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La guerra totale di Zelens’kyj-Meloni, la pace di Silvio Berlusconi

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E così ci è toccato di vedere anche questa: il primo ministro del nostro Paese che va a baciare la pantofola al regime di Kiev, il giorno dopo che il boss vero è passato per promettere ulteriore morte e distruzione con tanto di sirene finte dispiegate per le TV. Con tanto di occhiali da sole da duro.

 

Sono, immaginiamo, cascami della sovranità limitata.

 

Tuttavia ci sconvolge la leggerezza con cui Giorgia – anche il presidente-comico ucraino la chiama così – si presta alla macchina infernale in atto, anche qui bene a favore di telecamera.

 

In pratica, il presidente del Consiglio italiano va a trovare, e sorridere, e promettere roba (sono qui per capire cosa serve all’Ucraina, ha detto, come se in questi mesi non ci fosse stata ripetuta ad nauseam la risposta: armi, danaro, armi, danaro, miliardi, missili, tank aerei militari, altri miliardi) l’uomo che tre giorni fa su Die Welt ha parlato apertis verbis di Terza Guerra Mondiale.

 

«Perché se la Cina si allea con la Russia, ci sarà una guerra mondiale, e penso che la Cina ne sia consapevole», ha Zelens’kyj, che finalmente comincia a significare anche a parole quello che ha fatto in tutto questo tempo con i fatti: condurre il mondo verso un nuovo olocausto bellico, magari fatto di armi termonucleari – lo sapete, questo è l’unico modo che il regime di Kiev ha per salvarsi la pelle.

 

Perché, se vince la Russia, l’élite ucraina, Zelens’kyj e i suoi ministri, non si sa che fine facciano: o fuggono (capitali all’estero statene certi ce ne sono) oppure possono subire processi e ritorsioni, e magari nemmeno da parte dei russi.

 

Tuttavia, anche l’altra opzione è disastrosa per il comico-presidente, forsanche di più: se scoppia la pace, i nazisti che lo attorniano (nel senso: si dice che siano proprio i battaglioni nazintegristi a fargli da sicurezza personale), potrebbero mantenere la promessa fatta alla sua elezione nel 2019, che è quella di impiccarlo ad un albero del Kreshatik (il bel viale del centro di Kiev che porta a piazza Maidan) nel caso lui ceda anche solo un centimetro del territorio russo.

 

Ci dispiace: il Donbass, la Crimea, non torneranno più indietro. Questo lo ha capito e accettato perfino Elon Musk, che all’Ucraina aveva dato i satelliti.

 

Ne consegue che l’unica opzione per la banda di Kiev è quella di augurarsi la distruzione diretta di Mosca, cioè la Terza Guerra Mondiale. Tanti sforzi, anche violenti (pensate al missile ucraino che uccide i contadini polacchi, con immediati richiami ucraini all’articolo 5 della NATO) sono leggibili solo così. Lo ripetiamo da un anno: la sopravvivenza di Zelens’kyj si basa solo sul trascinare tutti noi nel conflitto globale più distruttivo della storia dell’uomo.

 

Questo è chiaro a tutti. Evidentemente, non è chiaro a Giorgia Meloni.

 

La quale si è prestata pure al siparietto, traducendo in inglese una domanda di una giornalista italiana rivolta a Zelens’kyj riguardo a Silvio Berlusconi. La Meloni, che di Berlusconi è stata ministro, ha trovato il tempo di fare una battuta: «presidente operaio», ha detto forse riferendosi alle sue doti di traduttrice. Per chi è troppo giovane per ricordarlo, con probabilità si tratta di una piccola presa per i fondelli di uno slogan della campagna elettorale del 2001, quella vinta a man bassa dall’imprenditore milanese con lo slogan del «presidente operaio».

 

La Meloni, ricordiamo, fece parte del partito di Berlusconi, il PDL. E Berlusconi, ricordiamolo, è attualmente un suo alleato di governo.

 

È davvero un bel lavoro.

 

 

Berlusconi, lo ricorderete, pochi giorni fa aveva espresso parole di verità assoluta sulla situazione ucraina, e sulla necessità di trovare subito la pace. Il che significa, per logica, pensare tutto il male possibile di Zelens’kyj e dei suoi piani. Silvio non si tirò indietro, e lo disse pure.

 

Il Silvio non è solo in questo pensiero. Malgrado la totale sottomissione mediatica occidentale al continuum NATO, qualcuno si è spinto a dichiararlo, pure in TV, pure nella trasmissione via cavo più seguita in USA.

 

«Ci sarà una guerra mondiale se la Cina si allineerà con la Russia?» ha detto l’indomito giornalista televisivo Tucker Carlson riflettendo sulle parole di Zelens’kyj al quotidiano tedesco. «Chi potrebbe dire una cosa del genere con calma, visto che, come vi abbiamo appena detto, la Cina è allineata con la Russia? È già successo. Questa non è speculazione. È un fatto. E come risultato di ciò, secondo lo stesso Zelens’kyj, moriranno centinaia di milioni di persone. Non è un grosso problema. Finché ci riprendiamo la Crimea. Questo è un modo di pensare molto oscuro».

 

Carlson è andato oltre. Ha cominciato a percepire le vibrazioni spirituali, metastoriche, che emanano dal comico ucraino. Arriva a parlare di «forze oscure».

