Pensiero
Il ritorno del sacrificio umano in Ucraina, spiegato bene
La settimana scorsa è apparso in rete questo bizzarro, inquietante video.
Con probabilità, il lettore lo ha già visto. Su uno sfondo digitale, fatto di cielo e di campi di grano – i colori della bandiera ucraina – una ragazza agghindata con solenni vesti tradizionali declama parole poetiche, per poi sgozzare quello che, da quel che ci è dato di capire, è un uomo russo.
Moltissimi di coloro che lo hanno rilanciato – compresi alcuni grandi analisti internazionali – hanno detto che si trattava di una sorta di Pubblicità progresso del potere ucraino. Non sembra essere così: pare essere opera di un’attrice, originaria di Leopoli. La fattura del video è compatibile con uno studio di posa domestico o di modeste dimensioni, nonostante sia visibile uno sforzo produttivo non estemporaneo (trucco e parrucco, costume, luci, etc.).
Il video è stato caricato per la prima volta sul profilo Instagram dell’attrice ucraina. L’account è stato poi chiuso.
Questo filmato, caricato con sottotitoli in vari canali su YouTube e Twitter, ha cominciato rapidamente a sparire.
Alcuni soldati russi hanno già reagito.
Nei canali Telegram legati all’Operazione Z si è diffuso un video in cui alcuni soldati al fronte dicono che l’attrice dovrebbe rimanere a casa, e se la prendono con gli uomini ucraini, che mandano avanti le donne a parlare di queste cose.
Parole che qui, nel metaverso NATO, sono oramai illegali: «Non vi vergognate che le donne parlino per voi?»
Dicono che devono essere i valori europei verso cui gli uomini ucraini ora tendono. Anzi, si chiedono: ci sono ancora uomini in Ucraina?
ISIS nazi-pagana
Vari commentatori occidentali hanno subito collegato il videosgozzamento ucraino all’ISIS.
Et pour cause: è piuttosto facile che gli autori del video non se ne rendessero conto, ma si tratta esattamente della stessa pulsione – esibire dinanzi al mondo il proprio zelo sfrenato, con il nemico in ginocchio, in un atto arcaico, sacrificale.
Il nemico è disumanizzato, reso bestia – da sgozzare, appunto, come un agnello, come un capretto, come un maiale, in un antico atto alimentare e religioso. L’omicidio produce brivido, fierezza piacere.
Sì, decisamente assomiglia ai video dello Stato Islamico.
ISIS ؛ made by U.S
Ukraine ؛ supported by U.S pic.twitter.com/xs5huMive9— Fatemeh Abv ???????? (@fa_abv) April 11, 2022
Questo sito ha parlato da subito al fatto che l’Ucraina, con le sue fiammate neonaziste vendute come poesia romantica dai giornali occidentali, era di fatto parte di un programma del tutto simile a quello subito da siriani e iracheni. La radicalizzazione. La zeloteria. La sete di sangue. Lì, il wahabbismo, l’islamo-nichilismo assassino. Qui, il nazismo, più qualche sfumatura di paganesimo paleoslavo.
L’Ucraina è il territorio di coltura di un’ISIS neonazista, non v’è dubbio. Sappiamo bene che, qualora dovessero sopravvivere al conflitto, ci ritroveremo molti dei suoi uomini qui a generare caos. Oppure riassorbiti in qualche altro conflitto – l’ex ispettore ONU Scott Ritter ritiene che, addestratissimi dalla NATO come sono, i battaglioni ucronazisti sono ora piazzabili in qualsiasi forza, ufficiale o meno, del Patto Atlantico.
La ragazza tagliagole è un primo segno di maturità mediatica di questa ISIS slava, creata sinteticamente dai soliti noti. Certo.
Tuttavia non è di questo che vogliamo scrivere qui. Vogliamo trattare un tema più profondo. Proibito.
Il ritorno materiale degli dei
Guardate bene il video. La ragazza è più di una ragazza: è calma, ieratica. Sulla testa una elaboratissima corona di fiori, che sa di qualche tradizione locale millenaria.
