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Spirito

Akita, Nostra Signora della pioggia di fuoco

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Non è sbagliato, in questo momento storico, ricordarsi dell’ultima apparizione mariana riconosciuta dal Vaticano: Nostra Signora di Akita.

 

Akita è in Giappone. La Madonna vi apparve oramai mezzo secolo fa. Il messaggio che diede a suor Agnese Sasagawa fu sconvolgente. Parlava di una distruzione massiva, di pene orrende: parlava del Castigo divino.

 

Di più: parlava di una «pioggia di fuoco» che sarebbe arrivata dal cielo e avrebbe devastato l’umanità. In queste ore non possiamo non pensarci: chiunque può riconoscere che viviamo il momento più pericoloso della storia umana, con la devastazione dei missili termonucleari più vicina che mai.

 

Ma parliamo di Suor Agnese e dell’apparizione di Nostra Signora.

 

Katsuko Sasagawa nacque nel 1931 presso Niigata, città dell’Honshu, l’isola principale dell’arcipelago giapponese. Rispetto a Niigata, dall’altra parte del mare c’è Vladivostok.

 

Sin da giovane Katsuko fu malata. Neanche ventenne, subì un’appendicectomia che la lasciò paralizzata: i medici avevano sbagliato qualcosa con l’anestetico. La cura di questa paralisi procurò alla ragazza e alla famiglia infinite altri operazioni e dolori negli anni a seguire.

 

Fu in quel tempo che Katsuko venne a contatto con una infermiera cattolica (anche in Giappone, a quel tempo, negli ospedali c’erano le suore…) che la introdusse alla parola di Cristo. Katsuko conferì un monaco buddista, poi si convertì e ricevette il nome di Agnese.

 

Tuttavia la ragazza continuava a soffrire. Nel 1956, entra in coma. Delle suore arrivate da Nagasaki – la città più cattolica del Giappone… – le bagnano le labbra con dell’acqua di Lourdes. Agnese riprende subito conoscenza.

 

Il suo impegno per la comunità cattolica è tanto: inizia a fare la catechista nella chiesa di di Myoko, un paese lì vicino.

 

Nel 1973 Agnese perde l’udito. La famiglia la rivuole a casa, ma lei prende la decisione di entrare le Serve dell’Eucarestia a Yuzawada, un ordine di suore contemplative istituito vicino alla città di Akita da Mons. Jean Shojiro Itō, il  vescovo di Niigata che in futuro diverrà parte integrante della rivelazione mariana

 

 

Alle 8:30 del 12 giugno 1973, Suor Agnese apre il tabernacolo della cappella dove doveva tenersi l’adorazione eucaristica. Suor Agnese viene investita da una luce potente. Si prostra a terra: sa che può trattarsi di un evento soprannaturale, ma si chiede anche se non sia invece una semplice allucinazione.

 

Il 5 luglio, mentre dice le preghiere della sera, sente sulla mano destra aprirsi una ferita a forma di croce, lunga 3 centimetri e larga 2. Suor Agnese pensa ad un graffio, anche se sente che la carne è tagliata molto in profondità, come fosse stata punta.

 

Quella notte alle 3:00  Suor Agnese sente una voce:

 

«Non temere! Non pregare solamente a causa dei tuoi peccati, ma anche a riparazione di quelli di tutti gli esseri umani (…) Il mondo di oggi ferisce il Santissimo Cuore di Nostro Signore con la sua ingratitudine e le sue ingiurie. La ferita di Maria è molto più profonda della tua».

 

Agnese è quindi guidata alla cappella, dove la voce, a domanda, risponde: «Sono colui che è accanto a te e veglia su di te». È l’angelo custode di Suor Agnese.

 

Ma ecco che un’altra voce che irrompe nella cappella:

 

Figlia mia, mia novizia, mi hai obbedito bene abbandonando tutto per seguirmi. È dolorosa l’infermità alle tue orecchie? La tua sordità sarà guarita, stanne certa. La ferita alla tua mano ti fa soffrire? Prega in riparazione ai peccati degli uomini. Ogni persona in questa comunità è la mia insostituibile figlia. Recitate bene la preghiera delle Serve dell’Eucarestia? Allora recitiamola insieme:

 

Sacratissimo Cuore di Gesù, realmente presente nella Santa Eucarestia, io consacro il mio corpo e la mia anima per essere interamente uniti con il Tuo Cuore che viene sacrificato in ogni istante in tutti gli altari del mondo, dando lode al Padre e invocando la venuta del Suo Regno.

 

Ti prego, ricevi l’umile offerta di me stessa. Usami come desideri per la gloria del Padre e per la salvezza delle anime.

 

Santissima Madre di Dio, non farmi essere separata dal tuo Divino Figlio.

 

Ti prego, difendimi e proteggimi come tua figlia particolare.

