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Essere genitori

Malori e scuolabus, paura e stragi

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Il dolce domani (1997) è un film del regista intellettualissimo e non sempre sgradevole Atom Egoyan, talento armeno-canadese che impazzava nei cinema d’essai degli anni Novanta, e che oggi invece non si capisce bene dove sia finito.

 

Il film premiato a Cannes, che è pieno di cose che non vanno bene, ruota attorno alla storia di un Paesino devastato da un evento agghiacciante: un incidente allo scuolabus ha praticamente cancellato un’intera generazione di bimbi, mandando a lutto padri, madri, fratelli, sorelle, insegnanti, avvocati, tutti quanti.

 

Si tratta di un colpo basso drammaturgico: l’espediente del pulmino che si porta via pargoli innocenti è usato anche altrove con analoghi effetti sentimentalizzanti, per esempio nell’inquietante serie francese Les Revenants (2012).

 

Avevamo dimenticato queste storie prima di essere colpiti, negli ultimi mesi, da questa raffica di casi di incidenti che coinvolgono i pulmini scolastici.

 

Lo scorso 22 settembre uno scuolabus, con a bordo 11 studenti, è finito in un vigneto a Castelnuovo del Garda, provincia di Verona.

 

«L’incidente del servizio scolastico di ATV è stato causato da un malore» scrive Il Resto del Carlino. Alle prime avvisaglie, l’autista ha rallentato la marcia, cercando di fermare il mezzo sul ciglio della strada. Ma la frenata è stata inutile, il mezzo ha terminato la corsa in un vigneto adiacente alla strada».

 

Malore dell’autista, veicolo fuori controllo. Per miracolo, i bambini sono risultati illesi, a parte due ragazze ferite.

 

Neanche cinque giorni dopo, a Reggio Calabria, un altro scuolabus ha la medesima sorte: «Purtroppo però un improvviso malore s’è repentinamente impadronito del conducente, che ha perso di colpo il controllo del mezzo, sbandando sulla propria sinistra e andando a schiantarsi contro la recinzione che argina il torrente Calopinace rispetto alla carreggiata» scrive la testata locale Tempostretto.

 

Fortunatamente, trattandosi delle prime ore del mattino, lo scuolabus non aveva ancora iniziato il giro di raccolta degli scolari. Altrimenti, scrive il sito di cronaca locale, «sarebbe potuto accadere un massacro».

 

Parrebbero esclusi comportamenti scorretti da parte dell’autista: «informalmente si apprende che i comportamenti anche extralavorativi del lavoratore – che, giusto puntualizzarlo, stando ad attendibilissime fonti aziendali non era assolutamente impegnato in conversazioni telefoniche né in messaggi o chat via smartphone – sono sempre risultati integerrimi».

 

E quindi cos’è stato? Ah, sì… un malore. Anche qui.

 

Quello che è capitato anche all’autista dello scuolabus di Campo San Martino, provincia di Padova, l’anno scorso. Il 18 dicembre 2021 il conducente del pulmino « si era accasciato mentre era al volante del mezzo: è riuscito ad accostare ma non a spegnere il bus». A questo punto le cronache dei giornali, invece di domandarsi cosa è capitato all’uomo, si concentrano sull’eroico comportamento del 13enne che porta in salvo tutti i compagni.

 

Ma quindi, cosa è capitato anche a quest’uomo?

 

«A causare il malore sembra sia stata la rottura di una vertebra ma sono in fase di accertamento le dinamiche: l’autista avrebbe sentito un dolore che si propagava e ha fatto giusto in tempo ad accostare prima di perdere i sensi» scrive un po’ oscuramente il Corriere del Veneto. Scusate: rottura di una vertebra? Può capitare così, mentre guidi tranquillo, senza essere investito da un TIR? Le vertebre scoppiano da sole, tipo l’acne? Non sappiamo dire.

 

Tuttavia c’è da guardare il lato positivo: «fortunatamente non è successo nel turno precedente, mentre accompagnava gli alunni della scuola elementare – commenta uno dei soci della ditta di trasporti – perché per i bambini piccoli sarebbe stato impossibile intervenire».

 

Torniamo alla primavera 2022. Uno scuolabus finisce in un burrone, 20 metri al meno di salto. Anche qui, fortunosamente, la strage è sfiorata, perché i bambini erano appena stati depositati a scuola, e l’automezzo stava tornando con a bordo solo l’accompagnatrice di routine.