 

«Lo stesso Zelens’kyj è una forza molto oscura. Questo è ovvio se lo guardi. È inconfondibile. Chi non potrebbe vederlo? Quest’uomo è un distruttore. Ha vietato una fede cristiana nel suo paese e ha arrestato suore e sacerdoti. Oh, ma è un eroe, affermano i nostri leader (…) No, Zelens’kyj non è un eroe. È uno strumento di distruzione totale. Questa non è una difesa dei suoi nemici. È proprio vero e forse è per questo che Joe Biden è attratto da lui. Biden è atterrato oggi a Kiev per promuovere un’altra guerra mondiale».

 

Zelens’kyj è uno strumento di distruzione totale: questa è la nuda verità. Questo lo ha capito il vecchio Berlusconi, e lo ha detto. Mentre invece il nostro attuale premier è corso a baciare le mani al distruttore del mondo.

 

Ci sono insomma due campi: ci sono gli uomini di pace, e quelli invece che alimentano la guerra di annientamento planetario che ci si sta parando innanzi.

 

Giorgia ha deciso da che parte stare, ha deciso da che parte mettere gli italiani (che ora, ricordiamo, in caso di attacco non dispongono dell’antiaerea dei SAMP-T, omaggiati subito allo Zelensco, immaginando comunque che servano moltissimo contro i missili ipersonici Kinzhal e Tsirkon delle forze russe).

 

Anche Berlusconi ha deciso da che parte stare: da quella della pace, della prosperità, da quella di uomo cresciuto nel dopoguerra italiano, quando tutti, sopravvissuti tra rovine fumanti, sapevano che la guerra è orrenda e nociva, e lo sviluppo economico è ciò di cui si ha veramente bisogno, ciò che permette il vero progresso, la continuazione delle vite umane, delle famiglie.

 

Zelens’kyj ha detto in conferenza stampa che a Berlusconi non hanno mai bombardato casa.

 

Si dice che Berlusconi, furioso per l’attacco di Zelens’kyj, sia stato portato ad evitare una risposta all’ucraino. Beh, tentiamo invece di darla noi: Berlusconi è cresciuto a Milano quando questa era ridotta ad un cumulo di macerie dai bombardamenti degli angloamericani – che sono oggidì esattamente i primi alleati di Zelens’kyj, nonché suoi pupari nel mandare al massacro tutti quei ragazzi ucraini. Diremo di più: quella guerra, si dice, fu combattuta contro quei tizi che indossavano, come ricordato nel recentissimo discorso alla Duma di Putin, le mostrine runiche, i galloni con la testa di morto, le svastiche e i Sonnenrad: tutta roba che lo Zelens’kyj, perfino, pubblica impunemente su Instagram.

 

E poi, la menzogna: davvero dobbiamo berci questa storia dei russi che bombardano le case, esattamente come fanno gli americani in Italia, Germania, Giappone, Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq?

 

Davvero dobbiamo pensare che stiano censurando il fatto che la Russia stia eseguendo attacchi missilistici di precisione sulle infrastrutture (nella fase due iniziata dopo il bombardamento del Ponte di Crimea celebrato da Kiev) peraltro colpendo quelle di trasmissione e non quelle di produzione energetica?

 

Non c’è stato scandalo perché quel consigliere di Zelens’kyj ha ammesso poche settimane fa che il missile caduto sul condominio era ucraino?

 

Dobbiamo dimenticarci, invece, i colpi di artiglieria su case e scuole che nel Bacino del Don hanno ucciso dal 2014 almeno 14 mila persone?

 

Massì, bevetela tutta, la menzogna: c’è lì a fianco il premier col maglioncino bianco, fidatevi. Si tratta solo di tradurre la massa bovina – la massa vaccina – al macello nucleare, dopo che gli è toccato il macello economico, energetico, e genetico via siringa mRNA.

 

La pace contro la distruzione totale: non pensate che questo sia qualcosa di nuovo. Specie se c’è di mezzo quello di Arcore.

 

Siccome siamo su Renovatio 21, vogliamo ricordare che l’azione del potere profondo occidentale contro Berlusconi c’era da molto prima dell’Ucraina, perfino da prima che Berlusconi instaurasse quell’amicizia grande, vera, a tratti struggente, con Vladimir Putin.

 

Sono passati trenta anni, ma noi ricordiamo bene la stranezza del governo Berlusconi uno, con Silvio che vince inaspettatamente le elezioni del marzo 1994 contro la «gioiosa macchina da guerra» del PDS (allora il PD si chiamava così) di Achille Occhetto, che si sentiva destinato ad assumere finalmente il potere a Roma.

 

Quando Berlusconi piombò in politica non ruppe le uova nel paniere solo al futuro PD: c’è motivo di pensare che anche i veri padroni del Paese, quelli della «sovranità limitata», non fossero felici: con la caduta del muro, il Dipartimento di Stato americano e la CIA avevano completamente riconfigurato l’assetto dei loro appoggi globali. Quello che stavano con i sovietici, improvvisamente diventavano pro-Washington: ecco che ti tirano fuori dal carcere il terrorista filosovietico Nelsone Mandela, e te lo piazzano pure al potere in Sud Africa, a far ciao con la manina, il sorrisone e l’occhio fessurato.

