Connettiti con Renovato 21

Immigrazione

Le nostre città ridisegnate dagli immigrati

Pubblicato

il

C’era una volta, nella mia città, una bella stazione ferroviaria. Lo stile fascista dell’edificio è stato via via camuffato da ritocchi continui, mentre l’interno prima si è riempito, e poi si è svuotato, di negozi e attività: niente più edicola, libreria, minimarket, chiosco di bigiotteria, banca (pure): solo delle teche di vetro vacue con extracomunitari che vagolano tra vetri e sedili che paiono messi a caso. Non è rimasto davvero nulla, né storia, né economia, né vita – solo il brulicare incomprensibile della massa immigrata.

 

Fuori dalla stazione, eravi un bel vialone conducente alla città. Nella prima parte, c’erano, ai lati, due bellissimi e antichi parchi, dove si portavano i bambini, il cane, le prime morosette, dove si passeggiava, si faceva jogging, etc.: uno dei primi ricordi della mia vita è mio padre che legge il giornale seduto sulla panchina, mentre io scendo uno scivolo del parco giochi annesso; una memoria ulteriore che mi emerge adesso e neanche so perché, è Giorgia – una complicata ragazza bionda occhiocerulea che piaceva a tutti, ma non a me – che, adolescentissimi, mi prende per un braccio camminando nella nebbia (allora ve n’era tanta) di quel parco, che per qualche ragione un sabato sera avevamo deciso di traversare.

 

I parchi di cui sto parlando sono in questi anni divenute vere no-go zone, anche se nessuno ha il coraggio di chiamarle per quello che sono. Vi circolano orde di immigrati che spacciano e si accoltellano, e, dato per noi più importante, di fatto non consentono la libera circolazione del cittadino italiano (come previsto dalla Costituzione, art.16): ho fatto io stesso un esperimento, una sera d’inverno di anni fa, ed erano se tutto va bene le sette e mezza massimo, sono stato di fatto prima guardato, poi seguito, poi mi è stato urlato addosso. Ho proseguito senza voltarmi, fossi stato una ragazza, o anche solo fossi stato con Giorgia a 14 anni, forse sarebbe andata diversamente.

Sostieni Renovatio 21

All’umiliazione dei parchi ad un certo punto ha concorso anche la pubblica amministrazione – di destra, di sinistra: mai vista la differenza – , che ha deciso di recintarli: nei luoghi dove da bambino giocavo, la regressione democratica ha portato sbarre acuminate e senso di pericolo. Di più: vi era una bella statua del grande Antonio Pigafetta, diarista di Magellano, il personaggio che ha dato il nome al mio prestigioso liceo ed è ancora oggi onorato nelle Filippine (a lui, sapete, dobbiamo la prima descrizione dell’ananas, definito «il frutto più delizioso»): con un colpo di genio, ecco che il monumento è stato posto dietro le sbarre. Per effetto dell’immigrazione e del degrado, Pigafetta è, tipo, arrestato. O forse ad essere dietro le sbarre siamo proprio noi: come se ora i noi cittadini, suoi grati discendenti, dobbiamo esserne separati – e forse ce lo meritiamo.

 

 

Che poi non è che il recinto serve a qualcosa: appena finisce, ecco diecine di africani che bivaccano. Nei capannelli neri che poltriscono senza un perché si vedono, elemento che fa capire il passaggio di fase, anche delle donne, talvolta col passeggino marca ius soli.

 

Proseguiamo in linea retta , e avremo fatto poco più di cento metri: sulla sinistra, un grande cinema chiuso da decadi. Il bar all’angolo, dove si consumava qualcosa prima o dopo il film, è rimasto, ma ovviamente lo gestiscono i cinesi. Dall’altro lato, ai bordi del parco, un caffè con la sua architettura da primi del Novecento – tipo, la Belle Epoque, già – che, se non rimane chiuso, cambia di mano spesso, perché con probabilità il degrado è soverchiante, invincibile.

