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La marcia della Wagner su Kiev e la macchina che crea la realtà

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Ci ho pensato a lungo, come tutti. Chiunque conservi un po’ di attenzione per la cronaca, e un minimo di scetticismo sulle narrazioni ufficiali, si è ritrovato, magari in ora tarda, a tentare di rispondersi alla domanda: l’intera rivolta della Wagner è stata una scenata.

 

Un po’ lo ho scritto nell’articolo precedente, quello sul «golpe gobbo» alla wagnerita.

 

Potrebbe essere una grande maskirovka, come da dottrina militare russa del XX secolo. La parola inizialmente significava semplicemente il camuffamento di mezzi e truppe, per poi andare a significare, più ampiamente tutte le manovre di inganno condotte sul nemico: esche, disinformazione, manipolazioni di ogni tipo.

 

Già nel 1944 L’Enciclopedia militare sovietica definiva la maskirovka come costituita dai «mezzi per garantire le operazioni di combattimento e le attività quotidiane delle forze; una complessità di misure, dirette a fuorviare il nemico riguardo alla presenza e alla disposizione delle forze». Esempi di maskirovka sarebbero riscontrabili nella battaglia di Stalingrado, nella battaglia di Kursk (1943), nella crisi cubana dei missili (quando Kennedy ordinò il blocco navale, ma testate atomiche sovietiche erano già sull’isola di Castro) e, qualcuno sostiene, durante l’annessione della Crimea, quando comparvero quelli che chiamarono «gli omini verdi», mentre Mosca negava ogni coinvolgimento.

 

Nelle ultime ore quantità di personaggi del fandom incondizionato di Vladimir Putin ha optato ciecamente per la versione della maskirovka, che ancora una volta dimostrerebbe la superpotenza strategica del personaggio. I mistici putiniani dicono che si tratta solo di una grande manovra, un colpo da maestro per portare truppe in Bielorussia.

 

Sarà vero? Potrebbe esserlo.

 

Partiamo dal fatto che dell’evento scatenante, cioè l’attacco contro la Wagner condotto dall’aviazione russa, non si sono avute immagini, ma solo i famosi tre audio di Prigozhin usciti venerdì sera, poche ore prima che occupasse il quartier generale militare di Rostov. Se sono usciti nel frattempo documenti visivi dell’attacco non lo sappiamo, ma lì per lì abbiamo considerato la cosa bizzarra: il Wagner boss ama le telecamere, e negli ultimi mesi non si tirato indietro mai quando c’era da farsi riprendere con fondali incredibili ed indicativi, cioè in ambienti che dicevano tutto: eccolo che insulta Shoigu e Gerasimov mostrando i cadaveri freschi dei suoi combattenti, eccolo che porta mandarini ai prigionieri ucraini, eccolo con alle spalle Bakhmut che chiede la resa di Zelens’kyj, eccolo che sfida il presidente ucraino mentre vola con un MiG, eccolo che si fa fotografare nelle tenebre di una miniera di sale…

 

Stavolta, invece, niente video. Solo audio. I media russi hanno usato l’assenza di video per smontare l’accusa dei bombardamenti; a noi sembra invece altro.

 

Ma allora, hanno finto tutto? Da certe scene viste in giro, verrebbe da pensarlo: lo spazzino che continua il suo lavoro tra i carrarmati, senza percepire minimamente la tensione del momento. La folla che acclama i wagneriani, i genitori che danno ai mercenari i bambini perché facciano la foto sul tank, Prigozhin che lascia tra selfie e strette di mano di folle di giovani in visibilio.

 

C’è la faccenda dei velivoli abbattuti, però: sono sei elicotteri e un grande aereo da trasporto. Hanno parlato di 15 piloti morti. Questa, in teoria, è la prova che non si tratta neanche lontanamente di una scenata. In realtà, abbiamo visto qualche video o qualche foto dei mezzi abbattuti, ma niente di dirimente. E verificare è, ovviamente, impossibile. Possibile cedere all’ipotesi, invero dal cospicuo sapore complottista, per cui gli aerei abbattuti sarebbero state simulazioni, parti integranti della maskirovka?

 

È un pensiero che abbiamo paura a fare. Tuttavia, è il momento di ricordare al lettore che egli con probabilità ha già veduto, nel corso della propria esistenza, un’altra maskirovka, e di proporzioni molto, molto maggiori: l’11 settembre 2001?

 

Ricordate? Degli aerei di linea centrarono perfettamente le due Torri di Nuova York: a pilotarli, in una manovra che riuscirebbe sì e no ad un Top Gun, dei sauditi che avevano malamente cercato di imparare i rudimenti del volo con dei CESSNA ad elica nelle settimane precedenti, tutti personaggi peraltro, è stato confermato di recente, che erano nelle liste dei controllati dei servizi americani.

 

Ebbene, le Twin Tower cascano verticalmente su loro stesse, e per soprammercato cade pure un palazzo limitrofo, la Torre 7, così, senza essere colpito nemmeno da un aereo di carta. Chi scrive ricorda di averlo visto in diretta, e sul momento non c’era da cercare tante spiegazioni, al massimo avrebbero detto poi cosa era stato a cagionarne il crollo. Così, lo sapete, non è stato…

 

Ora, non vogliamo tornare sui dettagli dell’11 settembre, una storia che quasi è oramai sepolta dalla storia e dai nostri cuori oberati dalle mille altre catastrofi delle ultime due decadi.

