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Pensiero

Oligarchia e aristocrazia eurodemocratica mondialista, da Ventotene a Kalergi e oltre

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La sinistra italiana perde la testa di fronte alla semplice lettura di brani del Manifesto di Ventotene, che evidentemente nessuno aveva mai letto, soprattutto tra cui se ne riempie la bocca scendendo pure in piazza.

 

Capiamo che per i sinceri democratici capire che – incontrovertibilmente – il testo base dell’eurodemocrazia spinge per la dittatura è un evento che può portare ad una dissonanza cognitiva esplosiva.

 


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«La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno».

 

Il Manifesto che si vuole alla base dell’Europa scrive proprio così: «La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio». Gulp: notiamo però anche come continua il passaggio, con un vero cortocircuito per i fan del ReArm Europe: «questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo o del burocratismo nazionale».

 

«La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista»

 

Ma c’è di peggio: «nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente». Ri-gulp. «Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia i democratici si sentono smarriti, non avendo dietro di sé uno spontaneo consenso popolare, ma solito un torbido tumultuare di passioni».

 

Questa cosa della mancanza di consenso popolare tenetela a mente per dopo, ma il concetto – il comando di pochi sul popolo refrattario: cioè, in pratica, il primato assoluto delle élite – è sviluppato davvero lucidamente:

 

«Durante la crisi rivoluzionaria» scrive il Manifesto, il movimento «attinge la visione e la sicurezza di quel va fatto non da una preventiva consacrazione da parte dell’ancora inesistente volontà popolare, ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato ed attorno ad esso la nuova democrazia».

 

Potete riconoscere bene cosa è teorizzato qui: il popolo non conta nulla, comandiamo noi, gli esperti che conoscono davvero cosa vuole il mondo moderno. È un pensiero oscuro, aristocratico, dittatoriale – e sa di esserlo. Abbiamo imparato a vedere questa idea pienamente realizzata con il COVID – e di fatto immaginiamo gli estensori del Manifesto ventoteniano tutti mascherinati e penta, esa, epta, octavaccinati.

 

Giorgia, per una volta, ha fatto una cosa giusta, con tanto di esecuzione perfetta. Vedere Elly Schlein (che su tre passaporti, ne ha solo uno pienamente Schengen) che si strappa i capelli assieme ai compagni di partito con le lacrime agli occhi («oltraggio!») è bellissimo.

 


Bravo premier: leggere in Parlamento passi come questo era la cosa migliore da fare. Trump lo sta indicando con chiarezza: sgonfiare il pallone di menzogne e corruzione dello Stato-partito è possibile, oltre che doveroso.

 

Anche perché, sinceramente, non tutti capiscono da dove salta fuori questa cosa di Ventotene oramai assurto a culto di Stato.

 

Crediamo che sia un’operazione di ridefinizione della storia (con occultamento di verità lapalissiane) nello stile che conosciamo: la guerra in Italia non l’anno vinta americani e inglesi (e i loro bombardieri, che mi racconta ancora oggi lo zio sopravvissuto, erano tanti da oscurare il cielo sopra una piccola città di provincia), macché, la vittoria è stata dei partigiani.

 

Eccerto: e ce lo hanno ripetuto sino a che ciò non è divenuto dogma inscalfibile e fondamentale (la «Repubblica fondata dalla resistenza»), al contempo cancellando altri fattori del processo – e qui vorremo, al solito, fare il nome di James Jesus Angleton, la superspia americana cresciuta in Italia che fu «madre della CIA», poeta e stratega che fu con probabilità il vero padre dello Stato italiano del dopoguerra.

 

E quindi: l’Europa non nasce da interessi geopolitici immani, e probabilmente non Europei. Viene piantata a Bruxelles, dove sta la NATO, per caso. L’Europa non nasce nemmeno da macchinazioni massoniche che affondano nei secoli. No, ora ci dicono che l’Europa Unita parte da tre signori messi al confino da Mussolini. Ecco, qui sorge una domanda, scusate: ma perché i fascisti, che sono tremendi, mandavano su un’isola i dissidenti invece di metterli in galera o peggio? Riconosciamo che per alcuni questa domanda suona come una bestemmia, ma non credo che ci possano dare una risposta. Il fascismo uccide Matteotti ma lascia vivere Spinelli? (È vero, tuttavia, che i fascisti uccisero Colorni: ci torneremo sotto)

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Qui vengono pensieri balzani. Non è che questi avessero qualche copertura, di quelle alle quali nemmeno il fascismo poteva resistere? Ci sovviene il caso di Alberto Beneduce (1877-1944), già collaboratore del primo sindaco anticlericale e massone, oltre che ebreo, Ernesto Nathan (che voci sussurrano potrebbe essere figlio di Mazzini), tesserato del PSI e massone a sua volta, uomo dietro alla creazione dell’assicurazione INA e dell’IRI, tanto importante per l’Italia mussoliniana che per quella democristiana.

