupiamo, allora, se si riaffaccia, proprio in quella che è definita una democrazia, anzi, la più grande democrazia del Medio Oriente – dove, per inteso, il Dio dei cristiani è bandito, sputato, dissacrato – si riaffaccia la pratica del genocidio?

 

POSIWID. The purpose of a system is what it does, il fine di un sistema è quello che fa, diceva Stafford Beer. I nostri Stati oggi producono morte in quantità, al punto da generare autogenocidi o genocidi tout court: l’importanza, ripeto, sembra solo quella di aumentare le cifre della morte e della sofferenza.

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Andiamo pure oltre i fenomeni della bioetica e della guerra, e consideriamo qualcosa di più mondano. Era stato persino ammesso dall’ONU, in un suo documento di anni fa, che l’immigrazione in corso negli ultimi decenni è una immigrazione di sostituzione. Possono linciare Renaud Camus e chiunque usi il termine «grand remplacement», o grande sostituzione, ma ciò è la realtà delle cose nelle città europee, totalmente ridisegnate dagli immigrati.

 

Tale sostituzione non arriva senza dolore , anzi, pare che la violenza delle giovani masse immigrate sia organizzata proprio come strumento di controllo politico della popolazione locale, una volta di più depredata dei suoi diritti (come quello di libera circolazione: uno Stato può dirsi tale se perde il controllo di suoi territori, come le cosiddette no-go zone), e privato di aspirazioni politiche e di benessere dalla minaccia costante della società divenuta giungla.

 

Lo scrittore americano Sam Francis chiamava questo fenomeno anarco-tirannia: anarchia per l’immigrato terzomondista, tirannia di tasse e altro (pensiamo al COVID) per il cittadino. Prima di lui, aveva preconizzato, forse programmato, l’intera situazione il conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, che – lui si profondamente razzista, ma per qualche ragione ancora celebratissimo nelle stanze di Bruxelles – auspicava la creazione di una nuova razza europea tramite l’immissione genetica dell’elemento afroasiatico, di modo da sostituire l’attuale popolazione con una più sentimentale e dunque, diceva, più docile.

 

Vorrei andare oltre l’idea, che tanto piace ai partiti di destra che tuttavia non fanno davvero nulla per risolvere, dell’immigrazione come sostituzione.

 

Perché nello Stato moderno la sostituzione dell’uomo avverrà a prescindere dagli immigrati, cioè dall’uomo stesso. Ora tutti stanno parlando dell’apocalisse lavorativa dell’Intelligenza Artificiale. Vediamo già migliaia di licenziamenti di persone altamente qualificate come i programmatori informatici. A breve, sappiamo che spariranno i camionisti, i tassisti, e già da anni sappiamo che si licenziano in massa i giornalisti. I lavori manuali, tuttavia, non sono al riparo per niente: gli idraulici, gli imbianchini, saranno rimpiazzati da robot umanoidi, che saranno come le auto di Ford, venduti ad ogni famiglia, o meglio noleggiati – si parla di 600 dollari al mese, il prezzo scenderà, ma calerà catastroficamente anche il numero di famiglie che se lo potranno permettere, se non il numero di famiglie tout court.

 

Ancora: è evidente che i robot sostituiranno i soldati (nel teatro di guerra ucraino è già così), e un domani (in realtà progetti pilota vi sono già oggi) i poliziotti: saremo, come in un film di fantascienza distopica, sorvegliati da androidi e robocani, come quelli visti pattugliare Shanghai e Singapore durante il lockdown COVID.

 

Andiamo pure oltre, perché la Necrocultura della sostituzione non si ferma qui: non abbiamo il tempo per parlare della questione della riproduzione artificiale. La provetta, non solo legale ma garantita dallo Stato in moltissimi Paesi, a causa degli embrioni scartati, uccide più dell’aborto, e al contempo ingenera fenomeni come quello delle chimere umane: gli embrioni impiantati si fondono creando esseri umani con due DNA, con il gemello minore che va a formare alcuni organi del maggiore (compresi quelli sessuali) e può continuare a crescere mostruosamente dentro il fratello ospite. 

 

Ma l’umanità fatta in vitro non è l’ultima fermata, né lo è l’eugenetica CRISPR iniziata pubblicamente anni fa con le gemelle cinesi resistenti all’HIV (e, cosa sottaciute, dotate di un gene che aumenta le capacità mentali) prodotte dal biofisico cinese He Jiankui.

 

Oltre si va nella proposta di George Church, lo scienziato harvardiano MIT coautore della tecnologia CRISPR e fiancheggiatore dei progetti di de-estinzione del mammuth via clonazione. Nel suo libro Regenesis, Church parla della possibilità di creare dei mirror-humans, umani-specchio, ossia esseri umani dalla biochimica totalmente invertita, quindi non suscettibili, in teoria, di alcuna malattia, che dovranno, per vivere, mangiare cibro anch’esso biochimicamente invertito, o chiralizzato. Si tratta di una specie inimmaginabile perfino per la letteratura fantastica: eppure, potrebbe essere alla portata della tecnica tra pochi anni.