 

Tuttavia, vale la pena di ricordare cosa seguì all’atto megaterrorista del World Trade Center: trilioni di dollari vennero spostati verso il budget della Difesa americana, guerre sanguinarie ed inutili vennero combattute in Asia, dove perirono forse uno o forse due milioni di locali, con diaspore lancinanti (quella dei cristiani, ad esempio, spariti dall’Iraq) e creazioni di mostri ulteriori come l’ISIS e il nuovo Emirato d’Afghanistan.

 

Insomma, se era una mascherata, ha funzionato: le operazioni sono andate avanti come volevano i padroni del mondo, che spesso sono molto disinteressati degli effetti finali, e soprattutto del costo in termini di vite umane.

 

E quale era il fine a breve termine, quindi? Cosa c’era in gioco? Semplice: con la dimostrazione del suo potere distruttivo, l’America definiva una volta per tutte l’assetto unipolare del pianeta. Avrebbe comandato Washington, nella libertà di distruggere qualsiasi Paese e prenderne le risorse per sé e i suoi vassalli sviluppati, come previsto dalla purtroppo mai abbastanza citata dottrina Rumsfeld-Cebrowski.

 

Mi preme a questo punto ricordare la posizione espressa da un anonimo alto funzionario americano durante il lancio delle guerre post-9/11, che si espresse con parole terribili e visionarie.

 

Uscì nel 2004 un articolo sul New York Times Magazine, dove il giornalista premio Pulitzer Ron Suskind faceva parlare questa allora anonima figura dell’amministrazione Bush.

 

«Siamo un impero ora, e quando agiamo, creiamo la nostra realtà» diceva il personaggio. «E mentre studiate quella realtà, con giudizio, come volete, noi agiremo di nuovo, creando altre nuove realtà, che potete studiare anche voi ed è così che le cose si sistemeranno. Siamo gli attori della storia… e voi, tutti voi, sarete lasciati solo a studiare quello che facciamo»

 

In pratica, gli USA imperiali avevano ottenuto la macchina della realtà. Non si trattava più di conquistare il mondo, da di creare direttamente l’universo in cui vivono gli uomini, e poi ricrearlo, e crearne altri ancora.

 

Le Torri Gemelle, e la devastazione globale che ne seguì, avevano fornito allo Stato profondo americano strumenti di onnipotenza. Così almeno pensava il personaggio, che, sarebbe poi emerso, altri non era se non Karl Rove, fedelissimo dei Bush e vice capo dello staff di Dubya, neocon che ancora vediamo ad abundantiam su Fox News. Per intenderci: fu lui ad avvertire George Bush dell’attacco alle Twin Tower mentre il presidente si trovava in visita ad una scuola elementare della Florida.

 

A questo punto ci viene alla mente, per riflesso chirale, un’altra figura, in Russia però. Vladislav Surkov è oggi considerato un personaggio fuori dai giochi. Tre lustri fa, o più, uno stilista russo mi fece per la prima volta il suo nome, in una conversazione il cui tema erano le figure che davvero hanno potere in Russia. «È un oligarca?» chiesi. «No, è molto di più. È una specie di mago. E pure si diverte». Surkov è uno dei nomi sparati da Prigozhin negli ultimi giorni nelle sue tirate populiste contro i gerarchi moscoviti che si sono arricchiti in questi anni. È stato vicepremier di Medvedev, e assistente del presidente Putin dal 2013 al 2020.

 

Appassionato di musica hip hop e di arte astratta (teorizza l’inesistenza della libertà democratica, ma la verità della «libertà artistica»), oggetto di sanzioni americane da un decennio e oltre, Surkov, il «Karl Rove di Putin», è anagraficamente di origine cecena, parente, a quanto dice, di Dzhokar Dudaev, il primo presidente della Repubblica separatista di Ichkeria, assassinato da due missili a guida laser mentre parlava al telefono satellitare nel 1996: al film non manca davvero niente.

 

Molti chiamano Surkov una sorta di demiurgo in grado di plasmare la realtà secondo i suoi disegni, precisi quanto apparentemente incoerenti.

 

«Il suo scopo è minare la percezione del mondo da parte delle persone, in modo che non sappiano mai cosa sta realmente accadendo» dice il cineasta britannico Adam Curtis in un suo articolo del 2014. «Surkov ha trasformato la politica russa in uno sconcertante pezzo di teatro in continua evoluzione. Ha sponsorizzato tutti i tipi di gruppi, dagli skinhead neonazisti ai gruppi liberali per i diritti umani. Ha anche sostenuto i partiti contrari al presidente Putin».

 

Tuttavia «la cosa fondamentale è stata che Surkov ha poi fatto sapere che questo era quello che stava facendo, il che significava che nessuno era sicuro di cosa fosse vero o falso. Come ha affermato un giornalista: “È una strategia di potere che mantiene costantemente confusa qualsiasi opposizione”».

