Pensiero
Il nuovo spirito del tempo
Se il tempo è la misura del divenire, «i tempi» hanno sempre rappresentato nella percezione comune il mutamento storico prodotto dai comportamenti umani e dagli eventi che li coinvolgono. Comprendono la trasformazione, maturazione o degenerazione dei modi di essere e di agire, che si proiettano in modo evasivo, riduttivo o sublimato e immaginifico anche nelle mode.
Qualche volta sono stati ricondotti all’influsso positivo o negativo di una minoranza particolare o addirittura di un singolo, capaci di imprimere un carattere determinato, una colorazione particolare allo spazio cronologico in cui si è dispiegata la loro influenza.
I tempora e i mores della invettiva ciceroniana stavano a definire la degenerazione morale e politica introdotta da una genia di individui particolari, che avevano osato lacerare il tessuto incorrotto di un’etica e di una tradizione, e dovevano essere combattuti a tutti i costi. Ma i «tempi» hanno finito per assumere un significato oggettivo, sono stati sentiti come una entità a sé, in grado di dominare il presente e di indirizzarlo con forza verso un destino cui è impossibile resistere, come alla corrente impetuosa di un fiume alla quale non vale la pena di opporsi e che, anzi, forse è utile assecondare.
I «tempi nuovi» di Machiavelli erano anch’essi un nuovo volgere di eventi sociopolitici che si inserivano fatalmente nell’arco e nelle traiettorie della storia. Ma è evidente che il divenire dell’esperienza umana è al tempo stesso causa ed effetto del divenire delle idee che fanno da volano a nuove esperienze, in un circolo vizioso capace di imbrigliare la vita comunitaria, ma anche quella dei singoli individui.
Insomma, «i tempi» sono guidati dallo spirito delle idee e generano nuovo spirito.
La filosofia tedesca ha nobilitato il fenomeno attribuendo alla forza trascinante dei «tempi» uno spirito capace di proiettare la propria luce messianica sui popoli, sicché la accondiscendenza e l’accoglimento di una realtà nuova diventa naturale, utile e necessaria.
Alla fine, «i tempi» sono l’insieme delle forze che condizionano i comportamenti dall’esterno, o perché sembrano incarnare esigenze evolutive inarrestabili, o perché rappresentano una direttrice metafisica che richiede soltanto di essere riconosciuta e interpretata o, più banalmente, perché la percezione di un andazzo generale induce gli individui a conformarsi ad esso pigramente per aggregazione, senza porsi troppe domande. Allora diventano all’occorrenza un alibi, la giustificazione di una ritirata o di una accettazione passiva, e creano quel meccanismo in cui le idee stesse rimangono imprigionate.
Oppure, all’opposto, sono sentiti come negazione e demolizione, come caduta e interruzione del faticoso sforzo umano volto ad elaborare principi e rimedi, direttrici etiche e spirituali, erette a difesa di esigenze comuni, e come tali vengono combattuti.
Così, di fronte allo «spirito del tempo», ci si può porre in modo sospettoso o sottomesso, fatalistico o critico e oppositivo a seconda del messaggio che esso rimanda e dei contenuti percepiti, a seconda del momento e delle circostanze storiche, dello scarto rispetto al passato prossimo di cui rappresenti uno sviluppo obbligato, una evoluzione accattivante, una emancipazione o una intollerabile dissonanza. Infine, la sua forza suggestiva agisce in modo differente sulle vecchie e sulle nuove generazioni.
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Tuttavia se «i tempi» non sono una entità staccata dagli uomini che fanno e disfano la storia a seconda delle contingenze determinando i flussi continui delle idee, ci sono eventi esterni, naturali o no, capaci di creare nuove realtà spirituali al di là delle intenzioni umane, eventi traumatici che, come una catastrofe naturale o una guerra di annientamento, imprimono allo stesso scorrere più o meno tortuoso del divenire svolte decisive, creano battute d’arresto interrompendo il corso stesso della storia, e generando una nuova storia dello spirito.
In ogni caso se tempi nuovi, cioè di forte cambiamento, portano idee nuove, queste non sono necessariamente anche buone, come quando travolgono, in un processo involutivo, un deposito consolidato e sperimentato di sapere, di principi, di canoni di comportamento. Per questo, oggi più che mai diventa di capitale importanza per la comprensione del tempo presente vedere la parte che tocca all’uomo quale instancabile artefice o suddito dei «tempi» e dello spirito che li anima e occorre misurare il valore oggettivo di questo.
Occorre vedere tutta la particolarità della stagione «presente e viva» e «sentire il suon di lei», come vedeva e sentiva Leopardi la sua.
Infatti, per noi, hinc et nunc, lo spirito del tempo contiene, rispetto al passato, una differenza fondamentale, straordinariamente rilevante: esso appare determinato, indirizzato, guidato, secondo un programma, uno studio elaborato a distanza, in applicazione di una teoria e seguendo una prassi sperimentate in laboratorio o sul campo.
Non è lo spirito assoluto, ma non sono neppure soltanto le contingenze storiche a determinare lo spirito del nostro tempo, ma un ben definito disegno politico dettato da una nuova e determinata volontà di potenza, alimentata e potenziata dalla tecnica.
Insomma, la stessa nozione di spirito del tempo, come prodotto obbligato o casuale di un divenire storico che spesso sfugge anche al controllo degli uomini che pure lo generano, deve essere aggiornata e misurata sulla realtà di una nuova e determinata realtà di potere.