 

Amen.

 

Infine la Madonna aggiunge:

 

Prega molto per il Papa, i vescovi e i preti. Dal momento del tuo Battesimo hai sempre pregato per loro con fede.

 

Continua a pregare molto, moltissimo.

 

Racconta al tuo superiore tutto quello che è successo oggi e obbedisci a tutto ciò che ti dirà.

 

Egli ha chiesto che tu preghi con fervore.

 

Suor Agnese, quindi, prega. Ha dinanzi la statua della Vergine della cappella, una copia della Vergine di Amsterdam – Nostra Signora di tutti i popoli – scolpita dall’artista buddista Saburo Wakasa, membro dell’Istituto Giapponese di scultura.

 

Verso le 5 del mattino la voce è scomparsa, e altre suore entrano nella cappella. Suor Agnese chiede a Suor K. di guardare la mano della statua: lei non ha osato per tutto quel tempo, non ne ha il coraggio. Quando Suor K. si avvicina ad esaminare la statua, si prostra a terra. Sulle mani della statua vi è la stessa ferita comparsa sul palmo di Suor Agnese.

 

Il 12 luglio, durante le preghiere delle suore, il sangue riprende a scorrere dalla mano dell’effigie: la storia è oramai incontenibile, si diffonde ben oltre il convento. Due settimane più tardi  farà arriverà il vescovo di Niigata, Jean Shojiro Itō, che constaterà gli eventi.

 

Il 28 luglio, la ferita di Suor Agnese prende a far male in modo insostenibile. La religiosa corre verso la cappella e si prostra al suolo.

 

Nel momento di maggior dolore, ecco la voce:

 

«Le tue sofferenze avranno fine oggi. Conserva preziosamente il ricordo del sangue di Maria e incidilo bene nel tuo cuore, questo sangue versato ha un significato profondo (…) per la conversione di tutti i peccatori».

 

Immediatamente, la ferita scompare, è sanata.

 

Il 3 agosto, Suor Agnese riceve un altro messaggio:

 

Figlia mia, mia novizia, ami il Signore? Se ami il signore ascolta quello che ho da dirti. È  molto importante. Lo riferirai al tuo superiore.

 

Molti uomini in questo mondo fanno soffrire il Signore. Io desidero anime che lo consolino per placare la collera del Padre Celeste. Desidero, con Mio Figlio, anime che dovranno riparare, per mezzo della loro sofferenza e della loro povertà, per i peccatori e gli ingrati.

 

Affinché il mondo possa conoscere la Sua ira, il Padre Celeste si sta preparando a infliggere un grande Castigo su tutta l’umanità.

 

Con Mio Figlio sono intervenuta tante volte per placare l’ira del Padre. Ho impedito l’arrivo di calamità offrendogli le sofferenze del Figlio sulla Croce, il Suo prezioso sangue e le anime dilette che Lo consolano formando una schiera di anime vittime. Preghiera, penitenza e sacrifici coraggiosi possono attenuare la collera del Padre. Io desidero anche questo dalla vostra comunità…che ami la povertà, che si santifichi e preghi in riparazione per l’ingratitudine e le offese di tanti uomini.

 

Recitate la preghiera delle Serve dell’Eucarestia consapevoli del suo significato. Mettetela in pratica; offrite in riparazione per i peccati tutto ciò che Dio può mandare. Fai in modo che tutte si sforzino, secondo le capacità e la posizione, di offrirsi interamente al Signore.

 

Anche in un istituto secolare la preghiera è necessaria. Già le anime che vogliono pregare stanno per essere radunate. Senza dare troppa importanza alla forma, siate fedeli e ferventi nella preghiera per consolare il Maestro.

 

Quello che pensi in cuor tuo è vero? Sei sinceramente decisa a diventare la pietra scartata? Mia novizia, tu che desideri appartenere senza riserve al Signore per diventare la degna sposa dello Sposo, fai i tuoi voti sapendo che devi essere appesa alla croce con tre chiodi. Questi tre chiodi sono: povertà, castità e obbedienza. Dei tre l’obbedienza è fondamentale. Nel totale abbandono, fatti guidare dal tuo superiore. Egli saprà come capirti e indirizzarti

 

Marya-sama, come i giapponesi chiamano la Madonna, in questo messaggio annuncia l’arrivo del castigo. Allo stesso tempo, dichiara l’importanza dell’obbedienza alla gerarchia ecclesiastica.

 

Il 13 ottobre, Suor Agnese, ricevette il terzo messaggio, il più tremendo.

 

Mentre prega, di colpo percepisce ancora quella luce, e un profumo soave che proviene dalla statua.

 

Mia cara figlia, ascolta bene ciò che ho da dirti. Ne informerai il tuo superiore.