 

«Un incessante mutare forma, inarrestabile perché indefinibile. È esattamente ciò che Surkov avrebbe fatto quest’anno in Ucraina» scrive il pezzo che, ricordiamo, e del 2014 – i tempi di piazza Maidan e della Crimea riannessa. «In modo tipico, all’inizio della guerra, Surkov pubblicò un racconto su qualcosa che chiamò guerra non lineare. Una guerra in cui non sai mai cosa stiano realmente facendo i nemici, o anche chi siano. Lo scopo di fondo, dice Surkov, non è vincere la guerra, ma utilizzare il conflitto per creare uno stato costante di percezione destabilizzata, al fine di gestire e controllare».

 

Ad un certo punto, la faccenda assunse le tinte della fantascienza, anche grottesca. I giornali occidentali, BBC e Corriere della Sera inclusi, iniziarono a parlare di un dispositivo misterico e totipotente che sarebbe caduto nelle mani di Putin, il «nooscopio», una macchina che può attingere alla coscienza globale e «rilevare e registrare i cambiamenti nella biosfera e nell’attività umana». Ci sarebbe da ridere, e se qualcuno sghignazzava dietro le quinte, quello era Surkov – l’uomo che aveva capito che poteva disporre davvero di armi creatrici di mondi, di macchinari di magia imperiale in grado di produrre la realtà. Ecco che subentra il divertimento, l’ironia di livello meta: i giornaloni mondiali se la bevono tutta – Putin ha in mano la macchina che cambia l’universo.

 

Surkov nell’aprile 2020, a pochi giorni dall’operazione russa in Ucraina, è stato messo agli arresti domiciliari, con l’accusa di appropriazione indebita fondi per il Donbass. Nonostante questo, la sua lezione potrebbe essere rimasta.

 

La rivolta della Wagner rientra nella categoria della «guerra non-lineare» surkoviana? Della creazione di mondi come strumento politico?

 

E quindi, più in concreto cosa avrebbe in gioco la Russia con una simile sceneggiata? Specularmente all’11 settembre, qui si tratta di far finire una volta per tutte ogni parvenza di mondo unipolare, stabilendo una volta per tutte la multipolarità come stato delle cose globali. E ci si gioca, ovviamente, molto altro: la dedollarizzazione, per esempio, che è un cambiamento di assetto della geopolitica planetaria di cui ancora nessuno ha davvero preso le misure.

 

Se quindi fosse tutto vero, Prigozhin – come un bad boy, come una bad bank – si è agglutinato ogni negatività per procedere spedito lasciando al Cremlino la totale plausible deniability (concetto tipico della CIA: la possibilità di negare in maniere plausibile). Ad ogni nuova mossa della Wagner, Mosca potrà dire al mondo: «noi non li controlliamo! È un pazzo! È un animale! Ha tentato pure di attaccare noi»…

 

Ecco che quindi ogni rivolgimento, capovolgimento strategico diventa possibile.

 

I Wagner potrebbero marciare da Nord su Kiev, anche senza una vera capacità di conquista, obbligando la coperta ucraina ad essere tirata verso la capitale, lasciando libero il Sud, così magari da lasciar libero l’esercito russo di entrare, finalmente, ad Odessa, la città più russa del Mar Nero, della cui presa però, strambamente mai si è parlato davvero, anche se questa significherebbe in pratica la risoluzione della questione della Transnistria, che verrebbe definitivamente riannessa alla Russia (facendo partire il domino moldavo-romeno, dove di mezzo c’è la NATO…)

 

E se non fosse Odessa? Kharkov, la seconda maggiore città del Paese, dove pure non c’è stata la penetrazione che pareva esserci a inizio conflitto, dove perfino i Tinder delle ragazze kharkovite pullulavano di soldatini da Belgorod o da Grozny che ci provavano spudoratamente.

 

E se non fosse nemmeno Kharkov?

 

A fianco della Bielorussia c’è proprio la Polonia, che già è preoccupata per le armi atomiche che Putin sposterà ai suoi confini tra circa dieci giorni. Possibile che la Russia attacchi un Paese NATO? Con quello che ne consegue?

 

A questo punto, turlupinati dalle narrative magiche e sconvolti dagli eventi degli ultimi anni, possiamo pure dire che non lo riteniamo impossibile. Avete visto come gli intellettuali russi ora inizino a parlare di utilizzo delle armi atomiche contro i Paesi occidentali: fine del tabù dell’atomo, e Finestra di Overton termonucleare spalancata. Avete visto quanto il Cremlino abbia sorpreso tutti il 24 febbraio 2022, e in tante altre occasioni. Avete visto Medvedev annunciare la possibilità di spazzare via l’«avversario in eterno», la Gran Bretagna, con uno tsunami radiattivo generato da droni Poseidon. Avete visto che la realtà è illeggibile, irrazionale, irricevibile. Forse è programmata per essere così, per disorientarci.

 

Di certo, sappiamo che mai saremo arrivati qui se non fosse stata per la follia di Washington – dove, invece che un impero creatore di realtà, ci sono dei dementi che dalla realtà hanno divorziato, e sul serio.