Il nuovo spirito del tempo è nuovo perché si presenta non come forma evolutiva del divenire, ma come invenzione, rovesciamento e manipolazione della realtà che un potere «politico» in senso lato intende imporre direttamente con leggi dissennate, o indirettamente attraverso suggestioni e degenerazioni culturali guidate mediaticamente.
Esso è il prodotto di una regia sapiente, che crede di poter muovere a piacimento e all’infinito le proprie pedine sulla scacchiera di una storia pensata come cosa fatta propria per sempre. Una regia che si è autodivinizzata dopo avere messo in fuga il divino dalla parte di mondo di cui si è impossessata.
Si tratta di una macchina da guerra, non propriamente gioiosa quale quella ideata da un dimenticato politico progressista, ma straordinariamente efficiente, anche in virtù dell’apporto delle stesse masse adeguatamente rieducate e asservite, che ne incrementano e ne stabilizzano l’imperio. Essa si pone come rampa di lancio verso obiettivi sempre più ambiziosi e allucinati, che prevedono lo stravolgimento di ogni principio etico e delle leggi della natura e della convivenza sociale, il sovvertimento del pensiero e del giudizio.
Questo nuovo spirito del tempo non più figlio naturale del divenire storico, ma l’oggetto di un disegno politico; soffia su tutto l’Occidente europeo che, dopo essere stato la fucina di ogni evoluzione ma anche di ogni falsa liberazione ideale e religiosa, di ogni esperienza di pensiero spinta oltre i limiti di salvaguardia, ora raccoglie mestamente le scorie della propria autodistruzione, e della propria riduzione in schiavitù «per man di mercatanti».
Ma crea scenari del tutto particolari in questa Italia immemore di sé, incapace di leggere la realtà di cui si è fatta vittima sacrificale, ancora una volta terra di conquista, e campo di sperimentazione privilegiato nella visione di dominio universale della cosiddetta anglosfera.
La volontà di potenza che alimenta il nuovo spirito del tempo si pone anzitutto come obiettivo di cambiare faustianamente lo statuto morale, etico ed estetico, culturale e religioso, del mondo. Non si accontenta della sottomissione materiale, ma vuole sottomettere le anime (esemplare il fine di conquista delle anime riconosciuto dalla Thatcher al proprio programma capitalistico), in quanto via meno costosa e appariscente, strumento indispensabile per ottenere e mantenere a basso costo la sudditanza del maggior numero possibile di individui.
Ma come si è arrivati ad assorbire in modo quasi lineare, morbido, in Europa in generale e in Italia in particolare, un nuovo spirito del tempo che accoglie il sovvertimento etico, politico, religioso, estetico, giuridico e complessivamente culturale quale proprio nuovo carattere identitario?
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Come si è potuto arrivare a togliere i basamenti su cui poggiavano le strutture culturali della società? E come, soprattutto, la società sollevata dalle proprie fondamenta oggi sembra farsi portatrice attiva o per colpevole omissione del nuovo spirito del mondo?
Abbiamo assunto dunque come presupposto inconfutabile che il nuovo spirito del tempo sia l’oggetto di un programma di sovvertimento di strutture culturali storicamente sedimentate e di quella legge naturale che è punto di riferimento irrinunciabile per la sopravvivenza stessa della compagine umana. Esso si serve a questo scopo di suggestioni, di induzioni emotive, di un non pensiero in forma di pensiero, di un linguaggio falsificato che retroagisce a formare vuoti gusci concettuali.
Ma questo vaste programme non avrebbe potuto prendere corpo se non si fosse messa in conto la capacità di asservimento morale e culturale, la riduzione intellettuale delle masse aggredite prima dalla modernità, poi dalla postmodernità postbellica.
Oggi un po’ tutti sono più o meno in grado di riconoscere come sovrastruttura pervasiva il capitalismo della sorveglianza, date le sue ormai scoperte manifestazioni, Ma poco ci si interroga sull’oggetto sorvegliato e non tutti sono disposti ad ammettere la propria condizione di sorvegliati e manipolati. E questa inconsapevolezza colpevole già spiega il successo della manipolazione e dell’asservimento.
Una analisi particolare meritano dunque gli assoggettati al nuovo spirito del tempo, ovvero i sudditi dei soggetti che lo muovono. Sotto molti profili è evidente che la responsabilità di questa resa senza condizioni al nuovo spirito del tempo grava tutta sulle spalle delle generazioni più mature, a partire addirittura da quelle vissute sotto la euforia postbellica e conquistate dal miraggio del benessere senza costi morali ed educativi o, ancora peggio, di quelle che, dopo essersi pensosamente dedicate a contrastare ideologicamente le derive economico sociali del capitalismo, ne hanno sposato la lezione libertaria dell’abbattimento di ogni frontiera morale.
La guerra aveva cancellato ad arte il volto di una civiltà secolare, mettendo definitivamente fuori gioco la idea dissennata della propria funzione catartica, ma anche proiettando i sopravvissuti verso il nuovo che, dal nulla delle macerie e della morte, nasce buono per definizione ed è stato capace in molti casi, di far dimenticare una tradizione e una cultura. Il sole dell’avvenire poteva irradiare tutto con la luce della libertà dal passato mentre piantava la sua bandiera sul futuro.
La libertà da concetto relativo è diventato concetto assoluto e componente essenziale e nobilitante del divenire, di ogni divenire che, volendo coprire tutto, ha finito per diventare un «ologramma», con la stessa illusoria consistenza degli aerei che negli schermi televisivi squarceranno le torri gemelle ad uso e consumo dei telespettatori, mentre l’esplosivo vero le faceva crollare dall’interno.
