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Omaggio a Niccolò Ghedini

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È morto l’avvocato Niccolò Ghedini. Ci dispiace tantissimo, e la cosa strana e che non lo sapevamo.

 

Cioè, non solo non sapevamo che stesse male. Non sapevamo nemmeno che la sua morte potesse toccarci in questo modo.

 

Con Ghedini si chiude un pezzo di storia italiana. Forza Italia è archiviata per sempre. L’era berlusconiana forse non finirà con Berlusconi – quello potrebbe durare per sempre. Finisce con Ghedini: cioè, la lucidità, la disciplina, la serietà.

 

Rivendicava di non andare a teatro, di non intrattenersi nei salotti – soprattutto, anche se non lo diceva, a differenza di altri esponenti di spicco del partito, non finiva in storie sordide di escort. Finito il suo lavoro, cioè difendere Berlusconi, tornava a casa a Padova da moglie e figlio. Tutto vero, certificato. E nemmeno se ne faceva troppo un vanto: era il suo modo di essere, efficace, operativo, il resto è nulla. Un uomo vero, un uomo di altri tempi.

 

Qualcuno di quelli che stanno facendo eulogi a destra e a manca non ha mancato di usare l’aggettivo «freddo».

 

A noi Ghedini sembrava tutto meno che freddo. Ci sembrava brillante, sicuro.

 

Gli rinfacciano la diffusione del termine, crediamo giuridicamente ineccepibile, di «utilizzatore finale». Lui forse pure si scusò, tanto fu il fango sparatogli addosso dai dipendenti di De Benedetti e gli ulteriori minions.

 

Ebbene, a noi invece sembra un’espressione perfetta, strepitosa, attecchisce subito e spiega tutto, altro che «petaloso».

 

«Utilizzatore finale»: per definire uno cui piacciono le donne è sublime. Non lo pensiamo solo noi: più di un decennio fa c’era un sito eccezionale, si chiamava Gnocca Travel (che non so se esista ancora, e ho paura di andare a controllare, perché chissà cosa è diventato, quindi scordatevi che vi cerco il linko). Si trattava di una guida mondiale, città per città,  per appassionati della «materia», scritto da un manipolo di pseudonimi appassionati della «materia» con estremo stile e soluzioni linguistiche esilaranti – nonché profonda cognizione della geografia umana, cioè della geografia femmina, di ogni continente. Piazzarono subito nei loro articoli l’espressione «utilizzatore finale», riconoscendone la paternità all’avvocato.

 

Non si tratta dell’unico «meme» ante-litteram espresso dal Ghedini.

 

Per anni, pure quando YouTube era una cosa non troppo estesa e i social contavano solo qualche avanguardista, tirò il leggendario «ma va là».

 

Crediamo di ricordare che fu pronunziato contro la Bonino durante un dibattito da Santoro. Ci sembra di ricordare che la radicale non ne uscì benissimo, affondata dai «ma va là» che puntellavano l’ineffabile vis oratoria dell’avvocato.

 

È irresistibile, impareggiabile. Ve lo riproponiamo.

 

 

Dopo qualche anno, il tormentone del «ma va là» si spense.

 

Abbiamo fatto in tempo, tuttavia, a vedere lasciata ai posteri questa semplice clip che spiegherà ai posteri la potenza di Ghedini: l’incontro-scontro col Piero Ricca.

 

Il personaggio, figlio e fratello di avvocati esattamente come Ghedini, aveva ottenuto una qualche popolarità in era protogrillina: beccava i politici e altre personalità per strada, e partiva con considerazioni e domande, diciamo così, piuttosto critiche. Nel 2003 (sì, quasi 20 anni fa…) urlò «fatti processare, buffone!» a Silvio Berlusconi che usciva dall’aula del processo SME al Tribunale di Milano. Berlusconi lo denunziò, lui si difese dicendo che aveva in realtà detto «puffone».