 

La guerra ucraina è stata provocata da individui che credono che un uomo possa diventare femmina, che il clima possa essere modificato dalle virtù civiche, che uccidere feti in massa rientri nella salute delle donne, che castrare bambini faccia loro bene, che i nazisti siano democratici, che predare gli organi a persone incoscienti sia salvarle, che obbligare la popolazione a farmaci di alterazione genica sia una forma di libertà, che uccidere gli anziani, i deboli, i depressi e i poveri sia giusto, che un vecchio demente e corrotto possa vincere le elezioni con una decina di milioni di voti di scarto.

 

Questa è la vera maskirovka lanciata verso di noi, è la realtà che vogliono farci vivere, che hanno prodotto per noi, ma a cui per fortuna un certo segmento della società non crede più, né crederà mai più.

 

Ciò non toglie il fatto che siamo a un passo dall’abisso: ed è verità, realtà materiale, non illusione, menzogna, malìa.

 

È la nostra vita, e quella della nostra prole, che dobbiamo difendere dall’inganno e dai fabbricanti di realtà fatte per sterminarci.

 

Perché l’ora presente non è un Götterdämmerung, non è il «crepuscolo degli dei» di Wagner – è il crepuscolo nostro e della nostra umanità. In qualsiasi direzione andrà a finire questa guerra.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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L’antico incidente dietro la Tesla volante

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Lo spettacolo è, come spesso accade, vedere le reazioni della gente. Solo che stavolta la cosa è talmente incredibile, talmente storica che è chiaro che non si trovano le parole per definire quello che è accaduto. Elon Musk ha presentato una macchina volante – tutto qui. Anzi no: la macchina si arrampica pure sui muri. E viaggia da uno a cento chilometri all’ora in meno di un secondo.

 

È pazzesco, mai visto. È grottesco sentire i commentatori cercare di razionalizzare la demo della nuova Tesla Roadster dell’altro giorno. Minimizzare è impossibile, ma qualcuno ci prova: la tecnologia, borbottano, non sarà mai sulle auto in produzione. Con evidenza, nessuno è pronto per un salto del genere – perché è un vero salto di paradigma. È nel giusto chi pensa che non si tratti più di un’automobile, ma dell’antenato di una nuova specie.

 

 

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È ancora più triste guardare la concorrenza. Tipo, la Porsche: nello stesso giorno, ha presentato una sua nuova auto, in teoria bella pure, lo stesso giorno – notizia sparita nel giro di due ore, nonostante i tedeschi si fossero fatti un leak da soli, facendo fuggire in rete le immagini in anteprima.

 

E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia)

 

Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato.

 

La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile.

 

La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?

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La tecnologia viene da SpaceX, l’azienda spaziale di Musk, creata quasi due decadi fa attorno alla grande, ostinata trovata – allora ritenuta idiota da tutti i soloni dell’aerospazio, tra cui alcuni che conosciamo personalmente – di rendere riusabili i razzi spaziali. Il rientro atmosferico, e atterraggio (o ammaraggio), di veicoli alti 124 metri, cioè di palazzi da 40 piani, ha creato, credo anche con una proporzionale facilità, la conoscenza tecnica necessaria per far saltare ed atterrare un’auto sportiva. Tale fenomeno, sconosciuto ai più ma fondamentale per lo sviluppo di un’azienda, di un Paese, di una Civiltà, si chiama trasferimento tecnologico.

 

Ciò agisce, da un punto di vista finanziario, come una grande leva visiva per il merge tra le aziende Tesla e SpaceX, di cui si è vociferato – e non è la prima fusione di Musk, che aveva già unito con Tesla nel 2016 la sua ulteriore azienda fotovoltaica SolarCity e, più di recente, l’azienda di Intelligenza Artificiale xAI con X (il vecchio Twitter).

 

Elon, con il suo tono vagamente Asperger, dal palco ha ricordato che dietro all’auto volante vi è una profezia fallita, quella del suo «amico» Peter Thiel. «Volevamo le auto volanti, e invece abbiamo avuto i 140 caratteri» («We wanted flying cars, instead we got 140 characters») è la celebre massima di Thiel, miliardario e investitore della Silicon Valley ora ritenuto come una sorta di eminenza grigia, o nera, dietro l’amministrazione Trump con la sua società di data intelligence Palantir.

 

La frase, nata nel 2011 come sottotitolo del manifesto «What Happened to the Future?» del suo fondo d’investimento Founders Fund, è diventata l’emblema della sua critica alla stagnazione tecnologica, concetto che il Thiel ha ripetuto per anni dai primi Duemila, lamentando che l’estrema libertà del mondo dei bit – cioè dell’innovazione digitale – non è parallela a quella del mondo degli atomi, cioè della tecnologica fisica.

 

Al posto di grandi progetti («le auto volanti»), le menti e i capitali della Silicon Valley si sono concentrati su tecnologie di comunicazione incrementali e social media, simboleggiati dal vecchio limite dei «140 caratteri» di Twitter.

 

Elon ha lavorato con Thiel in PayPal, che costituiva la fusione della società di Thiel Confinity con X di Musk, due società di danaro virtuale di fine anni Novanta che stavano a Palo Alto a poca distanza l’una dall’altra, e che se si vedevano a pausa pranzo nello stesso ristorante della zona si guardavano in cagnesco. Thiel, tedesco nato in Germania con studi prima legali e poi filosofici come allievo diretto del pensatore del sacrificio René Girard, è ritenuto l’unico uomo che ha saputo tener testa a Musk in un’azienda: creato PayPal, organizzò un piccolo golpe interno per estrometterlo da CEO proprio mentre Elon era in viaggio di nozze.