 

Come ti ho detto, se gli uomini non si pentiranno e non miglioreranno se stessi, il Padre infliggerà un terribile castigo su tutta l’umanità. Sarà un castigo più grande del Diluvio, tale come non se ne è mai visto prima.

 

Il fuoco cadrà dal cielo e spazzerà via una grande parte dell’umanità, i buoni come i cattivi, senza risparmiare né preti né fedeli. 

 

I sopravvissuti si troveranno così afflitti che invidieranno i morti.

 

Le sole armi che vi resteranno sono il Rosario e il Segno lasciato da Mio Figlio. Recitate ogni giorno le preghiere del Rosario. Con il Rosario pregate per il Papa, i vescovi e i preti.

 

L’opera del diavolo si insinuerà anche nella Chiesa in una maniera tale che si vedranno cardinali opporsi ad altri cardinali, vescovi contro vescovi.

 

I sacerdoti che mi venerano saranno disprezzati e ostacolati dai loro confratelli…chiese ed altari saccheggiati; la Chiesa sarà piena di coloro che accettano compromessi e il Demonio spingerà molti sacerdoti e anime consacrate a lasciare il servizio del Signore.

 

Il demonio sarà implacabile specialmente contro le anime consacrate a Dio. Il pensiero della perdita di tante anime è la causa della mia tristezza. Se i peccati aumenteranno in numero e gravità, non ci sarà perdono per loro.

 

Con coraggio, parla al tuo superiore. Egli saprà come incoraggiare ognuna di voi a pregare e a realizzare il vostro compito di riparazione. È  il vescovo Itō, che dirige la vostra comunità”.

 

Hai ancora qualcosa da chiedere? Oggi sarà l’ultima volta che io ti parlerò in viva voce. Da questo momento in poi obbedirai a colui che ti è stato inviato e al tuo superiore.

 

Prega molto le preghiere del Rosario. Solo io posso ancora salvarvi dalle calamità che si approssimano.

 

Coloro che avranno fiducia in me saranno salvati.

 

Queste furono le ultime parole che Nostra Signora affidò a Suor Agnese.

 

Gli eventi straordinari ad Akita però non finirono.

 

Il 4 gennaio 1975, la suora sacrestana si accorge che il basamento della statua della Vergine è bagnato: perché delle lacrime stanno colando dagli occhi della stata. Un fenomeno a cui lo stesso Vescovo Itō assiste.

 

La stessa scultura, poi, pare abbia cambiato fattezze: d’un tratto sembra assumere un’espressione di tristezza, non notata da nessuno prima di allora.

 

Viene chiamato il Saburo Wakasa, lo scultore buddista: conferma, non l’ha scolpita a quel modo. Soprattutto «le guance che avevo scolpito erano incavate, il viso sembra aver ceduto, il suo colore era diventato marrone scuro, la sua espressione più penetrante».

 

Le lacrime sono invece analizzate dal professor Kaoru Sagisaka: sono di origine umana, del gruppo 0. Dal 4 gennaio al 15 settembre 1981 le lacrimazioni sembrano cessare. Don Tasuya, il cappellano, avrebbe contato qualcosa come 101 ripetizioni del fenomeno. I testimoni sono circa 2000. Si dice che una TV giapponese abbia filmato uno di questi eventi.

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Monsignor Ito viaggia quindi a Roma ben due volte a perorare la causa di Nostra Signora di Akita. Il cardinale Ratzinger gli permette di annunciare l’autenticità dell’apparizione: «questi fatti, stabiliti dopo 11 anni di studi, sono incontestabili (…) di conseguenza autorizzo la venerazione di Nostra Signora di Akita». Ottenuto ciò che era giusto, il vescovo Itō va in pensione.

 

Ratzinger nel 1988 tornerà a parlare di Akita, dichiarando che i fenomeni attorno a Suor Sasagawa e a quella cappella sono degni di essere creduti dai credenti.

 

Suor Agnese fu guarita dalla sordità in due momenti 1974 e 1982, ma dal 1981 tornò paralizzata. Continuò a svolgere piccoli lavori per la comunità con le punta delle dita ed i denti.

 

Il mariologo padre Réné Laurentin, che l’ha conosciuta ed ha studiato il suo caso, scrive che Suor Agnese «continua a vivere la sua vita sacrificata, costretta a letto, in una pace profonda».

 

Il  messaggio di Nostra Signora di Akita è sconvolgente. Il vescovo Ito dirà di credere che la terza parte, con il suo carico di castigo e distruzione, sia connessa al messaggio di Fatima.

 

 

Hi ga Ten kara kudari. Verrà il fuoco dal cielo, la maggior parte dell’umanità verrà distrutta, e né i preti né i fedeli saranno risparmiati. I sopravvissuti invidieranno i morti.

 

Akuma ha, Kyōkai no naka made hairikomi. Il demonio entrerà si dentro la chiesa.

