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La giovenca rossa dell’anticristo è arrivata a Gerusalemme

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Ieri si è avuta la notizia, che i grandi media non sono in grado di intercettare.

 

Gruppi sionisti del Monte del Tempio di Gerusalemme hanno annunciato che il 22 aprile sarà effettuato lo sgozzamento della giovenca rossa, un loro rito messianico per la fine dei tempi.

 

Secondo quanto riportato, sarebbe stata sottoposta alla polizia israeliana una richiesta ufficiale per permettere di portare nella spianata delle moschee un altare e dei coltelli per macellare mucche dal pelo fulvo.

 

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Il rito fa parte del processo della ricostruzione del Tempio ebraico, distrutto nel 70 d.C., la cui ricostruzione porterà all’apparizione del Messia degli Ebrei, che molti cristiani considerano l’anticristo.

 

Questo, tuttavia, ai vari cristiani evangelici fondamentalisti americani va più che bene, perché in questo modo si accelererà la seconda venuta di Cristo stesso, che arriverà come predetto del Libro della Rivelazione dopo i sette anni di tribolazione – e cioè un conflitto mondiale, la distruzione di tutti gli ebrei che rifiutano di convertirsi, la rapture (idea fondamentalista americana di un subitaneo «rapimento» in cielo di parte della popolazione durante la guerra apocalittica) e alla fine del mondo.

 

È, in tutto e per tutto, l’Armageddon. E in questo caso è pure chiamare l’apocalisse così, con una parola ebraica.

 

Gli ebrei ritengono invece che il Tempio ricostruito porterà il loro Messia e, dal Tempio, gli ebrei governeranno cristiani e musulmani. Naturalmente, per fare questo, il luogo più sacro dell’Islam dopo La Mecca e Medina, la Moschea di Al-Aqsa, deve essere raso al suolo.

 

Armageddonisti ebrei e cristiani da vario tempo stavano collaborando nel trasporto di cinque «giovenche rosse» speciali e «senza macchia» dal ranch del cristiano sionista Byron Stinson in Texas in Israele più di un anno fa, dove hanno acquistato un terreno sul Monte degli Ulivi, il luogo speciale per il macello previsto tra una settimana.

 

La scelta del mese di aprile si basa sul fatto che le giovenche raggiungono l’età prescritta per la cerimonia. A quel punto, una o più possono essere macellate e poi bruciate, con le loro ceneri mescolate con acqua.

 

Questo affinché una squadra speciale, che dovrà iniziare la costruzione del Terzo Tempio, possa bagnarsi nella miscela ed essere adeguatamente purificata per il proprio compito.

 

Stiamo dando una versione semplificata: la realtà è molto più contorta. La chiave è un’interpretazione forzata di un passaggio del Libro dei Numeri dell’Antico Testamento, dove si parla del ruolo di una «giovenca rossa» nel purificare le mani di coloro che hanno toccato i morti.

 

«Il Signore disse ancora a Mosè e ad Aronne: “Questa è una disposizione della legge che il Signore ha prescritta: Ordina agli Israeliti che ti portino una giovenca rossa, senza macchia, senza difetti, e che non abbia mai portato il giogo. La darete al sacerdote Eleazaro, che la condurrà fuori del campo e la farà immolare in sua presenza. Il sacerdote Eleazaro prenderà con il dito il sangue della giovenca e ne farà sette volte l’aspersione davanti alla tenda del convegno; poi si brucerà la giovenca sotto i suoi occhi; se ne brucerà la pelle, la carne e il sangue con gli escrementi. Il sacerdote prenderà legno di cedro, issòpo, colore scarlatto e getterà tutto nel fuoco che consuma la giovenca. Poi il sacerdote laverà le sue vesti e farà un bagno al suo corpo nell’acqua; quindi rientrerà nel campo e il sacerdote rimarrà in stato d’immondezza fino alla sera. Colui che avrà bruciato la giovenca si laverà le vesti nell’acqua, farà un bagno al suo corpo nell’acqua e sarà immondo fino alla sera. Un uomo mondo raccoglierà le ceneri della giovenca e le depositerà fuori del campo in luogo mondo, dove saranno conservate per la comunità degli Israeliti per l’acqua di purificazione: è un rito espiatorio. Colui che avrà raccolto le ceneri della giovenca si laverà le vesti e sarà immondo fino alla sera. Questa sarà una legge perenne per gli Israeliti e per lo straniero che soggiornerà presso di loro». (Num 19, 1-10)

 

Questa purificazione sarebbe fondamentale per il sacerdozio ebraico e il culto sacrificale. Il Jerusalem Post scrive: «ai giorni nostri, si presume che tutti gli ebrei, inclusi i kohanim [sacerdoti o discendenti dei sacerdoti, ndr], siano impuri a causa dell’impurità impartita da un cadavere. Mentre nella vita quotidiana dei giorni nostri questo status non ha molto effetto pratico, a chi è impuro con questo tipo di impurità è vietato entrare nel Tempio».

 

È la questione del kosher: l’ebraismo è ossessionato dalla contaminazione, da cui, secondo cui la tendenza a separare – il giudeo dal gentile, il latte della carne bovina, la donna mestruata dal resto della comunità.

 

Un’altra pubblicazione dello Stato Ebraico, Israel365News, spiega quindi che «la mancanza di una giovenca rossa ha lasciato tutto Israele ritualmente impuro e incapace di eseguire adeguatamente molti altri comandamenti».

 

Questo è un problema, perché la cerimonia deve essere completata da un sacerdote che sia lui stesso ritualmente puro. Rabbi Azaria Ariel, il direttore della ricerca del Temple Institute, spiega che il sacerdote «deve essere puro per eseguire il rituale e preparare le ceneri. Ad esempio, non può nascere in un ospedale. Abbiamo alcuni sacerdoti così».

 

«Cerchiamo sacerdoti che siano stati attenti a questa questione di significato, allontanandosi dai cadaveri dei cimiteri e degli ospedali. Devono avere una chiara tradizione familiare che discenda dai preti. In realtà di uomini così ce ne sono molti, moltissimi. Deve anche avere un’età in cui può macellare la mucca di almeno 15 anni e non è stato in ospedale fino a quel momento».

 

(Sugli ospedali come luoghi di morte, ci troviamo bizzarramente d’accordo col rabbino, ma questo è un altro discorso).

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Tuttavia, il rabbino Ariel ha anche affermato che, nel frattempo, è ancora possibile entrare nel Monte del Tempio e persino offrire alcuni sacrifici in uno stato di impurità rituale. Al contempo, il rabbino Ariele precisa che questa cerimonia «non attiva l’obbligo di costruire il Terzo Tempio» e «la costruzione del tempio non dipende dalle Giovenche Rosse».

 

«Noi non facciamo il rituale della giovenca rossa affinché il Messia venga affinché Dio faccia qualcosa del genere o qualcosa del genere» ha assicurato il rabbino.

 

Il rito di purificazione potrebbe seguire altre logiche di giudaizzazione pure della vita civile – e militare – dello Stato Ebraico.

 

Kassy Akiva, una videogionalista ebrea del Daily Wire, la grande organizzazione di informazione del sionista Ben Shapiro, del Daily Wire ha raccontato su Twitter che «le ceneri vengono utilizzate per creare una miscela che viene utilizzata nel processo di purificazione per accedere al cortile interno del Monte del Tempio. Gli usi pratici oggi consentirebbero agli agenti di polizia di purificarsi prima di entrare in quell’area per motivi di sicurezza invece di essere costretti ad entrare in quell’area per garantire la sicurezza senza prima purificarsi. Sebbene ciò sia consentito dalla lettera della legge ebraica, tutti concordano sul fatto che sarebbe meglio purificarsi prima di entrare».

 

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In pratica, si potrebbe trattare di estendere la religione sulla società ebraica anche più secolare. Con il presente governo israeliano, il più religioso, il più messianico della storia, non poteva che essere così. È il governo dove si giustificano gli sputi ai cristiani a Gerusalemme («tradizioni», rivendica il ministro: certo), è il governo dei convegni con balli scatenati dei coloni pronti a scendere su Gaza, è il governo che non ha problemi a parlare di nuclearizzazione dei palestinesi – e degli iraniani – dopo aver usato una parola biblica, amalek, che riporta alla possibilità di annientamento di interi popoli. Genocidio: ma con radici religiose. (Dov’è che avevamo già sentito questa storia?)

 

In realtà, «cinque giovenche perfettamente rosse» – mucche che non hanno ancora partorito, mucche «vergini» – erano arrivate in Israele già nel settembre 2022.

 

All’epoca reagirono subito gli organi di stampa di Hamas a rispondere, definendolo un tentativo di «giudaizzare le sante moschee» e sostenendo che «Al-Aqsa è in pericolo».

