Immigrazione
Le nostre città ridisegnate dagli immigrati
C’era una volta, nella mia città, una bella stazione ferroviaria. Lo stile fascista dell’edificio è stato via via camuffato da ritocchi continui, mentre l’interno prima si è riempito, e poi si è svuotato, di negozi e attività: niente più edicola, libreria, minimarket, chiosco di bigiotteria, banca (pure): solo delle teche di vetro vacue con extracomunitari che vagolano tra vetri e sedili che paiono messi a caso. Non è rimasto davvero nulla, né storia, né economia, né vita – solo il brulicare incomprensibile della massa immigrata.
Fuori dalla stazione, eravi un bel vialone conducente alla città. Nella prima parte, c’erano, ai lati, due bellissimi e antichi parchi, dove si portavano i bambini, il cane, le prime morosette, dove si passeggiava, si faceva jogging, etc.: uno dei primi ricordi della mia vita è mio padre che legge il giornale seduto sulla panchina, mentre io scendo uno scivolo del parco giochi annesso; una memoria ulteriore che mi emerge adesso e neanche so perché, è Giorgia – una complicata ragazza bionda occhiocerulea che piaceva a tutti, ma non a me – che, adolescentissimi, mi prende per un braccio camminando nella nebbia (allora ve n’era tanta) di quel parco, che per qualche ragione un sabato sera avevamo deciso di traversare.
I parchi di cui sto parlando sono in questi anni divenute vere no-go zone, anche se nessuno ha il coraggio di chiamarle per quello che sono. Vi circolano orde di immigrati che spacciano e si accoltellano, e, dato per noi più importante, di fatto non consentono la libera circolazione del cittadino italiano (come previsto dalla Costituzione, art.16): ho fatto io stesso un esperimento, una sera d’inverno di anni fa, ed erano se tutto va bene le sette e mezza massimo, sono stato di fatto prima guardato, poi seguito, poi mi è stato urlato addosso. Ho proseguito senza voltarmi, fossi stato una ragazza, o anche solo fossi stato con Giorgia a 14 anni, forse sarebbe andata diversamente.
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All’umiliazione dei parchi ad un certo punto ha concorso anche la pubblica amministrazione – di destra, di sinistra: mai vista la differenza – , che ha deciso di recintarli: nei luoghi dove da bambino giocavo, la regressione democratica ha portato sbarre acuminate e senso di pericolo. Di più: vi era una bella statua del grande Antonio Pigafetta, diarista di Magellano, il personaggio che ha dato il nome al mio prestigioso liceo ed è ancora oggi onorato nelle Filippine (a lui, sapete, dobbiamo la prima descrizione dell’ananas, definito «il frutto più delizioso»): con un colpo di genio, ecco che il monumento è stato posto dietro le sbarre. Per effetto dell’immigrazione e del degrado, Pigafetta è, tipo, arrestato. O forse ad essere dietro le sbarre siamo proprio noi: come se ora i noi cittadini, suoi grati discendenti, dobbiamo esserne separati – e forse ce lo meritiamo.

Che poi non è che il recinto serve a qualcosa: appena finisce, ecco diecine di africani che bivaccano. Nei capannelli neri che poltriscono senza un perché si vedono, elemento che fa capire il passaggio di fase, anche delle donne, talvolta col passeggino marca ius soli.
Proseguiamo in linea retta , e avremo fatto poco più di cento metri: sulla sinistra, un grande cinema chiuso da decadi. Il bar all’angolo, dove si consumava qualcosa prima o dopo il film, è rimasto, ma ovviamente lo gestiscono i cinesi. Dall’altro lato, ai bordi del parco, un caffè con la sua architettura da primi del Novecento – tipo, la Belle Epoque, già – che, se non rimane chiuso, cambia di mano spesso, perché con probabilità il degrado è soverchiante, invincibile.