 

«Lo scuolabus aveva da poco lasciato l’istituto, l’autista e l’accompagnatrice si apprestavano a rientrare in città quando l’uomo alla guida sarebbe stato colpito da un malore improvviso. Avrebbe perso i sensi per pochi drammatici istanti» scrive il sito Città della Spezia. «I pompieri hanno provveduto a estrarre i feriti dalla carcassa del mezzo, andato distrutto. Sono entrati dal portellone posteriore e tramite una barella spinale hanno tirato fuori l’uomo e la donna».

 

Ad Ala, provincia di Trento, invece c’è stato il morto. Il 30 maggio nei pressi del casello dell’autostrada A22 uno scuolabus si rovescia uccidendo il conducente. Anche qui, «sul veicolo non c’erano bambini», scrive L’Adige. Anche qui «dalle prime informazioni sembra che all’origine dell’incidente ci sia un malore».

 

«L’incidente di ieri sulla provinciale (…) è spiegabile soltanto con un malore del conducente» continua L’Adige in un successivo articolo.

 

Lodi, 24 marzo 2022: all’altezza del civico 54 di via Lodino, «forse per un malore del conducente di 43 anni alla guida, uno scuolabus, con a bordo bambini, ha urtato un’auto in sosta. E’ stato quindi necessario l’intervento dell’automedica di Lodi e di due ambulanze della Croce rossa locale che hanno portato all’ospedale Maggiore i coinvolti» scrive Il Giorno.

 

I bambini stavolta c’erano: al pronto soccorso finiscono «un maschietto di 7 anni e cinque bambine di 6, 7, 8 e 10 anni».

 

Un caso è emerso anche ieri : lo scuolabus di Minerbe, provincia di Verona. A bordo 15 bambini. Il mezzo «è finito fuori strada sdraiandosi su un fianco sul fosso che costeggia la strada» scrive Il Gazzettino. «Non si sanno ancora le cause dell’incidente e non si esclude che l’autista sia stato colpito da un malore durante la guida».

 

Poi c’è la strage di San Donà di Piave della settimana scorsa. Un pulmino della cooperativa Centro21 di Riccione, con alla guida un ex sindaco della cittadina romagnola, finisce ad alta velocità contro un Tir.

 

«Un malore o forse un colpo di sonno. Sembra non esserci altra spiegazione» scrive Il Resto del Carlino. Di fatto non pare che vi siano frenate. « Il particolare emerso dai rilievi, riportano i quotidiani locali, fa propendere per l’ipotesi di un malore del conducente del furgone, l’ex sindaco di Riccione».

 

I morti sono sette, compreso l’ex sindaco riccionese e un’educatrice 36enne che era stata tirata fuori viva dalle lamiere. Le altre cinque vittime sono ragazzi con la sindrome di Down.

 

Ci fermiamo qui con la lista italiana. E se ci chiedessimo cosa succede all’estero?

 

Chicago, 14 maggio 2022: scrive ABC7 che «un uomo stava guidando uno scuolabus nell’isolato 5700 di DuSable Lake Shore Drive nel South Side di Chicago quando ha avuto un episodio medico intorno alle 16:49, ha detto la polizia. Più veicoli sono stati colpiti». Episodio medico («medical episode») è il modo con cui in inglese dicono «malore».

 

New Jersey, 24 maggio 20220: «un autista al volante di uno scuolabus fuori controllo che si è schiantato contro una vetrina del centro senza bambini a bordo martedì pomeriggio potrebbe aver avuto un’emergenza medica, hanno detto i soccorritori». Lo scrive Daily Voice, un giornale locale. «Emergenza medica». Malore.

 

Non solo i malori ai conducenti mettono a repentaglio la vita dei bimbi. Ci sono, certo, anche i malori degli altri automobilisti.

 

Orlando, Florida, 21 settembre 2022: «un uomo alla guida di un SUV è morto dopo aver probabilmente subito un episodio medico e essersi schiantato contro il lato di uno scuolabus che trasportava studenti delle scuole superiori a Ocala, ha detto la polizia».

 

Tyler, Texas, 13 gennaio 2022. Due studenti  fermano lo scuolabus «dopo che l’autista ha subito un episodio medico». Qui c’è pure un video.

