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Geopolitica

L’Occidente ha rinunciato alla libertà di espressione

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

È un dibattito che credevamo chiuso: gli Occidentali avevano proclamato che la libertà di manifestare il proprio pensiero è condizione necessaria per la democrazia e che mai più l’avrebbero violata. Ciononostante, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Italia e Germania hanno imboccato la strada della censura. Ora ci sono cose che non si devono dire.

 

 

Dal XVIII secolo la libertà di manifestare le proprie opinioni è stata un tratto distintivo dell’Occidente. È il fondamento sul quale è stato costruito il regime politico, espressione delle classi medie: la democrazia. Il principio secondo cui la volontà generale nasce dal confronto fra opinioni diverse non era più messo in discussione. Ogni attacco alla libertà di espressione era ritenuto un colpo inferto alla risoluzione pacifica dei conflitti.

 

Ma quando, all’inizio del XX secolo, la guerra mondiale lacerò l’Occidente, prima i britannici poi gli statunitensi non esitarono a utilizzare moderni mezzi di propaganda, non solo nei confronti dei nemici, ma anche della stessa popolazione (1). Per la prima volta i governi democratici attuarono programmi per ingannare i cittadini.

 

Alla fine della guerra, i britannici, fieri del proprio successo, intravidero la possibilità di usare la propaganda di guerra in tempo di pace. Così, allorché il sistema economico capitalistico fu minacciato, ancor prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale le democrazie e la libertà di espressione furono messe tra parentesi e la propaganda ricominciò, prima in Italia e Germania, poi nel resto dell’Occidente.

 

Da tre quarti di secolo gli Occidentali giurano di difendere i propri valori e di non fare più un uso interno della propaganda.

 

Come negli anni Trenta, anche oggi il sistema capitalistico è minacciato dall’aumento delle diseguaglianze fra gli elettori, ma su scala non ancora conosciuta. Durante la crisi del ’29, l’industriale Henry Ford sosteneva che la remunerazione di un padrone non dovesse superare di 40 volte quella dei suoi operai; oggi le entrate di Elon Musk sono 38,5 milioni di volte superiori a quelle di alcuni suoi dipendenti negli Stati Uniti. Il principio democratico «Un uomo, un voto» non ha più alcuna relazione con la realtà.

 

In questo contesto gli Occidentali hanno ripudiato la libertà di espressione. I social media, in particolare Facebook e Twitter, hanno censurato governi e finanche il presidente in carica degli Stati Uniti. Senza con ciò violare la Costituzione, dal momento che questa garantisce la libertà di espressione solo dinnanzi agli abusi del potere politico. L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk e la sua dichiarazione di volerne fare una piattaforma libera non cambia la realtà. L’idea che non è consentito dire tutto è ormai affermata.

 

Gli intellettuali percepiscono che stiamo per cambiare il regime economico e politico. Negli ultimi anni molti di loro si sono trasformati in puntelli del potere, sia esso finanziario o politico, rinunciando al loro ruolo critico. Indipendentemente da come evolverà la situazione, costoro si schierano comunque con chi ha il coltello dalla parte del manico.

 

Ormai da sei anni ci martellano con il pericolo delle fake news, ossia delle informazioni distorte, e con la necessità di controllare quel che le persone dicono e scrivono. Il principio cui s’ispirano è che bisogna distinguere chi sta dalla parte della verità da chi sta da quella dell’errore, negando il principio di uguaglianza, fondamento della democrazia.

 

Imprigionati nella trappola di Tucidide, gli anglosassoni hanno provocato la guerra civile in Ucraina e l’intervento dei russi per farla finire. Passo dopo passo, l’Occidente sta entrando in guerra: militarmente contro la Russia, economicamente contro la Cina. Cadono tutti i pregiudizi secondo cui non è possibile entrare in guerra contro potenze con cui si hanno fitti scambi economici. Come nelle due guerre mondiali, il mondo è diviso in due campi che si stanno separando.

 

E così in Occidente è di ritorno la propaganda governativa.