 

Le idee socialiste di Beneduce, che fu senatore e ministro del Lavoro, non è che fossero tanto nascoste: tre delle sue figlie si chiamavano Idea Nova, Vittoria Proletaria e Italia Libera. Un altro figlio lo ha chiamato Ernesto, immaginiamo in onore al Nathan. Essendo questo un articolo in cui parliamo di famiglie e aristocrazie democratiche (abietta contradictio in adjecto), vale la pena di ricordare che Idea Nova Beneduce nel 1939 divenne moglie di Enrico Cuccia, il mitico dominus, potentissimo e silentissimo, di Mediobanca.

 

Nel 1936, in pieno ventennio, Beneduce era al contempo presidente dell’IRI, delle banche pubbliche Crediop e ICIPU, dell’Istituto per il credito navale, nonché membro del Consiglio d’amministrazione dell’IMI e dell’Istituto nazionale dei cambi. Nel privato era presidente della Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali (la società chiamata Bastogi). Assieme al governatore della Banca d’Italia Donato Menichella fu ispiratore della legge bancaria del 1936.

 

Insomma, il socialista Beneduce era fuso pienamente con il deep state dell’Italia fascista. Intoccabile ed indisturbato. Che cosa permetteva a chi veniva da mondi politici distanti e non aderiva all’ideologia del totalitarismo italiano di rimanere in circolazione? Non sappiamo dire.

 

Qualcuno può pensare che, anche allora, vi fosse un piano più grande all’opera, che non riguardava solo l’Italia – del resto, la Giovine Europa era proprio un’idea, ci fanno studiare a scuola, del Mazzini, proprio quello che alcuni dicono fosse padre del Nathan, morto da terrorista latitante come un Bin Laden qualsiasi.

 

Ecco che ci viene in aiuto il libro della scomparsa antropologa Ida Magli, il cui titolo è più che mai d’attualità, La dittatura europea: «(…) ad Altiero Spinelli è stato indispensabile delle potenti società semisegrete di cui abbiamo parlato, e della grande finanza nelle vesti di Gianni Agnelli. Spinelli era infatti membro del Bilderberg e fondatore assieme ad Agnelli dell’Istituto per gli Affari Internazionali Italiano».

 

Lo Spinelli nel Bilderberg: sì, pare se lo siano dimenticati tutti nella costruzione dell’eurosantino – non che la cosa, tuttavia, disturbi le sensibilità piddine. Al contempo, la Magli non aveva paura di fare nome e cognome dell’ingrediente ulteriore che con l’oscura aristocrazia eurodemocratica ha voluto riformulare i Paesi del continente: l’oligarchia.

 

«Non sappiamo se fosse la sua condivisione degli interessi di Agnelli alla mondializzazione del mercato, o il suo odio per la Nazione Italia a spingerlo su posizioni europeiste assolute» accusa la Magli. «Fatto sta che non è mai riuscito, pur avendo ottenuto grandi vantaggi dall’europeismo, quali un seggio parlamentare e il posto di Commissario europeo, a far conoscere e apprezzare il suo movimento all’opinione pubblica italiana».

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Proprio quello che sembra: l’europeismo, anche in Italia, è un movimento inflitto, in nessun modo organico alla popolazione, che di suo lo respinge. Gli europeisti convinti che si vedono in giro – con tanto di foto lombrosiane – esistono solo all’interno di piazza artificiali, come quella vista negli scorsi giorni, dove ad organizzare vi è un sedicente giornalista di satira, con doppio cognome, scrivente per qualche ragione da sempre sul giornale dei casati aristo-capitalisti dei Caracciolo e degli Agnelli, ora confluiti nella dinastia rabbinica degli Elkann.

 

Parliamo ovviamente di Repubblica, creata dal «laico» (sapete, in Italia, questo aggettivo a cosa è equivalente…) Eugenio Scalfari, che più di ogni altro riuscì negli ultimi decenni ad agglutinare un consenso popolare all’ascesa della sinistra di governo, vezzeggiando e rimestando il «ceto medio riflessivo» (professori, impiegati del para-Stato, e altre demografie con la pancia riempita automaticamente e tanto tempo libero), in modo da far percolare certi ideali – come l’amore incondizionato per l’Europa, non condiviso, per esempio, dal PSI – ed essere dirimente nella politica di era prodiana.

 

Eppure, nemmeno con i cannoni di Repubblica si è riusciti a rendere Spinelli una figura popolare (che è quello che, un po’ in ritardo, stanno cercando di fare ora).

