Pensiero
Estasi ed orrore del tramonto occidentale. È un grande onore vivere un tempo come questo
Renovatio 21 ripubblica il video di una conferenza tenuta fondatore Roberto Dal Bosco tenutasi oramai quasi una decade fa. Si tratta dell’intervento per l’edizione 2014 del Convegno di Civitella del Tronto, organizzato come ogni anno dall’imbattibile Pucci Cipriani.
Lo riproponiamo perché molti dei temi sono ancora, incredibilmente di stretta attualità: il mondo sembra non essersi mosso più di tanto. Pensiamo all’enantiodromia atomica tra USA e Russia, tanto trattata da Renovatio 21, la competizione nell’abisso termonucleare che come notato qui già si trascinava dalla Guerra Fredda, forse anche da prima, e che era più presente che mai nel 2014 e oscenamente sbattutaci in faccia da questo 2022.
Pensiamo a quella che, già allora era chiaro da lustri, è l’importanza globale, storica e metastorica di Vladimir Putin, del suo pensiero (come espresso nei discorsi al Club Valdai) e delle sue azioni, e quindi, di fronte alla catastrofe papale presente, alla necessità di un nuovo ghibellinismo di matrice russa.
Pensiamo a quando, parole che possono sembrare ora profetiche, si dice del progetto per «isolare la Russia, istigandole contro la sua stessa culla, l’Ucraina».
«Mai nel grande giuoco contro la Russia – giuoco che Washington ha ereditato dall’Impero britannico – gli americani si erano spinti sino ad incendiare il cancello d’ingresso di Santa Madre Russia, la porta d’oro di Kiev. Mai attacco fu più diretto, sfrontato. Signori e signori, questa è la fase vera della Guerra Fredda, che fredda non è più. Una polveriera termonucleare, ecco cosa è la questione Ucraina».
No, la situazione delle cose del mondo non è cambiata.
Quanto al finale, con l’appello alla creazione di «un partito integralmente cattolico», ci rendiamo conto dell’amarezza.
Si parlava di «un partito di cristiani dalla Fede incrollabile, capaci – oggi più ancora dei tempi della Guerra Fredda – di creare la prosperità necessaria a vivere in pace, capaci di lottare per il futuro dei propri nipoti, capaci di difendere le genti dai pericoli inenarrabili che attorniano ora la vita umana.
Di una forza politica «per testimoniare il primato dell’Essere, il diritto delle nuove generazioni a fiorire, il diritto dell’Uomo a dominare sull’Universo visibile, e prosperare indefinitamente, secondo il comandamento di Dio: “Andate, e moltiplicatevi”».
Fa quasi male sentire queste parole e poi guardare il panorama ridicolo e devastato del cattolicesimo dell’ora presente.
Ahinoi, in questi otto anni nessun passo è stato fatto in questa direzione, a meno che non si voglia considerare qualche fenomeno grottesco e biodegradabile che fa perdere tempo alla gente.
Tuttavia, non perdiamo la speranza. Si prepara ora un’era molto, molto più buia del 2014 e degli anni successivi.
Un tempo in cui siamo chiamati a riorganizzare definitivamente le forze residue per provare a salvare il XXI secolo dalla Cultura della Morte.
Sotto riportiamo il testo preparato per la conferenza.
Estasi ed orrore del tramonto occidentale
Ci troviamo davanti ad un mondo che si sente al suo culmine.
Gli anni Novanta ci hanno consegnato la vittoria sul Comunismo. La sbornia di questo mondo unipolare, che quasi sente di aver risolto per sempre le sue contraddizioni, non è – ammettiamolo – ancora passata.
Il pensiero unico tuttora domina il discorso sociale, ovunque. Liberismo, democrazia, pace, sostenibilità… Francis Fukuyama parlava di «fine della Storia», Jean Baudrillard di «sciopero degli eventi». Come nel sogno hegeliano, la vicenda dell’uomo pareva aver trovato la sintesi finale, il superamento. E come ogni sogno idealista, siamo innanzi, ovviamente, ad un incubo.
Gli anni Novanta ci hanno consegnato un altra grande novità: internet. Un medium, ci hanno raccontato, che ci avrebbe reso tutti più liberi, più ricchi, più intelligenti.