 

Le giovenche sono state portate da Boneh Israel («Costruire Israele»), un’organizzazione israelo-americana composta da ebrei e cristiani. Le giovenche sono state trovate e allevate da Byron Stinson, sedicente «giudeo-cristiano» e consigliere dell’organizzazione. Un video sul sito web di Boneh Israel lo definisce «letteralmente il ragazzo che ha portato quelle giovenche rosse in Israele».

 

«Queste giovenche rosse possono portare la pace nel mondo! La Bibbia ci insegna che la chiave per costruire il Terzo Tempio (la Casa di Preghiera per Tutte le Nazioni) è purificarci con la giovenca rossa a Gerusalemme» scrive il sito.

 

Lo Stinson, come nota LifeSite, ha anche chiarito che ritiene che la cerimonia della giovenca sia un primo e necessario passo per ricostruire il Tempio, e la collega persino all’emergere di un governo mondiale:

 

«I rabbini sono così emozionati perché, come noi sparsi nelle Nazioni, tutti possono sentire l’avvicinarsi di un governo unico mondiale. Puoi sentire l’avvicinarsi di questo momento in cui qualcosa deve cambiare. E tutti lo sentono e ciò che cercano disperatamente è la venuta del Messia. Sanno che questo è il primo passo per poter costruire il tempio. Non puoi purificare le persone che lavoreranno nel tempio finché non avrai effettivamente quest’acqua di purificazione che proviene dalla cenere delle giovenche rosse».

 

«Credo che la risposta di ogni cristiano dovrebbe essere quella di sostenere la costruzione del Tempio»

 

Il Jerusalem Post ha anche affermato che a settembre le giovenche sono state accolte cerimonialmente all’aeroporto israeliano Ben-Gurion da diversi rabbini del Temple Institute, tra cui lo stesso rabbino Azaria Ariel e il direttore generale del ministero del Patrimonio e di Gerusalemme, Netanel Isaac.

 

Il Temple Institute è stato fondato dal padre di Ariel (Rabbi Yisrael Ariel) e Rabbi Azaria Ariel guida il suo dipartimento di ricerca. Il sito web dell’Istituto afferma che mentre alcune cerimonie del Tempio sono possibili in uno stato di impurità rituale, la giovenca rossa è necessaria per il completo ripristino messianico.

 

«Il completo rinnovamento di tutti gli aspetti del servizio del Sacro Tempio e il risveglio della completa purezza rituale tra gli ebrei dipendono dalla preparazione della giovenca rossa (…) La preparazione della giovenca rossa è una precondizione per la reintegrazione del servizio completo nel Sacro Tempio».

 

Il sito riporta inoltre favorevolmente l’insegnamento su questo argomento del rabbino Moshe ben Maimon – conosciuto come Mosè Maimonide (1135-1204) o «Rambam» – filosofo talmudista tra i maggiori nella storia dell’ebraismo, estremamente influente nel XII secolo. Egli collegò l’arrivo della successiva giovenca rossa con la venuta del Messia, cioè quello che gli ebrei chiamano il «mashiach» o «moshiach».

 

«Nove giovenche rosse furono offerte dal momento in cui fu loro comandato di adempiere a questa mitzvah [il compimento di uno dei comandamenti della legge ebraica, ndr] fino al momento in cui il Tempio fu distrutto una seconda volta. La prima è stata portata da Mosè, il nostro maestro. La seconda è stata portato da Esdra. Altre sette furono offerte fino alla distruzione del Secondo Tempio. E la decima sarà portata dal re mashiach; possa essere rapidamente rivelato. Amen, così possa essere la volontà di Dio» (Maimonide, Shefter Shoftim («Il Libro dei Giudici», capitolo 11).

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Secondo Maimonide, un’impresa fondamentale di questo presunto Messia, che costituirà peraltro una delle prove conclusive della sua affermazione, è che costui ricostruirà il Tempio di Gerusalemme.

 

È facile capire che se qualcuno vi dice che non esiste alcun legame tra la consegna delle giovenche rosse e la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme – e quindi la venuta del presunto messia degli ebrei – vi sta gettando fumo negli occhi, vi sta ingannando – gaslighting, dicono ora in America. Operano per l’apocalisse, ma fischiettosamente. I complottisti siete voi, che maliziosamente vedete troppe cose dietro un innocente, zufolante sacrificio veterotestamentario di mucche rosse sul Monte degli Ulivi. Avete visto troppe volte il primo Indiana Jones, con il rito ebraico che scatena quel massacro massivo orripilante. Eccerto.

 

Prima di parlare del significato che tutto questo ha per i cristiani, soffermiamoci a ricordare cosa significa il Terzo Tempio per i musulmani. La moschea di Al-Aqsa, si trova proprio lì. Lo sappiamo bene perché in questi anni abbiamo visto la quantità di botte che in tante occasioni le forze israeliane hanno rifiutato ai musulmani lì per – in teoria – pregare, cosa che peraltro è consentita solo a loro.

 

Qualcuno ricorderà anche la passeggiata che sulla spianata delle moschee compì l’allora premier israeliano Ariel Sharon nel 2000, l’atto da cui partì la seconda Intifada. Ricordiamo brevemente cosa accadde in seguito: Sharon divenne relativamente più «morbido» verso i palestinesi, formò un partito suo scindendo il Likud. Nel 2005 – esattamente come era successo anni prima a Ytzhak Rabin– finì al centro di una Pulsa DiNura, una cerimonia di maledizione cabalistica performata da una quantità di rabbini, pure ripresa da una TV locale. Se mesi dopo a Sharon venne un colpo, e restò anni in coma fino al 2014. Se vi impressionate, ripetiamo, è perché avete negli occhi I predatori dell’arca perduta.

 

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Si tratta di un luogo definito come terzo più sacro di tutto l’Islam. I musulmani ritengono che Maometto fu portato sul luogo del Tempio in rovina di Gerusalemme su un cavallo magico; e che legò il suo cavallo al Muro Occidentale e da lì salì al cielo e incontrò i vari profeti. Non si tratta solo di palestinesi: tutto l’Islam potrebbe reagire qualora Al-Aqsa fosse toccata.

 

Del resto, cerchiamo di comprendere: Israele, oltre che uno Stato etnonazionalista, può definirsi uno Stato religioso. Hamas, il nemico dello Stato Ebraico, è pure un’organizzazione religiosa – in particolare, una gemmazione locale del gruppo protofondamentalista dei Fratelli Musulmani. L’Iran – che poche ore fa ha attaccato frontalmente Israele con i suoi droni – è una Repubblica Teocratica, uno Stato fondato, rifondato su principi religiosi.

 

Insomma, al di là di quello che possono dirvi gli alfieri della «geopolitica laica» (quelli che vi raccontano di interessi economici, petrolio, voti dei pensionati ebrei in Florida) si tratta di una questione di religione: tutti gli attori in gioco sono enti religiosi.

 

In ballo c’è una guerra di religione: e quindi, come non vedere il peso assoluto della macellazione rituale della giovenca rossa?

 

In realtà, pochi in Italia ne stanno parlando. Non si sono addentrati i blog più complottisti, e neanche i canali Telegram pronti a rilanciare qualsiasi bufala dopaminica («re carlo è morto», «Putin si è schierato con l’Iran) per ciucciare un po’ della vostra attenzione.

 

Eppure, la questione religiosa dovrebbe interessare anche noi. Perché, anche se rimossi dall’equazione, siamo anche noi spinti nella catastrofe di Gerusalemme – in quanto cristiani, non potrebbe che essere così.

 

Si torna alla vecchia questione sottolineata più volte da Renovatio 21: c’è lo Stato Ebraico, c’è lo Stato Islamico (ce ne sono diversi), tuttavia non c’è, e non può esserci, lo Stato Cristiano – è rimosso dal discorso, non può essere nemmeno nominato. Il dogma, ad ogni latitudine occidentale e non solo, è quello dello Stato «laico», che sappiamo bene significa uno Stato retto su principi massonici – cioè su una religione ulteriore che tenta da secoli di cancellare il cristianesimo.

 

È stato riportato che a spingere il progetto di ricostruzione del Tempio di Salome vi sarebbe una loggia massonica britannica, la Quator Coronati. Tuttavia non è questo che vogliamo sottolineare: vogliamo dire come, ancora una volta, i cristiani pare non siano nemmeno considerati nell’equazione. Sono stati estromessi, eliminati dal discorso.

 

È una realtà portata a galla dal solito Tucker Carlson, che in settimana ha intervistato un pastore evangelico palestinese, mettendo in risalto il paradosso assoluto per cui – come in Iraq, come in Siria – i danari mandati dagli USA in Medio Oriente, su pressioni di lobby protestanti, finiscano per uccidere i cristiani stessi.