 

«(…) È probabile che questa mancanza di riscontro popolare sia stata dovuta anche all’arroganza e dittatorialità del suo comportamento, un comportamento che appare, sotto questo aspetto, perfino peggiore di quello di Coudenove-Kalergi» tuona la Magli.

 

Qui spunta ancora, inevitabile, la figura del conte austriaco di famiglia greco-veneziana e di madre giapponese (cosa che, crediamo, gli ha creato qualche scompenso: leggetevi le sue conclusioni su razze e genere nei suoi libri per capire lo squilibrio): di Kalergi – di fatto progettatore del piano di invasione immigrazionista che stiamo vivendo – non si deve parlare, e perfino i ministri che vengono dall’ex MSI dicono di non conoscerlo. Non se ne deve parlare soprattutto vicino a Ventotene: anche se la Pan-Europa kalergiana è riconosciuta essere prodromo del Manifesto di Spinelli e compagni.

 

Dicevamo: quello che propongono qui, sotto la vernice democratica, è non solo una dittatura (appunto: la Dittatura europea) ma una vera aristocrazia, in cui comandano i pochi che sono nel giusto. E magari, trasmettono un po’ di potere anche ai figli.

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Certo è che le famiglie dei ventoteniani sono interessanti.

 

Ernesto Rossi (1897-1967) si sposò nel 1931 in reclusorio con rito civile: era un anticlericale sfegatato. La sposa, Ada Rossi, è definita «partigiana» e «antifascista», oltre che fondatrice con il marito e i ventoteniani del Movimento Federalista Europeo. Si ricordano i suoi legami con Gaetano Salvemini, che gli disse «avessi mai potuto fabbricarmi un figlio su misura me lo sarei fabbricato pari pari come te» e più tardi con il giovane Marco Pannella: finito il Partito d’Azione, Rossi era entrato nel Partito Radicale ai suoi albori, accettando di presiedere, poche ore prima di morire, la manifestazione dell’«apertura dell’Anno anticlericale».

 

Eugenio Colorni (1909-1944), l’unico a non morire nel suo letto effettivamente assassinato dai fascisti della banda Koch a pochi giorni dalla liberazione, proveniva da una famiglia ebraica di commercianti lombardi. La madre era una Pontecorvo, ulteriore famiglia ebraica pisana che conta nella sua discendenza il fisico nucleare Bruno Pontecorvo (allievo di Fermi, con cittadinanza britannica, poi fuggito in URSS) e il regista Gillo (autore di film anti-colonialisti ammaniti al pubblico cinefilo mondiale come il tremendo La battaglia di Algeri o Queimada!).

 

Sposò una correligionaria ebrea, Ursula (anche lei) Hirschmann (1913-1991), che proveniva da un’agiata famiglia dell’ebraismo tedesco. Il fratello, Albert Otto Hirschmann, era un economista che fu poi candidato al premio Nobel. Conobbe Colorni a Berlino, lo frequentò a Parigi per poi seguirlo a Trieste e Venezia. Come ribadito da Elly Schlein in Parlamento, la Hirschmann è riconosciuta tra i fondatori del mito di Ventotene.

 

Con Colorni ebbe tre figlie, tra cui Renata – traduttrice dei capolavori della letteratura tedesca, con molti anni spesi a collaborare con l’editore Adelphi – e Eva, che nel 1973 fu presa in moglie da un’altra figura centrale del mondialismo, l’economista e filosofo indiano premio Nobel Amartya Sen. Più tardi, sempre per parlare di «aristocrazie» e casati giudaici, il Sen avrebbe sposato Emma Georgina Rothschild, della nota famiglia di banchieri.

 

Dopo la morte di Colorni, la moglie Ursula – in un caso di endogamia tra europionieri – si risposò proprio con Altiero Spinelli. Nel 1975 aveva formato a Bruxelles il movimento Femmes pour l’Europe («donne per l’Europa»). Morta nel 1991 dopo anni in cui perse la parola a seguito di un aneurisma, è sepolta a Roma al cimitero acattolico. Il matrimonio con Spinelli portò nel 1946 la nascita della giornalista (zona Repubblica, ça va sans dire) ed europarlamentare (con il partito biodegradabile «L’Altra Europa con Tsipras») Barbara Spinelli, di cui si ricorda l’attivismo per impedire l’eligibilità di Silvio Berlusconi al Senato.