L’effetto della visione, unita ai campi rigogliosi dietro di lei, ci fanno pensare decisamente ad una figura divina, ad una dea: Cerere, dea della fertilità, dei fiori, della frutta e dei raccolti. In Grecia è conosciuta come Demetra. È la madre di Prosperpina, Persefone per i greci – la dea della crescita del grano, rapita da Ade, dio dell’ombra e della morte, signore del sotterraneo che chiamiamo, per estensione, sempre «Ade».
Alla fine del filmato, il commiato ci riporta proprio qui: «dobro pozhalovat’ v Ad», benvenuti all’Inferno, dove quest’ultimo è reso con la parola russa, classicamente risonante in ogni europeo mediterraneo ma non solo, «Ad».
Sì, è effettivamente l’immagine di una dea. La sua flemma, il suo pallore… quelle labbra, che sembrano piene di lividi, o forse… si tratta di un pasto vampiresco?
Non stiamo proiettando significati nostri. È la signora dei campi che, ad un certo punto, comincia a parlarne, quando dice che «qualcosa che dormiva da secoli nelle profondità del fiume Dnepr … il dio iniziale ed antico dell’Ucraina» si è svegliato.
«E ora stiamo raccogliendo il nostro raccolto di sangue», dice questa dea dei campi, della fertilità e della morte.
Una divinità arcaica è stata fatta tornare sulla terra. E ora esige il suo tributo di violenza, una violenza che è necessaria, che è sacra.
Un’immagine migliore della ripaganizzazione del mondo non potevamo trovarla. Perché qui si va molto nel dettaglio: non si riesuma un rito, un mito… ma un dio, una dea, un essere antropomorfo, vivente, intelligente.
Non una mera forza storica o naturale – no, si tratta di una persona. Sia pure, una persona non umana…
Non ho inventato io questa storia del ritorno materiale degli dei. Il lettore la può trovare romanzata nel libro di Neil Gaiman American Gods, e più ancora dalla serie che ne hanno tratto, dove vediamo miriadi di divinità minori vivere tra noi, in cerca di adorazione e sacrificio.
Il ritorno degli dèi: in Italia vi è una prestigiosissima casa editrice che si occupa solo di quello. Tanta fumisteria della destra tossico-narcotica, da Evola a De Benoist, ne ha scritto in modo fremente. Ma soprattutto, colui che ha preparato il campo per questo tipo di pensiero è lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung, che per qualche oscura ragione riuscito a scampare, al momento, alla cultura della cancellazione.
Jung scriveva di archetipi, cioè di forme di rappresentazione psichiche preesistenti all’individuo e comuni a tutte le culture del mondo. L’allievo ribelle di Freud è tuttora celebrato per l’idea di questa grammatica di simboli dietro ogni vita umana, individuale e collettiva.
La realtà è che Jung, personaggio esoterico assai, probabilmente nutriva pensieri più radicali sul tema. Nel 1937, Jung scrisse che «un medium (…) il portavoce degli antichi Dei». E ancora «Non c’è dubbio che Hitler appartenga alla categoria dello stregone veramente mistico (… Hitler è un vaso spirituale, una semidivinità o, ancora meglio, un mito».
Quale divinità sia coinvolta nella tumultuosa Germania degli anni Trenta Lo Jung – che una biografia americana definisce «profeta ariano» – lo spiega con chiarezza nel saggio Wotan, che è il nome germanico di colui che da questi parti chiamiamo Odino:
«Siamo sempre convinti che il mondo moderno sia un mondo ragionevole, basando la nostra opinione su fattori economici, politici e psicologici. (…) In effetti, azzardo il suggerimento eretico che le profondità insondabili del carattere di Wotan spieghino più del nazionalsocialismo di tutti e tre i fattori ragionevoli messi insieme».
«Un movimento collettivo è composto da milioni di individui, ognuno dei quali mostra i sintomi del Wotanismo e dimostra così che Wotan in realtà non è mai morto, ma ha conservato la sua originaria vitalità e autonomia. La nostra coscienza immagina solo di aver perso i suoi dèi; in realtà sono ancora lì e basta una certa condizione generale per riportarli in pieno vigore».
