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Necrocultura

«Megamorte». L’aborto uccide più della bomba atomica

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Chi ha vissuto ai tempi della Guerra Fredda può averlo dimenticato. Le nuove generazioni certo non lo sanno.

 

C’è stato un tempo in cui l’umanità viveva sotto l’incubo costante dell’annientamento planetario. Immediato, istantaneo.

 

Un attacco da parte di una delle due superpotenze avrebbe avuto come conseguenza diretta la reazione della triade nucleare (missili intercontinentali, bombardieri volanti, razzi lanciati da sottomarino) avversaria, incendiando l’intero mondo con il fuoco atomico.

 

L’umanità emersa dalle rovine radioattive di Nagasaki era conscia di trovarsi  sul bordo di questo baratro: lo aveva essa stessa creato, ma di esso non vedeva il fondo.

 

Lo scienziato John Von Neumann la chiamò M.A.D., mutual assured distruction: distruzione mutuale assicurata. Eppure, nonostante il marchio della catastrofe definitiva fosse ben visibile sulla guerra ventura,  la dottrina militare atomica aveva una sua strategia.

 

Gli americani affidarono larga parte della sua elaborazione ad un think tank finanziato dal Pentagono e da privati, la RAND Corporation. Capofila degli strateghi atomici era Herman Kahn. Esperto di teoria dei giochi, Kahn relativizzò la portata dell’opzione atomica, e cominciò ad affermare – scandalizzando i più – che una guerra nucleare non solo è possibile, ma che essa può anche essere vinta.

 

Kahn osava pensare l’impensabile, come suggerisce il titolo di un suo libro del 1962, Thinking the Unthinkable:

 

«Nel nostro tempo, la guerra termonucleare può sembrare impensabile, immorale, insana, orrenda, molto improbabile, ma essa non è impossibile (…). Nonostante i nostri sforzi un giorno potremmo trovarci faccia a faccia con la scelta netta di arrenderci o andare in guerra» (1).

 

Realista, smaliziato, nel 1960 Kahn raccolse i suoi pensieri in un libro che sortì uno shock su entrambi i lati della cortina di ferro: On Thermonuclear War, cioè «Sulla guerra termonucleare», con richiamo evidente al Von Clausevitz di Sulla guerra. Il testo produsse un impatto notevole anche su Stanley Kubrick, che pensò al suo capolavoro Il Dottor Stranamore leggendo Kahn, e ispirando a lui vari personaggi della pellicola.

 

Lo stratega americano dipinse un quadro completo: prevedeva che, nel dopobomba, gli anziani avrebbero dovuto mangiare il cibo contaminato, riservando alle nuove generazioni la precedenza sugli alimenti non radioattivi; il fallout nucleare sarebbe divenuto solo uno dei tanti contrattempi della vita; le deformazioni fetali prodotte dalle radiazioni vi sarebbero state, sì, ma un certo numero di bambini sarebbe comunque nato sano. Tutti questi sono «tragic but distinguishable postwar states» (2), stati postbellici tragici ma percepibili, descrivibili. Life goes on, la vita continua, sembra dire lo Stranamore della RAND.

 

Ma vi è, in particolare, uno specifico termine per il quale bisogna essere grati a Kahn. Ancora nei primi anni Cinquanta, quando cominciò a definirsi il paesaggio  dell’apocalisse dell’atomo (l’URSS rese pubblico il suo primo esperimento nel 1949), lo stratega notò che «era difficile per le persone di distinguere  tra 2 milioni di morti e 100 milioni di morti. Oggi, dopo una decade di valutazione di questi problemi, possiamo fare queste distinzioni forse anche troppo chiaramente». (3)

 

Per dare un metro che orientasse questo scenario di morte, Kahn si inventò una nuova unità di misura, il megadeath, o megacorpse: la «megamorte», il «megacadavere».

 

Un megadeath corrisponde a un milione di morti. Little Boy, la bomba atomica da 16 kilotoni sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945, produsse sul momento 66 mila morti, pari a 0,06 megadeath.

 

Fat Man, l’ordigno da 21 kilotoni che tre giorni dopo distrusse la città cattolica di Nagasaki, può essere misurato in 0,135 megadeath. Nella prospettiva di un conflitto con la tecnologia atomica successiva, queste cifre (gli zero virgola) vanno del tutto dimenticate.

 

La potenza delle bombe successive si misura difatti in megatoni: sono, cioè, centinaia di volte più distruttive di quelle giapponesi. Un megatone equivale a mille kilotoni, e un kilotone  equivale a mille tonnellate di TNT. Tanto per dare un’idea di quello di cui stiamo parlando, la «Bomba Zar» – l’arma atomica sovietica rivelatasi la più devastante mai testata dall’uomo – sortì nel 1961 una esplosione da 58 megatoni. Sarebbe a dire, dalle 20 alle 30 mila volte quella di Hiroshima e Nagasaki. Possiamo immaginare che, lanciata su zone altamente popolate – come le regioni italiane (4) – la quantità di megadeath procurati possa avvicinarsi alla doppia cifra.

 

Ebbene, è ora di realizzare che una strage misurabile in diversi megadeath è avvenuta pure senza che venisse sganciata una sola bomba. Sappiamo che dall’attuazione della legge 194, ben 6 milioni di italiani sono stati annientati. Nei termini della dottrina militare termonucleare, questo è un danno da 6 megadeath. In modo molto pratico, si può pensare che è come se avessero sganciato sul nostro Paese almeno una cinquantina di vecchie bombe atomiche da venti kilotoni.

 

Non è difficile immaginarlo: 6 milioni di persone uccise, sono perfettamente pensabili come un attacco atomico che cancella tutto il Triveneto, o la Sicilia e la Calabria assieme, o l’Emilia-Romagna con l’Umbria e le Marche, o tutto il Lazio e zone limitrofe, o due terzi della Lombardia.

 

Per quanto possa sembrare allucinante, dobbiamo guardare in faccia la realtà: l’Italia è una rovina post-atomica. E neppure lo sa.

 

Chi è credente sa che siamo davanti ad uno delle più riuscite opere del demonio nei nostri secoli: il massacro degli umani senza distruzione ambientale. Come una bomba al neutrone – l’arma di nuova generazione che uccide la vita biologica ma mantiene intatti i palazzi – piantata nel ventre della Nazione. Strage senza conflitto, morte infertile, delitto che rende la madre – sommo capolavoro infernale – una volenterosa carnefice dei suoi stessi figli.

 

Questo è, in termini politici, autogenocidio a spese del contribuente: lo Stato incoraggia e finanzia la costruzione di bombe nucleari che poi fa detonare nel suo stesso grembo. La Repubblica Italiana ha pagato perché venissero inferte al suo popolo almeno 50 Nagasaki.

 

Davanti alla follia di questa realtà, comprendiamo quanto abbia ragione Kahn: la guerra atomica è sopravvivibile. E perfino, osiamo dire, preferibile: la guerra atomica è un evento nel quale l’uomo può percepire nettamente il bene e il male. La società dell’aborto, invece, no: nella notte relativista, a Moloch possono essere sacrificate milioni di vite, senza che in capo al consorzio umano sia chiaro che ciò che si ha innanzi è il Male vero.