 

La popolazione di uomini sintetici di cui va popolandosi la terra riporta alla mente oscuri versi dell’Apocalisse di San Giovanni.

 

 «La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà» (Ap 17, 8)

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Lo Stato moderno, Stato della Necrocultura, pare proprio dirigere verso la distruzione del libro della vita. 

 

Federico Nietzsche, un filosofo sopravvalutato, anzi programmaticamente diffuso per infettare con l’irrazionalismo esoterico dopo la destra anche la sinistra, aveva tirato fuori questo aforisma, davvero usato un po’ troppo.

 

«Chi lotta contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te».

 

Ebbene, l’abisso dello Stato moderno già guarda in noi, e lo sappiamo dall’imperativo di sorveglianza bioelettronica divenuto patente con il COVID e che sarà ancora più evidente con l’imminente introduzione dell’euro digitale (che creerà, curiosamente, sulla piattaforma informatica prestata a quella del green pass COVID). 

 

E noi non dobbiamo aver paura di guardare nell’abisso, noi dobbiamo sfidarlo, noi dobbiamo vincerlo. Dobbiamo riformulare completamente la macchina di morte dello Stato moderno, riscriverla a partire dal dato più fondamentale: la vita e il suo mistero. Ecco il vero principio trascendente ed indiscutibile su cui dovrebbe fondarsi lo Stato per gli esseri umani.

 

Dobbiamo farlo per noi e per i nostri figli, e per gli esseri umani che verranno dopo di loro.

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Elogio degli Stati Uniti, vera nazione

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Gli Stati Uniti d’America compiono un quarto di millennio. Il 4 luglio 2026 segna ben 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza avvenuta nel 1776 a Philadelphia, quando il Secondo Congresso Continentale approvò il documento.   È una bella contraddizione: noi europei (ma anche, più sommessamente, i cinesi e i giapponesi…) accusiamo gli americani di non aver storia, eppure si tratta di uno degli Stati più antichi del pianeta, sicuramente una Repubblica antica: sono più vecchie solo San Marino (301 d.C.) e la Svizzera (1291), non esattamente dei contendenti della possanza storica di Washingtone.   L’Italia, quanti anni ha? La Repubblica italiana ha 80 anni. Il Paese nel senso dell’«Italia unita» seguita dalle guerre massoniche ottocentesche ne ha 165 anni. Se il fine della storia è la democrazia, gli americani ci possono guardare come fossimo bambocci: i senza storia siamo noi.   Certo, non posso dirmi filo-americano. Riconosco il disegno intorno alla prima storia americana, e ho parlato, in passato del suo lato demonologico, di certo ereditato dai britannici.   Non si può nemmeno far finta di niente dinanzi al disegno dei padri fondatori, che era quello di creare una «Nuova Atlantide» scevra dagli influssi cristiani dell’Europa, e cioè dai re del vecchio continente e soprattutto dalla Chiesa cattolica. Tommaso Jefferson, Giorgio Washington e Beniamino Franklin erano per la creazione di un’utopia progressista, quanto talmente lontana dalla religione organizzata al punto da avere essa stessa dei nuovi toni religiosi, quelli della cosiddetta «religione civile».

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È interessante guardare la bella serie che oramai quasi venti anni fa produsse il canale HBO su John Adams, l’altro vero grande padre fondatore, motore politico ed ideologico del nuovo Stato nonché secondo presidente dopo Washington.   In una scena divertente, il Jefferson consegna una bozza della Costituzione ad Adams e Franklin. Vi sono quelle espressioni teistiche come quella per cui tutti gli uomini sono «dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili», come la vita e la libertà, che sono «self-evident», e che la Costituzione e lo Stato americano si limita quindi a ribadire e garantire – e non a concedere. Nella prima versione, lo slancio spirituale è tale che Adams e Franklin storcono il naso: il secondo arriva addirittura a dire che «puzza un po’ di papisteria» («popery», una parola dispregiativa per i cattolici usata dai coloni: Adams stesso era fieramente anticattolico…).   La serie andrebbe vista anche per l’allucinante sequenza in cui la moglie di Adams, Abigail, decide di variolizzare i figli contro il vaiolo. La variolizzazione era una pratica medica antica utilizzata per indurre l’immunità prima dello sviluppo dei vaccini moderni. I vaccini non esistevano, ma l’élite «laica» americana già vaccinava dolorosamente la prole. Una figlia degli Adams, notiamo en passant, fu in seguito uccisa dal cancro, dovendo subire nel processo anche l’amputazione della mammella.  