 

Questo è uno degli effetti, solo apparentemente paradossali, del messianismo sionista installato nel fondamentalismo cristiano americano: pur accelerare la fine dei tempi, aiutano la persecuzione, passano sopra il cadavere dei cristiani del Medio Oriente, finanziando ed armando Israele, che nel frattempo avanza leggi anti-conversione per proibire il proselitismo cristiano, negli ultimi mesi ha fatto registrare attacchi ai cristiani senza precedenti.

 

Non si tratta di frange: come riportato da Renovatio 21, anche lo speaker della Camera USA, il sempre più controverso Mike Johnson, è del gruppo, con vari legami con gruppi del sionismo messianico.

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I cattolici non stanno prendendo la cosa sul serio, anche nella storia teologi e padri della Chiesa – vengono citati San Girolamo, Sant’Ambrogio, San Gregorio Magno, San Efraim, San Giovanni Crisostomo, Sant’Ireneo di Lione – hanno stabilito che l’anticristo potrebbe essere una figura simile.

 

Il gesuita Francisco Suárez (1548-1617), nella sua opera De Antichristo, scrive che «c’è uno che gli ebrei aspettano e uno che tutti accoglieranno. Gli altri che pretendevano di essere il Messia non sono stati ricevuti da tutti gli ebrei, ma solo da alcuni».

 

L’anticristo, dice la scrittura, ingannerà il mondo intero, convincerà persino gli eletti. Per questo si ritiene che guiderà un Nuovo Ordine Mondiale, dove la fede sarà perseguitata, e l’umanità vivrà i suoi tempi ultimi.

 

Questo è il pensiero cristiano, al quale nessuno sembra voler far caso.

 

Se poi vi chiedete perché, ricordatevi di San Pio X, e di Bergoglio. Nel 1903 papa Sarto, come abbiamo ricordato più volte, ricevette il fondatore del sionismo Theodor Herzl, e gli negò qualsiasi aiuto.

 

«Noi non possiamo favorire questo movimento. Non potremo impedire agli ebrei di andare a Gerusalemme, ma non possiamo mai favorirlo. La terra di Gerusalemme se non era sempre santa, è stata santificata per la vita di Jesu Cristo (…) Io come capo della chiesa non posso dirle altra cosa. Gli Ebrei non hanno riconosciuto nostro Signore, perciò non possiamo riconoscere il popolo ebreo» scrive Herzl nei suoi diari.

 

Facciamo un salto temporale: 110 anni dopo, vediamo le immagini, girate durante il suo viaggio in Terra Santa, di papa Bergoglio, accompagnato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu (quello oggi definito «macellaio» e «genocida») mentre si reca a rendere omaggio alla tomba di Herzl. Nemmeno un rabbino: un «laico» etnonazionalista ebreo che, peraltro, si era rifiutato di baciare la mano del santo papa predecessore ed inginocchiarsi, come da protocollo vaticano.

 

Il mondo è rovesciato. Il mondo è stato rovesciato. .

 

 

La chiesa post-conciliare quindi lavora per il sacrificio della giovenca rossa?

 

La Roma infiltrata dal Male vuole la manifestazione dell’anticristo, per poterlo adorare ed intronare?

 

Domande che vale la pena di farsi, nelle ore in cui lo spettro di una guerra atomica si fa sempre più concreto – ecco il vero sacrificio a cui mira il Male, ecco il vero Olocausto.

 

La cancellazione dell’umanità, l’annientamento dell’Imago Dei: stiamo parlando, davvero, di questo.

 

Roberto Dal Bosco

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Intelligenza Artificiale

Il volto nascosto della democrazia

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Solo un paio di settimane fa, Elon Musk ha lanciato un avvertimento: noi umani dobbiamo modificare «la larghezza di banda della nostra corteccia cerebrale» per renderla compatibile con quella dei computer, in modo che «la volontà collettiva dell’umanità coincida con la volontà dell’Intelligenza Artificiale».   Possiamo protestare, urlare fino a perdere la voce e persino pubblicare meme online che attribuiscono i baffi di Hitler a questo patriarca dai testicoli di platino che vuole ripopolare il mondo con i suoi mille e un figli, Elon Musk, ma vale la pena riconoscere che le sue affermazioni, espresse attraverso la retorica dispotica rousseauiana della volontà generale, rappresentano una strenua difesa – e certamente un aggiornamento – dei principi guida della democrazia moderna.   La democrazia moderna, fin dalle sue origini, si è dedicata all’espropriazione di beni e diritti naturali della popolazione per scambiarli forzatamente con un insieme di diritti formali che, se ci atteniamo alla dura realtà, dovremmo piuttosto definire diritti aspirazionali. Il caso spagnolo è paradigmatico. Il parlamentarismo liberale emerso a partire dal 1810 si è accompagnato a un processo plebiscito di espropriazione, che non solo ha sottratto beni ecclesiastici con tragiche conseguenze sociali, ma ha anche rubato direttamente le terre comunali ai contadini attraverso un’ondata di espropriazioni civili (oggi sconosciute alla maggior parte della popolazione) culminata con quella promossa da Madoz nel 1855.

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A causa di questo furto legalizzato di terra e pane da parte dello Stato liberale e dei suoi alleati, le rivolte contadine divennero così frequenti che nel 1844 venne creata la Guardia Civil per reprimere tutti i contadini che, per aver difeso i diritti delle loro famiglie e dei loro vicini, vennero considerati banditi e nemici dell’interesse pubblico.   La diseredazione dimostra chiaramente il rapporto tra democrazia e una concezione perversamente liberale del mercato, in cui lo Stato non rappresenta più la popolazione, bensì interessi estranei ad essa. Di fatto, le terre comuni vengono espropriate alla maggioranza dei contadini perché considerate inutili, poiché nella loro forma di piccoli appezzamenti il ​​loro unico scopo è quello di provvedere al sostentamento delle famiglie e non di essere sfruttate come grandi latifondi dove la produttività (diciamo il PIL) viene ottimizzata a scapito della vita e del benessere dei veri cittadini.   La reale libertà di cui i contadini godono grazie a queste terre viene considerata illegittima e sostituita da una concezione liberale del diritto ancorata a un’illusoria idea di proprietà privata. Ne è prova il fatto che la diseredazione civile, anziché promuovere la redistribuzione delle terre, ha portato alla concentrazione delle terre comuni nelle mani dei grandi latifondisti, i quali hanno assoggettato i contadini a condizioni di schiavitù mascherate da lavoro salariato o li hanno esiliati, costringendoli a migrare come proletari verso le città per servire l’industria.   Di conseguenza, la democrazia moderna, dal XVIII secolo ad oggi, si è dedicata a promettere di risolvere proprio i mali che ha causato e, peggio ancora, ad attribuirne la colpa ai periodi storici moderni che l’hanno preceduta (sottolineo «moderni» perché promuovevano idee prudenti, non millenaristiche, di universalità, uguaglianza, meritocrazia e sviluppo).   Pertanto, non dobbiamo lasciarci ingannare dalle apparenze e fraintendere l’avvertimento di Elon Musk sulla necessità di disfarsi dei nostri cervelli «inutili» (in fondo, intende quei mini-schemi cognitivi che servono solo a permetterci di vivere nell’anonimato e morire dopo un certo periodo di tempo) come antidemocratico. L’idea omogeneizzante ed espropriante di Musk è quella della democrazia moderna, adattata però ai tempi del postumanesimo e della rivoluzione digitale.   L’intento, proclamato da illustri postumanisti per decenni, è quello di creare un gigantesco patrimonio cognitivo in cui i cittadini del XXI secolo diventino indistinguibili dall’Intelligenza Artificiale e perdano i diritti sui propri cervelli, nello stesso modo in cui i contadini del XIX secolo persero i loro diritti inalienabili sulla terra che li aveva sostentati per tutto il Medioevo e l’inizio dell’età moderna.   Consideriamo che, in reazione a questa minaccia, tanto reale quanto folle, il Parlamento cileno ha approvato, ad esempio, un emendamento costituzionale nel 2021 che tutela i diritti neurologici dei suoi cittadini.