 

Ne consegue, che, considerati gli obbiettivi di riduzione della popolazione terrestre che informano le centrali di potere planetarie, l’aborto diviene un surrogato della bomba all’idrogeno: gli effetti, misurabili in megamorti, sono gli stessi.

 

L’aborto è la continuazione della guerra atomica con altri mezzi. Ciò è vero da un punto di vista numerico e statistico, militare ed umano.

 

«Sento che oggigiorno il più grande distruttore di pace è l’aborto, perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa» (5): le parole di Madre Teresa, pronunziate in occasione del Premio Nobel per la Pace 1979, sono vere alla lettera. L’aborto mina alla pace perché l’aborto è guerra: è quindi, nell’era tecnica odierna la guerra dell’aborto diviene proporzionale alla guerra atomica.

 

D’un tratto, comprendiamo meglio anche la dottrina militare e socio-riproduttiva cinese.

 

Diceva Mao che «la bomba atomica è una tigre di carta di cui i reazionari americani si servono per far paura alla gente. Ha un aspetto terribile, ma di fatto non è terribile. Certamente, la bomba atomica è un’arma che può provocare massacri immensi, ma soltanto il popolo decide l’esito di una guerra, e non una o due armi nuove».(6)

 

In sostanza, Mao con scaltra concretezza orientale, era già arrivato al realismo apocalittico di Kahn e dei megadeath intellectuals: la guerra atomica può essere sopravvissuta. Potete infierire alla Cina Popolare anche 100, 200, 300 milioni di morti… Avremmo sempre altre centinaia di milioni di sopravvissuti pronti a combattere, a lanciarsi in una nuova Lunga Marcia tra rottami radioattivi.

 

Come non vedere che questa stessa mentalità post-apocalittica è quella che ha spinto il successore di Mao, Deng Xiaoping, verso la politica di controllo delle nascite e la conseguente strage assoluta: 336 milioni di aborti dal 1971, secondo dati diffusi lo scorso marzo dal governo di Pechino. 336 megadeath: la tigre di carta ha colpito davvero. Testate atomiche da diversi megatoni sono state gettate su tutte le iperpopolate aree metropolitane della Cina. Pechino, Shanghai, Guangzhou, Shenzhen, Wenzhou, Tianjin, Chengdu, Chongqing, Xian, Harbin, Hong Kong, Nanchino: la cifra di 336 megadeath copre multipli della somma delle vittime di uno strike nucleare simultaneo su tutte queste megalopoli. La Cina, come l’Italia, ha fatto deflagrare infinite Nagasaki sui propri figli.

 

Non è diverso il discorso da fare per gli Stati Uniti, che dal 1973 (l’anno della Roe v. Wade, ossia l’inizio dell’aborto legale in USA) al 2007 hanno ospitato 48.460.950 aborti chirurgici. Questo, fornito dal Guttmacher Institute – il braccio di «ricerca e sviluppo» della multinazionale dell’aborto Planned Parenthood – è un numero molto blando: vuoi perché tenuto basso per questioni di PR (agli abortisti ora conviene dire che i feticidi sono pochi), vuoi perché gli aborti chimici, i feti scartati in IVF, le pillole del giorno dopo, i concepiti uccisi dai contraccettivi abortivi (come la pillola di tipo 2) non sono qui conteggiati.

 

L’attivista cattolico americano Michael Voris suggerisce di aggiungervi il ghost number della generazione perduta: le 6.392.900 femmine abortite tra il 1973 e il 1982 avrebbero oggi 25-40 anni, e quindi con alta probabilità almeno un figlio di media (chi due, chi cinque, chi zero). Otteniamo così la cifra di 54.853.850 persone spazzate via dall’anagrafe, sottratte alla società statunitense.

 

Un danno di quasi 55 megadeath: come se il temuto showdown nucleare con la Russia, fosse avvenuto – e senza che i sovietici sparassero un solo colpo. Basandosi sulle attuali statistiche demografiche americane, è possibile calcolare che tra questi 55 milioni vi potrebbero essere stati 7 giudici della Corte Suprema, 31 premi Nobel, 6000 atleti professionisti, 11.010 suore, 1.102.403 insegnanti, 553.821 camionisti, 224.518 camerieri, 336.939 spazzini, 134.028 contadini, 109.984 poliziotti, 39.447 pompieri, 17.221 barbieri.

 

Soprattutto, e questo deve essere meditato profondamente dalle femministe, in questo immane turbine di morte sono state disintegrate 27.426.925 donne. Le quali sono, senza dubbio alcuno, il bene più prezioso che esista sulla Terra: ogni cellula uovo che la donna ovulerà in tutta la sua vita, è già formata dal feto a poche settimane dal concepimento. La prima cellula del nostro corpo – l’ovocita – già esisteva dentro nostra madre quando era un feto, venti, trenta, quaranta anni prima che venissimo alla luce. Un’autentica, insondabile meraviglia: la vita contenuta dentro la vita.

 

L’aborto interrompe questa catena superiore. Come diceva un detto ebraico: chi uccide un uomo uccide l’umanità; ammazzi qualcuno e rovini per sempre le generazioni che seguiranno. Peggio di un fallout radioattivo, l’aborto reca un danno aberrante, che si accumula distruggendo il futuro – i figli, i figli dei nostri figli – su una scala che non possiamo immaginare. Chi non crede a queste romanticherie scientifiche e umanistiche, pensi ai soldi: i 55 megadeath causati dall’aborto in USA rappresentano 55 milioni di lavoratori e consumatori americani che non pagano le tasse e non partecipano al mercato nazionale. Dal PIL, è  possibile calcolare che l’aborto abbia causato all’economia americana un danno di $37.600.000.000.000.

 

Rileggiamo: 37 trilioni e 600 miliardi di dollari. Una quantità di danaro astronomica, con la quale, per darci un’idea, sarebbe possibile comprare 169.802.662 case (ecco perché nessuno oggi in America riesce a vendere la casa, hanno sterminato i clienti), 1.321.428.571 automobili nuove (bello notare come le case automobilistiche – in Italia la FIAT – siano tra i finanziatori delle Lobby della Morte).

 

Il budget federale USA  di 2 trilioni e 600 miliardi di dollari è contenuto 14 volte nella ricchezza che avrebbero prodotto i morti per aborto. Il danno finanziario della Roe v. Wade è peggiore di quello di una ordigno atomico innescato sotto Wall Street.

 

Se questo ancora non bastasse, per realizzare le dimensioni della sciagura si prenda una mappa degli Stati Uniti, e si immagini che  sottraendo 55 milioni di persone (come se si abbattesse una pioggia di testate atomiche da 55 megadeath), sparirebbero l’Alaska, il South Dakota, il South Carolina, il Nevada, il Vermont, il Mississippi, l’Idaho, il West Virginia, il New Mexico, il Maine, il Kansas, il Minnesota, il Kentucky, lo Utah, l’Arkansas, il Montana, il Nebraska, il North Dakota, l’Oklahoma, Il Wyoming, il New Hampshire, l’Iowa, l’Indiana.

 

Come evidente, questo è un incubo da guerra fredda, uno scenario di distruzione termonucleare.

 

Il problema è che dell’abisso di cui stiamo parlando non vi è stata ancora nessuna rappresentazione adeguata alla sua immensità apocalittica. Né la polemologia (la disciplina che nel Novecento si è dedicata allo studio della guerra), né la psicologia, né la filosofia paiono comprendere questo Inferno per intero.