 

Poco più avanti ecco i resti di quello che forse era il miglior (una volta dentro vi vidi Roberto Baggio con sulle spalle il figlio appena nato) negozio di dischi di sempre: aveva tutto, aveva soprattutto commessi che consigliavano in modo stupendo, e rammento sabati pomeriggi passati a scartabellare i CD o i vinili, all’epoca erano investimenti ingenti, e li facevi senza algoritmi e Spotify e YouTube, compravi per sentito dire o (addirittura!) guardando le copertine. Ora non c’è più niente, vetrina vuota, polvere. Era sopravvissuto in qualche modo all’avvento della musica digitale: ora chiude i battenti mentre tutt’intorno aprono, una attaccato all’altro, ridde di kebabbari, o, questa la nuova slatentizzazione, fast food di pollo fritto.

 

È stato il destino della libreria che sta dieci metri più su: un’idea di una famiglia patrizia locale, da generazioni nel business librario, di concentrare tutti i libri in edizione economica in un negozio dove passavano tanti studenti, perché di fronte ci sono le fermate degli autobus che li riportano a casa da scuola. Io ragazzino ci avevo comprato, a botte di mille lire, tutto Nietzsche, Freud, Jung, Proust, Dostoevskij, Shakespeare – una certa porzione della cultura che mi porto dietro viene, più che dal liceo, dai Newton Compton ammassati dietro quelle vetrine.

 

Ora lì ci vendono il pollo fritto, e per il motivo che in USA è considerato offensivo anche solo considerare: agli africani – ai neri – piace da pazzi, e ho pensato che non fosse una coincidenza che il primo punto vendita della grande multinazionale del pollo fritto l’ho visto sorgere davanti alla stazione di Padova, dove l’Africa perdigiornista deambula ad abundantiam.

 

Appena dietro alla fermata del bus c’era un baretto senza fronzoli, che era strategico per comprare i biglietti qualora ti fossi dimenticato: è stato sostituito, guarda guarda, da un altro punto vendita di pollo fritto, tanto per capire che con la natura locale oramai è stata disintegrata. La città, è chiaro, non è più per i suoi cittadini – che mai nella vita hanno sentito il bisogno di mangiare per strada petti impanati.

 

Ancora: il negozio di giocattoli, chiuso per sempre. Chiusa l’edicola (ovvio). Chiudono perfino le banche, che lasciano altre vetrine vuote che attendono di diventare spacci di pollo fritto per immigrati zonali raminghi.

 

Nei luoghi limitrofi la storia non cambia: il viale che esce dalla città ha visto sparire tutto, il negozio di animali, i negozi di alimentari, altri giornalai, altre filiali di banche, storici locali in stile liberty, il bowling, il biciclettaio, il negozio di roba da ufficio, perfino le vetrine di computer e telefonia. Nell’altro viale che porta la stazione, descritta dai giornali come «triangolo rosso» per l’insicurezza patente, circolano praticamente solo stranieri, e i negozi sono sostituiti da uffici di pratiche per stranieri, alimentari esotici e non pulitissimi, ancora kebabbari – non una traccia visibile di un’attività che possa servire ad un cittadino italiano. Un amico che vive lì – dove gli appartamenti costano poco, anche perché alle volte, viste le morosità degli stranieri, tolgono la corrente a tutto il palazzo – due anni fa mi ha mandato un video dei festeggiamenti per la partita ai mondiali del Marocco: un embrione del vandalismo che poi si è visto a Milano, Parigi, Bruxelles, o nei vari capodanni di Berlino, Amsterdam, etc.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Si dirà: è «solo» il centro della città, le stazioni son così, e poi ci sono sempre stati i brutti quartieri. La realtà è diversa: è la città nel suo insieme ad essere trasformata attivamente dagli immigrati.

 

Leggo la notizia da un giornale locale. Parla di una zona che conosco bene, perché non lontano vi viveva mia nonna, ai confini della città. Titolo: «Scoperto deposito di motoveicoli rubati: trovata merce per 130 mila euro».

 

In pratica, un milanese cui avevano rubato il motorino lo ha localizzato grazie ad un airtag. «Giunti sul posto, gli agenti hanno notato un complesso di capannoni apparentemente chiuso da tempo» scrive il quotidiano locale. «Raggiunta la parte posteriore dell’area, i poliziotti hanno notato tre uomini che, alla vista della volante, hanno tentato di nascondersi entrando in uno dei capannoni. I tre – un 52enne originario del Burkina Faso, un 25enne marocchino e un 43enne senegalese – sono stati immediatamente fermati e identificati». Dato interessante: vive nelle nostre città un panafricanismo del crimine?

