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Geopolitica

L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO

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La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.

 

Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.

 

Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.

 

La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.

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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.

 

Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.

 

Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.

 

La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?

 

Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.

 

Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.

 

Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.

 

Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.

 

Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?

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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.

 

E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.

 

Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.

 

E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.

 

Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.

 

Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.

 

Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».

 

Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.

 

E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.

 

Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.

 

E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?

 

Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?

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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.

 

No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.

 

Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.

 

Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.

 

Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.

 

Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.

 

Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.

 

Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.

 

In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.

 

Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?

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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.

 

Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.

 

E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.

 

Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?

 

Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?

 

Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

Geopolitica

L’Iran dichiara chiuso lo Stretto di Ormuzzo fino alla fine degli attacchi USA

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Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (i pasdaran) ha dichiarato che lo Stretto di Ormuzzo rimarrà chiuso alla navigazione finché gli Stati Uniti non porranno fine a quella che hanno definito la loro interferenza «illegale» nella regione.   La dichiarazione è giunta mentre, secondo quanto riportato, gli Stati Uniti avrebbero fatto pressioni sui negoziatori iraniani affinché dichiarassero lo stretto completamente aperto alla navigazione commerciale, in seguito ai colloqui con i mediatori in Oman tenutisi sabato.   «Lo Stretto di Ormuzzo rimarrà chiuso fino a nuovo avviso e fino alla fine dell’intervento statunitense nella regione. Nessuna nave sarà autorizzata ad attraversare il canale», ha dichiarato la Marina delle Guardie Rivoluzionarie.   «Se il nemico userà l’incidente da lui stesso causato come pretesto per commettere un altro errore e lanciare un nuovo atto di aggressione contro di noi, incontrerà una risposta energica e le basi nemiche nella regione saranno prese di mira», ha aggiunto la Marina.   Mercoledì e giovedì gli Stati Uniti hanno condotto attacchi contro l’Iran dopo che diverse petroliere erano state colpite da proiettili nello Stretto ormusino. Sebbene Teheran non abbia rivendicato pubblicamente la responsabilità degli attacchi, in precedenza aveva affermato che tutte le navi che transitano in quella via navigabile devono seguire le istruzioni delle Guardie Rivoluzionarie e utilizzare un canale di navigazione designato.  

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Gli Stati Uniti lanciano la terza ondata di attacchi contro l’Iran

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Questa settimana gli Stati Uniti hanno lanciato una terza ondata di attacchi contro l’Iran, poco dopo che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (i pasdaram) ha annunciato che lo strategico Stretto di Hormuz rimarrà chiuso a tutte le navi a tempo indeterminato.

 

La ripresa delle ostilità ha messo ulteriormente a dura prova il memorandum d’intesa (MoU) firmato dai due Paesi il 17 giugno. L’accordo mirava a spianare la strada a un cessate il fuoco duraturo e a concedere più tempo per negoziare una soluzione di pace.

 

In una dichiarazione rilasciata sabato sera, ora locale, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha affermato che i nuovi attacchi sono stati lanciati dopo che le Guardie Rivoluzionarie avevano attaccato «sfacciatamente» la nave portacontainer GFS Galaxy, battente bandiera cipriota, provocando un incendio nella sala macchine. Un membro dell’equipaggio risulta disperso, ha aggiunto il CENTCOM.

 

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«Gli Stati Uniti stanno imponendo un costo elevato continuando a indebolire la capacità dell’Iran di attaccare i marinai civili e le navi commerciali che transitano liberamente nello stretto», ha aggiunto l’esercito statunitense.

 

«L’Iran ha fatto una scelta sbagliata. Ora ne paga le conseguenze», ha scritto il Segretario alla Guerra americano Pete Hegseth su X dopo l’inizio degli attacchi.

 

Il CENTCOM ha dichiarato che le forze statunitensi hanno colpito circa 140 obiettivi, tra cui siti missilistici e di droni, depositi di munizioni e installazioni radar.

 

L’emittente iraniana Press TV ha riferito di attacchi nel sud del Paese, compresi i porti di Chabahar, Bushehr e Sirik, già colpiti all’inizio di questa settimana. Secondo quanto riportato, le difese aeree sarebbero state attivate sopra Teheran.

 

L’Iran ha risposto lanciando missili contro gli stati del Golfo, con allarmi di raid aerei segnalati in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. I pasdaran hanno affermato di aver «distrutto» un centro di comando e gli hangar che ospitavano i droni statunitensi MQ-9 Reaper presso la base aerea Prince Hassan in Giordania. Le Guardie Rivoluzionarie hanno aggiunto di aver preso di mira una struttura di supporto e rifornimento per le portaerei statunitensi nel porto di Duqm in Oman.