 

Due secoli fa,  Hegel, sconvolto dalle guerre illuministe e dall’uso delle armi da fuoco, ebbe a scrivere che «questa guerra non è di famiglie contro famiglie, ma di popoli contro popoli (…) la morte va a finire nell’universale, così come proviene dall’universale ed è senza collera che si crea come pure si sopprime. L’arma da fuoco è la scoperta dell’arma universale, indifferente, impersonale» (6).

 

Il filosofo idealista non si immaginava quale «arma, universale, indifferente, impersonale» sarebbe entrata in opera con la bomba H. Di più, non poteva intuire che la violenza e la perversione della tecnologia sarebbero sorte non tra «famiglie contro famiglie» o tra «popoli contro popoli», ma nei popoli stessi, all’interno della famiglia in sé: più annientante, universale ed impersonale dell’atomica c’è solo l’aborto, che distrugge numericamente il popolo dal di dentro, sconquassando per sempre la sua unità-base, la famiglia, invertendone oscenamente il ruolo di matrice di vita. E il tutto in apparente tempo di pace.

 

Ma Hegel è un caso di incomprensione a sé, poiché il filosofo idealista mai è sfiorato dalla sensazione che, diffondendo egli stesso un pensiero di negazione del Primato dell’Essere, egli preparasse la mente dell’uomo a guerre ancora più cruente di quelle napoleonidi, finanche alla guerra biologica dell’aborto, Aufhebung suprema di un mondo che ha negato Dio.

 

Lo psicanalista Franco Fornari nei suoi studi sulla minaccia atomica risalenti agli anni Sessanta notava che «la guerra è sempre stata una strana agenzia di import-export di distruzione: il fatto nuovo che si verifica con l’avvento dell’era atomica è la prospettiva pantoclastica, per cui l’ingorgo delle aggressività nello Stato non può più essere drenato attraverso l’esportazione, e rischia quindi di determinare una specie di crescenza tumorale che assorbe in modo sempre più vistoso le energie di ciascuna nazione – specie di quelle atomizzate». (8)

 

Lo studioso suggerisce che le Nazioni, private della valvola di sfogo della guerra dal tabù dello scontro atomico, finiscano per dover somatizzare con dolore nel loro stesso corpo sociale questa quantità di violenza inespressa.

 

La realtà è che la «prospettiva pantoclastica» di cui parla Fornari è stata già rovesciata in una prospettiva «autoclastica»: l’aborto di Stato è infatti lo scenario in cui la distruzione è inflitta dall’umanità a se stessa, in totale consonanza numerica e morale con l’aggressività sterminatoria di un eventuale conflitto atomico.

 

Fornari fallisce nel riconoscere come la mortido, il todestrieb, l’impulso di morte pensato dal suo maestro Freud, finisca per torcersi contro l’altra enantiodromica radice dell’essere umano, la libido. La libido, il cui fine per il riduzionismo scientifico della psicanalisi è la continuazione della specie, è nell’aborto aggredita e negata dalla annichilente volontà di morte del suo impulso speculare.

 

Nella disarmonica devastazione dei costrutti psichici primari dell’uomo – un impulso contro l’altro, la Morte contro la Vita – possiamo vedere come degno di essere chiamato «prospettiva pantoclastica», lo scenario di rovina totale di cui scrive Fornari, sia in realtà – più che il conflitto atomico – proprio l’aborto. L’uomo dell’era dell’aborto è scisso, schizofrenico. È al contempo assassino e suicida, è nel medesimo istante genitore e carnefice.

 

Un altro psicanalista, l’inglese Edward Glover, intuì che sul piatto del gioco atomico non vi era solo la salvezza fisica dell’uomo, ma la sua stessa sostanza psichica.

 

A  pochi mesi dalle detonazioni di Hiroshima e Nagasaki, Glover scrisse che la bomba atomica « è più un’arma di sterminio più che un’arma bellica [e per questo] ben adatta alle più sanguinarie fantasie di cui l’uomo è segretamente preoccupato durante la fase di frustrazione acuta (…) La capacità così dolorosamente acquisita dagli uomini normali di distinguere tra sonno, illusione, allucinazione è la realtà oggettiva della vita da svegli è stata, per la prima volta nella storia umana, seriamente indebolita». (9)

 

Anche qui, viene da pensare che l’arma di distruzione di massa dell’aborto supera la bomba H, pervertendo la mente dell’uomo in modo ulteriore, distruggendo per sempre il limite tra il bene e il male, cancellando l’amore per i suoi figli, invertendone la natura, indebolendo la realtà oggettiva della vita da svegli che – con la legge naturale – gli dice: non uccidere, ama la tua prole, sii responsabile di quello che fai.

 

Glover sostiene che il pericolo della bomba atomica sia quello di vellicare le fantasie sanguinarie profonde dell’uomo, con grande rischio che un frequentatore di quelle «fasi di frustrazione acuta» possa essere anche una di quelle persone in possesso, per esempio, dei codici di lancio dei missili termonucleari; ebbene, lo stesso può dirsi dell’aborto, con l’aggiunta che i codici di lancio per gli ordigni di morte sono forniti dallo Stato all’intera classe medica e paramedica mondiale.

 

La bomba demografica dei milioni di aborti è infatti possibile solo grazie ad operosi, entusiasti boia in camice bianco, sulle cui fantasie di morte attualizzate in ambulatorio ancora troppo poco si è scritto.

 

Ma torniamo a Herman Kahn e alla sua dottrina. Pragmatico, Kahn si chiede, in un capitolo di On Thermonuclear War: «i sopravvissuti invidieranno i morti?»[10]. La risposta che si dà – veniva da una famiglia di ebrei praticanti ma divenne col tempo totalmente ateo – è che alla fine no, i vivi non invidieranno i morti. Per l’uomo del dopo-bomba, è Business as usual.

 

I cattolici possono però pensarla in modo diverso. Perché in maniera opposta si è espressa la Santa Vergine apparsa il 13 ottobre 1973 ad Akita, in Giappone, nell’ultima apparizione mariana ufficialmente approvata dalla Chiesa di Roma (in particolare, a seguire il caso a suo tempo fu il Cardinale Ratzinger).  Alla veggente Suor Agnese Sasagawa, la Vergine, Marya-sama, disse: «Hi ga Ten kara kudari».

 

Verrà il fuoco dal cielo. Suor Agnese prosegue nel racconto delle parole della Madonna: «una grande parte dell’umanità verrà distrutta, e né i preti né i fedeli saranno risparmiati. I sopravvissuti invidieranno i morti».

 

La promessa di Nostra Signora di Akita risponde dettagliatamente al pensiero post-atomico di Kahn. Il vero castigo che Dio abbatterà sulla terra, sarà peggiore della devastazione termonucleare del pianeta immaginata da strateghi e generali.

 

Non è difficile vedere come l’aborto, il più terribile dei peccati dei quali la Madonna in Giappone ha chiesto il pentimento immediato dell’Umanità, sia una blasfema anticipazione di questa apocalisse con l’uomo che si erige a giudice della Vita quasi fosse Dio, e allo stesso tempo sia il delitto che più di ogni altro chiama la punizione divina. La pioggia di fuoco che dal Paradiso si abbatterà sui figli di Dio.