 

«All’interno dell’immobile gli operatori hanno rinvenuto numerosi oggetti di vario genere e, lungo un corridoio, un motoveicolo azzurro con dettagli gialli e il portatarga parzialmente divelto. (…) La presenza, nello stesso capannone, di altri motoveicoli parzialmente imballati con cellophane blu, privi di targa e occultati sotto un telo, ha portato gli agenti a procedere a una perquisizione dell’area (…) Le verifiche hanno consentito di accertare che tutti i mezzi rinvenuti, in totale 13 motoveicoli, risultavano rubati. I tre uomini non hanno saputo fornire alcuna spiegazione sulla provenienza dei veicoli, di cui avevano la disponibilità».

 

Non c’erano solo moto e auto rubate: nel capannone «sono stati trovati numerosi altri materiali: vestiario, pneumatici, parti di veicoli, motoveicoli radiati o in pessimo stato di conservazione, oltre a materassi, sedie e oggetti di ogni tipo». Chissà che non vi sia anche qualche oggetto sparito a chi legge queste righe.

 

Scrivo di questo piccolo fatto di cronaca non per la sua gravità giudiziaria, ma, anche qui, per il dato urbanistico: il luogo di cui parliamo è probabilmente ricavato dal conglomerato dove, per un secolo ed oltre, aveva imperato uno dei primi lanifici d’Italia, un tempio del lavoro e del progresso, che aveva dato da mangiare a migliaia di famiglie. Sapevo che da qualche parte c’erano tentativi di riconversione (le startup… come no) ma alla fine ecco cosa a cosa è stato convertito questo posto: da teatro dell’industria e dell’operosità a centrale di decadenza criminale, dove invece che dare prosperità alle famiglie italiane si procede alla loro rapina.

 

Il lettore può capire quello che sto cercando di significare: le nostre città stanno venendo totalmente ridisegnate dagli immigrati.

 

No, gli immigrati non sono un elemento passivo della società: è stupido illudersi che, pagandoli per far niente, il loro impatto rimanga limitato. Guardatevi intorno, guardate come è cambiata la vostra città, guardate come certe zone siano diventate orrende e pericolose, o persino interdette a voi che siete autoctoni. L’immigrazione calergista è riprogettazione urbana: e voi, ora, la state solo subendo. Altro che archistar e grandi lavori pubblici: è la massa immigrata che adesso decide dove e come vivete. Altro che assessorati: le nostre città sono effetto dell’urbanistica della violenza e del pollo fritto, del motorino rubato e dell’accoltellamento, dello spaccio e della panchina dei balordi.

 

Questo non è, come vuole far credere la sociologia d’accatto della sinistra, di un processo inevitabile: dietro c’è una precisa volontà, e ancora più evidentemente, sottolineo qui, una disposizione emotiva degli invasori.

 

Nel parco accanto alla stazione di cui parlavo sopra un paio di anni fa ci sono stati parcheggiati, in quantità impressionante, carrarmati, elicotteri, mezzi d’assalto di ogni tipo: è stato per il raduno annuale degli alpini, un evento che ha bloccato l’intera città, divenuta per qualche ora il più grande, in teoria felice, concentrato di militari del Paese.

 

Ci avevo portato mio figlio: nella bolgia dei cappelli con le penne, l’ho fatto salire sul Lince, il veicolo multiruolo usato in Afghanistan, l’ho fatto salire nell’abitacolo dell’elicottero, mentre – presente in tribuna poco più in là il ministro della Difesa – sfilavano le delegazioni di ogni possibile gruppo alpino del territorio italiano.

 

È stato a quel punto che ho notato che, tra le migliaia di persone, stavano tranquillamente gli africani balordi che occupano di solito quel parco. Come dire: la massa non li aveva fatti scappare. Tanto meno, la presenza di militari – che di solito, pensavo, impaurisce gli immigrati – li spaventava: macché, eccoli che, treccioline belle e vestiti alla moda, si fotografano – come bambini, appunto – sui veicoli militari con lo smartphone nuovo di zecca.