 

Cardinaru ha Cardinaru ni, Shikyō wa Shikyō ni tairetsu suru deshō. Cardinali serreranno le proprie fila contro altri cardinali, vescovi contro vescovi.

 

Akuma guiderà molti preti e religiosi lontano da Dio. Quei preti che mi riveriscono saranno disprezzati ed attaccati. Chiese ed altari saranno dissacrati.

 

Kyōkai ha, dakyō suru mono de ippai ni nari. La Chiesa sarà riempita di compromessi.

 

Guardate: la precisione della descrizione delle cose ecclesiastiche è totale.

 

Ma anche la descrizione delle cose del mondo: la pioggia di fuoco è pronta nel cielo, lo sappiamo – non vi è stato momento della storia in cui questo è stato più vero, non a Cuba, non in tutta la Guerra Fredda, non nei millenni precedenti.

 

La pioggia di fuoco termonucleare è sopra di noi: è sopra l’Italia, che ospita almeno 40 testate americane, e quindi ne ha chissà quante puntate contro dalla Russia.

 

L’abbiamo chiamata noi, l’abbiamo invocata, l’abbiamo cercata: forse il grosso del lavoro lo hanno fatto i nostri governanti, è vero – ma se per un momento spegniamo lo zelo, e guardiamo dentro di noi, sappiamo che arriverà anche per i nostri peccati. Per quelli che abbiamo commesso. Per quelli che abbiamo permesso si commettessero

 

Che cosa possiamo fare, in concreto? Possiamo solo prostrarci anche noi dinanzi a Marya-sama, e implorare la misericordia.

 

E obbedire a quanto detto a Suor Agnese:

 

Mainichi, Rosaryo no inori wo tonaete kudasai.

 

Ogni giorno, pregate il Rosario.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di SICDAMNOME via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata

 

 

 

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Mons. Viganò: contro la FSSPX Prevost rivela la frode sinodale

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X le recenti minacce di Leone XIV alla Fraternità San Pio X (FSSPX), che consacrerà il prossimo 1° luglio 4 nuovi vescovi, rischiando una scomunica da Roma che è stata di fatto già annunciata dai vertici vaticani.

 

«Prevost svela (involontariamente?) la frode sinodale» scrive monsignore. «Il vero motivo della minacciata scomunica alla FSSPX non è la Consacrazione di nuovi Vescovi senza il mandato pontificio, ma il rifiuto del Concilio Vaticano II (come nel mio caso). Prevost sposta il focus della questione, confermando di utilizzare strumentalmente le sanzioni canoniche. Le consacrazioni episcopali sono solo il pretesto».

 

«Da quale entità si viene “scomunicati”, quando la “scomunica” è comminata dal capo di una “chiesa post-conciliare ” che cerca solo di legittimare se stessa canonizzando i propri papi e dogmatizzando i propri errori? una “chiesa” che si qualifica proprio per non essere “preconciliare”, ossia Cattolica, Apostolica, Romana?»

 

«È come se Ario pretendesse di scomunicare Sant’Atanasio…» scrive Sua Eccellenza.

 

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«Queste esternazioni ai giornalisti a Castel Gandolfo confermano che essere scomunicati dalla chiesa conciliare e sinodale è una patente di ortodossia cattolica» ragiona l’arcivescovo.

 

«Se Prevost fosse il capo della chiesa d’Inghilterra, o di una setta calvinista, o di un movimento pentecostale o di un culto amazzonico, parlerebbe diversamente? No».

 

«L’unica voce che non può fare propria è quella della Chiesa “preconciliare”, cioè l’unica vera Chiesa Cattolica Apostolica Romana, alla quale non ritiene di appartenere. E allo stesso tempo Prevost afferma che chi si dichiara Cattolico e rifiuta il Vaticano II è in scisma con lui. Più chiaro di così…»

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L’arcivescovo Lefebvre a Mont Saint-Michel

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Attraverso questo ricordo inedito dei primi anni Ottanta, l’arcivescovo Lefebvre emerge in tutta la sua semplicità e umanità. Questa testimonianza rivela un vescovo paterno, pieno di gentilezza, fede e umorismo, così come lo conoscevano coloro che hanno avuto il privilegio di lavorare con lui quotidianamente.   Fine primavera del 1981 o del 1982, non ricordo la data esatta. Mi trovavo al priorato di Sainte-Anne per un breve soggiorno. Il vescovo era atteso al priorato, dove si sarebbe fermato per alcuni giorni; doveva amministrare le cresime a Lanvallay, Rennes e Brest. Tutto doveva essere impeccabile: i giardini, la casa, la sacrestia e le due cappelle di quel periodo. Lavoravamo sodo, ma l’atmosfera era serena.   Il vescovo arrivò in prima serata con il suo autista, il signor Pedroni. Iniziò quindi il tour delle cresime e delle visite ai sacerdoti amici della Fraternità (alcuni in Bretagna avevano ancora un ministero «ufficiale»: padre Bouchet, ad esempio, a Dinan, che celebrava la Messa nella cappella del vecchio ospedale). Io alloggiai al priorato; servii la Messa per i sacerdoti e partecipai alla Messa del Vescovo. Consumavamo i pasti nella sala da pranzo del priorato con il Vescovo: l’atmosfera era rilassata.