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Allo stesso modo delle confische terriere del XIX secolo, l’obiettivo di questo attacco all’integrità del nostro cervello è il raggiungimento di una libertà distopica che dobbiamo abbracciare come ideale, anche se ci rende schiavi. Paradossalmente, non si tratta più di conquistare la proprietà privata a scapito della proprietà comune (la piccola proprietà è ora il grande nemico da sconfiggere), ma di acquisire una capacità mefistofelica parodistica di elaborazione dati digitale del cervello, nonché di raggiungere la presunta immortalità per i nostri discendenti e di conquistare l’universo.   Secondo Ray Kurzweil, direttore dell’ingegneria di Google, una volta fusi con l’IA, diventeremo di fatto dei che imporranno ordine nientemeno che alle «leggi dell’universo goffo e stupido”, poiché in pochi anni «quando gli scienziati saranno un milione di volte più intelligenti e la ricerca un milione di volte più veloce, un’ora di progresso si tradurrà in un secolo di progresso, secondo i parametri attuali».   L’origine di queste illusioni disumanizzanti che spesso scambiamo per progresso (non c’è «progresso» senza prudenza, senza riconoscere la finitezza umana e senza essere consapevoli della reale possibilità di regressione) risiede nella democrazia moderna. Come ho già sottolineato in altri articoli, la democrazia moderna è una creazione fondamentalmente calvinista al servizio della Rivoluzione Industriale e dell’imperialismo predatorio, che ha giocato con le nostre aspirazioni repubblicane solo per tradirle e attaccare, ripetutamente, la maggioranza, soprattutto nei periodi in cui più pretendeva di difenderla.   Ricordiamo, ad esempio, nel caso della Spagna, le massicce privatizzazioni delle imprese pubbliche (ovvero un nuovo disimpegno) attuate dal PSOE una volta assunto il potere nel 1978, e la loro continuazione democratica da parte del PP. Questo non significa, per evitare fraintendimenti, che le dittature come quella di Franco siano state un antidoto agli eccessi della democrazia, ma piuttosto, come ho spiegato in altre occasioni, che la dittatura è una forma di dispotismo (quando non di totalitarismo) inseparabile dalla logica religiosa della democrazia moderna.   In realtà, se la democrazia moderna va di pari passo con la dittatura, è perché entrambe si fondano sulla volontà generale rousseauiana, alla quale Musk si appella nel suo monito sulla necessità di conciliare la nostra volontà collettiva con quella dell’Intelligenza Artificiale. La volontà generale non è, contrariamente a quanto alcuni credono, la somma delle volontà individuali, bensì la volontà dello Stato in quanto entità omogeneizzante e modernizzatrice.   Per questo il calvinista Rousseau si oppose, ad esempio, al diritto di associazione, mentre Hegel, uno dei suoi maggiori ammiratori e successori, arrivò a sostenere in testi come La filosofia del diritto che «nelle nazioni civilizzate, il vero coraggio risiede nella prontezza con cui ci si dedica interamente al servizio dello Stato, in modo che l’individuo sia solo uno tra tanti. Nessun valore personale ha importanza: ciò che conta è la sottomissione all’universale» (§ 327)

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Il desiderio protestante come forza motrice della democrazia

La democrazia moderna mira a trasformare i cittadini in individui dalla mentalità di gregge, che obbediscono ciecamente alla volontà dello Stato (non è forse l’UE, ormai logora e reduce dalla capitolazione a Trump, che tuttavia disciplina i suoi cittadini con la frusta, un perfetto esempio di ciò?), per la semplice ragione che si fonda interamente sulla negazione protestante del libero arbitrio.   La democrazia moderna non crede nelle autentiche libertà individuali; al contrario, attraverso la teoria della predestinazione, trasforma l’essere umano che si considera eletto, e che viene riconosciuto come tale dai Poteri Forti, in un falso dio che, attraverso la formazione di uno Stato repressivo degli eletti (si pensi agli Stati Uniti o all’Israele sionista), crede di poter trasformare in realtà i suoi desideri più oscuri.   Il desiderio è, di fatto, l’elemento più importante per comprendere le cause del crollo della democrazia moderna. Secondo il mito hegeliano del padrone e dello schiavo, il desiderio dello schiavo di essere riconosciuto dal padrone, e viceversa, è fondamentale per comprendere la formazione delle società umane e la progressione dialettica della storia verso una società perfetta come quella rappresentata dalla democrazia imposta in tutto il mondo dal Codice Civile napoleonico.   Secondo l’Hegel divulgato da Alexandre Kojève in Introduzione alla lettura di Hegel, padrone e schiavo si riconciliano nella figura del cittadino, che trova la libertà obbedendo alle leggi di uno stato omogeneo e universale – il culmine della democrazia – che si estenderà in tutto il mondo.   Kojève merita maggiore attenzione di quanta ne riceva di solito, in quanto figura chiave per la comprensione della natura dispotica della democrazia. Non solo l’ha teorizzata, influenzando un’intera generazione di intellettuali europei, ma l’ha anche messa in pratica nella sua forma più brutale. Secondo Fukuyama, se Kojève dedicò gran parte della sua vita alla burocrazia di alto livello e abbandonò il lavoro intellettuale, lo fece per «supervisionare la costruzione [dell’Unione Europea] come dimora definitiva dell’ultimo uomo», in cui, in quanto stato universale omogeneo, la politica avrebbe dovuto essere sostituita dall’amministrazione e i confini nazionali dissolti.   Kojève non usa mezzi termini e, in una lettera a Leo Strauss del 19 settembre 1959, chiarisce che in questo stato omogeneo universale, che è positivo semplicemente perché rappresenta lo stadio finale dell’umanità, gli esseri umani in quanto tali cessano di esistere e vengono sostituiti da «automi sani» che sono «soddisfatti» praticando sport, arte o indulgendo nell’erotismo, mentre «quelli che sono automi malati [insoddisfatti] vengono rinchiusi».   In un’altra lettera del 1955, indirizzata a Carl Schmitt, Kojève spiega che lo stato omogeneo universale si è sviluppato in tutta l’umanità grazie all’impulso di grandi uomini, da Alessandro Magno a Napoleone, e da Napoleone a Stalin («l’Alessandro Magno del nostro mondo, il Napoleone industrializzato»).   Kojève spiega anche, senza il minimo imbarazzo, che «Hitler era una versione nuova, ampliata e migliorata di Napoleone», ma che «sfortunatamente, Hitler è arrivato con 150 anni di ritardo». In ogni caso, Kojève, autore dell’opuscolo «Marx è Dio e Ford è il suo profeta», crede che la fine della storia sia già arrivata e che lo stato universale omogeneo sia inarrestabile e che alla fine combinerà la sostituzione della politica con l’amministrazione caratteristica dell’URSS e lo sviluppo industriale tipico di una società senza classi, come egli vedeva negli Stati Uniti del suo tempo.