Di solito, a questo punto, agli scettici si fa vedere un dipinto del pittore simbolista Franz Von Stuck (1863-1928). Il quadro si chiama Die Wilde Jagd, la «caccia selvaggia»: secondo il mito nordico, un corteo di creature preternaturali guidato da Odino, che viaggia per il cielo o per la terra come in una grande battuta di caccia. Chi testimonia la caccia selvaggia può essere rapito e portato nel Regno dei Morti, oppure deve aspettarsi l’arrivo di una catastrofe.
L’opera è datata 1889. È decisamente impossibile non vedere che nel ruolo di Odino è rappresentato quel famoso personaggio, non ancora dimenticato (specie da certi ucraini), che era nato proprio nel…1889.
Qualcuno lo considera un quadro profetico: c’è la visione di schiere ctonie che portano morte e catastrofe sulla terra, e il volto dell’uomo attraverso il quale passerà tanta parte del disastro.
A noi serve per ricordarci quello che diceva Jung. Gli dei vogliono tornare a vivere. Gli dei demandano per loro un tributo di sangue.
Il ritorno degli dèi quindi ha come immediato effetto il ritorno del sacrificio umano.
Pensatela così: gli dèi sono scacciati dalla terra con l’arrivo di Cristo. Egli sulla croce compie di fatto l’esorcismo definitivo: non sono più gli umani a dover far sacrifici alla divinità, ma è Dio stesso che si sacrifica per gli umani. Dopo Gesù più nessun sacrifizio, nemmeno quello animale, è necessario: anzi, egli continua a sacrificarsi per i suoi figli ogni giorno ed in ogni latitudine tramite la Santa Messa, che è ripetizione materiale del sacrificio di Dio per l’uomo.
Nel mondo pagano valeva precisamente l’inverso: gli uomini doveva sacrificare alla divinità, preferibilmente quanto c’è di più prezioso: la vita umana. Magari, la vita dei loro stessi figli, dei primogeniti. Laddove c’è il paganesimo, c’è il sacrificio umano. Fra gli Aztechi come a Cartagine con Moloch, con Baal, con il Faraone, a Roma, nei misteri greci. Tuttora, mi raccontarono sottovoce a Calcutta, succede per il culto segreto della dea Kali.
Dove ci sono gli dèi, c’è la necessità di versare per loro il sangue degli esseri umani. Dove c’è Cristo, vi è l’esatto contrario: non la determinazione a portare la morta, ma a generare la vita. Questo semplice assunto è una delle basi di quella che chiamiamo Necrocultura, la Cultura della Morte di cui parlava Giovanni Paolo II.
Resettare e ripaganizzare
In pratica, questo è ciò che sta succedendo in Ucraina. Questo sito è stato l’unico a parlare e ad insistere sul fatto che il battaglione Azov avesse eretto a Mariupol’ un templio al dio del tuono degli antichi slavi – secondo il paganesimo rodnoverico – Perun.
La ripaganizzazione del Paese è il risorgere di un demone antico pronto a riprendersi quella fetta di umanità. Ciò che esso farà e invertire completamente l’insegnamento di Cristo – ama il prossimo tuo come te stesso. In termini pratici, ciò significa la disintegrazione della dignità umana. Il prossimo tuo diventa non un nemico da sconfiggere, ma un suino da sgozzare, da offrire alla divinità risvegliata come raccolto di sangue: il video qui sopra dice proprio questo, letteralmente.
Senza la barriera – il katechon, direbbe qualcuno – della dignità umana, ogni forma di massacro è possibile: non solo quella del nemico, ma anche quella dell’amico. Perché, gli dèi sono in fondo indifferenti al tributo di morte che gli si offre, anzi… ricordiamo come a loro piacciano i primogeniti, le vite più vicine al cuore di chi intraprende il sacrificio.