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In pratica, già dal primo giorno, l’utopia USA ci dà dentro con tutti gli ingredienti del progresso, dall’anticristianismo, appena velato, al vaccino.   È facile spiegare perché: i Padri Fondatori erano tutti massoni. Non diciamo niente di sconvolgente: le immagini di Washington col grembiulino le abbiamo viste tutte, così come l’occhiuta piramidona dietro alla banconota del dollaro. C’è molto di più: un libro accademico scritto dallo storico britannico Nicholas Hagger, The Secret Founding of America: The Real Story of Freemasons, Puritans and the Battle for the New World («La fondazione segreta dell’America: la vera storia dei massoni, dei puritani e della battaglia per il Nuovo Mondo»), sostiene che la nascita degli Stati Uniti non sia stata solo un evento politico spontaneo, ma il primo passo pianificato dalla Massoneria per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale basato su ideali del progressismo muratorio.   Lo Hagger parla delle società segrete che operavano in USA praticamente da subito, compresi i famosi Illuminati di Baviera, ma non solo. Prima dell’arrivo della Mayflower a Plymouth nel 1620, i coloni di Jamestown avessero già fondato il primo avamposto inglese nel 1607. Il nuovo Stato, argomenta l’autore, apparentemente concepito nel nome della libertà, viene fortemente influenzato dalle credenze e dai simboli della massoneria, plasmando l’ossatura stessa delle istituzioni americane.   L’America, tuttavia, non si esaurisce con il suo Stato e i suoi massoni. Anzi.   Il consigliere elettorale del presidente Nixon, Kevin Phillips aveva un’analisi molto precisa di come l’America era composta: da una parte l’élite anglosassone, bagnata degli ideali puritani, che voleva di fatto replicare il modello aristocratico inglese senza però avere il re – essi sono i veri autori della Costituzione, che è di fatto un manuale di spartizione di potere con ramificazioni grottesche.   Dall’altra parte, vi era il popolo: quello che aveva combattuto, e vinto, la guerra di indipendenza antibritannica, e che non era puritano, talvolta nemmeno protestante (specie in seguito). Il neonato popolo americano sapeva di essere disprezzato dalla nuova élite cripto-aristo-inglese, ma accettò la Costituzione, tuttavia – forse credendo nella libertà più degli stessi ideologi del nuovo Stato – imposero la Dichiarazione dei Diritti (Bill of Rights), che garantisce che il nuovo potere non avrebbe in nessun modo potuto passare sopra i diritti dei cittadini in nome di una supposta «ragione di Stato».   Sono i famosi emendamenti in aggiunta al testo costituzionale – il diritto alla libera espressione, il diritto ad armarsi, il diritto a non essere perquisiti, il diritto ad essere giudicati da una giuria di pari, etc. – che di fatto sono più caratteristici della Costituzione stessa, al punto da essere confusi con essa.   Ora, nei secoli abbiamo visto come gli elitisti massoni puritani si sono evoluti: l’attivismo progressista statunitense, con il suo fondamentalismo abortista ed omotransessualista, porta una chiarissima cifra puritana, lo stesso zelo assolutista.   Dall’altra parte, abbiamo visto come il popolo americano, divenuto sempre meno protestante e sempre più cattolico (sì: proprio la religione contro lo Stato era stato programmato) abbia prosperato nel Nuovo Mondo.