Le generazioni postbelliche, quelle giovani e meno giovani di allora, misurarono la propria vitalità su questo mito rinnovato della libertà, confermato dalla liberazione dal bisogno e dal nuovo benessere assicurati dalla macchina della ricostruzione, infine sulla possibilità di perseguire liberamente il piacere contingente, vero o presunto.
La divinizzazione della libertà appena scoperta servì allo scardinamento del ruolo femminile sull’altare del sacrificio umano, cioè dell’aborto, come consacrazione della scelta personale libera. Ma era già stata accesa, con lo scardinamento attraverso il divorzio, della sua funzione socio etico economica, la pira su cui incenerire la famiglia che si guadagnerà, alla memoria, il titolo di «tradizionale» nel cenotafio erettole in un apposito museo.
Il mito della libertà e la euforia della autodeterminazione solleticano la volontà di potenza che si scopre non solo appannaggio del potere, ma ora alla portata del quivis de populo. La eroica rivoluzione cui è approdato dopo tanta fatica speculativa il pensoso occidente è stata quella contro la legge naturale con la quale esso ha apparecchiato il proprio orizzonte suicidario.
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Attraverso questa guerra di liberazione, condotta sotto la bandiera della libertà individuale autogestita, riecheggiava quella consacrata dalle avanguardie «artistiche» liberatesi da più di un secolo da quella forma che delle arti ha sempre rappresentato la legge naturale, ovvero la spina dorsale.
C’erano in giro ancora idee forti, ma tutto doveva essere ricomposto in un ordine funzionale al nuovo obiettivo di dominio universale. Un ordine che venisse da sé senza violenza, visto che la violenza attizza la ribellione. Nelle piazze come nelle fabbriche. Ecco allora la necessità di introdurre la libertà «da», soprattutto dalla realtà, ora che già la televisione allenava le menti a sostituirla con quella virtuale.
Del resto nel suddito era già stato inoculato il germe del progresso e del vantaggio evolutivo quale criterio di giudizio privilegiato della realtà materiale e spirituale. Un germe presente nella cultura scientista e laicista, ma penetrato sia pure lentamente anche nelle sfere più modeste della popolazione e quindi facilmente anche nella mentalità cristiana. Il rovesciamento dell’altare da parte dei muratori postconciliari rappresenta bene il fenomeno complessivo e sintetizza sia la teologia nuova del potere clericale che la devozione nuova del fedele remissivo.
Le premonizioni nicciane si fondavano sulle degenerazioni culturali delle élites intellettuali dominanti, che però non si erano ancora allargate a fenomeni di massa. Infatti, anche se la stessa morte di Dio era stata annunciata al mercato, le chiese rimasero piene almeno fino al dopoguerra e alla morte di Pio XII, perché il cattolicesimo radicato nel popolo di Dio era ancora ignaro di come la stessa teologia cattolica andava virando verso quella protestante e i Bonaiuti avevano allargato la strada alla dissoluzione della Chiesa ben prima che il Concilio gettasse le basi ufficiali di quella dissoluzione.
Il rito assicurava la continuità della Chiesa e del messaggio divino, e teneva ancora a bada lo spirito del tempo che pure soffiava sempre più forte al di fuori. Per farlo entrare a gonfie vele occorreva cambiare la forma capovolgendo la sua simbologia. Si dice che la rivoluzione sessantottina sia cominciata dalla Chiesa. In ogni caso anche quelli che hanno continuato a riempire le chiese dopo il Concilio non si sono accorti di andare professando ormai una religione nuova, perché alla diversità della forma corrispondeva la diversità dei contenuti.
Del resto, la pressione e la confusione indotte mediaticamente col bombardamento di nuovi luoghi comuni o con la loro subdola insinuazione hanno suscitato anche nei benpensanti cattolici quella «prudenza» nel dare forma al proprio sentimento critico e nell’esprimere un pensiero forte, e allo stesso tempo quella ritrosia a porsi in contraddizione aperta col «mondo», suggerite dalla mitezza cristiana non meno che dalla diffidenza timorosa verso le posizioni di contrasto. Così si è ottenuta la sudditanza proprio di quelle masse di individui che meglio di altre avrebbero dovuto essere capaci, per natura e per habitus culturale, di opporre una solida tradizione morale e culturale alle follie di nuovo conio travestite da conquiste di libertà.
Insomma, il nuovo spirito del tempo trovava il suo volano anche nel popolo cattolico progressivamente progressista ma anche docile e malleabile per natura o per posizione politica.
Ma intanto esso si imponeva a generazioni disarmate anche attraverso la potenza della tecnica e l’autorevolezza che essa conferisce. L’affievolirsi della fede è stato compensato con la nuova fede nella onnipotenza della tecnica, che mantiene il crisma del progresso indipendentemente dai suoi esiti e delle sue applicazioni. La scoperta felice che essa faceva risparmiare tempo e fatica e sembrava allungare la vita diceva che era buona per definizione, anzi il nuovo era buono per definizione e, se anche le idee erano nuove, anch’esse dovevano essere buone. Poi la virtù intrinseca della tecnica è stata avallata dalla filosofia, che l’ha scissa dal problema dell’etica secondo il principio per cui questa coincide con tutto ciò che è possibile fare e «creare».