Aiuta Renovatio 21

Osservai il fenomeno capendo che era più grave di quello che sembrava: gli stessi poco dopo chiedevano l’elemosina, sigarette, qualsiasi cosa agli alpini presenti, pure quelli giovani e tatuatissimi. Poi si raccoglievano nei loro capannelli, sghignazzavano, magari pure puntavano qualche ragazza. Nessuno li fermava. Nessuno li metteva a posto. Nessuno sentiva la necessità si far capire loro che no, non potevano disturbare in quel momento (certo, non avevano idea di cosa fosse), né che pera accettabile che si comportassero con quella plateale mancanza di rispetto.

 

Era chiaro che non temevano nulla, perché nulla a loro era mai successo. Né questo rispetto è mai stato chiesto: vitto, alloggio, telefonino, avvocato arrivano gratis, senza che abbiano dovuto fare nulla. Perché mai quindi dovrebbero rispettare questo popolo, i suoi simboli? L’immagine che ho davanti agli occhi, mentre spingo via mio figlio, è quella di un africano che, con boria irricevibile, chiede spicci ad un alpino alticcio, seduto in panchina gonfissimo, incapace di mandarlo via, come sottomesso al fatto che no, l’immigrato non lo può mandare a quel Paese… Nel frattempo, a poca distanza i compagni africani se la ridono. È un gioco. Si prendono gioco di noi. letteralmente.

 

Tutto questo accadeva mentre dal palco, ministro della Repubblica sempre lì, si irradia il verbo militare nazionale: i nostri nonni, caduti per la nostra libertà… i sacrifici per la Nazione… i soldati in guerra che ci proteggono… e ancora, l’onore. Sì, l’onore.

 

Il cortocircuito di senso è intollerabile: se le guerre e i loro sacrifici umani ci hanno dato un Paese invaso da barbari che ci derubano, ci stuprano, ci irridono… a cosa sono servite? A cosa sono serviti davvero quei sacrifici? La nostra società è davvero più libera? È più protetta? È migliore?

 

E quindi, la valutazione da fare è ancora più abissale: non solo la catastrofe migratoria riformula le nostre città, essa ridisegna pure la nostra storia.

 

Cosa dobbiamo pensare della storia dell’Italia, e dell’Europa, se il frutto finale è il caos?

 

Cosa dobbiamo pensare della democrazia, se il suo effetto visibile è l’anarco-tirannia?

 

Che cos’è la Repubblica, se essa conduce – sotto i nostri occhi – all’umiliazione e alla distruzione del suo popolo?

 

La risposta la lascio al lettore. Ricordandogli, sempre, la cosa fondamentale: da nessuna parte è scritto che le cose debbono andare così.

 

Le città, con la storia, sono nostre. Dobbiamo solo riprendercele.

 

Roberto Dal Bosco

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

 

 

 

 

Immigrazione

Uomo accoltellato in pieno giorno a Dublino: è stato un immigrato?

Pubblicato

il

Da

In Irlanda la polizia ha arrestato un uomo dopo che questi aveva accoltellato un quarantenne nel centro di Dublino. Mentre internet specula sul fatto che l’attacco sia stato portato da un immigrato, le fonti ufficiali non dicono nulla.   L’episodio è avvenuto sabato pomeriggio in O’Connell Street. Le immagini mostrano i soccorritori che assistono l’uomo ferito, il quale perde molto sangue, mentre la polizia ferma l’aggressore.   Nelle stesse riprese si vedono anche agenti che allontanano a calci una lama rimasta a terra, ritenuta presumibilmente l’arma impiegata nell’attacco.   Secondo quanto riportato, le ferite dell’uomo non sarebbero pericolose per la vita. Non è ancora chiaro che cosa abbia scatenato l’incidente e un’indagine è in corso.  