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È qui che voglio finalmente partire con il mio elogio dell’America: dalla famiglia. Il famoso «sogno americano», vivo o morto che sia, per milioni di immigrati degli scorsi secoli (per quelli attuali la faccenda è molto differente) coincideva con la possibilità di lavorare e guadagnare a sufficienza per mettere su famiglia, magari in una bella casa indipendente, di dimensioni certo maggiori dei tuguri dei borghi europei da cui si partiva.   Questo è, in ultima analisi, il vero motore della storia della potenza americana: non gli spazi infiniti, non gli oceani, non le infinite risorse materiali, ma la capacità di produzione biologica, la moltiplicazione degli esseri umani sulla Terra.   Nel 1776, gli Stati Uniti contavano appena 2,5 milioni di abitanti. Oggi la popolazione supera i 342 milioni. Il popolo USA è più che centuplicato, un n fenomeno unico per rapidità e dimensioni. Subito dopo l’indipendenza, la popolazione era concentrata lungo la costa atlantica ed era prevalentemente rurale ed europea. Nel corso dell’Ottocento, l’espansione verso l’Ovest e l’acquisizione di nuovi territori hanno spinto milioni di pionieri a colonizzare il continente, supportati da tassi di natalità eccezionalmente alti.   Tra il 1776 e l’Ottocento, le famiglie rurali erano numerosissime, con una media di sette figli per donna. Nel Novecento il fenomeno del Baby Boom – che ha prodotto l’amata generazione dei boomer – dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha registrato l’ultimo grande picco: nel 1960 ogni donna americana faceva 3,5 figli, ben oltre la soglia di sostituzione del 2.1.   Più tardi, sotto l’influsso della Necrocultura scatenatasi intorno agli anni Settanta, il tasso è crollato, ma nel 1980 si aveva ancora un rispettabile 1,8. In questo 2026 siamo scesi a 1,6 figli per donna, ma si tratta di una cifra molto più alta di Italia (1,3), Germania (1,3), Spagna (1,1), Polonia (1,1), Giappone (1,1).   L’America fa ancora figli. Crede ancora nelle famiglie numerose – specie nei cosiddetti Flyover States, gli Stati interni dove persiste una popolazione collegata alle proprie tradizioni e al senso della famiglia – e ovviamente al cristianesimo. È soprattutto questo: la Cultura della Morte, che regna sulle popolazioni delle due coste oceaniche (da cui il voto per il Partito Democratico che fa i congressi con fuori le camionette per il feticidio) non arriva a disinstallare lo slancio vitale dell’americano medio.   Lo Stato profondo non è riuscito a piegare il popolo profondo. Che continua a mettere su famiglia, con le sue casette e i suoi truck, pickup e macchinoni vari. Non è solo una questione di tasso di fertilità. Osserviamo anche il dato dell’età in cui si diventa madre è indicativo. Le americane fanno in media il primo figlio a 27,5 anni. Anche qui, la divisione che stiamo descrivendo, in termini spirituali, politici e biologici, è netta: . Tuttavia, la demografia americana è fortemente polarizzata: nelle grandi aree urbane e negli Stati costieri (come New York o Washington D.C.) la media supera i 30 anni, mentre nelle zone rurali e negli Stati del Sud scende drasticamente a circa 24,5 anni. Un raffronto veloce lo si fa pensando all’Italia, dove l’età media è 31,9.   Chi mette su famiglia in America lo fa sfidando non solo il clima generale, ma anche la minaccia più diretta, sempre possibile negli USA – che sono, diceva un banchiere congolese decenni fa, «un frammento del Terzo Mondo che ha avuto successo e ha conservato le sue immense zone di sottosviluppo» – della povertà travolgente. Chi mette su famiglia lo fa alla faccia del rischio immane di venirne inghiottito, magari grazie al libero divorzio. Per riprodurti, e seguire la tradizione della villetta col giardino, ogni americano vive sui limiti delle proprie possibilità, rischiando continuamente la bancarotta.   Nemmeno ciò li fa desistere. Pensiamo invece all’Italia, dove invece del debito privato, specie per la generazione dei boomer, c’è un immenso accumulo di risparmio, che poi produce, spesso, un bel figlio unico.   In definitiva, l’America, nonostante il comando della sua élite, rifiuta farsi sterilizzare. E sappiamo che le stanno provando tutte per impedire di fargli creare una famiglia. Ogni ingrediente per il depopolamento è stato gettato sul popolo americano in primis: anticoncezionali, aborto, cultura edonista (con i voli a basso costo a fungere da vettore primario di autosterilizzazione) e pure le tasse, che consideriamo come un grande dispositivo antibiologico, ma ne parleremo un’altra volta.   Per cui è importante dare agli USA il titolo giusto: gli Stati Uniti sono una vera nazione.

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La parola «nazione» avrebbe in teoria un etimo di facile comprensione: viene da natus, participio passato di nasci, il verbo latino per nascere.   E quindi: se un Paese non produce più nascite non dovrebbe più dirsi come nazione. Se rifiuta la famiglia come sua base, come può essere una nazione, un sistema di nascite?   Ecco che comprendiamo quel concetto che tentiamo di spiegare da anni su Renovatio 21: lo Stato non è la nazione. Lo Stato moderno, soprattutto, non è fatto di persone (la pia illusione degli ottusi: «lo Stato siamo noi») ma è una struttura, una macchina, che programmato con i codici della Necrocultura diventa essenzialmente un sistema di morte, un dispositivo per torturare ed uccidere il proprio stesso popolo.   A differenza dello Stato, la nazione è fatta non solo di esseri umani: è fatta di nascite. È fatta di una volontà, condivisa per legge naturale da quasi tutta la popolazione, di riprodurre la vita umana.   Chi in questi anni ha blaterato di nazionalismo con ogni probabilità pensava, più che a questa semplice realtà ultima della politica (la nazione è vita!), alla difesa di uno Stato, con il suo territorio (come se esso non fosse cangiante), una sua lingua (come se fosse importante), perfino alle sue tradizioni culinarie. Il vecchio nazionalismo, che ingenuamente si fonda sul concetto contraddittorio di Stato-nazione (due cose che in realtà ora sono in contrapposizione violenta) non può andare oltre al tifo calcistico.   Gli Stati Uniti si sono dati come una delle patrie della Necrocultura: gran parte della spinta è venuta da lì, in particolare da casati come quello dei Rockefeller, che per qualche ragione si sono trasmessi per generazioni non solo l’immane ricchezza ma anche l’imperativo della riduzione della popolazione. Gli investimenti dell’élite per creare una cultura contro la vita – una cultura anticristiana – in USA sono stati impressionanti, e Hollywood ne è un esempio luccicante.   Il piano non è riuscito. Se il popolo è sufficientemente libero non può rifiutare la vita. Non può negare la sua continuazione biologica e spirituale, non può sputare sul suo futuro. Non può odiare i propri figli.   E quindi: sì, gli Stati Uniti sono ora un esempio di vera nazione, nel vero senso del termine. Quando pensiamo alla loro complicata egemonia, in fondo alla testa sappiamo anche questo: gli americani ci credono. Credono alla propria nazione, fatta dall’insieme non solo dei singoli, ma delle loro famiglie. Ecco il segreto del loro potere.   Certo, nell’élite americana, sin dal principio, alberga un impulso di morte e distruzione consistente, ed essendoci di mezzo la massoneria non è che poteva essere diversamente. Ancora oggi, Washington ha la possibilità di sterminare la vita sul pianeta, disponendo di circa 3.700 testate nucleari attive su un totale di 5.042.   Si tratta, in fondo della scelta che ogni Stato, che ogni uomo è tenuto a fare: la vita contro la morte. Una nazione vera, tuttavia, non può che avere una risposta, quella della vita.   È l’auspicio che rivolgiamo anche ad un altro Paese, più giovane degli USA, parimenti creato dai massoni: l’Italia. Per fare dell’Italia una nazione bisognerà, tuttavia, riformulare il suo Stato.   E, vista la prospettiva di sterilità e morte che vediamo quando guardiamo alla nostra società, non crediamo che ci sia ancora tantissimo tempo.   Roberto Dal Bosco