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Nonostante le ovazioni della sua vasta schiera di ammiratori, leggere Kojève permette di addentrarsi nelle profondità della psicopatia politica democratica, poiché, lungi dal lamentare l’animalizzazione del genere umano, egli crede che questa rappresenti un ritorno allo stato precedente al peccato originale, in cui «gli animali post-storici della specie Homo sapiens (che certamente vivranno in abbondanza) saranno contenti secondo il loro comportamento artistico, erotico o ludico».   «Bisognerebbe ammettere che, dopo la fine della Storia, gli uomini avrebbero costruito i loro edifici e manufatti come gli uccelli costruiscono i loro nidi e i ragni tessono le loro tele, che avrebbero tenuto concerti musicali come rane e cicale, che avrebbero giocato come giocano i cuccioli e che si sarebbero abbandonati all’amore come fanno gli animali».   Kojève avrebbe in seguito precisato la sua posizione, affermando che l’animalizzazione dell’Homo sapiens non sarebbe stata totale, ma sostenendo che la fine della Storia, in cui non esiste altro orizzonte se non uno Stato universale omogeneo al quale si esige obbedienza, è già giunta. Tuttavia, se le tesi di Kojève dovrebbero preoccuparci per qualcosa, è per la loro intenzionalità e la suicida deificazione del genere umano, ma non tanto per il loro contenuto, che illumina il corso degli ultimi duecento anni in modo tanto oggettivo quanto tragico.   È infatti innegabile che con la deriva disumanizzante dell’arte non figurativa, l’esercizio dell’ingegno umano sia caduto in automatismi disumani e irrazionali simili a quelli descritti. Inoltre, le tesi di Kojève dimostrano, come è evidente a tutti, che la logica millenaristica della democrazia moderna, irrimediabilmente totalitaria, racchiude in sé progetti che appaiono diversi, ma sono in realtà simili, come il costituzionalismo liberale, la democrazia liberale, il comunismo e le dittature militari. In tutti i casi, si tratta di trasformare i desideri in presunte realtà, cercando di porre fine alla narrazione che impone sulla Terra il regno di un dio post-umano (seppur furiosamente vendicativo).   Il comunismo, che oggi sembra riemergere in una versione parodistica per mano del globalismo – nello stile del «non avrai niente, ma sarai felice» promosso da istituzioni come il World Economic Forum – esemplifica perfettamente come ideali ideologici moderni apparentemente antitetici facciano parte dello stesso ecosistema democratico-protestante. Il comunismo non è stato altro che il cavallo di Troia che il liberalismo ha usato per infiltrarsi, con un messaggio universalista ed egualitario, in tutte le culture e i continenti che non si sarebbero mai identificati con l’egoistico individualismo liberale che ha guidato la Rivoluzione Industriale (ovvero, l’intero pianeta ad eccezione dei territori protestanti).   Ecco perché il comunismo, invece di accettare che i desideri siano forze motrici dell’indagine umana da domare, ha abbracciato il millenarismo calvinista degli eletti e ha promesso niente di meno che di realizzare completamente, come se fosse una divinità, il legittimo desiderio di giustizia proletaria attraverso una fine della storia in cui le classi sociali non esisterebbero, non ci sarebbe bisogno di esse e regnerebbe la “libertà”, anche se quella fine della storia poteva essere perseguita solo con la stessa ricetta fallimentare usata dal liberalismo: basata sul sangue e sulla violenza, ma che preparava il terreno per il saccheggio della proprietà e dei diritti dei cittadini.   Tuttavia, se la storia ci insegna qualcosa, è a prestare attenzione agli avvertimenti dei nostri antenati, anche quando cerchiamo di dimenticarli. Nel XIX secolo inoltrato, poco dopo che il protestante Hegel aveva espresso il suo fascino per la Rivoluzione napoleonica e proclamato la fine della storia, il cattolico Tocqueville, che era stato affascinato dalla Rivoluzione americana, avvertì in Rivoluzione e Ancien Régime che la novità della rivoluzione non era affatto nuova, ma risiedeva piuttosto nell’ampia diffusione dell’assolutismo che l’aveva generata.   Tocqueville arrivò a descrivere la rivoluzione come un fondamentalismo religioso simile all’islamismo più fanatico e riconobbe, con disappunto, che dopo aver consultato gli archivi, aveva trovato una democrazia più organica nei villaggi più remoti della Germania feudale durante il Medioevo che nello stesso XIX secolo in cui scriveva.   È fondamentale evidenziare la differenza tra l’approccio calvinista protestante e quello cattolico all’idea di rivoluzione repubblicana, poiché entrambe le fedi, con diversa intensità, hanno plasmato il terreno fertile egualitario del XVII secolo da cui è emersa la seconda fase della modernità, una fase che ora sembra volgere al termine.   Se la prima modernità, promotrice di ideali egualitari e repubblicani, è eminentemente cattolica, la seconda, ancorata a presupposti discriminatori che avrebbero portato a dottrine come il Destino Manifesto, sarebbe radicalmente protestante. La principale divergenza, come ho accennato in precedenza, risiede nella concezione del desiderio propria di ciascuna di queste fedi.   Nella visione cattolica, il desiderio è riconosciuto come fondamentale ma non può mai essere pienamente realizzato a causa dei limiti intrinseci della natura umana. In questo senso, testi come La Celestina, ad esempio, ci mostrano una lotta di classe non marxista che rivela conflitti alimentati da un desiderio umano multiforme, domato solo dalla prudenza, ma che non potrà mai essere pienamente soddisfatto o «risolto», poiché un simile sogno icarino, se tentato, si concluderà sempre con spargimenti di sangue e sofferenza.   Nella visione protestante, accade il contrario: ogni desiderio può essere realizzato perché la comunità degli esseri umani eletti ha soppiantato Dio e crede che il potere politico esercitato attraverso la violenza alteri la realtà.   In altre parole, la visione del mondo cattolica è tanto realistica quanto tragica, e si fonda su una filosofia vitalista chiamata disillusione. Pertanto, per un cattolico, il mito hegeliano del riconoscimento, in cui esiste un padrone e uno schiavo, è privo di significato, poiché l’esistenza non ha bisogno di essere riconosciuta sulla base di alcun sofisma cartesiano né è fondamentalmente soggetta ad alcuna forza umana suprematista.   L’esistenza è un dato di fatto, e la libertà consiste nell’accettare i limiti esistenti ed esplorare, in base al libero arbitrio, il regno di ciò che è umanamente possibile. Tra le numerose alternative di matrice cattolica al mito hegeliano del riconoscimento, troviamo, ad esempio, El Criticón di Gracián , in cui Critilo, uomo del Vecchio Mondo, e Andrenio, del Nuovo Mondo, si fondono in una sintesi in cui non ci sono né padroni né schiavi, ma piuttosto l’accettazione, in quanto pari, di una finitezza condivisa e di una vita che è libera solo se abbraccia la grande categoria etica del Cristianesimo e della letteratura del Secolo d’Oro spagnolo: l’anonimato.   Per i protagonisti di El Criticón, non verrà da un’illusione postumana, ma dalla trascendenza dell’amore (sempre anonimo), sebbene anche, nell’ambito della fama, dalle opere di ingegno che potranno essere tramandate alle generazioni future, mantenendo così viva la fiamma etica dell’Umanità.   L’anonimato, così spesso dimenticato nella nostra era egocentrica di selfie e ostentazioni pubbliche, è riconosciuto come fondamento della vera esistenza umana nel Sermone della Montagna, contenuto nel Vangelo di Matteo, dove Gesù Cristo indica chiaramente che bisogna pregare, fare l’elemosina o digiunare in segreto. Una delle novità del protestantesimo consisterà nell’ignorare di fatto questo comandamento, promuovendo l’esibizione pubblica della virtù come ideale etico, anche se ciò spesso dimostra ipocrisia e implica una sorta di deificazione dell’uomo.

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Il modo più chiaro per apprezzare la differenza tra la visione del mondo cattolica e quella protestante e come questa influenzi il nostro presente è probabilmente quello di leggere due testi contemporanei che fanno parte del nostro patrimonio culturale: il Don Chisciotte di Cervantes e l’Amleto di Shakespeare. Se avete l’opportunità di dedicare del tempo ai classici durante queste festività, assicuratevi di confrontarli.   Mentre Don Chisciotte viene sconfitto al primo ostacolo, ma dichiara, a un gentile vicino che mette in discussione la sua nuova identità, «Io so chi sono» – riscrivendo in modo autenticamente umano l’«Io sono colui che sono» di Yahweh – Amleto mette in discussione i fondamenti stessi dell’esistenza, sfiorando il suicidio nel celebre soliloquio «Essere o non essere».   La differenza è abissale, perché mentre in Cervantes troviamo un’affermazione dell’esistenza, che non ha bisogno di essere riconosciuta ma accetta le sue coordinate naturalmente umane, in Shakespeare assistiamo a un’apologia deicida del suicidio in cui Amleto arriva ad affermare che se non fosse per il terrore irrazionale del «che ci sia qualcosa oltre la Morte» cesseremmo di essere codardi, poiché «la naturale tinta del coraggio / è indebolita dalle pallide vernici della prudenza, / imprese di maggiore importanza / per questa sola considerazione cambiano corso, / non vengono intraprese e si riducono a vani progetti».   Il collasso della civiltà a cui ci sta conducendo la democrazia moderna deriva proprio dall’aver abbandonato la prudenza e dall’aver tentato, negli ultimi duecento anni, attraverso una concezione totalitaria dello Stato, di realizzare quelle «grandi imprese» di cui parla Amleto, che, pur essendo in realtà «vani progetti», hanno cercato di concretizzarsi contro ogni logica e legge.   David Souto Alcalde   Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Espana    

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Geopolitica

Karaganov: «una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata»

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Renovatio 21 traduce un articolo del politologo russo Sergej Karaganov apparso sulla rivista russa Profile. L’importanza del pensiero del Karaganov, per la Russia e per il mondo, è stata sottolineata da Renovatio 21 tante volte nel corso di questi ultimi anni.

 

Il susseguirsi accelerato di eventi, ognuno dei quali si sovrappone e si contraddice all’altro, è sconcertante e rende difficile cogliere l’essenza di ciò che sta accadendo. Cercherò di interpretare il corso della storia, attingendo alla mia esperienza e conoscenza, nonché al fatto che negli ultimi 35 anni non ho mai commesso errori significativi nelle mie valutazioni e previsioni. A volte ero leggermente in ritardo, ma più spesso ero avanti di diversi anni, o addirittura di un paio di decenni, rispetto alla comunità degli esperti.