 

I vecchi asset, che certo non scodinzolano come quelli che si sono trovati d’improvviso senza padrone, invece vengono eliminati: non è sbagliato pensare che Mani Pulite sia stato esattamente questo, la cancellazione del principale interlocutore antirusso del Paese, la Democrazia Cristiana, e la punizione per il «sovranista» Craxi che diceva che non voleva vedere i cavalli dei cosacchi abbeverarsi nelle fontane del Vaticano (era la promessa di Stalin), ma neanche vedere sgorgare, da quelle fontane, Coca-cola: la cosa fu particolarmente chiara a Sigonella.

 

E quindi, che vincesse le elezioni un amico intimo di Craxi, con il quale non si erano fatti accordi, né si avevano consistenti fili da tirare, era accettabile per il padrone americano?

 

No. E infatti il governo Berlusconi durò pochissimo. Quando rivinse le elezioni nel 2001, con percentuali che in certe regioni furono travolgenti, Berlusconi si adoperò per avvicinare questo nuovo presidente russo, molto composto, provenienza KGB, forse l’opposto totale della sua figura. Ci riuscì, al punto da creare un immenso punto per la storia della NATO – e quindi della pace sulla Terra – con gli accordi di Pratica di Mare, che riunirono i massimi vertici del pianeta (dotati di armi atomiche) per siglare la cooperazione con la massima superpotenza nucleare del mondo, la Russia.

 

Cominciate a vedere dove vogliamo andare a parare. Quando Berlusconi torna al potere nel 2008 (dopo aver perso contro Prodi per lo 0,07% dei voti) il rapporto con la Russia è oramai profondissimo: c’è l’acquisto di gas a buon mercato che favorisce le nostre aziende, ci sono le nostre banche che si espandono in Russia e pure nelle ex-repubbliche sovietiche, ci sono le PMI (tecnologia, moda, alimentari) che esportano miliardi e miliardi ogni mesi in Russia (e importano, pure), ci sono cooperazioni che fioriranno in settori strategici come l’aerospazio.

 

L’amicizia con lo Zar è tale che alla conferenza stampa per la vittoria elettorale, tenuta nella villa di Berlusconi in Sardegna, a fianco di Silvio  c’è proprio Putin. Se lo rammentate, dovrebbero venirvi le vertigini: ma è così. Così come, poco dopo, Berlusconi in un’altra conferenza stampa congiunta con Putin, risponde in sua vece per difendere l’operato russo in Georgia, dove era andata in scena un’altra sanguinaria provocazione dei neocon, l’ultima dell’era Bush jr., che per le questioni cerebrali qualcuno potrebbe assimilare al Biden.

 

Anche quel governo Berlusconi finì anzitempo: all’apice della popolarità, cioè all’altezza del terremoto dell’Aquila, per il quale i russi a differenza degli americani mandarono subito degli aiuti, si attuò una manovra imprevista, con un’accusa da non credere: a Berlusconi piacciono le donne. In particolare, qualcuno sussurrò che sì, sulle storie delle escort, forse poteva esserci lo zampino americano, o meglio, così la pensava qualcuno di vicino a Berlusconi.

 

Le donne, e i processi, non furono abbastanza: sappiamo che la defenestrazione di Berlusconi la ottennero tramite una guerra economica. Ecco i risolini di Merkel e Sarkozy, il complotto (sì, anche i giornaloni oramai lo definiscono così) per far fuori Silvio dalla scena europea, certificato dai racconti autobiografici dell’ex segretario del Tesoro di Obama Timothy Geithner. Si inventarono lo spread – il COVID del 2011 – per allarmare il popolino, prepararono il tecnocrate di turno (con bollino Goldman Sachs), Mario Monti, il cui governo di tecnici «alieni» fu votato dalla stessa Meloni.

 

A Silvio andò bene: quell’anno, poco più sotto, un altro vertice di Stato veniva massacrato belluinamente, uno che pure conosceva bene, uno con cui aveva stipulato patti che favorivano non di poco l’interesse nazionale, le nostre aziende, la popolazione. Con l’uccisione di Gheddafi, la Libia, dove regnava la pace tra tribù e fazioni, diventa un inferno che ancora oggi brucia e minaccia di scottare anche noi.

 

Gli interessi nazionali italiani vanno a farsi friggere: entrano i francesi, gli inglesi, i turchi, i russi, gli egiziani, i sauditi, i quatarioti, e noi stiamo a guardare la nostra ex colonia, ora partner energetico strategico, divenire un buco nero. Facciamo notare anche che in Libia si piazzarono subito gli USA: sono indimenticabili le risate sataniche di Hillary Clinton quando le dicono che il rais libico è morto; di lì a poco il loro ambasciatore, Stevens, finirà impalato dai tagliagole sorti nel dopo-Gheddafi. Qualcuno dice che in realtà il diplomatico, o qualcuno sotto di lui, stesse combinando per conto di Washington un trasferimento di armi dai magazzini libici alla Siria, dove andava alimentata la rivolta anti-Assad da parte degli islamisti takfiri, tra cui l’ISIS.

 

Voci. Tuttavia vedete che anche qui abbiamo lo stesso schema: da una parte, chi porta distruzione e morte; dall’altra, chi vuole la pace e la cooperazione.

