Pensiero
Mons. Viganò contro la chiesa archistar per la nuova Milano sincretista. Chi la costruisce? E cosa dirà Ambrogio?
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X la notizia della realizzazione, con imprimatur dell’arcivescovo ambrosiano Delpini, di una chiesa dedicata a «fedi diverse» realizzata dall’archistar Boeri.
Il progetto è chiamato «Monastero Ambrosiano» e sarà realizzato da Stefano Boeri Architetti su commissione dalla Diocesi di Milano. Situato nel distretto tecnologico MIND (ex area Expo), sorgerà entro il 2029 come spazio di spiritualità, ricerca e confronto aperto al dialogo tra fedi diverse, culture e saperi del XXI secolo.
Per commentare il progetto para-sincretista, monsignor Viganò si affida alle parole santo vescovo milanese Ambrogio.
«La Chiesa non cerca i vostri doni, perché avete adornato con doni i templi dei pagani. L’altare di Cristo rigetta i vostri doni, perché avete eretto un altare agli idoli; poiché la voce è vostra, la mano è vostra, la sottoscrizione è vostra, l’opera è vostra. Il Signore Gesù rifiuta e rigetta il vostro omaggio, poiché vi siete sottomessi agli idoli; poiché vi ha detto: Non potete servire due padroni» (Mt 6, 24)
Sono parole tratte dalla Lettera XVII di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, all’imperatore Valentiniano II (384 d.C.), paragrafo 14.
“Munera tua non quærit Ecclesia, quia templa gentilium muneribus adornasti. Ara Christi dona tua respuit, quoniam aram simulacris fecisti; vox enim tua, manus tua; et subscriptio tua, opus est tuum. Obsequium tuum Dominus Jesus recusat et respuit, quoniam idolis obsecutus es;…
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) May 20, 2026
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Colpisce l’entusiasmo dell’arcidiocesi ambrosiana per il progetto in pieno stile mondialista.
«Il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 m², con 1.100 m² destinati agli spazi aperti: ispirato alla tradizione monastica cristiana, il progetto reinterpreta l’archetipo del chiostro come dispositivo spaziale e simbolico: un luogo introverso ma permeabile, in cui si articolano tre dimensioni fondamentali: cura, dialogo e ricerca spirituale» proclama il sito dell’arcidiocesi, che lancia anche un caloroso virgolettato dell’arcivescovo Delpini, già noto per la sua partecipazione allo storico incontro all’Ambrosianeum tra vertici della massoneria e prelati di alto rango, nonché per il racconto di barzellette sui gesuiti quando gli chiedevano delle decisioni di Bergoglio (che tanto piaceva ai massoni…).
In MIND, ha dichiarato monsignor Delpini «si incontrano conoscenza, ricerca, talenti, affari, divertimenti, la natura e la vita, l’Italia e il mondo. Nel cuore della città dell’innovazione si affaccia la domanda sul senso del tutto, sul perché dell’impegno e dell’investimento. La domanda invoca l’incontro tra scienza e sapienza, tra innovazione ed etica, tra tecnologia e umanesimo, tra profitto e solidarietà. (…) Così Milano scrive il suo futuro: non c’è convivenza, né pace, né bene comune senza Dio».
Non siamo molto distanti, immaginiamo, dalle salette di preghiera multifede degli aeroporti, che abbiamo visto sempre, in tutti i Paesi che hanno avuto lo stomaco (o l’ordine…) di metterle, vuote e logore.
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A questo punto due parole vanno dette sull’architetto, cioè l’archistar coinvolto: Stefano Boeri. Quello di Boeri può dirsi uno dei nomi centrali nella realizzazione della nuova Milano dei grattacieli miliardari (come il suo, premiatissimo, «Bosco verticale») costruiti dalle giunte piddine.
Il nome dell’architetto, onnipresente nella metropoli lombarda delle ultime due decadi e più (ha firmato pure importanti progetti di architettura d’interni e ristrutturazione per l’Inter, tra cui la riqualificazione degli spogliatoi della prima squadra a San Siro e la progettazione della Sala delle Coppe), era saltato fuori nelle turbine di inchieste al riguardo l’urbanistica sotto l’amministrazione Sala e rinviato a giudizio lo scorso gennaio.
Il Boeri, oltre che architetto di grande successo, è professore al Politecnico e pure direttore della prestigiosa rivista Domus. Il fratello maggiore del presidente INPS Tito Boeri e figlio della designer allieva di Marco Zanuso Cini Boeri (1924-2020) e del partigiano neurologo Renato Boeri (1922-1994).
Non tutti sanno che Boeri senior , dottore al Besta, fu tra i creatori nel 1989 della Consulta di Bioetica, che ha un roboante appellativo istituzionale ma in realtà è solo una onlus che promuove l’etica «laica»: sostiene il diritto all’autodeterminazione e ritiene eticamente ammissibile sia il suicidio medicalmente assistito che l’eutanasia attiva, qualora il paziente capace di intendere e volere ne faccia richiesta lucida e consapevole per porre fine a sofferenze intollerabili; ha promosso attivamente la «Biocard», una carta di autodeterminazione per consentire ai cittadini di rifiutare trattamenti sanitari (inclusa l’idratazione e nutrizione artificiale) in caso di perdita futura delle facoltà mentali; è favorevole all’accesso alle tecniche di riproduzione artificiale anche per coppie omosessuali e persone single; sostiene la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali e la liberalizzazione della diagnosi preimpianto.