 

Prima che questa avvenga, però, facciamo i conti con il nostro mondo umano.

 

Da ulteriori dati emersi dal documento dell’Istituto Guttmacher Abortion Worldwide: A Decade of Uneven Progress, si ottiene che il numero degli aborti commessi negli ultimi 40 anni potrebbe andare al di là di ogni immaginazione: se il 2003 ha visto a livello mondiale 41,6 milioni di interruzioni di gravidanza, è facile presumere che dagli anni Settanta ad oggi il numero totale di aborti ecceda il miliardo.

 

Avete letto bene: un miliardo di morti.

 

In termini di guerra atomica, per un effetto simile ci vuole un ordigno-fine-del-mondo, una bomba in grado di spazzare via un continente intero. Una simile arma, ad oggi, non esiste.

 

Un miliardo di morti non si conta più nemmeno in megadeath; un miliardo di morti  è un gigadeath. Mille milioni di morti: un concetto che lo stesso Kahn nel suo libro non arriva ad usare. Eppure, questa strage è avvenuta, è qui: questa bomba è scoppiata.

 

La Storia dell’Arte ci mostra come dalla peste nera del 1348 scaturì un nuovo tema iconografico, chiamato il «trionfo della morte»: dipinti che mostravano  la morte stessa – rappresentata come uno scheletro dotato di falce – mentre decima indiscriminatamente la popolazione, qui raffigurata nei suoi diversi ceti sottolineando in dettaglio come Re, papi e gente comune siano uguali innanzi ad essa, mentre diavoli e demoni aiutano il mietitore in questo compito tremendo.

 

Ebbene, quello che abbiamo davanti a noi, con la distruzione massiva dell’aborto, non ha ancora trovato modo di essere dipinto, perché di fatto eccede la fantasia più oscura.

 

È il trionfo della mega-morte. Perché, appunto, qui non parliamo più di morte, ma di megadeath, di megamorte,  di milioni – miliardi! – di vittime.

 

E quanto ai diavoli che assistono la mega-morte trionfante, pensiamola così: sappiamo che una bomba atomica da un megatone sganciata su di una città demolisce ogni muro producendo un cratere di 400 metri di diametro e 70 metri di profondità.

 

La bomba abortista, invece, distrugge non metropoli, ma intere nazioni e crea nella terra abissi talmente profondi da arrivare all’Inferno. I demoni, così liberati dal loro arcano rifugio, hanno quindi con l’aborto un canale aperto per giungere diretti in superficie.

 

È bene che si comincino a prendere le misure di questa storia, che è senza dubbio alcuno la più grande tragedia mai occorsa nella Storia, la più terrificante minaccia mai comparsa sul cammino dell’uomo.

 

È bene che tutti noi comprendiamo, una volte per tutte, che ci hanno scagliato contro un diluvio di testate nucleari – qualcosa come otto-diecimila Nagasaki –  e al momento non pare che nessuno voglia davvero prendere provvedimenti.

 

Chi disconosce questa fatale realtà, è una ingenua vittima di questa guerra infinita: è una scoria radioattiva ambulante, è uno zombie apocalittico, un barbaro post-atomico incapace di pensare al di fuori dei propri micro-interessi alimentari.

 

Chi crede che l’aborto non sia una priorità assoluta non solo per la Chiesa, ma per l’Umanità tutta, chi ritiene che anzi esso sia una stupida «ossessione» di cui i cattolici devono cominciare fare a meno, è complice della bomba del Male, è collaboratore di questo sterminio demoniaco, è un Quisling della giga-morte che cancella generazioni e generazioni dei nostri fratelli, dei nostri figli.

 

Chi non capisce che la guerra atomica dell’aborto va fermata ora, è complice di Akuma, come chiamano in Giappone il Principe di questo mondo. Disse Nostra Signora ad Akita: «Akuma ha, Kyōkai no naka made hairikomi».

 

Il demonio entrerà sin dentro la Chiesa. «Cardeinaru ha Cardeinaru ni, Shikyō wa Shikyō ni tairetsu suru deshō». Cardinali serreranno le proprie fila contro altri Cardinali, Vescovi contro Vescovi. Akuma guiderà molti preti e religiosi lontano da Dio. Quei preti che mi riveriscono saranno disprezzati ed attaccati. Chiese ed altari saranno dissacrati. «Kyōkai ha, dakyō suru mono de ippai ni nari». La Chiesa sarà riempita di compromessi. Akuma si concentrerà specialmente sui consacrati.

 

Dunque, è giunta l’ora di chiedere a noi stessi: fino a quando?

 

Fino a quando dovremo tollerare questa guerra nucleare in cui – inermi, inerti, impotenti –  vediamo i nostri fratelli morire a migliaia di milioni?

 

Fino a quando dovremo sopportare la mano dei carnefici che preparano l’apocalisse?

 

Fino a quando incasseremo passivi questa ondata senza fine di morte, senza pensare mai che si va à la guerre comme à la guerre?

 

Sta scritto: «Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”». (11)

 

Abbiamo perdonato, sì. Ma qui siamo andati ben oltre le settanta volte sette. I nostri fratelli assassini, hanno peccato contro gli innocenti – uccidendoli –  almeno un miliardo di volte.

 

La misericordia di Dio è infinita. Quella dell’uomo, logicamente, non può esserlo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

NOTE

1) Herman Kahn, Thinking About the Unthinkable, Horizon, New York 1962; p.21.

2) Herman Kahn, On Thermonuclear War, Transaction Publishers, Piscataway 2011; p.20.

2) Herman Kahn, On Thermonuclear War, cit.; p.169.

5) Nikita Khrushev, in quell’aprile 1959 in cui l’Italia firmò per ospitare i missili Jupiter americani, fu chiarissimo: promise che «in caso di guerra, l’Italia sarebbe stata uno dei primi obbiettivi di distruzione atomica». Paolo Cacace, L’atomica europea, Fazi, Roma 2004; p.81. In particolare, dai pochissimi file declassificati, si è potuto apprendere del destino di annientamento a cui sarebbero andate congiuntamente incontro l’Alta Italia e a Baviera. In uno studio sulla strategia degli eserciti del Patto di Varsavia in caso di scontro frontale col mondo libero, lo storico ceco-americano Vojtech Mastny ha raccolto materiale per affermare che «sul fianco meridionale, il compito dell’esercito ungherese era quello di far parte di un’operazione in cui Monaco, Verona e Vicenza sarebbero state incenerite da un bombardamento atomico, così come lo sarebbe stata Vienna, capitale della neutrale Austria». Vojtech Mastny, A cardboard castle? An inside history of the Warsaw Pact 1955-1991, Central European University Press, Budapest 2005; p.23. I dettagli dell’operazione, come spiegano con dovizia di particolare gli studiosi Suppan e Mueller, sono contenuti in una grande manovra di esercitazione militare che Mosca e Budapest lanciarono nel maggio 1965: «ad un possibile attacco dell’Occidente con 30 ordigni atomici, il Patto di Varsavia avrebbe risposto con un immediato contrattacco nucleare da 7405 kilotoni su Baviera Austria e Alta Italia (…) armi nucleari occidentali avrebbero colpito Budapest, Debrecen, Miskole, Szekesfehervar e altre città alle ore 07:00. Nello stesso preciso istante Vienna avrebbe dovuto essere distrutta da due bombe atomiche da 500 kilotoni l’una, seguita alle 07:02 da Monaco, Oberammergau, Verona, e Vicenza». Arnold Suppan – Wolfgang Mueller, Peaceful Coexistence or Iron Curtain? Austria, Neutrality, and Eastern Europe in the Cold War and Détente, LIT Verlag Muensterm, Berlino-Muenster-Vienna 2009; p.209).