 

Berlusconi ha la sfortuna di stare dalla parte di chi ama la vita, il benessere, la prosperità. Berlusconi, come Trump, non vive di trame di annientamento, rifiuta per natura i programmi di devastazione che vengono dalle burocrazie del potere profondo.

 

È per questo che, in questo momento più che mai ci servono uomini così al potere: uomini veri, uomini sani, uomini che, secondo la più basica legge naturale, scelgono la vita e non la morte.

 

La Necrocultura, lo avete capito, fa qualsiasi cosa oggi per impedire che tali uomini arrivino e restino al potere: trucca le elezioni, gestisce colpi di palazzo, organizza linciaggi.

 

Lo avevamo detto altrove ricordando la crisi di Cuba, dove a parlarsi, e a risolvere, erano Kennedy e Krushev: l’assenza di uomini veri al comando oggi ci sta portando verso il baratro atomico.

 

Ci troviamo in un tempo in cui dobbiamo combattere contro forze oscure, contro le quali vogliono toglierci ogni difesa.

 

Il nostro governo obbedisce all’Impero del Male, sta da quella parte. Che non è quella che vuole che continuate a vivere e prosperare, come nell’Italia degli anni in cui son cresciuti i Berlusconi: pace, famiglia, lavoro. La vita oltre le macerie. Dall’altra parte chi invece opera, da sempre, per la rovina dell’umanità.

 

Siamo sempre qui: la vita contro la morte. Scegliete quale principio deve governare la vostra esistenza – e il vostro Paese.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

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L’antico incidente dietro la Tesla volante

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Lo spettacolo è, come spesso accade, vedere le reazioni della gente. Solo che stavolta la cosa è talmente incredibile, talmente storica che è chiaro che non si trovano le parole per definire quello che è accaduto. Elon Musk ha presentato una macchina volante – tutto qui. Anzi no: la macchina si arrampica pure sui muri. E viaggia da uno a cento chilometri all’ora in meno di un secondo.

 

È pazzesco, mai visto. È grottesco sentire i commentatori cercare di razionalizzare la demo della nuova Tesla Roadster dell’altro giorno. Minimizzare è impossibile, ma qualcuno ci prova: la tecnologia, borbottano, non sarà mai sulle auto in produzione. Con evidenza, nessuno è pronto per un salto del genere – perché è un vero salto di paradigma. È nel giusto chi pensa che non si tratti più di un’automobile, ma dell’antenato di una nuova specie.

 

 

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È ancora più triste guardare la concorrenza. Tipo, la Porsche: nello stesso giorno, ha presentato una sua nuova auto, in teoria bella pure, lo stesso giorno – notizia sparita nel giro di due ore, nonostante i tedeschi si fossero fatti un leak da soli, facendo fuggire in rete le immagini in anteprima.

 

E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia)

 

Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato.

 

La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile.

 

La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?

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La tecnologia viene da SpaceX, l’azienda spaziale di Musk, creata quasi due decadi fa attorno alla grande, ostinata trovata – allora ritenuta idiota da tutti i soloni dell’aerospazio, tra cui alcuni che conosciamo personalmente – di rendere riusabili i razzi spaziali. Il rientro atmosferico, e atterraggio (o ammaraggio), di veicoli alti 124 metri, cioè di palazzi da 40 piani, ha creato, credo anche con una proporzionale facilità, la conoscenza tecnica necessaria per far saltare ed atterrare un’auto sportiva. Tale fenomeno, sconosciuto ai più ma fondamentale per lo sviluppo di un’azienda, di un Paese, di una Civiltà, si chiama trasferimento tecnologico.

 

Ciò agisce, da un punto di vista finanziario, come una grande leva visiva per il merge tra le aziende Tesla e SpaceX, di cui si è vociferato – e non è la prima fusione di Musk, che aveva già unito con Tesla nel 2016 la sua ulteriore azienda fotovoltaica SolarCity e, più di recente, l’azienda di Intelligenza Artificiale xAI con X (il vecchio Twitter).

 

Elon, con il suo tono vagamente Asperger, dal palco ha ricordato che dietro all’auto volante vi è una profezia fallita, quella del suo «amico» Peter Thiel. «Volevamo le auto volanti, e invece abbiamo avuto i 140 caratteri» («We wanted flying cars, instead we got 140 characters») è la celebre massima di Thiel, miliardario e investitore della Silicon Valley ora ritenuto come una sorta di eminenza grigia, o nera, dietro l’amministrazione Trump con la sua società di data intelligence Palantir.

 

La frase, nata nel 2011 come sottotitolo del manifesto «What Happened to the Future?» del suo fondo d’investimento Founders Fund, è diventata l’emblema della sua critica alla stagnazione tecnologica, concetto che il Thiel ha ripetuto per anni dai primi Duemila, lamentando che l’estrema libertà del mondo dei bit – cioè dell’innovazione digitale – non è parallela a quella del mondo degli atomi, cioè della tecnologica fisica.

 

Al posto di grandi progetti («le auto volanti»), le menti e i capitali della Silicon Valley si sono concentrati su tecnologie di comunicazione incrementali e social media, simboleggiati dal vecchio limite dei «140 caratteri» di Twitter.