 

 

Medesima dinamica a Topsham, Stato del Maine, 16 marzo 2022: qui il «medical episode» uccide all’istante il conducente di uno scuolabus con a bordo 14 studenti, che corrono al volante per tentare di fermare il mezzo.

 

Lakewood, ancora New Jersey, 27 ottobre 2021: «uno scuolabus carico di studenti ha colpito tre auto e ha guidato su un prato in un incidente che potrebbe essere stato causato dall’autista che ha avuto un episodio medico, ha detto giovedì la polizia di Lakewood» scrive Patch.com.

 

Episodi, episodi, episodi. Episodi in numero che neanche Beautiful e Sentieri messi insieme.

 

Anche qui, terminiamo la lista, esausti.

 

Gli scuolabus sono simbolo di innocenza e di civiltà: ogni scuola seria ne ha uno, e non può che essere un vanto, e un sollievo per tanti genitori.

 

Dobbiamo cominciare ad averne paura?

 

Oppure qualcuno ci vuole spiegare cosa sono questi malori?

 

Investigare non dovrebbe essere difficile. Se lo chiedessero a noi, partirei da un elemento: cosa possono avere in comune tutti questi «medical episodes»?

 

Quali farmaci avevano assunto di recente gli autisti? Si erano per caso sottoposti tutti o in gran parte ad un trattamento medico particolare?

 

Se il lettore ha altri suggerimenti, può scriverci. Deve esserci un pattern di qualche tipo dietro questi casi. E chissà cosa può essere…

 

Gli israeliani, si diceva ancora anni fa, mandano i figli su autobus diversi. Perché se uno viene bombardato, almeno il figlio sull’altro pullman sopravvive.

 

Ci toccherà finire anche noi così?

 

Del resto, viviamo in un mondo cui è inflitto un terrorismo immane. Terrorismo di Stato, terrorismo biologico: un terrorismo talmente infame che chiama chi vi si oppone «terroristi».

 

Nel frattempo, malori, stragi e terrore. E non è escluso che anche questo non faccia parte del piano a cui il Male vuol farci partecipare.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

Epidemie

Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID

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Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.

 

La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.

 

Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.

 

I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.

 

«Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.

 

«Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».

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La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.

 

Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».

 

Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».

 

I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.

 

«I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.

 

«Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».

 

Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.

 

La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.

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Nuovo studio rivela la correlazione tra pornografia e abusi sessuali sui minori

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Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Social Sciences ha confermato, ancora una volta, i legami «tra pornografia e abuso sessuale sui minori». Secondo quanto riportato dal National Center on Sexual Exploitation, esistono quattro modalità principali attraverso cui l’uso della pornografia si intreccia con l’abuso sui minori. Lo riporta LifeSite.   L’articolo tratta della questione del modellamento sociale: i bambini tendono spesso a imitare ciò che vedono nella pornografia, il che può sfociare in comportamenti sessuali dannosi tra coetanei. Ad esempio, una terapista ha raccontato il caso di un bambino di 11 anni che ha replicato sul fratellino di 3 anni alcune scene osservate nella pornografia.   Vi è poi il fenomeno della normalizzazione: la pornografia può far percepire come «normali» comportamenti sessuali abusivi e irrealistici agli occhi dei bambini, o di chiunque la consumi. Molti operatori dei servizi sociali hanno riferito che le loro giovani assistiti di sesso femminile hanno subito strangolamenti durante i rapporti sessuali, perché i ragazzi adolescenti sono stati indotti dalla pornografia a considerarlo un comportamento sessuale standard.   Vi è inoltre il rischio di adescamento: gli abusatori utilizzano frequentemente materiale pornografico per mostrare ai bambini, come strategia per desensibilizzarli agli abusi sessuali.