 

Dopo aver transitato per i V-Day e il blog di Grillo, non sappiamo che fine abbia fatto nell’ultima dozzina d’anni. Quando ancora il risentimento non era incarnato in un partito con percentuali di voto mostruose, Ricca era, possiamo dire, una figura temuta: le sue videointerviste aggressive attecchivano nella mente dell’elettorato sempre più convinto della totale irrecuperabilità dell’elemento politico italiano.

 

Ebbene, potete guardar qui come dal confronto con Ricca uscì Ghedini.

 

 

Neutralizzato. Di più: lo stesso Ricca deve riconoscere che Ghedini non scappa e risponde a tutto, che probabilmente è un modo per dire «ti rispetto». Ebbene sì: simpatia per l’avvocato del Diavolo. Un fenomeno impressionante, che Ghedini rendeva possibile.

 

Vi basti guardare i commenti degli utenti su YouTube di questo video vecchio 14 anni: anche quelli che chiaramente sarebbero finiti una manciata di anni dopo a votare Grillo si sperticano in lodi per Ghedini, taluni rimpiangono di non aver i danari per avere lui come avvocato.

 

Finora abbiamo un po’ scherzato, in realtà volevamo tentare di dire qualcosa di più serio. Di struggente, financo.

 

Se cerco di capire perché mi ha colpito la morte di Ghedini è perché, automaticamente, trasmetteva una fibra cerebrale, morale, umana, incontrovertibile.

 

Riusciva a stare a fianco di Berlusconi – ossia nell’occhio del ciclone politico, geopolitico, metapolitico italiano del secolo – rimanendo immobile, altero, discreto, perfetto nella sua funzione: spegnere le tempeste. Lo ha fatto, tante volte. Probabilmente più di quante ne riusciamo a ricordare.

 

E perché lo faceva? Per i soldi? Abbiamo appreso dagli articoli di questi giorni che la sua famiglia ha lo studio legale da centinaia di anni. In un’intervista parla di aziende agricole, Travaglio – che nel suo coccodrillo riesce a dargli dello «stronzo» anche post-mortem, senza rendersi conto che era Ghedini che gli concedeva una chiacchierata, e non viceversa (un po’ come quella volta che Berlusconi gli disse di alzarsi dalla sedia e Travaglio obbedì immantinente) – scrive che l’avvocato patavino avrebbe confessato di avere un paio di dogi nell’albero genealogico.

 

No, non gli servivano i soldi: anche perché, non abbiamo idea di quanti ne servano per accettare la quantità di roba oscura che ti lanciano addosso se sei di fianco al babau politico del secolo.

 

Tutti, nei ricordi di queste ore, ricordano un’altra motivazione: i due si volevano bene. Proprio così: Berlusconi non faceva mistero del suo affetto per Ghedini; Ghedini ribadì più volte che si accollava l’immane lavoro di difesa del Silvio perché gli voleva bene.

 

Crediamo loro. Perché con Berlusconi, pensatene quel che volete, è così: il sentimento, la parola data, la generosità, i rapporti umani all’antica. Abbiamo visto che è stato così, tra gratitudine e vera simpatia umana con tutti: da Mike Bongiorno a Lele Mora, dall’ultima ballerina a Emilio Fede, da Iva Zanicchi a Vladimir Putin.

 

L’amicizia, il rispetto, accada quel che accade, non si cambia – non si vende. È forse uno dei motivi per cui le élite globali hanno odiato così profondamente Berlusconi. Ora odiano Trump, e gli americani hanno trovato una parola per definire il veleno dell’odio sparso sulla popolazione con un termine, che non non abbiamo trovato, Trump Derangement Syndrome, «sindrome da disturbo di Trump».

 

Da quest’ultimo pensiero consegue che, trovata necrologicamente una madeleine che li conduce all’estatico ricordo degli anni 2000, quando Berlusconi lo si odiava in massa con impegno e voluttà, tutti coloro che stanno insultando la memoria di Ghedini sono tecnicamente persone malate.