Quello che è successo lo sappiamo tutti: la società è divenuta più povera, più stupida, più rabbiosa, più segregata nel vizio e nella solitudine. Ho recentemente scritto un libro su internet e sul partito che crede di rappresentarla, il quale ha ora in Italia un quarto dei voti del Paese. Ho ricevuto, l’altro giorno, qualcosa come cinquemila messaggi di scherno, di odio, di minaccia. Nessun ragionamento è più possibile, in un medium che è ora totalmente dominato dal risentimento e dalla disarmonia, e la coesione fra persone è solo un brodo tossico.
Internet e la telematica hanno distrutto, certamente con altre mostruosità portate dal modernismo come la globalizzazione e il mercatismo, l’economia italiana, facendo migrare la manifattura e l’industria di precisione verso l’Asia ed ora persino l’Africa.
L’Italia è un paese in ginocchio. Lo è di sicuro moralmente, lo è in via definitiva anche economicamente.
Il tutto mentre persevera il mito delle meravigliose sorti progressiva della UE, mentre ci raccontano che in fondo basterà fare qualche sacrificio per restare aderenti ad un apparato che in realtà, oltre a sovratassarci e pervertire i nostri figli, ci disprezza.
E sì che ci avevano detto che l’Europa Unità sarebbe stato un super-stato edenico, una cornucopia di prosperità e giustizia. Se leggete Repubblica o il Corriere, potete ancora trovare, sia pure in modo sempre piu sbiadito, questa idea.
L’oramai più che centenario «Oscar della massoneria», il premio Nobel, è stato assegnato l’anno passato ad un ghignante Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, che nega di essere membro di una loggia. Atto di onanismo esibizionista al limite dell’autismo, reso tollerabile solo dalla persistenza dell’idea del Sol dell’Avvenire europoide, il benessere dei popoli uniti, la bella bandierina con le 27 stelline…
L’Europa, infine, in questa promessa di Estasi si è perduta, ed è divenuta quel locus horriblis che ero tutti abbiamo sotto gli occhi: Eurosodoma.
L’Europa si eclissa, l’occidente («Abendland» per germanici, ossia la «terra della sera») muore dunque con il suo ultimo sole. L’occidente – sempre restando all’etimologia – si uccide. Il suicidio dell’Europa è sotto i nostri stessi occhi, e con tutto il suo orrore.
L’Europa, argomento di questo convegno a cui ho l’onore di essere stato invitato, è oramai stretta definitivamente nella morsa genocida della Cultura della Morte.
L’Europa vota per il suo suicidio, lo prepara con cerimonie sempre più oscene. L’eutanasia dei bambini belgi è uno degli esempi, nemmeno il più sconvolgente.
L’Europa è umanamente corrotta, e politicamente insignificante. Si diceva tre lustri fa: «L’Europa è un nano politico ed un gigante economico»: ora, con la mostruosa decrescita economica, non possiamo più nemmeno dire questo. Ictu oculi, l’Europa è un nano malefico, e basta.
L’Europa non è nulla. La vacca Europa è la flaccida vittima di un sacrificio al quale essa si presta con perversa docilità, muggendo appena, dopo che diavoli di ogni sorta hanno succhiato via il suo latte prezioso.
Se vi è ancora sulle terre emerse una battaglia tra il Bene ed il Male, gli attori protagonisti vanno cercati ai lati del vecchio continente. Paradossalmente, sia pure a parti invertite ed in un quadro infinitamente più complesso, abbiamo capito proprio negli ultimi anni che si riproduce quella medesima enantiodromia – pericolosamente drogata da armi termonucleari – che abbiamo visto nel recente passato: L’America e la Russia.
Da una parte abbiamo Washington. Sappiamo delle origini massoniche, talvolta boriosamente esibite, della nazione nordamericana. Oggi la situazione è ben più pericolosa di così. In plancia di comando, nello studio ovale, siede un personaggio che dietro la maschera tutto è meno che l’orgoglioso negro che vediamo in TV.
Barack Obama è quasi certamente stato allevato dalla CIA. La due generazioni precedenti della sua famiglia – in ispecie la nonnina bianca che dalle Hawaii finanziava Chiang Kai-Shek e ogni altra guerra asiatica (Corea, Vietnam, Indonesia, et coetera) – sono appartenute alla CIA. La madre stessa era con probabilità una spia della CIA, di elementi per pensarlo ve ne sono molti; sul padre, un kenyota che appresso alle basi militari delle Hawaii studiava russo, dubbi ve ne sono pochi.