 

Elon ha lavorato con Thiel in PayPal, che costituiva la fusione della società di Thiel Confinity con X di Musk, due società di danaro virtuale di fine anni Novanta che stavano a Palo Alto a poca distanza l’una dall’altra, e che se si vedevano a pausa pranzo nello stesso ristorante della zona si guardavano in cagnesco. Thiel, tedesco nato in Germania con studi prima legali e poi filosofici come allievo diretto del pensatore del sacrificio René Girard, è ritenuto l’unico uomo che ha saputo tener testa a Musk in un’azienda: creato PayPal, organizzò un piccolo golpe interno per estrometterlo da CEO proprio mentre Elon era in viaggio di nozze.

 

È davvero ironico notare che ora Musk non solo ha comprato l’azienda dei 140 caratteri, cioè Twitter, ora X (che è il nome di suo figlio e appunto della prima azienda: il dominio x.com se lo è fatto dare da eBay che aveva comprato PayPal per una cifra simbolica), ma ha realizzato pure, nel totale rovesciamento della massima di Thiel, le auto volanti.

 

I due hanno un rapporto strano, dove tuttavia è visibile la continua grande stima reciproca. In particolare Thiel racconta che, divenuto investitore dopo aver venduto la sua quota di PayPal, aveva rifiutato di investire in Tesla giudicandola l’ennesima startup di questo tipo, per poi pentirsene, ma aveva poi finanziato SpaceX e le sue aspirazioni multiplanetarie. Dice che, assieme a David Sacks (un altro della cosiddetta PayPal Mafia, il gruppetto di mente dietro la nascita del sito di pagamento) David Sacks, ora cooptato alla Casa Bianca trumpiana come zar delle criptovalute, aveva compreso che Musk era un uomo che conosceva qualcosa rispetto al rischio che gli altri uomini ignoravano. «Sottovalutate Elon a vostro pericolo» aveva detto.

 

Ora, l’amciizia tra Musk e Thiel fa venire in mente che dietro la Tesla volante potrebbe esserci un fatto biografico, raccontato più volte da entrambi, in genere tra le risate del pubblico.

 

In pratica, con i soldoni arrivati per la vendita della società, Elon si era concesso l’auto più prestigiosa, e veloce (380 km/h), al mondo: aveva ordinato una McLaren F1 di colore argento, 627 cavalli e sedile di guida centrale, era all’epoca l’auto di serie più veloce del mondo (oltre 380 km/h). La consegna della vettura con la bisarca davanti a casa venne persino ripresa dalle telecamere della CNN in un filmato diventato poi storico.

 

Nel filmato si vede Elon allora giovane è già assai stempiato (le malelingue parlano di un trapianto riuscitissimo) e la prima moglie, la bellissima, dolcissima, Justine, madre del primogenito morto in culla e degli altri cinque avuti con la provetta. Il filmato traspira dell’affetto che la donna ha per il marito – pur accusandolo dinanzi alle telecamere di decadenza – e pare lampante come varie femmine successive del ragazzo (l’attrice Talulah Riley, la geniale cantante Grimes) siano in vario modo un calco della prima.

 

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La storia di quest’auto è legata a un aneddoto incredibile che coinvolge proprio Thiel. Nel 2000, mentre si trovava in auto proprio con Peter Thiel per andare a un incontro di lavoro cruciale per la fusione che avrebbe dato vita a PayPal, Musk cercò di mostrare le capacità di accelerazione della vettura. Senza controllo di trazione, perse il controllo: l’auto decollò, si schiantò contro un terrapieno e andò totalmente distrutta.

 

Poco prima dell’impatto, Thiel aveva chiesto a Musk provocatoriamente cosa potesse fare quell’auto tanto costosa, e Musk rispose con quelle che definisce essere le più celebri ultime parole in tanti casi: «Watch this», «Guarda questo». Thiel racconta che davanti a loro viaggiava l’auto di una signora, che dallo specchietto retrovisore dice di aver visto una specie di UFO volare in aria.

 

Nonostante il disastro, nessuno si fece male. Tra le lamiere, Musk disse a Thiel, con un umorismo inspiegabile: «non sai qual è la parte migliore: la macchina non è assicurata!» Thiel non rinunziò all’appuntamento di lavoro, e fece l’autostop fino all’ufficio del Venture Capitalist che dovevano vedere. Musk arrivò dopo.

 

È arduo non pensare che quella macchina volante sia bizzarramente una delle basi della macchina che si capovolge in aria e atterra perfettamente. Una risposta definitiva ad una domanda postagli dall’esistenza con un incidente bello consistente – per quanto innocuo e perfino divertente.

 

Scrivo di questa connessione per tentare di comprendere quanto sia profondo quello che sta facendo Elon Musk, giustamente salutato ora come l’uomo che tutto solo, single-handedly, sta avvicinando il futuro al presente.

 

Renovatio 21, il lettore lo sa, avvisa da anni del pericolo della figura, che, abbiamo scritto in passato, potrebbe pure essere l’anticristo. Produce auto magnifiche che si guidano da sole, ma che possono controllare ogni spostamento. Ha manopole sul discorso mondiale con X, unico spazio dove si incubano le idee fuori dai media dell’establishment e dai social bolsi e censurati. Crea serque di figli in provetta – e li presenta al papa. Dispone di capitali (di borsa, certo) senza precedenti storici: un trilione e più di dollari.