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Gli abusatori spesso sfruttano la pornografia per controllare e manipolare le vittime, ad esempio minacciando di rivelare il consumo di materiale pornografico da parte del minore o di diffondere immagini sessualmente esplicite del minore stesso.   Lo studio, intitolato «Le testimonianze degli operatori dei servizi di tutela dell’infanzia sui legami tra pornografia e abusi sessuali sui minori», è stato realizzato da docenti della New York University, dell’Università dell’Arkansas, del Virginia Polytechnic Institute e della James Madison University.   «L’esposizione alla pornografia è pressoché onnipresente per i giovani del XXI secolo», hanno osservato gli autori. «L’età media della prima esposizione è la prima o la media adolescenza, con tassi di visione intenzionale tra gli adolescenti che raggiungono l’84%. Il consumo di pornografia può influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sia negli adolescenti che negli adulti. In questo contesto, rappresenta una componente normalizzata della socializzazione di genere e sessuale dei giovani».   In altre parole, la pornografia sta socializzando bambini e minori a un’ideologia sessuale straordinariamente crudele, violenta e degradante che si insinua in ogni aspetto della vita. Lo studio si è basato su dati qualitativi derivanti da 50 interviste, otto focus group e sondaggi post-intervista con professionisti esperti del settore.   Gli intervistati hanno identificato negli smartphone dei bambini il problema principale. Claire, direttrice esecutiva di un CAC (Centro per l’infanzia), ha osservato: «I genitori non tolgono il telefonino (…) perché hanno paura di essere dei “cattivi genitori”». Un altro educatore ha affermato che i bambini si imbattono spesso in materiale pornografico su YouTube, anche quando cercano contenuti innocui come i cartoni animati: «Il genitore si alza, i bambini camminano e… il contenuto suggerito è porno hardcore, porno tripla X». Vale la pena citare per intero l’avvertimento degli autori sulla tecnologia con accesso a Internet:   Uno dei fattori di rischio più rilevanti emersi dalle nostre interviste riguarda l’accesso illimitato o insufficiente dei bambini a Internet tramite dispositivi come console per videogiochi, tablet e smartphone, spesso all’insaputa dei genitori. Marie, un’intervistatrice forense, ha sottolineato i numerosi dispositivi con accesso a Internet a cui i bambini hanno accesso. Natalie, una psicologa clinica, ha fatto eco ad altri partecipanti, paragonando i moderni cellulari a «mini-computer… che si tengono in mano» dotati di connessione a Internet.   Oltre a ciò, diversi partecipanti si sono concentrati in particolare sull’importanza dei social media, come ha evidenziato Nicholas, un altro intervistatore forense: «Quando sono usciti i telefoni con Internet (…) questo ha permesso ai criminali di entrare in contatto con i bambini (…) tramite Snapchat, Facebook e simili». Angela, un’infermiera specializzata in pediatria, ha concordato: «Non saprei dire quanti bambini di cui mi sono presa cura hanno incontrato (un criminale) conosciuto tramite i social media».   Lo studio ha inoltre confermato precedenti risultati già trattati più volte in questo spazio. «Ho notato che più precocemente una persona è stata esposta alla pornografia, maggiore è la probabilità che attualmente guardi pornografia violenta», ha affermato Natalie, una psicologa pediatrica. Questo porta a visioni perverse delle donne, delle ragazze e del sesso in generale.

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«Non si tratta nemmeno di una semplice decisione cognitiva del tipo “È così che trattiamo le donne adesso” o “È così che dovremmo essere trattate come donne”… ora è “È così che proviamo piacere adesso”», ha detto Natalie. «Quindi, un uomo forse non riesce nemmeno ad avere un rapporto sessuale se non è in qualche modo aggressivo e violento… Stiamo parlando di strangolamento vero e proprio, di colpire qualcuno con qualcosa, di dare pugni, di immobilizzare, di quel genere di comportamento».   Carly, un’infermiera specializzata in casi di violenza sessuale, ha riscontrato la stessa dinamica: adolescenti trasformati in predatori dalla pornografia. «Credo che la pornografia influenzi la violenza sessuale e i comportamenti sessuali in moltissimi modi», ha affermato.   Gli autori sostengono la necessità di un’educazione sessuale che includa gli aspetti digitali, di approcci basati sulla consapevolezza del trauma e individuano la pornografia come una delle «zone di violenza» che conducono all’abuso sui minori, ma questo non è chiaramente sufficiente.   Dinanzi ad evidenze scientifiche come queste la politica dovrebbe senza indugio optare per la censura totale della pornografia in ogni Paese. Il rischio è quello di perdere un’intera generazione, o forse due, dopo le generazioni devastate dalla cosiddetta «liberazione sessuale».