 

È davvero ironico notare che ora Musk non solo ha comprato l’azienda dei 140 caratteri, cioè Twitter, ora X (che è il nome di suo figlio e appunto della prima azienda: il dominio x.com se lo è fatto dare da eBay che aveva comprato PayPal per una cifra simbolica), ma ha realizzato pure, nel totale rovesciamento della massima di Thiel, le auto volanti.

 

I due hanno un rapporto strano, dove tuttavia è visibile la continua grande stima reciproca. In particolare Thiel racconta che, divenuto investitore dopo aver venduto la sua quota di PayPal, aveva rifiutato di investire in Tesla giudicandola l’ennesima startup di questo tipo, per poi pentirsene, ma aveva poi finanziato SpaceX e le sue aspirazioni multiplanetarie. Dice che, assieme a David Sacks (un altro della cosiddetta PayPal Mafia, il gruppetto di mente dietro la nascita del sito di pagamento) David Sacks, ora cooptato alla Casa Bianca trumpiana come zar delle criptovalute, aveva compreso che Musk era un uomo che conosceva qualcosa rispetto al rischio che gli altri uomini ignoravano. «Sottovalutate Elon a vostro pericolo» aveva detto.

 

Ora, l’amciizia tra Musk e Thiel fa venire in mente che dietro la Tesla volante potrebbe esserci un fatto biografico, raccontato più volte da entrambi, in genere tra le risate del pubblico.

 

In pratica, con i soldoni arrivati per la vendita della società, Elon si era concesso l’auto più prestigiosa, e veloce (380 km/h), al mondo: aveva ordinato una McLaren F1 di colore argento, 627 cavalli e sedile di guida centrale, era all’epoca l’auto di serie più veloce del mondo (oltre 380 km/h). La consegna della vettura con la bisarca davanti a casa venne persino ripresa dalle telecamere della CNN in un filmato diventato poi storico.

 

Nel filmato si vede Elon allora giovane è già assai stempiato (le malelingue parlano di un trapianto riuscitissimo) e la prima moglie, la bellissima, dolcissima, Justine, madre del primogenito morto in culla e degli altri cinque avuti con la provetta. Il filmato traspira dell’affetto che la donna ha per il marito – pur accusandolo dinanzi alle telecamere di decadenza – e pare lampante come varie femmine successive del ragazzo (l’attrice Talulah Riley, la geniale cantante Grimes) siano in vario modo un calco della prima.

 

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La storia di quest’auto è legata a un aneddoto incredibile che coinvolge proprio Thiel. Nel 2000, mentre si trovava in auto proprio con Peter Thiel per andare a un incontro di lavoro cruciale per la fusione che avrebbe dato vita a PayPal, Musk cercò di mostrare le capacità di accelerazione della vettura. Senza controllo di trazione, perse il controllo: l’auto decollò, si schiantò contro un terrapieno e andò totalmente distrutta.

 

Poco prima dell’impatto, Thiel aveva chiesto a Musk provocatoriamente cosa potesse fare quell’auto tanto costosa, e Musk rispose con quelle che definisce essere le più celebri ultime parole in tanti casi: «Watch this», «Guarda questo». Thiel racconta che davanti a loro viaggiava l’auto di una signora, che dallo specchietto retrovisore dice di aver visto una specie di UFO volare in aria.

 

Nonostante il disastro, nessuno si fece male. Tra le lamiere, Musk disse a Thiel, con un umorismo inspiegabile: «non sai qual è la parte migliore: la macchina non è assicurata!» Thiel non rinunziò all’appuntamento di lavoro, e fece l’autostop fino all’ufficio del Venture Capitalist che dovevano vedere. Musk arrivò dopo.

 

È arduo non pensare che quella macchina volante sia bizzarramente una delle basi della macchina che si capovolge in aria e atterra perfettamente. Una risposta definitiva ad una domanda postagli dall’esistenza con un incidente bello consistente – per quanto innocuo e perfino divertente.

 

Scrivo di questa connessione per tentare di comprendere quanto sia profondo quello che sta facendo Elon Musk, giustamente salutato ora come l’uomo che tutto solo, single-handedly, sta avvicinando il futuro al presente.

 

Renovatio 21, il lettore lo sa, avvisa da anni del pericolo della figura, che, abbiamo scritto in passato, potrebbe pure essere l’anticristo. Produce auto magnifiche che si guidano da sole, ma che possono controllare ogni spostamento. Ha manopole sul discorso mondiale con X, unico spazio dove si incubano le idee fuori dai media dell’establishment e dai social bolsi e censurati. Crea serque di figli in provetta – e li presenta al papa. Dispone di capitali (di borsa, certo) senza precedenti storici: un trilione e più di dollari.

