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Geopolitica

Bakhmut è circondata, dice il capo della Wagner

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La compagnia militare privata Wagner avrebbe completamente circondato la città chiave di Bakhmut, chiamata Artjomovsk in russo. Lo ha annunciato venerdì il leader del gruppo Evgenij Prigozhin, come riportato dalla testata russa RT.

 

In un video apparentemente girato alla periferia della città, il capo della Wagner si è rivolto personalmente al presidente ucraino Vladimir Zelens’kyj, dicendogli che la città del Donbass è stata accerchiata e che ora è rimasta solo una strada fuori città.

 

«La tenaglia si sta chiudendo», dichiara il Prigozhin, aggiungendo che in precedenza il gruppo Wagner aveva combattuto contro l’esercito ucraino professionista, ma ora si imbatte invece in un numero sempre maggiore di giovani e anziani. «Stanno combattendo, ma la vita a Bakhmut è breve. Un giorno o due», dice Prigozhin.

 

Il capo della Wagner ha quindi esortato il presidente ucraino a consentire loro di lasciare la città mentre la telecamera fa una panoramica su quelli che sembrano essere soldati ucraini catturati. Tra loro c’è un uomo con una lunga barba grigia e due uomini dall’aspetto molto giovane. I prigionieri hanno lanciato un appello a Zelens’kyj, chiedendogli di lasciarli tornare a casa dalle loro famiglie e dai loro cari e di non ignorare la loro richiesta.

 

 

La città di Bakhmut-Artjomovsk, che ha visto alcuni dei combattimenti più pesanti durante la campagna militare in corso della Russia, fa parte di una linea di difesa ucraina di 70 km creata da quando Kiev ha iniziato i combattimenti nel Donbass nel 2014.

 

In una campagna durata mesi, le forze russe, principalmente membri della Wagner, hanno sistematicamente catturato insediamenti intorno alla città e hanno circondato Artjomovsk da Nord, Sud ed Est, scrive RT.

 

Zelens’kyj aveva a lungo insistito sul fatto che la città strategicamente vitale non si sarebbe arresa in nessuna circostanza, ma recentemente ha cambiato posizione.

 

Dopo che le forze di Kiev hanno subito pesanti perdite nella difesa della città, Zelenskij ha recentemente dichiarato che Bakhmut sarebbe stata difesa solo finché la cosa «rimarrebbe ragionevole».

 

I sostenitori occidentali di Kiev hanno anche incoraggiato il leader ucraino a ridurre le perdite e a ritirarsi dalla città.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’attività meditatica di Prigozhin si è particolarmente intensificata negli ultimi giorni, con frequenti video e dichiarazioni, talvolta critiche del ministero della Difesa russo presieduto da Sergej Shoigu.

 

Presente materialmente sul campo, lo si è visto in mimetica con i suoi soldati, dentro alle miniere o alle prigioni dove va a portare mandarini ai prigionieri di guerra ucraini.

 

 

In un video recente Prigozhin parla da un caccia Su-24 sopra i cieli di Bakhmut, sfidando Zelens’kyj.

 

«Domani salirò a bordo di un MiG-29, se lei desidera, ci incontreremo in cielo. Se vincerete, prendete Artyomovsk, altrimenti andremo fino al Dnepr».

 

 

 

 

 

Immagine da Telegram

 

 

 

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Geopolitica

Teheran: i Paesi che aiutano gli USA divengono «obiettivi legittimi»

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L’Iran ha invitato i Paesi di tutto il mondo a non prestare aiuto agli Stati Uniti nella guerra contro Teheran, avvertendo che qualsiasi sostegno all’aggressione li renderebbe legittimi bersagli di rappresaglia.

 

Nelle ultime due settimane Stati Uniti e Iran si sono scambiati attacchi reciproci dopo il fallimento del fragile cessate il fuoco all’inizio di questo mese. Il Pentagono si è concentrato principalmente su obiettivi nel sud e nel centro dell’Iran, mentre Teheran ha colpito installazioni militari statunitensi in tutta la regione. La ripresa delle ostilità ha interrotto il traffico marittimo nello Stretto di Ormuzzo e diverse navi mercantili sono state colpite.