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Essere genitori

L’AI progettata per gli adulti sta silenziosamente alimentando i giocattoli dei bambini

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Un nuovo rapporto del gruppo statunitense Public Interest Research Group, intitolato «Not for Kids. Found in Toys» (Non adatto ai bambini. Trovato nei giocattoli), avverte che le politiche inadeguate di grandi aziende come OpenAI e Anthropic consentono a potenti tecnologie di chatbot di infiltrarsi in peluche, robot e altri giocattoli progettati per i bambini.

 

Secondo un nuovo rapporto del Public Interest Research Group (PIRG) Education Fund statunitense, i sistemi di intelligenza artificiale (IA) che le aziende tecnologiche ritengono inadatti ai bambini vengono sempre più integrati nei giocattoli per l’infanzia.

 

Il rapporto, intitolato «Not for Kids. Found in Toys» (Non adatto ai bambini. Trovato nei giocattoli), avverte che le politiche inadeguate di grandi aziende come OpenAI e Anthropic consentono a potenti tecnologie di chatbot di infiltrarsi in prodotti progettati per i bambini.

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«Basta guardare online per rendersi conto del crescente numero di giocattoli dotati di Intelligenza Artificiale, come peluche parlanti o robot giocattolo, alimentati da chatbot come ChatGPT», si legge in un articolo pubblicato da PIRG insieme al rapporto. «C’è solo un problema: alcune aziende che si occupano di intelligenza artificiale sostengono che questi stessi chatbot non siano adatti ai bambini».

 

PIRG ha scoperto che è facile stipulare accordi con le principali aziende di Intelligenza Artificiale per accedere alla loro tecnologia e utilizzarla per creare giocattoli, nonostante le aziende stesse affermino di vietare l’uso di tali tecnologie per prodotti destinati ai bambini.

 

Jason Christoff, ricercatore nel campo della modificazione del comportamento e della psicologia, nonché conduttore del podcast Psychology of Freedom, ha dichiarato a The Defender che i giocattoli dotati di intelligenza artificiale aprono la porta alla programmazione psicologica dei bambini.

 

«Credo sia importante capire che il cervello di un bambino è molto più facile da influenzare rispetto a quello di un adulto», ha affermato. «I bambini operano a frequenze cerebrali molto diverse, il che li rende più facili da programmare e influenzare».

 

Secondo Christoff «l‘attività cerebrale unica di un bambino lo rende altamente suggestionabile. Nel corso della storia, tutti i programmi di controllo mentale hanno cercato di sfruttare la suggestionabilità infantile per produrre un prodotto finale più efficace per l’adulto. L’intelligenza artificiale non è organica, è programmata da qualcun altro».

 

«Chiunque programmi l’IA avrà accesso diretto al cervello di vostro figlio, per quanto riguarda queste applicazioni di chatbot interattive. Dire che è necessaria cautela in questo caso sarebbe un eufemismo».

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Modelli di Intelligenza Artificiale limitati ai bambini, ma che continuano ad alimentare i giocattoli

Molte aziende leader nel settore dell’intelligenza artificiale affermano di vietare ai minori l’utilizzo diretto delle proprie piattaforme chatbot. Alcune limitano l’accesso agli utenti di età superiore ai 13 anni, mentre altre impongono limiti di età ancora più elevati.

 

«OpenAI, Anthropic e xAI hanno tutti dichiarato pubblicamente che i loro chatbot non sono destinati ai bambini e non consentono agli utenti di età inferiore ai 13 anni di accedere direttamente ai loro modelli. Nemmeno Meta, stando alle sue condizioni d’uso», hanno scritto gli autori del rapporto PIRG.

 

Google ha regole esplicite contro l’utilizzo dell’API Gemini nei prodotti destinati a utenti di età inferiore ai 18 anni.

 

Tuttavia, PIRG ha scoperto che queste stesse aziende consentono a sviluppatori esterni di accedere ai loro sistemi di intelligenza artificiale e di integrarli in prodotti di consumo, compresi i giocattoli.

 

Ad esempio, ChatGPT permette agli sviluppatori di utilizzare i suoi prodotti, tramite la sua API, per creare applicazioni per bambini. Un’API è un insieme di regole e protocolli che consente a due diversi programmi software di comunicare tra loro e scambiarsi dati.

