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Pensiero

La strage dell’autobus di Mestre forse causata da un «malore improvviso». Mentre danno il Nobel all’mRNA

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Ci sono due bambini tra i 21 morti della strage di Mestre. Uno aveva 12 anni, l’altro era un neonato di pochi mesi. Al momento in cui scriviamo, le agenzie dicono che solo di 7 si conosce l’identità – gli altri sono cadaveri ancora da identificare, e guardando le immagini, possiamo immaginare la difficoltà nel farlo. Tra i morti ci sarebbe una signora austriaca, forse la madre di due bambine di 13 e 3 anni ricoverate ora a Treviso.

 

È una tragedia immane. Chi scrive conosce bene quel cavalcavia, l’ultimo pezzo di dura realtà metropolitana prima del senso di liberazione che dà percorrere il ponte sulle acque verso Venezia. Solo immaginare un volo da quell’altezza mette i brividi. Concepire che vi sia caduto un autobus pieno di gente è qualcosa di semplicemente terrificante.

 

«Siamo qui in più di sessanta», ha detto il comandante dei vigili del fuoco di Venezia. «Credo che una scena così tragica, con così tanti morti in quelle condizioni, la maggior parte di noi non l’abbia mai vista, nemmeno i più anziani. Anche se ogni vita ha il suo peso, il numero conta. Ne abbiamo visti di corpi accartocciati fra le lamiere, nei nostri interventi, ma vederli tutti lì, ammassati in mezzo alle fiamme… C’erano anche una ragazza e una bambina che adesso sono qui, sotto il ponte, coperte dai teli».

 

È morto anche l’autista. Ma cosa è successo?

 

«Tra le prime ipotesi sulle cause forse un malore di chi era al volante» scrive l’ANSA. La parola «malore» fa capolino, forse inavvertitamente, su tanti titoli della stampa nazionale.  Mentre scriviamo è spuntato fuori che vi sarebbe un video, che testimonierebbe – dice il Corriere – come l’autobus abbia fatto «un movimento strano» e si sia mosso con una «manovra eccessiva», qualunque cosa voglia dire.

 

«Una manovra impropria: è la stessa impressione descritta anche da un testimone che era alla guida di un’auto dietro il bus» continua il quotidiano di via Solferino. «Qualcosa di strano, insomma. Che non aveva senso fare in quel punto e con quel mezzo. Qualcosa che apre le porte all’ipotesi della prima ora: un malore o un colpo di sonno dell’autista».

 

Siamo edotti che vi sarebbe una scheda video a bordo dell’automezzo, e i «vigili del fuoco a mezzanotte stavano ancora cercando di estrarre». Ne vedremo il contenuto, o ci diranno che è stata distrutta, al momento non sappiamo dire.

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Insomma, la grande stampa sta battendo la pista del malore, anche se – al solito – è comparso un audio Whatsapp fatto circolare stile catena Sant’Antonio in cui una donna asserisce che l’autobus era in fiamme e vi sarebbero testimoni.

 

Nelle ore della strage, era difficile trovare l’informazione, e non perché i giornali non se ne stessero occupando, ma perché Google alla richiesta «Mestre+malore» rimandava ad una quantità di altri episodi.

 

12 agosto 2023: «Malore incredibile a Mestre centro: donna di 40 anni crolla a terra e muore in Piazzale Cialdini»

 

17 luglio 2023: «Fa jogging in montagna poi il malore fulminante: escursionista di Mestre muore a 55 anni»

 

28 marzo 2023: «Mestre, malore nel sonno: muore a 39 anni giocatore di football americano»

 

24 aprile 2023: «Colto da malore durante la notte, muore a Mestre un giovane rosolinese di 43 anni»

 

6 febbraio 2023: «Festa con gli amici poi il malore fatale: stroncato a 46 anni in una camera d’hotel»

 

10 febbraio 2023: «Malore il primo giorno di lavoro a Mestre: Marian muore a trent’anni dopo 48 ore di agonia»

 

26 ottobre 2022: «Trovato morto per un malore in casa a 26 anni, l’allarme lanciato dal papà: dramma a Mestre»

 

18 marzo 2022: «Mestre, malore improvviso davanti alla tv, muore cuoco di 54 anni»

 

2 luglio 2021: «Mestre, mamma muore in casa per un malore: le figlie la vegliano per 3 giorni»

 

Insomma, tanti malori a Mestre, ma non è la cittadina veneta abbia qualcosa di speciale: provate con qualsiasi altra località e otterrete risultati simili.

