Pensiero
La guerra totale di Zelens’kyj-Meloni, la pace di Silvio Berlusconi
E così ci è toccato di vedere anche questa: il primo ministro del nostro Paese che va a baciare la pantofola al regime di Kiev, il giorno dopo che il boss vero è passato per promettere ulteriore morte e distruzione con tanto di sirene finte dispiegate per le TV. Con tanto di occhiali da sole da duro.
Sono, immaginiamo, cascami della sovranità limitata.
Tuttavia ci sconvolge la leggerezza con cui Giorgia – anche il presidente-comico ucraino la chiama così – si presta alla macchina infernale in atto, anche qui bene a favore di telecamera.
In pratica, il presidente del Consiglio italiano va a trovare, e sorridere, e promettere roba (sono qui per capire cosa serve all’Ucraina, ha detto, come se in questi mesi non ci fosse stata ripetuta ad nauseam la risposta: armi, danaro, armi, danaro, miliardi, missili, tank aerei militari, altri miliardi) l’uomo che tre giorni fa su Die Welt ha parlato apertis verbis di Terza Guerra Mondiale.
«Perché se la Cina si allea con la Russia, ci sarà una guerra mondiale, e penso che la Cina ne sia consapevole», ha Zelens’kyj, che finalmente comincia a significare anche a parole quello che ha fatto in tutto questo tempo con i fatti: condurre il mondo verso un nuovo olocausto bellico, magari fatto di armi termonucleari – lo sapete, questo è l’unico modo che il regime di Kiev ha per salvarsi la pelle.
Perché, se vince la Russia, l’élite ucraina, Zelens’kyj e i suoi ministri, non si sa che fine facciano: o fuggono (capitali all’estero statene certi ce ne sono) oppure possono subire processi e ritorsioni, e magari nemmeno da parte dei russi.
Tuttavia, anche l’altra opzione è disastrosa per il comico-presidente, forsanche di più: se scoppia la pace, i nazisti che lo attorniano (nel senso: si dice che siano proprio i battaglioni nazintegristi a fargli da sicurezza personale), potrebbero mantenere la promessa fatta alla sua elezione nel 2019, che è quella di impiccarlo ad un albero del Kreshatik (il bel viale del centro di Kiev che porta a piazza Maidan) nel caso lui ceda anche solo un centimetro del territorio russo.
Ci dispiace: il Donbass, la Crimea, non torneranno più indietro. Questo lo ha capito e accettato perfino Elon Musk, che all’Ucraina aveva dato i satelliti.
Ne consegue che l’unica opzione per la banda di Kiev è quella di augurarsi la distruzione diretta di Mosca, cioè la Terza Guerra Mondiale. Tanti sforzi, anche violenti (pensate al missile ucraino che uccide i contadini polacchi, con immediati richiami ucraini all’articolo 5 della NATO) sono leggibili solo così. Lo ripetiamo da un anno: la sopravvivenza di Zelens’kyj si basa solo sul trascinare tutti noi nel conflitto globale più distruttivo della storia dell’uomo.
Questo è chiaro a tutti. Evidentemente, non è chiaro a Giorgia Meloni.
La quale si è prestata pure al siparietto, traducendo in inglese una domanda di una giornalista italiana rivolta a Zelens’kyj riguardo a Silvio Berlusconi. La Meloni, che di Berlusconi è stata ministro, ha trovato il tempo di fare una battuta: «presidente operaio», ha detto forse riferendosi alle sue doti di traduttrice. Per chi è troppo giovane per ricordarlo, con probabilità si tratta di una piccola presa per i fondelli di uno slogan della campagna elettorale del 2001, quella vinta a man bassa dall’imprenditore milanese con lo slogan del «presidente operaio».
La Meloni, ricordiamo, fece parte del partito di Berlusconi, il PDL. E Berlusconi, ricordiamolo, è attualmente un suo alleato di governo.
È davvero un bel lavoro.
Berlusconi, lo ricorderete, pochi giorni fa aveva espresso parole di verità assoluta sulla situazione ucraina, e sulla necessità di trovare subito la pace. Il che significa, per logica, pensare tutto il male possibile di Zelens’kyj e dei suoi piani. Silvio non si tirò indietro, e lo disse pure.