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La penultima mattina del soggiorno di Sua Grazia doveva essere una giornata tranquilla prima del suo ritorno in Svizzera il mattino seguente. Il signor Pedroni aveva espresso il desiderio di riposare. Dopo la messa solenne di Sua Grazia, ci riunimmo nella sala da pranzo per la colazione, alla presenza del Priore di allora e di Padre Fernandez.   Il vescovo espresse il desiderio di fare un breve pellegrinaggio a Mont-Saint-Michel. Il signor Pedroni declinò, ma offrì prontamente l’auto a chiunque volesse guidarla. Il priore doveva recarsi a Saint-Brieuc per il catechismo e la messa, e padre Fernandez doveva rimanere al priorato per gli incontri con i parrocchiani e per ascoltare le confessioni.   Non mi aspettavo affatto quello che stava per accadere. Il vescovo si voltò verso di me e, con la sua voce gentile e il suo sorriso paterno:   — Mi ci porti?   Balbetto un sì e, cinque minuti dopo, eccomi qui davanti all’imponente auto dell’«autista» di Sua Eccellenza, che mi spiega brevemente alcune precauzioni da prendere e il comportamento che devo adottare, poi mi consegna le chiavi.   Monsignor Lefebvre arriva, breviario in mano, coperta sottobraccio, e si accomoda sul sedile posteriore del veicolo.   Il viaggio è piacevole e il vescovo suggerisce di recitare il rosario. Proseguiamo, alternando momenti di silenzio a una breve sosta presso la cattedrale di Dol-de-Bretagne.   All’epoca, il parcheggio di Mont-Saint-Michel era molto vicino all’ingresso. Monsignore non ha ancora ottant’anni e mi assicura di essere in grado di salire fino alla chiesa abbaziale. Facciamo una breve sosta nella chiesa parrocchiale e poi proseguiamo la salita.   E la vera avventura ha inizio!   Vicino alla biglietteria, intento a chiacchierare con l’impiegato, se ne stava un bell’uomo, vestito in modo insolito: pantaloni di velluto a coste neri e una specie di camice blu con un ampio cappuccio, una croce di legno al collo. Si voltò e salutò gentilmente l’arcivescovo Lefebvre, presentandosi come padre Bruno de Senneville, priore dell’abbazia. Ci guidò quindi in un’affascinante visita della chiesa abbaziale, del chiostro e di diverse aree normalmente chiuse al pubblico.   Al termine della visita, entriamo in un piccolo oratorio e il priore offre un momento di preghiera; al momento del Padre Nostro si crea una leggera cacofonia.   Ci salutiamo e ci dirigiamo verso il parcheggio. Il vescovo sorride ed è molto rilassato. Si ferma un attimo, si gira verso di me e dice:   — Andiamo a pranzare da Mère Poulard?   — Sua Eccellenza, ciò non sarà possibile; è necessaria la prenotazione ed è molto costoso.   — Andiamo a vedere.

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Ed eccoci qui, in questa locanda leggendaria. Il capo cameriere ci fa accomodare e gustiamo la frittata. La tonaca vescovile non passa inosservata. Non so se gli altri ospiti notino la croce pettorale e l’anello.   Sua Eccellenza chiese il conto e, mentre lo apriva, emise una piccola esclamazione di sorpresa e mi disse:   – Aspetto.   Ho letto: «siamo lieti di offrire questo pranzo a Sua Eccellenza l’arcivescovo Lefebvre. La Direzione».   Proprio in quel momento, arrivarono il direttore e sua moglie e consegnarono all’ospite il libro degli ospiti. Sua Eccellenza scrisse qualche parola, li ringraziò, poi ci congedammo e tornammo alla macchina.   Tra Mont-Saint-Michel e Pontorson, lancio un’occhiata a monsignore nello specchietto retrovisore e percepisco un luccichio malizioso nei suoi occhi. Scoprirò presto il perché:   — Tua madre non abita molto lontano dal priorato?   — Sì, Vostra Grazia, a L…   — Bene, andiamo a salutarla.   Monsignore sa che la mamma è rimasta vedova di recente e gli avevo confidato che la morte di papà, a cinquantasei anni, era stata una dura prova per la famiglia, e in particolare per la mamma.   All’epoca non esistevano i telefoni cellulari, il che rendeva difficile avvertire gli altri.   L’auto si fermò davanti alla casa di famiglia. La mamma era dietro al suo tosaerba, su un leggero pendio, e fu completamente sorpresa quando vide l’arcivescovo Lefebvre che le si avvicinava. Il motore del tosaerba si spense e la mamma tentò una genuflessione alquanto azzardata sul pendio. Intuendo il pericolo, l’arcivescovo la fermò e entrammo in casa per una mezz’ora di conversazione davanti a una tazza di tè.   In poche semplici parole, il Vescovo parla della virtù della speranza.   Dobbiamo tornare al priorato.   Prima di riprendere il rosario, Sua Signoria mi disse con quella voce dolce, maliziosa e leggermente sorridente che era il suo segreto:   — Tua madre è molto più gentile di te.   Anche su quello aveva assolutamente ragione!   Michel G.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di Lynx1211 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Il cardinale Ruini muore. La devastazione neodemocristiana resta