 

Abbiamo notato, ancora anni fa, come le segnalazioni dei malori fossero incredibilmente aumentate dall’inizio 2021, e come fossero pure cambiate di natura: un malore, prima, era una notizia che poteva riguardare qualcuno che si era sentito male e poi ripreso. Ora sembra che di malore si parli solo per persone che muoiono improvvisamente.

 

È oramai diverso tempo che Renovatio 21 si chiede, con terrore, quanto siano sicuri oramai i mezzi pubblici: abbiamo annotato, in Italia e all’estero, episodi con soprattutto scuolabus il cui conducente viene colpito d’improvviso da malore, cagionando incidenti e mettendo a rischio la vita di decine di bambini che vanno a scuola o sono in gita.

 

Uno studio su questi «malori improvvisi» ovviamente non esiste ancora, nemmeno in termini statistici, ed è difficilissimo che lo vedremo.

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Se pensate che possa essere implicato il programma di vaccinazione con il siero genico sperimentale, dovete comprendere che c’è una sorta di Finestra di Overton anche lì: certe cose si può pensare che vengano fuori, per altre ci vuole tempo, sono caselle più indietro, sono ancora nella categoria dell’«impensabile».

 

Le miocarditi, per esempio sono oramai ascrivibili alla casella dell’«accettabile» e del «sensato»: il loro rischio dopo l’iniezione compare oramai nei bugiardini, anche se spesso si accompagna con la pacca sulla spalla che dice che è un problema che si può tranquillamente risolvere. Dirigenti Pfizer vanno al Parlamento australiano e dichiarano, in tranquillità e scioltezza, di non sapere perché il siero provochi il problema al cuore.

 

Il «turbocancro», cioè l’idea che il siero possa essere dietro a improvvisi fenomeni tumorali, nuovi o di ritorno anche dopo decenni, è un’idea della categoria del «radicale», appena sopra la casella dell’«impensabile»: qualche sparuto scienziato e qualche gruppo antivaccinista di frangia lo sostiene, ma non c’è ancora un’accettazione pubblica, che crediamo verrà combattuta dal sistema con tutta la sua forza, vista la quantità di attenzione politico-sanitaria messa riguardo al cancro e alle sostanze cancerogene. Lo Stato che fa rifare gli edifici per l’amianto, ti inietta sottopelle una sostanza che provoca tumori? Radicale, sì, poco sopra l’impensabile.

 

Per le onnipresenti morti improvvise, che pure potrebbero essere facilmente ricollegate alle miocarditi sempre più slatentizzate, invece temiamo che vi sarà da parte del sistema un’opposizione ancora più grande.

 

Perché in un discorso riguardo alle morti improvvise andremmo oltre la questione medico-sanitaria. Andremmo, di fatto, davanti ad una prospettiva da mistica fondamentalista, quella della rapture, come abbiamo scritto in passato: migliaia di persone la cui vita viene «rapita» in un unico evento apocalittico. Tale idea, chiaro, sarebbe ancora più difficile da controllare, e il dissenso verso lo Stato vaccinatore assumerebbe toni spirituali, religiosi.

 

È per questo che preconizziamo che le notizie sui «malori», specie riguardo scuolabus, autobus, treni, aerei (militari e civili), spariranno dai giornali e, più importante, anche dai motori di ricerca, a cui basterà cambiare lievemente l’algoritmo per non farvi trovare mai più notizie dei mesi scorsi come quelle riportate qui sopra.

 

Il manovratore, ad una certa, lo capirà: il malore (che già di per sé è un eufemismo orwelliano) dovrà essere censurato, dovrà sparire, a suon di studi su Lancet (che vengono, magari, da qualche spintarella) o di Fact-checker allucinatori.

 

Perché, pensateci, non è gestibile – neppure dal punto di vista del traffico! – una società che evita gli autobus, perché teme, salendovi, di morire.

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Crediamo che, pur in un senso più ampio, il Nobel appena assegnato agli scienziati del vaccino mRNA vada in questa direzione.

 

Conosciamo l’odore massonico che promana dal grande premio scandinavo: diedero il Nobel alla letteratura anche al supermassone Giosuè Carducci, autore dell’Inno a Satana e di altre poesiuole di scarsissimo valore letterario epperò inflitte agli italici scolari.