Infine, a rafforzare il mito del nuovo che avanza perché è bene che così sia, c’è anche l’inerzia, la timidezza, il timore del suddito e soprattutto la sua più o meno confusa convinzione di non essere in grado di capire a causa della propria inadeguatezza cognitiva. È lo stesso atteggiamento collaudato davanti ad ogni manifestazione truffaldina spacciata come arte moderna o, peggio ancora, «contemporanea».
Di fronte alla quale il volgo «profano», perché tale si ritiene, disistimando la propria innata capacità di afferrare la realtà qual è, si sforza di mostrare interesse e approvazione soltanto perché non osa dichiarare ad alta voce di essere gabellato. La pletora di mostre e mostrine infarcite di mostruosità estetiche e imposture sedicenti culturali, tutto il vuoto travestito impunemente da pretese artistiche che ingombra da anni ogni angolo del mondo progredito, arriva oggi a stuprare luoghi di bellezza incorruttibile con un pattume spacciato per pietanza fresca, che viene ingurgitato senza fiatare e magari anche a pagamento.
Di qui, quando le idee nuove sono venute ad insinuarsi nelle menti disarmate dei figli, perché disarmati erano ormai proprio i genitori che, per quanto sorpresi dalle più vistose «novità», rimasero turbati dall’idea di «dover contrastare» i figli e commettere così il nuovo peccato di «autoritarismo».
Insomma, su tutti i fronti il nuovo spirito del tempo, tra miti progressivi e tra rispetto umano, tra ignavia, pigrizia mentale e spirito gregario e fuga dalle turbolenze nemiche del quieto vivere, ha avuto buon gioco per far progredire in modo esponenziale le proprie pretese e le proprie prepotenze fino a conquistare tutto il terreno alla propria follia.
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Così è avvenuto per i tre capisaldi dell’attacco alla struttura naturale della società dopo quello portato alla famiglia fondata sul matrimonio, ovvero omosessualismo, aborto ed eutanasia, accolti da generazioni già confuse che avevano di fronte genitori interdetti e disorientati.
La soggettivazione foucaultiana del popolo è avvenuta anche per la via della fuga dalla responsabilità, o dalla fatica di fermarsi a pensare e a vedere lo scorrere di una realtà artificiale al di sopra o al di sotto della coscienza collettiva. Oppure la comprensione di quanto ci minacciava ferocemente sempre più da vicino è maturata troppo tardi, quando i fenomeni si sono perfettamente realizzati e non era più possibile prevenirli perché ci avevano già sorpassati.
Vale per tutti l’esempio della surreale ondata omofiliaca, avanzata prima in sordina, poi sempre più sfacciatamente, senza incontrare resistenze capaci di arrestarne l’avanzata distruttiva.
Intanto, per quelle che sono le nuove generazioni di oggi, già nate nella realtà, o nella prospettiva, della dissoluzione famigliare e di dileguate certezze morali, vengono apparecchiate le fasi finali della demolizione controllata, mai interrotta nei decenni, di quella scuola gentiliana che era stata ideata per la formazione umana complessiva e per l’affinamento delle capacità critiche e speculative individuali.
Una scuola il cui valore culturale, a detta di un osservatore politico statunitense mandato in Italia nel dopoguerra a studiare la fenomenale capacità di ripresa mostrata da un paese scientemente distrutto, era tutta da accreditare al valore della scuola italiana. Un buon motivo per allestire il suo metodico smantellamento, cominciando dall’alto con la conquista ideologica degli atenei, da Roma a Trento, passando per la facoltà di architettura, progenitrice autorevole del futuro scempio architettonico d’Italia. Una demolizione sfociata, con un salto di qualità concordato altrove, nel demenziale genderismo scolastico della «Buona Scuola» renziana, ultimo trampolino di lancio verso il colpo finale da assestare ad ogni forma di istruzione con le degenerazioni della Scuola 4.0.
Infine, la sottomissione al nuovo spirito del tempo richiede la devozione dedicata ai più prestigiosi miti fondativi: libertà e uguaglianza che, si sa, vanno a braccetto; democrazia, che va bene per tutte le stagioni; benessere, altrui, legato all’economia; diritto alla felicità, concetto forte e d’avanguardia capace di soddisfare ogni esigenza giuridica, filosofica ed esistenziale.
Per riassumere, in virtù delle suggestioni indotte dal regime comunicativo, la difficoltà di reperire il tempo e gli strumenti per decifrare la realtà oltre l’apparenza propagandata, la sfiducia nel proprio discernimento e nella sapienza del buon senso, un degrado culturale generalizzato e programmato attraverso la demolizione controllata dei sistemi di istruzione, più generazioni sono state imprigionate negli ingranaggi della macchina del potere che ha potuto continuare a travolgere la ragione e la capacità di percepire la oggettività del reale, a neutralizzare ogni opposizione prima ancora che una qualche battaglia potesse essere combattuta.
Ma a questo punto, il suddito che non ha trovato buone ragioni né le condizioni per opporsi, ma anzi ha avvertito la vocazione destinale dello spirito del tempo, ha finito per diventarne la vera forza motrice.
Infatti, ormai dimentico di ogni acquisizione etica, politica, giuridica, estetica e religiosa, ovvero delle loro essenze, e non avendo più nulla a cui appoggiarsi perché ha lasciato andare tutti gli appoggi, ha finito per mettersi a spingere la macina che sta già triturando la sua esistenza presente e futura.
Comincia ad usare le parole svuotate del loro senso che il nuovo spirito del tempo gli propina d’autorità, come parte indisponibile del nuovo linguaggio unico comune.