 

Tuttavia, è innegabile la forza dell’uomo e della sua opera. O meglio, la sincerità fattiva con cui affronta le sue ambizioni immense. SpaceX effettua da sola più lanci orbitali di tutto il resto del pianeta messo insieme, detenendo un monopolio di fatto nel settore aerospaziale grazie alla tecnologia dei razzi riutilizzabili: nel 2025 Musk ha realizzato 170 lanci totali, tutto il mondo messi insieme (cioè gli Stati-superpotenza di USA, Russia, Cina, etc.) meno di 150. (L’Europa Unita vale un totale di 8 lanci orbitali…)

 

Quindi sì, Musk è il signore dello spazio, e ora la scelta di chiudere le sue ubique costellazioni di satelliti Starlink agli ucraini probabilmente farà finire la guerra. Quindi, oltre che del cielo questo è il padrone anche della terra…

 

Non possiamo dire, anche dopo aver visto questa auto sportiva con i razzi, che il ragazzo ci sta antipatico. Quantomeno perché la sincerità l’ha avuta anche, ad esempio, per attaccare gli psicofarmaci SSRI e la pillola anticoncezionale, Fauci e la bioingegneria gain-of-function, i neocon, l’immigrazione e la balla della bomba demografica – in una parola la Necrocultura.

 

Un uomo che vive le sue visioni con onestà e sacrificio estremo può arrivare a risultati incredibili. Questa è, di mio, la lezione che mi porto a casa guardando le macchine che volano.

 

Questo è quello che ogni uomo dovrebbe tenere a mente per tenere in piedi la Civiltà umana.

 

Roberto Dal Bosco

 

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La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche

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Si riaccende il dibattito sulla pena di morte, e più specificamente sulle sue modalità, nel momento in cui in America si ricomincia a parlare di esecuzioni pubbliche, con il segretario della guerra Pete Hegseth che dichiara di voler trasmettere in streaming l’esecuzione di un ex psichiatra dell’esercito americano maggiore Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la sparatoria del 2009 in una base militare in Texas costata , sostenendo che gli americani debbano vedere le conseguenze di crimini di questo tipo. Lo Hasan, islamista, sarà giustiziato con plotone di esecuzione nella stessa base alla stessa ora della strage da lui perpetrata.   Quasi due secoli fa lo scrittore britannico Charles Dickens inviò al giornale londinese The Times in cui riportava il suo resoconto di un’esecuzione pubblica e auspica che la pratica di giustiziare i prigionieri avvenga a porte chiuse. Dickens assistette all’impiccagione pubblica di Frederick e Marie Manning (i coniugi condannati per il «delitto di Bermondsey», dove era stato assassinato e derubato l’amante della donna) fuori dal carcere di Horsemonger Lane a Londra, un evento a cui assistettero oltre 30.000 persone.   Renovatio 21 pubblica di seguito la traduzione della lettera che l’autore di Oliviero Twist scrisse al Times il 14 novembre 1849. Il Dickens è sconvolto non tanto dalla morte in sé, ma dal comportamento volgare, festoso e brutale della folla: risate, schiamazzi e bisticci. Dickens non affronta in modo astratto il concetto filosofico della pena capitale, ma chiede con forza che le esecuzioni fossero rimosse dalla vista del pubblico e svolte in forma privata all’interno delle mura del carcere, per evitare il degrado morale della società. Le sue denunce hanno contribuito al dibattito che portò, nel 1868, all’abolizione definitiva delle esecuzioni pubbliche nel Regno Unito.