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Scomunicati anche i fedeli FSSPX. Ecco il genocidio tirannico del Vaticano moderno

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Un incredibile documento rilasciato in queste ore dal Dicastero della Fede (DDF) diretto da Victor Manuel «Tucho» Fernandez illustra in maniera definitiva come la scomunica contro la FSSPX non riguardi solo i vescovi, come delineato nel decreto uscito sempre ieri, ma anche i sacerdoti e perfino i fedeli della FSSPX.

 

Il documento è apparso sul sito del DDF con il titolo «Prassi per la riconciliazione di fedeli appartenenti alla Fraternità San Pio X». Esso sarebbe stato trasmesso alle nunziature apostoliche, e conterrebbe «e indicazioni da seguire per i sacerdoti e i fedeli laici appartenenti alla Fraternità San Pio X che desiderano ristabilire la piena comunione con la Chiesa».

 

Per quanto riguarda i sacerdoti,  la procedura che il Dicastero per la Dottrina della Fede adotta, a decorrere dal 1° luglio 2026, stabilisce che il sacerdote il quale abbia scelto di abbandonare la Fraternità Sacerdotale San Pio X, pronto ad accogliere il Concilio Vaticano II e la legittimità del novus ordo Missae pur restando legato al rito antico, debba «trovare un Ordinario (Vescovo diocesano, Superiore maggiore degli Istituti religiosi di diritto pontificio clericali e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio clericali ecc.) disposto ad accoglierlo ad experimentum».

 

Pertanto il sacerdote dovrà «scrivere di proprio pugno al Santo Padre una lettera nella quale si presenta e chiede la remissione delle censure incorse a motivo dell’Ordinazione ricevuta da un Vescovo scomunicato o irregolare, o essendo stato ordinato validamente e legittimamente, sia entrato successivamente a far parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X».

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Il sacerdote dovrà inoltre allegare il certificato di ordinazione sacerdotale e accludere, firmate e datate, «la Professio fidei e la Formula adhaesionis, datate e firmate». Si tratta della Professione che sintetizza i contenuti della fede cattolica e della Formula di adesione con la quale il sacerdote promette fedeltà al Papa impegnandosi a non attaccare pubblicamente lui e il suo magistero.

 

Il sacerdote dovrà far inviare i documenti (la lettera con il certificato, la Professione e la Formula di adesione) dall’Ordinario «il quale manifesterà nella lettera di accompagnamento la disponibilità ad accoglierlo ad experimentum nella propria Diocesi o nel proprio Istituto». Appena ricevuti i documenti dall’Ordinario, il Dicastero redige un Rescritto di remissione delle censure, autorizzando l’Ordinario ad accogliere il sacerdote richiedente «per un periodo di prova di almeno un anno e non più di tre, al termine del quale, si potrà procedere alla sua incardinazione».

 

Il primo modulo di adesione allegato, chiamato «Professio Fidei», notiamo, è in latino. «Ego ______  firma fide credo et profiteor omnia et singula quae continentur in Symbolo fidei, videlicet Credo in unum Deum Patrem omnipotentem (…)».

 

L’allegato B si chiama invece Formula Adhaesionis, e rende con più chiarezza quale sia il problema: l’accettazione del Concilio Vaticano II, considerato in pratica come dogma ineludibile della Chiesa attuale. «Accipio doctrinam, quae in n° 25 Constitutionis dogmaticae Lumen Gentium Concilii Vaticani II de Magisterio Ecclesiae et de adhaesione illi debita docetur», scrive. «Accetto la dottrina che viene insegnata nel n° 25 della Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II sul Magistero della Chiesa e sull’adesione a esso dovuta».

 

Il modulo dichiara inoltre di ritenere valida la celebrazione della Messa secondo i riti promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II e di aderire alle norme del Codice di Diritto canonico promulgato da Giovanni Paolo II. «Declaro etiam me accipere validitatem Sacrificii Missae et Sacramentorum celebratorum cum intentione faciendi quod facit Ecclesia, et secundum ritus qui inveniuntur in editionibus typicis Missalis Romani necnon Ritualium a Summis Pontificibus Paulo VI et Ioanne Paulo II editis» («Dichiaro anche di accettare la validità del Sacrificio della Messa e dei Sacramenti celebrati con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, e secondo i riti che si trovano nelle edizioni tipiche del Messale Romano e dei Rituali editi dai Sommi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II»).