 

Tuttavia, è innegabile la forza dell’uomo e della sua opera. O meglio, la sincerità fattiva con cui affronta le sue ambizioni immense. SpaceX effettua da sola più lanci orbitali di tutto il resto del pianeta messo insieme, detenendo un monopolio di fatto nel settore aerospaziale grazie alla tecnologia dei razzi riutilizzabili: nel 2025 Musk ha realizzato 170 lanci totali, tutto il mondo messi insieme (cioè gli Stati-superpotenza di USA, Russia, Cina, etc.) meno di 150. (L’Europa Unita vale un totale di 8 lanci orbitali…)

 

Quindi sì, Musk è il signore dello spazio, e ora la scelta di chiudere le sue ubique costellazioni di satelliti Starlink agli ucraini probabilmente farà finire la guerra. Quindi, oltre che del cielo questo è il padrone anche della terra…

 

Non possiamo dire, anche dopo aver visto questa auto sportiva con i razzi, che il ragazzo ci sta antipatico. Quantomeno perché la sincerità l’ha avuta anche, ad esempio, per attaccare gli psicofarmaci SSRI e la pillola anticoncezionale, Fauci e la bioingegneria gain-of-function, i neocon, l’immigrazione e la balla della bomba demografica – in una parola la Necrocultura.

 

Un uomo che vive le sue visioni con onestà e sacrificio estremo può arrivare a risultati incredibili. Questa è, di mio, la lezione che mi porto a casa guardando le macchine che volano.

 

Questo è quello che ogni uomo dovrebbe tenere a mente per tenere in piedi la Civiltà umana.

 

Roberto Dal Bosco

 

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La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche

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Si riaccende il dibattito sulla pena di morte, e più specificamente sulle sue modalità, nel momento in cui in America si ricomincia a parlare di esecuzioni pubbliche, con il segretario della guerra Pete Hegseth che dichiara di voler trasmettere in streaming l’esecuzione di un ex psichiatra dell’esercito americano maggiore Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la sparatoria del 2009 in una base militare in Texas costata , sostenendo che gli americani debbano vedere le conseguenze di crimini di questo tipo. Lo Hasan, islamista, sarà giustiziato con plotone di esecuzione nella stessa base alla stessa ora della strage da lui perpetrata.   Quasi due secoli fa lo scrittore britannico Charles Dickens inviò al giornale londinese The Times in cui riportava il suo resoconto di un’esecuzione pubblica e auspica che la pratica di giustiziare i prigionieri avvenga a porte chiuse. Dickens assistette all’impiccagione pubblica di Frederick e Marie Manning (i coniugi condannati per il «delitto di Bermondsey», dove era stato assassinato e derubato l’amante della donna) fuori dal carcere di Horsemonger Lane a Londra, un evento a cui assistettero oltre 30.000 persone.   Renovatio 21 pubblica di seguito la traduzione della lettera che l’autore di Oliviero Twist scrisse al Times il 14 novembre 1849. Il Dickens è sconvolto non tanto dalla morte in sé, ma dal comportamento volgare, festoso e brutale della folla: risate, schiamazzi e bisticci. Dickens non affronta in modo astratto il concetto filosofico della pena capitale, ma chiede con forza che le esecuzioni fossero rimosse dalla vista del pubblico e svolte in forma privata all’interno delle mura del carcere, per evitare il degrado morale della società. Le sue denunce hanno contribuito al dibattito che portò, nel 1868, all’abolizione definitiva delle esecuzioni pubbliche nel Regno Unito.