È ancora più interessante sapere che l’architetto è quindi il nipote del senatore Giovanni Battista Boeri (1882-1957), avvocato membro del Partito Repubblicano Italiano, nonché – secondo le enciclopedia online e libri – massone iniziato il 26 dicembre 1903 nella Loggia Giuseppe Garibaldi di Imperia. Nel 1906 nonno Boeri divenne Maestro.
Sempre sul sito dell’arcidiocesi, il Boeri fa dichiarazioni che lasciano intendere in chiarezza il sostrato spirituale dell’operazione.
«Abbiamo inteso dare forma al nuovo Monastero Ambrosiano con un’architettura unitaria e aperta, che rappresentasse anche nelle sue spazialità l’abbraccio tra la nuova Chiesa, il prisma trasparente della Biblioteca delle Religioni e il chiostro triangolare del Giardino delle Fedi, posto all’incrocio tra il Cardo e il Decumano. Un monastero contemporaneo, pensato per rispondere alle esigenze di una società plurale e per promuovere coesione sociale, dialogo interreligioso e produzione di conoscenza».
Insomma, un luogo di sincretismo, anzi scusate, di «dialogo», parola abusa che forse abbiamo già sentito, un concetto portante di quei movimenti che promuovono il dibattito tollerante e costruttivo tra persone con idee politiche, religiose o sociali diverse. Il dialogo, dicono, è lo strumento principale per ricercare la verità e favorire la fratellanza universale, rifiutando il fanatismo. Il dialogo è, insomma «superamento dei dogmi», che poi sono proprio quella cosa tipica della chiesa cattolica.
Dove, in genere, si possono sentire questi discorsi sul primato del dialogo?
Ah, sì, ad esempio: «Il dialogo è il nostro pane consustanziale e viatico, è il cibo di cui i nostri fratelli si nutrono lavorando assieme nel rispetto della diversità». Sono parole da un’allocuzione del 2002 dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi.
Vi sareste aspettati di ritrovarle nella Chiesa di Milano? Certo, se consideriamo gli incontri semipubblici tra muratori e cardinali e tante voci striscianti su certi arcivescovi del passato, e pure se guardiamo in che stato versa il cattolicesimo meneghino (gestione cervelli conto terzi CL inclusa).
Vorremmo dire, però, qualcos’altro. Chi conosce Renovatio 21 conosce la nostra devozione ad Ambrogio. Per cui, non è che possiamo lasciare che si tocchi così il Santo vescovo di Milano.
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Il Santo non solo non tollerava le altre fedi (al punto di scrivere all’imperatore, che voleva punire i cristiani per una sinagoga incendiata a Callinico in Siria, dicendo che gli aveva dato fuoco lui stesso, Ambrogio), ma nemmeno variazioni eretiche del cristianesimo: Sant’Ambrogio estirpò l’arianesimo da Milano, e la cacciata degli ariani da parte del vescovo di Milano è uno degli episodi storici più celebri della città, a tal punto da essere entrato prepotentemente nell’iconografia e nella leggenda popolare.
Lo scontro tra Ambrogio e gli ariani culminò tra il 385 e il 386 con la cosiddetta «lotta delle basiliche»: l’imperatrice Giustina – madre di Valentiniano II e grande fiancheggiatrice dell’arianesimo, pretese che una basilica milanese (la Portiana) venisse ceduta agli ariani per i loro culti. Ambrogio si rifiutò categoricamente, affermando che le chiese appartengono a Dio e non all’imperatore.
Quindi, Ambrogio e la comunità cattolica milanese si barricarono all’interno della basilica per giorni. Per tenere alto il morale dei fedeli durante l’assedio dei soldati imperiali, Ambrogio compose e fece cantare per la prima volta i famosi inni ambrosiani.
Di fronte alla straordinaria resistenza pacifica del popolo e alla successiva scoperta dei corpi dei santi martiri Gervasio e Protaso (che rinvigorì il fervore cattolico), la corte imperiale dovette cedere. L’arianesimo a Milano perse così ogni spazio pubblico e politico, scomparendo progressivamente.
Quando vedete Ambrogio rappresentato col flagello in mano, vi è rappresentata questa lotta, questa intolleranza verso l’errore, il peccato, il caos.
Siamo dinanzi, ora, alla stessa situazione sia pure ribaltata: i nemici della Chiesa sono nella Chiesa stessa per sconsacrare, dissacrare, svuotare spazi sacri e creare spazi sacrileghi.
Cari milanesi, «cattolici» e «laici», siete sicuri che – in una situazione che ci pare proprio simile – il flagello di Ambrogio non possa tornare?