Poco più avanti ecco i resti di quello che forse era il miglior (una volta dentro vi vidi Roberto Baggio con sulle spalle il figlio appena nato) negozio di dischi di sempre: aveva tutto, aveva soprattutto commessi che consigliavano in modo stupendo, e rammento sabati pomeriggi passati a scartabellare i CD o i vinili, all’epoca erano investimenti ingenti, e li facevi senza algoritmi e Spotify e YouTube, compravi per sentito dire o (addirittura!) guardando le copertine. Ora non c’è più niente, vetrina vuota, polvere. Era sopravvissuto in qualche modo all’avvento della musica digitale: ora chiude i battenti mentre tutt’intorno aprono, una attaccato all’altro, ridde di kebabbari, o, questa la nuova slatentizzazione, fast food di pollo fritto.
È stato il destino della libreria che sta dieci metri più su: un’idea di una famiglia patrizia locale, da generazioni nel business librario, di concentrare tutti i libri in edizione economica in un negozio dove passavano tanti studenti, perché di fronte ci sono le fermate degli autobus che li riportano a casa da scuola. Io ragazzino ci avevo comprato, a botte di mille lire, tutto Nietzsche, Freud, Jung, Proust, Dostoevskij, Shakespeare – una certa porzione della cultura che mi porto dietro viene, più che dal liceo, dai Newton Compton ammassati dietro quelle vetrine.
Ora lì ci vendono il pollo fritto, e per il motivo che in USA è considerato offensivo anche solo considerare: agli africani – ai neri – piace da pazzi, e ho pensato che non fosse una coincidenza che il primo punto vendita della grande multinazionale del pollo fritto l’ho visto sorgere davanti alla stazione di Padova, dove l’Africa perdigiornista deambula ad abundantiam.
Appena dietro alla fermata del bus c’era un baretto senza fronzoli, che era strategico per comprare i biglietti qualora ti fossi dimenticato: è stato sostituito, guarda guarda, da un altro punto vendita di pollo fritto, tanto per capire che con la natura locale oramai è stata disintegrata. La città, è chiaro, non è più per i suoi cittadini – che mai nella vita hanno sentito il bisogno di mangiare per strada petti impanati.
Ancora: il negozio di giocattoli, chiuso per sempre. Chiusa l’edicola (ovvio). Chiudono perfino le banche, che lasciano altre vetrine vuote che attendono di diventare spacci di pollo fritto per immigrati zonali raminghi.
Nei luoghi limitrofi la storia non cambia: il viale che esce dalla città ha visto sparire tutto, il negozio di animali, i negozi di alimentari, altri giornalai, altre filiali di banche, storici locali in stile liberty, il bowling, il biciclettaio, il negozio di roba da ufficio, perfino le vetrine di computer e telefonia. Nell’altro viale che porta la stazione, descritta dai giornali come «triangolo rosso» per l’insicurezza patente, circolano praticamente solo stranieri, e i negozi sono sostituiti da uffici di pratiche per stranieri, alimentari esotici e non pulitissimi, ancora kebabbari – non una traccia visibile di un’attività che possa servire ad un cittadino italiano. Un amico che vive lì – dove gli appartamenti costano poco, anche perché alle volte, viste le morosità degli stranieri, tolgono la corrente a tutto il palazzo – due anni fa mi ha mandato un video dei festeggiamenti per la partita ai mondiali del Marocco: un embrione del vandalismo che poi si è visto a Milano, Parigi, Bruxelles, o nei vari capodanni di Berlino, Amsterdam, etc.
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Si dirà: è «solo» il centro della città, le stazioni son così, e poi ci sono sempre stati i brutti quartieri. La realtà è diversa: è la città nel suo insieme ad essere trasformata attivamente dagli immigrati.
Leggo la notizia da un giornale locale. Parla di una zona che conosco bene, perché non lontano vi viveva mia nonna, ai confini della città. Titolo: «Scoperto deposito di motoveicoli rubati: trovata merce per 130 mila euro».
In pratica, un milanese cui avevano rubato il motorino lo ha localizzato grazie ad un airtag. «Giunti sul posto, gli agenti hanno notato un complesso di capannoni apparentemente chiuso da tempo» scrive il quotidiano locale. «Raggiunta la parte posteriore dell’area, i poliziotti hanno notato tre uomini che, alla vista della volante, hanno tentato di nascondersi entrando in uno dei capannoni. I tre – un 52enne originario del Burkina Faso, un 25enne marocchino e un 43enne senegalese – sono stati immediatamente fermati e identificati». Dato interessante: vive nelle nostre città un panafricanismo del crimine?