 

Conosciamo le contraddizioni grottesche dei Nobel per la Pace, primo fa tutto quello ad Obama, uomo delle stragi con i droni in Medio Oriente e Centrasia, del surge in Afghanistan e del disastro continuo in Iraq, personaggio nella cui presidenza prosperò l’ISIS.

 

Quello che in tanti ignorano, tuttavia, è che il Nobel stesso è una sorta di operazione di lavaggio storico-psicologico: il chimico e imprenditore svedese Alfred Nobel (1833-1896) si rese conto che la sua reputazione era completamente compromessa dalla sua invenzione principale, la dinamite. Quando suo fratello Ludvig morì a Cannes nel 1888, un giornale francese si sbagliò e pubblicò il necrologio dell’inventore del noto esplosivo con il titolo «Le marchand de la mort est mort» («Il mercante della morte è morto»): «Alfred Nobel, che divenne ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile, è morto ieri».

 

Spaventato dallo stato delle sue PR, nel 1895 redasse un testamento che istituiva i riconoscimenti poi noti come premi Nobel. Poté così morire in serenità l’anno successivo a Sanremo, consapevole del fatto che i premi avrebbero lavato via la morte associata al suo nome.

 

Ora, assegnare all’mRNA il Nobel non lava via anche quest’anno i peccati del riccone dinamitardo, ma è utile a cancellare anche i peccati della nuova terapia genica imposta all’umanità tramite il COVID.

 

Volete avere dubbi su un vaccino che ha vinto il Nobel? (e se ricordate che lo ha vinto anche l’ivermectina, vi bannano dai social)

 

Volete associare la morte ai più alti ottenimenti della scienza? (Il sistema di risciacquo di Alfred è ancora validissimo)

 

Volete dire che hanno dato il più ambito riconoscimento al mondo a qualcosa che può fare male all’umanità?

 

Il lettore capisce da solo la portata dell’operazione psicologica.

 

Al contempo, ripetiamo quanto abbiamo ribadito più e più volte su Renovatio 21: ogni vaccino diverrà un vaccino mRNA. La terapia genica che si candida a curare qualsiasi cosa, l’alterazione genetica sarà la base della nuova medicina. Il mondo intero va spinto dentro questo imbuto. Modifica biomolecolare globale, riforma genica dell’umanità intera. Sul perché, abbiamo le nostre idee, che potete leggere in altri articoli. Sul fatto che lo stiano facendo, non abbiamo più alcun dubbio.

 

C’è una narrativa universale a cui il mondo va uniformato, e davanti alla quale i glitch come le stragi degli autobus vanno corretti.

 

Intanto, l’orrore sotto il cavalcavia di Mestre. E il terrore di mandare in gita tuo figlio.

 

Roberto Dal Bosco

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Oligarcato

Annullata a Vienna la conferenza sull’Anticristo con Peter Thiel

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Il Festival di Vienna ha revocato la prevista partecipazione del magnate tecnologico tedesco-americano Peter Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti.   Il co-fondatore di PayPal e Palantir Technologies, noto per le sue posizioni di destra e «transumaniste», avrebbe dovuto prendere parte a una discussione intitolata «Armageddon e l’Anticristo? Dalla teologia alla realpolitik». Quest’anno il Festival si è definito «Repubblica degli Dei», presentandosi come uno «spazio di critica radicale e nuovi inizi».   Il panel ha subito generato forti polemiche: per alcuni rappresentava un’occasione per confrontarsi con le idee controverse di Thiel, mentre per altri la sua visione apocalittica non doveva avere alcuno spazio. La sua presenza è stata contestata anche dalle autorità comunali di Vienna, che finanziano il festival.