Il Silvio non è solo in questo pensiero. Malgrado la totale sottomissione mediatica occidentale al continuum NATO, qualcuno si è spinto a dichiararlo, pure in TV, pure nella trasmissione via cavo più seguita in USA.
«Ci sarà una guerra mondiale se la Cina si allineerà con la Russia?» ha detto l’indomito giornalista televisivo Tucker Carlson riflettendo sulle parole di Zelens’kyj al quotidiano tedesco. «Chi potrebbe dire una cosa del genere con calma, visto che, come vi abbiamo appena detto, la Cina è allineata con la Russia? È già successo. Questa non è speculazione. È un fatto. E come risultato di ciò, secondo lo stesso Zelens’kyj, moriranno centinaia di milioni di persone. Non è un grosso problema. Finché ci riprendiamo la Crimea. Questo è un modo di pensare molto oscuro».
Carlson è andato oltre. Ha cominciato a percepire le vibrazioni spirituali, metastoriche, che emanano dal comico ucraino. Arriva a parlare di «forze oscure».
«Lo stesso Zelens’kyj è una forza molto oscura. Questo è ovvio se lo guardi. È inconfondibile. Chi non potrebbe vederlo? Quest’uomo è un distruttore. Ha vietato una fede cristiana nel suo paese e ha arrestato suore e sacerdoti. Oh, ma è un eroe, affermano i nostri leader (…) No, Zelens’kyj non è un eroe. È uno strumento di distruzione totale. Questa non è una difesa dei suoi nemici. È proprio vero e forse è per questo che Joe Biden è attratto da lui. Biden è atterrato oggi a Kiev per promuovere un’altra guerra mondiale».
Zelens’kyj è uno strumento di distruzione totale: questa è la nuda verità. Questo lo ha capito il vecchio Berlusconi, e lo ha detto. Mentre invece il nostro attuale premier è corso a baciare le mani al distruttore del mondo.
Ci sono insomma due campi: ci sono gli uomini di pace, e quelli invece che alimentano la guerra di annientamento planetario che ci si sta parando innanzi.
Giorgia ha deciso da che parte stare, ha deciso da che parte mettere gli italiani (che ora, ricordiamo, in caso di attacco non dispongono dell’antiaerea dei SAMP-T, omaggiati subito allo Zelensco, immaginando comunque che servano moltissimo contro i missili ipersonici Kinzhal e Tsirkon delle forze russe).
Anche Berlusconi ha deciso da che parte stare: da quella della pace, della prosperità, da quella di uomo cresciuto nel dopoguerra italiano, quando tutti, sopravvissuti tra rovine fumanti, sapevano che la guerra è orrenda e nociva, e lo sviluppo economico è ciò di cui si ha veramente bisogno, ciò che permette il vero progresso, la continuazione delle vite umane, delle famiglie.
Zelens’kyj ha detto in conferenza stampa che a Berlusconi non hanno mai bombardato casa.
Si dice che Berlusconi, furioso per l’attacco di Zelens’kyj, sia stato portato ad evitare una risposta all’ucraino. Beh, tentiamo invece di darla noi: Berlusconi è cresciuto a Milano quando questa era ridotta ad un cumulo di macerie dai bombardamenti degli angloamericani – che sono oggidì esattamente i primi alleati di Zelens’kyj, nonché suoi pupari nel mandare al massacro tutti quei ragazzi ucraini. Diremo di più: quella guerra, si dice, fu combattuta contro quei tizi che indossavano, come ricordato nel recentissimo discorso alla Duma di Putin, le mostrine runiche, i galloni con la testa di morto, le svastiche e i Sonnenrad: tutta roba che lo Zelens’kyj, perfino, pubblica impunemente su Instagram.
E poi, la menzogna: davvero dobbiamo berci questa storia dei russi che bombardano le case, esattamente come fanno gli americani in Italia, Germania, Giappone, Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq?
Davvero dobbiamo pensare che stiano censurando il fatto che la Russia stia eseguendo attacchi missilistici di precisione sulle infrastrutture (nella fase due iniziata dopo il bombardamento del Ponte di Crimea celebrato da Kiev) peraltro colpendo quelle di trasmissione e non quelle di produzione energetica?
Non c’è stato scandalo perché quel consigliere di Zelens’kyj ha ammesso poche settimane fa che il missile caduto sul condominio era ucraino?