 

Sono persone malate fuori tempo massimo, sono pazienti tristemente recrudescenti: sono malati mai veramente guariti, sono falsi asintomatici.

 

Soprattutto, ed è il pensiero che abbiamo fatto, sono creature larvali che mai nella vita avrebbero potuto reggere al confronto de visu con Ghedini. Non solo per la quantità di cose realizzate dall’avvocato, ma proprio, come abbiamo visto, perché nessuna aggressività, nessuna convinzione giacobina reggeva più di tanto se ce lo avevi davanti.

 

Immaginatevi il modello umano di cui parliamo: peloso, flaccido, bilioso, senza una vera padronanza di nulla se non dell’opinione da bar, ora trasferita su Twitter.

 

Poi dipingetevi nella mente Ghedini: dritto, retto, lucido, estremamente capace, padrone della situazione al punto che, anche quando veniva aggredito, pareva che sapesse già cosa stava succedendo e come sarebbe finita – il tutto senza mai perdere equilibrio.

 

Quelli che lo insultano, e virtualmente già sputazzano sulla sua tomba dal maniero fatto di anonimato più tastiera, immaginiamo siano gli stessi parassiti parastatali di sempre, quelli che hanno votato PCI, PDS, DS, PD, poi magari M5S, a breve con probabilità torneranno a votare PD. Ominidi che mai e poi mai possono vantare, più che il curriculum impressionante del Niccolò, la fibra morale di chi, con sacrificio non indifferente difende un amico – l’uomo più perseguitato della Repubblica – perché gli vuole bene.

 

E che continua a farlo perché, cosa ancora più importante forse, è la cosa da fare, è il tuo lavoro, che esegui al meglio del tuo essere. Stai lì e lo fai: con il sacrificio, con la bravura, con la competenza, con te stesso. E se ce la fai, con la pace interiore. Fino alla fine, fino a che hai tempo, fino a che hai respiro.

 

A Dio avvocato.

 

Noi non dimentichiamo uomini come Lei. Lottiamo per un Paese che, pulitosi delle larve elettroniche, torni a produrre, nutrire e celebrare figure come la Sua.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di Senato Italiano via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata.

 

 

 

 

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Mons. Viganò contro la chiesa archistar per la nuova Milano sincretista. Chi la costruisce? E cosa dirà Ambrogio?

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X la notizia della realizzazione, con imprimatur dell’arcivescovo ambrosiano Delpini, di una chiesa dedicata a «fedi diverse» realizzata dall’archistar Boeri.

 

Il progetto è chiamato «Monastero Ambrosiano» e sarà realizzato da Stefano Boeri Architetti su commissione dalla Diocesi di Milano. Situato nel distretto tecnologico MIND (ex area Expo), sorgerà entro il 2029 come spazio di spiritualità, ricerca e confronto aperto al dialogo tra fedi diverse, culture e saperi del XXI secolo.

 

Per commentare il progetto para-sincretista, monsignor Viganò si affida alle parole santo vescovo milanese Ambrogio.

 

«La Chiesa non cerca i vostri doni, perché avete adornato con doni i templi dei pagani. L’altare di Cristo rigetta i vostri doni, perché avete eretto un altare agli idoli; poiché la voce è vostra, la mano è vostra, la sottoscrizione è vostra, l’opera è vostra. Il Signore Gesù rifiuta e rigetta il vostro omaggio, poiché vi siete sottomessi agli idoli; poiché vi ha detto: Non potete servire due padroni» (Mt 6, 24)

 

Sono parole tratte dalla Lettera XVII di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, all’imperatore Valentiniano II (384 d.C.), paragrafo 14.

 

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Colpisce l’entusiasmo dell’arcidiocesi ambrosiana per il progetto in pieno stile mondialista.