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«L’invito rivolto a Peter Thiel sta giustamente suscitando grande malcontento tra il pubblico», ha dichiarato al quotidiano Der Standard Veronica Kaup-Hasler, assessore alla Cultura del Comune di Vienna.   Il ritiro in massa degli altri partecipanti ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli organizzatori hanno ammesso che la controversia su Thiel aveva indebolito il festival «in misura inaccettabile». Sabato è stata quindi annunciata la cancellazione dell’incontro con l’imprenditore.   «Non a qualsiasi costo: prendo molto sul serio le critiche. Per via della mia responsabilità nei confronti del programma generale, purtroppo ho dovuto rinunciare all’evento previsto con Peter Thiel, sebbene lo trovassi estremamente interessante e tematicamente coerente con il quadro di Republic of Gods. Tuttavia, insistere sull’evento sarebbe stato contrario alla mia stima per il nostro programma artistico e per tutti coloro che vi sono coinvolti», ha dichiarato il direttore artistico Milo Rau in un comunicato.   I discorsi pubblici di Thiel hanno spesso suscitato polemiche. A marzo ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, in una location tenuta privata nei pressi Vaticano. Alcuni media avevano addirittura sostenuto che l’evento si sarebbe svolto presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino, alma mater di Papa Leone XIV. L’istituzione ha però smentito rapidamente qualsiasi collegamento, mentre altri esponenti vicini al Vaticano hanno criticato le iniziative di Thiel.   Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.

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Pensiero

La scuola dell’amicizia

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Due sabati fa ho vissuto un’esperienza magica. Sono tornata nella città natale della mia defunta madre per partecipare al funerale di una delle sue più care amiche. Lì, ho condiviso ricordi, prima al cimitero e poi in un ristorante vicino, con le due superstiti del gruppo di quattro donne – tra cui mia madre – che avevano stretto un legame di amicizia indissolubile e sempre caloroso nel corso di otto decenni.

 

Conoscere i propri genitori è un percorso che dura tutta la vita. Crescendo, mescoliamo e rielaboriamo continuamente i ricordi che abbiamo di loro, nella speranza di ricostruire un ritratto più o meno completo di chi rappresentavano per noi e per il mondo.

 

Per me, fare ciò non è una semplice e occasionale incursione nella nostalgia. Si tratta, piuttosto, di una ricerca costante, alimentata da un desiderio forse vano di accrescere continuamente la mia consapevolezza mentre mi avvicino al mio ultimo giorno. E questo per una semplice ragione. Sarò sempre il figlio dei miei genitori, e ciò che erano, o non erano, è profondamente radicato in me.

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È risaputo che la nostra memoria è inaffidabile. Ma è altrettanto risaputo che, per impedire che una persona si dissolva in un groviglio di sensazioni fugaci e frammentate (obiettivo che sembra essere perseguito da molti educatori e promotori della cultura popolare contemporanea), dobbiamo impegnarci a costruire un’identità funzionale a partire dai numerosi frammenti di memoria che portiamo dentro di noi.

 

Esiste un metodo per farlo? Non ne sono sicuro.

 

Credo però che ci siano alcune abitudini che possono essere d’aiuto, come tenere un registro dettagliato dei ricordi – o, nel mio caso, essendo una persona con una grande sensibilità uditiva e visiva, registrazioni di voci piacevoli e immagini di luoghi – a cui possiamo tornare più e più volte nel corso della nostra vita.

 

Rivivendo questi momenti di calore e appagamento spirituale, non solo troviamo conforto nei momenti difficili, ma ricordiamo anche a noi stessi, in mezzo alla falsa cornucopia della cultura consumistica, ciò che il nostro essere interiore desidera veramente mentre andiamo avanti nel tempo.

 

Ascoltandomi in questo modo, negli ultimi anni mi sono stupito di come i ricordi della mia infanzia nella città natale di mia madre, dove trascorrevo solo i fine settimana e le vacanze estive con i miei nonni, mio ​​zio e mia zia, siano arrivati ​​a oscurare quelli del luogo in cui sono cresciuto giorno dopo giorno, dove andavo felicemente a scuola e giocavo a hockey su ghiaccio, dove ho avuto i miei primi amori e ho bevuto di nascosto le prime birre con i miei amici.

 

Strano, vero? Beh, l’altro giorno credo di aver trovato una spiegazione. Leominster, la città post-industriale di mia madre, a 20 minuti dalla mia, era un luogo dove tutti contavano qualcosa e dove, quando camminavo per la via principale tenendo per mano mio nonno, o compravo il giornale con mio zio dopo aver assistito alla messa delle sei del mattino, c’era sempre tempo per scambiare due parole o raccontare qualche aneddoto. Così ho imparato che ogni incontro apparentemente banale e pratico con gli altri è un’opportunità per cercare di comprenderli e di capire un po’ meglio il loro mondo.

 

Ma ancora più importante era il modo in cui la famiglia di mia madre concepiva l’amicizia. Partivano tutti dal presupposto che praticamente chiunque si incontrasse regolarmente ne fosse degno e che, salvo casi di menzogne ​​grottesche o ostilità, quel legame sarebbe durato, in un modo o nell’altro, per sempre.