Onore a Langley: come un antico ordine cavalleresco, alleva un suo figlio e lo infiltra sino al centro del potere, da dove ora autorizza legibus solutus lo sterminio di migliaia di persone attraverso i droni, i robot volanti seminatori di morte con i quali, nell’era Obama si è de facto militarizzata la CIA.
Non mi riesce di sorvolare qui sulle voci, certo suggestive, per cui il nonno e il padre di Obama fecero il famoso giuramento dei Mau Mau: un sacrificio umano, con squartamenti e cannibalismo, tramite il quale si entrava a far parte della setta pagana ed idolatra che gestì, con violenza inaudita (stupri, decapitazioni e quant’altro) la sanguinaria cacciata dei coloni bianchi dal Kenya. La consacrazione al «demone della montagna», come lo chiamavano i Mau Mau, valeva per tre generazioni, quindi comprenderebbe pure il Barack Hussein. Visto che il suo primo atto da Presidente fu elargire danari a multinazionali abortiste, visto che la sua riforma medica arriva all’aberrazione (che altro non è che una diabolica vendetta, vista tante volte nel corso della storia) di costringere la Chiesa a pagare gli aborti dei suoi dipendenti, non è in fondo un pensiero pazzoide credere che alla Casa Bianca risieda ora un demone, strictu sensu.
Poi, dall’altra parte, a Mosca, abbiamo un uomo differente. Abbiamo uno statista che il 19 settembre 2013, a Valdaj, parlò così:
«Possiamo vedere come i Paesi euro-atlantici stanno ripudiando le loro radici, persino le radici cristiane che costituiscono la base della civiltà occidentale. Essi rinnegano i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionali, culturali, religiose e financo sessuali. Stanno applicando direttive che parificano le famiglie a convivenze di partners dello stesso sesso, la fede in Dio con la credenza in Satana»,
«La “political correctness” ha raggiunto tali eccessi, che ci sono persone che discutono seriamente di registrare partiti politici che promuovono la pedofilia. In molti Paesi europei la gente ha ritegno o ha paura di manifestare la sua religione. Le festività sono abolite o chiamate con altri nomi; la loro essenza (religiosa) viene nascosta, così come il loro fondamento morale. Sono convinto che questo apre una strada diretta verso il degrado e il regresso, che sbocca in una profondissima crisi demografica e morale».
«E cos’altro se non la perdita della capacità di auto-riprodursi testimonia più drammaticamente della crisi morale di una società umana? Oggi la massima parte delle nazioni sviluppate non sono più capaci di perpetuarsi, nemmeno con l’aiuto delle immigrazioni. Senza i valori incorporati nel Cristianesimo e nelle altre religioni storiche, senza gli standard di moralità che hanno preso forma dai millenni, le persone perderanno inevitabilmente la loro dignità umana. Ebbene: noi riteniamo naturale e giusto difendere questi valori. Si devono rispettare i diritti di ogni minoranza di essere differente, ma i diritti della maggioranza non vanno posti in questione».
No, questa non è una enciclica di una Santo Papa.
Queste parole che avete inteso sono parole sante. Non vengono da un cattolico, va bene, ma sono per la mente di chi ha a cuore Vera Chiesa di Cristo, diamanti perfetti. Miracoli abbaglianti in un mondo – in una Chiesa – che ha espulso il Bene per farvi entrare ogni sorta di sozzura e malattia.
Ebbene, cari amici, ascoltate queste parole, anche a fronte dell’infame spettacolo di un Papa folle ed amorale chef dice ad una gazzetta massonica che «non vi sono valori non-negoziabili», io dico che voglio stare con un tale Imperatore. Voglio stare con lo Zar.
Voi sapete che la parola Zar, etimologicamente, viene (come la parola teutonica Kaiser), da Caesar. Cesare.
Vladimir Vladimirovic Putin parla meglio di un Papa. E finanche, crede più di un Papa – lo abbiamo visto tutti, qualche mese fa, quando diede a Bergoglio l’esempio di come si bacia un’icona, cosa che l’uomo biancovestito di San Pietro non aveva, all’apparenza, nessuna intenzione di fare.
E se sogniamo dei Re Cattolici, diciamo che adesso intorno a noi proprio non ne vediamo. Anzi, approfitto di questa occasione per chiede hic et nunc la ghigliottina per i Reali del Belgio, che hanno vidimato da poco un ulteriore sterminio medico degli infanti.
Sciolgo ogni mia perplessità, e dichiarò che al momento l’opzione unica per chi voglia difendere la Tradizione della vita umana sul Pianeta è quella di questo nuovo ghibellinismo, un ghibellinismo dalla imprevedibile matrice russa.