Dobbiamo dimenticarci, invece, i colpi di artiglieria su case e scuole che nel Bacino del Don hanno ucciso dal 2014 almeno 14 mila persone?
Massì, bevetela tutta, la menzogna: c’è lì a fianco il premier col maglioncino bianco, fidatevi. Si tratta solo di tradurre la massa bovina – la massa vaccina – al macello nucleare, dopo che gli è toccato il macello economico, energetico, e genetico via siringa mRNA.
La pace contro la distruzione totale: non pensate che questo sia qualcosa di nuovo. Specie se c’è di mezzo quello di Arcore.
Siccome siamo su Renovatio 21, vogliamo ricordare che l’azione del potere profondo occidentale contro Berlusconi c’era da molto prima dell’Ucraina, perfino da prima che Berlusconi instaurasse quell’amicizia grande, vera, a tratti struggente, con Vladimir Putin.
Sono passati trenta anni, ma noi ricordiamo bene la stranezza del governo Berlusconi uno, con Silvio che vince inaspettatamente le elezioni del marzo 1994 contro la «gioiosa macchina da guerra» del PDS (allora il PD si chiamava così) di Achille Occhetto, che si sentiva destinato ad assumere finalmente il potere a Roma.
Quando Berlusconi piombò in politica non ruppe le uova nel paniere solo al futuro PD: c’è motivo di pensare che anche i veri padroni del Paese, quelli della «sovranità limitata», non fossero felici: con la caduta del muro, il Dipartimento di Stato americano e la CIA avevano completamente riconfigurato l’assetto dei loro appoggi globali. Quello che stavano con i sovietici, improvvisamente diventavano pro-Washington: ecco che ti tirano fuori dal carcere il terrorista filosovietico Nelsone Mandela, e te lo piazzano pure al potere in Sud Africa, a far ciao con la manina, il sorrisone e l’occhio fessurato.
I vecchi asset, che certo non scodinzolano come quelli che si sono trovati d’improvviso senza padrone, invece vengono eliminati: non è sbagliato pensare che Mani Pulite sia stato esattamente questo, la cancellazione del principale interlocutore antirusso del Paese, la Democrazia Cristiana, e la punizione per il «sovranista» Craxi che diceva che non voleva vedere i cavalli dei cosacchi abbeverarsi nelle fontane del Vaticano (era la promessa di Stalin), ma neanche vedere sgorgare, da quelle fontane, Coca-cola: la cosa fu particolarmente chiara a Sigonella.
E quindi, che vincesse le elezioni un amico intimo di Craxi, con il quale non si erano fatti accordi, né si avevano consistenti fili da tirare, era accettabile per il padrone americano?
No. E infatti il governo Berlusconi durò pochissimo. Quando rivinse le elezioni nel 2001, con percentuali che in certe regioni furono travolgenti, Berlusconi si adoperò per avvicinare questo nuovo presidente russo, molto composto, provenienza KGB, forse l’opposto totale della sua figura. Ci riuscì, al punto da creare un immenso punto per la storia della NATO – e quindi della pace sulla Terra – con gli accordi di Pratica di Mare, che riunirono i massimi vertici del pianeta (dotati di armi atomiche) per siglare la cooperazione con la massima superpotenza nucleare del mondo, la Russia.
Cominciate a vedere dove vogliamo andare a parare. Quando Berlusconi torna al potere nel 2008 (dopo aver perso contro Prodi per lo 0,07% dei voti) il rapporto con la Russia è oramai profondissimo: c’è l’acquisto di gas a buon mercato che favorisce le nostre aziende, ci sono le nostre banche che si espandono in Russia e pure nelle ex-repubbliche sovietiche, ci sono le PMI (tecnologia, moda, alimentari) che esportano miliardi e miliardi ogni mesi in Russia (e importano, pure), ci sono cooperazioni che fioriranno in settori strategici come l’aerospazio.
L’amicizia con lo Zar è tale che alla conferenza stampa per la vittoria elettorale, tenuta nella villa di Berlusconi in Sardegna, a fianco di Silvio c’è proprio Putin. Se lo rammentate, dovrebbero venirvi le vertigini: ma è così. Così come, poco dopo, Berlusconi in un’altra conferenza stampa congiunta con Putin, risponde in sua vece per difendere l’operato russo in Georgia, dove era andata in scena un’altra sanguinaria provocazione dei neocon, l’ultima dell’era Bush jr., che per le questioni cerebrali qualcuno potrebbe assimilare al Biden.