 

C’è poi la parte più umanamente spinosa, che riguarda i fedeli della FSSPX, che sono più di 600 mila in tutto il mondo, ma sono coinvolte certamente più persone – financo milioni – che partecipano saltuariamente alle celebrazioni della Fraternità o simpatizzano.

 

Secondo il documento, la prassi di riconciliazione «afferisce alla questione della imputabilità o grado di responsabilità soggettiva dei fedeli laici che hanno aderito formalmente o frequentano la Fraternità Sacerdotale San Pio X e che chiedono di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica».

 

«L’imposizione della pena a laici appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X non può essere presunta in modo automatico, ma deve essere valutata caso per caso» scrive il testo del DDF, che procede enucleando una morfologia del fedele FSSPX.

 

«Poiché l’imputabilità richiede piena avvertenza e deliberato consenso, esempi di imputabilità comprovata possono riguardare: 1. Laici facenti parte del Terz’Ordine della Fraternità Sacerdotale San Pio X; 2. Laici che partecipano abitualmente alle celebrazioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X, condividendone formalmente le posizioni dottrinali. Al contrario, non sono da ritenersi imputabili: 3. Laici che abbiano frequentato la Fraternità Sacerdotale San Pio X solo per motivi liturgici o spirituali; 4. Laici che, pur consapevoli delle tensioni con la Santa Sede, non rifiutano il Magistero o l’autorità del Romano Pontefice».

 

«L’eventuale procedura da seguire per i laici appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X ai quali è stata imposta una pena e che chiedono di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica implica un atto formale di piena adesione alla dottrina e obbedienza alla gerarchia cattolica, sotto la giurisdizione dell’Ordinario del luogo, garante dell’unità della Chiesa particolare».

 

«Pertanto, un fedele laico, di cui ai nn. 1-2, che ha deciso di lasciare la Fraternità Sacerdotale San Pio X deve:  • Presentare all’Ordinario del luogo la Professio fidei e la Formula adhaesionis, datate e firmate (cf. allegati A-B)». Si tratta del modulo di autocritica (i pensieri qui vanno al comunismo, alla Rivoluzione Culturale di Mao Zedong…) di cui sopra.

 

«Una volta ottenuta la documentazione, l’Ordinario del luogo provvederà ad accogliere il fedele laico nei tempi e nei modi che riterrà più opportuni, servendosi ad esempio del Rito dell’ammissione alla piena comunione della Chiesa cattolica di coloro che sono già stati validamente battezzati, debitamente adattato. Per quanto riguarda il fedele laico, di cui ai nn. 3-4, basterà che si rivolga ad un sacerdote in piena comunione, con la decisione di non frequentare in futuro la Fraternità Sacerdotale di San Pio X».

 

Il documento chiarisce una volta per tutte che, diversamente da quanto detto con le scomuniche del 1988 (quando, a mo’ di spaventapasseri avevano fatto spargere la voce che sarebbero stati colpiti tutti, ma si trattava probabilmente di una tattica per spaventare la gente), questa volta è interessato direttamente ed ufficialmente tutto il popolo dei fedeli FSSPX.

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Come abbiamo visto anche per il decreto, anche qui ci sono incongruenze, non sequitur, «buchi» vari nella sceneggiatura modernista: che cos’è una «condivisione formale» delle posizioni teologiche della FSSPX? A parte il Concilio – e di conseguenza il rito della Santa Messa – c’è altro che allontana la Fraternità dalla Chiesa?

 

E come mai nei confronti di Williamson e dei vescovi da lui consacrati negli ultimi anni non vi è stata alcuna scomunica comunicata dal Sant’Uffizio? Quindi i fedeli della cosiddetta Resistenza, a differenza di quelli della FSSPX, non incappano nella scomunica?

 

E ancora: i sedevacantisti, sempre a differenza dei fedeli lefebvriani, non sono scomunicati, pur essi rigettando con giusta virulenza il Concilio?

 

E i bambini? Sono scomunicati? In teoria no: il Canone 1323 stabilisce che chi non ha ancora compiuto i 16 anni di età non è passibile di alcuna pena ecclesiastica, inclusa la scomunica, dichiarando totalmente incapaci di commettere un delitto canonico coloro che mancano abitualmente dell’uso della ragione.

 

Tuttavia, possiamo fidarci della banda Tucho? Come abbiamo visto nel caso delle scomuniche al popolo fedele (e nella Fiducia Supplicans e nelle sue correzioni dopo lo scandalo, e in tante altre sconce occasioni), no, in nessun modo possiamo fidarci. Perché la cintura modernista che governa il pontificato, slatentizzatasi con gli ultimi papati, si ritiene legibus soluta, può decretare qualsiasi cosa, non solo contro il Magistero eterno della Chiesa, ma anche contro il diritto canonico: ecco il diritto assoluto del vertice, che in una parola si può definire tirannia.

 

È, chiaramente, l’istituzione di un sistema totalitario: l’autorità comanda e il popolo obbedisce anche contronatura e contra legem, pena la sua eliminazione – in questo caso, per scomunica.