 

«Il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 m², con 1.100 m² destinati agli spazi aperti: ispirato alla tradizione monastica cristiana, il progetto reinterpreta l’archetipo del chiostro come dispositivo spaziale e simbolico: un luogo introverso ma permeabile, in cui si articolano tre dimensioni fondamentali: cura, dialogo e ricerca spirituale» proclama il sito dell’arcidiocesi, che lancia anche un caloroso virgolettato dell’arcivescovo Delpini, già noto per la sua partecipazione allo storico incontro all’Ambrosianeum tra vertici della massoneria e prelati di alto rango, nonché per il racconto di barzellette sui gesuiti quando gli chiedevano delle decisioni di Bergoglio (che tanto piaceva ai massoni…).

 

 

In MIND, ha dichiarato monsignor Delpini «si incontrano conoscenza, ricerca, talenti, affari, divertimenti, la natura e la vita, l’Italia e il mondo. Nel cuore della città dell’innovazione si affaccia la domanda sul senso del tutto, sul perché dell’impegno e dell’investimento. La domanda invoca l’incontro tra scienza e sapienza, tra innovazione ed etica, tra tecnologia e umanesimo, tra profitto e solidarietà. (…) Così Milano scrive il suo futuro: non c’è convivenza, né pace, né bene comune senza Dio».

 

Non siamo molto distanti, immaginiamo, dalle salette di preghiera multifede degli aeroporti, che abbiamo visto sempre, in tutti i Paesi che hanno avuto lo stomaco (o l’ordine…) di metterle, vuote e logore.

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A questo punto due parole vanno dette sull’architetto, cioè l’archistar coinvolto: Stefano Boeri. Quello di Boeri può dirsi uno dei nomi centrali nella realizzazione della nuova Milano dei grattacieli miliardari (come il suo, premiatissimo, «Bosco verticale») costruiti dalle giunte piddine.

 

Il nome dell’architetto, onnipresente nella metropoli lombarda delle ultime due decadi e più (ha firmato pure importanti progetti di architettura d’interni e ristrutturazione per l’Inter, tra cui la riqualificazione degli spogliatoi della prima squadra a San Siro e la progettazione della Sala delle Coppe), era saltato fuori nelle turbine di inchieste al riguardo l’urbanistica sotto l’amministrazione Sala e rinviato a giudizio lo scorso gennaio.

 

Il Boeri, oltre che architetto di grande successo, è professore al Politecnico e pure direttore della prestigiosa rivista Domus. Il fratello maggiore del presidente INPS Tito Boeri e figlio della designer allieva di Marco Zanuso Cini Boeri (1924-2020) e del partigiano neurologo Renato Boeri (1922-1994).

 

Non tutti sanno che Boeri senior , dottore al Besta, fu tra i creatori nel 1989 della Consulta di Bioetica, che ha un roboante appellativo istituzionale ma in realtà è solo una onlus che promuove l’etica «laica»: sostiene il diritto all’autodeterminazione e ritiene eticamente ammissibile sia il suicidio medicalmente assistito che l’eutanasia attiva, qualora il paziente capace di intendere e volere ne faccia richiesta lucida e consapevole per porre fine a sofferenze intollerabili; ha promosso attivamente la «Biocard», una carta di autodeterminazione per consentire ai cittadini di rifiutare trattamenti sanitari (inclusa l’idratazione e nutrizione artificiale) in caso di perdita futura delle facoltà mentali; è favorevole all’accesso alle tecniche di riproduzione artificiale anche per coppie omosessuali e persone single; sostiene la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali e la liberalizzazione della diagnosi preimpianto.

 

È ancora più interessante sapere che l’architetto è quindi il nipote del senatore Giovanni Battista Boeri (1882-1957), avvocato membro del Partito Repubblicano Italiano, nonché – secondo le enciclopedia online e libri – massone iniziato il 26 dicembre 1903 nella Loggia Giuseppe Garibaldi di Imperia. Nel 1906 nonno Boeri divenne Maestro.

 

Sempre sul sito dell’arcidiocesi, il Boeri fa dichiarazioni che lasciano intendere in chiarezza il sostrato spirituale dell’operazione.