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L’adeguamento avviene in modo automatico e repentino, a macchia d’olio. Un po’ con la stessa velocità con cui la «buona giornata» adottata anzitutto da ogni commessa italica è stato sostituito in ogni ambiente cittadino o periferico, senza distinzione di classe sociale, al «buon giorno» che resiste soltanto in qualche semideserto borgo dell’entroterra abruzzese e molisano, o calabro lucano, e mentre si fa strada con prepotenza anche la «buona serata» allusiva di auspicabili svaghi notturni, fossero anche solo televisivi.
Ora, in questo e altri casi simili, la facilità di adattamento a certi stilemi elargiti dalla «direzione artistica», può apparire tutto sommato innocua. Ma la cosa diventa fatale quando il mutamento del linguaggio imposto e recepito secondo copione sta a determinare la mutazione degli apparati concettuali.
Sappiamo, ad esempio, come la cavalcata prima notturna poi sempre più travolgente e scoperta dell’omosessualismo sia avvenuta sotto la bandiera del «gender», la parola magica che ha consegnato ad ogni benpensante il certificato di normalità elaborato per una pratica contro natura e contro ragione. Una pratica che pretende di uscire dalla indisturbata alcova privata per imporsi con patologica protervia a tutto il genere umano e mostrando in questo modo proprio quella anormalità radicale che si è preteso cancellare manu militari.
Per non dire della perversione concettuale ormai irredimibile sottesa all’uso a casaccio e a sproposito del termine «diritto» e quelli spudoratamente truffaldini di democrazia, stato di diritto, e via discorrendo.
Viene usata la medesima parola per indicare ciò che non ha nulla a che fare con il suo vero significato, E questo vale anzitutto proprio per quelle parole nate piene di sostanza concettuale e simbolica perché destinate a custodire idealmente i fondamenti di una comunità, le sue regole di sopravvivenza e le sue proiezioni nel futuro. Il guscio vuoto della parola riempito con un contenuto falso snatura anche il contenitore, che diventa una capsula potenziale di veleno.
La perversione linguistica è un espediente buono per tenere asservite le masse che dalla ipocrisia etica sono portate alla obbedienza attraverso il disarmo cognitivo. Ma poi sono le stesse masse disarmate a consolidare con l’uso equivoco delle parole l’abuso concettuale e si fanno agenti di cambio delle strutture sociali.
L’imbroglio, l’ipocrisia, la prepotenza, l’hybris, non sono nate oggi. Ma tutto quello che riposa nel baule della storia oggi è portato all’ennesima potenza oltreché dalla potenza dei mezzi distruttivi allestiti in sordina, in modo obliquo dal concomitante appannamento di ogni consapevolezza critica, di ogni autonomia di giudizio. Il più vistoso di questi effetti distruttivi è che il patologico diventa a poco a poco normalità anche nella coscienza collettiva.
Qui si mostra tutta la forza incontrastata del nuovo spirito del tempo, capace di sradicare interi sistemi concettuali oltreché fondamentali quadri etici che in passato erano sempre riusciti a rimanere saldi sullo sfondo delle trasformazioni più o meno modaiole del costume o quelle del pensiero riflesso, dei bradisismi che pur segnando i mutamenti delle epoche non erano stati in grado di scardinare le fondamenta su cui si era costruita una civiltà.
L’immagine significativa del fenomeno può essere quella degli alberi gettati a terra da un uragano e che mostrano sollevate sopra gli stessi tronchi abbattuti le grosse radici divelte. Solo che il vento è stato sollevato artificialmente dall’alto e assecondato incoscientemente dal basso. Distrugge una pianta secolare, con l’aiuto decisivo di quelli che dalla sua caduta vengono schiacciati.
Il disegno perverso contenuto nella imposizione dei sedicenti vaccini ha potuto realizzarsi perfettamente, in due tempi, grazie alle vittime designate. Prima grazie alla loro fede cieca nella provvidenza salvifica della scienza di importazione. Poi per la loro ferrea volontà di non conoscere le conseguenze letali del farmaco miracoloso che falcia tante giovani vite in una surreale congiura del silenzio.
La realtà ancora una volta, come la gorgone, è troppo orribile da guardare e, per timore di esserne impietriti, si preferisce girare il capo altrove. Nessuno vorrebbe scoprire che il proprio padre è un violentatore seriale. Ma non si capisce che a ignorarlo volutamente si diventa corresponsabili, ma anche vittime.
Anche le degenerazioni sessuali pubblicizzate impunemente riassumono al meglio le patologie cognitive dei contemporanei e il loro apporto al trionfo di ogni follia distruttiva.
Un obiettivo mostruoso quale la legittimazione della pedofila, che fa capolino orrendamente fra tutte le pieghe della famosa cultura occidentale, non sarebbe mai stato prospettabile senza un crescente degrado morale, ma soprattutto senza la coscienza della responsabilità delle istituzioni politiche nazionali, internazionali e sovranazionali, appollaiate all’ombra della fucina dove si vuole riforgiare il mondo.
Intanto il non pensiero diffuso anche nella piccola borghesia semiacculturata alimenta ogni follia con la propria ansia di «aggiornamento» e adeguamento al nuovo spirito del tempo, secondo le direttive del quotidiano di riferimento.
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Così, la giovane signora di buona famiglia e buone letture si porta in vacanza il libro engagé di Michela Murgia, che è «aperto su altri mondi possibili» e dunque risulta «intrigante» quanto basta per compensare la banalità delle quotidiane incombenze di una madre costretta a sentirsi ancora «tradizionale».