 

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Secondo Press TV, l’esercito iraniano ha lanciato droni contro un sistema di difesa aerea Patriot statunitense, un deposito di munizioni e una stazione radar in Kuwait, nonché contro una stazione radar in Bahrein.

 

Poco prima dell’inizio degli attacchi statunitensi, la Marina delle Guardie Rivoluzionarie iraniane aveva dichiarato che avrebbe mantenuto lo Stretto di Hormuz chiuso a tutte le navi fino a quando gli Stati Uniti non avessero posto fine ai loro «interventi illegali» nella regione. Aveva inoltre promesso di colpire le basi statunitensi in risposta a «qualsiasi ulteriore aggressione».

 

Gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar hanno chiesto all’Iran di cessare di prendere di mira le petroliere dopo che tre navi sono state colpite da proiettili all’inizio di questa settimana. In una dichiarazione di sabato, le Guardie Rivoluzionarie hanno incolpato gli Stati Uniti per gli «incidenti», accusando Washington di aver «designato illegalmente» una rotta marittima vicino alla costa dell’Oman.

 

Gli Stati Uniti hanno utilizzato il corridoio per guidare le navi attraverso lo Stretto ormusino, che gestisce circa un quarto del commercio globale di petrolio e GNL via mare.

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La guida suprema dell’Iran giura vendetta contro Stati Uniti e Israele

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Il nuovo leader supremo dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ha giurato di vendicare suo padre e predecessore, Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio in un raid aereo israelo-americano contro il suo complesso residenziale a Teheran.   Khamenei ha rilasciato la dichiarazione dopo la sepoltura del padre presso il santuario dell’Imam Reza nella sua città natale di Mashhad, giovedì. Secondo i media statali iraniani, oltre 43 milioni di persone hanno partecipato alle cerimonie funebri che si sono svolte nell’arco di una settimana in Iran e Iraq. Alcuni partecipanti al lutto hanno esposto cartelli che invocavano l’uccisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, hanno scandito «Morte all’America» e hanno lanciato pietre contro un cartellone pubblicitario che raffigurava Trump con un proiettile puntato alla testa.   «Promettiamo di vendicare il sangue puro del leader martire e di tutti i martiri di queste due guerre per mano di questi assassini criminali e disonorati», ha dichiarato Khamenei in un comunicato letto sabato dalla televisione di stato.   «La vendetta è l’esigenza della nostra nazione e deve certamente essere compiuta. Presto, i popoli liberi del mondo porteranno a compimento una parte di questa missione divina», aggiunge il comunicato.

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Khamenei non è apparso in pubblico da quando l’Assemblea degli esperti lo ha scelto come successore del padre all’inizio di marzo. Secondo quanto riportato, un attacco lo ha ferito al punto di necessitare di una gamba protesica e di chirurgia plastica. Trump al momento dell’elezione aveva provocato dicendo che sarebbe «probabilmente gay»; la Casa Bianca inoltre ha fatto capire di essere pronta ad uccidere il nuovo aiatollà qualora non ceda alla richieste. Una medesima minaccia è giunta da Israele.   Venerdì Trump ha minacciato di «decimare e distruggere completamente tutte le aree dell’Iran» se Teheran avesse tentato di assassinarlo. Diverse testate giornalistiche statunitensi hanno riportato questa settimana che Israele aveva avvertito Washington di quello che ha definito un nuovo complotto iraniano contro Trump.   Gli Stati Uniti e Israele hanno ucciso decine di alti funzionari e comandanti militari iraniani durante le prime settimane della loro campagna di bombardamenti. Trump ha recentemente affermato che il cessate il fuoco, raggiunto inizialmente ad aprile, era di fatto «finito» a causa dello scontro tra le due parti sull’interpretazione del memorandum d’intesa firmato il 17 giugno.   Questa settimana gli Stati Uniti hanno condotto una terza serie di attacchi contro l’Iran in risposta ai continui attacchi alle navi nello Stretto di Ormuzzo. L’Iran ha attribuito la responsabilità degli «incidenti» agli Stati Uniti, accusando Washington di aver «designato illegalmente» una rotta marittima vicino alla costa omanita. Teheran ha insistito sul fatto che tutte le navi debbano utilizzare la rotta designata dall’Iran.

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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International; immagine tagliata
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