 

«Abbiamo inteso dare forma al nuovo Monastero Ambrosiano con un’architettura unitaria e aperta, che rappresentasse anche nelle sue spazialità l’abbraccio tra la nuova Chiesa, il prisma trasparente della Biblioteca delle Religioni e il chiostro triangolare del Giardino delle Fedi, posto all’incrocio tra il Cardo e il Decumano. Un monastero contemporaneo, pensato per rispondere alle esigenze di una società plurale e per promuovere coesione sociale, dialogo interreligioso e produzione di conoscenza».

 

Insomma, un luogo di sincretismo, anzi scusate, di «dialogo», parola abusa che forse abbiamo già sentito, un concetto portante di quei movimenti che promuovono il dibattito tollerante e costruttivo tra persone con idee politiche, religiose o sociali diverse. Il dialogo, dicono, è lo strumento principale per ricercare la verità e favorire la fratellanza universale, rifiutando il fanatismo. Il dialogo è, insomma «superamento dei dogmi», che poi sono proprio quella cosa tipica della chiesa cattolica.

 

Dove, in genere, si possono sentire questi discorsi sul primato del dialogo?

 

Ah, sì, ad esempio: «Il dialogo è il nostro pane consustanziale e viatico, è il cibo di cui i nostri fratelli si nutrono lavorando assieme nel rispetto della diversità». Sono parole da un’allocuzione del 2002 dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi.

 

Vi sareste aspettati di ritrovarle nella Chiesa di Milano? Certo, se consideriamo gli incontri semipubblici tra muratori e cardinali e tante voci striscianti su certi arcivescovi del passato, e pure se guardiamo in che stato versa il cattolicesimo meneghino (gestione cervelli conto terzi CL inclusa).

 

Vorremmo dire, però, qualcos’altro. Chi conosce Renovatio 21 conosce la nostra devozione ad Ambrogio. Per cui, non è che possiamo lasciare che si tocchi così il Santo vescovo di Milano.

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Il Santo non solo non tollerava le altre fedi (al punto di scrivere all’imperatore, che voleva punire i cristiani per una sinagoga incendiata a Callinico in Siria, dicendo che gli aveva dato fuoco lui stesso, Ambrogio), ma nemmeno variazioni eretiche del cristianesimo: Sant’Ambrogio estirpò l’arianesimo da Milano, e la cacciata degli ariani da parte del vescovo di Milano è uno degli episodi storici più celebri della città, a tal punto da essere entrato prepotentemente nell’iconografia e nella leggenda popolare.

 

Lo scontro tra Ambrogio e gli ariani culminò tra il 385 e il 386 con la cosiddetta «lotta delle basiliche»: l’imperatrice Giustina – madre di Valentiniano II e grande fiancheggiatrice dell’arianesimo, pretese che una basilica milanese (la Portiana) venisse ceduta agli ariani per i loro culti. Ambrogio si rifiutò categoricamente, affermando che le chiese appartengono a Dio e non all’imperatore.

 

Quindi, Ambrogio e la comunità cattolica milanese si barricarono all’interno della basilica per giorni. Per tenere alto il morale dei fedeli durante l’assedio dei soldati imperiali, Ambrogio compose e fece cantare per la prima volta i famosi inni ambrosiani.

 

Di fronte alla straordinaria resistenza pacifica del popolo e alla successiva scoperta dei corpi dei santi martiri Gervasio e Protaso (che rinvigorì il fervore cattolico), la corte imperiale dovette cedere. L’arianesimo a Milano perse così ogni spazio pubblico e politico, scomparendo progressivamente.

 

Quando vedete Ambrogio rappresentato col flagello in mano, vi è rappresentata questa lotta, questa intolleranza verso l’errore, il peccato, il caos.

 

Siamo dinanzi, ora, alla stessa situazione sia pure ribaltata: i nemici della Chiesa sono nella Chiesa stessa per sconsacrare, dissacrare, svuotare spazi sacri e creare spazi sacrileghi.