«All’interno dell’immobile gli operatori hanno rinvenuto numerosi oggetti di vario genere e, lungo un corridoio, un motoveicolo azzurro con dettagli gialli e il portatarga parzialmente divelto. (…) La presenza, nello stesso capannone, di altri motoveicoli parzialmente imballati con cellophane blu, privi di targa e occultati sotto un telo, ha portato gli agenti a procedere a una perquisizione dell’area (…) Le verifiche hanno consentito di accertare che tutti i mezzi rinvenuti, in totale 13 motoveicoli, risultavano rubati. I tre uomini non hanno saputo fornire alcuna spiegazione sulla provenienza dei veicoli, di cui avevano la disponibilità».
Non c’erano solo moto e auto rubate: nel capannone «sono stati trovati numerosi altri materiali: vestiario, pneumatici, parti di veicoli, motoveicoli radiati o in pessimo stato di conservazione, oltre a materassi, sedie e oggetti di ogni tipo». Chissà che non vi sia anche qualche oggetto sparito a chi legge queste righe.
Scrivo di questo piccolo fatto di cronaca non per la sua gravità giudiziaria, ma, anche qui, per il dato urbanistico: il luogo di cui parliamo è probabilmente ricavato dal conglomerato dove, per un secolo ed oltre, aveva imperato uno dei primi lanifici d’Italia, un tempio del lavoro e del progresso, che aveva dato da mangiare a migliaia di famiglie. Sapevo che da qualche parte c’erano tentativi di riconversione (le startup… come no) ma alla fine ecco cosa a cosa è stato convertito questo posto: da teatro dell’industria e dell’operosità a centrale di decadenza criminale, dove invece che dare prosperità alle famiglie italiane si procede alla loro rapina.
Il lettore può capire quello che sto cercando di significare: le nostre città stanno venendo totalmente ridisegnate dagli immigrati.
No, gli immigrati non sono un elemento passivo della società: è stupido illudersi che, pagandoli per far niente, il loro impatto rimanga limitato. Guardatevi intorno, guardate come è cambiata la vostra città, guardate come certe zone siano diventate orrende e pericolose, o persino interdette a voi che siete autoctoni. L’immigrazione calergista è riprogettazione urbana: e voi, ora, la state solo subendo. Altro che archistar e grandi lavori pubblici: è la massa immigrata che adesso decide dove e come vivete. Altro che assessorati: le nostre città sono effetto dell’urbanistica della violenza e del pollo fritto, del motorino rubato e dell’accoltellamento, dello spaccio e della panchina dei balordi.
Questo non è, come vuole far credere la sociologia d’accatto della sinistra, di un processo inevitabile: dietro c’è una precisa volontà, e ancora più evidentemente, sottolineo qui, una disposizione emotiva degli invasori.
Nel parco accanto alla stazione di cui parlavo sopra un paio di anni fa ci sono stati parcheggiati, in quantità impressionante, carrarmati, elicotteri, mezzi d’assalto di ogni tipo: è stato per il raduno annuale degli alpini, un evento che ha bloccato l’intera città, divenuta per qualche ora il più grande, in teoria felice, concentrato di militari del Paese.
Ci avevo portato mio figlio: nella bolgia dei cappelli con le penne, l’ho fatto salire sul Lince, il veicolo multiruolo usato in Afghanistan, l’ho fatto salire nell’abitacolo dell’elicottero, mentre – presente in tribuna poco più in là il ministro della Difesa – sfilavano le delegazioni di ogni possibile gruppo alpino del territorio italiano.
È stato a quel punto che ho notato che, tra le migliaia di persone, stavano tranquillamente gli africani balordi che occupano di solito quel parco. Come dire: la massa non li aveva fatti scappare. Tanto meno, la presenza di militari – che di solito, pensavo, impaurisce gli immigrati – li spaventava: macché, eccoli che, treccioline belle e vestiti alla moda, si fotografano – come bambini, appunto – sui veicoli militari con lo smartphone nuovo di zecca.