 

Una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata. Le sue radici risalgono al 1917, quando l’Unione Sovietica si separò dal sistema capitalistico. Inizialmente, gli interventisti si scagliarono contro di noi; poi la Germania nazista e quasi tutta l’Europa occidentale, ma quest’ultima perse. Il secondo round iniziò negli anni Cinquanta, quando i popoli dell’URSS, a costo di enormi sofferenze e nella loro ricerca di sovranità e sicurezza, crearono la bomba atomica e successivamente raggiunsero la parità nucleare con gli Stati Uniti.

 

Così facendo, senza rendercene conto all’epoca, abbiamo minato le fondamenta di cinque secoli di dominio occidentale in ambito ideologico, che aveva permesso loro di saccheggiare il resto del mondo e soggiogare persino le civiltà più avanzate. Quel fondamento era la superiorità militare, sulla quale si basava il sistema di sfruttamento dell’intera umanità.

 

Dalla metà degli anni Cinquanta in poi, l’Occidente iniziò a subire una sconfitta militare dopo l’altra. Un’ondata di liberazione nazionale si diffuse in tutto il mondo, accompagnata dalla nazionalizzazione delle risorse che erano state accaparrate dai paesi occidentali e dalle loro multinazionali. L’equilibrio di potere globale iniziò a spostarsi a favore del mondo non occidentale.

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Gli Stati Uniti tentarono per la prima volta di riprendere il sopravvento sotto la presidenza Reagan, con un rapido aumento della spesa militare volto a ristabilire il proprio dominio e con il lancio del programma «Guerre Stellari». Intervennero nella piccola e indifesa nazione di Grenada per dimostrare che gli americani erano ancora in grado di vincere.

 

E in questo caso, l’Occidente è stato fortunato. Per ragioni interne, dovute all’erosione del suo nucleo ideologico e al rifiuto di riformare un’economia nazionale che stava diventando sempre più inefficiente, l’Unione Sovietica è crollata. Il sistema capitalistico globale, che era a sua volta in crisi, ha ricevuto un’enorme iniezione di energia sotto forma di una moltitudine di consumatori affamati e di manodopera a basso costo.

 

Sembrava che la storia si fosse capovolta. Iniziò un periodo di euforia, ma non durò a lungo. Stordito dalla vittoria, l’Occidente commise una serie di clamorosi errori geostrategici, e poi la Russia iniziò a riprendersi, principalmente grazie alla sua potenza militare.

 

Le radici immediate dell’attuale guerra mondiale emersero alla fine degli anni 2000. Già sotto l’amministrazione Obama, la politica in seguito denominata «America First» iniziò a delinearsi come una rinascita del potere statunitense. Le spese militari iniziarono ad aumentare e un’ondata di propaganda anti-russa si diffuse rapidamente. Mosca tentò, riappropriandosi della Crimea, di fermare l’ultimo tentativo di vendetta dell’Occidente, ma questo non fece altro che scatenare la furia occidentale.

 

Non siamo riusciti a capitalizzare su questo successo perché ci siamo aggrappati alla speranza di «raggiungere un accordo», abbiamo tergiversato sul «processo di Minsk» e ci siamo rifiutati di vedere come, sul territorio ucraino, l’esercito e la popolazione si stessero preparando alla guerra con la Russia.

 

Sono seguite nuove ondate di sanzioni e una guerra economica è iniziata addirittura durante il primo mandato di Trump. Tutti aspettavamo qualcosa. Poi è arrivata la distrazione del COVID, che con ogni probabilità rappresentava uno dei fronti della guerra già iniziata, ma che si è rivoltata contro l’Occidente stesso.

 

Abbiamo reagito con lentezza ai tentativi di rappresaglia. Quando finalmente lo abbiamo fatto nel 2022, abbiamo commesso diversi errori. Tra questi, la sottovalutazione dell’intenzione dell’Occidente di schiacciare la Russia, causa del suo fallimento storico, per poi rivolgere la sua attenzione alla Cina e soggiogare nuovamente la maggioranza globale, il Terzo Mondo, il Sud del mondo, che era stato liberato dall’URSS.

 

Abbiamo sottovalutato la prontezza alla guerra del regime di Kiev e il grado di condizionamento subito dalla popolazione ucraina. Speravamo che «la nostra gente» fosse ancora presente, sebbene a ovest del Dnepr ce ne fossero già pochi e il loro numero fosse in costante diminuzione.

 

Un altro errore fu quello di iniziare a combattere il regime di Kiev senza riconoscere che il principale avversario e la fonte della minaccia era l’Occidente nel suo complesso, in particolare le élite europee, che cercavano di distogliere l’attenzione dai propri fallimenti e, idealmente, di vendicarsi delle sconfitte storiche del XX secolo, prima fra tutte la sconfitta della stragrande maggioranza degli europei che marciarono contro l’URSS sotto le insegne di Hitler.

 

Il nostro errore principale, tuttavia, è stato il sottoutilizzo dell’arma più importante del nostro arsenale, un errore per il quale abbiamo pagato con la malnutrizione e persino la fame negli anni Quaranta e Cinquanta: la deterrenza nucleare.

 

Siamo stati trascinati in un conflitto definito «operazione militare speciale», accettando di fatto le regole del gioco imposte, una guerra di logoramento, data la superiorità economica e demografica del nemico. La guerra ha assunto un carattere di trincea, seppur con una dimensione tecnologica tipica del XXI secolo. Nel 2023 e nel 2024, tuttavia, abbiamo intensificato la nostra deterrenza nucleare, inviando diversi segnali tecnico-militari e modernizzando la nostra dottrina sull’uso delle armi nucleari.

 

Gli americani, che non avevano in alcun caso intenzione di combattere per l’Europa, soprattutto in presenza del rischio di un’escalation a livello nucleare e quindi della diffusione del conflitto sul territorio statunitense, hanno iniziato a ritirarsi dal confronto diretto già sotto la presidenza Biden, continuando a trarre profitto dalla guerra e, di fatto, a depredare gli europei. Trump, pur parlando di pace, ha proseguito sulla stessa linea, traendo profitto dalla guerra ed evitando il rischio di uno scontro diretto con la Russia.

 

La guerra mondiale ha attualmente due principali focolai convergenti: quello europeo, incentrato sull’Ucraina, e quello mediorientale, dove gli Stati Uniti e il loro alleato minore Israele stanno tentando di destabilizzare l’intero Vicino e Medio Oriente. Il Sud Asia potrebbe essere il prossimo. Il Venezuela è già stato schiacciato; Cuba è sotto pressione.

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È necessaria una nuova politica

Innanzitutto , dobbiamo comprendere che le profonde contraddizioni dell’attuale sistema economico globale, che minano le fondamenta stesse dello sviluppo umano, rischiano di portare alla distruzione dell’umanità. Allo stesso tempo, la prosecuzione della nostra attuale politica inadeguata in Ucraina rischia di sfinire il Paese e di indebolire la forza e lo spirito della Russia, che solo di recente hanno iniziato a rinascere.

 

In secondo luogo, sul piano politico-militare si può discutere di un cessate il fuoco e persino parlare di uno «spirito dell’Alaska». Ma allo stesso tempo, dobbiamo comprendere chiaramente l’essenza di ciò che sta accadendo: la pace a lungo termine e lo sviluppo del nostro Paese, così come dell’umanità intera, sono impossibili senza sventare il tentativo di vendetta politico-militare dell’Occidente, con l’Europa ancora una volta in prima linea.

 

Per impedire questa vendetta, è necessario distruggere il regime di Kiev e liberare i territori meridionali e orientali del quasi-stato «Ucraina», vitali per la sicurezza della Russia. I nostri coraggiosi combattenti e comandanti sul campo possono e devono continuare ad avanzare. Ma dobbiamo comprendere che una guerra di trincea modernizzata non porterà alla vittoria. Potremmo perdere, o quantomeno sprecare, centinaia di migliaia dei nostri migliori uomini, indispensabili per la lotta e le vittorie nel prossimo periodo storico, estremamente pericoloso e difficile, che quasi certamente comporterà uno scontro più ampio.

 

Terzo. È impossibile portare a una conclusione vittoriosa l’attuale conflitto in Ucraina, e tanto meno impedirne l’escalation in una guerra termonucleare globale, senza rafforzare significativamente la politica di deterrenza nucleare. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo smettere di parlare di «controllo degli armamenti». La questione di un nuovo trattato START deve essere chiusa. Allo stesso tempo, gli accordi sulla gestione congiunta della deterrenza nucleare e della stabilità strategica possono rimanere utili e persino necessari. Dobbiamo intensificare lo sviluppo di missili e altri sistemi di lancio a medio e strategico raggio per dissuadere l’Occidente dal tentare di riconquistare la sua superiorità. I ​​nostri avversari devono comprendere che la superiorità e l’impunità sono irraggiungibili.