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Al direttore del Times   Egregio signore,   Sono stato testimone dell’esecuzione a Horsemonger lane questa mattina. Mi sono recato qui con l’intenzione di osservare la folla radunatasi per assistere all’esecuzione, e ho avuto ottime opportunità di farlo, a intervalli per tutta la notte e ininterrottamente dall’alba fino a dopo la fine dello spettacolo.   Non mi rivolgo a voi con l’intenzione di discutere la questione astratta della pena capitale, né le argomentazioni dei suoi oppositori o sostenitori.   Desidero semplicemente trarre un vantaggio per il bene comune da questa terribile esperienza, ricorrendo al mezzo più immediato e pubblico per richiamare un’indicazione data da Sir G. Grey nell’ultima sessione del Parlamento, affinché il Governo fosse indotto a sostenere una misura che rendesse l’esecuzione della pena capitale una cerimonia privata all’interno delle mura carcerarie (con garanzie che l’ultima sentenza della legge venga eseguita in modo inesorabile e certo, tali da essere soddisfacenti per l’opinione pubblica), e supplicando con la massima insistenza Sir G. Grey, come solenne dovere verso la società e responsabilità che non può mai sottrarsi, di promuovere personalmente tale modifica legislativa.   Credo che uno spettacolo così inconcepibilmente orribile come la malvagità e la leggerezza dell’immensa folla radunatasi per l’esecuzione di questa mattina non possa essere immaginato da nessun uomo, né potrebbe essere presentato in nessun Paese pagano sotto il sole. Gli orrori del patibolo e del crimine che aveva condotto quei miserabili assassini su di esso, svanirono nella mia mente di fronte all’atroce comportamento, agli sguardi e al linguaggio degli spettatori riuniti.   Quando giunsi sulla scena a mezzanotte, l’acuto grido e gli ululati che si levavano di tanto in tanto, segno che provenivano da un gruppo di ragazzi e ragazze già radunati nei posti migliori, mi fecero gelare il sangue. Con il passare della notte, strilli, risate e urla in coro di parodie di melodie nere, con la sostituzione di «Mrs. Manning» a «Susannah» e simili, si aggiunsero a questi.   All’alba, ladri, prostitute di basso livello, teppisti e vagabondi di ogni genere si riversarono sul posto, dando vita a ogni sorta di comportamento offensivo e volgare. Risse, svenimenti, fischi, imitazioni di Punch, battute brutali, tumultuose dimostrazioni di indecente piacere quando donne svenevoli venivano trascinate fuori dalla folla dalla polizia con gli abiti in disordine, diedero nuovo slancio allo spettacolo generale.   Quando il sole sorse splendente – come accadde – indorava migliaia e migliaia di volti rivolti verso l’alto, così inesprimibilmente odiosi nella loro brutale allegria o insensibilità, che un uomo aveva smesso di vergognarsi del proprio aspetto e di ritrarsi da se stesso, come se fosse stato plasmato a immagine del Diavolo.   Quando le due miserabili creature che attiravano tutta quella vista orribile intorno a loro furono scagliate tremanti in aria, non c’era più emozione, non c’era più pietà, non c’era più il pensiero che le due anime immortali fossero andate al giudizio, non c’era più moderazione in nessuna delle precedenti oscenità, come se il nome di Cristo non fosse mai stato udito in questo mondo e non ci fosse tra gli uomini altra convinzione che perissero come bestie.   Ho visto, abitualmente, alcune delle peggiori fonti di contaminazione e corruzione in questo Paese, e credo che non ci siano molti aspetti della vita londinese che possano sorprendermi. Sono solennemente convinto che nulla di ciò che l’ingegno potrebbe escogitare in questa città, nello stesso arco di tempo, potrebbe causare una rovina simile a un’esecuzione pubblica, e rimango sbalordito e inorridito dalla malvagità che essa manifesta.   Non credo che una comunità possa prosperare laddove una scena di orrore e demoralizzazione come quella che si è consumata stamattina fuori dal carcere di Horsemonger lane si presenta proprio alle porte dei buoni cittadini, e passa inosservata, sconosciuta o dimenticata. E mentre, nelle nostre preghiere e nei nostri ringraziamenti per questo periodo, esprimiamo umilmente davanti a Dio il nostro desiderio di eliminare i mali morali del Paese, vorrei chiedere ai vostri lettori di considerare se non sia giunto il momento di pensare a questo e di estirparlo.   Sono, signore, il vostro fedele servitore,   Charles Dickens

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La Nuova Destra: il paganesimo salverà l’Europa?

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Di fronte alla crisi della civiltà occidentale, la Nuova Destra esercita un fascino su una gioventù alla ricerca di radici, grandezza e trascendenza. Tuttavia, dietro la difesa dell’identità europea si cela un paradosso: pretendere di salvare una civiltà rifiutando al contempo il cristianesimo che l’ha plasmata.

 

Pubblicato il 9 luglio 2026 dalle edizioni Via Romana, La Nouvelle Droite en question («La Nuova Destra in discussione») di Jean-Pierre Maugendre propone un’analisi storica e dottrinale di una corrente di pensiero la cui influenza va ben oltre i circoli intellettuali che l’hanno vista nascere. Direttore di Renaissance catholique, ex presidente del Mouvement de la jeunesse catholique de France (MJCF) e conduttore della trasmissione Terres de mission su TV Libertés, l’autore conosce bene gli ambienti politici e culturali ai quali dedica questo studio.

 

All’origine, il rifiuto del cristianesimo

La Nuova Destra prende forma all’indomani della guerra d’Algeria, in un clima di disillusione per una parte della gioventù nazionalista francese. Nel 1963, Dominique Venner partecipa alla creazione di Europe-Action, movimento che intende promuovere una coscienza nazionale europea, ma che si caratterizza fin dalle origini per un anticristianesimo militante e per ricorrenti riferimenti al paganesimo.

 

Dopo il fallimento della candidatura di Jean-Louis Tixier-Vignancour alle elezioni presidenziali del 1965, diversi di questi militanti abbandonano progressivamente l’azione politica diretta a favore di un lavoro intellettuale e culturale di lunga lena. Questo orientamento sfocia, nel 1968, nella fondazione del GRECE, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne.

 

L’obiettivo è ormai agire sulle mentalità per trasformare, alla fine, la società stessa. Sotto l’impulso di Alain de Benoist e di diversi collaboratori, la Nuova Destra ottiene un’audience considerevole alla fine degli anni Settanta, grazie in particolare alla sua presenza sulle colonne del Figaro Magazine, allora diretto da Louis Pauwels.

 

Jean-Pierre Maugendre ripercorre anche i prolungamenti di questa influenza nel Club de l’Horloge e poi all’interno del Front national, in particolare tra il 1984 e il 1998. Mostra così come un movimento inizialmente marginale sia riuscito a diffondere alcuni dei suoi temi in una parte della vita politica francese.