 

ChatGPT, di proprietà di OpenAI, vieta l’uso della sua API solo nei casi in cui venga utilizzata per creare prodotti che potrebbero «sfruttare, mettere in pericolo o sessualizzare chiunque abbia meno di 18 anni». Tuttavia, sembra anche incoraggiare tali usi offrendo esempi di suggerimenti chiaramente rivolti ai bambini.

 

PIRG ha scoperto 20 giocattoli dotati di intelligenza artificiale venduti online utilizzando la tecnologia di OpenAI. Tra questi, Bondu, un dinosauro di peluche commercializzato per bambini dai 4 agli 8 anni, e l’orsacchiotto «compagno di conversazione intelligente con intelligenza artificiale» in vendita online su Walmart.

 

Anche FoloToy, che OpenAI ha dichiarato di aver bandito dopo che una ricerca di PIRG ha scoperto che trattava argomenti sessuali con i bambini e forniva loro istruzioni dettagliate su come accendere un fiammifero, è ancora in commercio.

 

Ad esempio, sebbene l’API di Google vieti esplicitamente agli sviluppatori di utilizzare l’Intelligenza Artificiale generativa Gemini in prodotti destinati a utenti di età inferiore ai 18 anni, PIRG ha scoperto giocattoli, tra cui un peluche chiamato BubblePal e un piccolo robot chiamato Miko, che utilizzano l’intelligenza artificiale di Google.

 

Il rapporto di PIRG evidenzia una contraddizione nel modo in cui vengono regolamentati gli strumenti di intelligenza artificiale: la tecnologia può essere considerata inadatta ai bambini sulle piattaforme delle stesse aziende, eppure continua ad alimentare giocattoli progettati per loro.

 

«Il risultato è un mercato per prodotti di Intelligenza Artificiale per bambini in cui il compito di garantire la sicurezza dei minori è in gran parte affidato a terze parti non verificate», ha scritto PIRG.

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Secondo i ricercatori, le aziende non pongono quasi nessuna domanda.

Per testare la difficoltà di costruire un giocattolo basato sull’intelligenza artificiale, i ricercatori del PIRG hanno tentato di registrarsi come sviluppatori presso diverse importanti aziende del settore.

 

Secondo quanto affermato, il processo richiedeva un controllo molto limitato.

 

Si sono registrati usando il nome «PIRG AI Toy Inc» per rendere evidente che potrebbero star progettando prodotti basati sull’intelligenza artificiale per bambini. Quattro delle cinque aziende di intelligenza artificiale — Google, Meta, OpenAI e xAI — «non hanno posto domande di verifica sostanziali, richiedendo solo informazioni di base come un indirizzo email e una carta di credito, e una casella da spuntare per confermare di aver letto le clausole in piccolo», afferma il rapporto.

 

Solo un’azienda, Anthropic, ha chiesto se gli sviluppatori intendessero creare prodotti per minori.

 

Secondo i ricercatori, la scarsa supervisione facilita l’integrazione di potenti sistemi di Intelligenza Artificiale in prodotti destinati ai bambini.

 

Dopo aver ottenuto l’accesso ai modelli, il team di PIRG ha tentato di creare un proprio giocattolo basato sull’Intelligenza Artificiale.

 

«Una volta ottenuto l’accesso da sviluppatore, abbiamo creato un chatbot che simulava un orsacchiotto di peluche dotato di intelligenza artificiale per bambini su tre delle piattaforme», si legge nel rapporto. «Ognuno ha richiesto meno di 15 minuti».

 

Hanno aggiunto: «ora è più facile che mai per chiunque creare applicazioni di intelligenza artificiale senza molta esperienza o competenze specializzate, inclusi prodotti per bambini».

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I giocattoli dotati di intelligenza artificiale ascoltano, imparano e plasmano le giovani menti

Nel suo ultimo rapporto sui giocattoli basati sull’Intelligenza Artificiale, PIRG ha osservato che tali giocattoli sollevano anche preoccupazioni in merito alla privacy e all’influenza emotiva.

 

Molti giocattoli includono microfoni o telecamere che permettono loro di ascoltare le conversazioni dei bambini.

 

«I giocattoli dotati di intelligenza artificiale registrano le conversazioni dei bambini», hanno scritto i ricercatori del PIRG, sottolineando che alcuni prodotti raccolgono anche dati aggiuntivi, tra cui immagini o informazioni biometriche.