5) Gregg Watts, Mother Theresa: Faith in the Darkness, Lion Books, Oxford 2009; p.130.

6) Si tratta della famosa zhǐlǎohǔ, l’espressione mandarina (composta letteralmente dagli ideogrammi “carta” “vecchia” “tigre”) divenuta proverbiale anche in Occidente con la traduzione di «tigre di carta». Mao spiegò il concetto nell’agosto 1948 durante l’intervista alla giornalista americana Anna Louise Strong. In Mao Tse-Tung, Opere scelte, 4 voll., Casa editrice in lingue estere, Pechino 1969-1975, p.99. Mao tornò sul concetto della bomba atomica come tigre di carta a Mosca durante l’Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti ed Operai (18 novembre 1957), e durante un discorso al Convegno di Wuchang (1 dicembre 1958) dell’Ufficio Politico del Partito Comunista Cinese.

7) In Claudio Cesa (a cura di), Hegel. Antologia di scritti Politici, il Mulino, Bologna 1977.

8) Franco Fornari, Psicanalisi della Guerra, Feltrinelli, Milano 1970; p.21

9) Edward Glover, War, Sadism and Pacifism, George Allen & Unwin, Londra 1946; p.274.

10) Herman Kahn, On Thermonuclear War, cit. p.40.

11) Matteo 18, 21-23.

 

 

 

 

Articolo del 2014 già apparso su Riscossa Cristiana, poi su Ricognizioni, con il titolo «Il trionfo della megamorte. Meditazione su aborto e bomba atomica».

 

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L’antinatalismo e il «dono» della non-esistenza

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.

 

 

La filosofia dell’antinatalismo si rifiuta di morire. Nell’ultimo numero di Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics, il bioeticista finlandese Matti Häyry rinnova l’argomento dell’astinenza riproduttiva.

 

Il titolo dell’articolo tradisce il gioco: «Se devi fare loro un regalo, allora dai loro il dono dell’inesistenza».

 

Häyry ha una visione piuttosto cupa dell’esistenza. Scrive: «ho vissuto una vita relativamente buona, per quanto riguarda le vite umane, ed è perfettamente possibile che continuerò a farlo. Con un po’ di fortuna, posso fingere fino alla fine e creare una bionarrativa abbastanza decente. Eppure non voglio particolarmente sperimentare nulla di tutto ciò».

 

Non affronta sofferenze insopportabili. «La mia vita potrebbe non essere una drammatica sofferenza, come suggerito per ogni vita dalla filosofia di Schopenhauer, ma l’impossibilità di continuare la tranquillità epicurea e l’irraggiungibilità della perfezione kantiana completata (con la conseguente frustrazione schopenhaueriana) sono prospettive sufficientemente ossessionanti per me. Per non parlare di cose peggiori, che ovviamente sono anche possibili».

 

Questo è abbastanza, sente, per rendere la vita non degna.

 

Con questo in mente, è comprensibile che consigli agli aspiranti genitori di non farlo. Come scrive nel blog Journal of Medical Ethics, «qualsiasi vita umana può rivelarsi così brutta che non vale la pena di essere vissuta per l’individuo che la vive. Pertanto, i potenziali genitori farebbero una scommessa inaccettabile creando una nuova vita».

 

 

Michael Cook

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Necrocultura

Benedetto muore. Il mistero rimane. Il danno globale pure

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Benedetto XIV è morto. Il mistero di quel che ha fatto rimane invece qui con noi – anzi su tutti noi. Il mistero, e il danno.

 

Gli inviati del New York Times, nel necrologio istantaneo, lo hanno definito «tradizionalista», probabilmente senza sapere cosa significhi. Il Ratzinger era, invece, un conservatore – al punto che taluni vedevano in lui il massimo filosofo conservatore vivente.

 

La storiella che si racconta, di solito, è questa: il giovane Ratzinger aveva lavorato al Concilio Vaticano II, sul fronte modernista. Più avanti avrebbe avuto una sorta di pentimento, tornando su posizioni più conservatrici, con le quali avrebbe portato avanti la Congregazione della Dottrina della Fede dell’era Woytila.

 

Bisogna ricordarlo, quel tempo, in cui i giornali ce lo descrivevano come spavaldo e financo aggressivo: lo chiamavano «il Panzer della Curia». Da cardinale e supremo teologo della Santa Sede, si scagliava contro l’ingresso della Turchia in Europa e indicava la chiesa ortodossa e quella anglicana come sorelle minori di quella cattolica. I laici – parola che all’epoca significava in semplicità «nemici della Chiesa» – si scandalizzavano e godevano a dipingere l’immagine del carrarmato teutonico della Fede, utile al fumetto della Chiesa granitica ed intollerante, incompatibile con la modernità.

 

Abbiamo visto, dopo l’elezione al Soglio di Pietro, altre cose: la Turchia in Europa era la benvenuta, e riguardo ai diversamente cristiani, scavalcò gli scismatici ed andò direttamente dagli eretici, facendo un bel pellegrinaggio nei luoghi di Martin Lutero, quello che i tradizionalista, quelli veri, ancora chiamano Porcus Saxoniae, il maiale della Sassonia. Di lì all’incredibile statua dell’eretico montata in Vaticano da Bergoglio, il passo è brevissimo.

 

Tuttavia, in alcune occasioni, Ratzinger aveva proferito parole misteriosamente lucide, profetiche – parole vaticinanti, come da Re del Vaticano, il Re più vicino a Dio di tutta la terra, tecnicamente. Su Renovatio 21, negli anni, ne abbiamo ricordato qualcuna.

 

Poche settimane prima di divenire papa, il cardinale Ratzinger aveva fatto un discorso ai preti e seminaristi di Palermo (15 marzo 2000).

 

«Nel loro orrore, [i campi di concentramento] hanno cancellato, cancellato volti e storia, nomi, cancellato persone. Hanno trasformato l’uomo in un numero, l’uomo non è che un numero, è un pezzo di un macchinario, l’uomo non è che un pezzo di un macchinario, di un ingranaggio, non è più che una funzione».

 

«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»

 

«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri».

 

Chiunque abbia dinanzi agli occhi la mutazione della nostra società – cioè un incubo di biosorveglianza elettronica massiva, dalla Cina comunista al green pass – non può che sentire la profondità di queste parole, che parlano del nostro presente, del futuro, dell’eternità.

 

Quella volta Ratzinger andò oltre, e unì questo pensiero all’Apocalisse.

 

«La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata».