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È morto il cardinale Camillo Ruini, il grande architetto dell’evanescente presenza cattolica in politica dopo Tangentopoli. Parce sepulto: noi però non faremo il coccodrillo. Perché la catastrofe provocata dai suoi disegni è qui dinanzi a noi, e colpisce che siano così pochi a vederla.

 

Ruini era piena espressione del potere wojtylano: è il papa polacco che nel 1986 lo nomina segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana; mentre la politica italiana è in subbuglio a causa di una maxioperazione giudiziaria (probabilmente diretta dall’estero…) contro i maggiori partiti, in primis quella Democrazia Cristiana sponda del Vaticano almeno da Paolo VI, don Camillo viene creato cardinale: era evidente che il vertice del Sacro Palazzo aveva una missione precisa.

 

Di fatto, il cardinale sembra investito del compito di riformulare la presenza cattolica (cioè, legata alla Conferenza Episcopale Italiana) in politica dopo la morte della Balena Bianca; nasce così quella che si può chiamare la «dottrina Ruini». L’ex presidente della CEI reagì alla dissoluzione della DC immaginando di orchestrare la diaspora dei superstiti come un’operazione di infiltrazione capillare in tutti i partiti. Ex democristiani si ritrovarono così nel PPI, CCD, UDR, UDEUR, CDU, e poi in Forza Italia, in AN, Margherita, PDS, DS, PD, PDL, Scelta Civica, insomma in tutte le metamorfosi dell’italico teatrino politico.

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Dobbiamo alla dottrina Ruini la meteorica visione di figure non sempre memorabilissime della diaspora DC come Franco Marini, Pierluigi Castagnetti, Dario Franceschini, Enrico Letta, Rosy Bindi, Sergio Mattarella, Maurizio Lupi, Renato Schifani, Roberto Formigoni, Bruno Tabacci, Angelino Alfano, Clemente Mastella, Romano Prodi. I «cattolici» sono ovunque, ma c’è da chiedersi, viste le scelte su aborto, omotransessualismo e provetta, se siano ancora cattolici.

 

Poco importa: il progetto politico ruiniano dà ben presto segni di fallimento: i profughi democristiani che avevano rifiutato berlusconi, anche solo in un secondo tempo, finiscono accorpati sempre più nel partito-contenitore della sinistra, con addentellati profondi nello Stato permanente, il PD. Sarebbe ingiusto dire che il PD è sempre stato a trazione dei figli del PCI: perché nel frattempo esso era divenuto quello che il filosofo Augusto del Noce chiamava il «Partito Radicale di Massa», una formazione che, privata della sua ideologia socialista, in apparenza sembra interessarsi solo della perversione dei costumi: ecco l’omotransessualizzazione legalizzata, ecco l’immigrazionismo calergista più sfacciato, ecco l’aborto come grande sacramento della repubblica. Il partito, ricordiamo, nasce con Togliatti e finisce ora con Elly Schlein.

 

In pratica, la dottrina Ruini ha preso una parte dei politici cristiani e l’ha omotransessualizzata, calergizzata, abortificata. Ma anche a destra le cose, per la grande architettura del cardinale, si mettevano maluccio.

 

Con l’irreversibile tramonto di Berlusconi, Ruini corre ai ripari. Nel 2012 attraverso l’operazione denominata «Convegno di Todi,» la CEI suggellò un patto con i banchieri e certi potentati industriali, oltre che con il demi-monde catto-umanitario di Riccardi (poi ministro della cooperazione) e di Sant’Egidio. Ne emerse il partito di Monti – dove il più cattolico era Lorenzo Dellai che importò la pillola abortiva RU486 nel Trentino – che però alle elezioni nessuno votò. Scelta Civica è un partito di plastica biodegradabile – Sciolta Civica, dicevan i maligni: i suoi membri, alcuni più «laici» (cioè, avete capito) che cattolici, finiscono riassorbiti altrove, a partire dal PD. Bel lavoro.