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Osservai il fenomeno capendo che era più grave di quello che sembrava: gli stessi poco dopo chiedevano l’elemosina, sigarette, qualsiasi cosa agli alpini presenti, pure quelli giovani e tatuatissimi. Poi si raccoglievano nei loro capannelli, sghignazzavano, magari pure puntavano qualche ragazza. Nessuno li fermava. Nessuno li metteva a posto. Nessuno sentiva la necessità si far capire loro che no, non potevano disturbare in quel momento (certo, non avevano idea di cosa fosse), né che pera accettabile che si comportassero con quella plateale mancanza di rispetto.
Era chiaro che non temevano nulla, perché nulla a loro era mai successo. Né questo rispetto è mai stato chiesto: vitto, alloggio, telefonino, avvocato arrivano gratis, senza che abbiano dovuto fare nulla. Perché mai quindi dovrebbero rispettare questo popolo, i suoi simboli? L’immagine che ho davanti agli occhi, mentre spingo via mio figlio, è quella di un africano che, con boria irricevibile, chiede spicci ad un alpino alticcio, seduto in panchina gonfissimo, incapace di mandarlo via, come sottomesso al fatto che no, l’immigrato non lo può mandare a quel Paese… Nel frattempo, a poca distanza i compagni africani se la ridono. È un gioco. Si prendono gioco di noi. letteralmente.
Tutto questo accadeva mentre dal palco, ministro della Repubblica sempre lì, si irradia il verbo militare nazionale: i nostri nonni, caduti per la nostra libertà… i sacrifici per la Nazione… i soldati in guerra che ci proteggono… e ancora, l’onore. Sì, l’onore.
Il cortocircuito di senso è intollerabile: se le guerre e i loro sacrifici umani ci hanno dato un Paese invaso da barbari che ci derubano, ci stuprano, ci irridono… a cosa sono servite? A cosa sono serviti davvero quei sacrifici? La nostra società è davvero più libera? È più protetta? È migliore?
E quindi, la valutazione da fare è ancora più abissale: non solo la catastrofe migratoria riformula le nostre città, essa ridisegna pure la nostra storia.
Cosa dobbiamo pensare della storia dell’Italia, e dell’Europa, se il frutto finale è il caos?
Cosa dobbiamo pensare della democrazia, se il suo effetto visibile è l’anarco-tirannia?
Che cos’è la Repubblica, se essa conduce – sotto i nostri occhi – all’umiliazione e alla distruzione del suo popolo?
La risposta la lascio al lettore. Ricordandogli, sempre, la cosa fondamentale: da nessuna parte è scritto che le cose debbono andare così.
Le città, con la storia, sono nostre. Dobbiamo solo riprendercele.
Roberto Dal Bosco
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Immigrazione
Uomo accoltellato in pieno giorno a Dublino: è stato un immigrato?
🚨 Ataque con cuchillo en plena calle O’Connell, una de las zonas más concurridas de #Dublín. Un hombre resultó herido y tuvo que ser trasladado a un hospital.
La policía irlandesa detuvo al presunto agresor en el lugar. La víctima se reporta fuera de peligro.… — Michelle Rivera (@michelleriveraa) September 6, 2026
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Immigrazione
Trump: la migrazione di massa porterà la Spagna alla rovina
La Spagna finirà per diventare un «Paese in rovina» se non riuscirà a tenere sotto controllo l’immigrazione: lo ha dichiarato questa settimana il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in un’intervista all’emittente britannica GB News.
A fine luglio il mondo ha guardato con orrore video che mostravano migranti provenienti dal Marocco che si riversavano sulle spiagge del piccolo territorio spagnolo di Ceuta. Il presidente del governo regionale, Juan Jesus Vivas, ha detto che i centri di accoglienza locali erano al collasso, con «centinaia» di persone che dormivano per strada, e ha chiesto al governo spagnolo di proclamare lo stato di emergenza nazionale e di inviare forze per «garantire l’inviolabilità della frontiera e la sicurezza dei cittadini».