 

Per la prima volta è stato contestato uno scrutinio presidenziale USA: quello del 2020. Il Congresso ha dichiarato vincitore Joe Biden, ma in realtà nessuno può sapere chi abbia vinto. Come accadde per la vicenda Bush contro Gore del 2000, un riconteggio dei voti non è possibile, perché non sta qui il problema: in molti seggi lo spoglio dei voti è stato fatto a porte chiuse. Forse nessuno ha imbrogliato, ma ciò non toglie che le elezioni non sono state trasparenti, quando la trasparenza è requisito essenziale della democrazia. Già nel 2000 la Corte Suprema federale fermò il riconteggio dei voti perché la Costituzione non fa riferimento all’elezione del presidente con suffragio universale diretto, ma rinvia alla decisione dei singoli Stati. Sicché la modalità di designazione del vincitore della Florida non era di competenza delle istituzioni federali.

 

Prima di ogni altra discussione, bisogna prendere atto che le elezioni di metà mandato sono dominate dal problema del non-rispetto delle procedure democratiche da parte del campo «democratico».

 

 

Stati Uniti

Negli Stati Uniti è operativo il Centro d’Impegno Globale (Global Engagement Center, GEC), una struttura interna al dipartimento di Stato, finalizzata al coordinamento dei discorsi ufficiali degli alleati.

 

Nel dipartimento di Stato esiste anche un sottosegretariato per la propaganda all’estero, denominato Pubblica Diplomazia e Pubblici Affari (Public Diplomacy and Public Affairs). Ad aprile 2022 è stato fatto un ulteriore passo: il «presidente proclamato» Joe Biden ora si avvale della consulenza di una specialista della propaganda, Nina Jankowicz.

 

Il segretario per la Sicurezza della Patria, l’ex giudice Alejandro Mayorkas, ha creato un Comitato per la Governance della Disinformazione (Disinformation Governance Board) di cui ha affidato la presidenza a Nina Jankowicz. Si tratta né più né meno di ricostituire l’organo per la propaganda di guerra, creato nel 1917 da Woodrow Wilson. (2)

 

Nina Jankowicz è stata presentata come una giovane ricercatrice, specialista della «disinformazione russa». In realtà lavora per il National Democratic Institute di Madeleine Albright, incaricata di difendere gli interessi dei Biden in Ucraina.

 

Quest’affascinante signora ha lavorato nella squadra del candidato Volodymyr Zelensky, attuale presidente dell’Ucraina (3).

 

In piena guerra civile era al servizio di Pavlo Klimkin, ministro degli Esteri del presidente Petro Poroshenko. All’epoca, Jankowicz si opponeva agli Accordi di Minsk, nonostante fossero stati avallati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

Durante la sua lunga permanenza in Ucraina, ha elaborato una teoria sulla disinformazione russa, dedicandovi un libro: How to Lose the Information War: Russia, Fake News, and the Future of Conflict (Come perdere la guerra dell’informazione: la Russia, le notizie false e il futuro del conflitto). Sorvolando sulla realtà della guerra civile e dei suoi 20 mila morti, nel libro Jankowicz elenca tutti gli attuali stereotipi sui cattivi russi, che vogliono estendere il loro impero al Donbass raccontando menzogne agli europei.

 

In Ucraina Jankowicz si avvaleva dell’associazione locale StopFake, sovvenzionata dalla National Endowment for Democracy (vale a dire dalla CIA), dal governo britannico, nonché da George Soros, per far credere che il colpo di Stato del Maidan era stata una rivoluzione popolare. (4)

 

Nel video sottostante Jankowicz mente continuamente e fa l’apologia delle milizie nazionaliste integraliste Aidar (di cui Amnesty International aveva già denunciato la pratica della tortura), Dnipro-1 e, ovviamente, del battaglione Azov.

 

 

Nel 2018 Jankowicz difese la milizia nazista C14 (5), affermando che non aveva compiuto pogrom contro gli zingari: erano solo… false informazioni russe.

 

Questa specialista di menzogne non perse l’occasione di mentire di nuovo a proposito delle accuse di tradimento a Donald Trump (dossier Steele) e per negare i crimini di Hunter Biden (6). Si spinse fino a sostenere che il computer del figlio del presidente sequestrato dall’FBI era un’«invenzione russa».