 

Se impiegate in numero ottimale e guidate dalla dottrina corretta, le armi nucleari rendono impossibile la superiorità non nucleare e riducono la necessità di spese militari eccessive. Sistemi come Burevestnik, Oreshnik e altre piattaforme di lancio ipersoniche devono convincere il nemico di questa realtà.

 

Dobbiamo preparare la prossima generazione affinché le élite americane comprendano in anticipo che i loro sogni di ristabilire la supremazia e imporre la propria volontà con la forza sono irrealistici.

 

L’accelerazione nell’aumento della flessibilità delle capacità nucleari ha lo scopo di ricordare a tutti che è impossibile sconfiggere una grande potenza nucleare attraverso una corsa agli armamenti non nucleare o con una guerra convenzionale. Questo, ovviamente, presuppone che si eviti l’errore di un riarmo nucleare incontrollato, come fecero l’URSS e gli Stati Uniti negli anni Sessanta. Fu un’esperienza costosa e in gran parte inutile. Dobbiamo semplicemente chiarire che una simile corsa agli armamenti sarebbe futile e persino suicida per i nostri avversari. Su questo tema, vale la pena avviare un dialogo, quantomeno con gli americani.

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Allo stesso tempo, per frenare una Washington che ha perso il senso della misura, dovremmo includere nella nostra dottrina sull’uso delle armi nucleari e di altre armi, qualora gli Stati Uniti e l’Occidente continuassero sulla strada attuale verso lo scatenamento di una guerra mondiale, una disposizione che preveda una reale prontezza a colpire obiettivi americani ed europei occidentali all’estero, compresi quelli situati in paesi terzi. Farebbero bene a disfarsi di tali obiettivi.

 

A tal fine, dobbiamo continuare a sviluppare la flessibilità delle nostre capacità militari. Gli Stati Uniti e i loro alleati dipendono molto più di noi dalle infrastrutture, dalle basi e dai colli di bottiglia logistici e di comunicazione all’estero. Il nemico deve percepire la propria vulnerabilità e sapere che ne siamo pienamente consapevoli.

 

Vale la pena attingere all’esperienza dell’Iran nella difesa contro le attuali pressioni statunitensi e israeliane. Teheran ha iniziato a colpire i punti deboli del nemico, che ne ha risentito ed è stato costretto a indietreggiare. Modifiche alla dottrina e alla pianificazione militare specifica, inclusa la predisposizione ad attacchi asimmetrici, rafforzeranno l’effetto deterrente e potrebbero avere un impatto dissuasivo su un avversario sempre più incline ad azioni avventate.

 

Dovremmo riconsiderare le priorità per gli attacchi preventivi, partendo dalle opzioni non nucleari, per poi ricorrere, solo se necessario, a quelle nucleari come ultima risorsa. Tra i primi obiettivi dovrebbero esserci non solo i centri di comunicazione e di comando, ma anche i luoghi in cui si concentrano le élite decisionali, soprattutto in Europa. Questo li priverebbe del loro senso di impunità. Devono capire che se continuano la guerra contro la Russia, o scelgono di intensificarla ulteriormente, seguiranno attacchi devastanti.

 

Per rafforzare la credibilità di tale deterrenza, occorre intensificare gli sforzi per sviluppare munizioni, sia convenzionali che nucleari, in grado di penetrare strutture sotterranee fortificate, e tali sistemi devono essere testati. Bisogna sfatare l’illusione che le élite politiche e militari possano nascondersi in bunker o luoghi remoti. La recente pubblicazione da parte del nostro ministero della Difesa di un elenco di aziende europee coinvolte nel sostegno al regime di Kiev rappresenta un piccolo ma necessario passo in questa direzione.

 

Al momento, questa élite finge di temerci. In realtà, non ci teme affatto. Insistono costantemente sul fatto che la Russia non ricorrerà mai alle armi nucleari. Questa illusione deve essere infranta. Bisogna far loro capire che una continua escalation comporta rischi esistenziali. Forse allora faranno un passo indietro. Forse le loro stesse strutture interne, i cosiddetti “stati profondi”, li freneranno. Forse anche l’opinione pubblica si risveglierà dalla sua inerzia.

 

È inoltre necessario rafforzare la credibilità della deterrenza nucleare per superare quella che potremmo definire «autocompiacimento strategico», ovvero la convinzione che una guerra su vasta scala sia impossibile. Tale convinzione si è già dimostrata pericolosa.

 

Ciò è particolarmente rilevante nel caso della Germania. Un Paese che ha scatenato due guerre mondiali e che è responsabile di immense distruzioni non dovrebbe essere autorizzato a sviluppare nuovamente una potenza militare schiacciante. Qualora tali ambizioni dovessero emergere, deve essere ben chiaro che saranno contrastate con misure decisive.

 

Quarto. Per rendere credibile la deterrenza, è necessario apportare ulteriori modifiche alla dottrina nucleare. Essa dovrebbe affermare esplicitamente che, in caso di aggressione da parte di una coalizione dotata di maggiore potenziale economico, demografico e tecnologico, l’uso di armi nucleari potrebbe diventare inevitabile. Questa opzione deve essere presentata come un’ultima risorsa, ma reale.

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Potrebbe inoltre essere necessario riprendere i test per rafforzare la credibilità delle nostre capacità. Non è chiaro perché continuiamo ad aspettare che siano gli altri ad agire per primi.

 

Allo stesso tempo, l’escalation deve rimanere sotto controllo. Le risposte iniziali dovrebbero dare priorità agli attacchi convenzionali contro i centri di comando e le infrastrutture strategiche. Solo se l’escalation dovesse proseguire si dovrebbero prendere in considerazione ulteriori misure.

 

Il ricorso alla deterrenza nucleare è essenziale anche per contrastare il ruolo crescente dei droni e di altre nuove forme di guerra. I responsabili di tali attacchi devono comprendere che la rappresaglia sarà inevitabile.

 

Quinto. Oltre alle misure dottrinali e tecnico-militari, occorre adeguare le strutture di comando. Sarebbe opportuno nominare un comandante dedicato per il teatro operativo europeo, una figura con reale autorità e responsabilità, supportata da personale esperto.

 

Sesto. È tempo di riconsiderare l’idea che una guerra nucleare non possa avere vincitori. Sebbene un simile conflitto sarebbe indubbiamente catastrofico, la deterrenza si basa sul riconoscimento che l’escalation ha delle conseguenze. Il rifiuto di riconoscere questa realtà potrebbe di per sé incoraggiare comportamenti sconsiderati.

 

Sia chiaro: l’uso di armi nucleari sarebbe una tragedia. Ma il rifiuto di mantenere una deterrenza credibile potrebbe condurre a una catastrofe ancora maggiore, ovvero l’espansione incontrollata della guerra.

 

Settimo. Oltre alle misure militari, la Russia deve intensificare la cooperazione con i partner chiave. In particolare, il coordinamento con la Cina è essenziale. Occorre inoltre adoperarsi per stabilizzare altre regioni, compreso il Medio Oriente, attraverso nuovi accordi di sicurezza che coinvolgano le grandi potenze.

 

Ottavo. Visti i rischi dei prossimi decenni, potrebbe essere necessario valutare un allineamento strategico più stretto con la Cina, che includa potenzialmente un quadro difensivo temporaneo. Un simile accordo potrebbe contribuire a prevenire un’ulteriore escalation e a mantenere l’equilibrio globale.

 

Naturalmente, saranno necessarie ulteriori misure. Ma quelle qui delineate potrebbero essere sufficienti a fermare il conflitto in corso, preservare la forza della Russia e, soprattutto, impedire una deriva verso una catastrofe globale.

 

Se non agiremo con decisione, le conseguenze saranno profonde, non solo per la Russia, ma per il futuro dell’umanità stessa.

 

Sergej Karaganov

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

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Pensiero

Mons. Viganò contro la chiesa archistar per la nuova Milano sincretista. Chi la costruisce? E cosa dirà Ambrogio?

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X la notizia della realizzazione, con imprimatur dell’arcivescovo ambrosiano Delpini, di una chiesa dedicata a «fedi diverse» realizzata dall’archistar Boeri.   Il progetto è chiamato «Monastero Ambrosiano» e sarà realizzato da Stefano Boeri Architetti su commissione dalla Diocesi di Milano. Situato nel distretto tecnologico MIND (ex area Expo), sorgerà entro il 2029 come spazio di spiritualità, ricerca e confronto aperto al dialogo tra fedi diverse, culture e saperi del XXI secolo.   Per commentare il progetto para-sincretista, monsignor Viganò si affida alle parole santo vescovo milanese Ambrogio.   «La Chiesa non cerca i vostri doni, perché avete adornato con doni i templi dei pagani. L’altare di Cristo rigetta i vostri doni, perché avete eretto un altare agli idoli; poiché la voce è vostra, la mano è vostra, la sottoscrizione è vostra, l’opera è vostra. Il Signore Gesù rifiuta e rigetta il vostro omaggio, poiché vi siete sottomessi agli idoli; poiché vi ha detto: Non potete servire due padroni» (Mt 6, 24)   Sono parole tratte dalla Lettera XVII di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, all’imperatore Valentiniano II (384 d.C.), paragrafo 14.  