 

Cari milanesi, «cattolici» e «laici», siete sicuri che – in una situazione che ci pare proprio simile – il flagello di Ambrogio non possa tornare?

 

Roberto Dal Bosco

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La catastrofe dei filosofi francesi e la nascita del wokismo

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Renovatio 21 pubblica un testo apparso su X di Brivael Le Pogam, è un imprenditore, ingegnere informatico e programmatore francese, noto nel panorama tecnologico per essere il co-fondatore di Argil, una startup innovativa specializzata nella creazione di video automatizzati tramite intelligenza artificiale. In grande sintesi, Le Pogam spiega il disastro del post-strutturalismo e decostruzionismo, cioè la filosofia nefasta proveniente dalla Francia postbellica, e il suo effetto altamente distruttivo sul mondo di oggi, perfino nel campo dell’Intelligenza Artificiale.   Vorrei porgere le mie scuse, a nome dei francesi, per aver dato alla luce la Teoria francese (che a sua volta ha generato la peggiore di tutte le mostruosità ideologiche: il wokismo).   Abbiamo dato al mondo Cartesio, Pascal, Tocqueville. E poi, tra le rovine intellettuali del dopoguerra, abbiamo dato Foucault, Derrida, Deleuze. Tre uomini brillanti che hanno forgiato, nell’eleganza del nostro linguaggio, l’arma ideologica che oggi paralizza l’Occidente.   Dobbiamo capire cosa hanno fatto. Foucault insegnava che la verità non esiste, che esistono solo rapporti di potere mascherati da conoscenza. Che la scienza, la ragione, la giustizia, l’istituzione medica, la scuola, la prigione, la sessualità – tutto è solo una messa in scena di dominio.   Derrida insegnava che i testi non hanno un significato stabile, che ogni significante sfugge, che ogni lettura è un tradimento, che l’autore è morto e il lettore regna sovrano.   Deleuze insegnava che dovremmo preferire il rizoma all’albero, il nomade al sedentario, il desiderio alla legge, il divenire all’essere, la differenza all’identità.   Prese singolarmente, queste sono tesi discutibili. Combinate, esportate e divulgate, formano un sistema. E questo sistema è un veleno.  

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Ecco cosa è successo. Questi testi, illeggibili in Francia, hanno attraversato l’Atlantico. I dipartimenti di Yale, Berkeley e Columbia li hanno assorbiti negli anni Ottanta. Lì hanno trovato un terreno fertile che non esisteva tra noi: il puritanesimo americano, il suo senso di colpa razziale, la sua ossessione per l’identità.   La teoria francese ha sposato questo substrato, e il figlio di questa unione si chiama wokismo. Judith Butler legge Foucault e inventa il genere performativo. Edward Said legge Foucault e inventa il postcolonialismo accademico. Kimberlé Crenshaw eredita la struttura e inventa l’intersezionalità.   Ad ogni passo, la matrice è francese: non esiste la verità, esiste solo il potere, quindi ogni gerarchia è sospetta, ogni istituzione è oppressiva, ogni norma è violenza, ogni identità è costruita e quindi negoziabile, ogni maggioranza è colpevole.   È così che tre filosofi parigini, che probabilmente non immaginavano le conseguenze pratiche delle loro azioni, hanno fornito il software operativo a un’intera generazione di attivisti, burocrati universitari, responsabili delle risorse umane, giornalisti e legislatori.   È così che ci ritroviamo con una civiltà che non sa più dire se una donna è una donna, se la propria storia merita di essere difesa, se il merito esiste, se la verità si può distinguere dall’opinione. È una schifezza per una semplice ragione, che va espressa con calma.   Una civiltà si fonda su tre pilastri: la convinzione che esista una verità accessibile alla ragione, la convinzione che esista un bene distinto dal male, la convinzione che esista un patrimonio da trasmettere.   La teoria francese si è prefissata di far saltare in aria tutti e tre. Non per cattiveria. Nate da un gioco intellettuale, dalla fascinazione per il sospetto, dall’odio per la borghesia che le aveva alimentate. Ma il risultato è evidente. Un’intera generazione ha imparato a decostruire, ma non ha mai imparato a costruire. Un’intera generazione sa sospettare, ma non sa più ammirare. Un’intera generazione vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.   Mi scuso perché noi francesi abbiamo una responsabilità particolare. È la nostra lingua, le nostre università, i nostri editori, il nostro prestigio che hanno dato a questo nichilismo la sua elegante veste. Senza la legittimità della Sorbona e di Vincennes, queste idee non avrebbero mai varcato l’oceano.   Abbiamo esportato il dubbio come altri esportano armi. Ciò che si sta costruendo ora, nella Silicon Valley, nei laboratori di Intelligenza Artificiale, nelle startup, nei laboratori, in tutti quei luoghi dove le persone ancora creano invece di decostruire, questa è la risposta.   Una civiltà si ricostruisce da costruttori, non da commentatori. Da coloro che credono che la verità esista e che valga la pena dedicarsi ad essa. Da coloro che abbracciano una gerarchia del bello, del vero, del bene, e non si vergognano di trasmetterla.   Quindi, perdonateci. E torniamo al lavoro.   Brivael Le Pogam