In questa prospettiva, certo sconvolgente per qualcuno che si è sempre orgogliosamente definito Guelfo, sull’orizzonte appare Fatima, ma pure, in qualche forma, la profezia slava della Terza Roma.
Vladimir Vladimirovic, lo sappiamo, viene dal KGB – ossia dalla più grande fucina delle persecuzioni cristiane. Molti non credono alla sua conversione, nonostante i ripetuti segni della croce davanti all’Icona della Madonna Vladimirskaja. Non so giudicare la sua fede, non posso nemmeno. Ma ricordo un romanzo, Il montaggio, che trattava della penetrazione del KGB nelle centrali culturali francesi (editori, giornali). Ad un punto del racconto, l’ufficiale del KGB malato accendeva un cero innanzi ad una icona. Nel mondo rovesciato delle spie sovietiche, forse l’ateismo era solo per le masse, mentre le spie conoscevano la verità sulla Madre di Dio. Comunque sia, la fede personale del Presidente Putin, davanti a discorsi stupendi come quelli di Valdaj, non fa testo.
L’ex KGB e i siloviki, gli uomini dei servizi ora a capo dello stato e della società russa, sono arrivati sino a di riplasmare l’onore perduto negli anni alcolici di Eltsin. La Chiesa Russa ha dal quel 25 dicembre 1991 – giorno in cui la bandiera sovietica fu per sempre ammainata, giorno ovviamente simbolico.
Alla Casa Bianca, abbiamo detto sopra, siede una creatura della CIA.
I servizi dei due Paesi – cioè gli animi più belligeranti dei rispettivi Stati – sono arrivati al potere in ambedue le grandi potenze.
Come possiamo pensare quindi che la Guerra Fredda sia finita?
La Guerra fredda non è mai stata più calda.
Lo stiamo vedendo in questi giorni della follia Ucraina, dove infuria tra morti e tensioni di intensità mai vista, la dottrina Brzezinski, lo stratega di origine polacca che ha ripreso con l’amministrazione Obama e che come tutti i polacchi cova una piagnucoloso revanscismo contro la Russia.
Isolare la Russia, istigandole contro la sua stessa culla, l’Ucraina, e domani sicuramente anche la Cina.
Mai nel grande giuoco contro la Russia – giuoco che Washington ha ereditato dall’Impero britannico – gli americani si erano spinti sino ad incendiare il cancello d’ingresso di Santa Madre Russia, la porta d’oro di Kiev.
Mai attacco fu più diretto, sfrontato. Signori e signori, questa è la fase vera della Guerra Fredda, che fredda non è più.
Una polveriera termonucleare, ecco cosa è la questione Ucraina.
Vi sono migliaia di testate atomiche ancora perfettamente puntate.
Tra le due parti, come figlio di Dio non ho dubbio alcuno su quale sia la parte dove schierarmi.
Non con i demoni neri alla casa bianca. Non con Eurosodoma. E nemmeno con quello che resta del Papato.
Ad Akita, in Giappone, la vergine apparve a Sorella Agnese Sasagawa in quella che fu l’ultima apparizione mariana riconosciuta ufficialmente da Roma. «Akuma ha, Kyōkai no naka made hairikomi» disse la Madonna. Akuma, il diavolo, entrerà sin dentro alla Chiesa. Akuma è qui, lo vediamo oramai scatenarsi su San Pietro quasi fisicamente. «Kyōkai ha, dakyō suru mono de ippai ni nari», la Chiesa sarà riempita di compromessi.
Sappiamo come andrà a finire per Nostra Signora di Akita. «Hi ga Ten kara kudari». Dal cielo calerà la pioggia di fuoco. Che sia il fuoco atomico scatenato dalla follia ucraina, non lo so.
Quale che sarà a suo momento il giudizio di Dio, forse ora non ci deve interessare. Ciò che rileva qui è altro. È quello che possiamo fare noi stessi che farà la differenza.
Quel che importa qui, è non rimanere inani davanti a questo spettacolo suicida. Lo spirito di una Ecclesia Militans, va riattivato in ogni dove. Va riacceso nella Chiesa, che è ora bramosa di sottomettersi a Moloch. Va riattivato nello Stato, nella vita civile, nel tessuto del Potere.