 

Riflettendo, ciò ci porta fuori dall’equivoco del «ritardo cattolico». Il Vaticano conciliare non arriva dopo le tendenze sociopolitiche del mondo moderno, ma le anticipa (così come il Concilio Vaticano II con evidenza precorreva la dissoluzione della morale vista col ’68 e negli anni successivi).

 

Ecco quindi spiegato come, ad esempio, la città Stato del Vaticano sia divenuta, il Paese con il più terrificante obbligo vaccinale al mondo (in pratica, un grande laboratorio Pfizer, con espulsione a chi non si sottometteva alla dittatura pandemica e alla siringa genica).

 

Il Vaticano moderno stato paragonato, a quell’epoca, ad un altro Stato religioso, lo Stato di Israele, dove pure vaccini e lockdown – e danni mostruosi correlati – erano prosperati senza limiti. Notiamo qui un’altra similitudine, che ci mostra davvero la cifra moderna di ambo le realtà, che ne fanno vere espressioni dello Stato moderno: il genocidio.

 

Che cos’è, se non un genocidio spirituale, la scomunica di mezzo milione di persone?

 

Come possiamo aver rispetto di un potere che vuole eliminare il suo stesso popolo?

 

Come possiamo non reagire?

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Incongruenze nel decreto di scomunica della FSSPX

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Dopo le consacrazioni episcopali di Ecȏne del 1° luglio scorso, la Santa Sede, tramite il Dicastero per la Dottrina della Fede, ha emesso un decreto di scomunica, a firma del Prefetto Fernandez, che dichiara la scomunica latae sententiae per consacratore e consacrati e dà altri elementi circa lo «scisma» che sarebbe in corso. Il decreto è seguito da un’apposita Nota esplicativa del Dicastero medesimo che ne individua la portata e i termini.   Rimandiamo qui all’infinità di studi prodotti non solo (e non tanto) sull’assoluta nullità di tali provvedimenti, ma soprattutto sulla situazione dottrinale all’interno della gerarchia ecclesiastica, che almeno dal 1965 apertamente e globalmente professa e accetta errori contro le dottrine definite, rendendo comprensibile e necessaria la consacrazione di vescovi senza mandato. Non sarà questo l’oggetto del presente articolo. Ci limiteremo ad alcune annotazioni sul documento stesso, che presenta diverse problematiche intrinseche e merita precise osservazioni.   Il testo ripresenta fedelmente il quadro del 1988. Ci sono due livelli di pene canoniche chiaramente esposte: la scomunica per consacrazione episcopale senza mandato pontificio, e quella per scisma. Correttamente sono individuate due diverse fattispecie di delitto, con pene analoghe ma distinte, ed eventualmente cumulabili. 