 

Il generale di brigata Hossein Mohebbi, portavoce del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (i pasdaran), ha messo in guardia le nazioni di tutto il mondo dal sostenere l’aggressione statunitense.

 

«Qualsiasi Paese – che si tratti della Gran Bretagna, degli Stati del Golfo Persico o di altri – se appoggia gli Stati Uniti in guerra, diventerà un nostro obiettivo legittimo», ha dichiarato Mohebbi sabato. «Recentemente, i bombardieri B-1 statunitensi hanno utilizzato basi aeree in Gran Bretagna. Se collaboreranno, diventeranno obiettivi certi e legittimi per noi».

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All’inizio di quest’anno Londra era diventata uno dei principali centri nevralgici della guerra israelo-americana contro l’Iran, fungendo da punto di partenza per gli attacchi strategici statunitensi. Tuttavia Londra si era rifiutata di concedere l’accesso alle basi prima dell’attacco iniziale, alimentando ulteriormente le tensioni tra l’allora Primo Ministro Keir Starmer e il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale si era lamentato di quello che considerava un sostegno insufficiente da parte di uno stretto alleato.

 

Un messaggio analogo è stato espresso dal vicepresidente del parlamento iraniano, Ali Nikzad, il quale ha avvertito che qualsiasi nazione «che funga da fonte di aggressione contro il nostro Paese sarà certamente un obiettivo legittimo» per l’esercito iraniano.

 

«Negli ultimi anni abbiamo tollerato qualsiasi violazione da parte dei governi europei. Avvertiamo questi governi, in particolare il nuovo governo del Regno Unito… e il governo dell’Ucraina, di non farsi pedine degli Stati Uniti e di astenersi dal intraprendere avventure che non li riguardano», ha dichiarato Nikzad domenica in una sessione parlamentare.

 

Il riferimento all’Ucraina segue un incidente avvenuto all’inizio di questo fine settimana, quando Kiev ha attaccato una nave mercantile iraniana nel Mar Caspio, uccidendo una persona e ferendone un’altra. Kiev ha riconosciuto l’attacco, affermando di aver preso di mira «navi utilizzate per il trasporto di merci militari destinate all’Iran» in quelle acque.

 

Il ministero degli Esteri iraniano ha condannato l’attacco, affermando che «rischia di alimentare e di estendere ulteriormente le fiamme della guerra» e avvertendo di possibili ritorsioni per l’attacco «sconsiderato».

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Immagine di Tasnim News Agency via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

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L’amministrazione Trump sta valutando opzioni militari in Mali

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L’amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, Paese dell’Africa occidentale, per colpire un gruppo affiliato ad al-Qaeda noto come JNIM. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti giornalistiche citando funzionari militari.   Se venisse approvato, aggiungerebbe un ottavo Paese alla lista delle nazioni in cui il presidente Donald Trump ha ordinato attacchi dall’inizio del suo secondo mandato, un periodo della sua presidenza che inizialmente aveva annunciato sarebbe stato dedicato a porre fine ai conflitti globali e a riorientare le risorse americane verso i cittadini statunitensi.   Esiste però disaccordo tra gli alti funzionari americani sull’opportunità di procedere con l’attacco al gruppo militante. Un deciso sostenitore dell’uso della forza è Sebastian Gorka, direttore senior per la lotta al terrorismo del Consiglio di sicurezza nazionale, secondo quanto affermato da funzionari attuali ed ex funzionari, che, come altri, hanno parlato a condizione di anonimato per discutere di pianificazione militare.