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Contro la Prima Comunione consumista

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La cerimonia della Prima Comunione oggi è diventata una festa dal sapore mondano e consumista. Famiglie, per lo più separate, gareggiano nello sfoggio di regali al pargolo che — non dimentichiamolo — fa il suo primo incontro con Cristo tramite la Santa Eucaristia. Forse i più oggi dimenticano il focus centrale di questa celebrazione, il cuore pulsante che è Cristo, la potenza spirituale di quella particola.

 

Sono sempre più reticente ad accettare inviti da parte di coetanei per festeggiare i figli che si apprestano a ricevere il Sacramento. Non ne ho più voglia; anzi, provo quasi disgusto nel vedere una moltitudine di regali sfarzosi quanto inutili, che questi ragazzini, già oltremodo viziati, ricevono senza apprezzare. È un esercizio di ostentazione messo in atto da nonni e parenti che vogliono, in qualche modo, dimostrarsi superiori alla «fazione» dell’altro coniuge.

 

In particolare, la battaglia più aspra si gioca nelle coppie separate: nessuno vuole essere da meno dell’altro e si tenta di colmare la vacuità indotta nel bambino dalla separazione — spesso egoistica — con doni che riflettono ricchezza materiale e non valori.

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Ricordo la mia Prima Comunione: era un’epoca già avviata al consumismo, ma ancora ancorata a quelle sane tradizioni secolari tramandate di generazione in generazione. Il regalo più bello, profondo e prezioso fu la poesia che mi dedicò mia zia Maria. Una donna illibata, timida e devota che ha sempre vissuto con noi e che, di fatto, ha cresciuto mio babbo mentre i miei nonni lavoravano tutto il giorno. La bontà e la riservata tenerezza della zia la elevano ai miei occhi a un’entità quasi divina e angelica, salita al cielo oltre venticinque anni fa.

 

Quella poesia, insieme ad altre che scrisse per me e per i miei genitori, è purtroppo andata perduta. Ricordo però la cura amanuense nel decorare quei fogli, dove erano impressi i versi semplici di una donna che non aveva terminato nemmeno le elementari, ma che erano carichi di amore, tenerezza e autentica cristianità.

 

Giorni fa, prendendo un caffè in un bar, sono stato fermato da una vicina di casa che non vedevo da anni: «Ciao Francesco, come stai? Ho una cosa da farti leggere che ho ritrovato da poco». Prende il telefono e mi mostra un testo scritto su un foglio di carta. Leggo e rimango di stucco. È una poesia di mia zia. Bene, essendo questa signora al tempo una ragazzina, la zia Maria, secondo le regole del buon vicinato, per la sua prima comunione volle farle un regalo. Il regalo fu questa poesia.