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Il primo delitto canonico, la consacrazione senza mandato, contravviene all’attuale canone 1387 (tra il 1988 ed oggi la parte penale del codice è stata ampiamente rivista da papa Bergoglio, per cui non tutti i canoni corrispondono a quelli citati all’epoca). Vengono citati come colpiti dalla sanzione il vescovo consacrante principale, monsignor De Galarreta, e i quattro consacrati.   Curiosamente, non viene citato il co-consacratore, monsignor Fellay, che verrà nominato esplicitamente per il secondo capo di accusa, come una specie di «primo aderente» allo scisma (e don Pagliarani?). I canonisti ritengono in genere che il co-consacratore non sia un semplice complice non necessario, ma un vero co-autore del delitto, e quindi incorra nella scomunica prevista dal can. 1387.   Tuttavia anche nel 1988, il decreto di scomunica Dominus Marcellus Lefebvre il co-consacratore monsignor Antonio de Castro Mayer (non menzionato nel motu proprio Ecclesia Dei adflicta) veniva scomunicato per scisma e non per consacrazione senza mandato. La fedeltà al quadro del 1988 si palesa anche nelle questioni canonicamente discutibili. Da notare anche che nel 1988 il decreto di scomunica fu emesso dalla Congregazione per i Vescovi, essendo monsignor Lefebvre (benché sospeso) ancora considerato membro della gerarchia. Oggi se ne occupa l’ex Sant’Uffizio (molto ex, e poco santo).   Il secondo delitto è lo scisma, concetto molto più vasto. Si dà per buona l’idea proveniente dal motu proprio Ecclesia Dei del 1988 (mille volte confutata), per cui il movimento di Mons. Lefebvre si formalizza come scisma vero e proprio almeno a partire dalle consacrazioni episcopali di quell’anno. Anzi nella nota esplicativa si fa riferimento a un’altra nota esplicativa, emessa dal Pontificio Consiglio per i testi legislativi il 24 agosto 1996, definita «ancora vigente» ed esplicitamente fatta propria dal Dicastero. Si spiega che i chierici della FSSPX sono certamente scomunicati come aderenti allo scisma (anche se il documento del 1996 era più cauto: «sembra indubbio», il che permetteva la prova del contrario).   Sui fedeli ovviamente la casuistica è più vasta, non bastando certo la frequenza occasionale ai sacramenti degli scismatici per costituire adesione formale allo scisma e quindi essere scomunicati. Ci vogliono elementi più profondi, che il documento delinea, pur facendo appello a chiarimenti dottrinali a riguardo, che nel 1996 si attendevano dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (e mai furono prodotti).   Il quadro quindi è esattamente quello del 1988 (Ratzinger o Tucho, stessa battaglia: lo schema interpretativo dello «scisma Lefebvre» per la Congregazione lo ha inventato il mitico pastore tedesco, lo ricordino i fans del bavaro, non il Fernandez). Chi ha vissuto nella FSSPX gli anni Novanta ricorda certamente di essere stato «uno scismatico» per tutti, a partire dal proprio parroco. In questo senso l’unica cosa stupefacente è il far mostra di scandalo e stupore da parte di molti, come se si fosse prodotta una situazione inaudita, quando Roma ci sta dicendo che per loro non è MAI cambiato niente, data la vigenza del motu proprio del 1988 e della sua interpretazione ufficiale del 1996.   Ci si chiederà allora cosa sia avvenuto nel 2009, con la «remissione delle scomuniche» di ratzingeriana memoria. L’atto riguardava la scomunica numero 1, cioè quella per i vescovi consacrati (i consacranti erano morti ormai da anni), ma evidentemente quella per «scisma» era sempre «vigente» agli occhi di Roma. In effetti, a parte belle parole di cardinali e prelati o concessioni benevole di papa Bergoglio, quegli atti non furono mai ritirati. Quanto al modo di trattare canonicamente preti e fedeli, quello ha risentito di incertezze nella giurisprudenza e nella prassi a livello locale o occasionale, e non può far testo più di quel tanto.   Curiosamente Fernandez ricorda che i sacramenti della confessione e del matrimonio sarebbero invalidi. Sorvoliamo sulla confessione, ma se c’è un vero scisma, va ricordato che gli scismatici non sono soggetti alla forma canonica del matrimonio cattolico, e contraggono valide nozze secondo i loro riti. Quindi, quantomeno per il caso di due fedeli battezzati nella FSSPX dopo il 1988 che si sposano tra loro, la Santa Sede deve necessariamente ammettere la validità, pena una dimostrazione di plateale ignoranza della propria legislazione.   Andiamo alla conclusione. Dal 2000 in poi, con accelerazioni e decelerazioni, i vertici della FSSPX si sono impegnati in un dialogo a vari livelli con le autorità romane. Ci sono stati (molti lo dimenticano) vasti colloqui dottrinali, che hanno concluso all’incompatibilità del Vaticano II con le dottrine tradizionali (sostanzialmente ammessa da Roma stessa, si legga il libro Vaticano II: un dibattito aperto che ne è il resoconto ad opera dell’abbé Gleize, uno dei protagonisti). Ci sono state diverse concessioni pratiche e un periodo di relazioni meno tese e a un certo cambiamento di toni, pur nella fedeltà di fondo e nel rifiuto di compromessi dottrinali nei momenti decisivi. C’è stato anche molto malcontento e profonde crisi interne a causa di questo, la più nota avendo avuto come protagonista nientemeno che uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988.   Ora, tutto questo ventennio abbondante non solo non ha generato (e grazie a Dio!) alcun accordo, ma ha portato nel momento decisivo (le improrogabili consacrazioni) ad una reazione romana uguale a quella del 1988, se non peggiore.   Se un monsignor Williamson avesse diretto la FSSPX in questi medesimi decenni, non avrebbe potuto ottenere da Roma in questo frangente reazione più grave di quella effettivamente esplosa, nonostante questi anni di trattative e ammorbidimento del linguaggio (non dei concetti, grazie a Dio – bis). L’auspicio quindi è che il linguaggio che monsignor Lefebvre usava nel 1988 riprenda tutto il suo vigore.

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La nullità e inanità di tutti questi provvedimenti non si dimostrano infatti con disquisizioni giornalistiche o para-canonistiche, ma con la netta e inequivocabile denuncia della «Roma anticristica, modernista e liberale, che procede nella distruzione del regno di Nostro Signore».   Non serve che siano le autorità moderniste o i vescovi amici a spiegare e accettare che la FSSPX è cattolica, tali patenti sarebbero controprove.   La cattolicità della FSSPX è dimostrata senza equivoco dai documenti immortali del Magistero ecclesiastico tradizionale, Mirari vos, Quanta cura, Mortalium animos, Quas primas, Mystici corporis, e i tanti altri che monsignor Lefebvre costantemente citava. Essi fanno il discrimine tra chi ne accetta la dottrina come rivelata e immutabile, e chi la nega quotidianamente ed esplicitamente da sei decenni.   Essi dimostrano la vera radice dell’opera di monsignor Lefebvre: è la gerarchia ad avere un enorme problema e a causarlo nella Chiesa, la reazione legittima del «mondo tradizionale» ne è solo lo specchio. Non c’è in effetti comunione tra la dottrina cattolica e la sua negazione.   O si torna a questo, o si blatera di obbedienza e decreti.   Don Anonymus  

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