 

«Come verranno utilizzati in futuro i dati sul comportamento dei bambini come questi? Che tipo di applicazioni potrebbero essere create? Il potenziale di sorveglianza di massa, manipolazione, lavaggio del cervello e distorsione della realtà è inimmaginabile!» ha dichiarato Tim Hinchliffe, direttore di The Sociable, a The Defender.

 

Anche gli esperti di sviluppo infantile hanno espresso preoccupazioni riguardo agli assistenti virtuali basati sull’Intelligenza Artificiale per i bambini.

 

«Non sappiamo quali effetti possa avere un amico virtuale basato sull’intelligenza artificiale in tenera età sul benessere sociale a lungo termine di un bambino», ha affermato Kathy Hirsh-Pasek, Ph.D., professoressa di psicologia alla Temple University e ricercatrice senior presso la Brookings Institution.

 

«Se i giocattoli basati sull’Intelligenza Artificiale vengono ottimizzati per essere coinvolgenti, si rischia di soffocare le relazioni reali nella vita di un bambino, proprio quando ne ha più bisogno», ha aggiunto.

 

«Oltre a raccogliere enormi quantità di dati sui bambini, inserire chatbot basati sull’intelligenza artificiale nei giocattoli è come avere dei mini robot influencer che sussurrano nelle orecchie dei bambini», ha affermato Hinchliffe. «Non solo li ascoltano, ma conversano con loro, plasmando le loro percezioni e distorcendo la loro realtà».

 

Secondo alcuni, i bambini sono molto suggestionabili e non sempre possiedono le capacità per distinguere tra giocattoli dotati di intelligenza artificiale e persone reali.

 

«La mente dei bambini piccoli è come una spugna magica. È predisposta ad attaccarsi», ha spiegato la dottoressa Jenny Radesky, pediatra specializzata in disturbi dello sviluppo e del comportamento, in un parere consultivo di Fairplay del 2025 sui giocattoli con intelligenza artificiale, firmato da circa 80 esperti e 80 organizzazioni.

 

«Questo rende incredibilmente rischioso dare loro un giocattolo dotato di intelligenza artificiale che percepiranno come senziente, affidabile e parte normale delle relazioni», ha aggiunto.

 

Rischi nascosti: l’esposizione dei bambini alle radiazioni wireless

I giocattoli dotati di intelligenza artificiale devono connettersi in modalità wireless a Internet per funzionare.

 

Qualsiasi dispositivo che necessiti di una rete wireless per funzionare emetterà probabilmente livelli dannosi di radiazioni a radiofrequenza (RF), ha affermato Miriam Eckenfels, direttrice del programma sulle radiazioni elettromagnetiche (EMR) e wireless di Children’s Health Defense.

 

Ha affermato che i bambini sono particolarmente vulnerabili agli effetti nocivi delle radiazioni wireless perché hanno il cranio più sottile, la testa più piccola e un sistema nervoso in via di sviluppo.

 

Ha aggiunto: «una delle principali raccomandazioni per ridurre l’impatto delle radiazioni a radiofrequenza è quella di tenere le sorgenti a distanza dal corpo. Pertanto, se questa tecnologia è integrata nei giocattoli, è probabile che i bambini li tengano vicini, ci dormano insieme, ci stiano seduti per lunghi periodi di tempo o li tengano vicino alla testa, cosa che sconsigliamo vivamente».

 

«Sappiamo fin troppo sui pericoli delle radiazioni wireless per poterle sottovalutare».

 

Eckenfels ha citato una recente ricerca del dottor Paul Héroux, che ha stabilito un collegamento tra le radiazioni elettromagnetiche e il diabete di tipo 2, come uno dei molti gravi effetti sulla salute che i bambini possono subire a causa di tale esposizione.

 

«Non è certo qualcosa a cui vogliamo che i nostri figli siano esposti 24 ore su 24, 7 giorni su 7. L’integrazione della tecnologia wireless nei giocattoli può avere conseguenze devastanti a lungo termine e dovremmo essere molto cauti al riguardo», ha affermato.

 

Meta, Google, Anthropic e OpenAI non hanno risposto immediatamente alle richieste di commento.

 

Brenda Baletti

Ph.D.

 

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