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Il gruppo militante, il cui nome completo è Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ha consolidato la propria presenza in Mali e ha intensificato gli attacchi nelle nazioni costiere dell’Africa occidentale, affermandosi come il gruppo militante meglio armato della regione e tra i più potenti a livello mondiale.   Interpellato in merito dal giornale della capitale statunitense, un funzionario dell’amministrazione non ha voluto rivelare se il presidente intendesse procedere con attacchi militari, ma ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno esortato i governi del Nord e dell’Africa occidentale «ad acquistare attrezzature e servizi statunitensi per sostenere i loro sforzi bellici contro i terroristi».   Il funzionario ha affermato che il terrorismo nel Sahel, la vasta regione semi-arida a sud del Sahara, è un «problema multinazionale».   «Esortiamo i partner regionali e gli alleati della NATO a sostenere l’Alleanza degli Stati del Sahel nella sua guerra contro il JNIM e l’ISIS», ha aggiunto il funzionario, riferendosi anche allo Stato Islamico, che ha acquisito importanza in Medio Oriente prima di stabilire filiali in tutta l’Africa.   L’Alleanza degli Stati del Sahel è composta da Mali, Burkina Faso e Niger, tutte nazioni dell’Africa occidentale in cui, negli ultimi anni, i leader militari hanno rovesciato governi democraticamente eletti con colpi di Stato, interrotto in gran parte i rapporti con l’Occidente e si sono rivolti alla Russia per ottenere aiuto in materia di sicurezza.   Il funzionario dell’amministrazione ha però attribuito la colpa non a quei governi, bensì ai loro partner russi, affermando che Mosca «si è dimostrata un partner inefficace per la sicurezza del Mali».   «Ci auguriamo che le altre nazioni africane prendano atto della pessima performance della Russia nella lotta al terrorismo», ha dichiarato il funzionario.   Le valutazioni dell’amministrazione Trump su possibili interventi militari nel Paese non erano state precedentemente riportate.   Il Mali, nazione senza sbocco sul mare con quasi 25 milioni di abitanti, è stato negli ultimi anni segnato dalla violenza perpetrata da gruppi militanti islamisti, ma anche dalla stessa giunta militare maliana e dai mercenari russi assoldati per riportare la situazione sotto controllo.   I gruppi militanti, in particolare il JNIM, sono divenuti sempre più potenti, trasformando il Mali e i Paesi limitrofi del Sahel nel centro mondiale del terrorismo.   L’anno scorso, i militanti affiliati ad al-Qaeda hanno imposto un blocco dei carburanti che ha paralizzato gran parte del Paese. Questa primavera hanno lanciato attacchi coordinati su tutto il territorio nazionale, che hanno compreso la perlustrazione delle strade di Bamako, la capitale; la conquista di una città strategica nel nord del Paese, sottraendola all’esercito maliano e ai russi; e l’uccisione del ministro della Difesa in un attentato suicida.   Nel frattempo, l’ISIS Sahel, affiliato allo Stato Islamico e rivale del JNIM, ha consolidato il proprio potere vicino al confine tra Mali e Niger, dove l’anno scorso i suoi militanti hanno rapito il missionario americano Kevin Rideout, che si ritiene sia attualmente detenuto in Mali.   Per contrastare la violenza, la giunta militare maliana ha assoldato mercenari russi, inizialmente del Gruppo Wagner e ora di Africa Corps, quest’ultima più strettamente legata al Ministero della Difesa russo. Secondo organizzazioni per i diritti umani e precedenti articoli del Washington Post, i russi sono stati accusati di una serie di atrocità.   Lo scorso anno, nell’ambito di un’iniziativa dell’amministrazione Trump per riavvicinarsi al Mali, gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di Intelligence con il governo maliano, secondo quanto dichiarato all’epoca da funzionari americani, sia in carica che in pensione. Queste informazioni sono state utilizzate negli attacchi dell’esercito maliano, che era stato in gran parte emarginato dall’amministrazione Biden per il suo rifiuto di fissare una tempistica per il ritorno alle elezioni democratiche e per la sua collaborazione con la Russia.