Ma il nuovo spirito del tempo che sostituisce la libertà di pensiero con la libertà dal pensiero soffia ovunque.
La sua forza distruttiva investe, il campo del diritto dove l’oblio del sistema concettuale e di principi frutto di una elaborazione secolare sembra ormai totale.
Improvvisamente, la stessa autorità custode istituzionale di una cultura e di un deposito indispensabile al buon vivere comunitario imbraccia il piccone per poi assestarsi sopra un mucchio informe di macerie da cui trarre, con l’acqua di scolo delle idee correnti, i nuovi impasti giuridici adeguati «all’ordine del tempo».
Insomma, anche il diritto, come l’arte, perde la propria forma, e diventa altro da sé, con la conseguente perdita della sua funzione primaria di riparo dall’arbitrio del potere, quella funzione che ora proprio all’arbitrio dei poteri viene piegata. L’interpretazione della legge, foss’anche quella costituzionale, diventa abrogazione della legge su preventivo suggerimento mediatico.
Ora anche una stupefacente furia costruttiva ha il pregio di indicare meglio di ogni diagnosi clinica come la follia imposta da ordini superiori venga alimentata con slancio da scrupolosi esecutori.
Possiamo assistere all’autoimprigionamento dei sudditi climatici nelle proprie nuovissime case senza finestre, ovvero munite soltanto di «prese d’aria» tanto strette da impedire l’evasione o, prudentemente, anche l’eventuale suicidio. Infatti, l’autoreclusione risponde anch’essa a dogmi della nuova religione secondo la quale la piccolezza delle «luci» è essenziale per la salvezza del pianeta e della economia, amorevolmente dirette dagli gnomi di Davos.
Del resto, il buco dell’ozono prodotto dalla lacca per capelli si è richiuso felicemente soltanto quando le donne hanno sciolto le chiome per coprire le pudenda laddove non arrivano i tatuaggi che ora sostituiscono gli antieconomici tessuti.
Anche la carne artificiale, che pare tollerata bene dai vegetariani e dagli animalisti, contribuirà alla salvezza del pianeta, dopo che si sarà impedito a bovini e suini di oscurare il sole con le loro nefande emissioni gassose. Emissioni che presto verranno interdette per legge anche agli umani.
Già da questi pochi esempi, vediamo che il nuovo spirito del tempo soffia molto forte e dunque non bisogna hegelianamente opporre alcuna resistenza perché tutto è dialetticamente buono.
Speriamo solo che l’incubo finisca presto e torni un Basaglia qualunque a chiudere questa volta il manicomio a cielo aperto, ormai troppo affollato, mentre un nuovo San Giorgio a cavallo trafigga con la spada fiammeggiante immersa nelle sue fauci il mostro dei potenti che tengono in scacco la bella dama indifesa.
Patrizia Fermani
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.
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Pensiero
L’antico incidente dietro la Tesla volante
Turns out the future does have flying cars pic.twitter.com/6fexPp6SXI
— Elon Musk (@elonmusk) October 16, 2026
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E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia) Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato. La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile. La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?Mission S.
Authentic. Consistent. Timeless. A glimpse into the future – shaped by our heritage. Mid-engine architecture. A focus on the driver and the driving experience. Call it a love letter. https://t.co/R2BKMUzcyA — Porsche (@Porsche) October 15, 2026
Highlights of all four stunts Tesla showed off with the new Roadster today. pic.twitter.com/chP6QEuVMk
— Oli (@CARN0N) October 16, 2026
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Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
Si riaccende il dibattito sulla pena di morte, e più specificamente sulle sue modalità, nel momento in cui in America si ricomincia a parlare di esecuzioni pubbliche, con il segretario della guerra Pete Hegseth che dichiara di voler trasmettere in streaming l’esecuzione di un ex psichiatra dell’esercito americano maggiore Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la sparatoria del 2009 in una base militare in Texas costata , sostenendo che gli americani debbano vedere le conseguenze di crimini di questo tipo. Lo Hasan, islamista, sarà giustiziato con plotone di esecuzione nella stessa base alla stessa ora della strage da lui perpetrata.
Quasi due secoli fa lo scrittore britannico Charles Dickens inviò al giornale londinese The Times in cui riportava il suo resoconto di un’esecuzione pubblica e auspica che la pratica di giustiziare i prigionieri avvenga a porte chiuse. Dickens assistette all’impiccagione pubblica di Frederick e Marie Manning (i coniugi condannati per il «delitto di Bermondsey», dove era stato assassinato e derubato l’amante della donna) fuori dal carcere di Horsemonger Lane a Londra, un evento a cui assistettero oltre 30.000 persone.
Renovatio 21 pubblica di seguito la traduzione della lettera che l’autore di Oliviero Twist scrisse al Times il 14 novembre 1849. Il Dickens è sconvolto non tanto dalla morte in sé, ma dal comportamento volgare, festoso e brutale della folla: risate, schiamazzi e bisticci. Dickens non affronta in modo astratto il concetto filosofico della pena capitale, ma chiede con forza che le esecuzioni fossero rimosse dalla vista del pubblico e svolte in forma privata all’interno delle mura del carcere, per evitare il degrado morale della società. Le sue denunce hanno contribuito al dibattito che portò, nel 1868, all’abolizione definitiva delle esecuzioni pubbliche nel Regno Unito.
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Al direttore del Times
Egregio signore,
Sono stato testimone dell’esecuzione a Horsemonger lane questa mattina. Mi sono recato qui con l’intenzione di osservare la folla radunatasi per assistere all’esecuzione, e ho avuto ottime opportunità di farlo, a intervalli per tutta la notte e ininterrottamente dall’alba fino a dopo la fine dello spettacolo.