Quello che serve – non posso che partecipare anche io a questo coro – è un partito che sia integralmente cattolico. Non una riedizione della Democrazia Cristiana, che alla fine si è dimostrata solo un consesso di opportunisti senza Dio, incapaci di proteggere il popolo che credeva in loro e che in loro confidava con certezza.
No, serve un partito di cristiani dalla Fede incrollabile, capaci – oggi più ancora dei tempi della Guerra Fredda – di creare la prosperità necessaria a vivere in pace, capaci di lottare per il futuro dei propri nipoti, capaci di difendere le genti dai pericoli inenarrabili che attorniano ora la vita umana.
Scriveva profeticamente Marshall McLuhan: «quello che serve è la prontezza a sottovalutare il mondo nel suo insieme. Questo è possibile solo ad un cristiano».
Solo i cristiani possono vincere il Mondo, perché discepoli di colui che ha vinto anche la Morte, poiché della stirpe di quella Donna che schiaccerà la testa al Serpente.
Serve un esercito di cattolici che guardi l’abisso della realtà di oggi negli occhi.
Servono persone che sacrifichino – finanche la propria vita! – per testimoniare il primato dell’Essere, il diritto delle nuove generazioni a fiorire, il diritto dell’Uomo a dominare sull’Universo visibile, e prosperare indefinitamente, secondo il comandamento di Dio: «Andate, e moltiplicatevi». Un comandamento che in quest’ora nera in cui la Rivoluzione della Morte ha compiuto quasi del tutto il suo ciclo, diviene sovversivo, anzi – consentitemi – rivoluzionario.
In gioco c’è tanto, c’è tutto. La Salvezza dell’Uomo, della sua Anima, del mondo. La resistenza estrema del Bene quando la Morte e la sua Cultura stendono con violenza le loro mani assassine. Il Bene contro il Male, la Vita contro la Morte.
Questi sono giorni densi, incredibili. Sono giorni di pagliacci e demoni assassini, ma anche di angeli ed eroi.
Il nostro compito è uno ed uno solo: ricostruire il trono terrestre del Dio vivente.
Ricostruirlo in Italia, per ricostruire l’Europa, e la Civiltà tutta – prima o dopo l’apocalisse atomica che sia.
Mi disse un giorno un combattivo vescovo del Centrasia: «È un grande onore vivere in un tempo come questo». Sì, lo è.
E con questo, a chiunque vorrà partecipare questo progetto dico, nella lingua neoghibellina, «Spazibo». Una parola che contiene una invocazione chiarissima.
Etimologicamente è la contazione dell’antico «spasi bog», che significa, letteralmente, «Iddio vi salvi».
Iddio ci salvi.
Ho detto.
Roberto Dal Bosco
Civitella del Tronto, 8 Marzo 2014
Geopolitica
L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO
La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.
Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.
Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.
La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.
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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.
Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.
Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.
La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?
Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.
Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.
Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.
Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.
Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?
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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.
E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.
Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.
E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.
Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.
Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.
Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».
Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.
E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.
Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.
E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?
Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?
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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.
No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.
Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.
Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.
Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.
Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.
Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.
Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.
In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.
Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?
Aiuta Renovatio 21
Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.
Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.
E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.
Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?
Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?
Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);
Pensiero
L’abisso del mondo moderno
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Pensiero
Elogio degli Stati Uniti, vera nazione
Gli Stati Uniti d’America compiono un quarto di millennio. Il 4 luglio 2026 segna ben 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza avvenuta nel 1776 a Philadelphia, quando il Secondo Congresso Continentale approvò il documento.
È una bella contraddizione: noi europei (ma anche, più sommessamente, i cinesi e i giapponesi…) accusiamo gli americani di non aver storia, eppure si tratta di uno degli Stati più antichi del pianeta, sicuramente una Repubblica antica: sono più vecchie solo San Marino (301 d.C.) e la Svizzera (1291), non esattamente dei contendenti della possanza storica di Washingtone.
L’Italia, quanti anni ha? La Repubblica italiana ha 80 anni. Il Paese nel senso dell’«Italia unita» seguita dalle guerre massoniche ottocentesche ne ha 165 anni. Se il fine della storia è la democrazia, gli americani ci possono guardare come fossimo bambocci: i senza storia siamo noi.
Certo, non posso dirmi filo-americano. Riconosco il disegno intorno alla prima storia americana, e ho parlato, in passato del suo lato demonologico, di certo ereditato dai britannici.