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Finora tale cooperazione è rimasta limitata, ben lontana dalla portata della partnership di sicurezza tra Stati Uniti e Nigeria, intensificatasi lo scorso anno e che ha incluso attacchi aerei statunitensi e una missione di terra che ha ucciso uno dei massimi leader dello Stato Islamico in Africa.   Qualsiasi coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Mali comporta il rischio di ostilità con le forze russe nella regione. Potrebbe inoltre richiedere sforzi di de-escalation tra Washington e Mosca simili a quelli attuati in Siria durante la guerra civile in quel Paese.   Alla domanda se il Segretario di Stato Marco Rubio appoggiasse un intervento militare in Mali, il Dipartimento di Stato ha eluso la questione, affermando che gli Stati Uniti «condannano inequivocabilmente l’attività terroristica in Mali».   Un intervento militare statunitense contro il JNIM aggiungerebbe il Mali alla lista dei Paesi contro cui Trump ha ordinato attacchi: Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela. L’amministrazione ha inoltre condotto una controversa campagna militare contro presunti narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico orientale, che ha provocato decine di morti.   La Francia ha avviato il suo intervento militare nel Sahel nel 2013 su richiesta dell’allora governo del Mali. Le forze francesi hanno represso l’insurrezione in Mali e ristabilito un certo grado di ordine. A questa missione iniziale ne è seguita una seconda, l’Operazione Barkhane, che ha eliminato importanti leader militanti ma non è riuscita a fermare la diffusione di vari gruppi armati.   La rabbia nei confronti della Francia, alimentata dagli errori neocoloniali e dalla disinformazione russa, è cresciuta nel corso degli anni, contribuendo a innescare i colpi di Stato in Mali nel 2020 e nel 2021 e nei vicini Burkina Faso e Niger. Il presidente Emmanuel Macron ha poi ritirato le forze francesi.

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Gorka ha da tempo fatto delle aggressive politiche antiterrorismo un pilastro della sua ideologia. Tuttavia, il suo impatto sulle politiche dall’inizio del secondo mandato di Trump è stato modesto, ha dichiarato un funzionario statunitense, una fonte di sollievo per i suoi critici, che contestano il suo approccio intransigente, e una delusione per i suoi sostenitori.   In primavera, il Gorka ha avviato colloqui per diventare il prossimo direttore del Centro nazionale antiterrorismo di Trump, in seguito alle dimissioni di Joe Kent, che aveva lasciato l’amministrazione amareggiato dalla decisione del presidente di iniziare la guerra in Iran. Tali colloqui, però, non si sono concretizzati in una nomina ufficiale del Gorka.   Funzionari statunitensi, sia in carica che in pensione, hanno affermato che il Gorka era stato profondamente coinvolto nei colloqui per il rimpatrio del missionario catturato, Rideout. Uno degli obiettivi principali dell’amministrazione lo scorso anno era ottenere i diritti di sorvolo in Mali, ha dichiarato un ex funzionario, in modo che i funzionari statunitensi potessero far volare aerei e altre tecnologie di sorveglianza nei cieli maliani per monitorare meglio i suoi spostamenti.   Il desiderio di ottenere i diritti di sorvolo è stato alla base della decisione dell’amministrazione di revocare le sanzioni contro i membri chiave della giunta, tra cui il ministro della Difesa Sadio Camara, che era un sostenitore chiave dell’intervento russo in Mali ed è stato ucciso nell’attacco del JNIM il 25 aprile.   Secondo quanto affermano funzionari attuali ed ex, il Gorka era anche coinvolto in un’operazione per uccidere Abu Ubaydah Yusuf al-Anabi, un leader di una filiale di al-Qaeda con base in Algeria, la cui influenza è diminuita negli ultimi anni. Sebbene la scorsa estate i funzionari americani sperassero che l’intelligence statunitense fosse stata utilizzata in un attacco in Mali per eliminare al-Anabi, la sua morte non è mai stata confermata.  

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Geopolitica

La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina: parla il professor Mearsheimer

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La Russia ha la vittoria assicurata nel conflitto in Ucraina, e nessuna quantità di armamenti occidentali – compresi i sistemi di difesa aerea Patriot richiesti da Kiev – potrà cambiare questa realtà, ha affermato lo studioso di relazioni internazionali John Mearsheimer.

 

L’Ucraina è «altamente vulnerabile» agli attacchi russi, che potrebbero paralizzare la sua economia e trasformarla in uno stato «disfunzionale», ha dichiarato giovedì il professore dell’Università di Chicago al podcast «Deep Dive» di Daniel Davis.