Ecco perché facciamo fatica a credere alle storie dei massacri perpetrati dai russi, mentre con più facilità ascoltiamo le storie, come quelle raccontata da Patrick Lancaster, delle forze ucraine che sparano sui loro stessi civili per impedire loro di scappare (di modo da non avere più scudi umani), che nascondono armi e carroarmati fra i condomini, che piazzano cecchini sui palazzi residenziali, che usano le scuole come basi…
I russi – e i ceceni – non si sono piegati alla risorgenza maledetta degli dèi del male. Almeno, non ancora. Un cristiano, un musulmano, anche un laico (che ha vissuto, cioè, in una società informata dalla Civiltà cristiana) di suo non si dovrebbe lasciar andare alla crudeltà, neppure in guerra (con certe evidenti, patologiche eccezioni).
La crudeltà diviene generalizzata quando una cultura (uno… spirito) di morte è stato insufflato nei loro animi. Quando qualcosa li spinge verso il compimento del sacrificio umano.
Esso diviene la legge. Non è qualcosa di cui vergognarsi, anzi. La cattiveria del massacro diventa un vanto. Avete visto anche voi quel video di soldati ucraini che chiamano le mamme dei soldati russi morti per canzonarle. Qualcosa del genere è semplicemente indefinibile, spiegabile solo se pensiamo che ci si sia votati ad una divinità mortifera e ingannatrice, uno spirito del caos seminatore di dolore, un trickster…
Non credo si tratti di un fenomeno solo ucraino: un dio della morte si era svegliato nella Germania degli anni Trenta, qualcosa del genere deve aver danzato nel cuore dei Balcani nell’ultimo decennio del Secondo Millennio… In Sri Lanka, i Tamil, che tanto hanno sofferto sotto il tallone della buddocrazia genocida di Colombo, ad un certo punto, si narra, si sono messi a pregare la dea Kali, «madre della guerra». Poramma…
Tuttavia, l’Ucraina è ora l’avanguardia planetaria per la ripaganizzazione, e il ritorno del sacrificio umano – cioè per il più grande pericolo per la Civiltà come la conosciamo.
Non è un caso che essa sia il luogo in cui è risorto il nazismo: ossia, il regno del controllo totale sull’essere umano, dell’eugenetica, dei campi di concentramento, dello sterminio secondo la volontà del più forte – tutte cose che sono incontrovertibilmente vere anche per il mondo moderno, in ispecie in questi ultimi tempi. Si dice che il modello di Hitler venisse dall’America (come del resto il suo danaro…).
In realtà, il III Reich, dalla lotta contro il cancro all’animalismo, dall’eliminazione degli handicappati (che oggi si fa con l’eutanasia, o le diagnosi prenatali pagate dalla regione) alla propaganda martellante, dal culto del corpo al sogno del bambino perfetto è stato il pieno percursore della realtà che stiamo vivendo.
No, non ci stupiamo di niente: come diceva quello, il demone non se ne va mai via davvero, sta sempre lì sotto. Basta solo, evocarlo.
E chi lo ha evocato, per l’Ucraina? Se leggete Renovatio 21 qualche risposta un po’ ce la dovreste avere.
Così come dovrebbe esservi chiaro del perché il sacrificio umano stia tornando proprio lì: perché (lo abbiamo scritto, lo ripetiamo) una certa parte degli ucraini è stata resettata. Hanno detto loro che non sono pienamente slavi, sono germanici. Non devono niente alla Russia, il loro futuro è l’Occidente. Li hanno impoveriti, li hanno fatti impazzire – mentre qualcuno si ingrassava schifosamente. Hanno preso gli ultras (un gruppo sociale la cui determinata coesione, come abbiamo visto nella Yugoslavia di Arkan, è utilissima nel momento del collasso) e ne hanno fatto, a suon di addestramenti angloamericani, dei guerriglieri spietati.