 

Nel 2000 il teologo belga monsignor Michel Schooyans (deceduto a maggio, nel silenzio assordante ed imbarazzatissimo del Vaticano) pubblicò il libro Nuovo disordine mondiale. La grande trappola per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità. Il volume trattava quell’argomento che ora è, per i recenti eventi, ora ben presente a tutti: la spinta da parte di potenze supernazionali per la riduzione della popolazione del pianeta. Monsignor Schooyans aveva dedicato molti testi sull’argomento, accusando direttamente l’ONU, e dimostrando come tutti i Summit sulla popolazione (Cairo, Pechino, etc.) finissero automaticamente per essere un assedio di tutti gli Stati «avanzati» contro il Vaticano, per imporre contraccezione e aborti; a difendere lo Stato Pontificio rimanevano solo i Paesi africani… Abbiamo visto, per esempio a Parigi sei mesi fa, quanto ciò sia cambiato.

 

Tutto questo oramai è rovesciato: fautori della depopolazione come Paul R. Ehrlich sono ora invitati alle conferenze in Vaticano, e il mondo onusiano stravede per la chiesa bergogliana, di fatto trasformatasi in una grande ONG della sinistra globale e in cinghia di trasmissione del Grande Reset.

 

Ebbene, il Nuovo disordine mondiale dello Schooyanas, veniva introdotto da un testo del cardinale Ratzinger, che anche qui, faceva uscire parole potenti, senza curarsi di nominare quell’espressione innominabile – «Nuovo Ordine Mondiale».

 

«Ci sono i tentativi di costruire il futuro attingendo, in maniera più o meno profonda, alle fonti delle tradizioni liberali» scrive il cardinale tedesco. «Questi tentativi stanno assumendo una configurazione sempre più definita, che va sotto il nome di Nuovo Ordine Mondiale; trovano espressione sempre più evidente nell’ONU e nelle sue Conferenze internazionali, in particolare quelle del Cairo e di Pechino, che nelle loro proposte di vie per arrivare a condizioni di vita diverse, lasciano trasparire una vera e propria filosofia dell’uomo nuovo e del mondo nuovo».

 

«Una filosofia di questo tipo non ha più la carica utopica che caratterizzava il sogno marxista; essa è al contrario molto realistica, in quanto fissa i limiti del benessere, ricercato a partire dai limiti dei mezzi disponibili per raggiungerlo e raccomanda, per esempio, senza per questo cercare di giustificarsi, di non preoccuparsi della cura di coloro che non sono più produttivi o che non possono più sperare in una determinata qualità della vita».

 

«Questa filosofia, inoltre, non si aspetta più che gli uomini, abituatisi oramai alla ricchezza e al benessere, siano pronti a fare i sacrifici necessari per raggiungere un benessere generale, bensì propone delle strategie per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità, affinché non venga intaccata la pretesa felicità che taluni hanno raggiunto».

 

«La peculiarità di questa nuova antropologia, che dovrebbe costituire la base del Nuovo Ordine Mondiale, diventa palese soprattutto nell’immagine della donna, nell’ideologia del “Women’s empowerment”, nata dalla conferenza di Pechino. Scopo di questa ideologia è l’autorealizzazione della donna: principali ostacoli che si frappongono tra lei e la sua autorealizzazione sono però la famiglia e la maternità».

 

«Per questo, la donna deve essere liberata, in modo particolare, da ciò che la caratterizza, vale a dire dalla sua specificità femminile. Quest’ultima viene chiamata ad annullarsi di fronte ad una “Gender equity and equality”, di fronte ad un essere umano indistinto ed uniforme, nella vita del quale la sessualità non ha altro senso se non quello di una droga voluttuosa, di cui sì può far uso senza alcun criterio».

 

Ratzinger condannava il pensiero gender – prevedendo come si sarebbe trasformato – e senza problema, attaccava l’ONU – e il Nuovo Ordine Mondiale, che qualcuno stava costruendo a partire dalla distruzione della donna, un programma antico dei nemici di Cristo, come sappiamo.

 

Tuttavia, c’è ancora un discorso sconosciuto, ma fondamentale, che vale la pena di ricordare qui. Perché, se quella fosse rimasta la linea della Chiesa (cioè, magari, immaginiamo, se lui fosse rimasto papa, non «emerito»), il biennio pandemico, con i vaccini mRNA, il green pass, etc., sarebbe stato molto diverso.

 

Enciclica Caritas in Veritate, capitolo IV, punto 50.

 

«Il problema decisivo è la complessiva tenuta morale della società. Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale».

 

Rileggiamo. L’ambientalismo è niente, «se si sacrificano embrioni umani alla ricerca». La ricerca scientifica non può utilizzare embrioni assassinati, perché cioè distrugge il tessuto morale della società.

 

«La fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la possibilità della clonazione e dell’ibridazione umana nascono e sono promosse nell’attuale cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero, perché si è ormai arrivati alla radice della vita. Qui l’assolutismo della tecnica trova la sua massima espressione. In tale tipo di cultura la coscienza è solo chiamata a prendere atto di una mera possibilità tecnica» (Caritas in Veritate, VI, 75)

 

La ricerca sugli embrioni come attività permessa dal «disincanto totale». Anche questo è un tema che, negli ultimi anni, abbiamo imparato a conoscere. Così come, l’«assolutismo della tecnica», cioè la dittatura della supposta «scienza», la tecnocrazia che ci ha feriti in ogni modo, e si prepara a privarci di ogni residuo di libertà.

 

Ecco che Benedetto parlava di una società che è proprio come la nostra attuale: la coscienza dell’individuo serve solo come approvazione di ciò che è stato deciso sopra di lui. La coscienza è valida solo se afferma la propria sottomissione. È esattamente il tempo che stiamo vivendo.

 

È il trionfo della Cultura della Morte, che era pienamente visibile al papa poi dimissionario.

 

«Non si possono tuttavia minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha a disposizione. Alla diffusa, tragica, piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, ma è già surrettiziamente in nuce, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite. Sul versante opposto, va facendosi strada una mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non più degna di essere vissuta. Dietro questi scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignità umana». (Caritas in Veritate, VI, 75)

 

Rileggendo tutti questi virgolettati, insabbiati negli anni dai media anche cattolici, il lettore può capire come il mistero della rinuncia di Benedetto si infittisce ancora di più.

 

Il papa si dimise per far posto ad un altro papa – che convive con lui, ci viene fotografato assieme, come se vi fossero due soli, due lune, due cieli – che, invece che parlare di scienza e sacrificio di embrioni, portò tutti i dipendenti del Vaticano a sottomettersi ad un vaccino che proveniva esattamente da quello: da un essere umano innocente ammazzato per il «progresso» biomedico e per il lucro delle farmaceutiche.

 

Ma non c’è solo il vaccino Battesimo di Satana, e la sua forsennata divulgazione da parte del papato in combutta con Big Pharma.

 

Lo abbiamo evidenziato tante volte: nel Vaticano capovolto del dopo-Ratzinger, si invitano a corte esperti in eugenetica, si apre alla contraccezione e alla fecondazione in vitro (che era, come visto, attaccata direttamente nelle encicliche ratzingueriane).

 

Ci sono pochi dubbi: la Necrocultura pare essersi presa la Santa Sede. Il Dio che vi si adora, non è più il Signore della Vita. Questo, davvero, è evidente.

 

Tuttavia, vogliamo qui considerare qualcosa di più concreto.

 

Se i discorsi contro il sacrifizio degli embrioni per la ricerca scientifica e la «tenuta morale della società» fossero rimasti – in quanto infallibili parole ex cathedra di un papa regnante – vi sarebbe stata, di sicuro, la possibilità di avere quello per cui Renovatio 21 si è battuta sin dal primo giorno della sua esistenza: l’obiezione di coscienza vaccinale.