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Colpisce l’entusiasmo dell’arcidiocesi ambrosiana per il progetto in pieno stile mondialista.   «Il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 m², con 1.100 m² destinati agli spazi aperti: ispirato alla tradizione monastica cristiana, il progetto reinterpreta l’archetipo del chiostro come dispositivo spaziale e simbolico: un luogo introverso ma permeabile, in cui si articolano tre dimensioni fondamentali: cura, dialogo e ricerca spirituale» proclama il sito dell’arcidiocesi, che lancia anche un caloroso virgolettato dell’arcivescovo Delpini, già noto per la sua partecipazione allo storico incontro all’Ambrosianeum tra vertici della massoneria e prelati di alto rango, nonché per il racconto di barzellette sui gesuiti quando gli chiedevano delle decisioni di Bergoglio (che tanto piaceva ai massoni…).     In MIND, ha dichiarato monsignor Delpini «si incontrano conoscenza, ricerca, talenti, affari, divertimenti, la natura e la vita, l’Italia e il mondo. Nel cuore della città dell’innovazione si affaccia la domanda sul senso del tutto, sul perché dell’impegno e dell’investimento. La domanda invoca l’incontro tra scienza e sapienza, tra innovazione ed etica, tra tecnologia e umanesimo, tra profitto e solidarietà. (…) Così Milano scrive il suo futuro: non c’è convivenza, né pace, né bene comune senza Dio».   Non siamo molto distanti, immaginiamo, dalle salette di preghiera multifede degli aeroporti, che abbiamo visto sempre, in tutti i Paesi che hanno avuto lo stomaco (o l’ordine…) di metterle, vuote e logore.

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A questo punto due parole vanno dette sull’architetto, cioè l’archistar coinvolto: Stefano Boeri. Quello di Boeri può dirsi uno dei nomi centrali nella realizzazione della nuova Milano dei grattacieli miliardari (come il suo, premiatissimo, «Bosco verticale») costruiti dalle giunte piddine.   Il nome dell’architetto, onnipresente nella metropoli lombarda delle ultime due decadi e più (ha firmato pure importanti progetti di architettura d’interni e ristrutturazione per l’Inter, tra cui la riqualificazione degli spogliatoi della prima squadra a San Siro e la progettazione della Sala delle Coppe), era saltato fuori nelle turbine di inchieste al riguardo l’urbanistica sotto l’amministrazione Sala e rinviato a giudizio lo scorso gennaio.   Il Boeri, oltre che architetto di grande successo, è professore al Politecnico e pure direttore della prestigiosa rivista Domus. Il fratello maggiore del presidente INPS Tito Boeri e figlio della designer allieva di Marco Zanuso Cini Boeri (1924-2020) e del partigiano neurologo Renato Boeri (1922-1994).   Non tutti sanno che Boeri senior , dottore al Besta, fu tra i creatori nel 1989 della Consulta di Bioetica, che ha un roboante appellativo istituzionale ma in realtà è solo una onlus che promuove l’etica «laica»: sostiene il diritto all’autodeterminazione e ritiene eticamente ammissibile sia il suicidio medicalmente assistito che l’eutanasia attiva, qualora il paziente capace di intendere e volere ne faccia richiesta lucida e consapevole per porre fine a sofferenze intollerabili; ha promosso attivamente la «Biocard», una carta di autodeterminazione per consentire ai cittadini di rifiutare trattamenti sanitari (inclusa l’idratazione e nutrizione artificiale) in caso di perdita futura delle facoltà mentali; è favorevole all’accesso alle tecniche di riproduzione artificiale anche per coppie omosessuali e persone single; sostiene la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali e la liberalizzazione della diagnosi preimpianto.   È ancora più interessante sapere che l’architetto è quindi il nipote del senatore Giovanni Battista Boeri (1882-1957), avvocato membro del Partito Repubblicano Italiano, nonché – secondo le enciclopedia online e libri – massone iniziato il 26 dicembre 1903 nella Loggia Giuseppe Garibaldi di Imperia. Nel 1906 nonno Boeri divenne Maestro.   Sempre sul sito dell’arcidiocesi, il Boeri fa dichiarazioni che lasciano intendere in chiarezza il sostrato spirituale dell’operazione.   «Abbiamo inteso dare forma al nuovo Monastero Ambrosiano con un’architettura unitaria e aperta, che rappresentasse anche nelle sue spazialità l’abbraccio tra la nuova Chiesa, il prisma trasparente della Biblioteca delle Religioni e il chiostro triangolare del Giardino delle Fedi, posto all’incrocio tra il Cardo e il Decumano. Un monastero contemporaneo, pensato per rispondere alle esigenze di una società plurale e per promuovere coesione sociale, dialogo interreligioso e produzione di conoscenza».   Insomma, un luogo di sincretismo, anzi scusate, di «dialogo», parola abusa che forse abbiamo già sentito, un concetto portante di quei movimenti che promuovono il dibattito tollerante e costruttivo tra persone con idee politiche, religiose o sociali diverse. Il dialogo, dicono, è lo strumento principale per ricercare la verità e favorire la fratellanza universale, rifiutando il fanatismo. Il dialogo è, insomma «superamento dei dogmi», che poi sono proprio quella cosa tipica della chiesa cattolica.   Dove, in genere, si possono sentire questi discorsi sul primato del dialogo?   Ah, sì, ad esempio: «Il dialogo è il nostro pane consustanziale e viatico, è il cibo di cui i nostri fratelli si nutrono lavorando assieme nel rispetto della diversità». Sono parole da un’allocuzione del 2002 dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi.   Vi sareste aspettati di ritrovarle nella Chiesa di Milano? Certo, se consideriamo gli incontri semipubblici tra muratori e cardinali e tante voci striscianti su certi arcivescovi del passato, e pure se guardiamo in che stato versa il cattolicesimo meneghino (gestione cervelli conto terzi CL inclusa).   Vorremmo dire, però, qualcos’altro. Chi conosce Renovatio 21 conosce la nostra devozione ad Ambrogio. Per cui, non è che possiamo lasciare che si tocchi così il Santo vescovo di Milano.

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Il Santo non solo non tollerava le altre fedi (al punto di scrivere all’imperatore, che voleva punire i cristiani per una sinagoga incendiata a Callinico in Siria, dicendo che gli aveva dato fuoco lui stesso, Ambrogio), ma nemmeno variazioni eretiche del cristianesimo: Sant’Ambrogio estirpò l’arianesimo da Milano, e la cacciata degli ariani da parte del vescovo di Milano è uno degli episodi storici più celebri della città, a tal punto da essere entrato prepotentemente nell’iconografia e nella leggenda popolare.   Lo scontro tra Ambrogio e gli ariani culminò tra il 385 e il 386 con la cosiddetta «lotta delle basiliche»: l’imperatrice Giustina – madre di Valentiniano II e grande fiancheggiatrice dell’arianesimo, pretese che una basilica milanese (la Portiana) venisse ceduta agli ariani per i loro culti. Ambrogio si rifiutò categoricamente, affermando che le chiese appartengono a Dio e non all’imperatore.   Quindi, Ambrogio e la comunità cattolica milanese si barricarono all’interno della basilica per giorni. Per tenere alto il morale dei fedeli durante l’assedio dei soldati imperiali, Ambrogio compose e fece cantare per la prima volta i famosi inni ambrosiani.   Di fronte alla straordinaria resistenza pacifica del popolo e alla successiva scoperta dei corpi dei santi martiri Gervasio e Protaso (che rinvigorì il fervore cattolico), la corte imperiale dovette cedere. L’arianesimo a Milano perse così ogni spazio pubblico e politico, scomparendo progressivamente.   Quando vedete Ambrogio rappresentato col flagello in mano, vi è rappresentata questa lotta, questa intolleranza verso l’errore, il peccato, il caos.   Siamo dinanzi, ora, alla stessa situazione sia pure ribaltata: i nemici della Chiesa sono nella Chiesa stessa per sconsacrare, dissacrare, svuotare spazi sacri e creare spazi sacrileghi.   Cari milanesi, «cattolici» e «laici», siete sicuri che – in una situazione che ci pare proprio simile – il flagello di Ambrogio non possa tornare?   Roberto Dal Bosco

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