 

Nel corso del conflitto, giunto ormai al quinto anno, Kiev ha fatto molto affidamento sugli aiuti militari occidentali. Vladimir Zelensky ha ripetutamente sollecitato gli alleati a fornire più armamenti, in particolare i sistemi Patriot, attribuendo i ritardi nelle consegne alle battute d’arresto subite dall’Ucraina sul campo di battaglia.

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Secondo Mearsheimer, la convinzione che un maggior numero di Patriot o di altre armi occidentali possa invertire il corso del conflitto è un’illusione.

 

«I russi sono praticamente liberi di attaccare qualsiasi obiettivo in Ucraina e non devono preoccuparsi minimamente che un missile Patriot o qualsiasi altro tipo di missile possa abbattere i missili o i droni in arrivo», ha affermato.

 

Considerato il «notevole vantaggio in termini di potenza aerea» della Russia e la carenza di manodopera che affligge l’Ucraina, «i russi vinceranno questa guerra» e «l’Ucraina emergerà come uno stato residuo disfunzionale», ha sostenuto.

Mearsheimer ha indicato i recenti attacchi russi contro il porto ucraino di Odessa come prova della strategia di Mosca. «A mio parere, i russi hanno di fatto tagliato fuori Odessa come porto di uscita per l’Ucraina», ha affermato.

 

All’inizio di questa settimana, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito depositi di carburante e infrastrutture portuali a Odessa, Nikolaev, Izmail e Chernomorsk, utilizzate per ricevere e immagazzinare materiale militare, affermando che quasi 30 navi al servizio dell’esercito ucraino sono state colpite.

 

Giovedì, l’emittente ucraina Strana ha riferito che il traffico marittimo si era di fatto bloccato, con nessuna nave entrata nei porti ucraini del Mar Nero il giorno precedente. Secondo Strana, gli attacchi russi sarebbero stati una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro i porti russi sul Mar Nero.

 

Gli attacchi hanno reso le spedizioni verso l’Ucraina sempre più rischiose, ha aggiunto Strana, sottolineando che il colosso delle spedizioni Maersk ha recentemente sospeso le operazioni nel porto di Chernomorsk.

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Mearsheimer sostenne inoltre che il conflitto tra Stati Uniti e Iran avrebbe ulteriormente ridotto il sostegno militare e finanziario europeo a Kiev.

 

«Credo che gli eventi in Iran e l’andamento della guerra tra Ucraina e Russia stiano creando una situazione in cui il futuro dell’Ucraina appare estremamente fosco», ha affermato il politologo chicagoano.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva sostenuto in un’intervista che i governi occidentali continuano a perseguire politiche mirate a indebolire la Russia fino a privarla definitivamente del suo status di grande potenza.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Mearsheimer aveva preconizzato ancora nel 2015 lo sfascio dell’Ucraina, accusando, già all’ora, l’Occidente di portare Kiev verso la sua distruzione invece che verso un’era florida che sarebbe seguita alla neutralità dichiarata dagli ucraini.

 

Il politologo appartiene alla schiera delle grandi figure politiche americane che hanno rifiutato la NATO, talvolta prima ancora che nascesse. Uno è George Frost Kennan (1904-2005), ex ambasciatore USA in URSS, lucido, geniale mente capofila della scuola «realista» delle Relazioni Estere (quella oggi portata avanti accademicamente proprio da Mearsheimer) e funzionario di governo considerato «il padre della guerra fredda».

 

Mearsheimer è noto altresì per il controverso libro La Israel lobby e la politica estera americana, tradotto in Italia da Mondadori. Il libro contiene una disamina dell’influenza di Tel Aviv sulla politica americana, e identifica vari gruppi di pressione tra cui i Cristiani sionisti e soprattutto i neocon.

 

Il cattedratico statunitense ha anche recentemente toccato la questione israeliana dichiarando che le intenzioni dello Stato Ebraico sarebbero quelle di allargare il più possibile il conflitto nell’area di modo da poter svuotare i territori dai palestinesi: «più grande è la guerra, maggiore è la possibilità di pulizia etnica».

 

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