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Dietro l’identità europea, un’altra visione dell’uomo

Dietro la difesa dell’identità europea si delinea una concezione dell’uomo, della religione e della morale che si oppone su punti essenziali alla filosofia cristiana. È quanto mette in luce Jean-Pierre Maugendre risalendo alle fonti intellettuali della Nuova Destra.

 

L’autore studia in particolare l’influenza di Friedrich Nietzsche, Julius Evola, René Guénon e Louis Rougier. Nonostante le loro differenze, questi autori hanno contribuito a nutrire un pensiero segnato dal rifiuto dell’universalismo cristiano, dall’esaltazione della forza, dal relativismo morale e dal fascino per certe tradizioni religiose precristiane od orientali.

 

In questa prospettiva, ogni popolo sarebbe portatore di una propria concezione del mondo e di una propria religione. Il cristianesimo, con la sua pretesa di annunciare una verità destinata a tutti gli uomini, appare allora come un elemento estraneo all’identità europea originaria, o addirittura come una causa del suo indebolimento.

 

Una simile concezione entra direttamente in contraddizione con la fede cattolica, che riconosce in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini e afferma l’esistenza di una legge morale naturale universale. Misconosce inoltre il ruolo decisivo della Chiesa nella formazione della civiltà europea.

 

L’autore rileva inoltre le conseguenze morali di questa antropologia: esaltazione della volontà di potenza, concezione permissiva della sessualità, giustificazione dell’aborto per motivi eugenetici e rifiuto di una morale trascendente.

 

Un’influenza che supera i circoli intellettuali

Lungi dal considerare la Nuova Destra un fenomeno concluso, Jean-Pierre Maugendre ne esamina i prolungamenti contemporanei. Cita in particolare i lavori dell’Institut Iliade, fondato sulla scia di Dominique Venner, le pubblicazioni della rivista Éléments, nonché l’azione di personalità provenienti da questa famiglia intellettuale nei media alternativi.

 

L’Institut Iliade, in particolare, si è dato la missione di trasmettere la memoria della civiltà europea attraverso conferenze, convegni e corsi di formazione destinati soprattutto alle giovani generazioni.

 

Queste iniziative incontrano interesse presso chi rifiuta l’individualismo, il materialismo e la scomparsa delle eredità nazionali. Jean-Pierre Maugendre non nega né la qualità intellettuale di alcuni rappresentanti di questa corrente né il coraggio che dimostrano nella loro opposizione alle ideologie dominanti.

 

Riconosce diverse convergenze con le preoccupazioni dei cattolici legati alla Tradizione: difesa dallo sradicamento, rifiuto del livellamento egualitario, attaccamento al bene comune, senso dell’onore, fedeltà alla parola data e volontà di trasmettere un’eredità di civiltà.

 

Ma questi avvicinamenti non possono nascondere le divergenze dottrinali. In un’intervista concessa a Boulevard Voltaire il 25 settembre 2026, l’autore insiste su questo punto: «l’anticristianesimo resta un marcatore forte della Nuova Destra».

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Difendere la civiltà senza rinnegare Cristo

È nell’ultima parte che l’opera trova la sua portata più rilevante. Sotto il titolo «Né irrigidimento né ingenuità», Jean-Pierre Maugendre invita a non confondere l’opposizione agli errori moderni con l’adesione alla verità. La critica del materialismo, dello sradicamento o della cancellazione delle identità non basta a costituire una dottrina giusta.

 

Il successo incontrato da queste idee presso una parte della gioventù invita inoltre a interrogarsi sull’indebolimento della trasmissione della fede e della cultura cristiana, particolarmente incisivo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Questa rottura ha lasciato campo libero a correnti che pretendono di ritrovare le vere radici dell’Europa in un passato precristiano, relegando in secondo piano l’opera civilizzatrice della Chiesa.

 

Ma al di là di questa crisi di trasmissione, la divergenza fondamentale riguarda la natura stessa dell’uomo. Dove certe filosofie della Nuova Destra esaltano l’individuo forte, creatore dei propri valori, la dottrina cattolica insegna che l’uomo è una creatura di Dio, ferita dal peccato originale e chiamata alla vita soprannaturale dalla grazia.

 

Questa opposizione si ritrova nella concezione stessa della società. Jean-Pierre Maugendre ricorda allora una distinzione cara a Jean Madiran: se la fede è un dono di Dio, la cristianità è anche il frutto dell’azione degli uomini, quando si sforzano di stabilire un ordine sociale conforme alla legge divina. È proprio su questa nozione di cristianità che si rivela una delle opposizioni più profonde tra il pensiero cattolico tradizionale e la Nuova Destra.

 

Il libro si conclude con una nota di speranza, con l’evocazione della conversione di Guillaume Faye, uno degli intellettuali di spicco di questo movimento. Il suo ritorno alla fede cattolica, alla fine della vita, ricorda che gli smarrimenti filosofici e morali non chiudono mai definitivamente la strada della grazia.

 

Con La Nouvelle Droite en question, Jean-Pierre Maugendre offre un’opera breve, documentata e accessibile, particolarmente utile ai giovani cattolici attratti dai movimenti di difesa dell’identità europea. Ricorda loro che il vero risollevamento di una civiltà non può costruirsi contro i princìpi cristiani che l’hanno plasmata.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

 

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