 

Bersagliato da molte critiche, il Comitato per la Governance dell’Informazione è stato sciolto il 17 maggio (7); tuttavia verbali di un settore interno della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA), agenzia del dipartimento per la Sicurezza Interna, dimostrano che l’organo continua a esistere, ma sotto altra forma. (8)

 

Inoltre, secondo l’Ispettore Generale della Sicurezza Interna, la sua funzione continua a essere necessaria. (9)

 

 

Regno Unito

Per far fare ciò di cui il governo non vuole assumersi la responsabilità, i britannici hanno invece preferito appoggiarsi a un’«associazione», l’Institute for Strategic Dialogue (ISD); un think tank creato da lord George Weidenfeld, barone Weidenfeld, – che si definisce «sionista adamantino» – per contrastare l’estremismo. In realtà diffonde menzogne per insabbiare verità lampanti. L’ISD redige rapporti di propria iniziativa (o meglio per iniziativa del governo britannico), ma anche su richiesta dei governi europei che lo finanziano.

 

Ciò che è vero in casa dell’inventore della propaganda moderna lo è anche in Europa.

 

 

Polonia

A febbraio, ossia agli inizi della guerra in Ucraina, il Consiglio di Difesa polacco ha ordinato alla società francese Orange, principale fornitore dell’accesso a internet nel Paese, di censurare diversi siti internet, fra cui Réseau Voltaire (voltairenet.org). Da noi contattata con lettera raccomandata, la società non ha voluto trasmetterci la corrispondenza con le autorità polacche.

 

Queste ultime, anch’esse interpellate, non ci hanno semplicemente risposto. Secondo i trattati europei, il Consiglio di Difesa ha l’autorità d’imporre la censura militare per ragioni di Sicurezza nazionale.

 

 

Italia

A marzo il Corriere della Sera ha rivelato un programma governativo di sorveglianza di persone definite «filorusse» (10). L’agenzia di stampa ANSA ha pubblicato un numero dell’Hibrid Bulletin del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza dedicato all’argomento [(11).

 

 

Germania

Anche in Germania la ministra degli Interni, la socialdemocratica Nancy Fraeser, ha istituito un organo di controllo, cui ha assegnato, spingendosi molto oltre rispetto agli altri Paesi, il compito di «armonizzare le notizie» dei media.

 

Da diversi mesi, nel segreto più assoluto, Fraeser riunisce i grandi proprietari dell’editoria per istruirli su ciò che deve o non deve essere pubblicato.

 

Italia e Germania hanno già vissuto una dolorosa esperienza di censura durante il fascismo e il nazismo. È perciò particolarmente inquietante vederle incamminate su questa strada. Le stesse cause producono sempre gli stessi effetti.

 

Dunque non meraviglia che, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, il 4 novembre 2022, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Italia e Germania si siano rifiutate di votare una risoluzione di condanna del nazismo.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

 

NOTE

1) «Le tecniche della propaganda militare moderna», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 18 maggio 2016.

2) «Why Biden is in Danger of Replicating Woodrow Wilson’s Propaganda Machine», John Maxwell Hamilton & Kevin R. Kosar, Politico,  5 maggio 2022.

3) «How the Biden administration let right-wing attacks derail its disinformation efforts», Taylor Lorenz, The Washington Post, 18 maggio 2022.

4) «Meet the Head of Biden’s New “Disinformation Governing Board”», Lev Golinkin, The Nation,  12 maggio 2022.

5) «La legge razziale ucraina», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 11 maggio 2022.

6) «La decadenza dell’impero statunitense», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 6 settembre 2022.

7) «The Disinformation Governance Board, Disavowed», The Editorial Board, The Wall Street Journal,  18 maggio 2022.

8) «Disinformation Governance Board Minutes», CISA, 14 giugno 2022.

9)«DHS Needs a Unified Strategy to Counter Disinformation Campaigns», Office of Inspector General, 10 agosto 2022.

10 «La NATO sorveglia gli influencer che mettono in dubbio la versione ufficiale della guerra», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 20 giugno 2022.

11) Hybrid Bulletin n°4, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, 15 maggio 2022.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Economia

Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.