 

È stato a questo punto che Ruini deve aver compreso che la reversione della sua dottrina (i cattolici annacquati in tutti i partiti) doveva essere totale: tutti i «cattolici» (parimenti annacquati, «adulti») in un solo partito. Per questa nuova realtà politica di agglutinazione neodemocristiana serviva una base di partenza: fu preparata facendo scindere il PDL e ottenendo il NCD, che già dalla sigla pareva una delle tante sigle citate sopra. Era la grande ammucchiata di centro risucchia tutto, tanto che rispuntò persino il Pierferdi Casini (torna la vecchia satira di Neri Marcorè: «vieni anche tu nel grande centro. La politica è una cosa sporca, facciamola insieme»). Insomma, sono le prove generali per il ritorno di un unico «partito dei cattolici». Il ritorno della DC, con tutta la serqua di compromessi assassini del caso.

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Anche il NCD non sopravvive al voto popolare: con la tornata 2018 gli elettori spazzano via l’ennesimo disegno neodemocristiano, al punto che, per poco, abbiamo esultato pensando che non avremmo mai più rivisto in politica figure come quella di Eugenia Roccella. E invece: nel 2022, come niente fosse, ritorna dalla porta principale con il partito della Meloni, e viene fatta subito ministro della famiglia. Perché?

 

Per anni abbiamo avuto la chiara impressione che nell’invenzione del fenomeno Roccella abbia avuto un suo ruolo il Ruini. Dopo la fase giovanile di attivista del Partito Radicale in cui scriveva manuali per l’aborto domestico (Aborto facciamolo da noi, Napoleone editore, 1975), l’unico picco di carriera degno di nota fu il referendum del 2005 sulla legge 40, per il quale scrisse vari articoli in linea col cardinale Ruini e dei vescovi italiani, che era quello di disertare il referendum, che infatti non raggiunse il quorum: vinse l’astensione. Con un certo contorto paternalismo, il cardinale si lasciò scappare «sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano».

 

Pochi anni dopo, ci ritroviamo la Roccella portavoce del Family Day con il catto-sindacalista Savino Pezzotta, per poi essere eletta per la prima volta tra le fila berlusconiane nel 2008. È facile chiedersi quali poteri potesse portare la Roccella all’interno del partito del Cavaliere, non ancora caduto in disgrazia.

 

A livello popolare seguì, negli anni 2010, un periodo in cui la massa cattolica venne addomesticata da una serqua di sigle ed eventoni che all’ingenuo potevano pure apparire come «organiche». La Manif pour Tous (versione italiana, ma che per qualche ragione mantiene la lingua francese dell’originale copincollato), le Sentinelle in Piedi (anche queste roba francese, qui però con il nome tradotto, ma non bene), la bozza di ulteriori Family Day ci parvero tutte trappole sottese dal Grande Gioco ruiniano. I vescovi, allora più che oggi, volevano addomesticare il dissenso cattolico, perché, in effetti, loro un’Ecclesia Militans non sanno né come funzioni né cosa sia.

 

Infine, eccoci agli anni 2020, e il piano Ruini sembra ancora vivo: l’inclusione della Roccella e di spezzoni del mondo del dissenso apparente cooptato dai vescovi nella compagine meloniana lo può testimoniare: lo abbiamo chiamato, in un articolo di quattro anni fa di Renovatio 21, il «network democristiano», dove l’impronta ruiniana era ancora visibilissima. E che c’è di male, dice il cattolico benpensante e sincero-democratico (democristiano), in una parola papaboys: Ruini è l’uomo di Wojtyla, GP2 santo subito!

 

Il problema è che non è chiaro a tutti quanto il papato di Giovanni Paolo II rappresenti con evidenza il cedimento spirituale e politico della chiesa del Concilio. Quando Wojtyla nel 1981 appoggiò il referendum sul cosiddetto «aborto minimale» già faceva capire l’attitudine al compromesso del suo papato (per inciso: compromessi con tutti, tranne che con monsignor Lefebvre). E non parliamo solo di bioetica: i disastri sulle coperture dei preti pedofili sono cominciati proprio col papa polacco.

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È frustrante vedere come goscisti, abortisti, omosessualisti praticanti ed attivisti abbiano fatto del cardinale un bersaglio per le loro proteste (come quando nel 2005, un collettivo studentesco irruppe ad una cerimonia privata con parlamentari di Forza Italia dove veniva premiato Ruini gridando ed esponendo striscioni: «Libero amore in libero Stato», «Siamo tutti omosessuali», «Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti»). Per la stampa di sinistra (cioè quella che allora era guidata dal miliardario giudeo De Benedetti) era il mostro catto-retrogrado, il diabolico Richelieu che impediva il progresso sociale in Italia. Il popolo della sinistra, con i suoi giornali, era sufficientemente sciocco da abboccare al giochetto, e credere che Ruini fosse un avversario.