Sostieni Renovatio 21

La mancata identificazione dell’aggressore pone vari problemi: da una parte la stampa è complice, se non imbavagliata da statuti stile Carta di Roma (il documento deontologico giornalistico che in Italia scoraggia l’informazione riguardo alla provenienza etnica dei convolti in fatti di cronaca), dall’altra parte, le autorità non vogliono dare fuoco alla polveriera di conflitto sociale creata con l’immigrazione massiva, che pare aver investito l’Irlanda con una foga forsennata, al punto che interi villaggi di campagna ora sono abitati con una maggioranza schiacciante da «richiedenti asilo», che, lì trasferiti dalle autorità politiche e pagati dal contribuente per far nulla, vi sollazzano in numero multiplo rispetto a quello degli abitanti irlandesi.   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa il Paese fu teatro di un caso di incendi incrociati: prima andò a fuoco l’antico convento di San Patrizio, poi a Dublino andò in fiamme un centro islamico. Subbugli erano scoppiati ancora l’anno scorso quando un immigrato fu accusato di aver violentato una bambina di dieci anni.   Per Dublino si tratta di un déjà vu: tutti ricordano l‘accoltellamento di tre bambini e di una custode vicino a una scuola provocò violente rivolte urbane a sfondo anti-immigrazione. In quel caso, l’attentatore era un cittadino irlandese naturalizzato di origine algerina, e le conseguenze furono rivolte violente da parte della popolazione autoctona.   Un altro attacco con coltello a Dublino si ebbe l’anno scorso, con tanto dell’inevitabile grido «Allahu Akbar».   Come sa il lettore di Renovatio 21, l’uso dei coltelli da parte degli immigrati pare essere un pattern oramai consolidato: gli attacchi con coltello sono divenuti la norma nell’Europa dell’immigrazione di massa.   Si ricorda, tra i tantissimi casi, il caso del «Festival della diversità» della cittadina di Solingen (tre accoltellati), ma anche quello dove un poliziotto di Mannheim venne colpito a morte da un immigrato mentre l’agente stava bloccando un tedesco che cercava a sua volta di fermare la foga assassina dello straniero.   Come scritto da Renovatio 21attacchi con il coltello di immigrati a passanti sono un pattern oramai riconoscibile. Si ricorda, tra i tantissimi, il caso del «Festival della diversità» della cittadina di Solingen (tre accoltellati), ma anche quello dove un poliziotto di Mannheim venne colpito a morte da un immigrato mentre l’agente stava bloccando un tedesco che cercava a sua volta di fermare la foga assassina dello straniero.

Aiuta Renovatio 21

L’uso del coltello da parte degli immigrati è talmente rilevante che un land tedesco del Nord Reno-Vestflaia ha pubblicato dei volantini per scoraggiarne il possesso. Tre settimane fa si è avuto il caso di un cittadino romeno accoltellato più volte da una gang siriana a Schwerte, nella Renania Settentrionale-Vestfalia.   L’incidente più eclatante è stato l’accoltellamento mortale multiplo avvenuto nella città bavarese di Aschaffenburg da parte di un richiedente asilo afghano respinto che aveva preso di mira un gruppo di bambini dell’asilo. Come riportato da Renovatio 21, un bambino di 2 anni è stato accoltellato a morte, così come un passante di 41 anni che ha tentato di intervenire. Un altro bambino è rimasto gravemente ferito ed è stato ricoverato in ospedale, mentre una delle educatrici dell’asilo che accompagnava i bambini piccoli si è rotta un braccio nel tentativo di difendersi dall’aggressore, descritto come in «frenesia sanguinaria».   Sanguinari attacchi di immigrati con coltello si sono registrati anche in OlandaBelgioAustria. Anche in Italia non si contano oramai gli episodi di «maranza» armati di coltello, che riempiono le cronache oramai tutte le settimane.   La violenza da lama è un problema da decenni per la gioventù britannica, al punto che lo scorso anno il premier Keir Starmer ha vietato definitivamente la vendita di katane.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine screenshot da Twitter  
Continua a leggere

Immigrazione

Trump: la migrazione di massa porterà la Spagna alla rovina

Pubblicato

il

Da

La Spagna finirà per diventare un «Paese in rovina» se non riuscirà a tenere sotto controllo l’immigrazione: lo ha dichiarato questa settimana il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in un’intervista all’emittente britannica GB News.

 

A fine luglio il mondo ha guardato con orrore video che mostravano migranti provenienti dal Marocco che si riversavano sulle spiagge del piccolo territorio spagnolo di Ceuta. Il presidente del governo regionale, Juan Jesus Vivas, ha detto che i centri di accoglienza locali erano al collasso, con «centinaia» di persone che dormivano per strada, e ha chiesto al governo spagnolo di proclamare lo stato di emergenza nazionale e di inviare forze per «garantire l’inviolabilità della frontiera e la sicurezza dei cittadini».