 

Cara Francesca è giunto il più bel giorno 

in cui per te tutto sorride attorno

e in questo giorno che ricorderai eternamente

tu hai intorno a te tutti i parenti.

Sono arrivati alle prime ore

Per fare a te la scorta di onore.

Giunta ai piedi del Santo altare

Tu senti il cuore già palpitare.

E quando nel tuo cuoricino

Hai ricevuto Gesù Divino,

una simil gioia hai mai provata

e in estasi al ciel sei trasportata.

E in un devoto raccoglimento

L’hai certo fatto un proponimento,

di essere buona ed obbediente, ai genitori ed ai parenti. 

E le avrai detto mio buon Gesù

In questo mio sforzo aiutami tu, 

io non ti chiedo ricchezze e onori, 

ma solo proteggi i miei genitori.

Così vi prego Gesù e Maria,

la mia preghiera esaudita sia».

«Fiorin fiorello, vi prego qualche minuto d’intervallo che adesso farem volar qualche stornello.

Fior d’ogni fiore, stamane ti facevan la scorta d’onore a te sposina del Signore.

Fior di mughetti, facciamo auguri cordiali e schietti alla sposina di Gesù Francesca M***etti.

Fior d’amaranto, tu questo giorno l’hai sognato tanto e mai vorresti il suo tramonto.

Fior di viola, l’emozione ti stringe la gola che non sei capace di dire una parola.

Fior di cicoria, in mezzo a questa gran baldoria è emozionata pure la Vittoria.

Fior d’ogni fiore, ed ora tu Francesca rivolgi gli onori a tutti questi bravi signori.

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A fronte di questa semplicità evangelica, le definizioni dogmatiche ci ricordano la grandezza di ciò che stiamo celebrando. Ricordiamo, infatti, che Gesù Cristo ha istituito la santissima Eucaristia per tre principali ragioni: perché sia sacrificio della nuova legge, perché sia cibo dell’anima nostra e perché sia un perpetuo memoriale della sua passione e morte, ed un pegno prezioso dell’amor suo verso di noi e della vita eterna.

 

Per i disattenti e gli ignari che conferiscono a questa festa la sola e vacua mondanità, riportiamo alcuni passaggi del Catechismo di San Pio X:

 

Che cosa è il sacramento dell’Eucaristia?

L’Eucaristia è un sacramento nel quale per l’ammirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo di Gesù Cristo e di quella del vino nel suo prezioso Sangue, si contiene veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del medesimo Gesù Cristo Signor Nostro sotto le specie del pane e del vino per essere nostro nutrimento spirituale.

 

Vi è nell’Eucaristia lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine?

Si, nell’ Eucaristia vi è veramente lo stesso Gesù Cristo che è nel cielo e che nacque in terra dalla santissima Vergine.

 

Dopo la consacrazione che cosa è l’ostia?

Dopo la consacrazione l’ostia è il vero Corpo di Nostro Signor Gesù Cristo sotto le specie del pane.

 

Che cosa è la consacrazione?

La consacrazione è la rinnovazione, per mezzo del sacerdote, del miracolo operato da Gesù Cristo nell’ultima cena di mutare il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue adorabile, dicendo: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.

 

Crogiolati nel benessere effimero del mondo occidentale, facciamo fatica a scorgere l’enorme privilegio che abbiamo nell’onorare Nostro Signore. Qualora ce ne fossimo dimenticati, basta affacciarsi a quella parte di mondo martorizzato dalle guerre e dai conflitti senza fine che è il Medio Oriente. Mille bambini iracheni, l’anno passato, hanno ricevuto la Prima Comunione. Che l’esempio di questi pargoli ci dia la forza di apprezzare maggiormente i nostri valori cristiani, affinché le nostre sante tradizioni non vadano perdute e non vengano in alcun modo banalizzate.

 

Francesco Rondolini

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Immagine: Elizabeth Nourse (1859 – 1938), La prima comunione (1895), Cincinnati Art Musem

Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata

 

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