 

Cari comunisti, feticidi ed omofili: dovete sapere che è vero il contrario, Ruini era un vostro alleato, come lo sono stati i democristiani ieri, e soprattutto i neodemocristiani, di cui monsignore fu pigmalione, oggi. Il cardinale, lungo decenni, ha difeso la legge simbolo della dissoluzione radicale del Paese, la legge assassina ed autogenocida 194/1978. È la linea che Ruini ha ribadito sempre la 194 non si tocca: lo diceva apertis verbis già nel 2008 quando chiese di «non rivoltarsi» contro la 194. «L’ex presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l’aborto» scriveva La Stampa, descrivendo un’intervista TV del cardinale con Giuliano Ferrara.

 

È la posizione tenuta anche dalle new entry del Grande Gioco ruinico, come Maria Rachele Ruju, personaggio vicino alla drammatica organizzazione newsletterista Pro-vita&Famiglia, già candidata ed eletta con Fratelli d’Italia nel 2022 (avrebbe poi ceduto il seggio). La Ruju, per una bizzarra coincidenza, è, come la Roccella un’altra presentatrice del Family Day: il secondo, quello del 2015 contro le unioni monosessuali (e si è visto come è finita). La ragazza aveva reso poco prima del voto un’intervista al Giornale, in cui dichiarava, che una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato».

 

Certo si può dire, a questo punto, che sull’aborto i politici parlano all’unisono con le gerarchie. Ecco che, a poche ore dall’ultimo voto politico, monsignor Vincenzo Paglia, capo del Pontificia Accademia per la Vita, parlava della 194 come «pilastro della vita sociale» del Paese. In quell’occasione rispuntò fuori lo stesso cardinale Ruini, che il sincero-democraticocristiano che benpensa potrebbero ritenere sulla carta un conservatore agli antipodi di Paglia: maddeché, anche lui, sul Corriere della Sera, si mette an cantare nel coro a difesa della 194.

 

«Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio» dichiara il cardinale , che ha tenuto poi anche ad enunciare la nuova grande battaglia: «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni, non matrimoni».

 

Vogliamo infine ricordare ai baldanzosi la realtà sulla «vittoria» di Ruini nel referendum 2005 fallito: il quesito voleva abrogare la legge 40/2004, che il cardinale voleva difendere a tutti i costi: peccato che si tratti di una legge che al momento uccide più embrioni della 194. Infatti la 40 – che ad alcuni è sembrata da subito scritta per essere smontata pezzo per pezzo dai giudici, ed infatti è stato così – consentendo la produzione di embrioni e la loro crioconservazione ha aperto quell’abisso di micromorte che ora è ben più vasto di quello degli aborti chirurgici o chimici. Il computo è, da anni, calcolabile nell’ordine sei cifre in Italia, mentre negli USA si parla di almeno 4 milioni di morti, più un milione di bambini nel limbo dell’azoto liquido.

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La neochiesa, cioè, aveva già piegato il capo davanti alla riproduzione artificiale con i suoi esseri creati in provetta. Ruini aveva semplicemente condotto l’opposizione sintetica affinché lo sdoganamento dell’umanoide avvenisse per gradi. Ora, pochi lustri dopo, abbiamo visto la Pontificia Accademia per la Vita di Paglia parlarne tranquillamente, e il papa farsi fotografare con la progenie in provetta di Elonio Musk.

 

Il compromesso, il fallimento, il cedimento costante (un paletto dopo l’altro… ): eccoci serviti. La legge che permette l’aborto va difesa, le unioni civili pure, basta che sia scritto da qualche parte che non sono matrimoni – siamo al nominalismo cattopolitico, dove i porporati si immolano per un’etichetta. Pensiamo che sapesse che l’unione civile tra omosessuali, fuor del nome, garantisce libertà maggiorate rispetto al matrimonio concordatario: ad esempio nella possibilità agghiacciante (dove è ben cisibile la manina di legislatori maschi omosessuali) di tradire il consorte.

 

Per quanto ci riguarda non si tratta solo di quisquilie politiche. Nell’inettitudine conclamata dei progetti ruiniani abbiamo veduto qualcosa di ben più oscuro del teatrino romano: un disegno, anche antico, per il disarmo spirituale degli italiani dinanzi al ritorno del sacrificio umano. Con il contorno degli esseri fabbricati in laboratorio, della sottomissione biologica via vaccino o terapie geniche sperimentali. Non sono concetti: sono cose che stanno accadendo oggi stesso, cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.

 

Ecco, la «dottrina Ruini» non ha fallito solo politicamente. Ha prodotto una devastazione biologica i cui confini non possiamo intravedere nemmeno ora.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Grzegorz Artur Górski via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata

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