 

Se il papa condanna i farmaci ottenuti con gli embrioni uccisi, allora sarà ben possibile, in ogni Paese con presenza cattolica, rifiutare. E se è lecito, per via del primato della coscienza ricordato dal papa religioso, respingere farmaci contaminati dal male, allora capite bene che anche il green pass sarebbe stato impossibile da instaurare – e con esso tutta l’architettura di sorveglianza che ne seguirà.

 

Sarebbe bastata una parola del papa per far crollare l’obbligo vaccinale in ogni Nazione del mondo: è una cosa che si sente dire da mesi. Come vedete, possiamo dire che quella parola già c’era, solo offuscata dalla congiunzione mostruosa della presenza di un altro papa a ricoprire il papato del pontefice ancora vivente.

 

E quella parola, sottolineiamo, avrebbe cambiato tutto: quanti sarebbero sfuggiti alla coercizione del siero genico? E quindi, quanti malori non avremmo visto?

 

Con probabilità, quella vostra zia sarebbe ancora lì, e non avrebbe lasciato distrutta la famiglia.

 

Con probabilità, ci sarebbero stati meno incidenti di scuolabus – dove muoiono gli autisti e magari pure i bambini.

 

Meno morti improvvise, sui campi di calcio, sui palchi, e ovunque.

 

Nessun eccesso statistico dei decessi, di cui pure qualcuno sta provando a parlare. Nessun misterioso aumento di neonati morti, bambini nati morti, di aborti spontanei, etc.

 

Con l’obiezione di coscienza, coperta dalle parole di un papa, avremmo potuto salvare il cuore di chissà quanti ragazzi, e il sistema immunitario di tanti che ora si stanno ammalando. Non solo: sto pensando alle storie dei soldati USA, che si sono presentati a migliaia con documenti per l’obiezione di coscienza (contenenti, più o meno, quello che diceva Benedetto su scienza e sacrificio di embrioni), scritti di anche 40 pagine, per vederseli, tutti, respinti. Le ramificazioni potrebbero essere esiziali: in una guerra contro la Russia o contro la Cina, i militari americani rischiano di essere decimati, più che dalle armi ipersoniche, dalle miocarditi.

 

E poi ancora: i giovani, tantissimi, che si spengono d’improvviso. Vite distrutte da una crudeltà indicibile. E non stiamo nemmeno a parlare di quanto sta succedendo all’obbiettivo ultimo del Serpente Antico, la riproduzione umana, con la minaccia del disastro genetico che si abbatte sulla fertilità di uomini e donne, quest’ultime già notoriamente con l’ovulazione compromessa.

 

Il computo della strage, presente e futura, è immane. È ancora incalcolato, forse incalcolabile.

 

Per cui, davvero: c’è nessuno che riesca a fare il pensierino che, dietro al mistero inspiegato della sua rinuncia, vi sia quanto vi stiamo dicendo?

 

Qualcuno che voglia dire ad alta voce che l’abdicazione di Benedetto era per realizzare il danno globale?

 

Sia come sia, è finita. E, nel disastro, perfino la saggezza proverbiale è stata contaminata: morto un papa non se ne fa un altro.

 

Per cui, caro Benedetto, Requiescat in Pace. Noi invece ci restiamo nel luogo in cui ci hai lasciati, un mondo inquietante, un mondo in guerra, un mondo lasciato preda dei lupi.

 

Un mondo consegnato al principe di questo mondo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Sergey Kozhukhov via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata

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Necrocultura

Natale senza tregua

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Chi di noi non è arrivato a questo Natale sfinito, esausto, esaurito. Chi di noi non ha percepito che questo è stato un anno difficile – come mai ne avevamo visti.

 

Quelli che hanno un lavoro autonomo possono aver rincorso i clienti che non pagano, magari solo per racimolare il danaro per pagare le tasse che sono calate spietate, e nient’altro.

 

Quelli che hanno bambini, hanno dovuto subire le montagne russe delle febbre a 40°C, con la serie a raffica di influenze ravvicinate – una cosa, come vi abbiamo tentato di dire su Renovatio 21, anche quella mai vista, e che nessuno ha nemmeno iniziato a spiegare cosa può essere, perché non lo sanno nemmeno, perché hanno paura della risposta (che è: immunodeficienza da lockdown biennale), perché non ha il vaccino pronto, perché le farmaceutiche e Bill Gates ancora non hanno dato loro il copione del caso.

 

Quelli che hanno resistito, senza stipendio e senza sostegno, alla sottomissione biologica nel proprio ambito lavorativo, sappiamo come possono essere arrivati a questo Natale.

 

E poi quelli che pensavano di uscire intonsi dalla follia pandemica, che invece si sono ritrovati con famigliari impazziti, e tutt’intorno morti per malori improvvisi che fanno crollare famiglie ed equilibri.

 

Sì, siamo arrivati al Natale 2022 stanchi, distrutti. Più che mai. Chi di noi, quindi, non crede che a questo punto, ci meritiamo una tregua. Almeno a Natale e Santo Stefano. A casa, senza pensieri, vera vacanza, parola che deriva dal latino vacuum, il vuoto. Eccoci, «svuotati» dei nostri pesi, la realtà per magico potere del calendario gregoriano ci dà tregua.

 

Negli anni mi è diventato impossibile non pensare alla tregua di Natale. Sapete tutti di cosa sto parlando: una serie di cessate il fuoco spontanei che avvennero durante il primo Natale della Grande Guerra, nel 1914. D’improvviso, senza che la cosa fosse minimamente organizzata, sul fronte belga e non solo soldati tedeschi e inglesi cominciarono a cantare canti natalizi. Poi emersero dalle trincee, e cominciarono a incontrarsi nella terra di nessuno.

 

Partirono scambi di souvenir, di cibo, alcool, tabacco: di «doni» di Natale veri e propri. I soldati, tecnicamente nemici, fraternizzavano. Si raccontavano storie della loro vita, o addirittura cercavano di mettere le proprie capacità al servizio del nemico.

 

Bruce Bairnsfather, caricaturista inglese che combatté per tutta la guerra, ricorda: «Non mi sarei persa per niente quell’unico e strano giorno di Natale… Ho notato un ufficiale tedesco, una specie di tenente direi, ed essendo un po’ un collezionista, gli ho fatto capire che mi era piaciuto ad alcuni dei suoi bottoni… Ho tirato fuori le mie cesoie e, con qualche abile taglio, ho tolto un paio dei suoi bottoni e me li sono messi in tasca. Allora gliene diedi due dei miei in cambio… L’ultimo che vidi fu un mio mitragliere, un po’ parrucchiere dilettante nella vita civile, che tagliava i capelli innaturalmente lunghi di un docile Boche [termine alleato per definire i soldati tedeschi, ndr], pazientemente inginocchiato a terra mentre le cesoie automatiche gli si arrampicavano sulla nuca».