Roberto Dal Bosco
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Immagine screenshot da YouTube
Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it. 1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW — Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Pensiero
Storia di rune e cani che abbaiano
Ai cortesi e umani lettori agostani porgiamo un’amena storiella, o se si preferisce un apologo.
Un vecchio cane stava di guardia a un vecchio cascinale di campagna. La maggior parte del tempo stava a dormire nella polvere.
Spesso sognava di inseguire lepri e selvaggine di vario tipo, e allora si agitava tutto con piccoli scatti inutili, il muso diventava feroce e batteva i denti gialli per azzannare una preda inesistente.
Al risveglio, si grattava un po’ e gironzolava a coda bassa, slanciandosi in brevi corse, poiché aveva il fiato corto, contro qualche passero che subito volava via per posarsi più in là.
La sua vera e unica passione era abbaiare alla gente.
Nella parte davanti costeggiava l’edificio un sentiero sterrato, usato come scorciatoia. Al passaggio della gente il cane correva al cancello con grandi latrati, quasi fosse il doppio più grosso e animoso.
Sulle prime i passanti si spaventavano, poi ridevano e qualcuno gli tirava una sassata, facendolo scappare guaendo e ringhiando. Nessuno in verità si sognava di entrare nella proprietà, non per paura del cane, ma perché l’edificio era cadente e abbandonato, e dava un senso di tristezza.
Un giorni il proprietario mandò un muratore per aggiustare una parte del muro di cinta che stava per rovinare. Ogni volta che lo vedeva al cancello il cane faceva la scena di gettarglisi incontro veementemente, come volesse sbranarlo. Dopo qualche tempo il muratore, che amava gli animali e ne conosceva il linguaggio, si sedette sui talloni e lo interrogò attraverso le sbarre:
«Perché fai così? E’ una settimana che vengo qui ogni giorno, ormai mi conosci. Lo sai che mi ha mandato il tuo padrone per riparare quel muro. In più hai già visto che lavoro di fuori e che non mi interessa entrare nel cancello. Non ti tratto male e neppure ti lancio delle pietre. Non hai niente da temere da me. Eppure mi abbai contro oggi come il primo giorno».
«La proprietà privata non si tocca» rispose il cane. «Che ci sia chi voglia entrare è intollerabile. Il gesto poi è ancora più condannabile perché questo cascinale è un bene storico. È già accaduto in passato, e non deve accadere più. Se qualcuno anche solo accenna a passare la soglia bisogna levare alta la voce. Che tu sia un amico non è un buon motivo per far passare le provocazioni» aggiunse il cane.
«Mai cedere, mai credere di essere al sicuro. E in fondo, a dirtela chiara, più abbaio e più mi sento bene e importante, e più la scodella mi si riempie. Perciò, sappi che anche domani, quando mi passerai davanti con il tuo secchio e i tuoi arnesi, latrerò, ululerò e ringhierò furiosamente, come se non ti avessi mai visto prima.
«Come ti chiami, bel cagnone?»
«Pavlov».
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Piaciuta la favola? Sentite quest’altra.
A Pisa, il 17 agosto, sul muro di una scuola primaria, appaiono delle scritte inneggianti al fascio, e dei simboli chiaramente runici.
Un’ondata di sdegno pervade le istituzioni.
Il vicepresidente del Consiglio regionale toscano, PD, scatta: «Pisa è una città insignita della Medaglia di bronzo al valor militare per la Resistenza e non può esserci spazio per simboli e richiami a ideologie fasciste e naziste. Episodi come questo vanno condannati da tutti con fermezza e senza ambiguità».
Queste scritte sono, incalza, «un gesto gravissimo e intollerabile, ancora più odioso perché colpisce una scuola, luogo di educazione, libertà e democrazia».
Inoltre, «Fa impressione che siano apparse oggi, giorno in cui ricorre il ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti». Senza dimenticare la ricorrenza appena celebrata dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.
Da palazzo Madama gli fa subito eco una senatrice, sempre progressista: «Dopo l’imbrattamento della lapide dedicata a Franco Serantini e altri luoghi continuano ad apparire scritte e riferimenti nostalgici».
Poi si scopre che la scuola primaria è in ristrutturazione e che le scritte le hanno lasciate gli operai come indicazioni. La scritta «Sì fascia» non auspicava il ritorno del Duce, ma il luogo dove applicare il cappotto termico. Le terribili celtiche non erano altro che frecce tracciate alla buona.
Ci si poteva arrivare, si dirà.
Già, forse. Ma intanto nel prendere atto del granchio il PD, se si può dire, si chiude a riccio.
L’eccesso di zelo è stato causato dalla proliferazione dei rigurgiti fascisti. «Possiamo anche sorridere dell’equivoco, ma non liquidare con battute il clima nel quale è maturato. Riconoscere un errore non significa abbassare la guardia: Pisa ha bisogno di attenzione e di una condanna netta di ogni intimidazione fascista».
La storiella finisce qui. De te fabula narratur, dice Orazio, e sinceramente non sapremmo che altro aggiungere.
Massimo Zanetti
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Pensiero
Il fascismo evergreen
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