Non mi rivolgo a voi con l’intenzione di discutere la questione astratta della pena capitale, né le argomentazioni dei suoi oppositori o sostenitori.
Desidero semplicemente trarre un vantaggio per il bene comune da questa terribile esperienza, ricorrendo al mezzo più immediato e pubblico per richiamare un’indicazione data da Sir G. Grey nell’ultima sessione del Parlamento, affinché il Governo fosse indotto a sostenere una misura che rendesse l’esecuzione della pena capitale una cerimonia privata all’interno delle mura carcerarie (con garanzie che l’ultima sentenza della legge venga eseguita in modo inesorabile e certo, tali da essere soddisfacenti per l’opinione pubblica), e supplicando con la massima insistenza Sir G. Grey, come solenne dovere verso la società e responsabilità che non può mai sottrarsi, di promuovere personalmente tale modifica legislativa.
Credo che uno spettacolo così inconcepibilmente orribile come la malvagità e la leggerezza dell’immensa folla radunatasi per l’esecuzione di questa mattina non possa essere immaginato da nessun uomo, né potrebbe essere presentato in nessun Paese pagano sotto il sole. Gli orrori del patibolo e del crimine che aveva condotto quei miserabili assassini su di esso, svanirono nella mia mente di fronte all’atroce comportamento, agli sguardi e al linguaggio degli spettatori riuniti.
Quando giunsi sulla scena a mezzanotte, l’acuto grido e gli ululati che si levavano di tanto in tanto, segno che provenivano da un gruppo di ragazzi e ragazze già radunati nei posti migliori, mi fecero gelare il sangue. Con il passare della notte, strilli, risate e urla in coro di parodie di melodie nere, con la sostituzione di «Mrs. Manning» a «Susannah» e simili, si aggiunsero a questi.
All’alba, ladri, prostitute di basso livello, teppisti e vagabondi di ogni genere si riversarono sul posto, dando vita a ogni sorta di comportamento offensivo e volgare. Risse, svenimenti, fischi, imitazioni di Punch, battute brutali, tumultuose dimostrazioni di indecente piacere quando donne svenevoli venivano trascinate fuori dalla folla dalla polizia con gli abiti in disordine, diedero nuovo slancio allo spettacolo generale.
Quando il sole sorse splendente – come accadde – indorava migliaia e migliaia di volti rivolti verso l’alto, così inesprimibilmente odiosi nella loro brutale allegria o insensibilità, che un uomo aveva smesso di vergognarsi del proprio aspetto e di ritrarsi da se stesso, come se fosse stato plasmato a immagine del Diavolo.
Quando le due miserabili creature che attiravano tutta quella vista orribile intorno a loro furono scagliate tremanti in aria, non c’era più emozione, non c’era più pietà, non c’era più il pensiero che le due anime immortali fossero andate al giudizio, non c’era più moderazione in nessuna delle precedenti oscenità, come se il nome di Cristo non fosse mai stato udito in questo mondo e non ci fosse tra gli uomini altra convinzione che perissero come bestie.
Ho visto, abitualmente, alcune delle peggiori fonti di contaminazione e corruzione in questo Paese, e credo che non ci siano molti aspetti della vita londinese che possano sorprendermi. Sono solennemente convinto che nulla di ciò che l’ingegno potrebbe escogitare in questa città, nello stesso arco di tempo, potrebbe causare una rovina simile a un’esecuzione pubblica, e rimango sbalordito e inorridito dalla malvagità che essa manifesta.
Non credo che una comunità possa prosperare laddove una scena di orrore e demoralizzazione come quella che si è consumata stamattina fuori dal carcere di Horsemonger lane si presenta proprio alle porte dei buoni cittadini, e passa inosservata, sconosciuta o dimenticata. E mentre, nelle nostre preghiere e nei nostri ringraziamenti per questo periodo, esprimiamo umilmente davanti a Dio il nostro desiderio di eliminare i mali morali del Paese, vorrei chiedere ai vostri lettori di considerare se non sia giunto il momento di pensare a questo e di estirparlo.
Sono, signore, il vostro fedele servitore,
Charles Dickens
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Pensiero
La Nuova Destra: il paganesimo salverà l’Europa?