Non si può nemmeno far finta di niente dinanzi al disegno dei padri fondatori, che era quello di creare una «Nuova Atlantide» scevra dagli influssi cristiani dell’Europa, e cioè dai re del vecchio continente e soprattutto dalla Chiesa cattolica. Tommaso Jefferson, Giorgio Washington e Beniamino Franklin erano per la creazione di un’utopia progressista, quanto talmente lontana dalla religione organizzata al punto da avere essa stessa dei nuovi toni religiosi, quelli della cosiddetta «religione civile».
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È interessante guardare la bella serie che oramai quasi venti anni fa produsse il canale HBO su John Adams, l’altro vero grande padre fondatore, motore politico ed ideologico del nuovo Stato nonché secondo presidente dopo Washington.
In una scena divertente, il Jefferson consegna una bozza della Costituzione ad Adams e Franklin. Vi sono quelle espressioni teistiche come quella per cui tutti gli uomini sono «dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili», come la vita e la libertà, che sono «self-evident», e che la Costituzione e lo Stato americano si limita quindi a ribadire e garantire – e non a concedere. Nella prima versione, lo slancio spirituale è tale che Adams e Franklin storcono il naso: il secondo arriva addirittura a dire che «puzza un po’ di papisteria» («popery», una parola dispregiativa per i cattolici usata dai coloni: Adams stesso era fieramente anticattolico…).
La serie andrebbe vista anche per l’allucinante sequenza in cui la moglie di Adams, Abigail, decide di variolizzare i figli contro il vaiolo. La variolizzazione era una pratica medica antica utilizzata per indurre l’immunità prima dello sviluppo dei vaccini moderni. I vaccini non esistevano, ma l’élite «laica» americana già vaccinava dolorosamente la prole. Una figlia degli Adams, notiamo en passant, fu in seguito uccisa dal cancro, dovendo subire nel processo anche l’amputazione della mammella.
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In pratica, già dal primo giorno, l’utopia USA ci dà dentro con tutti gli ingredienti del progresso, dall’anticristianismo, appena velato, al vaccino.
È facile spiegare perché: i Padri Fondatori erano tutti massoni. Non diciamo niente di sconvolgente: le immagini di Washington col grembiulino le abbiamo viste tutte, così come l’occhiuta piramidona dietro alla banconota del dollaro. C’è molto di più: un libro accademico scritto dallo storico britannico Nicholas Hagger, The Secret Founding of America: The Real Story of Freemasons, Puritans and the Battle for the New World («La fondazione segreta dell’America: la vera storia dei massoni, dei puritani e della battaglia per il Nuovo Mondo»), sostiene che la nascita degli Stati Uniti non sia stata solo un evento politico spontaneo, ma il primo passo pianificato dalla Massoneria per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale basato su ideali del progressismo muratorio.
Lo Hagger parla delle società segrete che operavano in USA praticamente da subito, compresi i famosi Illuminati di Baviera, ma non solo. Prima dell’arrivo della Mayflower a Plymouth nel 1620, i coloni di Jamestown avessero già fondato il primo avamposto inglese nel 1607. Il nuovo Stato, argomenta l’autore, apparentemente concepito nel nome della libertà, viene fortemente influenzato dalle credenze e dai simboli della massoneria, plasmando l’ossatura stessa delle istituzioni americane.
L’America, tuttavia, non si esaurisce con il suo Stato e i suoi massoni. Anzi.
Il consigliere elettorale del presidente Nixon, Kevin Phillips aveva un’analisi molto precisa di come l’America era composta: da una parte l’élite anglosassone, bagnata degli ideali puritani, che voleva di fatto replicare il modello aristocratico inglese senza però avere il re – essi sono i veri autori della Costituzione, che è di fatto un manuale di spartizione di potere con ramificazioni grottesche.
Dall’altra parte, vi era il popolo: quello che aveva combattuto, e vinto, la guerra di indipendenza antibritannica, e che non era puritano, talvolta nemmeno protestante (specie in seguito). Il neonato popolo americano sapeva di essere disprezzato dalla nuova élite cripto-aristo-inglese, ma accettò la Costituzione, tuttavia – forse credendo nella libertà più degli stessi ideologi del nuovo Stato – imposero la Dichiarazione dei Diritti (Bill of Rights), che garantisce che il nuovo potere non avrebbe in nessun modo potuto passare sopra i diritti dei cittadini in nome di una supposta «ragione di Stato».
Sono i famosi emendamenti in aggiunta al testo costituzionale – il diritto alla libera espressione, il diritto ad armarsi, il diritto a non essere perquisiti, il diritto ad essere giudicati da una giuria di pari, etc. – che di fatto sono più caratteristici della Costituzione stessa, al punto da essere confusi con essa.