Anche quel governo Berlusconi finì anzitempo: all’apice della popolarità, cioè all’altezza del terremoto dell’Aquila, per il quale i russi a differenza degli americani mandarono subito degli aiuti, si attuò una manovra imprevista, con un’accusa da non credere: a Berlusconi piacciono le donne. In particolare, qualcuno sussurrò che sì, sulle storie delle escort, forse poteva esserci lo zampino americano, o meglio, così la pensava qualcuno di vicino a Berlusconi.
Le donne, e i processi, non furono abbastanza: sappiamo che la defenestrazione di Berlusconi la ottennero tramite una guerra economica. Ecco i risolini di Merkel e Sarkozy, il complotto (sì, anche i giornaloni oramai lo definiscono così) per far fuori Silvio dalla scena europea, certificato dai racconti autobiografici dell’ex segretario del Tesoro di Obama Timothy Geithner. Si inventarono lo spread – il COVID del 2011 – per allarmare il popolino, prepararono il tecnocrate di turno (con bollino Goldman Sachs), Mario Monti, il cui governo di tecnici «alieni» fu votato dalla stessa Meloni.
A Silvio andò bene: quell’anno, poco più sotto, un altro vertice di Stato veniva massacrato belluinamente, uno che pure conosceva bene, uno con cui aveva stipulato patti che favorivano non di poco l’interesse nazionale, le nostre aziende, la popolazione. Con l’uccisione di Gheddafi, la Libia, dove regnava la pace tra tribù e fazioni, diventa un inferno che ancora oggi brucia e minaccia di scottare anche noi.
Gli interessi nazionali italiani vanno a farsi friggere: entrano i francesi, gli inglesi, i turchi, i russi, gli egiziani, i sauditi, i quatarioti, e noi stiamo a guardare la nostra ex colonia, ora partner energetico strategico, divenire un buco nero. Facciamo notare anche che in Libia si piazzarono subito gli USA: sono indimenticabili le risate sataniche di Hillary Clinton quando le dicono che il rais libico è morto; di lì a poco il loro ambasciatore, Stevens, finirà impalato dai tagliagole sorti nel dopo-Gheddafi. Qualcuno dice che in realtà il diplomatico, o qualcuno sotto di lui, stesse combinando per conto di Washington un trasferimento di armi dai magazzini libici alla Siria, dove andava alimentata la rivolta anti-Assad da parte degli islamisti takfiri, tra cui l’ISIS.
Voci. Tuttavia vedete che anche qui abbiamo lo stesso schema: da una parte, chi porta distruzione e morte; dall’altra, chi vuole la pace e la cooperazione.
Berlusconi ha la sfortuna di stare dalla parte di chi ama la vita, il benessere, la prosperità. Berlusconi, come Trump, non vive di trame di annientamento, rifiuta per natura i programmi di devastazione che vengono dalle burocrazie del potere profondo.
È per questo che, in questo momento più che mai ci servono uomini così al potere: uomini veri, uomini sani, uomini che, secondo la più basica legge naturale, scelgono la vita e non la morte.
La Necrocultura, lo avete capito, fa qualsiasi cosa oggi per impedire che tali uomini arrivino e restino al potere: trucca le elezioni, gestisce colpi di palazzo, organizza linciaggi.
Lo avevamo detto altrove ricordando la crisi di Cuba, dove a parlarsi, e a risolvere, erano Kennedy e Krushev: l’assenza di uomini veri al comando oggi ci sta portando verso il baratro atomico.
Ci troviamo in un tempo in cui dobbiamo combattere contro forze oscure, contro le quali vogliono toglierci ogni difesa.
Il nostro governo obbedisce all’Impero del Male, sta da quella parte. Che non è quella che vuole che continuate a vivere e prosperare, come nell’Italia degli anni in cui son cresciuti i Berlusconi: pace, famiglia, lavoro. La vita oltre le macerie. Dall’altra parte chi invece opera, da sempre, per la rovina dell’umanità.
Siamo sempre qui: la vita contro la morte. Scegliete quale principio deve governare la vostra esistenza – e il vostro Paese.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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Immagini © Renovatio 21
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