 

Il primo ministro socialista Pedro Sanchez ha affermato di star «mobilitando tutte le risorse necessarie», ma il ministero dell’Interno ha spiegato di non poter dichiarare lo stato di emergenza perché i flussi migratori non sono considerati, per legge, un rischio per la sicurezza nazionale. Decine di migliaia di persone sono entrate in città e gli abitanti, esasperati, sono scesi in piazza. Il governo Sanchezzo pochi mesi prima aveva effettuato un grande procedimento di amnistia nei confronti degli immigrati, come almeno un milione di migranti irregolari che ha presentato domanda. L’amnistia è stata fortemente contestata, in seguito, anche da altri Paesi UE, come la Svezia.

 

«La Spagna sarà un paese in rovina, e io stesso ho avuto problemi con la Spagna perché non si comporta molto bene nei confronti della NATO. Non pagano quanto dovrebbero. È molto triste», ha detto Trump a GB News.

 

«Spero che altri Paesi come il Regno Unito, dove avete i vostri problemi, ma non sono così evidenti…», ha proseguito. «Sapete, non ci sono migliaia di persone che prendono d’assalto il vostro Paese. Non ho mai visto niente del genere».


Sostieni Renovatio 21

All’inizio di questa settimana Euronews ha scritto che «circa 5.000 delle circa 72.000 persone entrate illegalmente rimangono a Ceuta, mentre proseguono gli sforzi per aprire nuove strutture di accoglienza e accelerare le procedure di rimpatrio», e che il governo intende destinare 165 milioni di euro a spese di emergenza per la ripresa. GB News ha inoltre riferito che le presenze restano tali da aver «registrato 23 aggressioni sessuali nell’enclave dalla fine di luglio, di cui nove ai danni di minori», ovvero circa un caso al giorno.

 

Oltre alla situazione spagnola, all’inizio dell’estate sono scoppiate proteste violente a Belfast, Glasgow, Edimburgo e Ayr dopo la tentata decapitazione di un cittadino britannico da parte di un sudanese.

 

Trump, che ha fatto del controllo dell’immigrazione il perno del proprio messaggio politico, «ha a lungo avvertito l’Europa di cosa sarebbe successo se avesse continuato ad attuare politiche di estrema sinistra e globaliste, tra cui la promozione della migrazione di massa», ha dichiarato a luglio Anna Kelly, vice portavoce principale della Casa Bianca. «La Spagna e gli altri Paesi che hanno adottato questa filosofia distruttiva dovrebbero immediatamente invertire la rotta o rischiare la propria rovina».

 

Nel frattempo nel caos di Ceuta sarebbero stati denunziati almeno 15 stupri da parte di immigrati, con pure delle bambine violentate. Varie epidemia avrebbero colpito la località spagnuola ora rivendicata apertis verbis anche dai vertici del Regno del Marocco, che si sospetta possa essere stato fiancheggiato, nell’uso di queste «armi di migrazione di massa», da Israele e dagli USA.

 

Tuttavia, l’immagine forse più forte della catastrofe di Ceuta, e per estensione dell’Europa intera e di tutta la Civiltà, è stata quella, emersa poco fa, dei migranti che sghignazzano innalzando un cucciolo di delfino morto. Secondo le accuse, il piccolo cetaceo sarebbe stato ucciso a colpi di bastone dagli immigrati e poi portato in giro festosamente.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

Continua a leggere

Animali

I migranti di Ceuta picchiano a morte un cucciolo di delfino: la mente progressista in cortocircuito