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Al direttore del Times   Egregio signore,   Sono stato testimone dell’esecuzione a Horsemonger lane questa mattina. Mi sono recato qui con l’intenzione di osservare la folla radunatasi per assistere all’esecuzione, e ho avuto ottime opportunità di farlo, a intervalli per tutta la notte e ininterrottamente dall’alba fino a dopo la fine dello spettacolo.   Non mi rivolgo a voi con l’intenzione di discutere la questione astratta della pena capitale, né le argomentazioni dei suoi oppositori o sostenitori.   Desidero semplicemente trarre un vantaggio per il bene comune da questa terribile esperienza, ricorrendo al mezzo più immediato e pubblico per richiamare un’indicazione data da Sir G. Grey nell’ultima sessione del Parlamento, affinché il Governo fosse indotto a sostenere una misura che rendesse l’esecuzione della pena capitale una cerimonia privata all’interno delle mura carcerarie (con garanzie che l’ultima sentenza della legge venga eseguita in modo inesorabile e certo, tali da essere soddisfacenti per l’opinione pubblica), e supplicando con la massima insistenza Sir G. Grey, come solenne dovere verso la società e responsabilità che non può mai sottrarsi, di promuovere personalmente tale modifica legislativa.   Credo che uno spettacolo così inconcepibilmente orribile come la malvagità e la leggerezza dell’immensa folla radunatasi per l’esecuzione di questa mattina non possa essere immaginato da nessun uomo, né potrebbe essere presentato in nessun Paese pagano sotto il sole. Gli orrori del patibolo e del crimine che aveva condotto quei miserabili assassini su di esso, svanirono nella mia mente di fronte all’atroce comportamento, agli sguardi e al linguaggio degli spettatori riuniti.   Quando giunsi sulla scena a mezzanotte, l’acuto grido e gli ululati che si levavano di tanto in tanto, segno che provenivano da un gruppo di ragazzi e ragazze già radunati nei posti migliori, mi fecero gelare il sangue. Con il passare della notte, strilli, risate e urla in coro di parodie di melodie nere, con la sostituzione di «Mrs. Manning» a «Susannah» e simili, si aggiunsero a questi.   All’alba, ladri, prostitute di basso livello, teppisti e vagabondi di ogni genere si riversarono sul posto, dando vita a ogni sorta di comportamento offensivo e volgare. Risse, svenimenti, fischi, imitazioni di Punch, battute brutali, tumultuose dimostrazioni di indecente piacere quando donne svenevoli venivano trascinate fuori dalla folla dalla polizia con gli abiti in disordine, diedero nuovo slancio allo spettacolo generale.   Quando il sole sorse splendente – come accadde – indorava migliaia e migliaia di volti rivolti verso l’alto, così inesprimibilmente odiosi nella loro brutale allegria o insensibilità, che un uomo aveva smesso di vergognarsi del proprio aspetto e di ritrarsi da se stesso, come se fosse stato plasmato a immagine del Diavolo.   Quando le due miserabili creature che attiravano tutta quella vista orribile intorno a loro furono scagliate tremanti in aria, non c’era più emozione, non c’era più pietà, non c’era più il pensiero che le due anime immortali fossero andate al giudizio, non c’era più moderazione in nessuna delle precedenti oscenità, come se il nome di Cristo non fosse mai stato udito in questo mondo e non ci fosse tra gli uomini altra convinzione che perissero come bestie.   Ho visto, abitualmente, alcune delle peggiori fonti di contaminazione e corruzione in questo Paese, e credo che non ci siano molti aspetti della vita londinese che possano sorprendermi. Sono solennemente convinto che nulla di ciò che l’ingegno potrebbe escogitare in questa città, nello stesso arco di tempo, potrebbe causare una rovina simile a un’esecuzione pubblica, e rimango sbalordito e inorridito dalla malvagità che essa manifesta.   Non credo che una comunità possa prosperare laddove una scena di orrore e demoralizzazione come quella che si è consumata stamattina fuori dal carcere di Horsemonger lane si presenta proprio alle porte dei buoni cittadini, e passa inosservata, sconosciuta o dimenticata. E mentre, nelle nostre preghiere e nei nostri ringraziamenti per questo periodo, esprimiamo umilmente davanti a Dio il nostro desiderio di eliminare i mali morali del Paese, vorrei chiedere ai vostri lettori di considerare se non sia giunto il momento di pensare a questo e di estirparlo.   Sono, signore, il vostro fedele servitore,   Charles Dickens

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La Nuova Destra: il paganesimo salverà l’Europa?

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Di fronte alla crisi della civiltà occidentale, la Nuova Destra esercita un fascino su una gioventù alla ricerca di radici, grandezza e trascendenza. Tuttavia, dietro la difesa dell’identità europea si cela un paradosso: pretendere di salvare una civiltà rifiutando al contempo il cristianesimo che l’ha plasmata.

 

Pubblicato il 9 luglio 2026 dalle edizioni Via Romana, La Nouvelle Droite en question («La Nuova Destra in discussione») di Jean-Pierre Maugendre propone un’analisi storica e dottrinale di una corrente di pensiero la cui influenza va ben oltre i circoli intellettuali che l’hanno vista nascere. Direttore di Renaissance catholique, ex presidente del Mouvement de la jeunesse catholique de France (MJCF) e conduttore della trasmissione Terres de mission su TV Libertés, l’autore conosce bene gli ambienti politici e culturali ai quali dedica questo studio.

 

All’origine, il rifiuto del cristianesimo

La Nuova Destra prende forma all’indomani della guerra d’Algeria, in un clima di disillusione per una parte della gioventù nazionalista francese. Nel 1963, Dominique Venner partecipa alla creazione di Europe-Action, movimento che intende promuovere una coscienza nazionale europea, ma che si caratterizza fin dalle origini per un anticristianesimo militante e per ricorrenti riferimenti al paganesimo.

 

Dopo il fallimento della candidatura di Jean-Louis Tixier-Vignancour alle elezioni presidenziali del 1965, diversi di questi militanti abbandonano progressivamente l’azione politica diretta a favore di un lavoro intellettuale e culturale di lunga lena. Questo orientamento sfocia, nel 1968, nella fondazione del GRECE, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne.

 

L’obiettivo è ormai agire sulle mentalità per trasformare, alla fine, la società stessa. Sotto l’impulso di Alain de Benoist e di diversi collaboratori, la Nuova Destra ottiene un’audience considerevole alla fine degli anni Settanta, grazie in particolare alla sua presenza sulle colonne del Figaro Magazine, allora diretto da Louis Pauwels.

 

Jean-Pierre Maugendre ripercorre anche i prolungamenti di questa influenza nel Club de l’Horloge e poi all’interno del Front national, in particolare tra il 1984 e il 1998. Mostra così come un movimento inizialmente marginale sia riuscito a diffondere alcuni dei suoi temi in una parte della vita politica francese.