All’origine, il rifiuto del cristianesimo
La Nuova Destra prende forma all’indomani della guerra d’Algeria, in un clima di disillusione per una parte della gioventù nazionalista francese. Nel 1963, Dominique Venner partecipa alla creazione di Europe-Action, movimento che intende promuovere una coscienza nazionale europea, ma che si caratterizza fin dalle origini per un anticristianesimo militante e per ricorrenti riferimenti al paganesimo. Dopo il fallimento della candidatura di Jean-Louis Tixier-Vignancour alle elezioni presidenziali del 1965, diversi di questi militanti abbandonano progressivamente l’azione politica diretta a favore di un lavoro intellettuale e culturale di lunga lena. Questo orientamento sfocia, nel 1968, nella fondazione del GRECE, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne. L’obiettivo è ormai agire sulle mentalità per trasformare, alla fine, la società stessa. Sotto l’impulso di Alain de Benoist e di diversi collaboratori, la Nuova Destra ottiene un’audience considerevole alla fine degli anni Settanta, grazie in particolare alla sua presenza sulle colonne del Figaro Magazine, allora diretto da Louis Pauwels. Jean-Pierre Maugendre ripercorre anche i prolungamenti di questa influenza nel Club de l’Horloge e poi all’interno del Front national, in particolare tra il 1984 e il 1998. Mostra così come un movimento inizialmente marginale sia riuscito a diffondere alcuni dei suoi temi in una parte della vita politica francese.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Dietro l’identità europea, un’altra visione dell’uomo
Dietro la difesa dell’identità europea si delinea una concezione dell’uomo, della religione e della morale che si oppone su punti essenziali alla filosofia cristiana. È quanto mette in luce Jean-Pierre Maugendre risalendo alle fonti intellettuali della Nuova Destra. L’autore studia in particolare l’influenza di Friedrich Nietzsche, Julius Evola, René Guénon e Louis Rougier. Nonostante le loro differenze, questi autori hanno contribuito a nutrire un pensiero segnato dal rifiuto dell’universalismo cristiano, dall’esaltazione della forza, dal relativismo morale e dal fascino per certe tradizioni religiose precristiane od orientali. In questa prospettiva, ogni popolo sarebbe portatore di una propria concezione del mondo e di una propria religione. Il cristianesimo, con la sua pretesa di annunciare una verità destinata a tutti gli uomini, appare allora come un elemento estraneo all’identità europea originaria, o addirittura come una causa del suo indebolimento. Una simile concezione entra direttamente in contraddizione con la fede cattolica, che riconosce in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini e afferma l’esistenza di una legge morale naturale universale. Misconosce inoltre il ruolo decisivo della Chiesa nella formazione della civiltà europea. L’autore rileva inoltre le conseguenze morali di questa antropologia: esaltazione della volontà di potenza, concezione permissiva della sessualità, giustificazione dell’aborto per motivi eugenetici e rifiuto di una morale trascendente.Un’influenza che supera i circoli intellettuali
Lungi dal considerare la Nuova Destra un fenomeno concluso, Jean-Pierre Maugendre ne esamina i prolungamenti contemporanei. Cita in particolare i lavori dell’Institut Iliade, fondato sulla scia di Dominique Venner, le pubblicazioni della rivista Éléments, nonché l’azione di personalità provenienti da questa famiglia intellettuale nei media alternativi. L’Institut Iliade, in particolare, si è dato la missione di trasmettere la memoria della civiltà europea attraverso conferenze, convegni e corsi di formazione destinati soprattutto alle giovani generazioni. Queste iniziative incontrano interesse presso chi rifiuta l’individualismo, il materialismo e la scomparsa delle eredità nazionali. Jean-Pierre Maugendre non nega né la qualità intellettuale di alcuni rappresentanti di questa corrente né il coraggio che dimostrano nella loro opposizione alle ideologie dominanti. Riconosce diverse convergenze con le preoccupazioni dei cattolici legati alla Tradizione: difesa dallo sradicamento, rifiuto del livellamento egualitario, attaccamento al bene comune, senso dell’onore, fedeltà alla parola data e volontà di trasmettere un’eredità di civiltà. Ma questi avvicinamenti non possono nascondere le divergenze dottrinali. In un’intervista concessa a Boulevard Voltaire il 25 settembre 2026, l’autore insiste su questo punto: «l’anticristianesimo resta un marcatore forte della Nuova Destra».Sostieni Renovatio 21
Difendere la civiltà senza rinnegare Cristo
È nell’ultima parte che l’opera trova la sua portata più rilevante. Sotto il titolo «Né irrigidimento né ingenuità», Jean-Pierre Maugendre invita a non confondere l’opposizione agli errori moderni con l’adesione alla verità. La critica del materialismo, dello sradicamento o della cancellazione delle identità non basta a costituire una dottrina giusta. Il successo incontrato da queste idee presso una parte della gioventù invita inoltre a interrogarsi sull’indebolimento della trasmissione della fede e della cultura cristiana, particolarmente incisivo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Questa rottura ha lasciato campo libero a correnti che pretendono di ritrovare le vere radici dell’Europa in un passato precristiano, relegando in secondo piano l’opera civilizzatrice della Chiesa. Ma al di là di questa crisi di trasmissione, la divergenza fondamentale riguarda la natura stessa dell’uomo. Dove certe filosofie della Nuova Destra esaltano l’individuo forte, creatore dei propri valori, la dottrina cattolica insegna che l’uomo è una creatura di Dio, ferita dal peccato originale e chiamata alla vita soprannaturale dalla grazia. Questa opposizione si ritrova nella concezione stessa della società. Jean-Pierre Maugendre ricorda allora una distinzione cara a Jean Madiran: se la fede è un dono di Dio, la cristianità è anche il frutto dell’azione degli uomini, quando si sforzano di stabilire un ordine sociale conforme alla legge divina. È proprio su questa nozione di cristianità che si rivela una delle opposizioni più profonde tra il pensiero cattolico tradizionale e la Nuova Destra. Il libro si conclude con una nota di speranza, con l’evocazione della conversione di Guillaume Faye, uno degli intellettuali di spicco di questo movimento. Il suo ritorno alla fede cattolica, alla fine della vita, ricorda che gli smarrimenti filosofici e morali non chiudono mai definitivamente la strada della grazia. Con La Nouvelle Droite en question, Jean-Pierre Maugendre offre un’opera breve, documentata e accessibile, particolarmente utile ai giovani cattolici attratti dai movimenti di difesa dell’identità europea. Ricorda loro che il vero risollevamento di una civiltà non può costruirsi contro i princìpi cristiani che l’hanno plasmata. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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