Ora, nei secoli abbiamo visto come gli elitisti massoni puritani si sono evoluti: l’attivismo progressista statunitense, con il suo fondamentalismo abortista ed omotransessualista, porta una chiarissima cifra puritana, lo stesso zelo assolutista.
Dall’altra parte, abbiamo visto come il popolo americano, divenuto sempre meno protestante e sempre più cattolico (sì: proprio la religione contro lo Stato era stato programmato) abbia prosperato nel Nuovo Mondo.
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È qui che voglio finalmente partire con il mio elogio dell’America: dalla famiglia. Il famoso «sogno americano», vivo o morto che sia, per milioni di immigrati degli scorsi secoli (per quelli attuali la faccenda è molto differente) coincideva con la possibilità di lavorare e guadagnare a sufficienza per mettere su famiglia, magari in una bella casa indipendente, di dimensioni certo maggiori dei tuguri dei borghi europei da cui si partiva.
Questo è, in ultima analisi, il vero motore della storia della potenza americana: non gli spazi infiniti, non gli oceani, non le infinite risorse materiali, ma la capacità di produzione biologica, la moltiplicazione degli esseri umani sulla Terra.
Nel 1776, gli Stati Uniti contavano appena 2,5 milioni di abitanti. Oggi la popolazione supera i 342 milioni. Il popolo USA è più che centuplicato, un n fenomeno unico per rapidità e dimensioni. Subito dopo l’indipendenza, la popolazione era concentrata lungo la costa atlantica ed era prevalentemente rurale ed europea. Nel corso dell’Ottocento, l’espansione verso l’Ovest e l’acquisizione di nuovi territori hanno spinto milioni di pionieri a colonizzare il continente, supportati da tassi di natalità eccezionalmente alti.
Tra il 1776 e l’Ottocento, le famiglie rurali erano numerosissime, con una media di sette figli per donna. Nel Novecento il fenomeno del Baby Boom – che ha prodotto l’amata generazione dei boomer – dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha registrato l’ultimo grande picco: nel 1960 ogni donna americana faceva 3,5 figli, ben oltre la soglia di sostituzione del 2.1.
Più tardi, sotto l’influsso della Necrocultura scatenatasi intorno agli anni Settanta, il tasso è crollato, ma nel 1980 si aveva ancora un rispettabile 1,8. In questo 2026 siamo scesi a 1,6 figli per donna, ma si tratta di una cifra molto più alta di Italia (1,3), Germania (1,3), Spagna (1,1), Polonia (1,1), Giappone (1,1).
L’America fa ancora figli. Crede ancora nelle famiglie numerose – specie nei cosiddetti Flyover States, gli Stati interni dove persiste una popolazione collegata alle proprie tradizioni e al senso della famiglia – e ovviamente al cristianesimo. È soprattutto questo: la Cultura della Morte, che regna sulle popolazioni delle due coste oceaniche (da cui il voto per il Partito Democratico che fa i congressi con fuori le camionette per il feticidio) non arriva a disinstallare lo slancio vitale dell’americano medio.
Lo Stato profondo non è riuscito a piegare il popolo profondo. Che continua a mettere su famiglia, con le sue casette e i suoi truck, pickup e macchinoni vari. Non è solo una questione di tasso di fertilità. Osserviamo anche il dato dell’età in cui si diventa madre è indicativo. Le americane fanno in media il primo figlio a 27,5 anni. Anche qui, la divisione che stiamo descrivendo, in termini spirituali, politici e biologici, è netta: . Tuttavia, la demografia americana è fortemente polarizzata: nelle grandi aree urbane e negli Stati costieri (come New York o Washington D.C.) la media supera i 30 anni, mentre nelle zone rurali e negli Stati del Sud scende drasticamente a circa 24,5 anni. Un raffronto veloce lo si fa pensando all’Italia, dove l’età media è 31,9.
Chi mette su famiglia in America lo fa sfidando non solo il clima generale, ma anche la minaccia più diretta, sempre possibile negli USA – che sono, diceva un banchiere congolese decenni fa, «un frammento del Terzo Mondo che ha avuto successo e ha conservato le sue immense zone di sottosviluppo» – della povertà travolgente. Chi mette su famiglia lo fa alla faccia del rischio immane di venirne inghiottito, magari grazie al libero divorzio. Per riprodurti, e seguire la tradizione della villetta col giardino, ogni americano vive sui limiti delle proprie possibilità, rischiando continuamente la bancarotta.