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Dietro l’identità europea, un’altra visione dell’uomo

Dietro la difesa dell’identità europea si delinea una concezione dell’uomo, della religione e della morale che si oppone su punti essenziali alla filosofia cristiana. È quanto mette in luce Jean-Pierre Maugendre risalendo alle fonti intellettuali della Nuova Destra.

 

L’autore studia in particolare l’influenza di Friedrich Nietzsche, Julius Evola, René Guénon e Louis Rougier. Nonostante le loro differenze, questi autori hanno contribuito a nutrire un pensiero segnato dal rifiuto dell’universalismo cristiano, dall’esaltazione della forza, dal relativismo morale e dal fascino per certe tradizioni religiose precristiane od orientali.

 

In questa prospettiva, ogni popolo sarebbe portatore di una propria concezione del mondo e di una propria religione. Il cristianesimo, con la sua pretesa di annunciare una verità destinata a tutti gli uomini, appare allora come un elemento estraneo all’identità europea originaria, o addirittura come una causa del suo indebolimento.

 

Una simile concezione entra direttamente in contraddizione con la fede cattolica, che riconosce in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini e afferma l’esistenza di una legge morale naturale universale. Misconosce inoltre il ruolo decisivo della Chiesa nella formazione della civiltà europea.

 

L’autore rileva inoltre le conseguenze morali di questa antropologia: esaltazione della volontà di potenza, concezione permissiva della sessualità, giustificazione dell’aborto per motivi eugenetici e rifiuto di una morale trascendente.

 

Un’influenza che supera i circoli intellettuali

Lungi dal considerare la Nuova Destra un fenomeno concluso, Jean-Pierre Maugendre ne esamina i prolungamenti contemporanei. Cita in particolare i lavori dell’Institut Iliade, fondato sulla scia di Dominique Venner, le pubblicazioni della rivista Éléments, nonché l’azione di personalità provenienti da questa famiglia intellettuale nei media alternativi.

 

L’Institut Iliade, in particolare, si è dato la missione di trasmettere la memoria della civiltà europea attraverso conferenze, convegni e corsi di formazione destinati soprattutto alle giovani generazioni.

 

Queste iniziative incontrano interesse presso chi rifiuta l’individualismo, il materialismo e la scomparsa delle eredità nazionali. Jean-Pierre Maugendre non nega né la qualità intellettuale di alcuni rappresentanti di questa corrente né il coraggio che dimostrano nella loro opposizione alle ideologie dominanti.

 

Riconosce diverse convergenze con le preoccupazioni dei cattolici legati alla Tradizione: difesa dallo sradicamento, rifiuto del livellamento egualitario, attaccamento al bene comune, senso dell’onore, fedeltà alla parola data e volontà di trasmettere un’eredità di civiltà.

 

Ma questi avvicinamenti non possono nascondere le divergenze dottrinali. In un’intervista concessa a Boulevard Voltaire il 25 settembre 2026, l’autore insiste su questo punto: «l’anticristianesimo resta un marcatore forte della Nuova Destra».

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Difendere la civiltà senza rinnegare Cristo

È nell’ultima parte che l’opera trova la sua portata più rilevante. Sotto il titolo «Né irrigidimento né ingenuità», Jean-Pierre Maugendre invita a non confondere l’opposizione agli errori moderni con l’adesione alla verità. La critica del materialismo, dello sradicamento o della cancellazione delle identità non basta a costituire una dottrina giusta.

 

Il successo incontrato da queste idee presso una parte della gioventù invita inoltre a interrogarsi sull’indebolimento della trasmissione della fede e della cultura cristiana, particolarmente incisivo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Questa rottura ha lasciato campo libero a correnti che pretendono di ritrovare le vere radici dell’Europa in un passato precristiano, relegando in secondo piano l’opera civilizzatrice della Chiesa.

 

Ma al di là di questa crisi di trasmissione, la divergenza fondamentale riguarda la natura stessa dell’uomo. Dove certe filosofie della Nuova Destra esaltano l’individuo forte, creatore dei propri valori, la dottrina cattolica insegna che l’uomo è una creatura di Dio, ferita dal peccato originale e chiamata alla vita soprannaturale dalla grazia.

 

Questa opposizione si ritrova nella concezione stessa della società. Jean-Pierre Maugendre ricorda allora una distinzione cara a Jean Madiran: se la fede è un dono di Dio, la cristianità è anche il frutto dell’azione degli uomini, quando si sforzano di stabilire un ordine sociale conforme alla legge divina. È proprio su questa nozione di cristianità che si rivela una delle opposizioni più profonde tra il pensiero cattolico tradizionale e la Nuova Destra.

 

Il libro si conclude con una nota di speranza, con l’evocazione della conversione di Guillaume Faye, uno degli intellettuali di spicco di questo movimento. Il suo ritorno alla fede cattolica, alla fine della vita, ricorda che gli smarrimenti filosofici e morali non chiudono mai definitivamente la strada della grazia.

 

Con La Nouvelle Droite en question, Jean-Pierre Maugendre offre un’opera breve, documentata e accessibile, particolarmente utile ai giovani cattolici attratti dai movimenti di difesa dell’identità europea. Ricorda loro che il vero risollevamento di una civiltà non può costruirsi contro i princìpi cristiani che l’hanno plasmata.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

 

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