Pubblicato

il

Da

Dalla Ceuta invasa dai nordafricani arrivano immagini in grado di stimolare il raccapriccio persino tra goscisti ed immigrazionisti. Un tabù enorme è stato toccato, anzi forse due: la violenza contro i cetacei e pure quella contro i cuccioli di animale.   Le immagini hanno fatto il giro del mondo in un battibaleno: un gruppo di migranti è stato accusato di aver estratto dal mare un cucciolo di delfino per poi ucciderlo a bastonate   Come riportato dal quotidiano locale El Faro de Ceuta, mercoledì un piccolo di tursiope era stato notato mentre nuotava in prossimità della riva, sulla spiaggia di El Trampolin, prima che alcuni uomini lo tirassero fuori dall’acqua; uno di loro avrebbe colpito l’animale alla testa con un bastone, provocandone la morte.   Un addetto alla sorveglianza della spiaggia sarebbe intervenuto per fermare il gruppo, intimando di non toccare il delfino e di avvisare i servizi preposti alla tutela della fauna selvatica. Gli uomini avrebbero quindi provato a rimettere l’animale in mare, ma a quel punto sembrava già privo di vita.   Il blogger di Ceuta Juan Ruiz ha ripreso con la videocamera alcuni membri del gruppo mentre si avvicinavano sollevando il delfino come se fosse un trofeo. «Non potete prenderlo, è un delfino, non si mangia!», ha gridato Ruiz, chiedendo poi con insistenza chi fosse stato a ucciderlo.  

Sostieni Renovatio 21

Di fronte all’affermazione di alcuni presenti secondo cui l’animale sarebbe morto già in acqua, Ruiz ha replicato con tono sarcastico: «Certo, è morto in acqua da solo, no?».   L’associazione ambientalista locale DAUBMA ha sporto denuncia presso le forze dell’ordine spagnole, sollecitando le autorità ad aprire un’indagine sull’accaduto e a individuare i responsabili.   La diffusione del video ha scatenato una vasta ondata di sdegno sui social media del mondo intero, con numerosi utenti spagnoli che invocavano procedimenti penali nei confronti dei responsabili e la loro espulsione dal territorio nazionale. Questa reazione si è inserita in un clima già segnato da un più ampio sentimento anti-immigrazione a Ceuta, città in cui i residenti avevano già manifestato pubblicamente chiedendo espulsioni e scandendo cori come «Fuori gli invasori».   Le immagini sono davvero difficili da guardare: il povero cucciolo di delfino privo di vita mentre viene portato da un gruppo di nordafricani sghignazzanti. Dobbiamo dire che Renovatio 21 aveva già veduto immagini simili: in un lago belga, alcuni ragazzini immigrati avevano catturato un grosso pesce, e tra risate e cachinni lo avevano portato in giro a mo’ di trofeo e gettato per uno scivolo acquatico, non si sa sé ancora vivo o già morto. Il video su YouTube o X non si trova più, perché – pensate un po’ – violave le linee guida di entrambe le piattaforme contro la diffusione e la promozione di contenuti legati al maltrattamento degli animali. Tuttavia se volete dare un’occhiata una testa fiamminga ancora lo mostra.   Il cortocircuito della mente progressista, davanti all’immagine di abuso del cetaceo, vacilla. Quindi, la storia degli abusi sugli animali perpetrati dagli immigrati – come diceva durante la campagna elettorale 2024 Donaldo TrumpThey’re eating the dogs / They’re eating the cats / They’re eating the pets») raccogliendo le testimonianze in Ohia e in altre varie aree USA, e come sanno tanti italiani che osservano parchi e zone di verde della loro città – è vera, e a questo punto incontrovertibile.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La metafisica piddina va in cortocircuito: è possibile tenere insieme l’agenda ecologica (con le sue vacche sacre, pardon, cetacei sacri) con quella immigrazionista? Il marocchino che se la ride mentre espone il cadavere del cucciolo di tursiope lo nega per sempre.   Il cittadino sincero-democratico e progressista precipita nel vuoto, se si mette a pensare alla probabile dinamica dell’accaduto: il piccolo di delfino si allontana dalla sua mamma perché, birbante, voleva giocare con gli uomini che vedeva sguazzare poco più in là nella spiaggia… essi magari lo hanno pure attirato. Per poi massacrarlo senza nessuna pietà, con una violenza contro i cuccioli che non possiamo dire sia naturale – tutti prima o poi lo abbiamo pensato: le forme «carine», occhi grandi, musetti tondi, che hanno i piccoli di ogni specie servono proprio a depotenziare l’aggressività delle belve adulte.   Si tratta del Kindchenschema formulato per la prima volta dall’etologo premio Nobel Konrad Lorenz nel 1943, che descriveva un insieme di caratteristiche fisiche tipiche dei cuccioli — sia umani che animali — che attivano una risposta biologica automatica negli adulti che comprende la stimolazione immediata dell’istinto di cura parentale e protezione. Chi ha mai visto un gattino piccolo sa di cosa parliamo. Pure guardando queste immagini del cucciolo di delfino morto tale reazione senz’altro si attiva. Da qui il cortocircuito ancora più poderoso.   A questo punto ammettiamo pure che anche Renovatio 21 ha qualche difficoltà. Chi ci segue conosce la nostra indomita battaglia contro la specie cetacea, i suoi comportamenti osceni, e i suoi privilegi: delfini e orche sono armi totemiche dell’ecofascismo antiumanista, quello per cui l’uomo può pure morire sacrificato all’idolatria del mammifero pisciforme, come insegna il caso della teppa orcina che incrocia al largo di Gibilterra, che non è tanto lontana da Ceuta, in effetti.   Al contempo, riteniamo, con ancora più evidenza sulla nostra vita quotidiana, che anche l’immigrato sia un’arma, sparata con milioni di cartucce umane, contro l’Europa e la Civiltà, cioè contro di noi. Un ordigno sociogeopolitico (la definisce così l’accademico statunitense Kelly M. Greenhill nel suo libro Armi di migrazione di massa) , concetto storico-politico ben noto agli studiosi del fenomeno e ai suoi praticanti – un tempo, Muhammar Gheddafi (che negoziò con la fine della tratta umana mediterranea la fine dell’embargo antilibico, per poi essere tradito e travolto sino ad essere impalato), poi Receps Erdogan (che ottenne, sempre dalla UE, 5 miliardi per tenersi gli immigrati della grande ondata del 2015, quella del bambino curdo Aylan fotografato morto sulla spiaggia) ora con probabilità il Regno del Marocco con i suoi probabili fiancheggiatori israeloamericani.