 

Partirono diverse partite di calcio, simbolo estremo del livello di relazione che si era raggiunto tra quegli uomini: il gioco. I ragazzi che prima si uccidevano, in quel miracolo di Natale, iniziarono a giocare

 

A fine anno il quotidiano fiorentino La Nazione diede una potente descrizione del calcio della tregua di Natale: «l’accordo era completo. I tedeschi nella notte di Capodanno avevano ornato l’orlo della trincea di lampioncini multicolori e per tutta la notte cantammo, ora essi ora noi, le più gaie canzoni. All’alba potremmo anzi combinare una partita di football. Mai più squisita cortesia regnò fra i giuocatori di due teams. Però intanto, all’intorno, vari compagni nostri erano caduti per lo scoppio di qualche shrapnel venuto da lontano e sospendemmo la partita per seppellire i morti, a cui da entrambe le parti furono resi gli estremi onori»

 

È vero che in altre zone si continuò a combattere, che i francesi non furono così disposti al Natale come tedeschi e inglesi, tuttavia si riporta di incontri tra militari nella terra di nessuno anche sul fronte orientale, perfino con i russi, che il Natale lo festeggiano a gennaio.

 

Le testimonianze giunte al presente sono da lagrime agli occhi.

 

È istruttivo anche sapere poi cosa accadde. Gli ufficiali redarguirono i soldati, in alcuni casi li passarono per la corte marziale. Per evitare altre tregue spontanee di questo tipo (di cui, comunque, ci furono cenni anche negli anni successivi, subito repressi) le élite militari decisero bombardamenti di artiglieria alla vigilia di Natale, così che tra botti e morti ai soldati passasse la voglia di stringer la mano al nemico. Furono perfino organizzate rotazioni in modo tale che, cambiando spesso il personale in trincea, a qualcuno non saltasse in mente di tendere la mano all’uomo che al di là del filo spinato, ad un certo punto scopri essere, appunto, un uomo, come te…

 

Sappiamo cosa successe poi: armi chimiche. Essere assassinati in massa è il giusto contrappasso per quegli uomini che si scoprono memori della legge naturale. Stragi di massa con l’iprite (da Ypres, una delle località dove nel 1914 partì la tregua di Natale) per cancellare l’umanità, che il vizio, talvolta, di non odiare il suo prossimo, di non desiderare la morte, né la propria né quella dell’altro, di amare il bene e odiare il male.

 

È parimenti indicativo ricordare un’altra cosa: i giornali insabbiarono tutto. La notizia stupefacente della pace fra soldati instauratasi col Natale fu taciuta da tutti i media mondiali, che ne erano tuttavia ovviamente informati, vista la quantità di testimoni. Fu il New York Times, quotidiano di un Paese allora non ancora in guerra, a cominciare a pubblicare la notizia solo 6 giorni dopo, il 31 dicembre 1914. I giornali tedeschi tentavano di sbilanciarsi contro i soldati della tregua, ma con poca convinzione. In Italia, allora Paese che stava decidendo se intervenire o meno, la stampa disse che nonostante i canti e gli alberelli nelle trincee i combattimenti erano andate avanti.

 

I giornali, quindi, mentivano. In tutto il mondo. Ora come oggi, i media servivano il loro padrone, fermano se necessario i segni di umanità che emergevano dalla catastrofe in corso.

 

Tutto questo vi ricorda qualcosa?

 

Se leggete Renovatio 21, sì. Sapete che viviamo in un mondo comandato in modo sempre più pervasivo da quel sistema che Giovanni Paolo II chiamava la Cultura della Morte. Per la Necrocultura, anche oggi gli Stati mandano a morire i loro uomini – non al fronte, o almeno non ancora, ma nel laboratorio, nella biomedicina.

 

Lo Stato moderno, anzi, ha perfezionato l’istinto di morte del suo predecessore otto-novecentesco, che uccideva i suoi sudditi con guerre inutili, ma non era arrivato a considerare i propri cittadini come nemici. Purtroppo, come sapete, è ciò che avviene oggi: in quanto esseri umani, voi siete i nemici dello Stato moderno, il cui sistema operativo prevede la disumanizzazione, la degradazione, la riduzione dell’umanità.

 

Lo Stato moderno può sacrificare le masse senza bisogno di Grandi Guerre. Ecco l’aborto, ecco la provetta, ecco l’espianto di organi, ecco i vaccini. Morte e devastazione, mutilazioni, cancellazione della dignità umana.

 

Sì, la vostra vita, che lo abbiate accettato o meno, è una guerra. Una guerra fatta per sottomettervi e per uccidervi. E non è mai stato più chiaro di adesso. Una guerra in cui non c’è più né giudeo né greco, né bianco né negro, né ricco né povero: conta solo l’adesione più o meno volontaria di ciascuno al programma della Morte che si dipana dinanzi ai nostri occhi.

 

Se vi sembrano parole forti, fate attenzione: nessuno lo sta negando. L’utilitarismo, che è la filosofia politica che funge da maschera della Necrocultura presso lo Stato moderno, vi aiuta ad accettarlo: il feto deve morire per la serenità esistenziale della madre, l’embrione deve essere scartato per impiantare quello migliore,  l’incosciente deve essere squartato per il maggior godimento del malato che riceverà il trapianto, il danneggiato da vaccino ci può stare, perché deve sacrificarsi per un bene più grande, l’immunizzazione universale, anche se questa è solo un miraggio…

 

In pratica: nessuno, davvero, nessun politico, nessun intellettuale, nessun giornale, nessun dottore, nessun partito, vi sta dicendo qualcosa che non sia un discorso sulla vostra stessa morte.

 

A questo punto, potete capire perché non è possibile, oggi, chiedere una tregua di Natale.

 

Non possiamo farlo perché, a differenza degli inglesi, che avevano i tedeschi, e dei tedeschi, che avevano gli inglesi, noi dall’altra parte non abbiamo uomini. Chi vuole ucciderci non è un ragazzo di un altro Paese, ma è un sistema, un algoritmo anticristico, una demonica potenza dell’aria, una macchina senza pietà, che vuole solo distruggere l’umanità, che opera per l’unico fine del Trionfo della Morte.

 

No, il nostro nemico, oggi, non è umano. Non è possibile, quindi, chiedere una tregua. Il nostro nemico combatte non per vincere una battaglia, ma per portare a termine il nostro sterminio.

 

Quindi mi resta solo di augurare Buon Natale a quanti tentano di resistere.

 

Buon Natale a quanti hanno accettato il supplizio di rimanere puri.

 

Buon Natale a quanti hanno fatto voto di non tollerare di essere sorvegliati come dei terminali elettronici.

 

Buon Natale a quanti hanno fatto il sacrificio di rimanere umani.

 

Vi perseguitano, e non vi daranno tregua nemmeno il giorno di Natale, perché essi, in realtà, è proprio il Natale che odiano – odiano l’essere umano, per cui anche la religione il cui Dio ama a tal punto l’uomo da discendere sotto forma di bambino. Odiano Dio, odiano l’uomo, odiano l’Imago Dei. Odiano voi.

 

Buon Natale a quanti che, capito che si tratta di una guerra, non hanno lasciato la presa.

 

Buon Natale a voi che siete estenuati, sfibrati, stremati.

 

Buon Natale a chi non scappa da questa trincea. Per quanto possa valere, dà qualche parte, sporco, spossato e insignificante, ci sono anche io, e non ho intenzione di disertare, né di risparmiarmi negli attacchi al nemico.

 

Buon Natale a chi assieme a noi vive per mettere la vita contro la morte, il bambino contro il nulla.

 

Buon Natale.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

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