Nemmeno ciò li fa desistere. Pensiamo invece all’Italia, dove invece del debito privato, specie per la generazione dei boomer, c’è un immenso accumulo di risparmio, che poi produce, spesso, un bel figlio unico.
In definitiva, l’America, nonostante il comando della sua élite, rifiuta farsi sterilizzare. E sappiamo che le stanno provando tutte per impedire di fargli creare una famiglia. Ogni ingrediente per il depopolamento è stato gettato sul popolo americano in primis: anticoncezionali, aborto, cultura edonista (con i voli a basso costo a fungere da vettore primario di autosterilizzazione) e pure le tasse, che consideriamo come un grande dispositivo antibiologico, ma ne parleremo un’altra volta.
Per cui è importante dare agli USA il titolo giusto: gli Stati Uniti sono una vera nazione.
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La parola «nazione» avrebbe in teoria un etimo di facile comprensione: viene da natus, participio passato di nasci, il verbo latino per nascere.
E quindi: se un Paese non produce più nascite non dovrebbe più dirsi come nazione. Se rifiuta la famiglia come sua base, come può essere una nazione, un sistema di nascite?
Ecco che comprendiamo quel concetto che tentiamo di spiegare da anni su Renovatio 21: lo Stato non è la nazione. Lo Stato moderno, soprattutto, non è fatto di persone (la pia illusione degli ottusi: «lo Stato siamo noi») ma è una struttura, una macchina, che programmato con i codici della Necrocultura diventa essenzialmente un sistema di morte, un dispositivo per torturare ed uccidere il proprio stesso popolo.
A differenza dello Stato, la nazione è fatta non solo di esseri umani: è fatta di nascite. È fatta di una volontà, condivisa per legge naturale da quasi tutta la popolazione, di riprodurre la vita umana.
Chi in questi anni ha blaterato di nazionalismo con ogni probabilità pensava, più che a questa semplice realtà ultima della politica (la nazione è vita!), alla difesa di uno Stato, con il suo territorio (come se esso non fosse cangiante), una sua lingua (come se fosse importante), perfino alle sue tradizioni culinarie. Il vecchio nazionalismo, che ingenuamente si fonda sul concetto contraddittorio di Stato-nazione (due cose che in realtà ora sono in contrapposizione violenta) non può andare oltre al tifo calcistico.
Gli Stati Uniti si sono dati come una delle patrie della Necrocultura: gran parte della spinta è venuta da lì, in particolare da casati come quello dei Rockefeller, che per qualche ragione si sono trasmessi per generazioni non solo l’immane ricchezza ma anche l’imperativo della riduzione della popolazione. Gli investimenti dell’élite per creare una cultura contro la vita – una cultura anticristiana – in USA sono stati impressionanti, e Hollywood ne è un esempio luccicante.
Il piano non è riuscito. Se il popolo è sufficientemente libero non può rifiutare la vita. Non può negare la sua continuazione biologica e spirituale, non può sputare sul suo futuro. Non può odiare i propri figli.
E quindi: sì, gli Stati Uniti sono ora un esempio di vera nazione, nel vero senso del termine. Quando pensiamo alla loro complicata egemonia, in fondo alla testa sappiamo anche questo: gli americani ci credono. Credono alla propria nazione, fatta dall’insieme non solo dei singoli, ma delle loro famiglie. Ecco il segreto del loro potere.
Certo, nell’élite americana, sin dal principio, alberga un impulso di morte e distruzione consistente, ed essendoci di mezzo la massoneria non è che poteva essere diversamente. Ancora oggi, Washington ha la possibilità di sterminare la vita sul pianeta, disponendo di circa 3.700 testate nucleari attive su un totale di 5.042.
Si tratta, in fondo della scelta che ogni Stato, che ogni uomo è tenuto a fare: la vita contro la morte. Una nazione vera, tuttavia, non può che avere una risposta, quella della vita.
È l’auspicio che rivolgiamo anche ad un altro Paese, più giovane degli USA, parimenti creato dai massoni: l’Italia. Per fare dell’Italia una nazione bisognerà, tuttavia, riformulare il suo Stato.
E, vista la prospettiva di sterilità e morte che vediamo quando guardiamo alla nostra società, non crediamo che ci sia ancora tantissimo tempo.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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