Iscriviti al canale Telegram

Gli immigrati, abbiamo ripetuto su questo sito tante volte, sono lo strumento di un piano per distruggere non solo il vostro benessere e la vostra incolumità biologica, ma lo stesso sistema morale cristiano, come perfettamente enunciato dal conte Coudenohove-Kalergi. Essi servono ad attivare nelle nostre città quello che chiamiamo anarco-tirannia, un sistema dove il cittadino è oppresso non solo dalla violenza barbarica randomatica dell’immigrato, ma pure dallo Stato divenuto impossibilmente esoso e incredibilmente repressivo, totalitario davvero, verso il contribuente autoctono – il green pass serva da esempio, e aspettate di vedere cosa vi farà l’euro digitale, o anche solo con l’ID digitale UE – mentre l’immigrato è lasciato libero di gozzovigliare tranquillo e sanguinario in quella che le rivolte inglesi di questi anni hanno chiamato «two tier society», società a due livelli. Privilegio e tolleranza per il migrante, repressione totale poliziesca e giudiziaria per l’autoctono.   Ora, il gioco della torre immigrati contro cetacei davvero non ce l’aspettavamo, per cui non fateci decidere. Si tratta di due maschere della Necrocultura, due idoli osceni del mondo moderno, due progetti pensati per distruggere le vostre vite.   Poi, va bene, il solito disgustoso paradosso persiste: alcuni protestano per il delfinino morto, ma per le ragazzine sistematicamente stuprate dagli immigrati (come a Ceuta…) non una parola. Come niente da dire per i milioni di bambini abortiti, cui si aggiungono, in questi giorni, i bimbi strangolati dalle loro madri, che le femministe americane vogliono libere.   Le torme a sostegno della figlicida Lindsay Clancy sotto processo (e delle sue emulatrici, già all’opera) sono le stesse majorette dell’immigrazione di massa, e che dicono che la «grande sostituzione» non esiste, è solo un mito inventato dalla destra xenofoba e razzista e pure antiabortista.   Dispiace doverlo comunicare alle femministe ed ai femministi: grazie al vostro impegno perverso, sarete sostituiti, pure voi, da eserciti di abusatori di delfini.   E ci rendiamo conto che – rileggiamola – quest’ultima frase pare pure surrealismo, fantascienza, teatro dell’assurdo.   Invece è l’amara realtà. Per noi tutti, per voi e i vostri amici pinnati.   Roberto Dal Bosco  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
  Immagine screenshot da Twitter
 
Continua a leggere

Più popolari