 

Barbara Spinelli è stata la compagna del grand commis superfunzionario italico Tommaso Padoa Schioppa (1940-2010), già ministro dell’economia del governo Prodi II (quello de «le tasse sono una cosa bellissima e civilissima»), vicedirettore generale della Banca d’Italia, presidente della CONSOB, dirigente del Fondo Monetario Internazionale, nonché Membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, considerato da alcuni come uno dei fondatori della moneta unica, l’euro. Una mela non cade molto dall’albero…

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Le ridondanze e le ramificazioni, in questa storia (possiamo dire, anche per ischerzo, euro-pluto-giudaico-massonica?) di piccole dinastie, aristocrazie, oligarchie, sono tantissime.

 

Ora con il culto di Ventotente pare che dobbiamo riverire questo demi-monde eurodemocratico come si trattasse di famiglie di una monarchia: in realtà lo sono, perché l’accentramento del potere, pure a dispetto del popolo, è da essi teorizzato apertis verbis. Non dovete quindi stupirvi delle elezioni romene, né di altro.

 

Il problema più grande è che ora, l’Europa di questi qui vuole armarsi per poi – con ogni probabilità – scontrarsi con la Russia. Cioè, mette in pericolo tutti noi.

 

Quanto potremmo ancora tollerare di essere dominati da chi ci pone in un simile pericolo?

 

Roberto Dal Bosco

 

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Pensiero

Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.  

Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.

  Ci troviamo a un punto di svolta storico.   E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.   Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.

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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri

Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.   La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.   Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.   Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.   Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.

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L’altra specie di uomo: il costruttore

  Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».     Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.   Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.   E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.

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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole

Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.   Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.   Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.   Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.   Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.

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Un aneddoto che dice tutto

Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.   Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.   Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.

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Quel mondo sta morendo

Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire. Ma in fondo, sa già di aver perso.   Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.  

L’IA ha rimescolato le carte

Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.   L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.   È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.  

Il vero reset

Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.   La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.   Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.   Brivael Le Pogam  

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Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata

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Ann Widdecombe, ex parlamentare britannica e star televisiva, è stata assassinata.

 

La polizia britannica sta indagando sulla morte della Widdecombe, 78 anni, trovata ferita e senza vita nella sua casa nel Devon, in Inghilterra, il 9 luglio. Secondo il Daily Telegraph, la polizia del Devon e della Cornovaglia sta cercando «un uomo bianco» come sospetto della sua morte. La notizia del decesso della Widdecombe è stata diffusa dai giornali britannici questa mattina senza alcun riferimento a un atto criminoso.

 

Secondo le ultime notizie, un uomo di 26 anni, descritto dalla polizia come un «cittadino britannico bianco», è stato arrestato in relazione al suo omicidio.

 

Convertita al cattolicesimo e attivista pro-vita, la Widdecombe si è fatta amare dai britannici grazie alle sue apparizioni sorprendentemente popolari nei programmi televisivi Strictly Come Dancing e Celebrity Big Brother.

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La Widdecombe è stata deputata conservatrice dal 1987 al 2010, successivamente membro del Brexit Party e poi del Reform Party.

 

Si tratta del secondo omicidio di un politico cattolico pro-life di alto profilo in Inghilterra in questo decennio. Sir David Amess, membro del Parlamento per 38 anni e amico di Widdecombe, è stato assassinato sul posto di lavoro nel 2021 dall’islamista Ali Harbi Ali.

 

La figlia di Amess, Katie, ha rilasciato una dichiarazione. «Sono profondamente addolorata per la scomparsa di Ann Widdecombe», ha scritto. «Ann è stata un’amica leale e di lunga data di mio padre, Sir David Amess, e la nostra famiglia le sarà sempre grata per la gentilezza, la forza e la dignità che ha dimostrato nei momenti più difficili della nostra vita».

 

«L’elogio funebre che ha pronunciato per mio padre nella Cattedrale di Westminster, e la compassione che ci ha dimostrato nei giorni e nei mesi successivi alla sua scomparsa, hanno rispecchiato il meglio del suo carattere: caloroso, integerrimo e incrollabile nel suo sostegno a coloro a cui voleva bene», ha continuato Katie Amess. «L’amicizia di Ann significava moltissimo per mio padre, e le sue parole hanno portato conforto a tantissime persone che gli volevano bene. Oggi la ricordiamo con affetto e rispetto, e porgiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. Possa riposare in pace».

 

L’assassino di Amess, secondo alcuni, aveva legami con i terroristi islamisti somali al-Shabbab, ai quali il governo italiano, tempo prima, aveva pagato un lauto riscatto per una cooperante rapita e poi tornata sorridente e convertita all’islam.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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Geopolitica

L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO

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La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.   Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.   Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.   La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.

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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.   Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.   Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.   La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?   Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.   Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.   Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.   Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.   Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?

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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.   E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.   Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.   E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.   Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.   Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.   Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».   Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.   E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.   Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.   E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?   Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?

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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.   No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.   Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.   Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.   Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.   Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.   Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.   Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.   In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.   Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?

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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.   Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.   E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.   Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?   Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?   Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?   Roberto Dal Bosco

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);
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