Gli ucraini resettati, abbiamo visto, stavano divenendo i primi a dotarsi di una app che governava, dal telefonino, tutte le loro vite, la stessa dove lo Stato poteva infilarti qualche soldo ogni volta che ti sottoponi al programma di vaccinazione COVID. Anche qui, notiamolo: pura avanguardia di ciò che sta per toccare a noi,
Agli ucraini hanno fatto ciò che sta per toccare a noi. Ed è per questo che gli Stati ci invitano a prenderli a modello, anzi, ci sostituiscono con essi…
Torniamo agli dèi del sangue. Anni fa feci a Rimini una conferenza per la Fraternità San Pio X dove coniai la parola «geodemonologia». Una parola che praticamente ho usato solo io: se la scrive su Google vi esce solo quella relazione, «Geodemonologia e salvezza planetaria», e ipotizzavo, con umiltà e misura, quanto ho scritto sopra: la realtà dei demoni che, lungo la storia, arrivano a riprendersi, e a guidare, intere nazioni. (Echi di questo discorso, sono in un altro articolo pubblicato qui)
Il caso, ora, è esattamente questo. Non sappiamo ancora con certezza il nome di quello che si sta riprendendo gli ucraini. Perun, Veles, Zhiva, Rugiaevit, Porevit, Devana, Morana… Chernobog, il dio oscuro finito nell’arte di Mussorgorsky e Walt Disney, il cui Monte Calvo sarebbe il colle boscoso Lysa Hora, appena fuori Kiev.
Potete capire però di cosa si tratta: di un processo di possessione della Terra.
I nostri sacrifici umani sono legge
L’altra sera ho intravisto l’ultima parte di Report. Con il consueto tonitruante afflato del giornalismo d’inchiesta che disvela ogni retroscena, spedivano i loro inviatini più o meno irsuti e erremosciati in giro per il mondo: ecco il tedesco con la faccia ecologica che dice che il Nord Stream 2 fa schifo, ecco il mister X russo che da un porto di Cipro non vede l’ora di dire a Rai 3 gli affaracci del gas, ecco Prodi invecchiatissimo che ammette che gli ucraini rubavano dai gasdotti, ecco ricicciata l’intervista dell’uomo ENI defunto da anni, e qualche filmato dall’impianto in Kazakistan…
La morale di tanto sforzo era: non avete capito nulla, la guerra si fa per il gas, altro che ideologia, nazionalismo, NATO etc. Dietro a tutto questo c’è solo il soldo dell’idrocarburo, punto. È il vecchio, immortale ritornello marxista, ma anche liberista: l’economia è il motore della storia. Follow the money.
Mi sento di rigettare in toto questa visione infantile. Io guardo la dèa che sgozza l’uomo russo, e penso che l’unica economia che conta per la Storia umana è quella fatta dal Bene e dal Male. Non il dollaro, il rublo, lo yuan, non l’oro e il petrolio: l’unica moneta che conta davvero è la vostra anima.
Gli antichi dèi stanno tornando per riprendersela. Stanno tornando per giocarsela, per spendersela come vorranno. Per farlo, devono cancellare la vostra umanità.
E non crediate che si tratta solo di questa piccola guerra ai nostri confini: essa è solo il momento in cui, abbiamo visto, certi esseri possono divenire più visibili.
No, la guerra va avanti da tanto, tanto tempo.
I sacrifici umani avvengono in questo stesso momento negli ospedali, nei laboratori. Persone squartate dopo un incidente stradale, mentre ancora batte loro il cuore, imbottiti di curaro. Neonati trucidati nel ventre materno, sempre più grandi, fino alle proposte, oramai realizzate, di «aborto post-natale», cioè di infanticidio vero e proprio. Milioni di embrioni umani prodotti in provetta, esaminati, scartati, congelati, ora pure manipolati. E ancora più vicino: pensate a quanti morti stiamo vedendo dopo l’avvento dell’mRNA, distribuito possibilmente in ogni corpo umano del pianeta.
I demoni della Necrocultura ci hanno dichiarato guerra da mo’. E i loro sacrifici umani sono per noi, letteralmente, legge.
Cara ragazza, te lo dobbiamo dire: è un po’ che siamo all’inferno.
Roberto Dal Bosco
Immagine screenshot da Twitter, modificata
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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Immagini © Renovatio 21
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