 

Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».

 

Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».

 

«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.

 

Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.

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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».

 

Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.

 

All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».

 

Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.

 

Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Geopolitica

Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione

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Alla vigilia del vertice BRICS di Nuova Delhi, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso quella che presenta come la realtà della crisi strategica in corso. Lo riporta EIRN.   Ancora prima dell’apertura dei lavori, l’11 settembre, rispondendo a una domanda dei media sulla Germania, aveva già impostato il quadro, avvertendo che l’Occidente sembrerebbe intenzionato a riscrivere la storia della sconfitta del nazismo nella Seconda guerra mondiale. «Ora parlano di contemplare l’invio di truppe in territorio ucraino. Ciò significherebbe una guerra con la Russia», ha detto senza ambiguità.   Putin ha evitato di entrare nelle vicende politiche interne tedesche e ha offerto una lettura strategica secca. «Tutto ciò che sta accadendo ora in tutta Europa è la conseguenza di errori sistemici commessi dal cosiddetto Occidente, o, per essere più precisi, dai circoli globalisti occidentali, in ambito politico, di sicurezza ed economico».   Secondo Putin l’errore si è radicato «in seguito alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Unione Sovietica; si consideravano in cima all’«Olimpo» e, evidentemente, conclusero che, in primo luogo, potevano fare tutto e, in secondo luogo, che loro stessi erano incapaci di sbagliare. Da quel momento in poi, questi errori iniziarono ad accumularsi e a ingigantirsi».

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Sul piano della sicurezza, ha sostenuto che fu lanciata un’offensiva per frammentare e indebolire la Russia, prima «attraverso l’uso di terroristi nel Caucaso e di separatisti, poi con altri metodi e ora, per mezzo del regime neonazista in Ucraina… Non appena il regime fu rovesciato, ripeto, con un sanguinoso colpo di Stato, l’obiettivo di far entrare l’Ucraina nella NATO fu immediatamente messo in moto, e questo, di fatto, è diventato la causa principale dei tragici eventi odierni in Ucraina».   Si è poi soffermato su energia ed economia: «Abbiamo fornito gas all’Europa a un prezzo di 150 dollari – anzi, 180 dollari – per 1.000 metri cubi… ‘No’, insistevano, ‘i prezzi devono essere fissati in borsa’. Li abbiamo avvertiti che il gas non è una merce di mercato, o almeno non una merce di mercato classica; questo approccio non porterà a nulla e i prezzi non faranno altro che aumentare».   «E così è stato: ora i prezzi sono a 1.000 dollari o euro per 1.000 metri cubi. E potrebbero benissimo salire ancora… E perché? Chi si occupa di trading in borsa non si preoccupa delle condizioni tecniche di questi impianti di stoccaggio e dei volumi fisici coinvolti. Credono che oggi sia più vantaggioso estrarre gas da depositi acquistati a prezzi inferiori, e per quanto riguarda il futuro, beh, vedremo».   Quelle élite, ha aggiunto il presidente russo, cercano ora di allarmare l’opinione pubblica con «una mitica minaccia russa, che risalirebbe all’epoca sovietica. Ma una simile minaccia non esiste e non è mai esistita. Noi non minacciamo, né intendiamo minacciare, i paesi europei…».   «Ciononostante, persistono su questa strada, chiedendo determinati cambiamenti. Ma quali cambiamenti cercano? Stanno forse tentando di rivedere gli esiti della Seconda Guerra Mondiale? A quale scopo stanno conducendo i loro popoli? Verso la guerra con la Federazione Russa? Ora parlano di valutare l’invio di truppe in Ucraina. Ciò significherebbe una guerra con la Russia. E presumo che i cittadini europei capiscano cosa sta succedendo».  

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);  
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Geopolitica

Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese

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Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.

 

Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.

 

«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.

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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».

 

Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.

 

La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.

 

Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.

 

Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.

 

La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.

 

Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.

 

Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.

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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.

 

Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.

 

Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.

 

In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.

 

Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.

 

Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.

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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.

 

Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.

 

In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.

 

Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».

 

Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.

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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.

 

Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.

 

La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.

 

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Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International

 

 

 

 

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