Il primo ministro socialista Pedro Sanchez ha affermato di star «mobilitando tutte le risorse necessarie», ma il ministero dell’Interno ha spiegato di non poter dichiarare lo stato di emergenza perché i flussi migratori non sono considerati, per legge, un rischio per la sicurezza nazionale. Decine di migliaia di persone sono entrate in città e gli abitanti, esasperati, sono scesi in piazza. Il governo Sanchezzo pochi mesi prima aveva effettuato un grande procedimento di amnistia nei confronti degli immigrati, come almeno un milione di migranti irregolari che ha presentato domanda. L’amnistia è stata fortemente contestata, in seguito, anche da altri Paesi UE, come la Svezia.
«La Spagna sarà un paese in rovina, e io stesso ho avuto problemi con la Spagna perché non si comporta molto bene nei confronti della NATO. Non pagano quanto dovrebbero. È molto triste», ha detto Trump a GB News.
«Spero che altri Paesi come il Regno Unito, dove avete i vostri problemi, ma non sono così evidenti…», ha proseguito. «Sapete, non ci sono migliaia di persone che prendono d’assalto il vostro Paese. Non ho mai visto niente del genere».
‘What’s happened with Spain is an outrage.’
Donald Trump says migrant invasions in Spain, like that of Ceuta, will be the ‘ruin’ of Europe.@beverleyturner pic.twitter.com/Dj6BnFaEAq
— GB News (@GBNEWS) September 3, 2026
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All’inizio di questa settimana Euronews ha scritto che «circa 5.000 delle circa 72.000 persone entrate illegalmente rimangono a Ceuta, mentre proseguono gli sforzi per aprire nuove strutture di accoglienza e accelerare le procedure di rimpatrio», e che il governo intende destinare 165 milioni di euro a spese di emergenza per la ripresa. GB News ha inoltre riferito che le presenze restano tali da aver «registrato 23 aggressioni sessuali nell’enclave dalla fine di luglio, di cui nove ai danni di minori», ovvero circa un caso al giorno.
Oltre alla situazione spagnola, all’inizio dell’estate sono scoppiate proteste violente a Belfast, Glasgow, Edimburgo e Ayr dopo la tentata decapitazione di un cittadino britannico da parte di un sudanese.
Trump, che ha fatto del controllo dell’immigrazione il perno del proprio messaggio politico, «ha a lungo avvertito l’Europa di cosa sarebbe successo se avesse continuato ad attuare politiche di estrema sinistra e globaliste, tra cui la promozione della migrazione di massa», ha dichiarato a luglio Anna Kelly, vice portavoce principale della Casa Bianca. «La Spagna e gli altri Paesi che hanno adottato questa filosofia distruttiva dovrebbero immediatamente invertire la rotta o rischiare la propria rovina».
Nel frattempo nel caos di Ceuta sarebbero stati denunziati almeno 15 stupri da parte di immigrati, con pure delle bambine violentate. Varie epidemia avrebbero colpito la località spagnuola ora rivendicata apertis verbis anche dai vertici del Regno del Marocco, che si sospetta possa essere stato fiancheggiato, nell’uso di queste «armi di migrazione di massa», da Israele e dagli USA.
Tuttavia, l’immagine forse più forte della catastrofe di Ceuta, e per estensione dell’Europa intera e di tutta la Civiltà, è stata quella, emersa poco fa, dei migranti che sghignazzano innalzando un cucciolo di delfino morto. Secondo le accuse, il piccolo cetaceo sarebbe stato ucciso a colpi di bastone dagli immigrati e poi portato in giro festosamente.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Animali
I migranti di Ceuta picchiano a morte un cucciolo di delfino: la mente progressista in cortocircuito
🇪🇸 Spanish men intervened to rescue a baby dolphin from Moroccan migrants in Ceuta.
Follow: @europa pic.twitter.com/ovaBcKqCEz — Europa.com (@europa) September 3, 2026
The illegal migrants in Ceuta pulled a baby dolphin out of the sea today and clubbed it to death for fear fun.
Get them out of Europe immediately pic.twitter.com/4ERzMgH8kC — Visegrád 24 (@visegrad24) September 3, 2026
🇪🇸 Migrants in Ceuta filmed dragging a baby dolphin from the sea
A disturbing video recorded at El Trampolín beach in Ceuta shows a group of migrants taking a baby dolphin out of the water and carrying it along the beach.pic.twitter.com/v7zhuUxv09 — NewsForce (@Newsforce) September 3, 2026
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