 

Inutile dire che questa prospettiva dava enorme importanza alla tolleranza. Quando, durante i cocktail party del sabato pomeriggio a volte organizzati dai miei nonni – quest’ultimo membro del comitato scolastico da 25 anni e leader locale del Partito Democratico – Jimmy Foster si presentava ubriaco fradicio, o Doc McHugh si lasciava un po’ trasportare dalla propria genialità, il loro comportamento non ortodosso veniva considerato, come tante altre cose simili, una dimensione normale, seppur un po’ pittoresca, della vita.

 

E qui risiede un paradosso meraviglioso e forse rivelatore. Gli Smith di Leominster erano ben lungi dall’essere ciò che oggi definiremmo relativisti morali. Nutrivano profonde convinzioni, radicate sia nella loro fede cattolica sia nell’odio irlandese per le bugie, la falsità, le molestie e l’ingiustizia. E se qualcuno oltrepassava uno qualsiasi di questi limiti, esprimevano senza mezzi termini il loro disappunto.

 

Ma fino a «quel momento», che in realtà arrivava in pochissimi casi, eri un amico fidato con tutte le tue peculiarità, le tue stranezze o le tue preoccupazioni esagerate.

 

Per mia madre, così come per mio zio e mia zia, questo connubio di profonda convinzione e grande tolleranza ha permesso loro di stringere amicizie straordinariamente durature con persone molto diverse tra loro.

 

Quando mio zio, politicamente convinto conservatore, morì, il suo amico ultraliberale, che conosceva da 70 anni e che era stato in passato nella lista dei nemici di Nixon, venne da Washington per pronunciare l’elogio funebre. Negli ultimi decenni della sua vita, le amiche più care di mia zia – il cui cattolicesimo si potrebbe definire tridentino – erano una coppia di lesbiche.

 

E per quanto riguarda mia madre – il cui gruppo di quattro amiche più intime comprendeva un’ambiziosa donna d’affari divorziata che aveva trascorso molti anni in Australia; una moglie, madre e imprenditrice che aveva sconfitto il cancro per ben quattro volte; e una donna elegante e atletica felicemente sposata con lo stesso uomo da 70 anni – quel momento per porre fine o anche solo mettere in discussione le fondamenta della sua amicizia non arrivò mai. E così fu per quasi tutte le altre amicizie che coltivò e di cui godette nel corso della sua vita.

 

E due sabati fa, io e mia sorella ci siamo rallegrati non solo dei racconti che i due sopravvissuti ci hanno fatto su otto decenni di amicizia condivisa, ma anche della certezza di aver frequentato, grazie alla straordinaria capacità di mia madre e della sua famiglia di creare e coltivare amicizie, una scuola ben più importante di quelle in cui abbiamo conseguito le nostre prestigiose lauree universitarie.

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Possibile che, in questi tempi di divisione, caratterizzati dalla pressione di schierarsi rapidamente da una parte o dall’altra di una particolare posizione sociale o ideologica, gli Smith di Leominster avessero ragione nelle loro idee sull’amicizia?

 

È possibile che quelle che oggi, nel nostro Paese apparentemente irrimediabilmente diviso, vengono considerate convinzioni ideologiche, non siano in realtà vere e proprie convinzioni, ma piuttosto etichette a cui molti aderiscono in modo rapido e superficiale proprio perché non hanno riflettuto a fondo su ciò in cui credono o perché non vogliono apparire antiquati o disinformati?

 

Forse è giunto il momento di ricordare loro ciò che i membri della famiglia di mia madre sapevano e trasmettevano quotidianamente: che ogni persona è un’opportunità di apprendimento e che le persone con convinzioni veramente salde non temono le opinioni contrarie, né sentono il minimo bisogno di mettere a tacere o censurare coloro che non sono d’accordo con un aspetto o l’altro della loro visione della realtà.

 

Thomas Harrington

 

Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Espana

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Immagine screenshot di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Essere genitori

I bambini che libereranno Faccetta nera

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Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.   In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.  

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  Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)   E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».   Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.   Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.   Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…   Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.

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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.   La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.   Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.   Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.   Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.   Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?   E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?   In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.   Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.   In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.

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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…   Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?   Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.   Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.   Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.   Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.

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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.     Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.   Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».     Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme. C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?   Roberto Dal Bosco

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